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Titolo originale: Die Uberwindung des Rassimus

Nuova edizione di: Al di là di ogni razzismo

dello stesso autore

www.liberaconoscenza.it

ISBN 3-937078-73-8

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Pietro Archiati

L’umanità una sola famiglia

Una scienza dello spirito per superare ogni ostilità

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Indice

Prefazione dell’editore svizzero

Per la seconda edizione, di Pietro Archiati

l’umanità una sola famiglia

Una scienza dello spirito per superare ogni ostilità

• Cenni autobiografici

• Gli uomini sono tutti uguali o ve ne sono alcuni migliori di altri?

• Il materialismo quale origine di ogni forma di razzismo

• La reincarnazione e la questione razziale

• Evoluzione successiva o parallela alle razze umane?

• Reagire per emotività o in chiave di karma

• L’elemento attuale nella prospettiva dell’evoluzione

• L’attuale è oggettivamente un bene?

• Ogni uomo è una specie a sé

• Umanità, Terra e Cosmo

• Razzismo e nazionalismo strettamente affini

• Dove si trova l’umano puro?

• Il Goetheanismo e l’Europeo

• Qualcosa in me contrasta l’umano puro

• Perché si accusa Rudolf Steiner di razzismo?

• Affermazioni compromettenti?

• Il coraggio della verità

• L’uomo non è solo un animale superiore

• Filogenesi del corporeo e dello spirituale

• Distinguere tra responsabilità umana e divina

• La verità vi farà liberi

• Amare il proprio corpo

• Colpa e gratitudine

• Amore per il corpo della Terra più che per il proprio sangue

• In futuro vi saranno due sole razze morali

Appendice

A proposito di Pietro Archiati

Prefazione dell’editore svizzero

L’accusa di razzismo lanciata contro Rudolf Steiner e la sua Scienza dello Spirito (Antroposofia) è stata la calunnia più virulenta perché amplificata al massimo dai mass media. Alcune frasi di Rudolf Steiner sulle razze e i popoli, estrapolate dal contesto, incomprese o volutamente mistificate, sono state poi strumentalizzate nell’intento di provocare un effetto nocivo sul prestigio di cui gode la Scienza dello Spirito.

Taluni sedicenti “esperti” di Antroposofia, resi incerti e titubanti da tale campagna denigratoria, sono intervenuti sentendosi in dovere di giustificare o di difendere Rudolf Steiner. Di questo avviso non è stato, e non è, Pietro Archiati, che non considera il razzismo un problema teoretico. L’autore, un tempo sacerdote cattolico e docente, che ha vissuto e operato per diversi anni negli Stati Uniti, nel Laos e in Sudafrica insieme a genti di altre culture e dalla pelle di diverso colore, descrive in queste pagine le ragioni che lo inducono a ravvisare in Rudolf Steiner la personalità che ha superato in modo esemplare il razzismo – specie quello più pericoloso: il razzismo dentro di noi.

«Il vero problema del razzismo è il materialismo moderno. La concezione che cataloga gli uomini secondo le loro caratteristiche fisiche scaturisce dalla convinzione che nell’essere umano l’elemento più importante, se non addirittura quello essenziale, sia il corpo fisico. L’estrema conseguenza alla quale il materialismo perviene è l’identificazione dell’uomo con la sua corporeità fisica. E il cosiddetto razzismo è a sua volta la conseguenza inevitabile di questa identificazione» (p. 15).

Pietro Archiati ha scritto queste pagine, come anche le altre sue pubblicazioni, aderendo all’invito rivoltogli dalla nostra casa editrice. Le profonde conoscenze che egli ha acquisito della Scienza dello Spirito inaugurata da Rudolf Steiner, viste nel contesto della sua propria vita, gli consentono di parlare del razzismo muovendo dall’esperienza più ancora che dalla teoria.

L’editrice del Goetheanum (presso Basilea) si è perciò rivolta a Pietro Archiati con la richiesta di scrivere un testo che soddisfacesse quattro esigenze, non facili da conciliare: gli abbiamo chiesto una trattazione complessiva dell’argomento prescelto, che però non ne provocasse un’eccessiva dilatazione, e un’analisi profonda dei suoi fondamenti che nel contempo si rendesse accessibile a tutti, senza pretendere dal lettore conoscenze particolari. Il lettore stesso saprà giudicare in quale misura l’autore sia riuscito a soddisfare queste esigenze.

È nostro auspicio che queste pagine raggiungano, oltre i preoccupati genitori degli allievi delle Scuole steineriane, anche un pubblico più vasto che abbia così modo di convincersi di come Rudolf Steiner sia ancora tanto poco conosciuto, anzi tanto misconosciuto, dalla cultura contemporanea.

Joseph Morel

(Edizioni del Gotheanum)

Per la seconda edizione 2005

Caro lettore,

queste righe nascono dalla vita e alla vita vorrebbero servire.

In un’epoca in cui l’umanità ha estremo bisogno del contributo della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, che è in grado di indicarle gli orientamenti con i quali uscire dal vicolo cieco del materialismo, le potenze di questo mondo riescono ancora ad imporre il silenzio su di lui o a investire di calunnie la sua figura e la sua opera.

L’accusa di razzismo che gli è stata rivolta rientra tra queste. Le pagine che seguono non sono intese a «giustificare» Rudolf Steiner, perché se egli avesse davvero bisogno di una giustificazione non le avrei scritte. Il compito che io mi sono qui proposto è invece quello di esporre i concetti fondamentali della sua Scienza dello Spirito che riguardano l’evoluzione dell’uomo e della Terra, con particolare riferimento allo sviluppo delle razze e dei popoli. Solo in questo contesto più ampio è infatti possibile che le espressioni di Rudolf Steiner, sia sulle une che sugli altri, vengano intese nel loro senso giusto.

Sarebbe per me una grande gioia riuscire con questo libro a trasmettere ad un numero di persone il più vasto possibile un’impressione dell’universalità e della profondità assolutamente eccezionali della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, alla luce della quale potersi anche avvedere della possibilità di superare totalmente ogni tipo di razzismo e di discriminazione. Per parte mia, non ho alcun dubbio che il futuro spirituale dell’umanità dipenderà in modo decisivo dal confrontarsi con questo impulso spirituale.

Pietro Archiati

L’umanità una sola famiglia

Una scienza dello spirito
per superare ogni ostilità

Cenni autobiografici

La questione del razzismo non è per me soltanto teorica, perché tutta la mia vita si è dovuta confrontare con essa. Queste pagine, perciò, sono il frutto del mio cammino interiore a contatto con l’umanità nel suo complesso, nella sua molteplicità ed unità.

L’istituto in cui vissi durante gli anni degli studi universitari riuniva studenti di tutte le razze, appartenenti ad un gran numero di popoli, culture e paesi diversi. L’esigenza di comunicare imponeva a noi tutti la conoscenza di diverse lingue. In quegli anni mi era estranea ogni forma di coscienza razziale poiché la famiglia contadina in cui sono nato, profondamente religiosa e cristiana, mi aveva inculcato che l’uomo è uomo, che ogni uomo è ugualmente figlio di Dio e che il colore della pelle non riveste alcun ruolo. (Queste ultime parole, anzi, non venivano nemmeno pronunciate, non essendo necessario dire espressamente ciò che si dava per scontato.)

Interruppi gli studi universitari e trascorsi nel Laos gli anni più difficili della guerra del Vietnam. Mi sentivo animato da un senso di gratitudine per l’opportunità che mi era data di venire a contatto diretto con culture e religioni diverse, in special modo con il buddismo. I missionari più anziani non erano contenti di me perché, invece di adoperarmi per indurre quelle genti ad abbandonare la loro religione «errata» per convertirsi a quella «vera», manifestavo un vivo interesse per la loro. L’idea di trovarmi di fronte a persone appartenenti ad un’altra «razza» – la «gialla», ad esempio – non mi sfiorava nemmeno. Riguardo alla religione ero convinto che essa non è un abito esteriore che si possa cambiare dalla sera alla mattina; ero del parere che essa fa parte della costituzione «biologica» di un popolo o di una cultura e che, perciò, non la si può cambiare. È possibile soltanto evolverla e trasformarla gradualmente.

Conclusi gli studi, mi recai negli Stati Uniti per svolgere la mia attività in quel paese. Dopo avere avuto occasione di conoscere molti americani all’università, era giunto per me il momento di conoscere «l’America». Il contatto con quel paese fu come la scoperta di un «nuovo mondo». Abitavo a pochi minuti d’auto da Manhattan. Il miscuglio di etnie era dunque un’esperienza quotidiana, il che per me significava: conoscere altra gente, tanta gente, ed altra ancora, in incontri sempre nuovi. Le diversità che mi si manifestavano erano una fonte di gioia, di arricchimento delle conoscenze, di ampliamento dei miei orizzonti.

Alla fine del 1976 mi ritirai per un certo periodo in eremitaggio sul lago di Como. Passai così da una città come New York, che brulica di gente, alla solitudine – un modo del tutto nuovo di essere con gli altri, perché ora potevo farne l’esperienza più dentro che fuori di me. Fu durante quel periodo che scoprii «per caso» Rudolf Steiner e cominciai a leggere le sue opere. Prima di allora – stavo vivendo il mio trentatreesimo anno – non avevo mai sentito parlare di lui, né avevo letto una sola sua riga.

Nel 1981 mi trasferii per cinque anni in Sudafrica per svolgervi la mia attività di docente di filosofia e teologia in un Seminario cattolico. Si può ben dire che quell’istituto riproducesse in miniatura l’intera società sudafricana con tutta la sua varietà di tribù nere, con i sanguemisto, gli indiani, i boeri, gli inglesi, i tedeschi... Fu lì, in Sudafrica, che la problematica inerente le razze divenne anche per me un problema esistenziale. Mi vidi costretto all’improvviso nel ruolo del «bianco» nei cui panni non volevo entrare. Mi sarebbe tanto piaciuto, ad esempio, partecipare alle riunioni dei neri che, invece, mi erano precluse solo perché il colore della mia pelle non era quello giusto...

Sullo sfondo di queste mie vicende personali tenterò ora di esporre le ragioni che mi inducono a ravvisare in Rudolf Steiner l’unica individualità a me nota che offra a tutti gli strumenti per superare veramente ogni forma di razzismo.

Gli uomini sono tutti uguali
o ve ne sono alcuni migliori degli altri?

Il vero problema del razzismo è il materialismo moderno. La concezione che cataloga gli uomini secondo le loro caratteristiche fisiche scaturisce dalla convinzione che nell’essere umano l’elemento più importante, se non addirittura quello essenziale, sia il corpo fisico. Ormai si pensa che sia il DNA, che siano i geni a decidere di tutto ciò che avviene nell’uomo. L’estrema conseguenza alla quale il materialismo perviene è l’identificazione dell’uomo con la sua corporeità fisica. E il razzismo è a sua volta la conseguenza di questa identificazione. Si giunge così ad intendere e percepire tutte le affermazioni concernenti le caratteristiche del corpo fisico come riguardanti l’essere stesso dell’uomo.

L’essenza del materialismo non risiede nella sopravvalutazione teoretica del mondo materiale e nemmeno nella negazione o nella negligenza dello spirito. Sia l’una che l’altra sono la conseguenza di un atteggiamento ben più profondo che va individuato nella quasi totale incapacità dell’uomo moderno di sperimentare e percepire ciò che è spirituale nella sua realtà essenziale.

Nel corso della mia vita ho vissuto per vari decenni il confronto tra due correnti culturali contrapposte: le scienze naturali moderne e la religione tradizionale. I rappresentanti delle prime, che sostengono con coerenza la loro posizione, considerano il cosiddetto spirito una funzione della materia, mentre la seconda, quando sia onesta, ravvisa nella materia una manifestazione dello spirito, transitoria e priva di essenzialità.

Lo spirito di cui la religione parla da sempre è venuto trasformandosi negli ultimi secoli, come già rilevato, in un’astrazione dal contenuto sempre più evanescente perché vissuto sempre meno come realtà effettiva. Dello spirito è sopravvissuta solo la teoria, null’altro se non l’asserzione verbale della sua realtà. Gli enunciati sul sovrasensibile, che per un’umanità del passato riflettevano esperienze vive e reali, sono stati tramandati ad una umanità posteriore che tali esperienze più non ha. Sono queste le origini dell’astrazione, in ogni sua forma.

Si manifesta proprio qui con evidenza la tragicità del percorso compiuto dal materialismo contemporaneo, terminato in un vicolo cieco. Se gli asserti sulle caratteristiche del corpo fisico vengono intesi e vissuti come inerenti l’uomo nella sua essenza integrale – perché dell’essere umano si considera reale solo il corpo fisico – non restano che due alternative: la prima tenterà di salvare «l’uguaglianza» di tutti gli uomini sminuendo al massimo, o persino negando, le diversità oggettive e rilevanti che contraddistinguono i tipi fisici; la seconda classificherà gli uomini – non solo i tipi somatici – secondo la razza, con il risultato che il razzismo diventerà inevitabile.

La prima concezione, che ad esempio, è stata spesso sostenuta con veemenza dal cattolicesimo di sinistra, mi è parsa essere, in ultima analisi, una forma di ipocrisia. Quella stessa teologia, che era arrivata al punto di ricercare sempre più presso le scienze naturali moderne la fonte della sua legittimazione, voleva fornire al tempo stesso la dimostrazione che il corpo fisico dell’uomo – al quale la scienza attribuisce la massima importanza – ha un valore del tutto secondario. Solo assumendo questa posizione molti teologi contemporanei possono prendere sul serio l’asserzione dell’assoluta uguaglianza tra gli uomini – nel senso che non viene attribuita un’importanza particolare alle diversità somatiche.

Sono due gli elementi che mi inducono in particolar modo a considerare la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner come quell’impulso nell’umanità moderna che è in grado di consentire un reale superamento di tutte le forme di discriminazione e di razzismo.

Il primo consiste nella possibilità, che dalla Scienza dello Spirito scaturisce, di superare realmente il materialismo e di cessare di identificare l’uomo con la sua corporeità. Il secondo elemento è la riconquista della coscienza delle ripetute incarnazioni di ogni spirito umano. Ciò consente di ravvisare nel corpo fisico portato attualmente da un essere umano uno dei tanti che egli si edifica nel corso della sua evoluzione. Vorrei ora passare ad un’analisi un po’ più approfondita di entrambi questi elementi.

Il materialismo quale origine di ogni forma di razzismo

Il materialismo è realmente la causa più profonda della discriminazione e del razzismo in ogni loro forma. È quindi pressante l’urgenza che una sfera sempre più vasta di persone si avveda dell’impossibilità di superare il razzismo finché gli uomini si identificheranno con il loro corpo fisico. Nella misura in cui le definizioni concernenti la corporeità si intenderanno e si sentiranno come inerenti l’uomo in quanto tale, il razzismo continuerà ad esistere in tutte, e nei confronti di tutte, le razze. Tutti vorranno dimostrare con ogni mezzo la superiorità e l’eccellenza della propria costituzione fisica con l’intento di fornire in tal modo la prova della propria superiore umanità.

La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner vuole invece considerare con grande serietà il dato fondamentale per il quale ogni essere umano è un’entità animico-spirituale che ha un corpo fisico. Al tempo stesso, però, si preoccupa di sottolineare come il materialismo consista proprio nel fatto oggettivo, persino necessario al corso dell’evoluzione, per il quale l’uomo di oggi non ha praticamente più l’esperienza di sé come spirito. Gli effetti che la corporeità esplica sull’esperienza che egli ha di sé nell’anima e nello spirito si sono talmente intensificati nel corso degli ultimi secoli da far sì che sia un’esperienza quotidiana ben reale quella dell’impotenza dello spirito rispetto alla natura.

Il materialismo non è dunque una teoria errata, bensì una greve realtà. Non si tratta di confutarlo con la logica, ma di superarlo nella vita reale. E questo superamento può compierlo solo il singolo. Il primo passo in tale direzione consiste nell’acquisire coscienza di questa sua tragica realtà e del ruolo determinante che il materialismo svolge nella formazione di tutti gli atteggiamenti discriminanti o razzisti.

