Pietro Archiati
Il mondo
dei sentimenti
Commento a
La filosofia della libertà
di Rudolf Steiner
Volume 6
dal Cap. V, Aggiunta al Cap. VII, par. 8
Pietro Archiati
Il mondo
dei sentimenti
Commento a
La filosofia della libertà
di Rudolf Steiner
Volume 6
dal Cap. V, Aggiunta al Cap. VII, par. 8
Indice
Venerdì 9 ottobre 2009, mattina
Venerdì 9 ottobre 2009, pomeriggio
Sabato 10 ottobre 2009, mattina
Sabato 10 ottobre 2009, pomeriggio
Domenica 11 ottobre 2009, mattina
A proposito di Pietro Archiati
Note introduttive
Il testo La filosofia della libertà di Rudolf Steiner su cui Pietro Archiati svolge il suo seminario è quello tradotto in italiano da Dante Vigevani per l’Editrice Antroposofica – Milano 1966.
Le parti riportate in neretto si riferiscono al testo di Rudolf Steiner. Ogni corsivo in neretto è di Rudolf Steiner.
Può capitare che Pietro Archiati rilegga più volte uno stesso brano: in quel caso non viene di nuovo segnalato in neretto, ma tra virgolette.
I commenti di Pietro Archiati durante la lettura, se brevi, e le sue indicazioni di diversa traduzione sono riportati fra parentesi graffe.
Per facilitare la consultazione del testo, che i lettori potrebbero avere in altre edizioni e traduzioni, gli inizi di paragrafo sono stati numerati e visualizzati con rientro di capoverso, accompagnati sempre dal capitolo in numeri romani – es. VI,1 ecc.
Gli stessi numeri sono riportati in parentesi, senza rientro, quando indicano la ripresa della lettura dello stesso paragrafo, sospesa dal commento del relatore.
I riferimenti ai vari volumi di questa serie di Seminari su La filosofia della libertà sono indicati con le sigle FdL1, FdL2, FdL3, ecc.
Giovedì 8 ottobre 2009, sera
Cari amici,
nell’ultimo incontro eravamo arrivati alla fine del quinto capitolo e mancava l’Aggiunta, che Rudolf Steiner inserì nella seconda edizione.
Vorrei riprendere il filo del discorso andando al nocciolo della questione. Abbiamo visto che ognuno di noi, spontaneamente, in un primo momento guarda il mondo, lo vede, lo sente, lo annusa, lo palpa, lo tasta ecc… – la scienza dello spirito parla addirittura di dodici sensi –, ognuno, insomma, percepisce il mondo e con tutta naturalezza, prima di diventare un filosofo, dice: beh, il mondo che vedo e che sento è il mondo reale! Questa posizione l’abbiamo chiamata realismo ingenuo. Finché le cose andavano così, niente di male.
Poi, guarda un po’, a partire da tre, quattro, cinque secoli prima della grande svolta di duemila anni fa, è successo in Grecia un patatrac! Prima c’erano stati Ferecide di Siro, Talete, Anassagora, Anassimene (ve li ricordate questi presocratici?) ed erano gli ultimi realisti ingenui – Per… fÚsewj (perì fǘseos) erano i loro scritti sulla natura –, ma poi arrivano Socrate, Platone, Aristotele e cominciano a pensare sul mondo! A quelli non bastava più il percepire, il guardare: cominciarono a pensare, e da quel momento le cose divennero un po’ più difficili. Finché il bambino è piccolo, il mondo se lo gode così come lo vede, così come lo sente, ed è una gran bella cosa! Solo che l’evoluzione umana prevede che non si resti soltanto bambini. E allora abbiamo visto la prima spontanea riflessione, che poi è durata fino a Kant e dura ancora.
La filosofia della libertà, che stiamo studiando, è il primo grande testo che fa un altro passo avanti.
i tre passi evolutivi del pensiero
1. il passo del realismo ingenuo
l’umanità bambina guarda il mondo
2. il passo della prima riflessione filosofica
l’umanità pensa sul mondo: da Socrate a Kant
3. il passo della seconda riflessione filosofica
«La filosofia della libertà»
Dunque sono tre passi: il primo è quello del realismo ingenuo, del bambino che guarda il mondo; il secondo passo è quello della prima riflessione filosofica, e il terzo passo è La filosofia della libertà, la seconda grande riflessione filosofica.
La prima riflessione, la prima presa di posizione del pensiero (il secondo passo) – riassumo e semplifico cose che abbiamo già visto nel dettaglio[1] – è l’essere umano che dice: ma, un momento!, io mica ho l’albero dentro di me! Che cosa ho, io, dell’albero? Una rappresentazione. Ma la rappresentazione è un’immagine fantomatica dentro di me, casuale tra l’altro, perché dipende dagli alberi che ho visto, e quelli che non ho visto è come se non ci fossero.
La cosa è un po’ più complessa di così, perché i pensatori greci erano proprio bravi. Comunque riassumiamo il tutto dicendo che, spontaneamente, la prima presa di posizione del pensare, la prima riflessione dice: io del mondo ho soltanto queste copie di immagini che chiamo rappresentazioni. Io non ho l’albero: e allora come faccio a dire di conoscere l’albero? Conosco l’immagine impressa dentro di me, che poi si esprime nel ricordo dell’albero, ma non ho l’albero.
Ecco allora, millenni dopo, Immanuel Kant parlare della cosa in sé dell’albero, inconoscibile, perché io mica posso diventare albero, mica posso portare realisticamente l’albero dentro di me, mi schiaccerebbe tutte le cellule del cervello! La cosa in sé di ogni essere è dunque inconoscibile e l’uomo ha in sé soltanto una copia speculare di immagini che non sono realtà. La rappresentazione che io ho dentro di me non è una realtà, è un’immagine vuota. Su quell’albero che io ho dentro di me il vento può far muovere le chiome ma io non ne sento il fruscio. No. Come la foto del nonno sulla parete: se è seria non si mette a ridere, è un’immagine morta che non fa nulla.
Il mondo reale non è conoscibile, non è raggiungibile, non è recepibile dentro di me: del mondo io ho soltanto rappresentazioni e sono chiuso in questo mondo di rappresentazioni che chiamo coscienza umana – cioè la mia interiorità, quello che io porto dentro di me. Ma questo non è il mondo: è la mia rappresentazione del mondo.
Voi adesso siete lì, tutti belli zitti e interdetti perché vi state chiedendo: e adesso che facciamo? Infatti questa affermazione è giusta, non si può confutare l’affermazione che dice: io del mondo ho soltanto una replica soggettiva, interiore, fatta di mere immagini mnemoniche.
Il passo avanti (il terzo passo) va perciò fatto con attenzione, e cerco di esprimerlo nella sua essenza. Si tratta di dire: un momento!, ma questo mondo mio interiore dove c’è l’immagine dell’albero, l’immagine degli amici, l’immagine-ricordo di tante situazioni di vita, di quello che ho fatto, l’immagine di me quando ero bambino, la rappresentazione di tutto ciò che ho visto, di tutti i fiori, di tutti gli animali, questo mondo mio interiore fatto tutto di rappresentazioni e di immagini… come lo raggiungo?
Né più e né meno che per via di percezione! Tale e quale come io raggiungo il mondo esterno.
Come percepisco nel mondo esterno l’albero, così percepisco nel mio mondo interno la rappresentazione dell’albero: percezione là e percezione qua, non cambia nulla.
Ma se io colgo la mia rappresentazione interiore dell’albero per via di percezione, allora significa che io ho soltanto la rappresentazione della rappresentazione, non la rappresentazione reale. E a quel punto la cosa diventa assurda, perché l’immagine di un’immagine non esiste.
A questo punto la prima affermazione importante è: io percepisco due mondi e, in quanto sono ambedue oggetto di percezione, il modo di percepirli è in tutti e due i casi uguale. Percepisco il mondo esterno e percepisco il mio mondo interno. Io, come uomo, sono strutturato in modo che posso pensare, posso riflettere soltanto su ciò che percepisco: ciò che non percepisco per me non esiste.
Quindi la prima cosa è che questi due mondi hanno assolutamente uguale il fondamento, che è la cosa più importante: se devono essere qualcosa per me, lo possono essere soltanto in chiave di percezione.
Ora cerchiamo di caratterizzare le differenze tra mondo esterno e mondo interno. Vediamo subito che le differenze sono accidentali, cioè secondarie rispetto all’uguaglianza fondamentale per cui tutti e due i mondi mi si rendono accessibili per via di percezione.
• Il mondo esterno è un mondo molto più grande, inesauribile; il mondo interno è più piccolo, più limitato – infatti il mondo esterno che io ho percepito e che in me si è trasformato in rappresentazioni è molto ridotto rispetto a tutto il percepibile che c’è. Perciò parliamo di macrocosmo (il grande mondo) e di microcosmo (il piccolo mondo). Questa differenza di quantità non è però una differenza sostanziale: è una differenza quantitativa, non qualitativa, cosa molto importante da rilevare.
• Un’altra differenza è che il mondo esterno è oggettivo, è percepibile a tutti, mentre il mio mondo interno è percepibile solo a me: ma anche questa è una differenza non sostanziale. All’interno del mondo oggettivo sorge il soggetto, cioè l’essere umano che porta dentro di sé, nella sua anima (o corpo astrale), un frammento del mondo – un mondo di percezioni trasformate in rappresentazioni. Questo mondo di rappresentazioni che porta in sé è diverso dal mondo di rappresentazioni che porta in sé un altro essere umano, anche se presenta comunanze che provengono dal mondo esterno che hanno in comune.
Quando noi diciamo che il mondo di rappresentazioni di ogni singolo uomo è soggettivo, non intendiamo dire che è arbitrario, intendiamo dire che è il mondo di questo soggetto e che un altro soggetto ha un altro mondo tutto suo. Però tutti e due sono oggettivamente così come sono. Il soggetto è un frammento di oggettività del mondo, perché i contenuti di rappresentazione di un soggetto sono oggettivamente così come sono.
Il concetto di soggettivo sta a dire che nel momento in cui ogni essere umano crea un mondo interiore di rappresentazioni, tutti questi mondi creano soggetti diversi, il cui punto di riferimento è il grande mondo, il macrocosmo che sta al di fuori. Dobbiamo anche tener presente che le metafore fuori e dentro sono da prendere cum grano salis, perché valgono soltanto al livello della percezione: man mano che si va verso ciò che è sempre più spirituale, va trasceso e lasciato indietro tutto ciò che è spaziale. Comunque, per capirci, parliamo di un mondo esterno oggettivo uguale per tutti, inesauribile (il grande mondo) e di un mondo interno, in ognuno diverso – e questo è il soggetto (il piccolo mondo), per nulla arbitrario.
Il mondo fuori è grande, è inesauribile, è oggettivo e quindi potenzialmente uguale per tutti: è il tutto. Il mondo interno è una piccola parte di questo tutto, ma ciò non ne cambia la natura.
Riassumendo tutte le diversità tra il mondo esterno e il mondo interno, veniamo riportati all’uguaglianza profonda e sostanziale che sia il mondo esterno sia quello interno mi divengono accessibili per via di percezione, e ciò significa che io devo farmi un concetto sia sull’albero che percepisco all’esterno, sia sull’albero che percepisco all’interno.
L’albero che percepisco all’esterno lo chiamo percezione, l’albero che percepisco all’interno lo chiamo rappresentazione: però il processo di pensiero di chi si fa un concetto sull’albero fuori e sull’albero dentro è esattamente lo stesso, questo è importante! E questo viene disatteso, l’abbiamo visto. Siccome l’uomo vive nel processo creante del pensare, disattende il pensare, disattende il processo di prendere posizione creando concetti rispetto al mondo esterno e rispetto al mondo interno.
Che cos’è la rappresentazione? È il concetto che il pensare crea per esprimere una percezione fatta all’interno: l’uomo fa una percezione nel mondo interno e il pensare crea il concetto di rappresentazione. È il pensare che dice: quella è una rappresentazione (l’albero dentro), quell’altra è una percezione (l’albero fuori).
Il pensare è al di sopra di questi due mondi, e questo è molto importante.
Se volete, disegno qui il mondo interiore B e qui, molto più grosso, il mondo esteriore A. In A percepisco l’albero e dico: l’albero. In B percepisco la rappresentazione dell’albero e dico: la rappresentazione dell’albero. Ma ciò che l’essere umano disattende è lo spirito pensante, l’Io, chiamiamolo pure il pensare.

Fig. 1
Il pensare è una realtà? Steiner parla della «sostanzialità del pensare», della essenzialità del pensare, come se il pensare fosse un essere che fa, che combina, che decide ecc… E noi ci siamo detti: il Logos, il pensare cosmico, il pensare macrocosmico che ha fatto sorgere tutto quello che noi abbiamo come percezione – le percezioni sono il Logos fatto carne, Ð lògoj s¦rx ™gšneto (o lògos sarx eghèneto),[2] e la carne del Logos sono le percezioni –, questo Logos cos’è? Chi è?
Per lo spirito pensante, per lo spirito creatore, l’attività del pensare non è estrinseca, è il suo essere stesso! Perciò ne La filosofia della libertà c’è sempre questa difficoltà che si evidenzia nella domanda: ma si tratta dell’Io che pensa o del pensare? È lo stesso! Il mio Io diventa uno col pensare cosmico, e il pensare cosmico diventa uno col mio Io: Io sono pensare oppure non sono un Io umano.
Quindi l’Io pensante percepisce il mondo esterno e crea il concetto di percezione; percepisce il mondo interno e crea il concetto di rappresentazione dicendo: qui percepisco una rappresentazione. Ma questo pensare, questo Io che pensa, questo spirito pensante e creante, viene disatteso, non gli prestiamo attenzione.
Eppure, molto più importante dei risultati del pensare in base alla percezione esterna e dei risultati del pensare in base alla percezione interna, è il processo che decide pensando, pensantemente, che cos’è la realtà esterna e che cos’è la realtà interna. Noi lo sottendiamo, non ce ne accorgiamo perché è il nostro essere più intimo.
Non soltanto noi siamo dentro il pensare, ma il pensare è il nostro stesso essere, noi siamo spiriti pensatori. Essere uomo significa essere il pensare – come artista, come mamma che ama il bambino…: in tutte le manifestazioni l’essere umano è pensare, a meno che non si addormenti. Addormentandosi c’è una disconnessione dell’Io pensante dal corpo: ciò vuol dire che l’Io pensante cessa di pensare? No, ma disconnettendosi dal corpo sparisce la coscienza.
Infatti, in base a che cosa stiamo dicendo tutte queste cose? In base al fatto che ne siamo coscienti. Se ci addormentassimo in questo momento, il nostro Io continuerebbe né più né meno a pensare, ma non essendo più connesso col cervello – con questo strumento speculare, con questo specchio riflettente – noi non ne avremmo coscienza. Dormire significa disconnettersi dallo strumento di riflessione speculare che è il corpo, ma l’Io continua a pensare, è nella sua natura. La natura dell’Io è il pensare, l’Io è fatto di pensiero.
L’attività pensante che dice: questa è una percezione, questa è una rappresentazione, è l’essenza, l’intimo essere dell’Io umano. Essere uomini vuol dire pensare. Cartesio (Descartes) dice Je pense, donc je suis (Cogito ergo sum), penso dunque sono, però lui si riferiva al solo livello di coscienza diurna, non lo trascendeva, non arrivava a portare a coscienza il processo, la creazione del pensare. Perciò Steiner dice: caro Cartesio, mi dispiace, perché se tu dici «io penso» intendendo il pensare in quanto portato a coscienza tramite la connessione col corpo e non intendi il pensare puramente spirituale, allora, caro Cartesio, quando l’essere umano si addormenta termina di pensare e dunque termina anche di essere, e perciò si dovrebbe dire: smetto di pensare perché mi addormento, donc je ne suis plus – dunque non sono più.[3]
Quindi è importantissimo distinguere il portare a coscienza l’attività del pensare e l’attività del pensare in sé e per sé. L’attività del pensare in sé e per sé c’è sempre, indipendentemente dal fatto che noi, congiungendoci col corpo, la portiamo a coscienza (e questa è la coscienza diurna), oppure, disgiungendoci dal corpo tramite il sonno, ne perdiamo la coscienza.
E se il pensare – quello che stiamo facendo adesso, magari balbettando – stabilisce i concetti del mondo interno ed esterno in base a percezioni e chiama percezioni quelle esterne e rappresentazioni quelle interne, qual è il passo successivo che il pensare può fare? Conoscendo A e conoscendo B – mondo interno e mondo esterno in Fig.1 – ne può stabilire i rapporti: l’uno è fatto così, l’altro è fatto colà, l’uno è più grande e l’altro è più piccolo, B è soggettivo, A è oggettivo ecc… Vengono stabiliti i rapporti.
Un rapporto fondamentale è che nessuna rappresentazione può sorgere senza previa percezione. Quindi il mondo delle rappresentazioni che un essere umano ha dipende in tutto e per tutto dal mondo delle percezioni che ha avuto o che non ha avuto. Una rappresentazione non si può formare senza la percezione.
Stiamo parlando del rapporto tra il mondo A e il mondo B: nella sequenza del tempo prima viene A, la percezione esterna, e poi c’è il riflesso interno che è la rappresentazione. La rappresentazione è il risultato posteriore, che rimane all’interno, di una percezione avvenuta prima nel mondo esterno. Non c’è nulla all’interno che non sia stato prima, nel tempo, una percezione del mondo esterno.
Cosa segue da questa riflessione su questi due mondi? Ne segue la sacralità assoluta del mondo interiore del singolo individuo. Perché? Perché il mondo esterno è quello che è: sacro diventa il mondo per me nella misura in cui diventa carne e ossa del mio essere.
Ora, guardiamo la società, il mondo, la vita attorno a noi: l’individuo è sempre più esposto a manipolazioni, giochi di potere, la vita diventa sempre più precaria. Adesso, con la scusa della crisi economica, in Germania (ma sarà così anche in Italia) tante persone hanno veramente paura di perdere il posto di lavoro – molti l’hanno già perso –, paura di non riuscire a sbarcare il lunario mentre altri hanno miliardi (miliardi che si possono riportare in Italia senza pagare praticamente nulla di tasse!). Mai l’umanità si è trovata di fronte alla precarietà, a una fragilità così profonda dell’individuo col suo mondo interiore: in base a un bombardamento di percezioni esterne sembra che soltanto il mondo esterno sia importante, quello della politica, della Chiesa, dei media.
Che significato ha questo mio mondo interiore al quale neanche più penso? L’individuo si sente sempre più piccolo, sempre più solo, sempre più sbattuto, sempre più in balia del mondo esterno. Il messaggio di queste riflessioni è quello di dire: guarda che il mondo esterno non vale nulla paragonato al mondo interno, perché questo mondo oggettivo non ti è accessibile direttamente, tu non lo puoi cambiare direttamente: il mondo che tu puoi cambiare, dove puoi diventare sempre più ricco, dove puoi diventare sempre più fondato su te stesso, dove tu puoi riconquistare tutti i motivi profondi della fiducia, della ricchezza, del bello, del vero e del buono, è il mondo interno! Il vero, il bello e il buono o sono dentro di te o non esistono per te: perciò il mondo interiore è infinitamente e moralmente più importante. Ha un peso enorme.
Il senso di tutto il potere di tutti i governi del mondo – se fossero intelligenti – sarebbe di far di tutto per mettersi a disposizione dell’uomo, per rendere possibile a ogni essere umano questo cammino di arricchimento interiore. Allora sì che i governi farebbero una gran bella cosa! E invece no, si fanno importanti loro! Però non possono farlo senza che io concorra a renderli importanti. Quindi è il risvolto morale del rapporto tra questi due mondi – mondo esterno e mondo interno – che conta!
Io sto facendo riflessioni in questa direzione, se ne potrebbero fare molte altre, ma in generale questi sono tempi di saccheggiamento dell’individuo, si vorrebbe portargli via tutta l’importanza: non vali niente, chi sei tu, piccolo individuo? I poteri di questo mondo, quelli sì che muovono le cose, ma tu!?
No, l’opposto è vero! Tutto il mondo esterno ha il senso di servire me, di essere mio strumento: lì prendo le percezioni, ma le percezioni diventano un fattore morale soltanto quando diventano rappresentazioni che io amo, che mi fanno crescere moralmente. La rappresentazione di un amico è molto più importante della percezione di un amico. La percezione cosa mi dà dell’amico? Niente! La sua rappresentazione, invece, mi dà l’amico così come vive in me, e questo moralmente ha un peso enormemente più grande, per quanto mi riguarda, perché fa parte del mio karma e lo vivo. La rappresentazione che io ho di lui fa parte del mio karma, ma la percezione, ciò che lui è oggettivamente, non mi riguarda proprio. La sua oggettività non ha per me nessun peso. Invece, in quanto fa parte del mio mondo soggettivo, cioè del mio karma, allora sì che acquista peso.
Il materialismo, questo enorme impoverimento della cultura in cui viviamo, è tutto un dare importanza unilaterale al mondo esterno della percezione – il mondo materiale – a scapito di questo mondo interiore, che è quello morale e ha veramente importanza per l’individuo. A che mi serve fare disquisizioni su che cos’è la mia mamma in sé e per sé? La mia mamma in sé e per sé non esiste, è un’astrazione! Nel momento in cui io dico che cos’è questa mamma per me, dentro di me, allora parlo di un vissuto reale, di un karma di enormi rivolgimenti interiori, di rovelli, di tutto quello che ho passato con mia mamma. Quel che mia mamma è dentro di me ha un peso enorme rispetto alla mamma in sé e per sé.
Cos’è la mamma in sé e per sé? Ditemelo voi. È un’astrazione, non esiste la mamma in sé e per sé. Perché se la mia mamma ha un’autopercezione di sé e ha una rappresentazione in se stessa, allora renderà importante la rappresentazione che lei ha di se stessa. Quella sì che è importante. Perché? Perché è la sua interiorità. Quindi la mamma in sé e per sé, invece di essere una realtà è un’astrazione.
L’albero in sé e per sé è un’astrazione, è l’astrazione kantiana che dice: l’albero in sé e per sé è il vero albero ed è inconoscibile! Perché è inconoscibile? Perché è aria fritta, perché è nulla! Quindi ha ragione Kant quando dice che è inconoscibile, ma perché non è nulla! L’albero diventa reale in me, in te. La mamma diventa reale in questo figlio, in quell’altro figlio, in se stessa diventa reale, in quanto lei stessa si vive, si capisce, è alle prese con se stessa.
Il mondo in sé e per sé è un’astrazione. E allora qual è la realtà più importante del mondo? Io, il mio mondo interiore. Questa è la realtà più importante, tutto il resto non mi riguarda; oppure mi riguarda soltanto nella misura in cui lo rendo mondo interiore, nella ricerca del vero, del bello e del buono. Ma il vero, il bello e il buono sono il mondo interiorizzato dall’essere umano in chiave di pensiero e di amore: allora sì che diventano reali. Il mondo in sé e per sé è una totale astrazione, non mi dice proprio nulla, perché è nulla.
La filosofia della libertà è la libertà interiore che ha il coraggio, la forza di dire che tutto il mondo esterno – questa parata di gloria, di potere, di soldi, di prestigio e di tutto quello che volete – è nulla. Nulla! Un nulla che vorrebbe intimidirmi, intimorirmi dicendo che io sono nulla: ma se mi lascio intimorire non sono libero, mi lascio determinare dal di fuori. La libertà è determinare il mondo a partire dall’interno, è non lasciar determinare l’interiorità a partire dal mondo – questa è non libertà.
La cosa più importante del mondo non è la politica, non é la cultura, ma è il lavoro che ognuno compie su di sé. E più ci sono individui che compiono un lavoro positivo sul loro mondo interiore e più l’umanità, che è una somma di individui, diventerà sempre più bella in un mondo sempre più bello.
Io incontro una persona: cosa mi porta incontro? Voi direte che di primo acchito non mi porta incontro la sua interiorità (magari non ha neanche cominciato a parlare) ma la sua esteriorità. No, no, è sbagliato! Il corpo di una persona è interiorità esteriorizzata, non solo e semplicemente esteriorità. In altre parole, ogni cesellatura del naso, degli occhi, del cervello, delle tempie, del mento e della bocca e dei denti ecc… tutte queste forme nei minimi particolari esprimono a livello di percezione qualcosa che in partenza era interiorità: erano pensieri, sentimenti, decisioni volitive.
Io adesso voglio incarnarmi, voglio passare una vita sulla Terra, e quindi voglio costruirmi un corpo: che corpo mi costruisco? In base al cammino di pensiero già fatto, questa volta voglio tutta una serie di percezioni che si possono fare in Italia e non in Germania: allora nasco in Italia. Questo corpo che si forma in Italia, un corpo italiano e non uno danese, una laringe che si esprime nel linguaggio italiano e non in un altro linguaggio, è esteriorità? No, in partenza è tutta interiorità, sono decisioni della mente e del cuore, sono decisioni dei cammini successivi da fare per conquistare il vero, il bello e il buono.
Dimmi che faccia hai, mostrami la tua faccia e io ti dirò quale anima hai avuto. E chi l’ha fatta quella faccia? La tua anima, in base a ciò che è divenuta, al cammino passato e ai propositi volitivi dei passi successivi. Voi direte che però non siamo ancora a questi livelli di lettura della percezione: è vero, però il concetto lo possiamo afferrare, il concetto che nulla è esterno che non sia esteriorizzazione di qualcosa che prima era interno.
Una casa cos’è? Pensieri. Pensieri che all’origine erano interiori, pensieri di forme che si sono manifestati all’esterno, pensieri diventati percepibili. Se all’inizio di una casa non ci fossero stati i pensieri, non sarebbe mai sorta la casa, scusate! È mai sorta una casa senza i pensieri del costruttore? È mai sorto un albero senza pensieri? È mai sorta una faccia senza pensieri? È una riflessione così semplice, però così fondamentale! Tutto ciò che è visibile è l’estrinsecazione di qualcosa che all’origine è invisibile. Per forza! Se non c’è nulla da manifestarsi non si manifesta nulla, ma se qualcosa si manifesta nel visibile è perché all’origine c’è qualcosa di invisibile.
Intervento: Una casa brutta è anche un brutto pensiero?
Archiati: Tu adesso hai espresso il concetto di casa brutta.
Replica: O di una persona brutta.
Archiati: Ah, tu intendevi dire una persona bruttina?! Poi hai detto «casa brutta», perché non si sa mai, le signore presenti…
Replica: Senza allusioni…
Archiati: Sì, senza allusioni.
Intervento: Ma è vero che dobbiamo stare attenti ai pensieri che abbiamo: se abbiamo pensieri belli, abbiamo la faccia bella. Se non abbiamo pensieri belli e buoni non possiamo avere un viso sorridente, bello: non è possibile. Se abbiamo pensieri brutti abbiamo il viso teso, questa è una realtà. Lui parlava di una casa brutta: se è brutta avrà avuto pensieri brutti chi l’ha costruita.
Archiati: Prendiamo due concetti: “corpo brutto” e “pensiero brutto”. Li metto tutti e due fra virgolette per evidenziare che sono due concetti, anche se le parole sono quattro: la lingua tedesca ha maggiormente la possibilità di creare un’unica parola per esprimere un concetto – ci sono parole lunghissime, in tedesco, ci vuole un rigo per fare una parola! Allora, torniamo ai due concetti: esistono corpi brutti? No, non sono mai esistiti. Esistono pensieri brutti? No, non sono mai esistiti. Mi dispiace per te. No, anzi, non mi dispiace!
Un corpo è fatto come è fatto, non esistono né corpi belli né corpi brutti, ogni corpo è fatto così com’è. Esistono corpi malati? No, esistono corpi di minoranza paragonati a corpi di maggioranza: e siccome sono in minoranza devono essere malati? Un moraleggiamento pauroso! Sono diversi, solo che sono in minoranza, e noi ci permettiamo di chiamarli malati! Noi maggioranza ci poniamo come norma, e quelli sono anormali. E se la minoranza fosse la norma? Sarebbe anormale la maggioranza.
Esistono pensieri brutti? No, né belli né brutti, esistono pensieri giusti e pensieri sbagliati. Quindi il concetto di pensiero è che un pensiero può essere giusto, può essere vero o può essere erroneo: non c’è l’elemento del bello. Voi direte: però certi corpi sono più belli di altri! Col pensiero è più facile capire, perché il pensiero è spirituale: o è giusto o è sbagliato. Perché abbiamo difficoltà, col corpo? Perché il corpo non è nulla, è pura percezione, e abbiamo fatto tanti esercizi per dire che la percezione è il nulla del pensiero. Quel corpo lì è così brutto, quella donna è così brutta… ma lui è innamorato e dice: che bello! Il pensiero lo dice.
Quindi il corpo è pura percezione, il concetto di corpo è analogo al concetto di materia, o al concetto di percezione pura. E noi abbiamo detto che materia pura, percezione pura, corpo puro sono assenza di pensiero, non sono qualcosa: nel momento in cui il pensiero vi si aggiunge, li qualifica. Cos’è un corpo bello? È un corpo che a me piace, e perciò il mio pensiero lo chiama bello. Cos’è un corpo brutto? Un corpo che a me non piace, e allora il mio pensiero, il mio sentimento, lo chiama brutto.
Intervento: Però i tre concetti del bello, del vero e del buono i greci li applicavano anche al corpo: nella rappresentazione che si facevano del corpo, i greci cercavano di applicarli, cioè cercavano di portare anche dentro la materia il concetto di buono e di vero, e il bello era come la somma del vero e del buono. Rappresentavano il corpo come un qualcosa che ha dentro un’armonia e che noi effettivamente riconosciamo come più bello e meno bello. È il nostro pensiero che arriva dentro… È vero quello che tu dici – che il corpo è il nulla del pensare – però è il nostro pensiero che coglie in quel buono e vero qualcosa che ha a che fare con l’armonia, con la proporzione, con la funzione e lo chiama bello.
Archiati: Tu eri in un processo di pensiero e man mano che andavi avanti diventavi più lento perché ti accorgevi che stavi riflettendo… ah, ah!, il pensiero può andare più nel profondo, può essere superficiale, può sgarrare ecc… Errare è un po’ perdere la strada. Il concetto greco di bello non è come dici tu, perché implicherebbe l’esistenza del brutto, ma per i greci il brutto non c’è. Il concetto di bello è lo spirito che si manifesta e di fronte alla sua manifestazione gli uomini dicono: che bello lo spirito che si manifesta! – perché se non si manifestasse, per noi spiriti incarnati tutto sarebbe aria fritta. Un nulla.
KalÒj k¢gatÒj (kalòs kagatòs) significava bello e buono. Il concetto greco di bello era bello e buono insieme: quindi per l’uomo – che è spirito incarnato – non bello è lo spirito puro, perché non è visibile. Platone era l’ultimo che vedeva ancora le idee, e poi ha detto ad Aristotele: adesso verrà un’umanità che non saprà più contemplare le idee separate dal mondo fisico-percepibile, e quindi il tuo compito sarà di parlare del vero in quanto bello, cioè dello spirito in quanto visibile, percepibile. Allora, vedi, il concetto greco di bello è che tutto ciò che è spirito visibile è bello, anche ciò che noi chiamiamo brutto. Il greco non aveva il nostro concetto di brutto, perché per il greco uno spirito, anche un Mefistofele – le Forcidi nel Faust[4] avevano in tre soltanto un dente e soltanto un occhio –, è bello perché è uno spirito che si rende accessibile all’uomo. Che bello! Così com’è.
Il concetto di bello per il greco è il visibile.
Lo spirito diventa bello diventando visibile.
È liberante tornare a queste radici della nostra cultura: radici greche, perché il cristianesimo ha avuto di quei sentimentalismi e anche moralismi che non hanno nulla a che fare col vero spirito del cristianesimo. Il vero spirito del cristianesimo pone al centro il Logos fatto carne, diventato bello per l’uomo perché visibile, percepibile. Per il greco tutto ciò che è percepibile è spirito bello perché accessibile a me, e quindi vero e buono per ogni uomo.
Intervento: Se ricordo bene, il concetto greco di bello era poi collegato a un mondo interiore. Balzac riprende Virgilio nel passo et vera incessu patuit dea, «e vera dea si svelò nel portamento»:[5] il portamento per i greci era collegato a un moto interiore, non era l’elemento esteriore che il mondo materiale di oggi ci propina. Il portamento, il camminare, il sapersi muovere era tutto collegato a un movimento interiore: il tuo stato evolutivo interiore ti portava a camminare in un certo modo su questo mondo. Tant’è che poi Balzac elaborò in un suo libricino Teoria del camminare[6] tutto questo passaggio. Sappiamo bene che qualche avveduto psicologo moderno è andato abbastanza avanti in questa direzione, per non parlare di Steiner che nella tipologia dei temperamenti, relativa alla pedagogia, mostra come nel bambino si possa capire molto della sua evoluzione e del suo karma da come si muove: se saltella è sanguigno ecc.. Quindi è esattamente come dicevi tu: non c’è il brutto in quanto brutto e il bello in quanto bello, ma tutto è relativo al tuo mondo interiore.
Archiati: Tu hai portato diversi contesti e, naturalmente, la cosa si complessifica un po’. Il francese quando chiede come stai?, dice comment te porte tu? – come ti porti? Il concetto greco di se bien porter è Eâ-fwr…on (Eu-forìon), Euforione (che è un personaggio centrale del Faust di Goethe, figlio di Faust ed Elena): è l’uomo che sta bene, in lui i due mondi esterno e interno si arricchiscono sempre di più a vicenda, sempre di più il vero esterno diventa vero interno, e sempre di più il buono diventa bontà interiore.
Il buono è l’amore universale, è il modo in cui tutti gli esseri concorrono all’evoluzione di tutti gli esseri, è l’aiuto reciproco. Così l’amore universale diventa sempre di più amore interiore, nel senso che io imparo dall’amore universale, dal modo in cui tutti gli esseri si favoriscono a vicenda (il minerale a servizio delle piante, minerali e piante a servizio degli animali, minerali piante e animali a servizio dell’uomo) io imparo il bene, il buono morale, perché anch’io in tutto il mio modo di comportarmi posso favorire la mia evoluzione e al contempo l’evoluzione altrui.
Quindi parliamo di recepire all’interno sempre di più il mondo esterno del vero, del bello e del buono. Resta però che il bello, il vero e il buono per me diventano reali soltanto quando li interiorizzo: non esistono per me il vero oggettivo, il bello oggettivo e il buono oggettivo. Devo coglierlo io il vero, devo coglierlo io il bello, devo coglierlo io il buono e operarlo, crearlo: allora sono vero, bello e buono per me.