Si consideri, ad esempio, come sia ormai ovvio per tutti noi definire una persona dicendo: è inglese, è francese, è italiana… Non diciamo: quella persona è nata o cresciuta in Inghilterra o in Francia; diciamo: è inglese, è francese, senza considerare che il vero essere dell’uomo – l’anima, lo spirito, l’Io – non può essere né «inglese» né «francese». Ciò appare con evidenza ancora maggiore quando usiamo i termini uomini neri e uomini bianchi oppure semplicemente neri e bianchi: chi di noi considera in tale contesto che uno spirito umano – perché tale è l’uomo! – non può essere né nero né bianco? È la «casa» dell’uomo, è il suo «corpo», ad essere nero o bianco, non l’uomo stesso. Finché l’umanità persisterà in questo stato di coscienza materialista, sarà inevitabile per tutti gli uomini essere fondamentalmente dei razzisti, anche se non se ne rendono conto.

La reincarnazione e la questione razziale

L’altro fatto d’importanza determinante per il superamento di ogni razzismo è l’acquisizione della consapevolezza delle molteplici vite terrene offerte all’Io di ogni essere umano. Nel corso della loro evoluzione tutti gli uomini si incarnano in varie razze o popoli. In tale prospettiva il corpo fisico attuale di un essere umano non solo è un semplice involucro, ma per di più uno tra i tanti che egli si è costruito nel corso della sua evoluzione. La corporeità che ora gli è estranea può essere stata in passato la sua, o lo potrà essere in futuro. Nella misura in cui se ne renderà cosciente, essa cesserà anche di apparirgli estranea.

Se, da astratta teoria, la consapevolezza della reincarnazione diviene sempre più pratica di vita e intimo atteggiamento del cuore non sarà più possibile identificare l’uomo con la sua attuale corporeità. L’incontro tra due persone umane non sarà più tra due «estranei», ma tra due individualità spirituali che nel corpo dell’altro scorgono il proprio passato o il proprio futuro.

La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner si colloca così al centro tra le scienze naturali, per le quali il corpo è l’essenziale, e la religione e la teologia tradizionali, inclini a considerarlo del tutto irrilevante. La religione considera il corpo l’involucro dell’essere umano, non la sua essenza – e in tal senso è nel giusto. D’altro canto, l’interazione con la propria corporeità – con tutti gli elementi liguistico-culturali e climatico-geografici che ad essa si ricollegano – è della massima importanza per l’evoluzione dell’anima e dello spirito stessi. E in questa prospettiva non si può non dare ragione alle scienze naturali. Solo riconoscendo e considerando quanto di legittimo è presente in entrambe si eviteranno le parzialità e delle une e delle altre.

Evoluzione successiva o parallela delle razze umane?

Se l’uomo non fosse chiamato alla libertà, tutti gli esseri umani, stando a Rudolf Steiner, avrebbero edificato e abitato una dopo l’altra delle forme fisiche – razze – differenziate, al fine di accogliere le varie esperienze di sé che ciascuna razza consente a suo modo. Ognuna di queste corporeità, sperimentata da tutti nella stessa maniera e contemporaneamente, si sarebbe estinta per cedere il passo alla successiva.

Ma al fine di rendere possibile la libertà, si rese necessario creare in pari tempo la possibilità di ritmi evolutivi differenziati. E perché questo si realizzasse non potevano essere sufficienti di volta in volta una sola corporeità ed un solo gradino evolutivo, di volta in volta uguali per tutti. Fu così che si provvide a che le corporeità potessero sorgere e tramontare non solo in successione ma anche in parallelo. Al fine di consentire un’evoluzione sia più lenta sia più veloce, in dipendenza dalla libertà, fu necessario conservare dei tipi di corporeità sorte prima al fianco di quelle successive (vedi Appendice).

La diversificazione delle specie di corporeità – cioè le origini delle razze e la loro conservazione in parallelo – fu dunque opera di Esseri divini che intesero così rendere possibile agli uomini l’esercizio della libertà.

Una seconda diversificazione fondamentale venne poi creata nell’elemento animico nella cui sfera l’uomo, per l’appartenenza ad un dato popolo, con linguaggio e cultura propri, sperimentava se stesso come immerso in un’anima di gruppo, sostenuto da un elemento comunitario che si esplicava sotto forma di usi, costumi e leggi.

Come la razza rappresenta il fenomeno originario delle diversificazioni della corporeità, così il popolo rappresenta il fenomeno originario delle esperienze animiche differenziate dell’umanità. Nell’epoca post-diluviana alcuni popoli – l’indiano, il persiano, l’egizio-caldeo, l’ebreo, il greco e il romano – si succedettero alla guida della civiltà umana con una progressione che si svolse, anche allora, non in modo uniforme e privo di libertà, bensì in presenza di molteplici possibilità per la sopravvivenza degli elementi precedenti accanto a quelli successivi.

Gli stadi evolutivi della corporeità (le razze) e quelli dell’anima (i popoli) costituiscono la duplice base e la condizione necessaria per il manifestarsi del terzo grado evolutivo, quello in cui ogni uomo vive l’esperienza di sé quale individualità unica nel suo genere, quale spirito singolo, quale Io. La razza e il popolo, se da un lato rendono possibile la libertà individuale, non la rendono però ancora reale. Solo la libera presa di posizione dell’Io del singolo individuo rispetto all’elemento razziale e di popolo costituisce il vero esercizio, la vera realizzazione della libertà individuale.

Ciò significa al tempo stesso che ogni uomo si desta quale individuo nel bel mezzo di una differenziazione dell’umanità in razze e popoli già operata in passato. Non è dunque del singolo individuo la responsabilità della loro formazione e conservazione, ma è certo sua la responsabilità riguardo al modo in cui configura il suo prender posizione nei loro confronti e al modo in cui ne prende in mano l’ulteriore evoluzione, portando avanti liberamente l’opera della natura e di Esseri divini.

L’appartenenza ad una razza e ad un popolo viene ritenuta determinante e quale causa dell’esperienza di sé solo nella misura in cui il singolo ometta il libero creare, intrinseco all’individualità, che, pur avvalendosene come di uno strumento, va ben oltre le caratteristiche razziali e di popolo. Ove si manifesti questa terza dimensione dell’umano – l’elemento del tutto individuale e creativo –, ove si eserciti un vero individualismo etico, i caratteri propriamente razziali o popolari cessano di svolgere il ruolo primario o causale avuto in passato, per passare ad adempiere la funzione di strumenti dell’Io umano. Se questo accade, si riduce l’importanza che le diversità tra le razze o i popoli rivestono in quanto tali, poiché gli individui di tutte le razze e di tutti i popoli le pongono tutte, in modo del tutto analogo, a fondamento e condizione della creazione di ciò che è puramente libero e individuale in ognuno, al di là di ogni razza e di ogni popolo.

Solo in tal senso possiamo spiegare le seguenti parole di Rudolf Steiner che, con assoluta ovvietà, definiscono «piccolezze» le diversità che contraddistinguono le razze e i popoli, diversità che, come egli dice, esisterebbero proprio per sottolineare l’unità e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Sono parole, queste, che, insieme a moltissime altre, coloro che vorrebbero far passare Rudolf Steiner per razzista sono costretti a sottacere:

«A eccezione delle diversità, di gran lunga minori, che si manifestano a seguito delle differenze di razza, di popolo, e così via – ma che appunto sono diversità da doversi definire piccolezze (basta avere un po’ di sensibilità per capire queste cose) rispetto alle diversità che risultano dai talenti, dalle capacità individuali – ad eccezione di queste, noi esseri umani siamo uguali riguardo alla nostra umanità esteriore, quella che ci mette l’uno di fronte all’altro da uomo a uomo, che ci consente di sviluppare impulsi protesi ai diritti umani, cioè impulsi morali. Qui sulla Terra fisica noi uomini siamo uguali proprio perché uguale è la nostra figura umana, per il semplice fatto che abbiamo tutti un volto umano» (Conf. del 23 aprile 1919, O.O. 192).

Reagire per emotività o in chiave di karma

La presa di posizione che il singolo adotta riguardo al corpo e all’anima – riguardo alla razza e al popolo – è libera perché può avvenire in due modi del tutto diversi l’uno dall’altro.

In base alla mentalità del materialismo, l’uomo ha la possibilità di identificarsi con il proprio corpo fisico e con il proprio popolo, e di attribuirsene i pregi. È qui che risiede la vera essenza di ogni forma di razzismo – e di nazionalismo. Questa posizione trae origine da un’illusione che viene provocata dall’egoismo che è presente in ogni uomo e che ciascuno è chiamato superare.

A causa del suo innato egoismo l’uomo vuole attribuire a se stesso le basi evolutive che la natura gli ha messo a disposizione. Identificandosi con esse e vantandosene come se fossero pregi personali innati, omette di adempiere la missione che razza e popolo gli assegnano. Gloriandosi di quel che egli è – che è per natura –, l’uomo non riconosce che la dignità e la libertà umane consistono in ciò che egli stesso diviene, individualizzando le sue basi fisiche e culturali. Il valore e la dignità di un uomo non risiedono in quel che egli è per natura, ma in ciò che egli fa di se stesso. Questo divenire non può che essere libero e individuale. L’uomo che si riduce alla natura che opera in lui sconfessa la sua vera umanità.

L’altra possibilità fondamentale che l’uomo ha di assumere una libera posizione rispetto al corpo e all’anima propri o altrui consiste nella concezione che vede in essi doni divini intesi come compito affidato alla libertà individuale a vantaggio di tutti gli uomini. Qui non vengono ignorate né minimizzate le diversità della costituzione fisica, proprio perché vengono intese come contributi diversi, ma parimenti necessari, della libertà umana e dell’evoluzione.

Rudolf Steiner distingue allora nettamente due posizioni contrapposte che l’uomo può assumere rispetto al proprio popolo e alla propria razza: la prima si determina «dal sangue» o «dall’emotività» – per usare le sue stesse parole –, la seconda «dal karma», ossia dalla presa di coscienza della missione che proprio il karma svolge nei confronti di tutta l’umanità e che è insita nella propria appartenenza ad una razza o ad un popolo. Uno dei compiti che Rudolf Steiner ravvisa nella necessaria missione culturale della sua Scienza dello Spirito a favore dell’umanità attuale è proprio quello di offrire ad ognuno un aiuto che gli consenta di trovare la via dalla prima alla seconda posizione.

Le seguenti parole che Rudolf Steiner pronuncia sul rapporto che si determina con il proprio popolo valgono in pari misura anche per quello con la costituzione fisica nel suo complesso:

«L’uomo vive molto più consciamente in tutto ciò che è presente in lui come spirito umanitario, che non conosce differenze in base a nazioni. Ecco perché il pathos, la passionalità, le emozioni suscitati dal sentimento di appartenenza ad una data nazionalità si manifestano con una certa forza elementare. Ove si tratti di definire o di vivere l’appartenenza alla propria nazionalità, l’uomo non tenterà di far valere ragioni o giudizi logici. Sono il sangue e l’emotività, che del sangue subisce l’influenza, ad unire l’uomo alla sua nazionalità, a farlo vivere all’interno di essa. Gli impulsi che qui vigono sono subconsci, ed è già tanto se si acquisisce coscienza di questo loro carattere subconscio.(...) Mentre, dunque, gli uomini estranei alla Scienza dello Spirito non hanno altra risposta da darsi che questa: è il mio sangue ad unirmi alla mia nazionalità, è il mio sangue che mi induce a difendere ciò che vive nella nazione, è il mio sangue a farmi sentire in dovere di identificarmi con la mia nazionalità; colui che coltiva la Scienza dello Spirito deve darsi quest’altra risposta: è il mio karma ad unirmi alla nazionalità, perché del karma essa è parte. Nel momento stesso in cui si fanno propri i concetti relativi al karma, è chiaro che si spiritualizza tutto il rapporto. E mentre gli uomini ignari della Scienza dello Spirito si appelleranno al pathos impulsivo e al sangue riguardo ad ogni azione che compiono in quanto appartenenti ad un dato popolo, colui che ha compiuto un cammino scientifico-spirituale nutrirà il sentimento che gli dice che è il karma ad unirlo a questo o a quel popolo». (Conf. del 7 gennaio 1917, O.O.174)

L’elemento «attuale» nella prospettiva dell’evoluzione

La problematica inerente la varietà delle razze e dei popoli presenti nell’umanità può essere analizzata in modo proficuo soltanto in rapporto alla più ampia prospettiva dell’intera evoluzione. È solo in questo ampio contesto che è lecito intendere le comunicazioni fatte da Rudolf Steiner riguardo alle diversità e alle caratteristiche dei vari tratti somatici.

Un’evoluzione che voglia consentire il manifestarsi della libertà umana può offrire una volta sola ciascuna costellazione di condizioni aventi la medesima forma – così da rendere possibile anche l’omissione, in assenza della quale la libertà non potrebbe venire esercitata. È in questo modo che sorge la storia «lineare», ove tutto accade una sola volta. Se, però, nell’evoluzione verso e nella libertà devono giungere a manifestazione elementi sempre nuovi, viene ad assumere di volta in volta importanza decisiva ciò che Rudolf Steiner definisce con grande semplicità e limpidezza «l’attuale», cioè l’elemento evolutivo che di volta in volta è consono ai «tempi».

Se il portare a manifestazione realtà sempre nuove che abbiano l’impronta dello specifico umano non consente una pura e semplice ripetizione dell’uguale, come è proprio della natura in cui vige il determinismo, si impone in ogni istante l’interrogativo sull’essenza del nuovo e attuale – e di ciò che è anacronistico o inattuale. La creazione del nuovo – nella quale rientra anche la metamorfosi del vecchio – è l’esercizio della libertà umana. L’omissione delle possibilità evolutive della libertà dà luogo al «ritardo». Un elemento vecchio conservato oltre il tempo opportuno oppone al nuovo gli ostacoli e le resistenze necessari. Anche il «ritardo» viene così ad acquisire un significato positivo nel complesso dell’evoluzione.

Ma come si fa a sapere che cosa sia l’attuale o il «propizio» in un determinato momento? È un elemento oggettivo e, quindi, di validità universale? Vi sono dei criteri che consentano di riconoscerlo? Questo interrogativo ne presuppone a sua volta un altro: se esiste un elemento di volta in volta oggettivamente consono ai tempi, quale sarà la corporeità ad opporre maggiori e quale minori resistenze al suo manifestarsi? Sia l’uno sia l’altro interrogativo vanno ricondotti ad un terzo, ancora più fondamentale: esiste poi effettivamente un criterio dell’umano che abbia validità universale? Si può parlare della natura umana in quanto tale come di un elemento normativo e oggettivo dell’evoluzione? E, se esiste, è poi effettivamente conoscibile e comunicabile?

Il relativismo e l’agnosticismo contemporanei, ossia la convinzione che afferma l’inesistenza di una verità oggettiva e universalmente valida, amerebbero rispondere con un no a tutti questi interrogativi e dare dell’ingenuo o del dogmatico a chiunque sostenesse la realtà oggettiva e riconoscibile della natura umana. Ma dire no è più facile che dire sì, poiché negando si risparmiano al singolo sia la lotta per le conquiste della conoscenza – dato che la si qualifica in partenza una fatica sprecata – sia la responsabilità morale, visto che si muove dall’affermazione che non esiste una natura umana moralmente vincolante, che non esistono un «bene» o un «attuale» oggettivi contro i quali si possano commettere peccati di omissione. Proprio in questa duplice negazione appaiono evidenti i fenomeni originari della povertà spirituale e dell’intollerante brama di potere del materialismo contemporaneo.

«L’attuale» è oggettivamente un bene?

La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner mi pare lo strumento più «attuale» per superare ogni agnosticismo e relativismo. Essa ritiene oggettiva e riconoscibile la natura umana e ricolmo di contenuto il concetto dell’attuale, dell’adatto ai tempi, nel quale identifica, per la nostra epoca, l’acquisizione della libertà da parte del singolo.

Avvenuta nel passato, grazie alla guida divina, la creazione delle basi corporee e animiche dell’evoluzione – che siano state create lo vediamo dalla presenza di razze e popoli diversi nell’umanità –, verrà assumendo nel presente e nel futuro sempre più importanza la terza dimensione dell’umano: l’individualità, lo spirito singolo dell’uomo, l’Io. È intrinseco alla natura di questo elemento individuale e spirituale che per la sua esplicazione sia determinante l’aggiungersi della libertà umana.