Fig.2
Quindi cos’è il mondo? Una potenzialità di interiorizzazione da parte dell’uomo. Il mondo cosiddetto esterno diventa reale soltanto nella misura in cui viene interiorizzato.
Prima di leggere l’Aggiunta alla seconda edizione, ripetiamo i tre passi che vi ho esposto all’inizio:
1. primo passo è il realismo ingenuo: il mondo è così com’è – quello che vedo, quello che sento;
2. secondo passo, l’idealismo critico: oh!, ma io del mondo ho soltanto rappresentazioni, non ho il mondo reale, il mondo in sé e per sé! Il mondo reale – l’albero reale – mi resta fuori! Quindi io del mondo reale non conosco nulla, ho soltanto rappresentazioni. Io non so e non posso sapere se queste rappresentazioni mi danno qualcosa di oggettivo dell’albero o se sono invece una falsificazione dell’albero, perché io l’albero vero non ce l’ho in me. Il mondo esterno reale mi è inconoscibile;
3. terzo passo, La filosofia della libertà: un momento! Io ho parlato finora di due mondi, ma tutti e due hanno in comune la cosa più importante: sono due mondi di percezione. Faccio una serie di percezioni nel mondo esterno e un’altra serie di percezioni la faccio introspettivamente, cioè guardando e percependo il mio mondo interno. Le percezioni che io faccio introspettivamente, guardando al mio mondo interno, le chiamo rappresentazioni, ma queste rappresentazioni sono percezioni come tutte le altre, le trovo fatte così come sono. Ve lo ricordate il concetto di percezione? Percezione è ciò che il pensare trova di fronte a sé già come dato, e tutte le rappresentazioni che sono nel mondo interiore sono date: quindi il pensare le percepisce, queste rappresentazioni, tali e quali ai dati del mondo esterno.
In altre parole, il terzo passo è dire: no, in tutti e due i campi io ho a che fare con un mondo di percezioni. Le une sono percezioni esterne, le altre sono percezioni fatte nella mia interiorità. Sia la percezione esterna che la rappresentazione stanno di fronte al pensare come dati che diventano qualcosa soltanto grazie alla presa di posizione del pensare che dice cosa sono. E lo stiamo dicendo cosa sono: una è una percezione fatta all’esterno, l’altra è una percezione fatta all’interno.
Ora, visto che hanno in comune l’elemento di percezione, sarebbe meglio se per indicare il mondo esteriore A (Figg.1 e 2) avessimo un’altra parola: come per la percezione interiore abbiamo la parola rappresentazione, dovremmo avere una parola apposta per la percezione esteriore (e non chiamarla tout court «percezione»).
Il concetto di percezione è stato ridotto alla percezione esterna – ingiustamente – e questo ha impoverito il linguaggio, perché la percezione esterna dovrebbe avere un nome così come la percezione interna ha un nome. La percezione interna la chiamiamo rappresentazione, la percezione esterna come la chiamiamo? Non ha un nome, la chiamiamo semplicemente percezione e questo fa vedere il materialismo in cui viviamo. Noi prendiamo sul serio come percezione soltanto la percezione esterna e non ci accorgiamo che la percezione interna è percezione tale e quale. Se noi progredissimo in fatto di linguaggio dovremmo veramente creare un’altra parola perché la parola in tutte le lingue non c’è. Proprio non c’è. Il tedesco è un po’ più ricco di sinonimi per la parola percezione: oltre a Wahrnehmung ha Beobachtung, però…
Intervento: Potremmo dire osservazione.
Archiati: Be-ob-achtung ha tre elementi nella parola,[7] mentre ob-servio ne ha soltanto due. Facciamo una prova: cosa direste voi tutti, che siete di lingua italiana, se la percezione esterna la chiamassimo osservazione e quella interna rappresentazione?
Interventi: No. No. No.
Archiati: No, no: non funziona, perché anche B (Figg.1 e 2) è un’osservazione. Vedi? Quindi la parola manca.
Intervento: E sensazione?
Archiati: Sensazione è una parola così complessa… Il linguaggio è questione di accordarsi, eh?, e ritengo comunque molto più possibile accordarsi sul termine sensazione che non sul termine osservazione.
Intervento: Però la sensazione, a dispetto del nome, ha dentro tanta anima.
Archiati: Eh sì, certo. Perché il linguaggio italiano, diversamente dal tedesco, ha accoppiato due parole: il senso e il sentire. La sensazione in sé e per sé, come parola, come concetto, si riferisce solo al senso, non al sentire: però, siccome il linguaggio italiano è stato creato dall’Arcangelo dell’anima senziente, nel senso della parola sensazione c’è il sentire dell’anima senziente. Avendo congiunto la sensazione col sentire, c’è tutta la carica dell’animico nella sensazione, che in inglese, per esempio, non c’è: sensation è puro fenomeno dei sensi, non di anima. Qui entriamo veramente in complessità enormi del linguaggio.
Ora leggiamo l’Aggiunta al quinto capitolo, che nel mio testo è a p. 83.
V
Aggiunta alla seconda edizione (1918)
V,A1 La concezione che qui è stata indicata può essere considerata quella a cui l’uomo viene, a tutta prima, portato come naturalmente quando comincia a riflettere sui suoi rapporti col mondo. Egli si vede allora irretito in una formazione di pensieri che si dissolve davanti a lui mentre egli la forma. Questa formazione di pensieri è tale che, confutandola in modo esclusivamente teorico, non si è fatto tutto quanto è necessario fare nei suoi riguardi. Occorre viverla {cioè i tre passi che ho esposto prima, li deve vivere ognuno per sé, ognuno si deve porre nella posizione del realismo ingenuo, ognuno si deve porre nella posizione del realismo o idealismo critico – che poi si trascina dietro una parte di realismo ingenuo – e ognuno deve superare questi due passi col terzo}, per trovare la via di uscita grazie al riconoscimento dell’errore a cui essa conduce. Essa deve avere il suo posto in una trattazione sopra il rapporto tra l’uomo e il mondo (Fig.1), non già perché si vogliono confutare altre concezioni delle quali si pensa che esse considerino questo rapporto in modo errato, ma perché occorre sapere a quale confusione può sempre condurre ogni prima riflessione su quel rapporto {è dentro di me questa confusione}. Quello che bisogna arrivare a vedere è come si giunga a confutare se stessi {non solo Kant} relativamente a questa prima riflessione. Da questo punto di vista vanno intese le considerazioni fatte più sopra.
Quando in questo secondo passo io dico: ma io dell’albero ho soltanto la rappresentazione non ho l’albero reale!, questo va preso sul serio come posizione mia, che devo superare dentro di me, non come una teoria di qualcun altro. Proprio perché l’affermazione è vera, io devo prendere sul serio il fatto che dentro di me ho soltanto immagini rappresentative del mondo e non le cose “reali” (tra virgolette) che sono fuori di me.
V,A2 Chi vuole elaborarsi una concezione sul rapporto fra l’uomo e il mondo, diventa cosciente che egli stabilisce per lo meno una parte di tale rapporto col farsi delle rappresentazioni delle cose e dei processi del mondo. Con questo il suo sguardo viene distolto da quanto sta fuori, nel mondo, e diretto verso il suo mondo interiore {e siamo al secondo passo}, verso la sua vita di rappresentazione. Egli comincia a dirsi: io non posso aver rapporto con nessuna cosa e con nessun processo se in me non sorge una rappresentazione. Dall’osservazione di questo fatto {la traduzione non dice «dalla percezione di questo fatto» perché la parola osservazione è un po’ più complessa che non la parola percezione} non è che un passo al convincimento: io non sperimento altro che le mie rappresentazioni {ho a disposizione soltanto le mie rappresentazioni} e so di un mondo esteriore soltanto in quanto esso è rappresentazione in me {nella mia interiorità}. Raggiunto questo convincimento, è abbandonato il punto di vista primitivo sulla realtà {che ingenuamente pensa che la realtà sia là fuori}, quello che l’uomo ha prima di cominciare a riflettere sul suo rapporto col mondo, e secondo il quale egli credeva di avere a che fare con le cose reali.
Se uno chiede a un contadino normale: dov’è l’albero di prugne reale?, il contadino risponde: ma l’albero di prugne è quello lì, non lo vedi? No, caro contadino, guarda che tu dell’albero di prugne hai soltanto le rappresentazioni! Mi immagino a parlare così con mio fratello Domenico (che è un contadino) che a questo punto mi direbbe: tu sei proprio matto! Tutti questi anni di studi ti sono serviti per diventare così matto? Sarebbe stato meglio se fossi rimasto qui a fare qualcosa!
(V,A2) Da questo punto di vista lo allontana la riflessione su se stesso. Questa non consente all’uomo di guardare ad una realtà, quale la coscienza ingenua crede di avere dinanzi a sé, ma gli permette soltanto di guardare alle sue rappresentazioni; queste si insinuano fra il suo proprio essere e un mondo più o meno reale, quale il punto di vista primitivo crede di poter affermare. L’uomo non può più guardare, attraverso il frapposto mondo di rappresentazioni, a una tale realtà, e deve riconoscere di essere cieco ad essa. Così sorge l’idea di una “cosa in sé”, {la prugna in sé,} irraggiungibile per la conoscenza.
Irraggiungibile perché io ho soltanto la rappresentazione della prugna. Ma il mio stomaco mangia e digerisce la prugna reale! Però io, dello stomaco, ho soltanto la rappresentazione: come faccio io a sapere di avere lo stomaco reale? Ho la rappresentazione dello stomaco, e lo stomaco reale cos’è? È inconoscibile. La cosa in sé dello stomaco è inconoscibile e io ho soltanto la rappresentazione dello stomaco. Quindi non mi dite che voi avete mangiato, stasera, e digerito: avete soltanto la rappresentazione della digestione!
(V,A2) – Fino a quando si rimane fermi alla considerazione del rapporto nel quale, attraverso la sua vita di rappresentazioni, l’uomo sembra essersi messo col mondo, non si riesce a sfuggire a questa formazione di pensiero. Non si può rimanere fermi al punto di vista primitivo sulla realtà se non ci si vuole artificiosamente chiudere all’impulso verso la conoscenza. {E allora viene il secondo passo:} Il fatto che esista tale impulso verso la conoscenza del rapporto fra l’uomo e il mondo mostra che il punto di vista primitivo dev’essere abbandonato.
La riflessione sorge, non si resta bambini. E chi, in una vita, è rimasto bambino nel suo realismo ingenuo, ritorna sulla Terra proprio per lasciare indietro questa posizione ingenua e passare alla seconda, più difficile, dove dice: ma io ho soltanto le rappresentazioni del mondo. «Non si può rimanere fermi al punto di vista primitivo sulla realtà se non ci si vuole artificiosamente chiudere all’impulso verso la conoscenza»: perché l’impulso verso la conoscenza è innato nell’uomo, e la prima domanda che sorge da questo impulso chiede: che cosa ho, io, del mondo? Cosa conosco, io, del mondo? Soltanto le mie rappresentazioni. Quindi, o sradichiamo dall’uomo l’impulso alla conoscenza oppure, appena lascia il realismo ingenuo, cade in questa trappola (e ci deve cadere!) che dice: io del mondo conosco soltanto le mie rappresentazioni, ho solo rappresentazioni. Questa passata la deve fare ognuno, è molto importante. Il singolo può raggiungere la terza posizione soltanto se lui stesso è passato per la seconda. Così come la maturità sorge soltanto dopo aver passato la pubertà: ma non la pubertà di un altro, la mia!
(V,A2) Se quest’ultimo fosse infatti capace di dare qualcosa che si potesse accettare come verità, non si sentirebbe quell’impulso – . {Adesso arriva il terzo passo:} Non si giunge però a qualcos’altro che si possa accettare come verità se, abbandonato il punto di vista primitivo, si conserva tuttavia, senza accorgersene, il modo di pensare che esso impone. Si cade in un simile errore quando si dice: io sperimento soltanto le mie rappresentazioni e, mentre credo di avere a che fare con cose reali, ho invece solamente coscienza delle mie rappresentazioni di cose reali; debbo perciò ritenere che soltanto fuori della sfera della mia coscienza esistono cose veramente reali, «cose in sé», delle quali non so proprio nulla per via immediata e che in qualche modo vengono a me ed esercitano su di me un’influenza, per cui sorge in me il mio mondo di rappresentazioni. Chi pensa in questo modo non fa che aggiungere in pensieri un altro mondo a quello che gli sta davanti; ma in relazione a quest’altro mondo dovrebbe ricominciare da capo col suo lavoro di pensiero. Perché così, nel suo rapporto con l’essere dell’uomo, la sconosciuta «cosa in sé» non viene pensata affatto diversamente dalla cosa conosciuta secondo il punto di vista primitivo della realtà.
Questo è l’idealismo critico che, rispetto alla rappresentazione, mantiene la posizione del realismo ingenuo. In altre parole, una terza posizione salta fuori soltanto se mi accorgo che io non ho creato una seconda posizione, ma sono rimasto nella prima senza rendermene conto. L’idealista critico in che modo diventa un realista primitivo camuffato? Dicendo del mondo esterno: non raggiungo la cosa in sé ma ho soltanto rappresentazioni; poi, riguardo a queste percezioni fatte all’interno (cioè alle rappresentazioni), si comporta come il realista ingenuo, le tratta come realtà che sono così come le percepisce. Infatti, se fosse conseguente dovrebbe dire: io delle percezioni che faccio al mio interno ho soltanto rappresentazioni. E invece le percezioni che fa all’interno le prende come realtà, come fa il realista ingenuo con le percezioni fatte all’esterno.
L’idealista critico dice: io, percependo una rappresentazione, ho la cosa in sé della rappresentazione – e si contraddice, perché anche qui dovrebbe dire: no, ho un’immagine riflessa della percezione che faccio. Dovrebbe dire: ho una rappresentazione della rappresentazione. Così come ho una rappresentazione della percezione esterna, così ho una rappresentazione della percezione interna (vedete i pasticci che derivano dal fatto che non c’è una parola apposta per le due diverse percezioni?)
Adesso io vi chiedo: la rappresentazione di una rappresentazione che cos’è? L’immagine di un’immagine che cos’è?
Intervento: È un’altra immagine.
Intervento: Non è percepibile.
Archiati: Ma certo che è percepibile. Io vedo una foto e c’è su l’immagine del nonno: ho un’immagine dell’immagine. Vado in un’altra stanza e ripenso all’immagine dell’immagine (cioè ripercepisco nella mia interiorità l’immagine della foto): ho la realtà dell’immagine dell’immagine? No! Ho una rappresentazione dell’immagine dell’immagine. E così via. Si postula un regressum ad infinitum, perché di ogni immagine di immagine ho soltanto l’immagine, non ho mai la realtà dell’immagine: ho sempre e soltanto l’immagine.
Io percepisco l’immagine di un’immagine: in questa percezione che cosa ho? Ho la rappresentazione della percezione, non la percezione. Quindi non ho la realtà dell’immagine dell’immagine, ma ho la rappresentazione dell’immagine dell’immagine. E la rappresentazione dell’immagine dell’immagine è l’immagine dell’immagine dell’immagine. Questo punto è importante, perché adesso siamo arrivati a tre:
1. l’immagine del nonno sul muro;
2. dentro di me cosa c’è di questa immagine? L’immagine dell’immagine;
3. che cosa ho io di questa immagine dell’immagine? Una rappresentazione. Quindi alla posizione tre ho un’immagine dell’immagine dell’immagine. Di questa terza immagine che cosa ho io? Ne ho la realtà? No, ne ho la rappresentazione. E così via, devo andare all’infinito.
Questo vale per ogni percezione, anche per il nostro solito albero: ogni volta che percepisco in me una rappresentazione dell’albero, in realtà me ne faccio l’ennesima rappresentazione, della rappresentazione della rappresentazione…

Fig.3
la rappresentazione della rappresentazione
della rappresentazione della rappresentazione…
Arrivato a questo punto, o trovo qualcosa dove non ho più soltanto l’immagine della realtà, ma la realtà stessa, oppure non ho mai la realtà. Ripeto: o esiste qualcosa che non si trasforma in immagine, qualcosa di cui posso cogliere direttamente la realtà, oppure non ho mai nessuna realtà, ho solo e sempre rappresentazioni di rappresentazioni, cioè immagini di immagini. La contraddizione dell’idealista critico è che lui prende le rappresentazioni come realtà, come cosa in sé. Invece, di ogni rappresentazione dovrebbe dire: io ho soltanto la rappresentazione della rappresentazione, non la cosa in sé della rappresentazione.
Esiste una realtà che non si trasforma in immagine, che non si trasforma in rappresentazione ma che è accessibile direttamente come realtà?
Intervento: È il pensare.
Archiati: Il pensare. Perciò è così difficile cogliere il pensare: perché tra il pensare e la percezione del pensare non si frappone la rappresentazione, cioè un elemento di immagine riflessa.
Intervento: Se il pensare non si può rappresentare, come facciamo a parlarne? Noi siamo comunque pervenuti a una rappresentazione dentro di noi attraverso il pensare.
Archiati: No, no.
Replica: Se rimanevamo fermi alla percezione oggettiva, non potevamo avere una rappresentazione interiore. Abbiamo dovuto aggiungere un lavoro nostro, di pensiero. Allora, probabilmente, si tratta di allargare la qualità del pensiero, portarlo su un altro piano, cioè trovare i nessi, i collegamenti ecc.…
Archiati: Tu stai dicendo che un pensare che non si percepisce, che non si coglie come creante realtà in assoluto è un pensare solo potenziale – come nel bambino piccolo.
Replica: Esatto.
Archiati: Tu dici giustamente che se nel bambino non ci fosse nemmeno potenzialmente il pensare, non potrebbe avere né percezioni né rappresentazioni. Però un conto è avere il pensare a livello potenziale, e un conto è recepirlo nella coscienza in modo tale che lo percepisco come creante la realtà. La realtà dell’albero, la realtà della rosa, o esiste nel pensare o non esiste – perché la rosa è un frammento del pensare cosmico. La coscienza ordinaria (credo che sia questo ciò che tu volevi dire) ha questo pensare solo potenzialmente. Portando a coscienza, col pensare, che il pensare crea la sostanzialità delle cose, questo pensiero – nel quale noi percepiamo la realtà creante del pensare – è un pensiero non solo potenziale, ma realizzato. È la realtà del pensare, non la potenzialità del pensare. E il senso dell’evoluzione è di trasformare il Logos, il pensare creante che nell’uomo è potenziale, sempre di più da potenzialità a realtà. Per il Logos stesso in questo pensare cosmico non c’è nulla di potenzialità, è immediatamente un realizzare.
Replica: Il nostro pensare abituale è un pensare biologico per il novantotto per cento
Archiati: Sì, è sulla falsariga della percezione. E chi ci dà la percezione? Il biologico, il corpo, i sensi.
Replica: Esatto. Una volta che il pensiero si emancipa e arriva a essere sempre più spirituale, se si può dire così, allora diventa creante, perché si identifica con la realtà della cosa.
Archiati: Pensando diventa rosa. Un adagio della Scolastica era Cognoscens in actu et cognitum in actu unum sunt – il conoscente nell’atto di conoscere e il conosciuto nell’atto di venir conosciuto sono una cosa sola. Quando penso «rosa», sono rosa in quanto spirito pensante. Però quando penso rosa, non quando percepisco rosa.
Terminiamo di leggere:
(V,A2) – Alla confusione cui si giunge con la riflessione critica in relazione a questo punto di vista, si sfugge soltanto se si osserva che, entro ciò che si può sperimentare e percepire interiormente in se stessi ed esteriormente nel mondo, esiste qualcosa che non può sottostare alla fatalità che la rappresentazione si frapponga fra i processi esteriori e l’uomo che li contempla. E questo è il pensare.
In altre parole, del pensare non ci si può fare nessuna rappresentazione, perché la percezione è la realtà stessa in me – altrimenti non ho la percezione del pensare. Qual è la condizione per percepire il pensare? Pensare. Produrre il pensare, creare il pensare. Quindi ho la realtà del pensare direttamente nella percezione del pensare.
Intervento: Quindi nel pensare la percezione coincide col concetto?
Archiati: Certo, è il concetto.
Intervento: Ma i concetti matematici funzionano al contrario. Cioè la matematica, che è una rappresentazione…
Archiati: Piano, piano: tu dimmi come fai a rappresentarti una linea infinita.
Replica: Sì, ma se tutte le rappresentazioni nascono dalle percezioni, la matematica che cos’è?
Archiati: Percezione introspettiva.
Intervento: Scusa, ho una domanda simile: tu prima hai detto che noi non possiamo avere rappresentazioni che non derivino da percezioni, quindi anche percezioni interiori, tutte le rappresentazioni dei moti dell’anima. Significa che io percepisco il mio interno e mi faccio delle rappresentazioni di questa percezione?
Archiati: Certo, e in questo modo superi il camuffato realismo primitivo del cosiddetto idealista critico che non si accorge che, percependo una rappresentazione, la prende come realtà reale e pensa di percepire la realtà della rappresentazione. Invece dovrebbe dire: no, io anche della rappresentazione, anche dei fenomeni interni ho soltanto rappresentazioni. Io ho la rappresentazione della rappresentazione. Ho la rappresentazione della rappresentazione? No, ho la rappresentazione della rappresentazione della rappresentazione. Ho la rappresentazione della rappresentazione della rappresentazione? No, ho la rappresentazione della rappresentazione della rappresentazione della rappresentazione – quattro volte, adesso.
Intervento: E non potrebbe essere che la matematica sia la rappresentazione di mondi non fisici, spirituali? E che quindi in realtà ci sia sempre una percezione?
Archiati: Sì, ma guarda che anche la rappresentazione dell’albero non è fisica.
Replica: Ma l’albero sì.
Archiati: Stiamo parlando della rappresentazione.
Replica: Sì, ma la percezione iniziale dell’albero è fisica.
Archiati: No. Cos’è la percezione? Non puoi dire cos’è la percezione. Tu dell’albero hai soltanto la rappresentazione. E cos’hai della rappresentazione? La rappresentazione della rappresentazione o il concetto che tu fai di rappresentazione. Quindi l’unica cosa che è reale, immediatamente reale, è il pensare. Adesso lo dico in un altro modo: perché il pensare non è rappresentabile? Perché se il pensare fosse rappresentabile, allora avrei la rappresentazione del pensare e non il pensare. Ma perché il pensare non è rappresentabile?
Intervento: Perché è la sostanza del reale.
Archiati: No.
Replica: Perché è un’attività.
Archiati: Bravo!! Perché è un’attività non è un qualcosa!, e un’attività non si può rappresentare.
Intervento: Se non si può rappresentare, come facciamo a farcene un’idea?
Archiati: Mi faccio il concetto di qualcosa che è per natura paradossale. Sembrerebbe una rappresentazione ma non lo è, sembrerebbe una percezione ma non lo è: sono io che le creo. Un paragone: che differenza c’è, per una mamma, fra il bambino che lei ha partorito (oggi ho sentito alla radio italiana che ormai in italiano non si dice più che una mamma dà alla luce un bambino o che partorisce un bambino, ma si dice: «Ha fatto» un bambino. Il mio senso del linguaggio è inorridito, ma comunque…) e tutti gli altri bambini del mondo? Tutti gli altri bambini sono percezioni, questo suo bambino è un processo, una realtà, una creazione, un vissuto reale. Quindi il pensare è l’unica cosa che è il mio vissuto reale: tutto il resto mi si presenta non creato da me.
Intervento: Però posso percepire il pensare pensando.
Archiati: Sì, percepisco qualcosa che non è percezione e perciò posso parlarne soltanto paradossalmente perché è un caso di eccezione assoluta.
Replica: Quindi pensare è l’unica cosa che faccio io.
Archiati: Sì, oppure non esisto. Ma non è l’io in quanto connesso col corpo, come pensava Cartesio!
Terminiamo di leggere, in modo che i pensieri li portiamo tutti nel sonno:
(V,A2) Di fronte al pensare l’uomo può rimanere fermo al punto di vista primitivo. Se non vi rimane, ciò accade soltanto perché ha notato che per tutto il resto egli lo deve abbandonare, senza accorgersi però che il modo di vedere così acquisito non è applicabile al pensare. Se si accorge di ciò, egli si apre la via all’altra constatazione che nel pensare e per mezzo del pensare {grazie al pensare} deve venir conosciuto ciò a cui l’uomo sembra rendersi cieco, quando frappone la vita delle rappresentazioni fra il mondo e sé –. All’autore di questo libro è stata fatta, da parte di persona da lui molto stimata {si tratta di Eduard von Hartmann, allora grande filosofo di Berlino} l’obiezione che con questa considerazione sul pensare egli rimane fermo ad un realismo primitivo {ingenuo} del pensare, quale si presenta a chi reputa essere il mondo reale tutt’uno col mondo rappresentato. Ma l’autore di queste considerazioni {Steiner} crede di avere proprio in esse dimostrato che il valore di questo «realismo primitivo» per il pensare risulta necessariamente alla spassionata osservazione di questo {perché nella percezione del pensare percepisco immediatamente una realtà, non l’immagine interiore e soggettiva di una realtà}; e che il realismo primitivo, non valido per tutto il resto, viene superato attraverso la conoscenza della vera essenza del pensare.
Il pensare crea le cose.
Buona notte a tutti e domani, per chi ha tempo e voglia, ci rivediamo.
Venerdì 9 ottobre 2009, mattina
Buon giorno a tutti!
Ieri sera dicevamo che il mondo esterno e il mondo interno sono un mondo solo. Non ci sono due mondi: c’è un mondo solo.

Fig.4
Metto una parete divisoria tra mondo interno e mondo esterno, ma non serve a nulla. Nel mondo esterno c’è l’albero e nel mondo esterno la rappresentazione dell’albero: disegniamoli di dimensione bella uguale.
Una prima riflessione dice: il mondo esterno è la causa e quello che succede nell’interiorità di ciascuno, in base alla percezione del mondo esterno, è l’effetto. Può darsi, ma è questione di speculazione, perché nel rapporto di causa ed effetto se una cosa succede temporalmente prima di un’altra non è detto che sia la causa della seconda.
Questa è una prima riflessione che abbiamo fatto diverse volte:

Qui abbiamo il tempo, il decorrere del tempo: il punto A è prima, e il punto B è dopo. Diciamo che ciò che avviene dopo non può essere causa di ciò che avviene prima, d’accordo?, perché non c’è ancora. Però ciò non significa che quel che viene prima (A) deve essere la causa di ciò che avviene dopo, perché causa di ciò che viene dopo possono essere altri fattori (C, D, E…). Ci siamo fin qui?
Un’altra riflessione complessifica le cose ulteriormente: se, per esempio, voglio raggiungere lo scopo di superare un esame, prima devo fare una sfacchinata di studio. L’esame da superare viene dopo, tuttavia è la causa della sfacchinata che viene prima.

Ora, questa sfacchinata viene prima, però la sua causa – l’esame – viene dopo. E allora come la mettiamo? La cosa si risolve dicendosi: non c’è soltanto il mondo visibile! Nel mondo visibile lo scopo – l’esame – viene dopo, mentre nel mondo invisibile della pianificazione, dei pensieri, dei progetti ecc… l’esame viene prima ed è la causa di tutto lo studio che si fa, di tutta la sfacchinata necessaria per superare l’esame.
Allora possiamo dire che nel mondo visibile prima c’è la percezione dell’albero materiale – perché l’albero materiale fa parte del mondo visibile – e dopo, nel mondo interno, c’è la rappresentazione. La rappresentazione viene temporalmente dopo la percezione, come conseguenza della percezione.
Adesso faccio un’altra riflessione sul rapporto fra mondo esterno e mondo interno, e ve la pongo in forma di domanda (è una domanda che la nostra cultura non pone, ma la scienza dello spirito sì, perché è più vasta): vogliamo escludere apoditticamente che il mondo interiore di una persona, ancor prima di nascere, abbia lavorato per secoli alla fauna e alla flora della Terra in modo tale che, ritornando a incarnarsi, le possa percepire così come le vuole? Siamo sicuri che non sia così? La percezione che abbiamo normalmente nella vita non ci dice nulla su questa questione, perché l’uomo ordinario non ha la percezione dell’uomo quale essere animico-spirituale che preesiste alla nascita fisica.
Immaginiamo milioni di esseri umani che non sono ancora nati: nasceranno chi fra cinque, chi fra dieci, chi fra venti anni – ci sono, eh?, questi individui, voi non potete dimostrare che non ci sono e io in merito faccio un’ipotesi di lavoro, perché la scientificità va per esperimenti e gli esperimenti si fanno su ipotesi: l’esperimento serve a verificare o ad annullare l’ipotesi. Quindi è legittimo il processo che sto facendo. Allora, facciamo l’ipotesi che in questo momento, nel mondo spirituale, ci siano milioni di spiriti e anime umane non ancora incarnati e che si incarneranno in futuro: siamo sicuri che non lavorino al mondo della natura per trasformarlo in modo che poi gli venga incontro, quando si incarneranno, quel tipo di percezione che serve esattamente ai loro passi successivi di cammino di pensiero? Non lo possiamo escludere.

Fig.5
Come abbiamo già visto, noi percepiamo a livello sensibile un rapporto tra mondo esterno e mondo interno. Io non dico subito che è un rapporto di causa ed effetto: dico solo che c’è un rapporto, perché l’albero che vedo fuori e l’albero che ho dentro di me, nella rappresentazione, sono lo stesso albero. C’è un rapporto di corrispondenza: lasciamo stare il rapporto causa-effetto.
Adesso domando: e se, nel processo della percezione sensibile, ci fosse anche un rapporto – non percepibile ai sensi – che parte dal mondo umano interiore e va verso quello esteriore? Non lo possiamo escludere. Ancora Platone – nel Timeo, per esempio – dice una cosa che poi si è persa nel corso della storia (ma ciò non significa che le cose stiano diversamente, oggi): io non posso percepire l’albero, dice Platone, senza che l’occhio mandi una corrente di luce spirituale verso l’albero, la quale torna indietro come percezione.

Fig.6
Quindi Platone sapeva ancora che ci deve essere una corrispondenza: non c’è soltanto un influsso della cosa percepita sull’occhio, sul nervo ottico, sul cervello – sull’uomo, insomma –, ma perché questo influsso avvenga bisogna che l’uomo emetta una corrente astrale, animica (così la chiamava) che va verso l’oggetto della percezione. Altrimenti non lo vedi neanche, l’albero.
Ieri sera abbiamo detto, in conclusione, che noi percepiamo là fuori (questo è il nostro modo di parlare) l’albero e diciamo che è una percezione; poi constatiamo, osserviamo, percepiamo dentro di noi una replica dell’albero, un’immagine riflessa dell’albero, una copia, e la chiamiamo rappresentazione.
Qual è il senso di questa replica interiore del mondo? Il senso è che questa replica interiore ognuno se la fa a modo suo. Prima di tutto, la serie di percezioni di una persona (miliardi e miliardi di percezioni!) non potrà mai essere la stessa serie di percezioni di un’altra persona. Anche il modo in cui una persona seleziona le percezioni, è diverso.
Prendiamo due persone in una certa serata: la persona A decide di andare al cinema, e questa decisione è il risultato di tutto un suo mondo interiore al quale corrisponde l’andare al cinema. Gli piace, ci va volentieri: padronissima, ognuno è libero! Poi, vedendo il film, entra nel suo mondo interiore tutta una serie di immagini e percezioni di quello che avviene sullo schermo ecc…
La persona B dice: andare al cinema? Ma è roba da matti! Mi leggo una conferenza di Rudolf Steiner. Padronissima, però dobbiamo dirci: se legge una conferenza di Rudolf Steiner (può leggere anche Manzoni o Dante, eh?, però, se devo fare io un bella polarità col cinema, scelgo Rudolf Steiner) avrà tutt’altre rappresentazioni, nel suo mondo interiore succederanno tutt’altre cose rispetto alla persona A che è andata al cinema.
Se non ci fossero tanti e tali echi interiori del mondo esterno quanti sono gli individui umani, non avremmo l’individualizzazione, non avremmo il sorgere dell’individualità umana. L’individualità umana sorge individualizzando in modo assoluto nella propria anima, nella propria interiorità, il mondo esterno. Per via di selezione, per via di tutt’altri accenti, per l’uno è importante questo, per l’altro è importante quell’altro. Chi è nato al nord percepisce le foglie della rosa, le forme della rosa, piccole e rattrappite per il freddo; chi invece è nato al sud ha tutt’altre percezioni, perché le foglie sono ben diverse. Eccetera, eccetera, eccetera.
L’anima umana è il mondo non soltanto interiorizzato, ma soprattutto individualizzato. Quando noi diciamo la parola io intendiamo dire: io sono il mondo individualizzato. Sono individuali, sono particolari, sono tutti miei i pensieri che mi sono fatto sul mondo, le percezioni, i sentimenti che ho vissuto nel rapporto col mondo, nel rapporto con gli altri – il mondo non sono soltanto le cose, sono soprattutto gli esseri umani.
Quindi l’interiorità di un essere umano è costituita da tutti i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue volizioni.

I pensieri, i sentimenti e le volizioni sono tre mondi in ognuno individualizzati, diversi, personali, soggettivi: però il soggetto è una realtà oggettiva, ogni soggetto è un frammento del mondo oggettivo. Ogni essere umano è un soggetto nel senso che il mondo si riflette nel suo pensiero, nel suo sentimento e nella sua volontà in un modo del tutto individualizzato, del tutto soggettivo, del tutto personale.
Quando un essere umano dice io, intende dire la somma dei suoi pensieri, la somma dei suoi sentimenti, la somma dei suoi atti volitivi. Questa è la realtà concreta della parola io.
È giusto che non ci sia soltanto il mondo oggettivo ma che ci sia anche io? Chi non è d’accordo?
Intervento: Un suicida.
Archiati: Pensate voi che il suicida sia l’uomo che vuole annientare l’io? No, psicologicamente questi casi limite ci portano al paradossale e il paradossale non è assurdo: il paradossale, se lo cogliamo nel senso giusto come sfida al pensare, evidenzia quel che c’è nel normale. Il suicida non vuole annullare l’io, perché l’ha già annullato: avendolo già annullato, in un atto inconsulto cerca di affermare il suo io uccidendosi. Io mi uccido dunque io sono, perché se non mi uccido non ho più nulla di me. È un inganno oppure tornano i conti?
I conti tornano, perché Giuda si uccide e poi scopre di esserci come essere spirituale, nel mondo spirituale. Non era riuscito a cogliersi come essere spirituale dentro il mondo della materia. Allora il Padreterno gli dice: adesso ritorna nel mondo materiale e impara a sentirti lì un io, non soltanto nel mondo spirituale, eliminando il corpo. Per viversi come un io nel mondo materiale bisogna vivere in pienezza questa corrispondenza, questa osmosi, questo di qua e di là fra il mondo esterno e il mondo interno.
Qual è il senso del mondo esterno? Che senso ha il mondo esterno? Il senso del mondo esterno sono io, altrimenti non servirebbe proprio a nulla! Tant’è vero che il mondo esterno sparirà quando io avrò compiuto tutta la mia evoluzione relazionandomi con esso. State attenti, però, perché io non ho detto che l’unico senso del mondo esterno sono io: ho detto sono io, e dicendo: «Sono io» concedo a tutti voi, a tutti gli esseri umani, di dire la stessa cosa. Ognuno deve dire per sé: «Sono io», e ognuno lo può dire per sé a ragion veduta, onestamente e non disonestamente se davvero dentro di sé rende il suo io sempre più ricco di pensieri, di sentimenti, di atti volitivi proprio grazie al rapporto col mondo esterno. Vivendo e realizzando il rapporto col mondo esterno in chiave di evoluzione, di arricchimento sempre maggiore dell’io, capisco il senso del mondo esterno.
Il senso del mondo esterno è la sua interiorizzazione nell’io umano: perciò è diventato esterno. E man mano che lo interiorizzo capisco che questa esteriorità era un’illusione, un inganno, perché l’io diventa un io soltanto disingannandosi. E qual è il grande inganno? Dire: l’albero reale è quello là fuori. Questo è il grande inganno! Il mondo cosiddetto esterno è il grande inganno, perché l’albero là fuori è talmente una non-realtà che oggi c’è e domani non c’è: come posso dire che quello è l’albero reale? L’albero reale è nel concetto, è dentro di me, è un concetto del Logos che fa sorgere al livello del mondo esterno tutti gli alberi materiali e li fa anche sparire.
Il senso del mondo è l’io umano – l’io di ogni uomo, naturalmente. Il senso del mondo esterno è l’evoluzione dell’interiorità dell’io, e l’interiorità dell’io è fatta di pensiero: in base ai pensieri sorgono i sentimenti, sorgono gli atti volitivi, le mete da conquistare ecc… Un atto volitivo in germe cos’è? Un pensiero. Voglio bere un caffè espresso: è un atto di volontà, però se non ho il concetto dell’espresso… Quindi c’è sempre un pensiero all’origine. Basta il pensiero per volere qualcosa? No. Deve essere un pensiero accattivante: mi piace, l’espresso, perciò lo voglio, e allora si muovono le gambe! Quindi per volere qualcosa prima di tutto la devo pensare, sennò che voglio? Però non basta pensarla, c’è il trapasso tra il pensare e il volere ed è il cuore, il sentimento: questo intendevo con la parola accattivante. Mi piace, lo amo. Allora il pensiero di una cosa che amo mi fa muovere verso quella cosa. Però il cuore, il mondo dei desideri, si può accendere soltanto in base a qualcosa che penso: non posso desiderare una cosa che non penso o che non conosco, posso desiderare soltanto cose che penso.
Tutto questo è per accennare un pochino alla struttura che c’è tra il pensiero, il sentimento e la volontà: l’accensione iniziale, fondamentale, è sempre il pensare, è sempre il pensiero. Tutto questo è un preludio al sesto capitolo, che adesso cominciamo. È intitolato L’individualità umana e si incentra sul mondo delle rappresentazioni. Però con la domanda: se ho ragione di ritenere che l’albero sia là fuori, come arriva, questo albero, dentro di me? Deve pur passare qualcosa da fuori a dentro. Atomi?
Intervento: Forse, essendo io lo specchio di ciò che vedo, io rifletto. Io vedo una cosa che ho già dentro, cioè la riconosco; però non so di averla dentro finché non la riconosco.
Archiati: Come spunto di meditazione – però si tratta di meditazioni non da poco: anzi, per l’uomo materialista sono meditazioni difficili – come spunto di meditazione diciamo che è grottesca, è assurda questa bella pensata che ci deve essere qualcosa che passa spazialmente dall’albero esterno all’essere umano. Cosa passa?

Fig.7
L’ipotesi non concessa del materialismo è che c’è qualcosa che si sposta dall’albero alla rappresentazione dell’albero, ma nessuno mai ha saputo spiegare cosa sia.
Intervento: Il concetto.
Archiati: Passa dall’uomo all’albero, il concetto? Si muove spazialmente? Passare significa muoversi nello spazio, scusate.
Replica: Nasce il concetto nell’uomo.
Intervento: Dal punto di vista visivo c’è la luce.
Archiati: Allora, come spunto di meditazione – una meditazione che va ripetuta perché poi, con gli anni, se tutto va bene, uno cresce e riceve un’ispirazione sempre maggiore per capire questo mistero, che è tra i più grandi che esistano: il mistero della percezione e del concetto. Aiuta molto lo studio della scienza dello spirito, naturalmente, perché rende l’essere umano sempre più spirituale[8] –, come spunto di meditazione, dicevo, prendiamo il mistero della luce, come qualcuno ha detto poco fa.
La rappresentazione è un frammento di luce, perché la vedo: io vedo l’immagine dell’albero dentro di me. Prendiamo ora la luce come elemento che è alla soglia tra il sensibile e il sovrasensibile, perché la luce non è fatta di materia (anche se c’è l’ipotesi che sia fatta di particelle, ma poi non si riesce a dimostrarlo). Il bravo Albert Einstein dice che la luce viaggia a 300.000 km al secondo.
Intervento: C’è luce e luce.
Archiati: Piano, piano. Qui siamo in momenti molto importanti, perché non posso dimostrare nulla: è un mostrare dov’è che noi arriviamo alla soglia, al limite del sensibile. Viene fatta l’ipotesi che la luce si sposti, passi da un posto all’altro nel corso del tempo. Quindi la percezione cos’è? Un frammento di luce, perché se non ci fosse la luce io non vedrei l’albero. L’albero che io vedo, in quanto elemento di percezione, è un frammento di luce, un fenomeno complessissimo di luce. Ora, questo frammento complesso di luce (la percezione), visto che la luce si sposta a velocità vertiginose (dicono gli scienziati materialisti, eh?), una frazione di istante dopo ce l’ho dentro di te. L’ipotesi che si fa è di uno spostamento di luce: questa luce era prima là e adesso è qui.
Questo pensiero è l’errore più grave del pensare decaduto, diventato materialista perché non conosce più la realtà dello spirito. Partiamo dal presupposto che la luce non si sposta da un posto all’altro, ma che la luce c’è. La luce non ha bisogno di partire dal Sole e poi, a 300.000 km al secondo, taratàn, taratàn, taratàn, arrivare fino alla Terra! È un’ipotesi che è stata fatta, ma mica deve essere per forza giusta. La contro-ipotesi, che va ugualmente pensata, è che la luce c’è istantaneamente oppure non c’è – ma non perché sparisce, ma perché c’è la tenebra.
Il pensare è la luce dello spirito: cosa passa dall’albero a me perché sorga in me la rappresentazione dell’albero? (Fig.7) Non passa nulla. Nulla. Adesso cancello quella freccia che è il pensiero più sbagliato che esista: la luce che c’è di giorno mi fa vedere l’albero, riempie il mio occhio di luce e l’albero è là e nel mio occhio contemporaneamente. Adesso prendiamo sul serio la parola contemporaneamente: non passa tempo, non è prima qui e dopo è là. Contemporaneamente. Quindi l’albero è contemporaneamente venti metri distante dal mio corpo e contemporaneamente è nel mio occhio: non dopo, perché la luce illumina l’occhio e illumina l’albero contemporaneamente. Ci siamo?
Adesso arriva il secondo contemporaneamente, ed è molto importante. Nel momento in cui (primo fenomeno di contemporaneità) l’albero è nell’occhio (nel cervello fisico) e nel mondo esterno perché la luce è nello stesso istante dappertutto, contemporaneamente (secondo fenomeno di contemporaneità) nell’interiorità si accende una luce – che noi chiamiamo ricordo – e in questa interazione sorge la rappresentazione.

Fig.8
Quindi l’albero là fuori, l’albero nell’occhio e l’albero come rappresentazione sono contemporanei. La contemporaneità tra albero fuori e albero nell’occhio è dovuta alla luce visibile (che poi non è visibile: rende tutto visibile, ma la luce stessa non è visibile), e la contemporaneità fra l’albero nell’occhio (o nel cervello, se preferite) e la rappresentazione dell’albero è dovuta alla luce del pensiero. E il tutto è contemporaneo.
Quando Immanuel Kant dice che deve passare qualcosa dalla cosa in sé dell’albero fino a me per far sorgere la rappresentazione, formula un pensiero sbagliato: che la luce cammina. Parte dal presupposto del materialista d’oggi che non conosce l’extra spazialità e l’extra temporalità dello spirito. Ma la luce non passa da un posto all’altro: o c’è o non c’è. Se noi diciamo che da Venere la luce ci mette tot anni-luce per arrivare fino alla Terra, per verificare o far cadere questa ipotesi di spostamento dovremmo dire che cosa si sposta.
Intervento: Forse questo spostare è riferito alla nostra presa di coscienza di quello che accade. Quindi c’è luce e luce: quella luce che noi vediamo accadere dopo un certo evento, e quindi che necessita di un tempo perché si verifichi, è una luce in un certo modo decaduta nella nostra cerebralità, per cui è il nostro prenderne consapevolezza che ci fa vedere che accade dopo un certo tempo.
Archiati: Allora di’ che il modo ordinario di pensare sulla luce è un inganno del pensiero. E lo scopo evolutivo dell’inganno è il disinganno – ed è questo che stiamo cercando di fare: disingannarci. Allora tutto è a posto. Se invece noi facciamo dell’inganno una teoria scientifica che vuol sancire l’inganno come verità sulle cose, allora precludiamo ogni evoluzione del pensiero perché il pensiero va avanti soltanto disingannandosi dall’illusione della percezione.[9]
Intervento: La verifica è dovuta al fatto che la percezione non ha nulla di fisico e di consistente, è solo una cosa del sovrasensibile.
Archiati: Lui dice: la percezione non ha nulla di fisico. Se l’albero sia qualcosa o no io non lo so, io dico: ho la percezione dell’albero, vedo un albero. Cosa vedo? Io l’ho chiamato “un fenomeno di luce”, e va messo tra virgolette perché posso dire soltanto nel pensare cos’è la percezione, ma la percezione in sé e per sé devo sempre metterla tra virgolette perché non è nulla. E chiamando la percezione «un fenomeno di luce complesso» intendo dire: sta’ attento, che è al limite tra ciò che tu chiami materia (che poi non è nulla) e la realtà dello spirito. Ed essendo al limite è la provocazione a superare il limite. Ah!!, allora la percezione non è, il concetto è – quella è la realtà. Con il concetto ho la realtà dell’albero, perché la realtà delle cose è il pensiero che pensa, lo spirito che pensa. La realtà delle cose è lo spirito che pensa, la realtà dell’albero è lo spirito che pensa l’albero. Lo spirito creatore disse: l’albero sia – e l’albero fu. Se non ci fosse stata quella pensata, non ci sarebbe mai stato nessun albero.
Perciò io uso queste metafore: anche inganno e disinganno sono metafore. La sapienza orientale metteva lì come dogma che tutto il mondo visibile è illusione, è maya. Però questa affermazione come dogma non mi serve a nulla, come dogma ci devo credere. Devo credere che il mondo visibile è illusione. Il compito del pensare occidentale è stato quello di fare un passo in avanti: ha lasciato da parte questo dogma da credere, è piombato nel mondo visibile, è piombato nell’inganno che esso sia una realtà e si trova ora a una soglia dove si tratta di rendersi conto che si andrà avanti nell’evoluzione soltanto tirandosi via da questo inganno. Però, nella misura in cui ci disinganniamo, facciamo un passo avanti enorme rispetto al dogma orientale che dice: il mondo visibile percepibile è un’illusione. Perché la sapienza orientale non era in grado di fondare in chiave di pensiero questa affermazione.
Perciò abbiamo detto ieri sera, nell’Aggiunta al quinto capitolo, che si tratta di disingannare se stessi cominciando col dire: ma dell’albero fuori io ho soltanto una rappresentazione! Ci deve essere qualcosa che passa dall’albero a me e quello che mi resta come distillato dell’albero è la rappresentazione. Ogni essere umano deve autonomamente entrare in questa cruna dell’ago del pensare.
Il peccato originale del pensare, la sua caduta è ritenere reale la percezione. E il senso della caduta del pensare è la resurrezione del pensare, la redenzione del pensare, è la sua riascesa, è ritenere reale il pensare e non la percezione. E questo è un cammino interiore.
Steiner dice: c’è chi compie un cammino interiore facendo gli esercizi esposti in un libro che molti di voi conoscono: Come si conseguono conoscenze dei mondi spirituali?, un testo dello stesso Steiner tradotto in italiano col titolo L’iniziazione.[10] Poi, nell’ultima conferenza del ciclo sul Vangelo di Giovanni,[11] dice che un altro modo di fare un cammino di purificazione interiore è quello de La filosofia della libertà, un modo che è un pochino più difficile perché bisogna andare a suon di pensiero. Però, uno studio profondo de La filosofia della libertà comporta una pulizia tale dentro di sé che, dice Steiner, porta già molto avanti nel cammino di purificazione interiore, perché si tratta di purificarsi dall’inganno, dall’illusione che il mondo sensibile sia la realtà.
VI
L’individualità umana
VI,1 La principale difficoltà nella spiegazione delle rappresentazioni si trova per i filosofi nella circostanza che non siamo noi stessi le cose esterne {le cose esterne vengono date per scontate: sono là all’esterno, e noi non siamo le cose esterne}, e che le nostre rappresentazioni debbono tuttavia avere una forma corrispondente alle cose. Ma se si guarda più a fondo, ci si accorge che questa difficoltà non esiste. È vero che noi non siamo le cose esterne, ma apparteniamo con le cose esterne ad un unico e identico mondo. Il frammento di mondo che io percepisco come mio soggetto è attraversato dalla corrente del divenire mondiale generale.
Allora torniamo al pensiero già espresso ieri, puro e semplice: c’è il mondo esterno A e c’è l’interiorità umana B. Ma anche l’interiorità umana fa parte del mondo, no? Non è forse un frammento di mondo? O l’uomo è fuori dal mondo? Allora questo è il mondo: A e B fanno entrambi parte del mondo! E il pensare pensa sul mondo interno dell’uomo allo stesso modo in cui pensa sul cosiddetto mondo esterno.