L’uomo che comprenda giustamente se stesso può intendere tutto ciò e riconoscerne l’oggettività. La vita di ogni essere umano ripercorre in piccolo l’evoluzione dell’umanità. Le prime ad essere create sono le basi corporee e animiche destinate a rendere poi possibile ciò che è individuale e libero.

Attuale è dunque per l’umanità contemporanea tutto ciò che è atto a promuovere l’autonomia intellettuale e la responsabilità morale di ogni individualità umana. Consono al nostro tempo è tutto ciò che aiuta ogni uomo a sperimentarsi come spirito libero, come Io individuale e interiormente creativo – che ha il compito di infondere nella comunità umana qualcosa di unico e insostituibile – e di assumersi la responsabilità morale di questa unicità.

Che questo terzo gradino dell’evoluzione sia solo agli inizi dimostra come esso indichi il futuro. Le grandi catastrofi degli ultimi tempi traggono origine dall’eccessiva forza che hanno ancora in mano quelle potenze che, sfruttando meccanismi del passato, vogliono tenere prigioniero l’individuo all’interno di un elemento di gruppo – sia esso razza, popolo o qualsiasi altro tipo di raggruppamento – nell’intento di asservirlo ai loro scopi, ossia di mantenerlo «solidale» con il gruppo stesso.

Riguardo alla questione razziale ciò significa che una costituzione fisica è più o meno consona ai nostri tempi a seconda che ponga maggiore ostacolo o dia maggiore aiuto all’esplicazione del libero Io di ogni essere umano. Accertarne l’entità in ogni singolo caso sarà tutt’altro che facile perché ogni corporeità presenta qualità dalle infinite potenzialità.

Ma questa definizione della costituzione fisica non va intesa come definizione dell’uomo in quanto tale. Mentre una persona potrà omettere di far suo lo stadio evolutivo attuale abbandonandosi a una corporeità che le renderebbe facile il compito, un’altra potrà realizzarlo in misura superiore alla prima proprio grazie al maggior impegno che metterà nella lotta con una corporeità che oppone maggiori resistenze.

L’Io di ogni essere umano si incarna con l’intenzione di far proprio l’attuale, secondo il grado di evoluzione raggiunto, a suo modo, e nella massima misura possibile. Ogni Io superiore nutre oggi in sé la volontà di portare ad esplicazione – al di là delle razze e dei popoli – l’individualità spirituale, nella più ampia misura possibile, quale che sia la razza o il popolo in cui sia incarnato.

È proprio questa individualizzazione il criterio che ci consente anche di distinguere un popolo dall’altro. Diverranno sempre più inattuali o «estemporanei» tutti i popoli che eserciteranno sui singoli individui un’azione tesa a privarli della loro individualità, operando in modo da attribuire importanza solo a se stessi e a considerare i singoli quali strumenti per i loro scopi. Sarà invece consona al nostro tempo l’azione di un popolo nella misura in cui inciderà sull’individuo in modo da indurlo a considerare se stesso quale fine e compimento di tutta l’evoluzione. Come il razzismo per le razze, così il nazionalismo per i popoli sarà la pietra di paragone dell’attuale e costituirà la lama a doppio taglio della libertà.

Ogni uomo è una specie a sé

Se l’uomo non avesse in sé la disposizione all’individualità singola e unica sarebbe come l’animale: verrebbe assorbito del tutto nella «specie umana» senza avere alcuna possibilità o facoltà di distanziarsene o di assumere una qualche posizione rispetto ad essa. Il singolo gatto è del tutto incapace di riflettere sulla «specie gatto» o di prendere le distanze da essa oppure di aggiungerle qualcosa di individuale, che c’è solo in lui. Nulla in lui è individuale. Le diversità che si manifestano nei comportamenti di taluni esemplari della specie felina hanno un carattere del tutto esteriore rispetto all’essere-gatto, sono da ricondursi tutte a circostanze esterne. Tutti i gatti si comportano sempre e senza eccezioni secondo «la specie gatto».

Anche l’uomo non subisce un processo di moltiplicazione di sé per il semplice fatto di assumere, secondo le circostanze della vita, comportamenti sempre nuovi e di compiere azioni sempre diverse. Le deduzioni errate che la scienza spesso trae in questo campo non possono non suscitare profondo stupore.

Ma che cosa si intende dire affermando che l’uomo – contrariamente all’animale – è un essere individuale, ossia – come si usava dire in passato – una specie a sé? Si intende dire che la specificità dell’essenza umana non concerne la natura, ma la libertà individuale che l’uomo vive ed esercita nel pensare e nel volere. Che ogni uomo sia effettivamente un individuo unico nel suo genere è dimostrato con evidenza dal fatto che ogni uomo ha la capacità di riflettere sulla natura umana e su tutte le altre cose e di decidere liberamente quale comportamento assumere nei loro confronti.

Se poi ci chiediamo in che cosa un’individualità umana si manifesti oggettivamente e in che cosa mostri i suoi contenuti specifici, la risposta da dare è che l’individuo umano si palesa nei suoi contenuti e nella sua essenza proprio ove l’uomo produce qualcosa che non sia confinato in un qualche elemento di gruppo in quanto tale, ossia qualcosa che vada al di là di ogni forma razziale o di gruppo. E che cos’è che va al di là di ogni elemento di gruppo? Paradossalmente, ciò non può essere altro che l’universalmente umano! Non può essere altro che ciò che vale universalmente per ogni uomo, a prescindere da qualsivoglia razza, popolo o gruppo.

In tal modo è detto anche che quanto l’individualità produce si distingue proprio per la sua universalità, per la sua globale validità, sulla base del fatto che l’universalmente umano non può essere conferito né dalla razza né dal popolo – ossia da ciò che non è per natura universalmente umano –, bensì deve essere conquistato esclusivamente dall’individualità e dalla libertà del singolo. Coltivare l’universale vuol dire così, al tempo stesso, coltivare la creatività dell’Io individuale. Solo in quanto è un individuo autonomo l’uomo ha la possibilità di produrre ciò che vale per tutti gli uomini al di là di razza e di popolo. Ciò significa, a sua volta, che è universale solo ciò che può essere creato da ognuno in modo del tutto individuale. Risiede qui il reciproco condizionarsi dell’individuale e dell’universale umani.

Che l’uomo identifichi se stesso più nella sua corporeità fisica o nella sua comunità di popolo, o invece ravvisi e viva la sua identità piuttosto in quella misura di universalmente umano che esplica in sé, questo dipende esclusivamente dall’uomo stesso. Nella misura in cui compia questa seconda scelta, l’uomo non si farà fuorviare da coloro che privilegiano la propria e l’altrui identificazione nelle caratteristiche specifiche di una razza o di un popolo. L’uomo che viva appieno l’individualità e l’umanità non sarà mai succube dei condizionamenti derivanti dal suo corpo fisico. Accetterà di buon grado la sua costituzione corporea come essa è, la considererà uno strumento, quale che sia il popolo o la razza di appartenenza.

Umanità, Terra e Cosmo

Se ci apriamo ad una percezione dell’umanità contemporanea scevra da preconcetti, vediamo pienamente confermate le due dimensioni fondamentali, rilevate sopra, di ciò che è specificamente umano: vediamo per un verso manifestarsi ovunque l’anelito verso la libertà individuale e, per l’altro, in pari misura, l’oggettiva necessità di una coscienza universale che abbracci l’umanità intera.

L’economia mondiale e i mezzi di comunicazione hanno fatto sì che la Terra e l’Umanità siano divenute nel nostro tempo, e per la prima volta nella storia, un’unità in sé conclusa nella coscienza degli uomini. Oggi vivono in modo consono al tempo attuale, e in armonia con le esigenze che esso pone, solo quegli uomini che coltivino in sé una coscienza ecologica della responsabilità umana nei confronti di tutta la Terra e che siano, al tempo stesso, consapevoli del fatto che l’Umanità è un organismo unitario che, per vivere sano, non tollera che un popolo, una razza o un qualsivoglia gruppo coltivino interessi di parte che vadano a discapito degli altri organi che fanno parte dell’organismo unitario dell’Umanità stessa. All’interno di un organismo non è possibile che uno dei suoi organi prosperi grazie allo svantaggio di altri.

Se si sviluppa questo pensiero ne risulta la necessità di far evolvere accanto alla coscienza universalmente umana e terrestre anche una coscienza cosmica, la sola che consenta veramente di acquisire la consapevolezza dei nessi che uniscono l’Umanità e la Terra e la sola che possa riconsegnarli al loro significato reale. La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner offre per lo sviluppo di questa coscienza cosmica degli impulsi ampi e quanto mai profondi.

Se ora però ci chiediamo chi sia ad avere accesso a questo grado di coscienza – in cui ad avere importanza saranno l’individuale e l’universale, mentre il popolo e la razza non ne rappresenteranno altro che la base e la condizione – la risposta sarà che ogni uomo, nel corso della sua evoluzione complessiva, ha accesso, al pari di tutti gli altri, a questo duplice elemento puramente umano. Nessuna importanza hanno, invece, proprio per l’esplicazione dell’individuale e dell’universale – che è l’elemento oggi attuale – la razza e il popolo di appartenenza: in tale esplicazione è infatti centrale per l’uomo la sua pura umanità ove egli, al di là della razza e del popolo, coltiva in sé ciò che va oltre sia all’una che all’altro.

Nella misura in cui questo elemento puramente umano verrà assumendo un’importanza determinante anche negli incontri tra gli uomini, essi sperimenteranno come essenziale ciò che li unisce e come del tutto inessenziale ciò che li distingue e li divide a livello non individuale, ma di gruppo. Il fatto che ogni individuo porti a manifestazione nel suo spirito, nel modo solo a lui proprio, l’inesauribilità dell’universalmente umano, non comporta affatto la frantumazione dell’umano, ma anzi la sua infinita e al tempo stesso unitaria ricchezza. Allo stesso modo in cui il riflettersi dell’organismo unitario in ogni suo singolo e diverso organo non rappresenta una limitazione dell’unità ma, al contrario, la sua vivente e pluriforme realtà.

Razzismo e nazionalismo strettamente affini

Un tratto profondamente tragico che segna la cultura del nostro tempo è il fatto che sono molti gli uomini che, pur condannando il razzismo, coltivano il nazionalismo senza rendersi conto di quanto sia stretta l’affinità tra questi due atteggiamenti di vita. Nel primo caso si identifica l’uomo con la sua corporeità, nel secondo caso con la sua animicità, cioè con la cultura di un certo popolo o di una data nazione. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un elemento di gruppo, fisico nel caso della razza, psichico nel caso della nazionalità. Sia nell’uno che nell’altro caso si ignorano e l’elemento universalmente umano e quello del tutto individuale.

Per una scienza che si informi alla spiritualità e all’Io, l’anima di gruppo di un popolo costituisce un involucro per l’individuo nella stessa misura in cui lo è il corpo fisico e, similmente, essa è solo uno dei tanti involucri tra i tanti che l’individuo assume. Nel corso della sua evoluzione complessiva ogni uomo si avvolge come di involucri delle più svariate anime di popolo. Nel corso del tempo l’individuo deve fare, di volta in volta, del linguaggio e della cultura del suo popolo, non meno che del corpo, la condizione e la base per l’individuale egoico e per l’universalmente umano.

In tale contesto appare evidente la ragione per cui nella Scienza dello Spirito la distinzione tra anima e spirito non è meno importante di quella tra anima e corpo. Il materialismo moderno, anziché elevarsi alla comprensione della diversità esistente tra anima e spirito, è disceso a livelli che occultano la differenza esistente tra anima e corpo.

Se un uomo si sente superiore ad un altro e lo discrimina in base alla corporeità che la natura gli ha dato, oppure in base alla cultura trasmessagli dal suo popolo e ai valori dell’anima ricevuti con la nascita, si tratta, sia nell’uno che nell’altro caso, di comportamenti che derivano dall’identificazione di sé e dell’altro con l’elemento di gruppo – che viene recepito passivamente – e non con ciò che ogni essere umano deve conquistarsi e produrre da sé in modo del tutto individuale e libero. Considerazioni analoghe valgono anche per tutte le forme di discriminazione basate sul sesso, tanto nei confronti delle donne quanto degli uomini.

La coscienza della realtà della reincarnazione, oltre ad aprire inaspettate prospettive alla conoscenza, libera anche le forze volitive, permettendo il reale superamento del razzismo e del nazionalismo, consentendo di vivere la nazionalità altrui non più come estranea a sé ma come un frammento del proprio passato o del proprio futuro. Facciamo un esempio concreto: un «italiano», orgogliosissimo del «suo» Dante – che considera di sua proprietà –, mentre è intento a dimostrare ad un «tedesco» la grande superiorità del poeta italiano rispetto a Goethe, viene colto all’improvviso dall’idea che Dante, nel frattempo, possa essersi incarnato come «tedesco»; arriva così a rendersi conto dell’insensatezza della concezione che lo aveva indotto a considerare Dante di sua proprietà e a gloriarsi dei suoi meriti, solo perché questa volta la sua incarnazione è avvenuta in Italia. L’estremo del paradosso lo vivrebbe, naturalmente, se il suo interlocutore fosse proprio Dante redivivo!

Poiché il nazionalismo e il razzismo sono sostanzialmente inscindibili, possono venire superati solo congiuntamente. Non è possibile superare veramente il razzismo senza impegnarsi al tempo stesso con serietà nel superamento di ogni forma di nazionalismo. Quante volte è dato osservare come siano proprio coloro che subiscono discriminazioni a motivo della loro costituzione fisica a operare essi stessi discriminazioni nei confronti di altri a seguito del senso di superiorità che nutrono per l’appartenenza ad un dato popolo o a una data nazionalità.

Dove si trova l’umano puro?

Della massima importanza per l’umanità contemporanea sono i seguenti interrogativi: dove si è manifestata – posto che sia davvero venuta a manifestazione – la forma più pura dell’universalmente umano? Dove trovare gli uomini che si siano elevati in forma esemplare al di sopra di razza e popolo per portare ad esplicazione la pura individualità e libertà? Dove trovare gli spiriti umani che abbiano compreso come l’individualità e l’irripetibilità dell’Io siano in pari tempo l’universalmente umano, cioè quello che sulla Terra rappresenta la missione di tutti i singoli uomini, quali che siano il popolo o la razza di appartenenza?

È possibile che tali spiriti siano sparsi ovunque sulla Terra, in ogni razza e in ogni popolo? Se l’evoluzione fosse progredita di un altro grado oltre quello attuale, la risposta dovrebbe essere positiva, anzi non potrebbe non esserlo. Ma lo stadio evolutivo in cui l’umanità si trova oggi indica come anche gli spiriti più elevati abbiano ancora bisogno della base, fornita da una cultura o da una lingua, atta per lo meno a consentire loro di esprimersi in modo da farsi capire.

Così, è un dato di fatto del tutto oggettivo quello che permette di affermare che l’elemento puramente umano – l’elemento del tutto individuale da un lato e puramente universale dall’altro – si è manifestato finora in forma archetipica prevalentemente in spiriti umani che hanno trovato le basi loro adatte nell’Europa centrale. La prima vetta luminosa della pura umanità è stata raggiunta all’epoca di Goethe e dell’idealismo. La seconda è data, così mi pare, dalla comparsa della Scienza dello Spirito creata da Rudolf Steiner.

La missione particolare affidata alla lingua tedesca, alla cultura tedesca, anzi allo spirito di popolo tedesco, consiste nell’esplicare una spiritualità che, invece di distinguersi da quella di altri popoli per le peculiarità nazionali a lei proprie, porta a manifestazione l’universalmente umano proprio nell’essere in pari tempo puramente individuale. Una tale manifestazione è il Faust di Goethe o la filosofia dell’Io di Fichte.

Non per distinguerne la superiorità, bensì al contrario per richiamarne le responsabilità morali nei confronti di tutta l’umanità, Rudolf Steiner ha inteso pronunciare le seguenti parole che suonano come un appello alla coscienza di tutti i tedeschi:

«Ogni tedesco saprà comprendere grazie alla Scienza dello Spirito – ed è imprescindibile per lui intendere ciò in piena obiettività e umiltà – che è predestinato a ricercare, in base a ciò che l’anima di popolo dice al suo Io, l’universalmente umano proprio attraverso la sua nazionalità. L’elemento nazionale dell’essere tedesco consiste proprio nel fatto che gli viene conferito ciò che lo conduce oltre la nazionalità. In ciò consiste l’elemento prettamente nazionale della natura tedesca: che essa grazie a ciò che è nazionale viene spinta, al di là della nazione, nell’umano universale. Ecco perché la transizione dall’idealismo tedesco alla Scienza dello Spirito è da ricercarsi nel confluire naturale dell’idealismo tedesco nella Scienza dello Spirito». (Conf. del 23 marzo 1915, O.O.174a).