Fig.9
A questo punto cominciamo a dire cosiddetto mondo esterno e cosiddetto mondo interno, perché per il pensare è tutto mondo. Per il pensare, una rappresentazione percepita all’interno è un mondo interno o un mondo esterno? Per il pensare è un mondo esterno, perché deve prendere posizione: la trova già fatta, la rappresentazione.
Nell’interiorità umana ci sono rappresentazioni, immagini rappresentative: è un mondo esterno, è una percezione come tutte le altre, lo abbiamo già detto ieri sera. Quindi questo spaccare il mondo in due è fittizio: sono due frammenti del mondo, due elementi del mondo. Uno lo chiamiamo mondo interno dell’uomo, l’altro lo chiamiamo mondo esterno: però sono concetti che creiamo noi.
E il mondo esterno è esterno in assoluto? No, soltanto all’uomo è esterno. E se è un mondo esterno soltanto rispetto all’uomo, cosa intendiamo dire? Datti una mossa perché termini di esserti esterno! Non lo vedi che è esterno soltanto in rapporto a te, perché non ti sei ancora dato una mossa per interiorizzarlo? Allora datti una mossa e vedrai che terminerà di essere mondo esterno! – tant’è vero che prima o poi sparirà tutto.
In altre parole, viene assolutizzato il mondo esterno in un modo non lecito, con un pensare del tutto sbagliato, non pulito. Scusate, il cosiddetto mondo esterno non è neanche esterno rispetto all’uomo: è esterno rispetto all’interiorità dell’uomo, ma l’uomo, percependolo, non gli è esterno, ne fa parte. La rappresentazione dell’albero è nell’occhio contemporaneamente: non è esterna all’uomo. L’unica differenza è che l’albero nell’occhio è l’albero in un elemento fisico mentre l’albero nell’animo – la rappresentazione – è l’albero in un elemento non fisico (Fig. 8).
Intervento: Lo colgo perché ho lo stesso tipo di luce: la luce del pensiero è la stessa luce della luce esterna, la stessa qualità. Cioè, il mondo interiore io lo illumino col pensiero, è il pensiero che me lo fa percepire, e il mondo esterno lo percepisco grazie alla luce (cioè la luce è quella che me lo svela, mentre il mondo interiore me lo svela il pensiero). La percezione io la colgo con la luce del pensiero.
Archiati: Sì, però la domanda vera e difficile è: qual è il rapporto tra i due tipi fondamentali di luce, luce del pensiero e luce fisica – che poi fisica non è? A questo punto non puoi dare una risposta subito, perché è uno dei misteri più grossi su cui l’essere umano ha lavorato e lavorerà per millenni. Il problema del pensare moderno è che si sono fatte troppo alla svelta affermazioni sulla luce, per esempio quella che la luce si sposti da un posto all’altro. Questa sarebbe una luce che è diventata tenebra: è l’ombra che si sposta da un posto all’altro, che si allarga lentamente. Quindi potrei magari dimostrare che la tenebra, l’opposto della luce, si sposta da un posto all’altro, ma non la luce.
Supponiamo che io accenda qui un riflettore: sarebbe luce elettrica. Allora abbiamo la luce del pensiero, la luce del Sole e la luce elettrica: sono tre misteri della luce. Adesso faccio un’ipotesi di lavoro, ognuno poi la prende e ci lavora: la luce del pensiero è puramente spirituale, la luce del Sole è un fenomeno animico, non spaziale, e la luce elettrica è una materializzazione della luce, qui la luce diventa corporea.

i tre livelli della luce
Fig.10
Ecco i tre livelli della luce: la struttura trinitaria del cosmo in cui viviamo abbraccia un puro spirituale, un vissuto animico e una esteriorizzazione del mondo che chiamiamo il corpo.
Quella del riflettore è luce elettrica: cosa vuol dire elettrica? ”Hlektron (électron) in greco è il passaggio tra lo spirituale e la materia ponderabile, è il primo elemento di ponderabilità. Se io accendo un riflettore potente, essendo luce elettrica può darsi che si possa trovare qualcosa di ponderabile che parte dal riflettore, percorre uno spazio e arriva fin là, in fondo alla sala. Non lo escludo perché è luce elettrica, non è luce del Sole. Dovremmo fare anni di fisica per intenderci, sono tutti esperimenti ancora da fare: come la neurobiologia sta facendo esperimenti complessi sul cervello, andrebbero fatti anche questi.
L’altro pensiero è che se io qui avessi il Sole invece del riflettore (naturalmente non ce l’ho, il Sole, ma bisogna andare per analogie) sarebbe assurdo pensare che la luce del Sole parta da qui e dopo un frammento di tempo, per quanto infinitesimale, arrivi là in fondo. La luce del Sole è sempre contemporaneamente dappertutto. Prendetele come spunto di meditazione queste tre qualità fondamentali della luce: puramente spirituale è la luce del pensare, materializzata e imprigionata nella materia è la luce elettrica, e la luce dell’anima, la luce del Sole, sono le percezioni. Le percezioni sono luce solare, frammenti di luce solare: le percezioni sono la realtà della luce del Sole.
Intervento: Ma percepiamo anche con la luce elettrica!
Archiati: Eh, è proprio quella la domanda! È importante chiedersi se la percezione è la stessa. Noi presupponiamo che una persona all’aria aperta, illuminata dalla luce del Sole e che percepisce la luce del Sole, sia la stessa tale e quale quando qui in sala è illuminata dalla luce elettrica! No, no, è soltanto per via del pensiero diventato poverello che noi diamo per scontata questa uguaglianza: sono due fenomeni del tutto diversi, perché questa luce qui io la posso spegnere ma non quell’altra – da quell’altra, semmai, devo andar via. Le differenze sono enormi.
Allora, l’unità primigenia della luce corporea è la percezione, l’unità primigenia della luce animica è la rappresentazione e l’unità primigenia della luce spirituale è il concetto.
LUCE SPIRITUALE concetto
LUCE ANIMICA rappresentazione
LUCE CORPOREA percezione
Il concetto è un frammento di luce spirituale, la rappresentazione è un frammento di luce animica e la percezione è un frammento di luce materializzata, corporea. Però abbiamo fatto anche l’esercizio di riferire tutti e tre i livelli ai misteri della luce: la percezione è luce, la rappresentazione è luce, il concetto è luce.
Se uno ci riflette, la cosa è ben chiara. Però un conto è affrontare la fenomenologia della luce con una triplicità di chiave di lettura, e un conto è affrontarla come se la luce fosse sempre la stessa. La differenza è enorme: io posso capire la luce del pensiero soltanto come opposto alla luce elettrica, posso capire i misteri della luce elettrica soltanto rapportandoli alla luce dello spirito, creando sempre opposti nel pensiero. E la luce animica del Sole, anche del sole interiore se vogliamo, fa da trapasso tra i due: l’anima si muove tra l’elemento corporeo e l’elemento spirituale del mondo.
(VI,1) Per la mia percezione io sono chiuso dentro i limiti della mia pelle. Ma ciò che sta dentro la pelle appartiene al cosmo preso come un tutto. Affinché dunque sussista un rapporto fra il mio organismo e l’oggetto fuori di me, non è affatto necessario che qualcosa dell’oggetto passi dentro di me o faccia un’impressione nel mio spirito come un sigillo nella cera.
Come dicevamo prima, non è necessario che qualcosa passi dentro di me, che si sposti dall’oggetto a me. Non è che qui sono io, l’albero è là, qualcosa dell’albero arriva all’occhio e poi dall’occhio si fabbrica la rappresentazione dell’albero: no, non avviene affatto questo. Dove c’è luce c’è contemporaneità, dove c’è luce viene trasceso lo spazio. L’inganno di Albert Einstein è la sua bella pensata dei 300.000 km al secondo. Questa velocità non si può più misurare, quindi non c’è velocità: c’è contemporaneità, punto e basta. Mi dite voi come si fa a verificare una velocità di 300.000 km al secondo? Bisognerebbe muoversi, camminare noi stessi a questa velocità per dire: mi sto spostando a 300.000 km al secondo.
Qual è il concetto di una velocità di 300.000 km al secondo? È il limite di velocità reale dove tutto ciò che è fisico si disintegra, sparisce e diventa sovrasensibile. Perché qualsiasi cosa reale – un frammento, una particola, quello che volete – che veramente, realmente (non soltanto barando) si muova nello spazio e percorra 300.000 km al secondo, si disintegra! Si disintegra nel primo decimo di secondo di questa velocità. Quindi Einstein, se fosse stato un pensatore un pochino più poderoso, avrebbe detto: la luce è l’elemento che trascende lo spazio.
Intervento: Ma anche della teoria della relatività Steiner dice che è una pura fanfaluca!
Archiati: Dire così è facile: articolare il pensiero non è così facile.
Replica. No, lui lo articola.
Archiati: Sì, sì. Ha tenuto una bellissima conferenza agli operai del Goetheanum sulla relatività, però ti assicuro – io non sono un operaio del Goetheanum, l’ho studiata questa conferenza, volevamo addirittura farci un libricino da due euro! –, ti assicuro che o ci metti veramente una enorme quantità di pensiero oppure ti resta di dover credere a un sacco di cose solo perché le ha dette Steiner. E allora lasciamo stare e cerchiamo di masticare un pochino in chiave di pensiero le cose, perché altrimenti arrivano le persone “normali” e dicono: ma questi antroposofi non fanno altro che credere a Rudolf Steiner!
Conclusione del discorso: portiamoci via il pensiero – io ho cercato di indicare cammini di pensiero – che ciò che noi chiamiamo luce è proprio l’elemento di soglia, dove tutte le affermazioni che noi facciamo sul mondo al di qua della luce terminano di avere un valore. Tutte le affermazioni che noi facciamo al di qua della luce sono vere nella misura in cui supponiamo che ci siano spazio e tempo. La luce è quell’elemento che in base alla velocità, andando al limite della velocità, supera, trascende lo spazio e il tempo.
Tu, che parlavi di relatività, forse ricordi che ci sono diverse conferenze anche per gli antroposofi, non soltanto per gli operai del Goetheanum, dove Steiner dice cose importanti riguardo alla velocità. Faccio un accenno per chi fosse matematico o fisico: sappiamo che la velocità è una funzione del rapporto tra spazio e tempo (tanto spazio percorso in tanto tempo mi dà la velocità):

Ora, una delle cose fondamentali della scienza dello spirito, del dialogo tra la scienza naturalistica e la scienza dello spirito, è l’invito a rendersi conto che spazio e tempo sono due astrazioni: astraggono dalla realtà dello spirito pensante, che è sovraspaziale e sovratemporale. Se io astraggo dalla sovratemporalità e sovraspazialità dello spirito, parlo del non reale in chiave di spazio e di tempo. Non è reale proprio perché lo riferisco allo spazio e al tempo. Voglio tornare nel reale? Allora devo lasciar via lo spazio e il tempo, che sono due astrazioni, e tornare alla velocità.

Ma la realtà della velocità qual è?
Intervento: Il movimento.
Archiati: Bravo, è il movimento. Ma che differenza c’è tra velocità e movimento? Spiegami. Fa’ conto che io sia uno straniero e non conosca la differenza tra la parola velocità e la parola movimento.
Intervento: Il pensiero è un movimento.
Intervento: La velocità è relativa.
Archiati: Attenti, io adesso vi rendo percepibile una velocità (Archiati cammina in modo veloce, [NdR]). Cosa avete percepito?
Intervento: Un movimento.
Archiati: No, non avete percepito un movimento, avete percepito una velocità. Adesso (Archiati cammina lentamente, [NdR]) avete percepito una velocità minore. Il movimento presuppone qualcosa che voi non potete aver percepito perché è solo in me. Motus: mi muovo, ho un motivo che mi muove e mi spinge, e questo è soltanto in me. Il movimento è la decisione dello spirito di muovere il corpo per andare, veloce o lento, verso una parte. Questo moto dello spirito che mi mette in movimento voi lo percepite come velocità. Quindi anche la velocità è un’astrazione, di fatto, rispetto al movimento. La realtà è il movimento, però per avere il movimento bisogna darsi una mossa, bisogna muoversi: lo spirito è la realtà del mondo che si muove e il movimento è il creare. Così lo spirito dà una mossa a tutto quanto. L’amor che move il Sole e l’altre stelle:[12] l’amore è il moto.
Nel linguaggio, cos’è un motivo? Come l’ho chiamato, mezz’ora fa? Un pensiero accattivante. Nel motivo c’è un motus, e il motivo è un pensiero accattivante, che mi muove. E infatti o ho un motivo per fare una cosa o non ce l’ho. Se ho un motivo, mi muovo e la faccio.
Tornano i conti? Sono esercizi di pensiero che vanno sempre rifatti, così come ogni giorno mangiamo e non diciamo: eh, ma ho già mangiato ieri e l’altro ieri! Bisogna pensarci ogni giorno, e queste sono le strutture fondamentali per ripensarci sempre di nuovo. La realtà del movimento è l’essere motivati (lo dico in italiano: in tedesco non si potrebbe dire così). Cosa vuol dire essere motivati? È uno stato dell’anima e dello spirito, è un pensiero dello spirito che riscalda l’anima (uno si sente motivato) e muove il corpo.
un frammento di luce dello spirito vado a visitare mia nonna
riscalda l’anima sì, ci vado volentieri perché le voglio bene
e muove il corpo esco di casa
Sono motivato ad andare a trovare mia nonna. L’origine è il pensiero (visitare mia nonna è un concetto, un pensiero), poi si traspone nell’anima come motivazione e infine mette in moto il corpo. Nel pensiero ho un concetto, nell’anima una motivazione e nel corpo un moto, un movimento.
Il linguaggio italiano, a differenza del tedesco, oltre che di movimento parla anche di motivazione. Non basta la parola movimento? Come spiegate a uno straniero la differenza tra motivazione e movimento? Il movimento lo vedi nella velocità, la motivazione la senti. E il concetto? E l’origine della motivazione e del movimento? Per avere una motivazione che si trasforma in movimento ci vuole all’origine un motore. Cos’è lo spirito pensante? È il motore in moto[13], dice Aristotele. Lo spirito pensa e mette in moto tutto l’animico e tutto il corporeo. Li fa evolvere, è il motore dell’evoluzione dell’anima e del corpo.

Voglio dare una mossa al mondo intero: e l’evoluzione fu!
Luciana, è inutile che mi guardi storto. Facciamo una pausa per un caffè.
*******
Archiati: C’è qualcuno che ha qualcosa da dire?
Intervento: Se ho capito giusto, mi verrebbe da dire che noi quando parliamo di luce del Sole, in fondo diciamo una cosa non proprio corretta: dovremmo dire luce solare. E se parliamo del Sole in quanto realtà fisica, allora, di conseguenza, non devo dire fonte di luce, ma un concentrato di luce dove esiste una combustione. Ho capito giusto? Dico una cosa giusta?
Archiati. Tu ci sei stato sul Sole? Di che stai parlando? Tu parli del Sole come realtà fisica: cosa intendi dire? Vedi, tu sei partito mettendo in questione certe espressioni, e io ho rincarato la dose. Vedi che c’è tutto da mettere in questione? Cose date per scontate nella cultura del materialismo, vanno tutte messe in questione. Cos’è il Sole come realtà fisica? Il Sole come realtà fisica non esiste perché non ne abbiamo la percezione. È un’invenzione. Durante la pausa dicevo a qualcuno che c’è un libricino di Steiner che abbiamo stampato in Germania al costo di due euro, Naturgeister (Spiriti della natura, spero che verrà tradotto in italiano) che in tutta la prima parte parla del fenomeno primigenio della luce, cioè della percezione pura della luce (nella seconda parte parla degli spiriti della natura preposti alla percezione e al concetto, degli spiriti della natura che operano per il passaggio dal giorno alla notte, quindi luce-tenebra tenebra-luce, poi gli spiriti della natura preposti alle fasi lunari, quelli preposti al ciclo solare ecc.). Dove abbiamo, noi, la percezione pura della luce, di ciò che chiamiamo luce? Nella legna che arde, nel fuoco. Il fuoco presuppone qualcosa che brucia, ed è la legna: la legna è una percezione. Quando io dico: il nonno sta scaldandosi al focherello, ciò che il linguaggio chiama fuoco è una percezione. Cosa percepisco quando vedo il fuoco?
Intervento: Il calore.
Archiati: Non soltanto il calore. Sento il calore. Intendo cosa percepisco visivamente: restiamo nel campo della luce.
Intervento: Qualcosa che si consuma.
Intervento: Materia che si spiritualizza.
Archiati: Ma scusate, andiamo indietro di duecento anni, quando la luce elettrica non c’era: accendo il fuoco e cosa vedo? Tutte le cose, non soltanto la legna. Questo è il fenomeno primigenio della luce, perché c’è l’elemento di percezione: il fuoco. Il Sole è il fuoco originario. Perché è più giusto, più bello, più ricco dire il fuoco originario? Perché il fuoco genera due cose: luce e calore.

Il fuoco spirituale produce la luce del pensare, il Logos, e il calore dell’amare, l’Io Sono. Pensare e amare. Il Vangelo di Giovanni chiama l’Essere solare (il Cristo) sia Lògoj (Lògos) sia ‘Egè e„m… (Egò eimì), che vuol dire Io sono, intendendo con Io Sono l’individualità che ha cose che ama, che vuol fare, che ha atti d’amore da compiere.[14]

In questo senso il nostro concetto di luce è astratto, perché la luce non si percepisce mentre il fuoco lo percepisco. Il fenomeno originario della luce è il fuoco. Perciò Francesco d’Assisi era innamorato del fuoco.
Intervento: Frate foco…
Archiati: Sì. «Sorella Luce» gli avrebbe detto di meno perché è astratta. Frate foco: qui ho la luce percepibile e il calore percepibile – lo sento. La luce mi fa vedere tutte le cose e il calore mi fa sentire caldo. Cosa vuol dire scaldarsi? Mi scaldo al fuoco e se mi scaldo interiormente gli altri mi dicono: ma dai non te la scaldare più di tanto! Non-te-la-scaldare…Che cosa è questo la? L’anima! Calmati. Doccia fredda.
La domanda successiva è: come sorge il fuoco? Prima del fuoco ci sono la tenebra e il freddo. La prima creazione Steiner la chiama Saturno. Terra saturnia. Cos’era? Fuoco, calore ardente. L’inizio è il fuoco – pàr (pür). Tra i primi filosofi greci, Talete diceva: l’origine è l’acqua. Altri dicevano: l’origine è la terra. Ma no!, l’origine è l’aria, tutto viene dall’aria! Altri dicevano: è il fuoco. Ed è il fuoco, infatti, che diventa luce, diventa aria, diventa acqua e diventa terra.

Il fuoco è la soglia tra il mondo spirituale e il mondo sensibile, come fenomeno originario di luce e di calore. Qual è, allora, il fenomeno originario, primigenio della luce dello spirito? È l’intuizione. Da dove viene l’intuizione? Se venisse da qualcos’altro ci sarebbe qualcosa di ancora più originario che causa l’intuizione.
Intervento: Anche per la creazione viene detto: «E la luce fu». Dio crea…
Archiati: E per poter dire: «E la luce fu» deve esserci l’intuizione della luce. E da dove viene questa intuizione della luce?
Replica: Dal pensiero. Dio ha creato…
Archiati: Lo spirito pensante crea intuizioni. Basta. È il primo inizio.
Replica: Certo.
Archiati: Se non poniamo da qualche parte un primo inizio, non inizia mai nulla. E il primo inizio che non ha bisogno di qualcosa che lo causi è lo spirito che pensando crea.
Intervento: Aristotele dice che nell’anima c’è una parte razionale e una parte irrazionale. È vero, sì?
Archiati: E beh?
Replica: No, siccome lo sto studiando adesso…
Archiati: Sì, ma attenta: già il contesto de La filosofia della libertà è complesso, se ci mettiamo altri contesti… Dobbiamo entrare nel merito di un contesto. Diciamo allora che l’anima è tutto il vissuto interiore: una bella pensata è un pochino più razionale che una bella arrabbiata, no? E perché una bella arrabbiata è irrazionale rispetto a una bella pensata?
Replica: L’irrazionale è l’anima spinta dalle passioni e dal desiderio, mentre la razionalità è più legata al pensiero, alla sintesi.
Archiati: Adesso parlo per sommi capi, naturalmente, sennò dovremmo entrare per un’ora nel tuo contesto. Riassumendo: una bella pensata è il riflesso nell’anima di qualcosa che avviene nello spirito, e quindi avviene in modo creativo e libero. Una bella arrabbiatura è qualcosa che si riflette nell’anima partendo da impulsi e forze corporee, e quindi ha un carattere di libertà molto minore. Questa è la differenza: il razionale è più libero, l’irrazionale è meno libero.
Intervento: Visto che si imposta tutta l’esperienza della percezione sull’organo della vista, allora mi chiedevo: e il cieco? E gli altri sensi? Anche gli altri sensi sono origine di percezione.
Archiati: È giusto quello che tu dici. Uno dei dodici sensi (non sono solo cinque, i sensi!), quello della vista, viene privilegiato perché è quello più semplice. Andrebbe fatto un discorso analogo rispetto all’udito, all’olfatto, al gusto…, poi bisognerebbe entrare nel merito concreto e così le cose diventano molto più complesse. La scienza dello spirito ha dato con Rudolf Steiner soltanto gli strumenti fondamentali, ma non si è neanche cominciato a fare veramente una scienza dodecuplice, una scienza delle dodici variazioni del modo di percepire (V. Fig. 11, p. 66).
Io pongo semplicemente la domanda: l’eco interiore della percezione di questo dodicesimo di percezione (quella visiva) dell’albero, noi la chiamiamo rappresentazione dell’albero, che è l’immagine vista interiormente. Adesso io chiedo a te: della Nona sinfonia di Beethoven, tanto per fare un esempio, ho una rappresentazione? Se voi non aveste nulla dentro di voi della Nona sinfonia di Beethoven, quando io dico la Nona non sapreste di che sto parlando. Se invece sapete di che cosa sto parlando, cosa c’è dentro di voi della Nona sinfonia di Beethoven?
Intervento: Una rappresentazione.
Intervento: Un ricordo.
Archiati. Vedete? È più complessa la cosa. Cosa ho dentro di me della Nona? Dell’albero ho la rappresentazione, una replica, un doppione, un’immagine mnemonica: e la vedo interiormente.
Intervento: La Nona la sento.
Archiati: Che vuol dire «la sento»?
Replica: Un’emozione del piacere che ho avuto.
Archiati: Ma un’emozione non è la Nona. È la mia emozione rispetto alla Nona.
Intervento: Quando sento la Nona di Beethoven ne faccio un modello, un’analogia. Tanto è vero che se la risento e c’è una stonatura io non la riconosco. Quindi è così anche con gli altri sensi.
Archiati: Bene, però non era questa la domanda. Io dicevo: se ti chiedo che cos’hai in te, adesso, dell’alberello accanto a casa tua, tu mi dici che ne hai un’immagine che corrisponde. La domanda era: cos’hai in te adesso di questa percezione uditiva che è la Nona di Beethoven. Cos’hai in te adesso di questa Nona?
Replica: La posso riascoltare. Quindi è come un’immagine…
Archiati: Un’immagine sonora! Più complessa, più difficile. Allora, rispetto all’immagine dell’alberello, gli uomini sono molto più uguali (perché è più semplice, la si ha automaticamente) che non rispetto all’eco interiore sonora relativa al senso dell’udito. Se io chiedo al direttore d’orchestra, che ha diretto la Nona diverse volte: cos’hai in te di rappresentazione interiore della Nona?, questo direttore mi farà un discorso molto più articolato, più complesso di ciò che ha veramente dentro di sé. Lui sente dentro di sé non soltanto il movimento generale, ma sente ogni singolo strumento. Invece un altro dice: sì, l’ho sentita una volta, ma non mi ricordo più nulla. Uno che l’ha sentita una volta non si ricorda più nulla: però l’ha pur sentita, una volta. Gli è rimasto qualcosa? Sì, ma del tutto sbiadito. È complessa la cosa, se teniamo presente che in realtà sono dodici gli organi di senso. Ve li ricordo:

i dodici sensi
Fig.11
Facciamo tutto il giro di questo cerchio, a partire dallo spartiacque tra il senso dell’Io altrui e il senso del tatto, che è la percezione del proprio corpo come tale. Abbiamo:
1. il senso dell’Io altrui,
2. il senso dei pensieri altrui,
3. il senso delle parole dell’altro che parla, cioè la percezione delle parole, del suono articolato secondo la parola umana.
Questi tre sensi sono preposti alla mia percezione dell’Io degli altri esseri umani. Voi, adesso, cosa state percependo di me? Le parole le percepite automaticamente, non soltanto perché sapete che sto parlando come uomo, ma perché sto parlando in italiano. Quindi già per il fatto che capite le parole, passate dalla percezione della parola alla percezione dei pensieri, altrimenti non capireste nulla di quello che dico. Se poi qualcuno di voi è capace, attraverso le parole che sto dicendo, attraverso i pensieri che sto esprimendo, di salire fino a quel carattere di Io che è la mia individualità, avrebbe anche una percezione dell’Io dell’altro, in questo caso del mio Io.
I cinque sensi che seguono sono le cinque dita di Tommaso che nel Vangelo di Giovanni mette la sua mano nel costato, nel cuore del Logos – quindi palpa, percepisce il corpo del Logos. La percezione del corpo del Logos è:
4. l’udito quindi il senso del suono – non della parola ma del suono;
5. il calore che è una specie di palpare: c’è un rapporto molto misterioso tra il calore e il tatto, uno dei cinque sensi che conosciamo;
6. la vista;
7. il gusto;
8. l’olfatto;
In tedesco questi cinque sensi iniziano tutti col ge: Gehör, Gefühl, Gesicht, Geschmack, Geruch.
I quattro restanti sono organi di senso corporei, molto più complessi, attraverso i quali percepiamo il movimento nel nostro corpo:
9. senso dell’equilibrio
10. senso del movimento;
11. senso della vita (percepiamo se il nostro corpo è vitale, robusto oppure se è debole);
12. senso del tatto.
Riassumo, stavolta percorrendo il cerchio nell’altro verso:
• il senso del tatto, il senso della vita, il senso del movimento, il senso dell’equilibrio sono quattro organi di senso che mi fanno percepire la realtà interna del mio corpo;
• i cinque sensi classici – l’olfatto, il gusto, la vista, il calore e l’udito – mi fanno percepire il cosiddetto mondo esterno;
• gli ultimi tre – il senso dell’Io altrui, del pensiero, della parola – sono preposti alla percezione dell’Io dell’altro. Questa percezione dell’Io dell’altro, che pensa e che parla, c’è: però è embrionale e si può perfezionare. Incontrando l’altro, sentendolo parlare, sentendolo estrinsecare la sua interiorità ed esprimere i suoi pensieri io posso, se mi esercito, cogliere sempre di più il carattere unico e irripetibile della sua individualità.
(V. Fig. 12, p. 69)
Abbiamo dodici sensi. Ogni senso presuppone un organo di senso: qual è l’organo di senso dell’udito?
Intervento: L’orecchio.
Archiati: I tre ossicini nell’orecchio, che sono orizzontali, sono l’organo di percezione dell’equilibrio dell’organismo. Quindi tu dici troppo precipitosamente che l’orecchio è l’organo dell’udito.
Replica: Il timpano.
Archiati: È molto più complesso, non basta il timpano. Ci vuole tutto il corpo come cassa di risonanza, per esempio.
Intervento: Comunque siamo nell’ambito della percezione sensibile in tutti e dodici i sensi. Perché poi ci sono i sensi per la percezione sovrasensibile.
Archiati: E di quelli non stiamo parlando. Un ulteriore sviluppo del senso della parola, del senso del pensiero, del senso dell’Io altrui mi porta nella percezione sovrasensibile, ai gradi della conoscenza superiore: grado immaginativo (senso della parola), grado ispirativo (senso del pensiero altrui) e grado intuitivo (senso dell’Io altrui).