Un popolo la cui particolare identità consiste proprio nel non averne, come avviene per il tedesco, deve affrontare difficoltà molto più ardue nell’intento di restare fedele al suo spirito di popolo. Ma se manca a tale impegno si attiva quello che è il rispettivo demone di popolo, la cui azione, in tal caso, scava abissi più profondi che altrove, perché deve contrastare ed avversare, molto più direttamente e decisamente che in altri popoli, sia ciò che è universale, sia ciò che è individuale.

Con le citate parole Rudolf Steiner non dice che il popolo tedesco sia migliore o superiore agli altri. Egli dice proprio il contrario, quando rileva come in questo popolo siano presenti forze che rendono possibile, ed esigono, il superamento di ogni senso di superiorità, ossia del razzismo e del nazionalismo in ogni loro forma. Il tedesco è il popolo cui si pone, e si impone al tempo stesso, in modo particolare, la missione di non voler essere migliore o superiore agli altri, ma al contrario quella di perseguire e di esplicare ciò che tutti i popoli hanno in comune e che ciascun essere umano su tutta la Terra alberga in sé in quanto elemento puramente umano.

Il Goetheanismo e l’Europeo

Al fine di chiarire la differenza che intercorre tra l’universalmente umano e tutto ciò che dapprima non rappresenta che un impulso particolare possiamo porre a confronto due concetti: goetheanismo ed europeo.

Il concetto di goetheanismo non comprende nulla che non sia valido per tutti gli uomini in generale e per ciascun individuo in particolare. Per Goethe ad avere importanza determinante sono sempre le conquiste dello spirito umano aliene da ogni forma di discriminazione, tanto nell’ambito delle scienze quanto nelle sfere dell’arte e della religione. Nel goetheanismo nessun uomo cosciente della sua umanità può sentirsi escluso – anzi, si sente sempre coinvolto in prima persona.

Goetheanisti possono divenire proprio tutti perché nessuno lo è per natura. In altre parole, l’essenza del goetheanismo non risiede in ciò che l’uomo è, bensì nel suo perenne e libero divenire. La «summa» del Faust è espressa nel coro degli angeli che dicono di lui: «Chi anelando senza posa, sempre intento a migliorare, a noi è dato di salvare»…

Del tutto diverso è il concetto di europeo. L’Europa non è una regione spirituale, ma geografica e, proprio per essere solo una parte della Terra, esclude in partenza determinati esseri umani. Il concetto di «europeo» è per natura sua «discriminante», poiché esclude gli uomini che europei non sono. In tal senso, se generalizzato, è un concetto razzista. Per essere europei bisogna nascere – o almeno crescere, o almeno vivere – in Europa. Come si può dire che ogni uomo può divenire goetheanista, così si può dire che nessuno può divenire «europeo». O lo si è, europeo, o non lo si è, poiché in tale condizione non riveste alcuna importanza il divenire quale espressione del libero impegno di ciascun individuo.

Il concetto di europeo potrebbe includere tutti gli uomini solo se includesse tutto ciò che è universalmente umano. In tal caso, però, «europeo» dovrebbe equivalere a «uomo». Ma perché così fosse, bisognerebbe che tutta l’umanità mutasse radicalmente l’uso del linguaggio. Ad avere senso, perciò, è solo il riconoscimento da parte del singolo che il linguaggio non è questione che riguardi esclusivamente l’individualismo etico! In tutte le lingue, il termine «europeo» sta a designare ciò che comprende solo determinati uomini, e che altrettanto chiaramente ne esclude altri. Non diverso sarebbe il discorso se, anziché «europeo», considerassimo termini come «americano» o «asiatico».

Nominando Goethe o Rudolf Steiner, i termini usati sono proprio quelli che non esprimono definizioni geografiche o di popolo, bensì designano singole individualità umane che si distinguono esclusivamente in ragione di quella misura di puramente umano – di umanità individuale e universale – che hanno portato a manifestazione al di là della loro appartenenza ad un’area geografica o ad un dato popolo. Importante non è affatto la loro qualità di «tedeschi», bensì il loro essere puramente e semplicemente individui umani con i quali ogni uomo può identificarsi per il fatto stesso di essere uomo.

Qualcosa in me contrasta l’umano puro

Sono in tanti nel mondo a percepire un’interiore avversione e un sentimento di ribellione ogni qual volta si tornano a dibattere certe teorie volte a sostenere che l’universalmente umano e l’unicità dell’individuo si sarebbero manifestati in forma archetipica nel seno di un popolo specifico. Una tale affermazione – e pretesa – appare come una forma parossistica dell’atteggiamento discriminatorio e razzista, ritenendo di trovarsi di fronte a teorizzazioni che non si limitano a rivendicare la superiorità di un popolo sulla base della sua identità razziale, ma che arrivano a postularne per principio una supremazia spirituale.

Anche in questo caso non deve essere l’emotività a prevalere, nei giudizi, sull’obiettività e sulla verità delle posizioni. Il goetheanismo e la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner si sono sì manifestati in seno al popolo tedesco, ma per loro natura non hanno assolutamente nulla da spartire con impulsi discriminatori, tesi ad escludere altri uomini. Riconoscere e confermare la validità di questa affermazione è questione che concerne l’equanime oggettività di giudizio del singolo individuo.

Chiunque comprenda nella loro oggettività gli impulsi evolutivi all’opera in Goethe e in Rudolf Steiner non potrà non riconoscere come entrambi incarnino ed anticipino in modo purissimo i futuri stadi evolutivi di ogni individualità umana, e quindi dell’intera umanità, in forma archetipica ed universale. E ciò perché hanno superato ogni elemento di separazione e di contrapposizione che vige tra gli uomini.

Soffermiamoci un istante su questo pensiero, ponendolo in forma di ipotesi. Supponiamo che queste mie affermazioni appena fatte siano vere. Ammettiamo che il puramente umano sia effettivamente venuto a manifestazione in forma esemplare in seno ad un certo popolo, grazie alle peculiarità del suo linguaggio e della sua cultura. Ammettiamo, dunque, per ipotesi che le cose stiano davvero così. Che cosa mai potrebbe allora trattenere un «italiano» o un «giapponese» o un «americano» dal riconoscerne l’oggettività? Ad impedire che il singolo pervenga all’universale non potrà essere altro che l’innato attaccamento alla propria specificità, percepita di particolare eccellenza.

Se un Goethe e un Rudolf Steiner rappresentano davvero in alto grado l’universalmente umano, in tal caso non potrà che essere il mio attaccamento al particolare – il bisogno che io avverto di esaltare l’eccezionalità del mio popolo o della mia lingua – ad impedirmi di riconoscere questo dato oggettivo e di farlo mio. Anziché confessare la mia mentalità nazionalista, sono io a ritorcere questa accusa contro altri e, nel caso di Goethe e di Rudolf Steiner, proprio contro coloro che più di altri hanno superato questa condizione. La sola alternativa possibile a ciò è che questa ipotesi, nel caso di Goethe e di Rudolf Steiner, sia sbagliata e che sia perciò possibile dimostrare che qui non abbiamo a che fare con qualcosa di valido per tutta l’umanità e per ogni singolo individuo.

Il lettore vorrà perdonarmi se a questo punto faccio un cenno al mio personale destino. Per nascita, sangue e lingua, per il popolo in seno al quale sono cresciuto, non ho il benché minimo legame con il cosiddetto «germanesimo». Devo anche confessare che in Germania, accanto alla vivida esperienza della presenza dello spirito di Goethe e di Rudolf Steiner, ho dovuto anche fare ampia esperienza – comprensibile, come ho più volte rilevato – di quella che, proprio per manifestarsi in questo popolo, non può non apparire come la forma più abissale del nazionalismo e del razzismo. Devo aggiungere che, talvolta, ho dovuto fare esperienze di questo genere proprio con persone convinte che Goethe e Rudolf Steiner appartengano a loro per diritto naturale o siano una sorta di loro proprietà privata, perché non comprendono con sufficiente chiarezza come gli impulsi impressi da Goethe e da Rudolf Steiner possano essere unicamente la conquista, ripetuta in ogni istante, di ogni singola individualità umana che esplichi la libertà di spirito.

Ma quali sono le condizioni in cui vivono gli uomini che appartengono per nascita al popolo che ha reso possibile la comparsa di un Goethe o di un Rudolf Steiner? Da un certo punto di vista, le loro condizioni sono da ritenersi più difficili rispetto a quelle degli altri, se si considera che i tedeschi devono vincere, oltre alle altre, anche una potentissima tentazione, alla quale gli altri non sono esposti, ossia la tentazione che vorrebbe indurli a identificarsi sin dall’inizio, nonché a riguardarlo come proprietà e privilegio, con ciò che tutti gli altri esseri umani devono divenire per libera conquista. È evidente come sia facile esporsi ad una simile tentazione: il soggiacervi è tanto umano quanto comprensibile. Eppure il soccombere a tale tentazione è forse, come dicevo, la forma più abissale che il nazionalismo e il razzismo possano assumere. Il XX secolo è profondamente segnato da questa tragica realtà. Mentre presso tutti gli altri popoli l’uomo ha la possibilità di assolutizzare solo taluni aspetti dell’umano, nel popolo di Goethe e di Rudolf Steiner la forma mentis nazionalista o razzista perverte in assoluto l’universalmente umano in ciò che frontalmente gli si oppone.

Perché si accusa Rudolf Steiner di razzismo?

Mentre scrivevo queste pagine ho riflettuto molto se soffermarmi più a lungo sugli scritti che lanciano a Rudolf Steiner l’accusa di razzismo. Più leggevo tali testi, più si rafforzava in me la convinzione che a provocare tali accuse è un fondamentale equivoco – che ho più volte rilevato – il quale fa sì che talune definizioni inerenti la corporeità fisica e le sue caratteristiche vengano interpretate come definizioni concernenti l’essere umano in sé.

Ma c’è ancora ben altro. Chi persegua in partenza l’obiettivo di far passare Rudolf Steiner per razzista deve necessariamente sottacere un’infinità di cose nell’intento di sottrarre al lettore l’acquisizione di quei dati – che nell’opera di Rudolf Steiner sono profusi ovunque a piene mani – che se fossero conosciuti permetterebbero a chi legge di formarsi un quadro del tutto diverso dei contenuti che egli espone. Questa tecnica dell’ignorare e del sottacere è largamente usata dagli avversari di Rudolf Steiner, che ricorrono a questo facile espediente per tenere il lettore sotto tutela. C’è da sperare che il popolo di Goethe e di Schiller – e non solo quello – riesca a sventare manovre di questo genere, tese a condizionare la volontà del lettore.

Ma oltre ad ignorare tutto quel che di «buono» c’è in Rudolf Steiner – basti leggere i pensieri riportati nell’Appendice di questo libro! –, che cos’altro possono fare coloro che mirano a spacciarlo per un «tristo figuro»? Non resta loro altro che estrapolare talune frasi dal contesto, più ampio e stringente, in cui sono inserite per poi interpretarle arbitrariamente a proprio uso e consumo. Ed è precisamente questa la tecnica più usata dagli autori di tali pubblicazioni denigratorie. Invito il lettore a sincerarsene di persona. Per quanto mi riguarda, sarei disposto a soffermarmi sulle obiezioni mosse a Rudolf Steiner soltanto in un caso, e cioè se esistesse la possibilità di un confronto pertinente e obiettivo. Ma un tale confronto è impossibile se si passa sotto silenzio la maggior parte dei contenuti e si distorce totalmente il senso delle citazioni addotte, ignorando scientemente i nessi in cui sono intessute.

Il ricorso ad un paragone potrà forse chiarire meglio il mio pensiero. Se a qualcuno venisse la voglia di dimostrare che Gesù di Nazareth era un razzista bell’e buono, non dovrebbe far altro che applicare il metodo che ho appena descritto. Per non confondere quanti avessero qualche difficoltà a trovare delle frasi ad hoc pronunciate da Gesù, provvedo io a citarne un paio estraendole – per esemplificazione – dal loro contesto. Giudicherà il lettore quali possano esserne le «interpretazioni»:

«... la salvezza viene dai Giudei» (Gv. 4,22 ); «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt. 15,24 ).

E l’elenco potrebbe continuare.

Quando i detrattori di Rudolf Steiner non riescono a trovare nella sua Scienza dello Spirito alcun appiglio che permetta loro di lanciare calunnie contro di lui, si aggrappano alla sua vita privata nel tentativo di sminuire almeno la sua persona. Arrivano così al punto di attribuire a Rudolf Steiner stesso tutti i discutibili comportamenti che possono avere assunto coloro che, in un modo o nell’altro, hanno avuto la possibilità di conoscerlo! Non so se definire questo modo di procedere il colmo del moralismo o dell’ingenuità. Si dà, ad esempio, il caso di due gemelli che sono arrivati addirittura al punto di affermare che Rudolf Steiner sarebbe stato un adepto di Satana, indicando come fonte delle loro informazioni una terza persona che, nel frattempo, ha ammesso pubblicamente la falsità di tale affermazione e che ha anche confessato, a sua volta, di avere attinto tali notizie da una fonte che diffonde vere e proprie falsità nei riguardi di Rudolf Steiner...

Nel caso di Rudolf Steiner, è la sua Scienza dello Spirito a rivestire interesse per l’umanità. La sua vita privata è faccenda sua personale. È certamente legittimo pretendere che la sua vita non sia in contrasto con la visione del mondo di cui testimonia, ma a soddisfare tale esigenza di coerenza è pienamente sufficiente la constatazione della sincera aspirazione che anima quest’uomo verso il conseguimento di questo obiettivo. Lo studio spassionato della vita di Rudolf Steiner permette di constatare come questa esigenza sia pienamente soddisfatta. Ad essere importante per l’umanità non è tanto la personale santità di Rudolf Steiner quanto la verità e la fecondità della sua Scienza dello Spirito, che rappresenta la via di uscita dal tragico vicolo cieco del materialismo. Chi conosce veramente l’opera creata da Rudolf Steiner sa anche, tra l’altro, che l’attività che egli ha svolto non sarebbe stata assolutamente possibile senza un elevato grado di purificazione della persona. Il mondo spirituale non rivela a chiunque i misteri che ha reso accessibili a Rudolf Steiner.

A rendere ancora più difficile un’analisi obiettiva della questione del razzismo è l’estrema emozionalità che l’accompagna. Tutti coloro che, come Rudolf Steiner, sono compenetrati dalla volontà di essere veritieri a tutti i costi, si espongono agli attacchi di quanti stentano a tollerare la verità oggettiva. Per chi attribuisse più importanza alla propria tranquillità che non al bene dell’umanità, la sola alternativa in tale situazione non potrebbe essere che il silenzio.

A tale riguardo sento l’obbligo di rilevare espressamente che i contenuti che in questa sede mi sforzo di comunicare, con particolare riferimento alla questione razziale, si riferiscono alla visione dell’evoluzione dell’umanità come è stata comunicata da Rudolf Steiner. È necessario sottolineare che Rudolf Steiner e la sua Scienza dello Spirito sono da distinguersi nettamente da tutto ciò che altre persone – siano esse antroposofi o meno – ne hanno fatto nel corso del tempo trascorso dopo la sua morte. L’oggetto di questo mio scritto è unicamente Rudolf Steiner e la sua Scienza dello Spirito.

Solo il lettore che sia a conoscenza dei concetti basilari espressi da Rudolf Steiner potrà essere anche in grado di formarsi un giudizio più preciso su coloro che, per un verso, si definiscono antroposofi e, per l’altro, ritengono di dover prendere le distanze da Rudolf Steiner per quanto riguarda la questione razziale. Devo esprimere qui tale rilievo sapendo che non sono poche le persone, specie in Germania, ad avere rinunciato a studiare Rudolf Steiner a causa dell’opinione che si sono formate sugli antroposofi. Considero questo fatto una vera tragedia che non riguarda solo il popolo tedesco ma tutta l’umanità.