Fig. 12
Rimanendo ai dodici sensi che abbiamo elencato, ognuno di essi ha un corrispettivo organo fisico per quella percezione specifica. Come fate voi a sapere che percepite parole e non solo suoni? Le parole sono suoni, sono rumori. Come fate a sapere che sono parole e non rumori? Come fate a saperlo? Perché c’è il senso del linguaggio, il senso della parola: percepisco un suono articolato dalla laringe umana. E se percepisco un suono articolato dalla laringe umana, devo avere un organo per questo tipo di percezione. La scienza comune è a un primo inizio, la scienza dello spirito rende le cose molto più complesse, anche a livello del sensibile, del visibile.
Eravamo partiti dalla tua domanda: perché ci fissiamo molto di più sulla percezione visiva, anziché sulla percezione gustativa, olfattiva, calorica, uditiva ecc.? E la mia risposta è: perché è quella più semplice. Le altre diventano più complesse.
Intervento: Infatti quelli che non vedono sviluppano molto di più gli altri sensi.
Archiati: Certo.
Intervento: Anche l’aspetto della luce è riferito maggiormente alla percezione visiva che non alle altre percezioni.
Archiati: Certo, quindi il vedere è il fenomeno originario della percezione, di ogni percezione: tant’è vero che idea in greco corrisponde al latino video (vedo), è qualcosa che spiritualmente si vede. Idea: capisco, vedo – ma vedo spiritualmente. Alcuni giorni fa c’è stato un seminario nel sud della Germania e c’era un cieco – adesso è andato in India, è una persona molto simpatica. Naturalmente un cieco, diciamo noi, non vede. Mentre parlavo con lui, mi dice all’improvviso: un momento, tu mi stati dicendo una cosa, però, poco fa, tu avevi pensato quest’altra cosa! Io sono rimasto interdetto perché davvero avevo pensato proprio quello. Come faceva a sapere quello che avevo pensato? Io non avevo espresso in parole quel pensiero. Questo fatto sta a dire che, mancando la luce visibile, la luce di pensiero di questa individualità fisicamente cieca, la luce spirituale, è molto più pura e ha visto in qualche modo il mio pensiero. Era vero, io l’avevo proprio pensato. Non essendo distolto, tramite la vista ordinaria, dal pensiero che vede spiritualmente, quel cieco è talmente dentro al pensiero (e il pensiero vede spiritualmente) che ha visto i miei pensieri senza che io li esprimessi. Come Omero, che era fisicamente cieco per rendersi possibile un vedere a livello spirituale molto più vasto, di altra natura, molto più profondo. Perché il pensiero nell’umanità moderna è così povero? Perché c’è un’inflazione assoluta della percezione in base alla luce “fisica” (“fisica” tra virgolette, perché non è luce fisica): essendo occupati dalla mattina alla sera con percezioni, con visualità esteriore, abbiamo disimparato la visualità del pensare – che vede, che capisce, che intravvede.
Intervento: Io abito a Pantelleria, in Sicilia, e i vecchi del posto si ricordano che quando erano giovani e non c’era la luce elettrica (a Pantelleria è arrivata molto tardi), camminavano di notte senza Luna per i sentieri tortuosi, e dicevano che il piede sentiva la strada. Loro non avevano bisogno di vedere la strada, però adesso non si spiegano più come facevano. Camminavano al buio e sapevano dove andavano.
Archiati: Chi muoveva i passi? Le forze del karma, chi altrimenti?
Intervento: L’istinto.
Archiati: Chiamalo istinto, è un’altra parola, però più confusa perché l’istinto lo abbiamo in comune con gli animali mentre il karma individualizzato no. Il karma è individualizzato in ogni uomo.
Intervento: Ma non sono il senso del movimento e dell’equilibrio che possono guidarci nel buio?
Archiati: No, il senso del movimento percepisce il movimento delle budella dentro l’organismo, percepisce i movimenti interiori all’organismo. La domanda è: chi guidava i passi?
Intervento: Quello che lei chiama karma è anche l’Io superiore?
Archiati: Sì, certo.
Replica: Però Steiner, in ragione di questo argomento dice: un domani sentiremo e vedremo con tutto il corpo.
Archiati: Con tutti e dodici i sensi, e il presupposto è che il corpo diventi spirituale.
Intervento: Potrebbe essere questo quel che nel Padre Nostro è «Sia santificato il tuo nome»?
Archiati: Oh poveri noi!
Replica: Dove il nome è il mondo esterno e la rappresentazione è la trasformazione spirituale della percezione? Io mi rifaccio a quello che hai detto all’inizio: che noi riusciamo a percepire perché prima di nascere abbiamo lavorato spiritualmente a formare quello che poi è il mondo in cui arriviamo. Quindi si potrebbe quasi dire che la percezione è un ricordo; però, contemporaneamente, mentre viviamo noi creiamo rappresentazioni che poi, nella dimensione non fisica, serviranno a costruire il Nuovo Mondo. Quindi questo continuo imparare e costruire potrebbe essere quella che è chiamata la spiritualizzazione del mondo?
Archiati: Certo.
Replica: E quindi la santificazione del mondo, del nome?
Archiati: È la resurrezione della carne. Il Logos è diventato carne, è diventato percepibile, e il pensiero lo ri-spiritualizza. Però tu prima dicevi: prima di nascere, questi che adesso sono nonni a Pantelleria hanno lavorato a questi sentieri? Certo, hanno visto ogni passo che avrebbero compiuto e hanno reso i sentieri esattamente tortuosi, facili o difficili come è giusto per il loro karma. Allora ripeto la domanda? Chi guida i passi nella notte buia?
Intervento: Ciò vuol dire che gli uomini più antichi erano maggiormente collegati con l’Io superiore?
Archiati: Eh certo! Anche con l’Angelo custode, per esempio.
Replica: Inconsapevolmente?
Archiati: Spontaneamente. Il bambino non si può dire che sia del tutto inconsapevole: è spontaneo. Un dono di natura. Nell’evoluzione tutto ciò che prima era dono di natura deve sparire.
Replica: Quindi la luce elettrica ha una funzione nella nostra evoluzione?
Archiati: Certo, ha la funzione di creare buio sulla luce dello spirito, per recuperare individualmente e liberamente la luce dello spirito. Lo vediamo nel bambino, che ha tanti doni di natura e quando arriva a quattordici-quindici-sedici anni parecchi spariscono. Però è un passo in avanti, perché essendo spariti adesso ha la possibilità di riconquistarseli liberamente.
Intervento: Io, ogniqualvolta sento dire delle cose, interrogo il mio pensiero. Non è una domanda, eh?, è una difficoltà mia di pensiero e voglio vivere questo percorso di pensiero con lei, per essere aiutato a vedere dov’è l’omissione che mi porta a vivere questa frustrazione di pensiero. Tornando anche un po’ indietro a quanto lei ha detto oggi rispetto all’interiorità e all’esteriorità – ognuna è una sfaccettatura del mondo –, il mio pensiero mi dice: è così. Tant’è vero che al di sopra di interno ed esterno, nella sua unità, c’è il pensiero. Però, non so perché, a questo punto il pensiero mi porta in testa la mutazione genetica e la malattia. Nella mutazione genetica potrei vedere quasi la percezione di uno scambio tra l’esteriorità e l’interiorità, che poi è un segno anche evolutivo. Dico: ma allora il pensare, lo spirito divino ha bisogno anche di avere un ritorno dall’esperienza del Logos incarnato nella carne perché, stando nel pensare, noi non abbiamo più le considerazioni spazio-temporali ed è tutto presente. Dico: perché, allora, Dio ha bisogno della mia esperienza di Io spirituale, del mio corpo con tutte le percezioni, per portare il messaggio nella mutazione genetica e nella malattia? Dico: potrebbe farne a meno della mia esperienza individuale! E m’accorgo, non so perché (è il mio pensiero che lo dice), che anche Dio, anche lo spirito ha bisogno di un ritorno di messaggio dalla mia esperienza.
Archiati: Giusto, giusto. Tu dici: il Logos pensa e crea – oppure, detto nel linguaggio ordinario, Dio pensa e crea (mettiamo sia “il Logos” che “Dio” tra virgolette). Lo spirito creatore pensa e pensando crea. Che m’importa? A me importa soltanto se posso dire: io penso. Però io, in quanto io umano, son fatto in modo tale che non posso mettermi nella posizione antecedente il mondo, come fossi io il creatore del mondo e pensassi il mondo che ancora non c’è. Mi tocca concedere che sono nel mondo, e il mio punto di partenza è la percezione del mondo pensato dal creatore del mondo. Tu dicevi, prendendo l’esempio della malattia: ma ho bisogno, io, della “malattia”? – e “malattia” la mettiamo fra virgolette, perché solo un pensiero caduto la vede in negativo, mentre il pensiero originario, il pensiero creatore, la vede tutta in positivo.
Io guardo il mio corpo e dico: nel mio corpo c’è un rene malato (prendiamo solo un organo, altrimenti se facciamo malato tutto il corpo la cosa si fa troppo complessa) Ora, il Logos che pensa pensò il rene: il rene sia, e il rene fu. Ha creato il rene. Come l’ha creato? Con pensieri “renali”: struttura, modo di funzionare, complessissima interazione con tutto il resto del corpo… tutti pensieri che s’è fatto lui, sennò il rene non saltava fuori nell’organismo!
L’io umano si è evoluto a un punto tale che dice: no, questo rene pensato e creato dal pensare divino non mi interessa! Lo voglio pensare e creare io! E come fa? Deve distruggere il rene pensato e creato dal Creatore, dalla natura, quale presupposto per poterlo creare lui stesso. Il senso della malattia è la guarigione: non ci può essere guarigione senza malattia. Quindi, se uno è evoluto abbastanza da essere capace di pensare tutti i pensieri renali, cioè tutti i pensieri e le metamorfosi e le connessioni con gli altri organi – il rene è un concetto complesso –, se un essere umano è abbastanza evoluto nel suo pensiero da pensare il concetto rene in tutti i suoi particolari, e se in campo volitivo, quindi non soltanto al livello del pensiero, è a un punto tale da saper strutturare, padroneggiare il corpo in modo tale da rigenerare un rene malato, allora costui può concedersi che il rene dato dalla natura venga distrutto. Un privilegio enorme! Gli altri dovranno aspettare.
Però, se uno rovina il proprio rene non perché è già evoluto abbastanza da poterlo ricostruire ma perché l’ha bistrattato, allora si tiene il rene malato senza la capacità di ricostruirlo, si tiene quella che noi normalmente chiamiamo malattia. Però quella è la malattia sbagliata: la malattia giusta è quella dove un organo viene distrutto perché c’è la capacità di ricostruirlo. E questa ricostruzione vale molto di più di ciò che la natura mi ha dato.
Intervento: E la malattia genetica?
Archiati: Se i pensieri sono giusti si possono esemplificare in tutte le direzioni. Qui abbiamo lo spirito, l’Io che vuole incarnarsi, l’Io prima di tuffarsi nell’incarnazione – e qua abbiamo mamma e papà che fanno una simbiosi e mettono a disposizione materiale ereditario. Per questo Io, prima di ogni altra, c’è stata la domanda: mi tuffo qui o mi tuffo là? L’Io è libero, teoricamente, e si tuffa presso quella coppia perché dice: qui ci sono quelli con cui ho camminato e lavorato per secoli e millenni, già da diverse vite, ci sono forze karmiche comuni, e quindi ho contribuito anch’io al fatto che questo materiale ereditario sia così com’è – né migliore né peggiore. Mi corrisponde, è il mio, e quindi decido liberamente di incarnarmi qui e non là. Ora, so che incarnandomi qui anziché là ho per l’80%, il 90% l’eventualità di pigliarmi una malattia ereditaria, genetica. A quel punto due sono le possibilità: o entro dentro con la forza di immetterci ancora più forze creative così da superare questa malattia genetica, oppure non ho la forza e allora la subisco. Rimane però il fatto che mi appartiene perché questa composizione genetica ho concorso io a costruirla nel corso dei secoli, dei millenni, nel corso di diverse vite terrene.
Quindi la prima affermazione da fare è: questa malattia mi appartiene.
Ora, lo dicevo prima, una disfunzione del fisico può avere due origini ben opposte: una per mancata evoluzione, l’altra per esubero di evoluzione. Per mancata evoluzione il corpo si ammala, per esubero di evoluzione l’Io stesso distrugge un organo volutamente perché ha la capacità di ricostruirlo e così diventa ancora migliore. Quindi un organo distrutto può avere due cause opposte:
• una è perché l’Io ha mancato di metterci forze sue, concorrenti a quelle della natura, e ha bistrattato l’organo in questione;
• l’altra causa, opposta, è che liberamente l’Io ha deciso di distruggere l’organo come presupposto per fare un enorme passo in avanti nell’evoluzione.
Intervento: Come si fa a distinguere?
Archiati: Il medico deve sviluppare ciò che si chiama l’occhio clinico, guardando come in una persona l’organo malato tende a diventare sempre peggio, e in un’altra, invece, tende a migliorare, a migliorare, a migliorare fino a guarire, diventando ancora meglio di prima. Tu chiedi: come si fa a distinguere? L’origine di tutto quello che sappiamo è la percezione: senza percezione non c’è sapere. E allora guarda. Guarda. Tra l’altro la medicina, particolarmente in America, ci sta dicendo che se dieci persone hanno da un punto di vista biologico, patologico, la stessa malattia – in teoria è la stessa malattia – saltano fuori dieci cammini del tutto diversi di interazione con la malattia. Nell’uno diventa sempre peggio, nell’altro diventa sempre meglio, con tutti i gradini intermedi: ed è questione di percezione, è guardare il processo. Libri interi, in America, dimostrano che se l’ammalato è una persona che prega guarisce meglio che non una persona atea.
Intervento: Si chiama miracolo, no?
Archiati: Fa’ conto che io sia uno straniero che viene dalla Germania e non sa cosa vuol dire la parola miracolo. Me lo spieghi? In latino miraculum è qualcosa da mirare, che a guardarla ti sbalordisce. Ma è finita l’era in cui le cose ci sbalordiscono, vogliamo capirle! Il miracolo è qualcosa che si ammira, che ti meraviglia. Miraculum. Ma basta coi miracoli, vogliamo concetti! I concetti sono miracoli al quadrato, perché nel miracolo – nel mirare – c’è soltanto la percezione, invece nel concetto c’è la percezione e c’è il pensare che si aggiunge. Il concetto è un miracolo al quadrato. Mhumm, mhumm… e allora io non ho più voglia di miracoli, se ho i miracoli al quadrato! I miracoli erano per una umanità bambina che si faceva imbambolare. Non mi dite che sono cattivo con la Chiesa cattolica, io sto dicendo le cose come sono.
Intervento: È importante per quell’Io che decide della malattia genetica il contesto nel quale si incarna? Per la sua evoluzione è importante il contesto nel quale si tuffa, la sua famiglia, per esempio?
Archiati: Mi stai chiedendo se è importante il fatto che tu sei nata donna anziché maschio, italiana anziché cinese? Non è importante? Eccome! Più importante non si può! Perché senza di quello hai aria fritta. I greci lo dicono: Ulisse va agli Inferi nell’XI canto dell’Odissea, e lì incontra, tra gli altri, Achille che gli dice: Ulisse, torna, torna nel mondo! È meglio essere un facchino al servizio di un re, che non una larva di uomo da morto. E cos’è che manca, al morto? Il corpo. I greci ti dicono: senza il corpo, senza gli ingredienti genetici di incarnazione, l’uomo è aria fritta, non è un uomo! Perciò il Logos si è fatto carne.
In altre parole, abbiamo un cristianesimo che non ha ancora neanche cominciato a essere cristiano, perché vive di spiritualismi che sono più buddisti che cristiani. L’affermazione fondamentale: «il Logos si è fatto carne» Ð lògoj s¦rx ™gšneto (o lògos sarx eghèneto),[15] il cristianesimo non ha ancora avuto la forza pensante di prenderla sul serio. La scienza dello spirito è nata per prendere sul serio il carattere di incarnazione dello spirito umano. Sennò sarebbe un Angelo, non un uomo!
Intervento: Lei quando dice cristianesimo intende cattolicesimo?
Archiati: In Italia non c’è altro. Però non dirlo in Germania: lì non c’è soltanto cattolicesimo.
Replica: C’è anche il protestantesimo.
Archiati: Perciò ti sto dicendo: non c’è stato finora il cristianesimo.
Replica: Io mi riferivo al cattolicesimo quale cristianesimo tradizionale.
Archiati: Sì, ma il cristianesimo tradizionale non è solo cattolicesimo. In Germania ti contesterebbero.
Replica: Io parlo dei quarant’anni dopo la morte del Cristo. Prima c’è il vero cristianesimo.
Archiati: Prima dove? Quando?
Intervento: Io mi sento un cristiano e non un cattolico.
Archiati: Sei fortunato. Io non mi sento ancora nemmeno cristiano!
Replica: È strano, però. Tutte le volte che lei parla del cristianesimo ravviva la mia fiamma cristiana. Quindi lei a parole è molto lontano. La prendo come una provocazione.
Archiati: Sì, certo. Ma vabbè, tutto vuole essere un provocazione al pensare.
Replica: Non vorrei che fosse il suo vissuto a farla parlare in questi termini.
Archiati: Il problema è che tu ci devi dire cosa intendi con la parola cristianesimo. Non ce l’hai detto. Cosa vuol dire?
Replica: Quando io sto nel pensare e lei sta nel pensare siamo fratelli, perché stiamo tutti e due nella stessa dimensione.
Archiati: E che c’entra col cristianesimo? Io ti ho chiesto: cos’è il cristianesimo?
Replica: Ama il tuo prossimo come te stesso, il regno dei cieli è dentro di te. Lo stiamo dicendo oggi.
Archiati: Oh povero me! Ma quello l’ha detto anche il Buddha! Non c’entra nulla col cristianesimo. La domanda: cos’è il cristianesimo?, chiede cos’è specifico del cristianesimo e non cos’è comune col buddismo.
Replica: La intendo come lei ha presentato ieri sera la percezione della esperienza corporea di Cristo. Mi scusi, quando lei ha presentato il riferimento ciclico dicendo che dopo il periodo egizio-assiro-babilonese abbiamo avuto il periodo greco-romano, guarda caso proprio lì c’è l’incarnazione del Logos. Io mi sono riavvicinato al Cristo leggendo Steiner.
Archiati: Benissimo, ma io ti ho chiesto: cosa intendi con la parola cristianesimo?
Replica: Prendere coscienza che ognuno di noi è una parte del Logos incarnato, quindi vedere nell’altro il proprio Logos, vedere l’altro come tuo fratello e tuo specchio. Questo è il Cristo.
Archiati: I volti qui dicono: ci sforziamo, ma non siamo sicuri di capire veramente cosa vuole dire. Io direi che quando usiamo la parola cristianesimo ci riferiamo a due cose fondamentali:[16]
• ci riferiamo a un fenomeno culturale, visibile, percepibile, che dura da duemila anni – e questo è ciò che chiamiamo il cristianesimo tradizionale, di cui fanno parte la Chiesa cattolica, la Chiesa protestante ecc…
• l’altra cosa cui ci riferiamo è una domanda: oltre a questo cristianesimo reale, c’è un cristianesimo puro come forse l’ha inteso il Cristo, o sono la stessa cosa?
Allora io dico: c’è un fenomeno culturale che noi chiamiamo cristianesimo, che è così com’è e ognuno si fa i suoi pensieri in merito; poi c’è l’affermazione, che troviamo soprattutto nei vangeli, che duemila anni fa quello che i greci chiamavano il Logos è diventato percepibile in un uomo. Allora io dico, però lo dico io, adesso: il cristianesimo puro, indipendentemente da come è diventato poi reale – così come c’è un comunismo puro, che può essere puro vangelo, e c’è poi il comunismo quale si è realizzato in Russia, per esempio –, il cristianesimo puro, così come lo capisco io, è la percepibilità del Logos (il Logos è diventato carne) per dare all’uomo la possibilità di evolvere il suo pensiero in modo tale che, partendo da ogni percezione, crea lui stesso, pensando, il concetto che c’è alla base. E vive così la transustanziazione. L’essenza del cristianesimo è la transustanziazione compiuta dal pensare umano: ri-transustanzia il Logos diventato percezione in un Logos fatto di concetti.
Replica: Gesù dice nel Vangelo di Giovanni: «Non vogliatemi bene, imitatemi» e proprio con la sua morte, la morte della percezione, ha dato a noi la possibilità di mettere in pratica l’esperienza del Logos dentro di noi.
Archiati: Non serve a nulla buttar lì cose emotivamente. Con calma di pensiero, andiamo avanti. Ci sono due categorie fondamentali nei vangeli – e lasciamo stare come poi sono state capite o non capite nel cristianesimo reale:
• una categoria è l’imitazione del Cristo;
• l’altra categoria fondamentale, che tu non hai accennato, è la sequela del Cristo.
“Cristo” tra virgolette, ma potete scrivere Logos o quello che volete, l’importante è che ci capiamo su cosa intendiamo. Imitare e seguire: sono la stessa cosa o c’è una bella differenza? C’è un’enorme differenza.
Per imitare un altro devo cancellare il mio io.
Per fare io la stessa strada che ha percorso il Cristo, seguendo le sue orme, devo assurgere alla stessa forza che ha avuto lui per camminare avanti, perché devo rifare io tutti i passi.
Il fatto che il cristianesimo tradizionale non sappia neanche cogliere queste differenze enormi, sta a dimostrare che (per necessità evolutive eh?, non è una critica) è andato insieme col materialismo e ha impoverito sempre di più il pensiero. Però un cristianesimo dove il pensiero si è impoverito è il punto nullo del cristianesimo, perché il cristianesimo è evoluzione di pensiero, il cristianesimo è l’evoluzione del Logos dentro l’uomo.
La scienza dello spirito ti dice che non si tratta di imitare il Cristo: immagina tu che adesso io mi metta a imitare il Logos che ha creato il mondo! Ma percorrere la stessa strada, sì. Seguire. «Colui che vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua»,[17] non mi imiti! Non dice «mi imiti», dice «mi segua», si faccia i suoi passi lui stesso, tutti, uno per uno, con le sue gambe. Seguire posso solo con le mie gambe; per imitare basta ripetere ciò che ha fatto lui, annullando me stesso. Quante persone vorrebbero imitare Francesco d’Assisi? Perché non lo vogliono seguire.
Intervento: È corretta la frase: il cristianesimo è La filosofia della libertà?
Archiati: No, l’inverso è giusto. La filosofia della libertà è il vero cristianesimo. E perché?
Replica: Perché rifaccio il cammino del Cristo.
Archiati: Perché l’essenza del cristianesimo è l’evoluzione individualizzata del pensiero, e l’essenza del La filosofia della libertà è l’evoluzione individualizzata del pensiero.
Buon appetito a tutti!
Venerdì 9 ottobre 2009, pomeriggio
Bene, rileggiamo dall’inizio, tanto avevamo letto poco. Però adesso prendiamo le cose dette ieri sera e stamattina, cose abbastanza di principio, come fondamenti che ci consentono di andare avanti col testo per un altro pezzo, più speditamente. In altre parole, forse è meno giovevole fermarsi su ogni frase senza un contesto che creare dei contesti e poi andare avanti un pezzo, poi di nuovo creare dei contesti e andare avanti un altro pezzo. Questo forse aiuta meglio il cammino del pensiero. Rileggo dall’inizio il sesto capitolo. (VI,1) «La principale difficoltà nella spiegazione delle rappresentazioni si trova per i filosofi nella circostanza che non siamo noi stessi le cose esterne, e che le nostre rappresentazioni debbono tuttavia avere una forma corrispondente alle cose {non possiamo conoscere il mondo se non c’è una corrispondenza}. Ma se si guarda più a fondo, ci si accorge che questa difficoltà non esiste. È vero che noi non siamo le cose esterne, ma apparteniamo con le cose esterne a un unico e identico mondo».
Ogni essere umano fa parte del mondo, quindi perché il mondo deve essere diverso dentro di me, dentro di te e dentro la pianta? Il mondo è mondo: ce n’è uno di mondo, non ce ne sono due o tre o quattro. Quindi l’individuo, con tutto il suo mondo di rappresentazioni, appartiene al mondo.
«Il frammento di mondo che io percepisco come mio soggetto è attraversato dalla corrente del divenire mondiale generale {il divenire del mondo}. Per la mia percezione io sono chiuso dentro i limiti della mia pelle {solo per la percezione}. Ma ciò che sta dentro la pelle appartiene al cosmo preso come un tutto. Affinché dunque sussista un rapporto fra il mio organismo e l’oggetto fuori di me, non è affatto necessario che qualcosa dell’oggetto passi dentro di me o faccia un’impressione nel mio spirito come un sigillo nella cera».
(VI,1) La domanda: «Come acquisto io notizia dell’albero che sta dieci passi lontano da me?» è posta in modo completamente sbagliato. Essa scaturisce dall’idea che i limiti del mio corpo siano assolutamente pareti separatorie, attraverso le quali penetrano in me le notizie delle cose. Ma le forze che agiscono entro la mia pelle sono le stesse di quelle che esistono al di fuori. Io sono dunque realmente le cose; certo non io in quanto sono soggetto della percezione, ma in quanto sono una parte del divenire generale del mondo.
Ciò che io chiamo io, il mio soggetto, appartiene al mondo come tutte le altre cose. Chiediamoci perché la rappresentazione dell’albero fa maggiormente parte di me che non la percezione dell’albero. Perché mi è più vicina, è dentro di me. Se volete, io sono per voi tutti la stessa percezione, in un certo senso, ma suscita in ognuno rappresentazioni variate, diverse. Siccome la percezione ha un carattere di oggettività maggiore mentre la replica soggettiva interiore (la rappresentazione) è un po’ diversa in ognuno, sento la rappresentazione più vicina a me, più cosa mia che non la percezione. E perché la rappresentazione viene soggettivata? Perché viene filtrata da un organismo diverso da persona a persona – organismo sia corporeo sia animico.
La percezione dello stesso albero passa per la tua anima, per il tuo corpo, passa per il mio corpo che ha altri occhi e imprime nella mia anima un’altra immagine, e poi passa attraverso un altro corpo e un’altra anima ancora… Perciò ognuno sente la rappresentazione più vicina a sé, come maggiormente parte di sé che non la percezione.
La rappresentazione ha a che fare col mio corpo, però anche la percezione: allora neanche la percezione è uguale in tutti. L’oggetto della percezione è lo stesso per tutti – l’albero che guardiamo –, però il modo di percepire l’albero varia. Cos’è la percezione? Non è nulla, e soltanto in quanto nulla è uguale per tutti: è un nulla del quale ognuno fa qualcosa di diverso. In questo senso è anche giusto dire che la percezione è qualcosa di molto più passivo rispetto a quel che faccio attraverso il mio corpo e attraverso la mia anima col risultato della rappresentazione: lì mi sento chiamato in causa più direttamente.
(VI,1) La percezione dell’albero e il mio io stanno dentro uno stesso intero. Il divenire generale del mondo suscita in ugual misura lì la percezione dell’albero, qui la percezione del mio io {percezione là, percezione qua}. Se invece che conoscitore del mondo, io fossi creatore del mondo, oggetto e soggetto (percezione ed io) sorgerebbero in uno stesso atto: poiché essi si condizionano l’un l’altro reciprocamente. Come conoscitore del mondo {questo è l’uomo: non è il creatore del mondo ma il conoscitore del mondo} posso trovare ciò che entrambi hanno in comune, come entità appartenentesi a vicenda, soltanto attraverso il pensare, che collega insieme i due per mezzo dei concetti.
Allora chiedo di nuovo: qual è il concetto di rappresentazione? È il mondo interiorizzato (anima) e individualizzato (spirito). La rappresentazione è un frammento di mondo, cioè una percezione, interiorizzato: attraverso questa interiorizzazione il frammento di mondo viene individualizzato. Questa è la rappresentazione. Ecco un accenno, un tentativo di dare una definizione, un concetto della rappresentazione. La rappresentazione è l’albero interiorizzato nella mia anima e individualizzato, che diventa parte di me. Questa è la rappresentazione.
Ci sono altri aspetti del concetto di rappresentazione? Certo, certo. La rappresentazione…
Intervento: È un concetto individualizzato.
Archiati: È un concetto individualizzato, certo, l’ho detto nella prima definizione. Adesso vediamo altri aspetti di questo concetto: la rappresentazione è l’albero che termina di non lasciarmi libero, è l’albero trasformato in modo che mi lascia libero. Se vado a sbattere contro l’albero che colgo nella percezione, mi faccio un bernoccolo. La rappresentazione dell’andare a sbattere contro l’albero mi provoca un bernoccolo? No. Allora cosa è successo? Ho trasformato in immagine una realtà che è cogente in quanto realtà, con la quale devo fare i conti: perché non sono libero di fare dell’albero aria fritta, è fatto di materia consistente che mi fa male se ci sbatto contro! Sto ricamando sul concetto di rappresentazione, eh?, intendiamoci bene: uno dei tratti fondamentali della rappresentazione è che, essendo immagine e non realtà, mi lascia libero.
Quindi il motivo per cui l’uomo trasforma tutte le percezioni in rappresentazioni è che questo gli dà la possibilità di esplicare la libertà. Nella nostra coscienza abbiamo soltanto immagini: immagini mnemoniche, immagini rappresentative, e di fronte a queste non-realtà siamo liberi. Le pensiamo, le buttiamo via, ne pensiamo altre, le cambiamo ecc… L’essere umano ha potuto diventare libero soltanto acquistando la possibilità – concessagli dalla regia, dalla conduzione divina dell’evoluzione umana – di trasformare tutta la realtà in immagini senza realtà. Uno dei significati fondamentali della rappresentazione è la libertà.
Adesso seguirà tutto un tentativo di sminuire la funzione della rappresentazione, perché dirà: ma, la rappresentazione è puramente soggettiva, non ha nulla di oggettivo, non ho nulla dell’oggettività dell’albero, io, nella rappresentazione dell’albero. La rappresentazione è in tutto e per tutto dipendente da quegli elementi soggettivi che sono l’occhio, la retina, il nervo ottico poi il cervello ecc.. Essendo filtrata, essendo il risultato di elementi del tutto estranei all’albero, io nella rappresentazione non ho più nulla dell’albero, l’ho del tutto soggettivizzato.
VI,2 Le più difficili a sfatare {il tedesco dice debellare, sbaragliare, eliminare; sfatare è un pochino più letterario} sono le cosiddette prove fisiologiche della soggettività delle nostre percezioni {dalle quali abbiamo le rappresentazioni}. Se produco una pressione sulla pelle del mio corpo, la percepisco come sensazione di pressione: la stessa pressione posso percepirla attraverso l’occhio come luce, attraverso l’orecchio come suono. Una scarica elettrica, io la percepisco con l’occhio come luce, con l’orecchio come rumore, con i nervi della pelle come urto, con l’organo dell’olfatto come odore di fosforo.
Allora non ci sono percezioni oggettive: a seconda degli organi di senso con cui vengono a interagire, salta fuori un suono, salta fuori una luce, salta fuori un colore, salta fuori un odore. Ma se in origine la cosa è unica e poi ogni senso la trasforma in una cosa diversa, allora non esiste una percezione oggettiva, e quindi neanche una rappresentazione oggettiva. Allora cos’è la percezione? Non è nulla di oggettivo, proprio perché l’occhio me la presenta come luce, l’orecchio come rumore, i nervi della pelle come urto, l’organo dell’olfatto, il naso, come odore… quindi non ho nulla di oggettivo. Viene tutto trasformato fisiologicamente a seconda del filtro biologico che viene a contatto con la cosa.
(VI,2) Che cosa segue da questo fatto? Soltanto ciò: che io percepisco una scarica elettrica (o una pressione) e con essa una qualità di luce, o un suono, o un certo odore, e così via. Se non ci fosse l’occhio, alla percezione della scossa meccanica nell’ambiente non s’accompagnerebbe alcuna qualità di luce, se non ci fosse l’orecchio non vi si accompagnerebbe alcun suono, e così via. Ma con quale diritto si può dire che senza gli organi della percezione tutto il processo non esisterebbe? Chi, dal fatto che una scarica elettrica suscita nell’occhio una sensazione luminosa conclude che ciò, che noi sentiamo come luce, fuori del nostro organismo è soltanto un processo meccanico di movimento, dimentica che egli non fa che passare da una percezione all’altra, e che perciò non va mai al di fuori della percezione.
Abbiamo visto che il movimento è anche una percezione, rispetto per esempio a tempo e spazio che sono astrazioni. Vi ho fatto vedere che anche la categoria di velocità è un’astrazione rispetto al movimento, che viene vissuto come moto che mi muove nell’anima, che mi mette in moto.
(VI,2) Altrettanto come si può dire che l’occhio percepisce quale luce {come luce} un processo meccanico di movimento nell’ambiente, si può anche dire che una regolare modificazione di un oggetto è da noi percepita come processo di movimento. Se sulla circonferenza di un disco io dipingo dodici volte un cavallo nelle successive posizioni che il suo corpo prende muovendosi, e faccio poi ruotare il disco, posso produrre l’apparenza del movimento.
Non è un cavallo che si muove, sono dodici cavalli fermi. Anche questo è un buon materiale di meditazione: qui ho un disco di carta con dodici cavalli disegnati in posizioni diverse lungo la circonferenza. Prendo poi un altro disco di carta con un buco verso la circonferenza, all’altezza delle figure, e glielo metto sopra.