Considerazioni analoghe valgono per Goethe. È assai dubbio che il popolo tedesco sia oggi partecipe del suo spirito. Trattare questa figura solo come fenomeno letterario significa rinnegare la coscienza morale del popolo tedesco, al quale sarà lecito rivendicarne la proprietà solo quando sarà in grado di riconoscere in lui una figura che ha attinto le massime vette della moralità. Considerare il Faust solo nella prospettiva della fantasia poetica significa sconfessare il vero spirito goethiano e rimuovere da se stessi l’elemento faustiano solo perché rende scomoda la vita. Il Faust di Goethe è la coscienza morale del popolo tedesco nella stessa misura in cui lo è di ogni spirito umano e di tutta l’umanità contemporanea.

Affermazioni compromettenti?

Sono molte le espressioni di Rudolf Steiner che, estratte dal loro contesto, possono essere travisate radicalmente e interpretate nel senso di un atteggiamento discriminatorio. E il contesto che prima di ogni altro occorre qui considerare è quello della sua stessa Scienza dello Spirito, nella sua interezza. A tale riguardo è di primaria importanza – come ho già rilevato – non confondere le definizioni che Rudolf Steiner formula in riferimento alle caratteristiche delle corporeità fisiche con quelle che concernono l’essere umano in quanto tale.

Dalla morte di Rudolf Steiner fino ad oggi sono accadute molte cose. L’umanità è discesa ancora più profondamente nel materialismo, la vita ha assunto caratteri sempre più cosmopolitici, la convivenza tra uomini incarnati in corporeità diverse è più frequente che non negli anni in cui egli è vissuto. E, proprio perché gli uomini manifestano, in linea generale, una tendenza ancora più marcata ad identificarsi con il proprio corpo fisico, oggi Rudolf Steiner verrebbe a trovarsi nella assoluta impossibilità di comunicare certi contenuti usando le stesse parole di allora perché, se così facesse, o verrebbe frainteso o solleverebbe ondate di indignazione. La verità oggettiva dei contenuti che si esprimono con le parole non è la sola ad avere importanza per la vita. Ancora più importanti per la vita e per la convivenza tra gli uomini sono i modi in cui le parole agiscono e gli effetti che provocano. Importante è chiedersi quando, dove, a chi e come sia lecito dire o non dire qualcosa – per quanto vero e giusto questo qualcosa possa essere oggettivamente. Come dice tanto bene Goethe: «Vero è solo ciò che è fecondo».

Rudolf Steiner stesso ha distinto tre modi fondamentali del parlare: il parlare in bellezza, il parlare in verità o giustezza, il parlare in bontà. Per l’umanità del passato era importante il parlare in bellezza – alla verità e alla bontà del linguaggio provvedevano gli Esseri divini. Per l’umanità moderna – specialmente per le scienze naturali che considerano marginale l’elemento morale – è divenuto più importante il parlare in verità o giustezza. Nel futuro, affinché l’umanità possa trovare la sua rigenerazione spirituale, dovrà assumere la massima importanza il parlare in bontà, il parlare bene che favorisca ciò che è moralmente buono.

Ma quand’è che un enunciato è buono? Lo è solo se buono è il suo intento e buoni ne sono gli effetti! Da sempre è proprio questa la legittima aspirazione perseguita dall’etica situazionale. È una questione di tatto morale – quello che Rudolf Steiner, nella sua Filosofia della libertà, chiama «tecnica morale» – saper vagliare quando e come un’espressione possa conseguire un effetto buono e positivo, capace di promuovere l’evoluzione umana. Poiché l’effetto che le parole suscitano dipende non meno dalla libertà di chi ascolta, è dato a tutti – anche a un Rudolf Steiner – imparare dai propri errori di valutazione, tra i quali rientrano, ad esempio, le generose aspettative riposte in determinate persone che, in seguito, rivelano di non essere in grado di corrispondervi.

Il contesto della comunicazione muta però radicalmente quando dalla lingua parlata, udita soltanto dai diretti ascoltatori, si passi alla parola stampata che potrà poi essere letta in ogni parte del mondo. L’umanità moderna non riserva sufficiente attenzione all’enorme differenza che passa tra il linguaggio parlato, che conserva in sé l’elemento personale, e il testo scritto, dal carattere impersonale, che si sottrae ad ogni controllo. Rudolf Steiner non si stancò di ripetere per tutta la vita quali e quanti problemi fossero connessi con la pubblicazione delle sue conferenze.

Vorrei addurre ad esempio la parola «negro» (in tedesco: Neger). Quando a Rudolf Steiner è occorso di pronunciarla, e ai suoi ascoltatori di udirla, la parola stessa era a quei tempi priva di qualsiasi sfumatura che potesse evocare una qualche forma di disistima o, men che meno, di dispregio. Per noi, oggi, questa parola ha un «suono» diverso. Allora non aveva altro significato che quello di designare un uomo dalla pelle nera. È lo stesso procedimento che segue Albrecht Schöne – per fare un altro parallelo –, nel suo commento al Faust di Goethe, quando informa il lettore sul significato del termine «prolisso» (in tedesco: umständlich) che all’epoca di Goethe significava «particolareggiato», in senso positivo.

Proprio un esempio come quello addotto manifesta il carattere anacronistico di tante accuse scagliate contro Rudolf Steiner, al quale si vorrebbe accollare la responsabilità delle reazioni che le sue parole susciterebbero se le pronunciasse oggi. Ma non le pronuncia oggi! Se una persona formula oggi delle espressioni, porta la responsabilità – sebbene limitata dalla libera ricezione altrui – degli effetti che esse oggi suscitano. Ma rispetto ad un’espressione formulata nel passato la valutazione che è lecito darne va commisurata con gli effetti suscitati allora. Non è lecito essere tanto ingenui o acritici da reagire a quell’espressione come se fosse pronunciata oggi oppure tentando di caricarle addosso la responsabilità delle reazioni che potrebbe eventualmente suscitare se pronunciata oggi.

Ma che cosa vuol dire valutare un’espressione nel suo contesto storico? Vuol dire mettere da parte gli effetti suscitati al momento presente, cioè tutte le possibili reazioni manifestate dai contemporanei – che possono essere le più svariate – e considerarne l’oggettivo contenuto di verità. Poiché è solo il contenuto di verità ad avere una validità che il tempo e le reazioni soggettive degli uomini, spesso contrastanti, non condizionano. Che un’espressione pronunciata una volta da una persona susciti in qualcuno reazioni sdegnate non significa che non sia vera e nemmeno che debba essere sottaciuta.

Il coraggio della verità

Vorrei ora citare alcune delle espressioni di Rudolf Steiner che hanno provocato le critiche più aspre e sottoporle ad un’analisi critica al fine di saggiarne il contenuto di verità e l’obiettività.

Nella risposta che egli diede ad una domanda sulla gravidanza, postagli da un lavoratore che cooperava alla costruzione del Goetheanum, Rudolf Steiner si espresse nel modo seguente:

«Di recente, sono entrato in una libreria di Basilea per dare un’occhiata agli ultimi libri pubblicati. Ho trovato un romanzo sui negri – sapete che ai giorni nostri i negri stanno facendo lentamente il loro ingresso nella civiltà europea! C’è tutto un gran fervore di manifestazioni nelle quali si possono vedere le danze dei negri, i negri che saltellano. Adesso abbiamo il romanzo negro – che è di una noia infinita, noioso oltre ogni dire, eppure la gente lo divora. Io, personalmente, sono convinto che se continueranno a pubblicare romanzi del genere e li daremo a leggere a donne incinte, specie quando si trovano nella prima fase della gravidanza, periodo in cui può darsi il caso – oggi è possibile – che vengano loro certe voglie, ebbene, se daremo loro da leggere questi romanzi negri non ci sarà nemmeno più bisogno che i negri vengano in Europa perché nascano dei mulatti. Basterà la sola lettura interiore dei romanzi negri a far nascere in Europa tanti bambini dalla pelle grigia, dai capelli tipici dei mulatti e che presenteranno anche l’aspetto esteriore dei mulatti!» (Conf. del 30 Dicembre 1922, O.O. 348 ).

Queste parole di Rudolf Steiner contengono, fra l’altro, due affermazioni fondamentali. La prima si riferisce all’influenza che la vita interiore della donna incinta esercita sul fisico del bambino; la seconda si riferisce indirettamente alla necessità della purificazione degli istinti per gli uomini che aspirano alla vera umanità. Sono in molti a considerare entrambe queste affermazioni estremamente «problematiche». La prima si sottrae ad un’analisi scientifica del suo contenuto di verità, non disponendo oggi le scienze tradizionali degli strumenti di ricerca adeguati alla bisogna. La seconda si scontra con l’opinione, oggi in voga, secondo la quale sarebbe l’espressione di un moralismo di vecchia maniera.

È ovvio che ognuno ha il diritto alle proprie convinzioni. Ma è lecito dire che queste espressioni di Rudolf Steiner presentino un contenuto oggettivamente discriminatorio o razzista? Ammettiamo che esista un certo tipo di costituzione fisica che per sua natura manifesti la tendenza ad imporre, più di altri, le proprie leggi allo spirito dell’uomo – all’uomo –: in tal caso, è evidente che non si tratta di una definizione dell’uomo in quanto tale, bensì di una formulazione inerente la sua corporeità. Per un uomo che manifestasse la sua umanità per mezzo di un tale corpo, quella definizione non esprimerebbe altro significato se non quello che egli deve esplicare una forza maggiore di quella di un altro essere umano che abbia esperienza di resistenze molto meno intense da parte della propria fisicità.

In una conferenza, tenuta ad Oxford il 21 agosto 1922 (O.O. 305), Rudolf Steiner dice:

«Se per affermare dei principi si muove dalla vita, si sa bene come sia grande la sua molteplicità, come ogni elemento trovi una somma varietà di manifestazioni. Ecco perché dobbiamo considerare esseri umani anche i negri, pur se in essi la figura umana è realizzata in modo del tutto diverso dal nostro, per esempio».

È comprensibile che oggi siano non poche le persone che reagiscono con grande sdegno al leggere le parole: «... dobbiamo considerare esseri umani anche i negri». A tale riguardo, però, devo rivelare al lettore la sconvolgente esperienza da me vissuta negli anni trascorsi in Sudafrica, quando dovetti constatare come non fossero pochi i bianchi a non essere del tutto certi che i negri fossero esseri umani «in tutto e per tutto» come loro.

Per colui che ha vissuto un’esperienza del genere in seno all’umanità contemporanea è forse anche possibile percepire amore per l’umanità nelle parole pronunciate da Rudolf Steiner in Inghilterra quando, rivolto ai suoi ascoltatori, esclamò: dobbiamo considerare esseri umani anche i negri. Se una frase del genere fosse stata ovvia per tutti i suoi ascoltatori, Rudolf Steiner non avrebbe avuto alcun motivo di pronunciarla.

L’uomo non è solo un «animale superiore»

La Scienza dello Spirito dà modo di affrontare la teoria dell’evoluzione darwiniana, riuscendo ad operare al suo interno una chiara distinzione tra gli elementi legittimi e quelli dogmatici. Le scienze naturali hanno spesso identificato l’evoluzione delle forme corporee con quella dell’uomo in quanto tale. La religione ha voluto confutare la teoria evoluzionista – per la semplice ragione che sostiene anch’essa l’identità dell’evoluzione delle specie corporee e quella dell’uomo!

Per Rudolf Steiner invece l’evoluzione delle forme corporee e l’evoluzione dell’uomo rappresentano due realtà del tutto diverse. L’uomo è un essere spirituale che ha iniziato a stabilire dall’interno un’interazione diretta con la corporeità soltanto a partire dal momento in cui nell’evoluzione la corporeità stessa aveva raggiunto una forma a misura d’uomo.

Tra l’uomo e l’animale non vi sono differenze graduali. La scimmia non è un animale sulla via dell’umanizzazione, ma semplicemente un animale. Entrambi – l’uomo e l’animale – sono entità spirituali, di natura, però, nettamente diversa. L’essere spirituale di una specie animale è di gruppo, opera in conformità alle stesse identiche leggi – cui si dà il nome di istinti – in tutte le singole corporeità in cui si articola la specie. Ad esempio, i comportamenti seguiti da tutti i singoli gatti si riconducono ad una sola «anima di gruppo» – questo è il nome usato da Rudolf Steiner per quella che altrimenti si denomina «specie».

Nell’uomo, oltre ad un’anima di gruppo umana – per mezzo della quale ogni «uomo» è tale per avere un volto umano, la stazione perfettamente eretta, la facoltà di camminare, di parlare e di pensare – vi è anche uno spirito individuale – l’Io – quale entità spirituale che si «specifica» in modo del tutto diverso in ogni singolo essere umano. L’azione della libertà consiste nel prendere gradualmente consapevolezza della propria individualità, nell’acquisizione alla coscienza quotidiana della propria unica specificità, dell’unicità del proprio genere, allo scopo di divenire anche nell’operare sul piano fisico ciò che già si è nella predisposizione spirituale.

L’uomo – cioè lo spirito dell’uomo – non ha nulla a che vedere con la scimmia, cioè con l’anima di gruppo, ovvero la specie, delle scimmie. Solo quando la corporeità, dapprima scimmiesca, ebbe conseguito un ulteriore grado evolutivo, a misura d’uomo, solo allora l’uomo lo spirito dell’uomo si congiunse per la prima volta con quella corporeità che, a seguito di quest’unione, divenne il corpo dell’uomo. Fino a quel momento l’uomo era esistito, sin dal principio della creazione, come essere puramente spirituale che non si era mai unito prima di allora a materia fisica.

Nemmeno l’essere della scimmia si identifica col corpo scimmiesco, perché è un’entità animico-spirituale, un’anima di gruppo, che si edifica dall’esterno, a propria immagine, una corporeità fisica ove poi dimorare. Anche l’anima delle scimmie dovette attendere che la graduale evoluzione dei corpi fisici arrivasse a configurare una forma «a misura di scimmia». E solo in quel momento avvenne la prima congiunzione dell’anima di gruppo delle scimmie con la corporeità confacente.

Filogenesi del corporeo e dello spirituale

Nella prospettiva della reincarnazione trova la sua giusta valutazione non solo la graduale evoluzione del corpo fisico ma anche, e soprattutto, quella dell’anima e dello spirito dell’uomo. La diversità esistente tra il corpo fisico della scimmia e quello dell’uomo riveste minore importanza per la progressiva umanazione di ogni essere umano che non la diversità che intercorre tra lo stadio evolutivo di un uomo ancora del tutto immerso nell’anima di gruppo della sua stirpe o del suo popolo, e quello di un altro il cui spirito abbia creato una dimensione nuova e individuale, che va oltre ogni elemento di gruppo.

Nell’opera di Rudolf Steiner Il Cristianesimo quale fatto mistico leggiamo le frasi seguenti, che possono dare facilmente adito ad equivoci:

«Ci è comprensibile la perfezione se riusciamo a spiegarla per mezzo dell’evoluzione che procede da condizioni imperfette. La struttura corporea della scimmia non ci appare più come un miracolo nel momento in cui ci è lecito supporre che abbia come precursori dei pesci primordiali passati attraverso graduali metamorfosi. Decidiamoci dunque a riconoscere giusto per lo spirito quello che giusto ci appare riguardo alla natura. È possibile che lo spirito perfetto abbia gli stessi presupposti dello spirito imperfetto? È possibile che Goethe provenga da condizioni identiche a quelle di un ottentotto qualunque? Come un pesce non può avere gli stessi presupposti che sono alle origini della scimmia, allo stesso modo lo spirito di Goethe non può derivare da condizioni identiche a quelle dello spirito del selvaggio. La genealogia spirituale dello spirito di Goethe è diversa da quella dello spirito selvaggio. Come il corpo, anche lo spirito si è evoluto. Lo spirito di Goethe ha più antenati dello spirito di un selvaggio. Se si vorrà intendere in questo senso la dottrina della reincarnazione, non la si troverà più antiscientifica». (O.O. 8, cap. I saggi greci preplatonici alla luce della misteriosofia).

Se Rudolf Steiner scrivesse oggi questi pensieri, sarei io il primo ad auspicare che esprimesse certe cose in maniera diversa – e sono convinto che senz’altro lo farebbe –, ma non per questo potrebbe dire qualcosa di diverso, poiché quanto egli esprime a tale proposito corrisponde, oggi come per il passato, a verità oggettiva.

L’asserto fondamentale da cui Rudolf Steiner muove è che nell’uomo lo spirito è più essenziale del corpo fisico. Nel paragone citato egli non raffronta un corpo fisico ad un altro corpo fisico, bensì uno spirito ad un altro spirito. Egli non stabilisce dunque un confronto tra la corporeità di un «ottentotto qualsiasi» e quella, ad esempio, di un «tedesco». Non vi si può rintracciare la benché minima benevolenza nei confronti, diciamo, della «bionda bestia» – vero è proprio il contrario. Rudolf Steiner parla della diversità che sussiste tra lo spirito goethiano e lo spirito selvaggio. In tal senso occorre sottolineare la parola «qualsiasi» che mette in evidenza un’esperienza interiore di sé ancora del tutto immersa nell’anima di gruppo, non ancora individualizzata.

Non vi è obiettivamente nulla nei pensieri di Rudolf Steiner che si possa definire con il termine di «discriminazione». Nemmeno un ottentotto in carne ed ossa che leggesse e comprendesse appieno le righe citate potrebbe sentirsi emarginato, poiché dovrebbe essere consapevole di non essere più, in tal modo, «un ottentotto qualsiasi». Anch’egli dovrebbe confermare la piena verità di quelle frasi, il che non vuol dire che ciò gli riuscirebbe facile.

Ma perché Rudolf Steiner non confronta lo spirito di Goethe con quello di «un tedesco qualsiasi»? Anche questo paragone sarebbe giusto, ma un po’ meno «vero» dell’altro, poiché coloro che all’epoca di Rudolf Steiner erano «tedeschi» per lingua e per cultura, erano depositari di una disposizione alla pura umanità in misura maggiore rispetto a quella di un «ottentotto qualsiasi» di quel tempo. Ciò non significa affatto che ogni «tedesco» abbia esplicato più dell’altro la potenzialità conferitagli dalla sua natura e cultura.

Distinguere tra responsabilità umana e divina

La distinzione tra l’uomo in quanto tale e le specie di corporeità che egli via via assume manifesta tutta quanta la sua necessità ed importanza ove si tratti di distinguere le corporeità estinte, o in via di estinzione, da quelle che sono di volta in volta portatrici del grado evolutivo «attuale» per tutti gli uomini. Quando si dice che una determinata corporeità consente meglio di un’altra l’acquisizione dell’elemento attuale, cioè l’assoluzione del compito evolutivo assegnato ad una data epoca, non si vuol dire che gli uomini portatori di una corporeità diversa abbiano minori possibilità di vivere da contemporanei. Si potrebbe anzi affermare che coloro che fanno proprio l’elemento attuale «dall’esterno», per così dire, devono mobilitare in maggior misura le forze della libertà e dell’individualità rispetto a coloro che, per quanto riguarda lo strumento del corpo, sono «partecipi» dell’elemento attuale già in partenza.

Le espressioni usate da Rudolf Steiner riguardo, ad esempio, alla corporeità «in via di estinzione» degli indiani d’America sono da intendersi in questo preciso significato. Ha sempre suscitato scandalo che Rudolf Steiner abbia inserito nella scala evolutiva da lui configurata la corporeità degli indiani d’America nella stessa linea assegnata ai mammiferi superiori e alle scimmie. Tali critiche omettono, però, di considerare che in quella stessa scala evolutiva Rudolf Steiner colloca, subito dopo, la corporeità dei cosiddetti ariani. Mammiferi, scimmie, indiani, ariani, sono tutte denominazioni intese a definire le varie specie di corporeità che dopo essere state portatrici dell’evoluzione si estinguono per cedere il passo alle successive. Non si tratta mai, in nessun caso, di «uomini». A procedere a questa identificazione è il materialismo moderno, non Rudolf Steiner. Progredendo nell’evoluzione ogni essere umano attraversa tutte le corporeità umane. Mentre a tutte le altre corporeità egli opera dall’esterno, quella umana è la sola che elabora e abita dall’interno.

Quando una determinata corporeità non è più adeguata all’evoluzione generale e a quella dell’umanità, Esseri spirituali molto più progrediti degli uomini – e che dell’umanità guidano l’evoluzione – la conducono prima o poi all’estinzione, nonostante siano necessari anche gli impulsi ritardanti. È proprio questo il significato della frase seguente, la cui oggettività sono in molti a non saper comprendere:

«Non certo perché così hanno voluto gli europei si è estinta la popolazione indiana, ma perché le era necessario acquisire le forze che dovevano condurla all’estinzione». (Conf. del 10 giugno 1910, O.O. 121).

Questa frase non ha nulla a che fare con una giustificazione del genocidio. Se si ritiene invece che quello sia il suo significato, bisogna ricercarne le cause nel turbamento che l’indignazione suscita, e che offusca l’obiettività del giudizio. Ciò accade ove si reputi – magari senza esserne consapevoli – che sia l’uomo stesso la causa prima e il solo arbitro dell’evoluzione umana. Che un popolo si rivolga con pregiudizio o con egoismo verso un altro non significa ancora che all’origine di un tale sfruttamento vi sia esclusivamente quella causa. È evidente altresì che resta una concausa, e la libertà umana consiste nel prendere sul serio la propria responsabilità.

È però una forma di presunzione profondamente discriminatoria quella di considerarsi l’unica causa in assoluto dell’evoluzione e di volersene assumere in toto la responsabilità. Una corporeità fisica destinata ad estinguersi per decreto di Esseri divini che reggono le sorti dell’umanità non va incontro all’estinzione perché a volerlo sono gli europei – pensare questo sarebbe il colmo della discriminazione presuntuosa e del razzismo! Le guide spirituali dell’umanità possono servirsi anche dello smisurato egoismo dell’uomo bianco per far progredire l’umanità secondo le loro intenzioni, ma non potrebbero giammai cedere all’uomo bianco la propulsione originaria della storia, né far di lui la sua causa prima.

Occorre rilevare qui con grande energia che questi concetti non si possono applicare che agli eventi già accaduti. Se li si riferisse anche al futuro acquisirebbero quel fatale significato che solleva giustamente un forte sdegno. Gli eventi già accaduti si possono comprendere nella loro natura più profonda solo se li si considera nella loro necessità storica. Agli eventi non ancora manifestatisi si applica il contrario: l’uomo non sa ancora cosa si rivelerà «necessario», e perciò deve attribuire il massimo valore alla responsabilità della sua libertà. Qui è importante la motivazione che sta all’origine dell’agire: l’egoismo o l’amore. L’egoismo è il male morale, e non v’è necessità evolutiva che possa trarre qualcosa di positivo dalle azioni dell’egoismo trasformandole allo stesso tempo in un bene morale in grado di sollevare chi le compie dalle sue responsabilità. E l’amore è e resta moralmente buono, quale che sia l’esito che le guide spirituali potranno conseguire a beneficio di tutta l’umanità.

Sono dunque due – non uno solo! – gli scogli da doppiare qui con cautela. Contro il primo scoglio si andrà necessariamente ad infrangere chi vorrà sollevare l’uomo da ogni responsabilità ritenendo che non esistano né una verità oggettiva né, di conseguenza, il bene oggettivo e il male oggettivo. Contro il secondo scoglio andranno a naufragare coloro i quali considerano l’uomo direttamente – cioè moralmente – responsabile di ogni conseguenza che le sue azioni possono causare sul mondo. Si dovrebbe dire in tal caso che, ove la prossima razza non portasse all’estinzione della vecchia razza bianca, questa sarebbe debitrice della sua perenne sopravvivenza esclusivamente alla libertà degli uomini del futuro. È proprio questo l’atteggiamento che ho prima caratterizzato definendolo il colmo della presunzione e della discriminazione.

La verità vi farà liberi

La problematica inerente la verità e la sua ricerca ha subito nell’umanità moderna un processo di crescente rimozione provocato dalla preoccupazione tesa ad evitare ad ogni costo e in ogni modo qualsiasi possibilità di provocare umiliazioni ed offese – il che significa, per altro verso, che l’emotività è assurta ad un ruolo più forte ed importante di quello del sincero anelito rivolto a ricercare e trovare la verità.

Ma proprio questi nessi ci rivelano ancora una volta la povertà spirituale in cui versa l’umanità moderna a seguito del materialismo. Si pensa di poter vivere bene senza la verità, quando non si arriva persino a convincersi che la verità oggettiva non esista. Non ci si rende conto, così, che non vi è alcuna possibilità per l’uomo di essere felice senza l’anelito alla verità, che questo anelito è inscindibile dall’aspirazione alla vera conoscenza di sé e che nella vera conoscenza di sé è a sua volta compresa la conoscenza della verità oggettiva concernente il proprio corpo fisico, quale componente importante del karma individuale e della volontà complessiva del proprio Io superiore riguardo all’attuale esistenza sulla Terra.

Uno dei motivi per cui io ravviso nella Scienza dello Spirito un vero superamento del razzismo è la persuasione, che scaturisce dai lunghi anni trascorsi insieme a genti di tutte le razze, che gli uomini ricerchino nella loro più profonda interiorità l’oggettiva verità sul loro corpo fisico. Il motivo che ci induce erroneamente a paragonare le varie razze tra di loro e a ricavarne reciproche valutazioni di merito o di demerito risiede nella nostra effettiva non conoscenza dell’essenza oggettiva, vera, della nostra corporeità. Non potremmo mai amare un altro essere umano se gli mentissimo sulla sua corporeità, poiché il suo vero essere è alla ricerca di questa verità, qualunque essa sia.

Uno dei problemi più rilevanti che la conoscenza di sé pone si può esprimere nell’interrogativo seguente: quali sono i motivi che inducono il vero Io di un uomo a scegliersi un determinato corpo per una determinata incarnazione, un corpo che ostacoli o favorisca, in misura maggiore o minore, la realizzazione del compito particolare di quell’epoca o della propria missione individuale in quella vita?

La risposta, spesso frettolosa e prefabbricata, che a questo interrogativo dà colui che ha superficiali conoscenze della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner è quella che intende spiegare ogni cosa con il passato: oggi sei così perché in passato hai compiuto questa o quell’azione.

Il vero Io si sceglie la sua futura corporeità certamente in armonia con tutto il suo passato ma, soprattutto, in vista dei progressi positivi futuri che intende compiere grazie ad essa. Ciò significa che il vero essere di ogni uomo sceglie e ama liberamente il proprio corpo in vista del bene futuro che il confronto e l’interazione con la sua corporeità gli permetteranno di conseguire.

Il vero Io di ogni essere umano ama il proprio corpo sia nel caso che gli procuri difficoltà sia in quello che gli sia di sostegno, poiché nella vita sono necessari entrambi: il facile e il difficile. Ed è proprio la difficoltà ad offrire maggiori possibilità di progredire nell’evoluzione perché richiede un maggior impegno nella lotta. Quali sarebbero altrimenti i motivi che inducono tante individualità a cercarsi dei corpi cronicamente deboli e malaticci, a prescindere dalla razza o dal popolo ? Attribuirne la ragione al caso o alla cieca «ereditarietà» vorrebbe dire considerare cieco e insensato questo fatto. Se, invece, la attribuiamo alla scelta libera e consenziente dell’Io prima ancora di nascere, ne risulterà tutta la positività del compito che ci si è autonomamente assunti.

A chi affermasse che questo non è che un pio desiderio, rispondo che il parlare di caso o di ereditarietà è parimenti un pio desiderio; è, insomma, un’altra interpretazione dei fatti. La differenza tra le due interpretazioni risiede piuttosto nella capacità che la prima ha di mettere le ali all’uomo, di risvegliarne le forze migliori, mentre la seconda è atta a paralizzare tutte le sue forze, a indurlo alla rassegnazione.

Solo in questo contesto, che nella Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner è d’importanza fondamentale, sono da intendersi tutte le affermazioni che egli fa riguardo a talune caratteristiche delle varie costituzioni fisiche umane. In questa sede non è possibile, e nemmeno necessario, esaminare tutte le comunicazioni che Rudolf Steiner ha espresso al riguardo. Sarà sufficiente considerarle di volta in volta nella loro oggettività e allora ne risulterà evidente la verità o la falsità. Ma in nessun caso il loro significato è da intendersi nel senso di una discriminazione di un qualsiasi essere umano in quanto tale. Come già rilevato, la descrizione che Rudolf Steiner fa di talune caratteristiche oggettive di un certo tipo di corporeità fisica non si riferiscono affatto all’essere umano in quanto tale. Anche le caratteristiche di popolo sono da intendersi riferite al singolo uomo soltanto quando egli porti in sé l’elemento di gruppo – le qualità spirituali dello spirito di popolo – in misura assolutamente predominante. In quanto individualità unica e irripetibile, il singolo va oltre le caratteristiche di gruppo del popolo.

Amare il proprio corpo

È dunque lecito presumere che l’anelito più profondo – ma spesso rimosso – che tutti gli uomini avvertono, quale che sia la razza cui il loro corpo fisico appartenga, è quello proteso verso il vero amore per la propria corporeità. Perché solo questo profondo amore è in grado di vivere ed accogliere la positività del corpo – quale che sia la razza di appartenenza – nello stesso modo in cui lo vive e lo accoglie il loro vero Io.

Il materialista moderno potrebbe sostenere che l’essenza del materialismo è proprio l’amore per la materia e, quindi, per il corpo fisico. Ma questa è una nefasta illusione, perché la vera essenza del materialismo consiste, invece, nel disprezzo della materia e del corpo. Se non si vive e non si tratta il corpo come strumento dello spirito, lo si degrada a qualcosa di fine a se stesso. Vivere nell’ebbrezza della voluttà dei sensi o nella brama di potenza terrena conduce alla degradazione del corpo. Chi invece lo vive come strumento prezioso e indispensabile a tutte le conquiste dell’anima e dello spirito nutrirà per il corpo fisico il massimo rispetto, e ne avrà cura con l’animo ricolmo di venerazione.

Le ragioni che inducono un Io umano ad amare e a scegliersi una corporeità particolarmente difficile sono del tutto individuali. Non v’è teoria generale che possa sondare questo mistero. Necessaria sarebbe, in ogni singolo caso, la percezione a livello spirituale della realtà. Normalmente non ci è concessa perché significherebbe un’ingerenza nella libertà altrui. In taluni casi è senz’altro possibile che nel passato siano state commesse delle omissioni che spiegano le difficoltà del presente come un desiderio particolarmente intenso di porvi rimedio. Ma chi di noi può dire di non avere mai omesso nulla? Chi di noi può dire di non essere corresponsabile delle omissioni altrui?

Può anche darsi che l’Io di un uomo si scelga una corporeità difficile perché è certo di avere le forze necessarie a sopportare oneri che altri meno progrediti non sarebbero capaci di sostenere. Comunque sia, la volontà di incarnarsi si identifica in ogni essere umano, qualunque sia il grado di evoluzione raggiunto, con la volontà positiva di proseguire l’evoluzione. Ad essere importante non è mai il tipo di costituzione che l’uomo ha, importante è che cosa egli ne farà o, per meglio dire, che cosa il suo essere animico-spirituale stesso diverrà, grazie al suo corpo.

Il grado evolutivo che un uomo ha raggiunto è meno importante rispetto al cammino futuro che egli conseguirà, e anche meno importante del fatto che tutti gli altri concorrono con tutte le loro forze al fine che egli compia tale cammino. La volontà del vero Io di ogni essere umano non è rivolta fissamente al passato, bensì è orientata sempre, dinamicamente, al futuro.

Rudolf Steiner disse una volta a Londra che l’Essere dell’Amore, che il Cristianesimo chiama con il nome di «Cristo», ha già operato con tale forza nell’umanità in generale, e in alcune individualità in particolare, da far sì che vi siano già ora degli uomini – e il loro numero verrà aumentando sempre di più – che poco prima di incarnarsi, quando si presenta la visione dell’imminente incarnazione, prendono la decisione di donare il corpo fisico preparato per sé a quell’essere umano che dalla loro evoluzione è stato maggiormente svantaggiato e di assumere, a loro volta, la sua corporeità.

Come l’Essere dell’Amore ha rinunciato all’eccellenza della sua luminosa corporeità solare per trarre il suo corpo dalla Terra – che è la nostra corporeità collettiva, tanto onerata –, così l’amore umano di ogni Io superiore consiste nella decisione volitiva che si propone come fine la catarsi e la metamorfosi di tutta la corporeità affinché possa trasformarsi nel puro corpo di resurrezione di tutti gli spiriti umani.