Fig.13
Se faccio ruotare il disco con i cavalli, grazie alla velocità cosa percepirò, di volta in volta, attraverso il buco? Voi dite: un cavallo in movimento. Fermo la ruota: adesso percepisco un cavallo fermo. Mi ero sbagliato, prima? No.
Cosa stiamo pensando, noi, adesso? In fondo, sono io ad articolare ciò che stiamo pensando. In fondo, noi stiamo pensando che la percezione non mi dice nulla: ci devo mettere il pensiero. Quando io vedo quel cavallo in movimento, mi chiedo: ma un momento, non può essere un cavallo in movimento, non può essere così piccolo, un cavallo. E allora, se ci rifletto in chiave di pensiero, dico: devono esserci per forza disegnati più cavalli. Magari anche solo due o tre cavalli. Basta un solo cavallo? No, perché la posizione sarebbe sempre la stessa: devono esserci almeno due cavalli in posizioni diverse, e allora il movimento sarebbe sempre in due posizioni soltanto, un movimento sussultorio, un movimento di enorme velocità, sussultorio. Però pur sempre un movimento.
Per avere un movimento armonico dovrò avere almeno dieci, dodici o quindici figure, poste in modo tale nella sequenza da creare la percezione reale di un galoppo. Nella percezione io percepisco un movimento. La stessissima cosa accade quando andiamo al cinema, dove in realtà non si muove mai nulla. I fotogrammi vengono proiettati in sequenza così veloce che creano l’illusione di un movimento che non c’è, perché ogni fotogramma è statico. Mica si possono avere sulla parete movimenti reali. Allora cosa c’è, in realtà? Un movimento o un non movimento?
Intervento: È l’illusione di un movimento.
Archiati: Perché la percezione è illusione, e il compito del pensiero è di prendere posizione e distinguere l’elemento illusorio dall’elemento non illusorio. Se io vado vicino al cartoncino, vedo che non è illusorio nella stessa misura del movimento.
Replica: Ma chi ha architettato quel giochetto lì lo sa che è un’illusione.
Archiati: Anche l’adulto che lo guarda lo sa. Ma torniamo a Zenone che dimostrava, con l’esempio di Achille e della tartaruga, l’impossibilità del movimento[18]. Se sul disco qui c’è il primo cavallo e il secondo sta qui, quanto tempo ci mette il secondo cavallo a ruotare fino al buco? Deve percorrere tutto lo spazio che c’è tra due posizioni: ma prima di percorrerlo deve percorrerne la metà, e prima di percorrere la metà deve percorrerne la metà della metà, e prima di percorrere la metà della metà deve percorrerne la metà della metà della metà… Quanti spazi deve percorrere per arrivare al buco? Infiniti. E non può percorrere infiniti spazi in un tempo finito. Quindi il secondo cavallo è ancora per strada per arrivare al buco, e il movimento non c’è.
Lo scorrere del tempo è un’esperienza animica, non una percezione; è un vissuto animico. Quindi la percezione è il fenomeno primigenio dello spazio – è un elemento singolo, statico nello spazio –, e il movimento (la vita è movimento) è il fenomeno primigenio del tempo che non si può percepire, si può soltanto vivere nell’anima. Guardo là dove c’è il buco, che è uno spazio, e ho una percezione spaziale: il buco è fermo non è in movimento, e col passare del tempo, vivendo nella mia anima il tempo, vivo il movimento.
• l’elemento del minerale è la forma, il mondo delle forme fisse;
• il vegetale è il mondo delle forme in movimento, delle metamorfosi: la pianta è una forma complessa di movimento, di continuo cangiamento;
• l’elemento specifico dell’animale è l’anima, la sensazione, il sentimento, l’emozione;
• poi c’è l’Io umano, lo spirito, l’elemento del pensare.
Il pensare pensa sul mondo dei sentimenti, pensa sulle trasformazioni del mondo delle forme in movimento: prendiamo una pianticella che sta sbocciando, la guardo oggi ed è piccola, ritorno domani e si è espansa. Tutto il tempo dall’oggi al domani è in cambiamento, però ogni momento in cui io la guardo, la pianta è ferma. Sembra ferma, è ferma per la percezione: e perciò la percezione è un inganno, perché al livello del vitale c’è sempre movimento. Il corpo fisico coglie soltanto forme fisse e l’umanità moderna, che si è inabissata nel corpo fisico, coglie del mondo soltanto la parte morta. Il vitale non è ancora in grado di coglierlo.
Nella scienza dello spirito il gradino immaginativo, come Steiner lo chiama, è assurgere alla percezione del movimento del vitale; il gradino ispirativo è assurgere alla percezione diretta dei sentimenti dell’anima, dei moti dell’anima, dei fenomeni dell’anima; e il livello intuitivo è assurgere alla percezione diretta di Esseri spirituali creanti.
Il livello intuitivo percepisce Esseri spirituali creanti, il livello ispirativo percepisce mondi di anima, e il livello immaginativo percepisce l’eterico, cioè il vitale in quanto trasforma tutte le forme delle piante, degli animali e degli uomini. Anche le forme del minerale si trasformano, però a livelli molto più ampi di evoluzione: infatti le pietre non sono del tutto morte, non sono forme non soggette a cambiamento. C’è un lavorare dell’eterico anche nelle pietre, però molto più dall’esterno. Nella pianta l’eterico lavora dal di dentro, nel minerale lavora dal di fuori.

Riprendiamo il testo: (VI,2) «Se sulla circonferenza di un disco io dipingo dodici volte un cavallo nelle successive posizioni che il suo corpo prende muovendosi, e faccio poi ruotare il disco, posso produrre l’apparenza del movimento».
(VI,2) Basta che io guardi attraverso un’apertura in modo da vedere, nei corrispondenti intervalli di tempo, le successive posizioni del cavallo. Non vedo dodici immagini del cavallo, ma l’immagine di un cavallo che galoppa.
VI,3 I fatti fisiologici sopra citati non possono dunque gettar luce sul rapporto fra percezione e rappresentazione. Dobbiamo cercare in altro modo la giusta via.
In altre parole, non possiamo capire cos’è la percezione restando alla percezione, perché la percezione è una cosa nell’occhio, è un’altra cosa nell’orecchio, un’altra nell’udito. Ed è un’altra cosa quando io percepisco un cavallo in movimento che non è un cavallo in movimento eppure percepisco un cavallo in movimento. Devo venir via dalla percezione e trovare un elemento che non mi inganni come mi inganna la percezione. Il punto massimo di inganno della percezione ce l’ho in questo esempio dove dico: ma io vedo, percepisco veramente un cavallo in movimento, e so che non è vero, ma è vero, so che non è vero, eppure è vero! È vero per la percezione, ma il pensare mi dice che non è vero: allora lascio la percezione e mi rivolgo al pensare. La percezione mi dice che è un cavallo in movimento, santa pace! Sì, ma è un cavallo dipinto. Certo che è un cavallo dipinto però è in movimento, lo percepisco veramente in movimento… Non ne usciamo se restiamo nell’analisi della percezione.
VI,4 Nel momento in cui una percezione spunta sull’orizzonte della mia osservazione, entra in azione in me anche il pensare. Un membro del mio sistema di idee, una determinata intuizione, un concetto si collega con la percezione. Che cosa rimane poi, quando la percezione sparisce dal campo visivo? La mia intuizione, collegata con quella determinata percezione che si è formata al momento del percepire. La vivacità con cui potrò poi tornare a rendermi presente questo rapporto dipende dal modo di funzionare del mio organismo spirituale e corporeo. La rappresentazione non è altro che un’intuizione riferita ad una determinata percezione, un concetto che è stato una volta congiunto con una percezione ed al quale è rimasto il rapporto con tale percezione. Il mio concetto di un leone non è formato traendolo fuori dalle mie percezioni del leone. Ma la mia rappresentazione del leone è dovuta alla percezione. Io posso comunicare il concetto di leone a chiunque non abbia mai visto un leone; ma non mi riuscirà di creare in lui una rappresentazione viva, senza la sua diretta percezione.
Si può creare il concetto del leone senza la percezione, ma non si può avere la rappresentazione senza la percezione. Prima noi abbiamo guardato la ruota col cavallo in movimento, e ora ci resta la rappresentazione, l’immagine interiore della ruota con il cavallo che si muoveva.
Adesso rifacciamo di nuovo tutto il processo: cosa abbiamo visto? Il pensiero non dice: ho visto un cavallo in movimento. Il pensiero dice: mi è sorta la parvenza di un cavallo in movimento. La parvenza. Quindi questo è il concetto: non un reale cavallo in movimento. Prima di tutto il cavallo non è reale, è dipinto, e il pensare lo sa che un cavallo dipinto non può muoversi. E se un’immagine non può muoversi da sola, deve muoversi la realtà che proietta l’immagine. Quindi nella percezione ho un’immagine, e questa immagine mi presenta la percezione del movimento di un cavallo. La percezione mi dice: là c’è un cavallo in movimento. Il pensare mi dice: non è né un cavallo né in movimento.
Qual è il concetto puro di leone, indipendentemente dalla percezione del leone? La rappresentazione del leone, dicevamo, la si può avere soltanto come conseguenza della percezione del leone. Ma il concetto? Prima, all’origine, c’è stato il leone come concetto o il leone come percezione? C’è stato il concetto del leone, perché il leone come oggetto di percezione è l’estrinsecazione, è il rendersi visibile del leone come concetto. Il leone prima deve essere pensato.
Cosa c’è prima, la torta visibile o la torta pensata? La torta pensata, sennò non salta fuori la torta visibile.
Intervento: Pensata dal creatore, però.
Archiati: Certo. Questo vale per il creatore del leone come per il creatore – o la creatrice – della torta. Il concetto di leone ha preceduto ogni percepibilità del leone, e allora io vi posso risalire, lo posso ricostruire se ricostruisco i pensieri strutturanti del leone, anche indipendentemente dalla percezione. Abbiamo già fatto questo esercizio, adesso lo ripeto per sommi capi. Il mondo animale ha tre concetti fondamentali alla base, tre tipi di animali (adesso sto facendo una riflessione a livello di concetti, indipendentemente da ogni percezione):
• c’è un primo tipo di animale dove il sistema neurosensoriale prepondera;
• c’è un terzo tipo di animale in cui il sistema metabolico prepondera;
• e c’è un secondo tipo di animale il cui concetto puro – indipendentemente da come questo concetto si rende percepibile nei diversi e numerosissimi animali – è l’assoluto equilibrio tra il sistema neurosensoriale e il sistema metabolico. Non c’è preponderanza ma equilibrio assoluto.
Intervento: Perché hai enunciato il terzo tipo prima del secondo?
Archiati: Per creare la polarità: infatti il secondo tipo è un equilibrio fra i primi due, che hanno caratteristiche polari. Infatti, se volessimo disegnare uno schema, metteremmo in alto il primo tipo, poi, al polo opposto in basso, il terzo tipo e in mezzo il secondo tipo:

Fig.14
Nei volatili il sistema neurosensoriale prepondera sugli altri due sistemi: il sistema metabolico e il ritmico sono strumenti che servono, che supportano il sistema neurosensoriale in cui i volatili vivono.
Nei ruminanti ha assoluto rilievo il sistema metabolico: la digestione addirittura viene fatta due volte, ruminare è digerire una seconda volta. Il concetto è che la struttura fisiologica di questi animali è tale che il sistema neurosensoriale e il sistema ritmico sono entrambi in funzione del sistema metabolico, che è l’elemento in cui i ruminanti vivono: gli altri due sistemi sono al servizio del metabolismo.
Il concetto di leone è quello di un assoluto equilibrio tra due ritmi fondamentali: il respiro, che è il ritmo rivolto maggiormente verso l’alto – per il respiro c’è bisogno dell’aria – e la circolazione sanguigna, l’altro ritmo che si riferisce maggiormente al basso. Il rapporto fra i due ritmi è di 1 a 4: un respiro ogni quattro pulsazioni del sangue. Il leone è sorto il giorno in cui il Logos disse: creo il concetto di un animale il cui rapporto tra ritmo della respirazione e ritmo del sangue sia perfetto. E questo tipo di animale non riuscirà a sopportare che questo rapporto si sposti di un minimo: si sentirà subito malato. In base a questo concetto è sorta la fisiologia, tutta la strutturazione del leone. Voi, ascoltandomi finora, avete visto l’immagine di un leone? Vi è sorta la rappresentazione di un leone? Nulla, tutto si è svolto in chiave di concetto.
Intervento: Mi sorge questa riflessione: tutto questo discorso è validissimo per il Creatore. Ma l’uomo incarnato, che non crea nessuna specie animale, per potersi fare il concetto secondo questo schema, ha bisogno che ci sia una prima volta in cui constati nella natura questa forma di pensiero del Logos creatore. Altrimenti non se lo potrà mai fare!
Archiati: Certo. Sta’ attenta, però. Il testo dice: io posso comunicare il concetto di leone a un altro uomo che non abbia mai visto un leone. Però non è detto che io posso formarmi il concetto di leone senza percezione, questo non è detto. Quindi, anche se c’è soltanto un primo uomo che comunica questo concetto di leone agli altri, in quanto uomo il concetto se l’è potuto creare soltanto in base alla percezione. E nel caso del leone è una percezione molto complessa, perché bisogna sperimentare e capire, per esempio, che il leone sbrana non perché ha fame, ma perché questo rapporto 1:4 si è anche solo minimamente spostato. Se, poniamo, è diventato 1:4,001 il leone sta male e mangia carne finché questo millesimo sparisce e il rapporto ridiventa 1:4. Allora smette di mangiare.
Un essere umano può fare questi esperimenti sul leone tramite osservazioni e percezioni: in base ai pensieri che il Logos ha reso percepibili nella struttura fisiologica del leone e nel suo comportamento (tutti e due vanno studiati, ed è uno studio complesso), quest’uomo, spirito incarnato che ricostruisce i concetti messi alla base del mondo tramite percezione, se è penetrante abbastanza in chiave di pensiero, può risalire al concetto di leone.
Io, adesso, sto facendo un piccolo e modesto tentativo di comunicare a voi il concetto di leone, prescindendo dalla percezione, e non importa nulla se voi avete percepito un leone o no, per capire quello che stiamo dicendo. Naturalmente qualcuno di voi sa che io sto riferendo il concetto di leone come lo ha espresso Steiner nella scienza dello spirito. Ora, la scienza ordinaria non è ancora arrivata a questo concetto di leone, perché percepisce soltanto elementi esteriori. Invece l’iniziato coglie non soltanto la struttura fisiologica del leone, ma tutto il suo corpo eterico, tutto il suo corpo astrale (l’anima) e quindi vede l’interazione fra i corpi.
L’iniziato percepisce il leone in tutta la sua complessità, invece lo scienziato ordinario ne percepisce soltanto un minimo frammento, quello fisico; l’iniziato ha perciò tutt’altra possibilità di ricostruire il concetto di leone rispetto a chi vede soltanto l’esteriorità del leone. Senza percepire il corpo vitale del leone, senza percepire l’anima di gruppo del leone, il pulsare dei suoi istinti, la scienza naturale ci metterà ancora secoli prima di arrivare a questo concetto del leone di cui abbiamo parlato.
Sono queste le situazioni in cui uno dice, in tutta onestà, che questa scienza dello spirito è una gran bella cosa, perché dà alla scienza naturale la possibilità di fare passi enormi in avanti. Lo scienziato naturale che vede soltanto ciò che è fisicamente percepibile del leone, andrà ancora per secoli a naso e a vanvera, perché gli mancano elementi fondamentali per risalire al concetto di leone.
Allora, prendiamo Steiner che ci comunica il concetto di leone, supponendo che chi lo ascolta non abbia mai visto un leone: (VI,4) «Io posso comunicare il concetto di leone a chiunque non abbia mai visto un leone; ma non mi riuscirà di creare in lui {di comunicargli} una rappresentazione viva, senza la sua diretta percezione». Perché la percezione è proprio un’immagine impressa da ciò che ognuno percepisce da sé.
VI,5 La rappresentazione è dunque un concetto individualizzato.
È un’immagine o un concetto?
Intervento: È un concetto iniziale, è l’inizio della formazione di un concetto.
Archiati: Perché la percezione non è nulla. Quando io dico albero, è un concetto non è una percezione, è un concetto che acquista una forma rappresentativa, individualizzata, dentro di me. Ognuno ha la sua rappresentazione del leone, però leone è un concetto, un concetto che nella rappresentazione si individualizza a seconda delle percezioni che ognuno ha.
(VI,5) Ed ora possiamo spiegarci perché le cose della realtà possono essere per noi rappresentate appunto mediante rappresentazioni. La piena realtà di una cosa ci è data nel momento dell’osservazione dal confluire di concetto e percezione {ho la percezione del leone e dico: è un leone}. Il concetto acquista, per mezzo di una percezione, una forma individuale {quindi abbiamo a che fare con la forma}, un rapporto con quella determinata percezione: in questa forma individuale, che porta in sé come una peculiarità il rapporto acquistato con la percezione, esso continua a vivere in noi e forma la rappresentazione della cosa corrispondente {cinque figli hanno una mamma comune, ma ognuno ha della mamma una rappresentazione diversa nel suo animo}. Se ci imbattiamo in una seconda cosa, con la quale si collega lo stesso concetto, la riconosciamo come appartenente allo stesso genere della prima; se incontriamo la stessa cosa una seconda volta, troviamo nel nostro sistema di concetti non soltanto un concetto corrispondente, ma il concetto individualizzato, col suo caratteristico rapporto con la stessa cosa, e riconosciamo la cosa {cioè troviamo in noi la rappresentazione del leone}.
Ho la rappresentazione del leone fatta nel passato e ora vedo un secondo leone, un altro leone. Perché so che è un leone? Perché la percezione corrisponde alla rappresentazione che ho dentro di me. Altrimenti come faccio a sapere che è un leone?
Intervento: Perché ne ho il concetto.
Archiati: E no, non è così semplice. Torniamo indietro. Adesso vi propongo un pensiero un po’ più difficile, fate attenzione: immaginiamo che noi siamo tutte persone che non hanno mai visto un leone e non sappiamo com’è fatto – questa è la parte difficile dell’esercizio che facciamo. D’accordo? È importante, questo, sennò voi dite: ma lo so come è fatto un leone! E invece no: non abbiamo mai visto un leone. Immaginiamo che Rudolf Steiner ci abbia esposto quel concetto di leone del quale vi ho parlato poco fa: lui si è scalmanato per due o tre ore a comunicarci il concetto del leone senza parlare della forma del leone. Percezione e rappresentazione proprio non c’erano. Adesso andiamo tutti in uno zoo e uno ci presenta un animale e ci chiede: che animale è? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo. E lui ci dice: quello è un leone. Coooooooosa?! Un leone?! Questa è la percezione di quel concetto così complesso, così bello, così pulito? Questa è la percezione? Sì, sì, quello è un leone. Adesso lo sappiamo, adesso ognuno di noi lo sa.
Il bambino che, sulle ali del linguaggio – il linguaggio è il Logos sedimentato nella lingua di un popolo –, riacquista ex-novo tutti i concetti, come fa a sapere che quello è un leone? La mamma gli dice: leooone!, e il bambino sa che quello è un leone. Come lo sa? Gliel’ha detto la mamma, gliel’ha indicato la mamma. La mamma chiama quella roba lì leone! Quindi non è vero che noi conosciamo le cose tramite la percezione: no, la conoscenza viene da due porte diverse. Il pensare costruisce il concetto di leone e la percezione percepisce il leone, ma per metterli insieme dobbiamo fare un cammino interiore. Quindi è possibile avere la percezione senza il concetto ed è possibile avere il concetto senza la percezione.
Intervento: Però non senza rappresentazione.
Archiati: No, se non hai la percezione non hai neanche la rappresentazione.
Replica: E può essere un fatto di conoscenza trasmessa: la mamma che lo dice al bambino.
Archiati: Certo, come sei venuta tu a sapere come è fatto il leone?
Replica: Da mia madre.
Archiati: È chiaro. Sennò da sola come facevi a inventare: quello è il leone!?
Intervento: Però in quel concetto di Steiner del leone, cui hai accennato, non c’è tutto il concetto del leone.
Archiati: Te l’ho detto che lui si sarebbe scalmanato per tre ore! Io te l’ho riassunto.
Replica: Quella è la parte che noi non riusciamo a cogliere del concetto del leone, ma nel concetto del leone c’è anche tutta la descrizione esteriore. Cioè, per creare il leone fisico il Logos l’ha pensato tutto: i baffi, il naso, la coda, la criniera e anche la respirazione, l’equilibrio 1:4. È chiaro che se noi avessimo ricevuto solo quel pezzo di concetto, ci sfuggirebbe tutto il resto del leone e non saremmo in grado di riconoscerlo. Però, se nel concetto di leone ci fossero tutti gli elementi, arriveremmo molto vicino a riconoscerlo, anche senza averlo mai percepito.
Archiati: No, tu stai facendo un presupposto che non è giusto. Tu stai presupponendo che questo concetto si possa evidenziare solo in un modo: e questo non è vero. Sono parecchi i tipi di questo concetto, e il leone è uno, quello più perfetto.
Intervento: Ci sono altri felini.
Archiati: Certo, il gatto ne fa parte, per esempio, il gatto viene sussunto sotto lo stesso concetto generale, che poi si specifica diversamente. Però il concetto generale è lo stesso per il gatto e per il leone.
Intervento: Il rapporto del gatto è diverso da 1:4?
Archiati: Il gatto appartiene al punto 2, non fa parte di 1 e non fa parte di 3 (V. Fig. p. 92).
Intervento: Ma quindi quello è un concetto puro?
Archiati: Il concetto di concetto puro è questo: un concetto è puro quando non ha nessun elemento di percezione. Perché la percezione rende impuro il concetto? È proprio l’esempio che abbiamo fatto adesso: perché lo specifica, e specificandolo gli dà una qualificazione che non è più pura, è accidentale. Il concetto puro è passibile di ricevere questo accidente, quest’altro accidente, quest’altro accidente… Nel concetto puro c’è la pura essenza universale e senza accidenti: nella percezione ho subito accidenti. Quindi il concetto di concetto puro, in Aristotele, è che io dall’essenza devo togliere tutto ciò che è accidentale, e tutto ciò che fa parte della percezione è accidentale.
Intervento: Quindi taglio la criniera e rimane il leone?
Archiati: E non soltanto la criniera. Devi far sparire tutti i leoni percepibili e tornare al leone pensato, quando non c’era nessun leone percepibile: quello è il concetto puro.
Intervento: Quando non c’era la forma.
Archiati: Quando non c’era la forma visibile. Ma la forma pensata è una forma.
Rileggiamo questo paragrafo: VI,5 «La rappresentazione è dunque un concetto individualizzato. Ed ora possiamo spiegarci perché le cose della realtà possono essere per noi rappresentate appunto mediante rappresentazioni. La piena realtà di una cosa ci è data nel momento dell’osservazione dal confluire di concetto e percezione. Il concetto acquista, per mezzo di una percezione, una forma individuale {è proprio questo che stavamo dicendo: aggiungendo al concetto puro di leone, supponiamo che ce l’abbiamo, una percezione, questo concetto acquista una forma individuale, specifica, specificata, che è accidentale, perché nell’uno questa forma accidentale è in un modo, nell’altro è in un altro modo, a seconda dei leoni che ognuno vede}, un rapporto con quella determinata percezione: in questa forma individuale, che porta in sé come una peculiarità il rapporto acquistato con la percezione, esso continua a vivere in noi e forma la rappresentazione della cosa corrispondente».
Quindi la rappresentazione del leone, che ognuno di noi ha in sé, è il risultato dell’aver congiunto il concetto del leone con qualche percezione di leone che ognuno di noi ha avuto. Perché nessuno di noi può essersi formata la rappresentazione del leone senza una qualche sua percezione. La percezione di un leone stampato a colori su un libricino che abbiamo visto da bambini, è la percezione di un leone? Certo, e in base a questa percezione si è formata la rappresentazione del leone. Le persone che oggi hanno visto un leone vivo, reale, sono poche.
Intervento: Io l’ho visto. Almeno allo zoo ci siamo stati tutti.
Archiati: Oh, si fa presto a verificare! Quanti di noi, qui, hanno visto un leone vivo? Anche allo zoo, naturalmente, non dico in Africa. Vedete? Alcuni ci sono che non hanno alzato la mano. Però, anche le persone tra noi che dicono di non aver mai visto un leone reale, hanno una rappresentazione del leone perché l’hanno percepito in immagine.
Intervento: Il leone di San Marco a Venezia.
Archiati: Continuiamo: (VI,5) «Se ci imbattiamo in una seconda cosa, con la quale si collega lo stesso concetto {il leone, nel nostro caso}, la riconosciamo come appartenente allo stesso genere della prima; se incontriamo la stessa cosa una seconda volta, troviamo nel nostro sistema di concetti non soltanto un concetto corrispondente, ma il concetto individualizzato, col suo caratteristico rapporto con la stessa cosa, e riconosciamo la cosa».
VI,6 La rappresentazione sta dunque in mezzo fra percezione e concetto. È il concetto determinato, legato alla percezione.
Intervento: Se davvero la percezione fosse un nulla, come mai la parola percezione può essere messa assieme a tutte le altre con cui adesso Steiner sta spiegando? Una per tutte: il formarsi della rappresentazione. La rappresentazione è un qualche cosa che Steiner chiama «un concetto che si unisce a una percezione». Allora io, siccome tu mi dici spesso che la percezione è un nulla, sostituisco la parola percezione con la parola nulla: il concetto si attacca a un nulla e mi dà la rappresentazione? E altre volte troviamo in questo testo la parola percezione che, se sostituita dalla parola nulla, fa cascare tutta la frase.
Archiati: Sì, però sta’ attento, bisogna andarci con calma. Io non ho mai detto che la percezione è nulla.
Replica: Come no?
Archiati: È un nulla senza il concetto! Però una percezione senza il concetto non c’è.
Intervento: È il nulla del pensiero.
Archiati: Esatto. Però il nulla del pensiero nell’uomo non c’è.
Replica: Non è un’esperienza che possiamo fare.
Archiati: E allora la percezione pura senza il concetto non esiste. Sono modi psicologici per farci capire che la realtà della percezione – io non dico che la percezione non ha nessuna realtà – ce l’ho nel concetto, non nella percezione! Queste cose al limite, che sono poi paradossali, le si possono sia capire, sia totalmente fraintendere. Quindi bisogna andarci piano, perché fraintenderle è subito fatto: tu assolutizzi che io dico che la percezione è nulla, ma il nulla è nulla, non è qualcosa.
Intervento: Devi riprendere i primi capitoli dove spiega che il dato è un qualcosa di uniforme, e la percezione pura sarebbe il «Che cos’è?». Io non so spiegarmelo, arriva il concetto e me lo spiega. È chiaro che adesso abbiamo lavorato sempre con l’albero, e già quando dici albero è implicito il concetto.
Archiati: Certo. La percezione è il negativo del pensare: è qualcosa o non è qualcosa? Sì e no, tutte e due. È in fondo un grosso mistero.
Intervento: Possiamo dire che la percezione è l’incontro con l’altro da me, che io non posso conoscere finché non lo illumino col pensiero, col pensare. E siccome nella nostra esperienza quotidiana ciò è automatico – noi non ci incontriamo mai con un altro da noi senza che contemporaneamente il pensiero si metta in moto –, non abbiamo mai l’esperienza della percezione pura. Però la percezione è comunque l’incontro con l’altro da me, è qualcosa che esiste, non è un nulla.
Archiati: Sono metafore che tu usi: «l’altro da me». Ma intendi dire nulla!
Replica: No, tu sei un altro da me, non sei un nulla!
Archiati: Sì, ma io in quanto percezione pura non esisto per te.
Replica: Infatti non esisti, è quello che ho detto.
Archiati: Quindi «l’altro da me» è una metafora. Il nulla, non «l’altro da me». Senza la realtà complessiva dell’uomo, non riusciamo, in chiave astratta, a rispondere alla tua domanda (la domanda era: se sostituisco alla parola percezione la parola nulla, perché molte frasi del testo perdono il senso? [NdR]), perché resta astratta. E siccome è aleatoria la puoi prendere sia dalla parte del tutto sia dalla parte del nulla.

realtà complessiva dell’uomo
Fig.15
La percezione è l’esperienza dell’anima dove io sento: mi manca qualcosa! Sento una carenza: è una realtà o no? È una realtà animica di qualcosa che mi manca.
La percezione pura, allora, è qualcosa o non è qualcosa? Prendiamo l’esempio dell’eros: l’eros è il paradosso di qualcosa che ho nel desiderio ma non ce l’ho ancora nel compimento. Quando io desidero qualcosa ce l’ho o non ce l’ho? Se non ce l’avessi in assoluto non potrei desiderarla, e anche se ce l’avessi del tutto non potrei desiderarla. Quindi la percezione pura è un vissuto animico.
L’uomo è però sempre spirito pensante e non è mai soltanto anima. Quando per un attimo mette l’anima in primo piano e lo spirito per un attimo in secondo piano, l’anima dice: mi manca il concetto, mi manca il concetto, mi manca il concetto… e lo spirito dice: leone. Ma prima di dire leone cosa avevo? La carenza. Mi mancava. E questa è un’esperienza reale, però dell’anima.
Adesso rispondo alla tua domanda: la realtà della percezione pura è il desiderio dell’anima di trovare il concetto. Quella è la percezione pura: un desiderio dell’anima. Però il concetto arriva veloce perché siamo abituati a pensare: quand’è, allora, che noi viviamo questo desiderio dell’anima? Quando diciamo: che cos’è?, che cos’è?, che cos’è? L’anima vive qualcosa quando io dico: «Che cos’è?»: quella è la percezione pura. Sento una mancanza, e questo sentire è reale. Mi manca il concetto: cos’è?, dimmi cos’è?
Italiano: Quando in italiano si dice: io percepisco qualcosa che non è reale, che non si riferisce a qualcosa di ben preciso…
Archiati: Che cosa significa «percepire qualcosa che non è reale»? Che cosa percepisco, allora?
Repliche: Qualcosa di non esistente. Un rumore, per esempio, qualcosa che non so spiegare.
Intervento: Le patologie uditive, per esempio, o le allucinazioni.
Archiati: Adesso prendiamo un concetto generale: ogni patologia è un qualche tipo di insofferenza dell’anima, perché non ha ancora trovato la realtà spirituale corrispondente. Questo concetto, se lo afferrate nella sua purezza, sta in piedi perché nel momento in cui l’anima trova la realtà spirituale corrispondente non è più insofferente. Cos’è una depressione? È l’anima che soffre perché le manca il senso della vita. Chi glielo dà il senso della vita? O glielo dà lo spirito o non lo troverà mai, il senso della vita.[19] Ma l’anima che non trova il senso della vita si sente depressa perché le manca lo spirito. Quindi l’anima senza spirito è un vissuto di carenza: mi manca, mi manca, mi manca qualcosa… devo cercare oltre, devo continuare a cercare.
Un altro esempio che abbiamo già portato diverse volte come esercizio: cos’è il male? Il male non è qualcosa, perché se fosse qualcosa sarebbe un bene. Tutta la tradizione occidentale di riflessione sul male – a partire da Platone, passando per Agostino, Tommaso d’Aquino, Hegel – presenta il male non come qualcosa, ma come una carenza di bene. Ma se il male è una carenza di bene, allora non è nulla?! Nello spirito è nulla, ma per l’anima è un vissuto reale, questa carenza: le fa male, e questo sentirsi male è una realtà.
Però, il sentirsi male dell’anima è il riflesso nell’anima di qualcosa di spirituale che manca. A livello spirituale è una carenza di bene, non è qualcosa. E allora l’anima dice: siccome io soffro perché mi manca questo bene, e quest’altro bene, e quest’altro bene, adesso mi do da fare per mettercelo, tutto questo bene, e così finirò di soffrire. Resta comunque che nella definizione del concetto di male, il male non è qualcosa: è la mancanza di un bene.
Ecco un’analogia con la percezione: la percezione non è qualcosa, la percezione pura è la mancanza di un concetto. Però questa mancanza del concetto è un vissuto di carenza: un vissuto reale, però è un vissuto di carenza. L’anima dice: non va, non va, non sono soddisfatta, sono infelice, sono triste, voglio conquistarmi quello che non so cos’è. Poi arriva il concetto e dice cos’è, e allora l’anima dice: adesso sì, adesso va bene.
Intervento: Però le entità arimaniche e asuriche sono reali, le asuriche sono terribili. Non c’è letteratura sulle entità asuriche, non c’è nessuna letteratura esoterica.
Archiati: Ma carissimo amico, tu pensi che il Mefisto, che Arimane, sia un male?
Replica: No, certo che no: è nell’ordine dell’evoluzione come controforza.
Archiati: E allora? Nel Faust Mefistofele viene chiamato dal Padreterno in persona che gli dice: Mefistofele, ho bisogno di te perché senza di te gli uomini poltriscono a un punto tale che non succede mai nulla! Ho bisogno del diavolo.
Il male, in relazione alle forze dell’ostacolo, è che manca il rapporto giusto. Quindi non il Mefistofele è male: male è il fatto che io ometto di stabilire il rapporto giusto. Capito? E quand’è che stabilisco il rapporto giusto? Quando nell’interazione con l’ostacolo le mie forze diventano ancora più forti. E se invece non mi rafforzo, mi manca l’accrescimento di forze, mi manca, sento il vuoto. E dov’è che mi si evidenzia la realtà che il male è soltanto una carenza? Nell’anima che soffre: questa sofferenza è reale, è una realtà astrale, animica. Se una carenza non mi rendesse triste più di tanto, non me ne importerebbe nulla. Allora la tristezza dell’anima è l’aiuto per farci capire: guarda che ti manca qualcosa! Datti da fare!
Intervento: Abbiamo visto che la carenza è l’anima che sente il bisogno dello spirito: si potrebbe vedere una cosa rovesciata nel caso della creazione artistica? Cioè, l’anima sente il bisogno della percezione perché nella creazione artistica prima c’è il concetto e dopo l’artista sente la necessità di creare una realtà percepibile.
Archiati: No, hai detto la cosa in un modo deviato. Non dritta. Ripeti il concetto, va ripulito il concetto. Riprova.
Replica: Nella creazione artistica uno prima coglie il concetto…
Archiati: E se uno copia?
Replica: Non è una creazione artistica se uno copia.
Archiati: E sì. Supponiamo allora che intuisce un Mosè che non è come quello del Michelangelo o di un Raffaello, ma è nuovo.
Replica: È il suo, quello che coglie lui. E in questo caso l’anima ha bisogno di esprimerlo. Questo voglio dire.
Archiati: Non necessariamente.
Replica: Beh, una creazione artistica che non si manifesta…
Archiati: Tu stai supponendo che sia un’artista solo chi lavora su materiale fisico: ma un pensatore, per esempio, gode il concetto, non ha bisogno di esprimerlo in una forma visibile. Adesso tu parli di un’artista che dice: io non sono soddisfatto finché non ho tradotto questa intuizione di forme in materiale visibile. Benissimo. Allora?
Replica: In questo caso l’anima, se non realizza fisicamente queste forme, è in sofferenza, perché non riesce a esprimere l’intuizione. Quindi dal concetto nasce una sofferenza nell’anima che si esprime nella mancanza di percezione di questa realtà concettuale, nella mancanza di realizzazione. Può essere un pittore, può essere uno scultore o un musicista…
Archiati: Certo. Può essere una mamma, in tutti i campi è possibile. Adesso io ti chiedo: quale carenza ti brucia di più nell’anima? Avere un’intuizione unica, ma poi ti manca il materiale o non hai i soldi e perciò non puoi tradurla in forma visibile, o è più cocente la carenza di intuizioni di concetti e di pensieri per cui non sei capace di creare un’intuizione unica? Quale carenza è un buco più grosso nell’anima?
Replica: Senza dubbio è quella che parte dalla percezione. Uno può essere soddisfatto anche del concetto, però, nella creazione artistica, c’è un procedimento opposto che parte dal concetto e arriva a manifestarsi nella percezione.
Archiati: Attento: se mi è consentito o no di far saltar fuori una statua, o un dipinto da questa intuizione artistica è questione del mio karma, e devo essere disposto ad accettare il mio karma. Se invece io sono capace o no di essere creatore nel mondo dei concetti, non è soltanto questione del mio karma ma è questione della mia evoluzione in assoluto, come Io pensante. Il fatto di essere evoluto a un punto tale da sapere o no creare un concetto puro, è una faccenda soltanto mia; perché io abbia o no la possibilità realizzarlo in modo visibile dipende da tantissime altre cose, oltre che da me: questa è la differenza.
Perciò ci siamo detti già dal secondo, terzo capitolo che nell’elemento del proprio pensare ognuno di noi è l’unico attore: per tutto il resto deve fare i conti con il mondo. Il pensare è l’unico elemento nel quale io non devo fare i conti con il mondo ma soltanto col mio spirito, e con l’evoluzione del mio spirito. Quindi una carenza nel mio pensare è mia e soltanto mia. Una carenza nella possibilità karmica di tradurre in immagine visibile un’intuizione non è soltanto mia, è molto più complessa, la cosa. Non è soltanto mia.
La sofferenza rispetto a una mancata evoluzione del mio spirito pensante è molto più grande che non rispetto alla possibilità o non possibilità di tradurre nel visibile le mie intuizioni: dipende magari dai soldi che uno ha o che non ha, le cose sono molto complesse. E questo ci riporta al fatto che il pensare ha una posizione unica, perché è in tutto e per tutto gestibile dall’Io dell’uomo, in piena libertà. Ognuno ha nel suo pensare tutto e solo ciò che ci ha messo lui, e al suo pensare manca solo tutto ciò che lui non ci ha messo. Il pensare è l’unico elemento di cui l’uomo è responsabile al 100%. Solo il pensare: tutto il resto dipende da tante altre cose.
Replica: Si potrebbe dire che ha già in sé una realizzazione.
Archiati: Sì. Cosa dicevamo prima? Adesso, con calma, riflettiamo sulle cose una dopo l’altra. Prendiamo l’esempio concreto di uno spirito divino che ha creato l’intuizione del leone. Il fatto di poterla comunicare in chiave di pensiero, sulle ali della parola, il fatto di comunicare il concetto non è già una realizzazione enorme? È il nostro materialismo che ci fa fissare sulla percezione sensibile, perché afferrare il concetto di leone in tutti i suoi aspetti – qualcuno l’ha detto che è ben complesso il concetto di leone – mi dà una gioia molto più grande che non qualsiasi percezione del leone. Cosa mi dà la pura percezione del leone? Il nulla del concetto. La provocazione al pensare. E se non è percezione pura ci metto il concetto così come ce l’ho, né più ricco né più povero di quanto ce l’ho.
Se noi chiedessimo qui a tre o quattro persone: qual è il tuo concetto di leone?, sarebbe interessantissimo sentire cosa salta fuori. Naturalmente salterebbero fuori tantissimi elementi di percezione, e noi diremmo: lasciali via, questi hanno a che fare con la percezione e la rappresentazione. Dimmi il concetto. Se togliamo via tutto il dato di rappresentazione, tutto il dato di percezione, nella persona normale rimane quasi nulla del concetto. Nella prima conferenza del libro Il pensiero nell’uomo e nel mondo,[20] Steiner descrive che l’uomo comune d’oggi non ha nessun concetto, nessun pensiero: ha soltanto rappresentazioni formate in base alle parole del linguaggio e rappresentazioni formate in base alla percezione. Ma di concetti quasi nulla, o addirittura nulla.
Intervento: Abbiamo detto[21] che il bambino piccolo comincia a formare il concetto da quando la madre gli dice mucca, indicando la mucca, e lui ripete mucca. Se poi la madre termina di dire mucca lui non dice più niente. Arriva poi un fatidico momento in cui a un certo punto il bambino stesso dice mucca di fronte a una mucca perché riconosce i tratti comuni delle mucche. Quel concetto che il bambino si fa, e poi non sbaglierà più perché riconoscerà sempre la mucca, che tipo di concetto è? È una cosa abbastanza semplice per lui.
Archiati: È una rappresentazione.
Replica: È una rappresentazione. Ma il suo pensare comunque ha lavorato per riconoscere i tratti comuni…
Archiati: Il bambino non è un animale, ma un pensatore in potenza: ciò si evidenzia nel fatto che è capace di linguaggio – diversamente dagli animali – e sulle ali del linguaggio riceve parole che vengono associate dai genitori a percezioni, e in base a questo accoppiamento tra parole e percezioni crea rappresentazioni. Le parole potenzialmente sono concetti, ogni parola è potenzialmente un concetto: diventa un concetto grazie al cammino di pensiero individuale che il singolo compie quando diventa adulto. Poi, diventando sempre più grande, il bambino trasforma le rappresentazioni in concetti, togliendo tutti gli elementi accessori sia della rappresentazione sia dalla percezione: e questo è un fatto del suo cammino individuale di pensiero, di pensatore. E Steiner dice: la maggior parte degli esseri umani non ha mai sceverato dal concetto leone – che ha ricevuto dal linguaggio dei genitori, dalle percezioni e dalle rappresentazioni – ciò che è accessorio da ciò che è essenziale.
Replica: Quindi ha un concetto spurio.
Archiati: Sì, intriso di rappresentazione e di percezione.
Replica: Vorrei vedere quell’adulto che a un certo punto arriva al concetto puro di leone che è stato espresso poco fa…
Archiati: Il senso della scienza dello spirito è di dare uno strumentario al pensiero per creare sempre di più concetti essenziali, concetti puri.
Replica: Per questo dicevi che se adesso ognuno di noi avesse fatto l’esperimento di descrivere l’essenza del leone, non saremmo riusciti ad arrivare al concetto puro di leone?
Archiati: Sì, sarebbero saltate fuori le descrizioni più disparate del leone, descrizioni piene di elementi di percezione, elementi di rappresentazione e poco o nulla di concetto puro.
Facciamo una pausa e poi ci ritroviamo.
*******
Archiati: Chi ha qualcosa da dire?
Intervento: La domanda che desidero farti riprende le tue parole iniziali di ieri sera: quando dai presocratrici arriviamo a Socrate, che concentra tutto l’interesse sull’umano e sulla consapevolezza di sé, abbiamo poi tutto un processo fino all’Umanesimo e al Rinascimento. In che cosa si differenzia, come qualità e novità, questo periodo storico? Noi sappiamo che lì termina in qualche modo un’epoca di cultura e ne comincia un’altra. Qual è la specificità di quella che viene detta l’anima cosciente di oggi rispetto all’anima razionale di allora? Qual è il compito evolutivo specifico di oggi?
Archiati: Vorresti sapere tutto in cinque minuti?! Fino al 747 prima di Cristo, per tutto il periodo egizio-caldeo-babilonese, guidava l’evoluzione umana l’anima senziente. Dal 747 a.C. al 1413 d.C. – per 2160 anni – è alla guida delle sorti dell’umanità (e qui abbiamo i filosofi greci Socrate, Platone, Aristotele nel quinto-quarto secolo a.C., Platone è morto nel 399 a.C. e più avanti c’è l’evento del Golgota) l’anima razionale o affettiva: affettiva maggiormente da parte dei greci e razionale maggiormente da parte dei romani. Nel 1250 abbiamo gli Scolastici, il cui elemento portante è il pensare razionale. Importante è anche Gioacchino da Fiore. Poi, dal 1413 inizia il periodo dell’anima cosciente, anche se all’inizio abbiamo un Neoplatonismo che non a caso viene chiamato così perché è una specie di ripresa del platonismo. Poi abbiamo l’Umanesimo (Marsilio Ficino, Pico della Mirandola) e il Rinascimento, che non è una creazione nuova ma un rimuginare qualcosa che c’è già stato, quindi una specie di conclusione. Poi c’è il vero e proprio inizio: le forze dell’anima cosciente irrompono con la nascita del pensiero individualizzato.