Il criterio morale che possiamo applicare per distinguere il rapporto positivo da quello negativo rispetto ad ogni corporeità può essere espresso in questi termini: buono è ogni rapporto con il corpo che lo ponga al servizio dello spirito dell’uomo, cattivo è ogni rapporto con il corpo che conduca lo spirito dell’uomo a sperimentare sempre di più la propria impotenza rispetto ad esso. Se lo spirito si indebolisce e il corpo peggiora al punto da rendere l’uomo schiavo delle determinazioni della natura, si arriva a praticare il razzismo più abissale.

Parlando del materialismo, Rudolf Steiner ne delinea tre fenomeni fondamentali: la meccanizzazione dello spirito, la vegetalizzazione dell’anima, l’animalizzazione del corpo. Questi tre fenomeni si condizionano a vicenda. La missione che l’uomo ha da compiere nell’ambito dell’evoluzione degli animali consiste nell’«umanizzare» sempre di più il corpo che da essi ha ricevuto. Ove egli invece lo «animalizzasse» imprigionando il suo spirito nei meccanismi dell’istinto corporeo, metterebbe in pratica la peggiore specie di razzismo verso gli animali. Riuscirà l’incubo della «mucca pazza» a fargli apprendere ciò? Riuscirà l’uomo a capire che il gesto con il quale contraccambiare il servizio ricevuto dagli animali consiste nel sentirsi responsabile verso di essi, nel servirli e non nel servirsene con spietato egoismo?

Questo atteggiamento interiore che si esprime nella volontà di porsi al servizio altrui è descritto da Rudolf Steiner come quello che il Cristo manifesta nella lavanda dei piedi. Colui che è veramente più progredito nell’evoluzione – come l’Essere dell’Amore rispetto a noi tutti – comprende che il «restare indietro» di altri esseri è anche un sacrificio d’amore da essi compiuto al fine di offrirgli, proprio con la loro rinuncia, certe opportunità evolutive. Il solo atteggiamento giusto rispetto al sacrificio offerto da chi è rimasto indietro è quello della gratitudine – la gratitudine che scaturisce dalla coscienza della responsabilità morale e si traduce nella volontà di restituire in dono tutto ciò che si è ricevuto.

Colpa e gratitudine

Una delle esperienze più frequenti che gli uomini fanno nei rapporti con genti di altre razze è quella legata al senso di superiorità o di inferiorità. Molto frequente è però anche, specie in persone particolarmente sensibili, la percezione legata ad un profondo senso di colpa e di vergogna. Ad una prima analisi, quest’ultimo tipo di sentimenti appare essere una forma di reazione ai primi: ci si sente colpevoli, o si prova vergogna, perché ci si sorprende a pensare di essere migliori o peggiori di altri per la sola ragione di avere una determinata corporeità. La nostra coscienza più profonda ci dice però, al tempo stesso, che il vero valore di ogni essere umano non risiede – come già rilevato – in ciò che egli è per natura, bensì in ciò che egli diviene esercitando la libertà individuale.

Ma i sensi di colpa e il disagio interiore vogliono rivelarci dell’altro: ci sollecitano a renderci consapevoli che siamo tutti – nel profondo e ben realmente – debitori gli uni verso gli altri. La diversità dell’altro non è cosa che riguardi solo lui, concerne anche me. Solo nell’illusione del mondo materiale, e nella sua assolutizzazione, siamo due esseri separati. Nel sovrasensibile, nella realtà del karma, abbiamo cooperato nel corso di migliaia di anni: l’altro alla mia entità, io alla sua. Le opportunità evolutive di cui ho potuto godere mi sono state donate da lui nel momento in cui ha rinunciato a rivendicarle per sé.

Nessuno di noi può avvalersi contemporaneamente di ogni cosa. È una realtà, questa, che non vale solo per me nei confronti dell’altro, ma anche per l’altro nei miei confronti. Anche l’altro ha attinto, non meno di me, alla pienezza dell’umanità quanto gli ha recato giovamento, e io ero presente, gioioso di fargliene dono con la mia rinuncia. Un esempio: quella ventina di bambini che hanno a disposizione la miglior maestra del mondo godono di un vantaggio al quale tutti gli altri hanno dovuto oggettivamente rinunciare.

Solo con il portare a coscienza le leggi del karma possono sorgere tali pensieri. Essi spiegano il modo in cui la Scienza dello Spirito consente di superare veramente il razzismo. Anche in questo contesto appare evidente, ancora una volta, come la vera soluzione non risieda nel negare o nell’ignorare le oggettive diversità che caratterizzano i corpi fisici, bensì nella comprensione della positività del loro significato evolutivo.

La legge universale del karma si esprime nelle parole: ama il prossimo tuo, egli è te. Da questo atteggiamento interiore scaturisce dall’incontro tra due esseri umani un profondo sentimento di reciproca gratitudine per i doni infiniti vicendevolmente scambiati. Ogni uomo si sente pervaso da una profonda responsabilità morale rispetto al futuro quando è animato dall’anelito proteso a ricambiare tutti i doni ricevuti. Perché il migliore atteggiamento rispetto al debito karmico non è il senso di colpa – come se non volessimo riconoscere la bontà di coloro che ci hanno ricolmati di doni –, ma la gratitudine nei confronti dell’amore universale!

Coltivando in ogni incontro che viviamo questi due sentimenti – gratitudine per il passato e responsabilità per il futuro –, essi si fonderanno nella forza dell’amore. Solo nella consapevolezza del karma comune potremo portare incontro all’altro l’amore più profondo con il quale supereremo sia il senso di superiorità sia quello di inferiorità, ma anche ogni negativo senso di colpa o di vergogna.

Amore per il corpo della Terra più che per il proprio sangue

Secondo Rudolf Steiner, l’intensificazione delle forze dell’amore farà sì che in futuro gli uomini non considereranno estranea la corporeità altrui. Tutti impareranno ad assumersi una responsabilità compenetrata d’amore per il corpo fisico globale della Terra che costituisce il fondamento della corporeità umana. L’amore per la Terra, nell’imitazione dell’Essere pieno di amore, assumerà per l’uomo un’importanza maggiore rispetto a quello che l’uomo stesso nutrirà per il proprio fisico. L’umanità, in quanto corpo mistico dell’Essere dell’Amore, sarà vissuta nella responsabilità verso il corpo fisico della Terra quale corpo dell’umanità intera nella sua unità.

Anche a tale proposito Rudolf Steiner è in grado di comunicare qualcosa che tocca i più profondi misteri del Cristianesimo e di ogni vera religione. Egli spiega come sia ormai già tramontato il tempo in cui l’uomo ravvisava nella corrente di sangue ed ereditaria – come accadeva all’epoca dei Greci e dei Romani – il fattore più importante dell’incarnazione.

La scienza moderna si inganna quando individua nella corrente ereditaria in quanto tale – i caratteri somatici dei genitori – il fattore causale principale, se non esclusivo, che è all’origine del neonato. In realtà, nulla viene trasmesso in eredità dalla materia. Nell’ovulo fecondato la materia è ricondotta allo stato caotico, ossia destituita di tutte le forze formatrici provenienti dai genitori. Ad esse subentrano le forze formatrici dell’essere umano che si sta incarnando, e sono queste a conferire la forma alla sua corporeità. Nemmeno la somiglianza fisica è da attribuirsi ad una causalità orizzontale, essa è piuttosto la conseguenza del fatto che l’Io che si sta incarnando reca in sé – grazie al lungo rapporto karmico che lo lega ai suoi futuri genitori – molte qualità spirituali, molte forze formatrici, simili a quelle dei genitori e che, perciò, giungono ad effetto imprimendo alla materia una configurazione somigliante.

È apparentemente facile dare una risposta all’interrogativo che ricerca quali siano le cause che determinano nel bambino la comparsa di numerose caratteristiche simili a quelle dei genitori. A tale riguardo ci si limita a constatare l’esistenza della parentela. Ma ciò non spiega né come né perché tale parentela si sia stabilita. Per quanto riguarda l’esistente è sufficiente prenderne atto e descriverlo, il nascente, invece, richiede che se ne spieghino le cause. Se consideriamo come un dato di fatto che il tale bambino abbia tali genitori, la somiglianza non ne sarà che l’altrettanto ovvia conseguenza. Molto più difficile è rispondere alla domanda che ricerchi il perché quel tale bambino abbia ricevuto proprio quei genitori e non altri. Spesso la scienza contemporanea non è nemmeno in grado di stabilire se questo interrogativo sia da considerarsi ammissibile dal punto di vista scientifico. Perché? Perché non sa assolutamente che cosa rispondere.

Nella prospettiva della reincarnazione l’uomo che si sta incarnando dice a se stesso: l’umanità nel suo complesso potrà pervenire a edificare corpi umani migliori solo nella misura in cui la corporeità complessiva della Terra glielo consentirà, poiché è dalle forze formatrici e dalle sostanze terrestri che l’umanità deve necessariamente costruire il suo corpo. Sarebbe un’illusione egoistica desiderare di ottenere privilegi speciali per la propria corporeità senza promuovere l’evoluzione positiva di tutta la Terra. Per questa ragione lo spirito in procinto di incarnarsi, più che alla particolare corrente ereditaria umana che farà propria, andrà attribuendo sempre più importanza al rapporto che instaurerà con le forze della Terra in generale.

Rudolf Steiner afferma:

«...dal quindicesimo secolo in poi, le anime non si orientano più secondo le caratteristiche razziali, ma di nuovo secondo le condizioni geografiche, il clima, il fatto che laggiù sulla Terra si sia in pianura oppure in montagna. Dal quindicesimo secolo in poi, le anime si interessano sempre meno all’aspetto determinato dai caratteri razziali e sempre di più si orientano in base alle condizioni geografiche. L’umanità diffusa oggi su tutta la Terra vive, perciò, una sorta di dicotomia tra l’elemento razziale ereditato e l’anima che scende dal mondo spirituale. E se gli uomini di oggi potessero davvero elevare a coscienza il subconscio, sarebbero ben pochi – mi sia consentita l’espressione colorita – a sentirsi a loro agio nella propria pelle. La maggior parte degli uomini direbbe oggi: ma io sono sceso sulla Terra per vivere in pianura, nel verde, oppure in regioni situate oltre il limite della vegetazione, per vivere in questo o quel clima e, in fondo, non è poi tanto importante per me avere un volto dai tratti latini o germanici». (Conf. del 13 aprile 1919, O.O. 190)

Per lo spirito umano che vuole incarnarsi la Terra non è morta. Essa è per lui, nel significato più reale, il corpo dell’Essere dell’Amore. Questo corpo è tenuto in vita da infinite schiere di spiriti della natura e ad animare la Terra sono moltitudini di esseri diversi al servizio delle gerarchie angeliche superiori.

L’anelito più profondo che anima l’uomo che scende oggi nell’incarnazione è tutto rivolto al superamento dell’imperante materialismo. La volontà che lo anima è protesa a sperimentare la Terra non solo nella sua materialità ma anche come luogo cosmico in cui si incontrano tutte le entità della sapienza e dell’amore. Questo superamento del materialismo, fondato sull’amore per la Terra e per l’umanità, implica al tempo stesso anche il superamento del razzismo in ogni sua forma. Tutti gli uomini diverranno gradualmente di un solo corpo compiendo la metamorfosi del corpo terreno della separazione nel corpo solare dell’amore, che vedrà tutti gli esseri umani riuniti in un unico organismo spirituale.

In futuro vi saranno solo due razze morali

Rudolf Steiner parla ripetutamente di un tempo futuro in cui esisteranno solo due razze che non saranno fisiche, ma morali, poiché sarà la moralità – l’elemento animico-spirituale – ad acquisire sempre di più un’importanza determinante, mentre andrà perdendola l’elemento fisico-corporeo che svolse il ruolo-guida nella prima metà dell’evoluzione terrestre, allo scopo di preparare le basi e le condizioni di natura necessarie all’elemento morale.

Anche il pensiero di una separazione all’interno dell’evoluzione umana è avvertito da molti come una discriminazione insopportabile. A tale riguardo occorre dire che significherebbe distruggere la libertà se gli uomini dovessero arrivare tutti alla fine con lo stesso grado di perfezione o di «bontà», e che il bene, in tal caso, non sarebbe morale ma anch’esso un fatto inerente la necessità naturale.

Che cosa distingue dunque i buoni dai cattivi? Soprattutto il rapporto con la corporeità, sia dell’uomo che della Terra e della natura – con i suoi regni animale, vegetale e minerale.

Il rapporto con il corpo è «cattivo» per l’uomo, se lui, in quanto potenziale spirito libero, abdica alla sua libertà per ricadere nelle leggi che regolano la necessità naturale. Il male consiste proprio nell’accento riposto sulla corporeità che mette in primo piano ciò che separa e contrappone gli uomini. Buono è invece il rapporto con la corporeità della Terra nella misura in cui assume nella libertà dello spirito l’elemento naturale nella sua totalità. Perché buono è lo spirito che ha la facoltà di riunire tutti gli uomini nella missione evolutiva della libertà e dell’amore, che è quella della resurrezione della carne e della creazione di una nuova Terra.

Appendice

Le pagine seguenti, tratte dalla conferenza La comunione spirituale dell’umanità per opera dell’impulso del Cristo tenuta da Rudolf Steiner a Berna il 9 gennaio 1916, fanno parte del volume n° 165 dell’Opera Omnia.

«Nel corso regolare dell’evoluzione dell’umanità, questa era la tendenza evolutiva regolare. Lucifero[1] e Arimane[2] vi si opposero imprimendo alle tendenze evolutive un impulso tale da provocarne la dilazione. Mentre in realtà l’evoluzione era stata predisposta in modo da produrre sostanzialmente, nella quinta epoca atlantica, la manifestazione di una sola forma umana destinata anch’essa ad evolversi gradualmente verso una forma umana diversa, Lucifero e Arimane agirono in modo da conservare quella che era stata la forma del quinto periodo atlantico in parallelo anziché in successione, come era stato predisposto in origine. Fu così che l’evoluzione, in luogo di seguire il corso che ho descritto, subì l’impulso che portò la Terra a popolarsi, e ad essere ancor oggi popolata, di razze fisicamente diversificate. (...) Vediamo, dunque, che gli Io degli uomini – le vere individualità – sarebbero dovuti passare, nel corso delle epoche successive, attraverso varie forme. I nostri Io avrebbero assunto nel quinto periodo atlantico una determinata forma, nel sesto un’altra, nel settimo un’altra ancora, nel primo periodo postatlantico una forma ancora diversa ecc., portando via via a compimento i vari tipi umani, le conformazioni umane, nella loro successione. In realtà, secondo la disposizione prefigurata, gli uomini avrebbero portato in questo modo a pieno compimento il discepolato dell’individualità umana, il necessario passaggio attraverso varie configurazioni eteriche che avrebbero poi esplicato la loro azione differenziatrice sulla conformazione fisica. Tutto questo sarebbe stato compiuto. Sulla Terra si sarebbe dovuto manifestare in realtà un tipo umano – questo era stato disposto – quale risultato di sette periodi evolutivi successivi, ognuno dei quali avrebbe recato il suo contributo alla perfezione. E già il quinto periodo postatlantico sarebbe stato tale da potere albergare su tutta la Terra un tipo umano armonioso.

Lucifero e Arimane ne hanno impedito l’attuazione. Ai Greci non rimase altra possibilità che quella di avere una visione sognante di un tipo ideale extraumano, al quale poi tentarono in vario modo di conferire una forma – l’apollinea, la gioviale, l’atenea ecc. Poiché questo tipo umano ideale non esisteva nella realtà, i Greci non riuscirono a comprenderlo appieno. Ma se si ha una sensibilità per la scultura greca, si può sentire come la grecità percepisse a livello onirico l’unitarietà, la perfezione, la bellezza del tipo umano che sarebbe dovuto nascere. Sono stati Lucifero e Arimane ad impedire che il corso dell’evoluzione si svolgesse in questo modo. Agendo sempre in maniera da conservare le forme razziali precedenti, hanno inciso sul corso evolutivo trasformandolo da progredente in successione in progredente in parallelo.

Nel quarto periodo postatlantico (il periodo greco-latino) l’evoluzione umana si trovò così a doversi confrontare con la realtà risultante – a seguito dell’influenza esercitata da Lucifero e Arimane – dal mancato conseguimento dell’obiettivo prestabilito per la Terra, riguardo alle forme esteriori, dagli dei che in questa Terra stessa infondono gli impulsi propulsori. Gli Spiriti della Gerarchia della Forma avevano inteso far sorgere, dal collaborare di tutte le Gerarchie della Forma, il tipo umano fisico veramente perfetto. I Greci non poterono far altro che sognarlo. Riuscirono ad esplicarne la vita solo nell’arte. (...)

Ma a seguito dell’influenza luciferico-arimanica l’umanità era anche giunta, per così dire, ad una crisi. L’azione esercitata in passato da Lucifero e Arimane non si era infatti limitata a far sì che le razze sorgessero in parallelo anziché in successione, ma aveva anche indotto, al tempo stesso, un attutimento delle forze che gli Spiriti della Forma avevano infuso in origine nell’evoluzione dell’umanità della Terra. Fu quell’impulso a fecondare la fantasia greca in modo da renderla come l’ho descritta in precedenza. Di più gli Spiriti della Forma non poterono fare. Essi vennero a trovarsi, per così dire, nella necessità di dirsi: è possibile che il genere umano debba continuare a evolversi sulla Terra senza che gli uomini abbiano mai più la possibilità di riunirsi? Perché questo sarebbe stato inevitabilmente l’esito. Se a partire dal quarto periodo postatlantico (periodo greco-romano), l’evoluzione terrestre avesse proseguito il suo corso senza che si fossero verificati altri interventi, l’azione esercitata dalle forze luciferico-arimaniche avrebbe provocato la disgregazione dell’umanità della Terra in sette gruppi non meno diversi gli uni dagli altri delle singole specie animali. Come le specie animali non si comprendono a vicenda ma si considerano esseri diversi, verso la fine del quarto periodo postatlantico (periodo greco-latino) e dal quinto periodo (quello in cui viviamo) in poi, si sarebbe dovuta necessariamente sviluppare sempre di più la concezione – al presente noi saremmo stati ancora all’interno di questo sviluppo, uno sviluppo che non avrebbe ancora raggiunto la massima perfezione, che nel nostro caso significa in realtà la massima imperfezione, ma che con il tempo si sarebbe inevitabilmente verificato – secondo la quale si sarebbero sviluppate gradualmente sulla Terra sette specie umane che si sarebbero considerate esseri totalmente differenti. Il nome di «uomo» non si sarebbe rivelato quello giusto per gli uomini di tutta la Terra. Vi sarebbero state sette denominazioni diverse per altrettante specie, e non una denominazione unitaria.

Fu allora, proprio nel periodo greco-latino, che nel cosmo si ravvisò necessaria l’adozione di un provvedimento, per così dire, che scongiurasse il verificarsi della minacciosa eventualità di un corso evolutivo al termine del quale potesse davvero arrivare il momento in cui la Terra, giunta al suo traguardo, fosse popolata da sette specie di esseri dal nome diverso – come diverso è il nome delle varie specie animali – le quali specie, compenetrate della loro diversità, si considerassero reciprocamente estranee e, tutt’al più, riproducessero in qualche modo talune forme greche, quali la gioviale e l’apollinea, forme che sarebbero state considerate profondamente dissimili, come qualcosa che non avrebbe mai potuto avere posto sulla Terra. Contro questa evoluzione era necessario intervenire con un provvedimento. Ma l’evoluzione fisica era già andata troppo avanti al punto da non potere essere più modificata. Si rese allora necessario un intervento sul corpo eterico[3] dell’uomo. Occorreva imprimervi un impulso che si opponesse alla frantumazione dell’umanità terrestre in sette specie. E questo impulso, che sul piano cosmico aveva la missione di contrapporsi alla frantumazione dell’umanità della Terra, questo impulso determinato a rendere possibile che il nome dell’uomo mantenesse un reale significato su tutta la Terra – un significato che esso continuerà di certo ad assumere sempre più – questo impulso – e qui arriviamo a contemplare questo fatto in una nuova prospettiva – è il Mistero del Golgota. Il primo esperimento, per così dire, tentato riguardo all’umanità della Terra in epoca antecedente l’intervento luciferico-arimanico nell’evoluzione umana, fu quello di creare l’unità dell’umanità su tutta la Terra per mezzo della conformazione del corpo fisico. Quel tentativo degli Spiriti della Forma fallì. Fallì a causa dell’influsso luciferico-arimanico. Ma non era consentito che fallisse totalmente. Occorreva a tal fine un provvedimento che paralizzasse, compensasse gli esiti dell’azione compiuta da Lucifero e Arimane. Sul corpo fisico non era più possibile intervenire come previsto in origine, ma sul corpo eterico sì. E quell’intervento vi fu: l’Entità divino-spirituale di cui tante volte abbiamo parlato, l’Entità del Cristo, si unì con la forma dell’umanità in quell’epoca dell’evoluzione umana in cui sussisteva ancora al massimo la possibilità di rattenere il suo archetipo (…).

Nella natura esteriore dell’uomo le Entità divino-spirituali buone cooperano con Lucifero e Arimane. Ma ciò che in origine, al principio dell’evoluzione fisica della Terra, era stato prestabilito che l’uomo avesse dall’esterno – cioè l’uguaglianza su tutta la Terra, la possibilità del nome di uomo su tutta la Terra – a quel punto doveva essere, tramite lo Spirito del Cristo, conferito all’uomo muovendo dalla più profonda interiorità del suo essere. Uno dei tanti, tantissimi aspetti del significato del Mistero del Golgota è dato dal fatto che con lo spirito del Cristo la Terra ha ricevuto in dono qualcosa che, se inteso nel giusto senso, renderà nuovamente possibile il nome di Uomo per tutta l’umanità della Terra. Se ciò che costituisce il vero contenuto del Cristianesimo, che esso stesso ha già in parte rivelato, quello che arriveranno a conoscere coloro i quali, in relazione al Cristo, ricercheranno nel mondo spirituale ciò che al Cristo si riferisce e che il Cristo rivela senza posa secondo le sue parole: ‘Sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi della Terra’; se ciò che nel nome del Cristo si può comunicare all’umanità muovendo dall’interno con il passare del tempo proseguirà ad esplicarsi, allora sarà sempre più possibile che venga compensato quanto è stato causato all’umanità da Lucifero e Arimane. (...)

Gli Esseri divini buoni si sono creati un tempo essi stessi questi avversari – in un’epoca precedente, invero – allo scopo di potere in tal modo impiegare tutt’intera la loro forza a favore di questa direzione evolutiva alla quale ho accennato. Affinché potesse esservi inclusa la libertà, affinché l’uomo non pervenisse, a causa di una configurazione esteriore delle forme, ad un amore privo della libertà, gli dei buoni hanno consentito l’accesso all’elemento luciferico-arimanico perché su tutta la Terra l’uomo potesse giungere dall’interno all’unitarietà del nome d’Uomo – dall’interno. Dapprima essi hanno lasciato che gli avversari frantumassero, per così dire, gli uomini allo scopo di potere poi – dopo la frammentazione della corporeità – restituire loro l’unità nella spiritualità, nel Cristo.

E il significato del Mistero del Golgota è anche quello della conquista dell’unità degli uomini a partire dall’interiorità. Riguardo all’aspetto esteriore la diversità tra gli uomini aumenterà sempre più, e sarà proprio questo a far sì che su tutta la Terra vi sarà la molteplicità e non l’uniformità. Ciò comporterà che per poter pervenire all’unità, gli uomini dovranno applicare, muovendo dalla loro interiorità, una forza tanto maggiore. Vi saranno sempre, su tutta la Terra, dei contraccolpi contro l’unità dell’uomo. Li vediamo delinearsi. Quanto era stato destinato in realtà ad un’epoca precedente persiste in un’epoca successiva; quanto era stato destinato a produrre diversità per un determinato periodo di tempo si colloca in parallelo; gli uomini costituiscono gruppi diversi e mentre si conquistano l’unità sulla Terra ad opera del nome del Cristo, ad opera dell’impulso del Cristo, la diversità, sotto forma di controforze e rovesci, continua e continuerà sempre ad esistere – nel senso che gli uomini potranno conquistare la libertà solo gradualmente e, parallelamente, i singoli gruppi umani continueranno a combattersi fino all’ultimo sangue riguardo alla vita esteriore in tutte le sue forme. Vi sono dei contraccolpi che provengono da epoche passate e che, sostanzialmente, procedono nel senso contrario, e non contiguo, a quello del Cristo.

È, invero, profonda, profondissima l’importanza dell’impulso del Cristo che qui ci si rivela. Muovendo da una vera conoscenza possiamo dire: il Cristo è il Redentore che salva l’umanità dalla frantumazione in gruppi. Che l’umanità nel suo complesso non sia ancora in grado di intenderne appieno la portata deriva appunto dal fatto che l’antico si è conservato in parallelo. Se oggi osserviamo come sia ancora tanto scarsa la comprensione che gli uomini hanno di uno degli aspetti della massima importanza – la comunanza della vita in seno all’impulso del Cristo –, ciò dipende dal fatto che questa comprensione deve procedere dall’interiorità più profonda dell’essere dell’uomo. Occorre capire che l’opera compiuta dall’impulso del Cristo nell’aura terrestre nel corso di circa duemila anni non è stata afferrata in realtà perché, come abbiamo tante volte rilevato, la sua piena comprensione è possibile soltanto grazie alle conquiste della Scienza dello Spirito. (...)

È poi necessario compenetrarsi di tutta l’importanza degli Spiriti della Forma, della volontà che essi avevano di formare un genere umano unitario, opera che intendevano tentare di compiere in sette gradi successivi; è poi anche necessario acquisire piena nozione dell’azione luciferico-arimanica che ha provocato la frantumazione di questo genere umano unitario. E va capito inoltre che l’azione compiuta dall’impulso del Cristo ha vivificato dall’interno quella forza che, nonostante tutte le diversità esteriori, vuole diffondere secondo saggezza su tutta la Terra l’unitario nome dell’Uomo, fino alla fine dei tempi della Terra.

Comprendere come il Cristo si ponga al centro, tra Lucifero e Arimane, quale sia il suo significato nei confronti di Lucifero e Arimane, sarà uno dei compiti più importanti del prossimo futuro. Ecco perché sarà sempre più necessario che gli uomini parlino di Lucifero e di Arimane e nominino nella loro contemplazione l’impulso del Cristo che li avversa, che salva la Terra dall’unilaterale impulso che queste due Entità le hanno impresso. In futuro sarà sempre più necessario che se ne parli in questa forma.(...)

Mi premeva chiarire soprattutto come il Cristo sia stato lo spirito cosmico che nel corso dell’evoluzione della Terra ha conferito agli uomini in modo spirituale ciò che fu sì necessario predisporre in forma esteriore, ma che in tale forma non fu possibile portare a compimento, poiché se così fosse stato, l’uomo sarebbe divenuto un automa dell’amore e dell’uguaglianza umana. Sul piano fisico vige la legge fondamentale secondo la quale ogni azione deve esplicarsi per mezzo di opposti, di polarità. L’opera divina non ha potuto inviare il Cristo giù sulla Terra sin dall’inizio dell’evoluzione terrestre – come riterrebbe di poter affermare un’infantile sapienza umana –, perché se così fosse stato non sarebbe mai e poi mai sorto questo contrasto tra dispersione esteriore e riunificazione interiore. Per l’umanità è necessario, invece, che la sua vita si svolga in questo contrasto, in questa polarità. In tal modo, si rende possibile andare incontro al Cristo animati dai giusti sentimenti, cosicché Egli potrà divenire sempre più l’Essere che ricolma il nostro Io nella sua più profonda interiorità, purché si ravvisi in Lui il salvatore dell’umanità dalla frammentazione. Il cristianesimo vige ovunque si sia in grado di comprendere veramente l’unione di tutta l’umanità della Terra ad opera del Cristo. In futuro non sarà tanto importante che il Cristo continui ad essere designato con questo nome; sarà invece di grande importanza ricercare spiritualmente nel Cristo colui che unifica tutta l’umanità ed accettare il pensiero che nel mondo fisico la molteplicità aumenterà sempre di più.

Bisognerà però anche accettare con sopportazione il pensiero che saranno ancora numerose le controforze e i contraccolpi che si opporranno alla comprensione spirituale dell’impulso del Cristo. Quanto si è manifestato in parallelo anziché in successione continuerà per molto tempo ancora a scatenare quelle forze che avversano la comprensione spirituale dell’uguaglianza dell’umanità. Tanti, tantissimi saranno i tremendi uragani che queste forze scateneranno su tutta la Terra, e l’obiettivo che gran parte di questi uragani perseguono è quello di proseguire la guerra luciferico-arimanica contro l’impulso del Cristo. E una delle conquiste più grandi, più belle, più importanti sarà quella di poter costituire noi, già nel nostro tempo, almeno un piccolo gruppo di persone che comprendono questo pensiero della riunificazione di tutta l’umanità, che comprendono come elementi ritardatari luciferico-arimanici bramino di ottenere sulla Terra certi risultati particolari all’interno di taluni singoli gruppi con l’esclusione di altri. È veramente difficile dire già oggi parole conclusive su queste cose. Andare già oggi fino in fondo riguardo a queste cose, considerando lo stato in cui versano i cuori umani, significherebbe suscitare collera, costernazione e opposizione, forse persino odio e disprezzo, anziché operare nel senso dell’impulso del Cristo. Ma quel tanto che si può dire secondo lo spirito dell’impulso del Cristo, ossia che salva l’umanità dalla frantumazione corporale e la conduce all’unitarietà spirituale, va detto, perché è necessario che la sua azione si esplichi sempre più nell’evoluzione dell’umanità. Con calma e coraggio dobbiamo andare incontro alla crescente variazione della natura umana perché sappiamo che è possibile recare in tutte quante le diversificazioni umane una parola che non è linguaggio ma forza. Sorgano pure all’interno della vita della Terra gruppi che si combattono a vicenda, e sia pure che noi apparteniamo all’uno o all’altro di questi gruppi. A noi è dato di sapere che possiamo immettere in ognuno di questi gruppi qualcosa di cui è lecito dire: ‘Non io, ma il Cristo in me’; e ciò che ‘il Cristo in me’ rappresenta non costituisce nessun gruppo, ma fa sì che lo splendore del nome d’Uomo possa diffondersi su tutta la Terra».

[1] Entità luciferica: agisce in senso opposto a quella «arimanica»: induce l’uomo al disprezzo del mondo della materia, a rifuggirlo, rendendolo avulso dal mondo.

[2] Entità arimanica: «Arimane» è l’antico dio persiano delle tenebre. La scienza dello spirito definisce «arimanici» tutti gli esseri spirituali che vogliono legare l’uomo alle forze della natura, della materia, privandolo della libertà.

[3] Corpo eterico o corpo delle forze formatrici: l’elemento sovrasensibile «più basso» nell’uomo, le forze vitali che agiscono come unità. Nel corpo fisico queste forze producono la crescita; quando agiscono indipendentemente dal corpo sono forze del pensiero.

A proposito di Pietro Archiati

Pietro Archiati è nato nel 1944 a Capriano del Colle (Brescia). Ha studiato teologia e filosofia alla Gregoriana di Roma e più tardi all’Università statale di Monaco di Baviera. È stato insegnante nel Laos durante gli anni più duri della guerra del Vietnam (1968-70).

Dal 1974 al 1976 ha vissuto a New York nell’ambito dell’ordine missionario nel quale era entrato all’età di dieci anni.

Nel 1977, durante un periodo di eremitaggio sul lago di Como, ha scoperto gli scritti di Rudolf Steiner la cui scienza dello spirito – destinata a diventare la grande passione della sua vita – indaga non solo il mondo sensibile ma anche quello invisibile, e permette così sia alla scienza sia alla religione di fare un bel passo in avanti.

Dal 1981 al 1985 ha insegnato in un seminario in Sudafrica durante gli ultimi anni della segregazione razziale.

Dal 1987 vive in Germania come libero professionista, indipendente da qualsiasi tipo di istituzione, e tiene conferenze, seminari e convegni in vari Paesi. I suoi libri sono dedicati allo spirito libero di ogni essere umano, alle sue inesauribili risorse intellettive e morali.

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