Tu chiedi – e naturalmente io riduco la tua domanda all’osso, altrimenti per i minimi particolari dovremmo studiare tutta la scienza dello spirito, cosa che si può fare non solo per vari decenni, ma anche per varie vite, e questa è una prospettiva molto bella dell’evoluzione –, tu chiedi: qual è la differenza tra il pensare dell’anima razionale (perché tu dici, giustamente: erano fior di pensatori i greci ed erano fior di pensatori gli Scolastici) e il pensare dell’anima cosciente di uno Steiner?
Un Tommaso d’Aquino raziocinava per grazia ricevuta e ha avuto nel 1250 il punto focale della sua produzione spirituale. Se uno legge la sua Summa Teologica (io faccio parte dell’ultima generazione che l’ha ancora studiata in latino), si chiede: ma come hanno fatto questi pensatori a essere così bravi a pensare? È strabiliante, veramente. Steiner dice che, in tutto ciò che l’umanità ha passato, non c’è una scuola migliore per il pensare della Scolastica – naturalmente escludendo la scienza dello spirito che sta appena cominciando. È un’arte del pensare. Però – lo dico adesso a modo mio – era un pensare che veniva spontaneo, dato per natura, non conquistato volutamente e coscientemente dall’Io individuale.
La scienza dello spirito è una proposta evolutiva offerta all’anima cosciente, perché l’anima cosciente è gestita direttamente dall’Io individuale. Il pensare per l’anima cosciente è una conquista della libertà individuale, mentre per l’anima razionale era un dono di natura, un dono divino – e la differenza è enorme.
Vi porto un esempio, e gli antroposofi in sala non prendano questo esempio come critica o come polemica: non è che per evitare critiche nei miei confronti mi devo proibire di dire certe cose. Qui l’esempio calza. Una volta ho partecipato alla riunione annuale della Società Antroposofica dove anch’io ho tenuto una conferenza, e ricordo un signore, Mario Tabet, che a tavola disse parlando di Sergej Prokofieff: ma guarda, questo individuo ha venticinque anni e ha tirato fuori cose così profonde, così enormi! Io c’ho messo una vita intera (era già abbastanza avanti negli anni) e non sono ancora arrivato al punto dove è lui! Io mi sono detto: questa ammirazione per un dono di natura e non per qualcosa che uno si deve conquistare da solo, è la cosa più anti-antroposofica che ci sia!
Intervento: Un dono di natura non esiste: se lo sarà conquistato prima, in una vita precedente!
Archiati: Sta’ attenta: la rivelazione divina, cioè essere un vaso ripieno di sapienza divina, non è mai stata una conquista. Tutti eravamo vasi ripieni. È nel concetto stesso della rivelazione – tutti bellissimi contenuti divini – di non essere una conquista dell’individuo. Quindi, se oggi dovesse succedere il fenomeno di una persona che da giovane, a venti-venticinque anni, si sentisse piovere idee bellissime e profonde e pensasse: questi pensieri me li sono conquistati nel passato, questa persona si rovinerebbe, perché si attribuirebbe una conquista che non c’è mai stata. Se ha il coraggio di far passi in avanti farà di tutto perché queste rivelazioni spariscano: allora sì che farà passi in avanti. Io non ho detto questo, allora, perché la mia voce non sarebbe stata ascoltata, ma avrei voluto dire a Tabet: ringrazia tutti gli Angeli e tutti i Santi che tu hai avuto la possibilità di conquistarti quello che ti sei conquistato, poco o molto non importa, col sudore del tuo pensare, perché quello vale molto di più, infinitamente di più che non tutta la rivelazione divina, che c’è sempre stata.
Il fenomeno del genio diventa sempre più anacronistico, perché era giusto prima di Cristo. In altre parole, ammirare un’altra persona è la cosa più disumanizzante che ci sia, perché annulla il peso morale di chi ammira. Uno Steiner sottolinea che nei tempi moderni, come risultato di queste realtà semplici ma fondamentali dell’evoluzione, è sorta nell’esoterismo una prassi a cui attenersi: nessuno che oggi abbia qualcosa da dire in campo esoterico, ha il diritto di dirlo prima che sia arrivato almeno al quarantaduesimo anno di vita. Prima deve tacere.
Intervento: Quarant’anni.
Archiati: No, quaranta non è nessun ciclo. Quarantadue anni, invece, sono 6 cicli di 7. Anche la Chiesa cattolica diceva che nessun prete ha il diritto di confessare suore prima del quarantaduesimo anno: c’erano ancora resti di questa sapienza.
Intervento: Comunque ci sarà un criterio per discernere ciò che è frutto di un proprio lavoro, in questa o in vite passate, da ciò che si è ricevuto per grazia. Ci sarà un criterio!
Archiati: Ma lo sai qual è il criterio! È il pensare. Cosa ti dice il pensare? Cosa dici tu, pensatore, su questo criterio? Quale deve essere il criterio?
Replica: Che siano pensieri che abbiano un nesso, un collegamento con la realtà: a questo, in genere, cerco di stare attento quando vedo pensieri. Il problema è quando uno riceve un’intuizione, quando ha un’intuizione: cerco di verificare quello che penso.
Archiati: Sei un po’ alla periferia del concetto, non hai colto nel centro. Quando uno coglie nel centro l’altro dice: ah, questo è il centro!
Replica: Il buon senso sente se un pensiero…
Archiati: Altri contributi?
Intervento: Siamo noi stessi che ci giudichiamo in questo sforzo… Come è difficile esprimere il concetto…
Archiati: Vai avanti, vai avanti, non mollare!
Replica: È la gioia che si prova quando si è riusciti finalmente a pensare, e già questo ti dà la gioia di vivere. Ti giudichi in base a tutti questi sforzi che fai per realizzare il pensiero, e in questo modo tu dai un metro a questo sforzo continuo e misuri te stesso in queste tue conquiste.
Archiati: È un bell’arricchimento quello che hai detto. L’elemento della gioia arricchisce e non deve mancare. Altre integrazioni?
Intervento: Indubbiamente la fatica che faccio l’ho sperimentata molto nel mio lavoro di terapista – io lavoro con le mani. Mi sono accorto subito di capacità percettive che mi venivano facili e quando cerco di insegnarle ai miei studenti credo che sia altrettanto facile, e invece questo non è assolutamente possibile. Allora dico: sì, questo è il mio punto di partenza, ma se io parto da questo punto e comincio a pensare come mi vengono queste percezioni, che cosa posso fare oltre, io sento che comincio a fare fatica, qui comincia lo sforzo e ogni volta che mi si illumina un’idea nuova, ecco che arrivo alla gioia di cui parlava quel signore, perché è una conquista nata dallo sforzo continuo di concentrazione, dal non mollare mai. Tutto quello che facevo facilmente, ce l’avevo facile, ce l’avevo già.
Intervento: Prima stavamo parlando di quando uno ha delle intuizioni importanti. Penso che debba sapere anche essere maestro, comunicarle agli altri e permettere agli altri di fare lo stesso percorso che ha fatto lui. Se è in grado di fare questo, secondo me se l’è conquistato, se non è in grado di essere un maestro allora forse la strada non è stata proprio legittima.
Archiati: Che vuol dire maestro? I bambini hanno il maestro. E gli adulti?
Intervento: Quella carenza di cui parlavi prima, che si potrebbe chiamare anche sete di sapere, ti porta a non accontentarti di cose incomplete nella comprensione, per cui vai a fondo e non sei contento se non sei arrivato a comprendere integralmente le parti di un concetto. Poi arriva il momento che, anziché varie parti comprese profondamente, intuisci un qualcosa che non è i concetti di prima, parziali, ma è un qualcosa che li contiene e va ben oltre. È un nuovo punto di comprensione che prima non avevi, per cui vedi anche tutto il resto diverso.
Archiati: Ottimo. Altri contributi, prima che arrivi io? Io ho sempre qualcosa da dire!
Intervento: Ma se qualcuno ha qualcosa per grazia ricevuta, in realtà non sa di averlo, perché ce l’ha. Chi invece deve conquistarlo sa benissimo che prima non ce l’aveva e dopo c’è arrivato. Cioè i geni non sanno di essere geni: lo sono e basta, secondo me.
Intervento: Quando un concetto mi fiorisce dentro e non so da dove viene, mi crea un senso di realizzazione, un senso di sentirmi unita con la mia anima. L’insieme, poi, dei concetti che ognuno di noi ha, alla fine fa parte di un’anima collettiva, in qualche modo. Da una parte, quando io mi sento unita in questo concetto con una parte profonda di me, vuol dire che sono arrivata come a un’ispirazione dell’anima; dall’altra mi chiedo, o spero, che ci sia un’anima collettiva.
Intervento: Un altro criterio potrebbe essere questo: ciò che è dato per grazia ricevuta, rispetto a quello che una persona può e vuole conquistarsi è che, quando avviene per grazia ricevuta, in un certo senso più passa il tempo e più si esaurisce. Esempio: è tipica del genio la manifestazione nell’età giovanile e poi, stranamente, col tempo la vena si secca, si esaurisce. E questo, in corrispondenza, si può vedere anche nella storia dell’umanità: l’umanità giovane era piena di doni naturali che poi, mano a mano, nel procedere dell’evoluzione si sono esauriti, sono andati persi – per esempio la capacità di veggenza. Invece, ciò che ci si conquista non per grazia ricevuta ma per una propria attività è come il vino: più si va avanti, più invecchia e più migliora. Si fa esattamente il contrario: si parte dal buio e poi, andando avanti, non si smette mai di fare conquiste: non si va dall’alto in basso, come prima, ma dal basso in alto.
Archiati: Vuoi – se vuoi, eh?, sarebbe bello se tu lo facessi – in base a quello che hai sentito, ripetere il tuo pensiero, magari arricchito, o messo maggiormente a fuoco? Dai, fallo! Che cosa avevi detto?
Intervento: Avevo chiesto: come si fa a discernere ciò che nell’attività pensante è frutto del proprio lavoro cosciente, da ciò che non lo è? Faccio un esempio: Steiner come faceva a essere cosciente di ciò che percepiva nei mondi soprasensibili? Io ho detto, prima, che un mio criterio è quello di confrontare pensieri e intuizioni con la realtà – e per realtà non intendo solo quella fisica, perché a volte abbiamo percezioni e intuizioni che riguardano anche avvenimenti che devono succedere –, è quello di stare con i piedi per terra e di lavorare a verificarli in qualsiasi modo, attraverso il lavoro che per me è anche fisico. Cioè, non è che mi faccio illudere, ecco, cerco sempre di portare le cose nella realtà e nell’equilibrio. Però volevo sentire se è un criterio che ha senso.
Archiati: Certo. Forse lo si può dire in un modo ancora più chiaro, ma è umano quello che tu vuoi dire. Allora, partiamo dal fenomeno Steiner, perché lo si può prendere sia dal lato della genialità, sia dal lato della conquista individuale. Ci sono vari criteri: io adesso ne nomino uno o due, quelli più fondamentali, dove penso che il Logos pensante, qui, in ognuno dica: sì, sì, in effetti questa distinzione è molto fondamentale.
1. Se una persona, un genio, ha ricevuto dei contenuti di sapienza per rivelazione, dimostra di averli ricevuti e non conquistati per mezzo del proprio pensiero individualizzato col fatto che li ripete tali e quali, e ti chiede di credergli. Se invece ha la capacità di dire la stessa cosa in un contesto in un modo, in un altro contesto (in un altro popolo, in un altro linguaggio) in un altro modo, se ha la capacità di dire la stessa cosa a una persona in un modo (perché quella persona è fatta così) e a un’altra in un altro, se sa dirla in dodici modi del tutto diversi (Fig. 21, p. 130) allora capisco che la gestisce in proprio.
2. Il secondo criterio è che la persona che veramente sente una responsabilità nei confronti della dignità del Logos individualizzato in ogni essere umano, si proibisce di dire qualsiasi cosa che debba essere creduta, e dice unicamente cose che si capiscono. Altrimenti le lascia da parte. E cosa vuol dire che io sento Steiner dirmi cose che posso capire? Lui mi dice: ciò che conta è ciò che tu ne fai. E io dico: sì, questa è una gran bella cosa, perché vado avanti io come spirito.
Se tu hai letto una pagina di Steiner, non serve a nulla averla letta se gli credi, o se ripeti le parole tali e quali. L’unica cosa che vale e che ci porta avanti è dire: chiudi il libro e dimmi quello che hai letto con parole tue. E non basta fermarsi lì: adesso dimmi la stessa cosa in tutt’altro modo, con tutt’altre parole, e poi altre tre volte, quattro volte, sempre in modi diversi. Se me lo fai in dodici modi diversi, senza dover riaprire il libro perché non sai più che cos’hai letto, allora ti dico: adesso è tuo.
Intervento: Anche un libro di Pietro Archiati!
Archiati: A maggior ragione, scusa! Perché Pietro Archiati è venuto cento anni dopo e quindi l’umanità dovrebbe essere, in fatto di gestione individuale del pensare, di cento anni più avanti! Tanto è vero che io ho dimostrato nell’umanità che da sette, otto anni ho smesso di pubblicare testi di Archiati, in Germania, e pubblico soltanto Steiner. Questo fatto non l’ha mai compiuto nessun antroposofo. E l’ho fatto perché ritengo Archiati noioso paragonato a Steiner.
Replica: Lo conosce bene, lei?
Archiati: Steiner sì.
Replica: No, Archiati!
Archiati: Ritorno ai due criteri fondamentali. Il Logos individualizzato si mostra nella capacità di dire la stessa cosa in tanti modi diversi, sennò vuol dire che l’hai recepita come contenuto di rivelazione: non essendo capace di gestirla tu, la devi ripetere tale e quale e l’altro ci deve credere perché c’è soltanto un modo di dirla.
L’altro criterio, che poi è una variazione del primo, è che Rudolf Steiner mi dimostra di essere un uomo moderno, di impersonare il modo attuale del Cristo, del Logos, di operare nell’umanità, perché ti dà una sberla ogni volta che tu poltrisci: la lettura ti diventa talmente noiosa che non c’è nulla da credere. O capisci oppure ti addormenti o vai a bere una birra! Tant’è vero che Steiner, di fronte a certi antroposofi che volevano credergli, si arrabbiava e diceva: non voglio che mi si creda! Voglio essere capito.
Il credere c’è già nella Chiesa cattolica che è sorta per dare elementi di fede nella fase giusta, quando l’umanità era ancora bambina e sapeva soltanto credere: l’anima cosciente crea in ogni essere umano la capacità di pensare, non soltanto di credere.
Quando io leggo Steiner, a me non interessano per nulla i suoi pensieri: mi interessano i pensieri che so pensare io in base alla pulce che lui mi mette nell’orecchio. Però da Steiner voglio soltanto la pulce nell’orecchio non pensieri da recepire bell’e fatti –, sennò che ci sono a fare, io? La mia esperienza con Steiner è che non conosco nulla di minimamente paragonabile a questo continuo ricevere pulci nell’orecchio! Però i pensieri ce li metto io, altrimenti non c’è gusto, scusate! E questo lo può fare chiunque, perché tutti siamo creature del Logos.
In questa dimensione così immensa, conosco in assoluto soltanto il fenomeno Rudolf Steiner: affronta tutti i campi della vita e ti proibisce di credere. Perciò dico: questa scienza dello spirito che Rudolf Steiner ha inaugurato ha uno spessore unico e non c’è un secondo fenomeno minimamente paragonabile. Se ci fosse lo direi, sarei ben contento di dire: c’è un’altra persona paragonabile a Rudolf Steiner. Non c’è, proprio non c’è.
In Germania ci sono giovani antroposofi – quelli che curano la rivista «Info3» – che vorrebbero un’antroposofia senza l’evento del Cristo, un’antroposofia dove il cristianesimo è uguale all’Islam e poi, siccome Rudolf Steiner è un colosso non digeribile, fanno convegni dove presentano Steiner, presentano Gurdjeff ecc. e li mettono alla pari!! Stupidi, imbecilli! Ma lasciate perdere ‘sto Steiner se vi provoca soltanto imbarazzo! Pigliatevi Gurdjeff!!
Intervento: Chiesero a Steiner: ma esiste sulla Terra un iniziato pari a lei? E lui rispose: sì, certamente, ma mai nessuno che abbia composto le concezioni che io ho dato in forma di pensiero.
Archiati: Beh, se ci fosse lo sapremmo, no? Mica potrebbe esserci un secondo fenomeno paragonabile a Steiner ignorato da noi! Sarebbe ben visibile!
Replica: Comunque lei non si sottovaluti.
Archiati: Non me ne frega nulla!! E «non me ne frega nulla» non significa né che mi sottovaluto né che mi sopravvaluto. Non me ne frega nulla!! A me importa appassionatamente, proprio appassionatamente, ciò che consente a ognuno di camminare col suo pensiero! E se camminiamo tutti nel pensiero la vita diventa più bella, finiamo di scannarci a vicenda.
Intervento: Allora diciamo che lei è un rafforzativo di Steiner!
Archiati: Un rafforzativo di Steiner? Come se Steiner avesse bisogno di un ricostituente!
Intervento: Sennò creiamo gli idoli, eh?
Archiati: Ma è proprio questo, quindi lasciamo da parte Steiner. Nell’antroposofia non si tratta mai di Rudolf Steiner. Tutte queste biografie scritte su Steiner sono imbambolamenti di adorazione del guru, ci portano indietro di millenni. A Rudolf Steiner, il Rudolf Steiner non interessava nulla, gli interessava la scienza dello spirito, gli interessava il cammino del pensare umano, gli interessava dare a ogni essere umano il fuoco che lo fa andare avanti! Cosa interessava a Rudolf Steiner di Rudolf Steiner? Nulla, non era lui importante per sé!! A me non importa nulla di Pietro Archiati, ma proprio nulla! Mi importa di Pietro Archiati in quanto spirito come tutti gli altri, che va avanti come tutti quanti. E andiamo avanti insieme, allora, godiamo insieme la vita. Perché dovrebbe essere interessante ‘sto Pietro Archiati? Me lo dici? Per l’abito che porta da vent’anni, sempre lo stesso?
Intervento: Per gli stimoli che ci dà!
Archiati: Allora parla degli stimoli, non di Pietro Archiati! Noi viviamo del culto delle persone perché siamo ancora bambini di fronte alle autorità. Che l’autorità si chiami Papa o si chiami Berlusconi ecc…, sempre bambini siamo! Dobbiamo far sparire tutte le autorità, eccetto una…
Intervento: Il pensiero.
Archiati: Non il pensiero: il pensare! Solo quella è l’autorità che vale!
Replica: Il proprio pensare.
Archiati: Il pensare non è una cosa propria. Il Logos non è proprietà privata.
Intervento: Le multinazionali non sono ancora riuscite a mettere sull’Io del Logos la proprietà privata!
Archiati: Quindi la risposta alla tua domanda sui criteri, è che noi godiamo nel pensare: il secondo contributo ti ha aggiunto subito la gioia come strumento di verifica, perché la gioia è un criterio molto importante. Mi dà gioia, non mi dà gioia. Io per primo dicevo che l’anima sente la carenza quando lo spirito è pochino, è esile, è asfissiato. Quel che ci dà gioia è un’articolazione di pensiero gestita in proprio: questo è importante! Che poi questa articolazione venga da qui o da là, che noi sentiamo una persona o quell’altra (qui parlate anche voi, no?), non importa. Non importa nulla l’origine, importa che io dica: ah!, capisco, adesso vado avanti, adesso da questo pensiero sorge quest’altro. Fra gli interventi di prima, una signora ha ben descritto questo processo di illuminazione crescente: questo è bello, questo è essere umani. Capire sempre di più, con la propria mente: sennò devo credere. Credere è del bambino perché non sa ancora pensare. Ditemi voi, sinceramente, che cosa c’è da credere in quello che io dico, nei miei sproloqui che sono processi di pensiero? Spero che mi diciate: veramente nulla! C’è qualcosa che vi viene incontro e dite: ah!, lì ho qualcosa su cui pensare, lì c’è da masticare? Spero di sì! E allora va tutto bene! E ognuno mastica a seconda dei suoi denti, e va bene. Ognuno è al livello in cui è, ma l’importante è che ci aiutiamo a vicenda a fare passi con i propri piedi.
Intervento: C’è errore nella risonanza di un diapason, se il suono è vero? C’è la possibilità di errore?
Archiati: No, no, c’è soltanto il pericolo della goduria.
Replica: È un pericolo?
Archiati: La goduria è pigrizia spirituale.
Replica: Ok.
Archiati: Ci devi credere a quello che ti ho appena detto?
Replica: Ci devo riflettere.
Archiati: No, sii onesto e di’ che l’hai capito!
Replica: Sì e no. Cerco di essere sincero, non mi persuade completamente.
Archiati: Allora facciamo un minuto questo esercizio: tu parli di consonanza. Cosa intendi dire? Che esperienza è? Cosa si vive? Qual è il vissuto?
Replica. Risuonano dentro di me aspetti della verità.
Archiati: No, è un godimento.
Intervento: È un piacere dell’anima. Quando uno sente una cosa che gli corrisponde, dice: ah che bella questa cosa!, mi piace!…
Intervento: No, c’è anche un bisogno di verità.
Archiati: Aspetta, lascialo finire.
Replica: … poi ti fermi in questa goduria, perché effettivamente ti arriva qualcosa che ti risuona. Però, se poi non la prendi in mano e vai avanti, effettivamente te la godi, te la godi perché ti senti…
Archiati: …confermato. Ti senti confermato in ciò che già sei.
Replica: È come se ti arriva un saltino, che ti fa capire un po’ di più, però in una direzione che tu conosci, che tu hai dentro, per cui… ah, che bello!, e me la godo.
Intervento: Secondo me questo tipo di godimento non ha controindicazioni, perché è temporaneo e dura finché deve durare. Poi, quando uno deve rimettersi in cammino, si esaurisce e subentrano subito sentimenti spiacevoli e si riattiva il processo evolutivo di lavoro, perché poi tu desideri riprovarlo, quel godimento, ma quello lì si estingue e devi creare nuove occasioni per riprovarlo.
Archiati: Lui parlava del godimento specifico che è quello della consonanza. Ora, tu dicevi: cosa c’è da dire contro la consonanza? Niente, però c’è di meglio ed è l’unisonanza! È quella forza di pensiero che dice: anche se nessuno al mondo è in grado di capire questa cosa, se io la capisco sono capace di essere contento anche da solo. Quindi una consonanza è ancora un pensare indotto, anche se minimamente, perché il consonare è in tutto e per tutto deciso dal sonare – e quindi c’è di meglio. Suona, senza consonare. Quando uno dice: ti capisco, è una consonanza? È un suonare a due, non una consonanza.
Intervento: Non sono assolutamente d’accordo sul fatto del godimento dell’anima: per me è una fame, una sete di conoscenza e di verità. Non c’è nessun godimento.
Archiati: No, tu parlavi della consonanza.
Replica: Sì, però a latere o anche sopra la consonanza c’è un bisogno, una fame, una sete di verità e di conoscenza. Ed è sofferenza, non è godimento.
Archiati: Con questo dici: la consonanza non è l’ultima parola. Proprio questo.
Vogliamo mangiare in consonanza, in dissonanza o all’unisono? Auguro a tutti buon appetito! Ci rivediamo alle 20.30 con chi ha tempo e voglia.
Venerdì 9 ottobre 2009, sera
Vogliamo portare a termine il sesto capitolo de La filosofia della libertà, ma prima devo dirvi una cosa molto importante. Io ricevo in continuazione letterine minatorie con su scritto: basta con le interruzioni al relatore, non si sopportano più! Invece di metterci un paio di euro, nella busta, ci mettono queste letterine! Al che mi sono detto: se non voglio tornare in Germania senza soldi, devo chiedere di lasciarmi parlare almeno un’ora senza interruzioni! Io, a dirvi la verità, prendo questo come un complimento: significa che ci sono un paio di persone che sentono volentieri il relatore (che non è una cosa da dare per scontata).
Riprendiamo da VI,5 «La rappresentazione è dunque un concetto individualizzato. Ed ora possiamo spiegarci perché le cose della realtà possono essere per noi rappresentate appunto mediante rappresentazioni. La piena realtà di una cosa ci è data nel momento dell’osservazione dal confluire di concetto e percezione. Il concetto acquista, per mezzo di una percezione, una forma individuale, un rapporto con quella determinata percezione: in questa forma individuale, che porta in sé come una peculiarità il rapporto acquistato con la percezione, esso continua a vivere in noi e forma la rappresentazione della cosa corrispondente. Se ci imbattiamo in una seconda cosa con la quale si collega lo stesso concetto, la riconosciamo come appartenente allo stesso genere della prima; se incontriamo la stessa cosa una seconda volta, troviamo nel nostro sistema di concetti non soltanto un concetto corrispondente, ma il concetto individualizzato, col suo caratteristico rapporto con la stessa cosa, e riconosciamo la cosa. (VI,6) La rappresentazione sta dunque in mezzo fra percezione e concetto. È il concetto determinato, legato alla percezione».
(V. Fig. 16, p. 122)
Chiediamoci in un modo forse più semplice, che non nel modo detto in questo testo filosofico: che cosa avviene quando io mi ricordo di qualcosa? Vedo in un album la foto di un amico che non incontro da un po’ di tempo: vedendo la foto dell’amico mi sorge la rappresentazione, l’immagine interiore dell’amico. Ma da dove saltano fuori queste rappresentazioni? Io non le ho sempre avute davanti a me, queste immagini interiori. Da dove saltano fuori?

come nasce la rappresentazione: percezione + concetto
Fig.16
Intervento: Dai ricordi.
Archiati: Sì, ma il ricordo che cos’è? Vi rendete conto che abbiamo a che fare con cose non semplici, ma complesse. Però è un modo semplice quello di risalire alla scienza dello spirito in base a un’analisi del ricordo che è un’esperienza quotidiana importantissima. Creiamo così ponti dal quotidiano verso la scienza dello spirituale, delle realtà spirituali.
Replica: C’è la scienza naturale e c’è la scienza spirituale.
Archiati: Sì, ma scienza naturale è un conio di parole che non viene dall’Arcangelo, perché una scienza naturale presuppone che ci sia anche una scienza non naturale – naturale è un aggettivo che qualifica la scienza –, oppure una scienza “snaturata”. Quindi il conio di parole non è giusto, non è proprio puro – non sono concetti puri, sono concetti impuri. Questa scienza naturale che deve fare per essere naturale? Vedete, son concetti non puri, di un pensare diventato poverello poverello. Casomai una scienza del mondo naturale, del mondo della natura, scienza della natura: ma dire scienza naturale con l’aggettivo che qualifica la scienza presuppone che ci deve essere una scienza snaturata o non naturale, innaturale, contro natura…
Intervento: Sovra-naturale.
Archiati: Bravo, sovra-naturale o sotto-naturale. Quindi scienza spirituale è di nuovo un concetto non chiaro. Meglio conoscenza scientifica dei mondi spirituali, delle realtà spirituali: cioè, bisogna avere anche il coraggio di articolarlo il linguaggio, non ridurlo ai minimi termini.
Allora, torniamo al fenomeno del ricordarsi: vedo l’immagine dell’amico e mi sorge la rappresentazione dell’amico. Per capire il ricordare bisogna capire il dimenticare, perché l’immagine, la rappresentazione dell’amico, per tutto il tempo che non l’ho avuta presente l’ho dimenticata. E dov’è il dimenticatoio? Se l’immagine impressa, se la rappresentazione dell’amico fosse sparita nel nulla, se si fosse annullata, io non la potrei far ricomparire. Allora come la mettiamo? Bisogna postulare, per via di ipotesi, che c’è il corpo fisico che mi serve per la percezione, tramite i sensi, e che poi ci deve essere un dimenticatoio. Non lo chiamiamo corpo eterico, non vogliamo essere dogmatici: io lo chiamo il dimenticatoio, la scienza dello spirito lo chiama corpo eterico. Il dimenticatoio deve essere una specie di serbatoio, un elemento cosmico, una realtà dove le rappresentazioni cadono nel subconscio, passibili però di essere riportate a coscienza attraverso il ricordo.
Intervento: Serbatoio va meglio di dimenticatoio.
Intervento: Oppure archivio.
Intervento: Il ricordatoio.
Archiati: No, il ricordatoio è l’astrale. Allora, invece di eterico possiamo dire il vitale, che non è cosciente. Che cosa portiamo a coscienza, noi, dei processi vitali della digestione? Nulla, di fatto. Nulla. Quindi una rappresentazione che io dimentico cade nel vitale, però è passibile di ritornare, di riemergere nella coscienza: e nella coscienza è una rappresentazione.
Nella lingua italiana questo processo di cadere nel vitale, e quindi di oscurarsi alla coscienza, di sparire dalla coscienza è chiamato il dimenticare: de-mens. Sparisce dalla mente, sparisce dalla coscienza e cade nel vitale. È giusto. La lingua tedesca dice vergessen: digerito. È stato digerito, è caduto nel vitale. Quindi l’italiano prende il dimenticare dal punto di partenza: ha lasciato la sfera della coscienza (di-menticare); il tedesco lo piglia dal lato di approdo: è caduto nel vitale, è stato digerito (gessen vuol dire digerito, vergessen è due volte digerito).

il dimenticare
dalla coscienza l’immagine cade nel vitale
Fig.17
Passiamo adesso al processo del ricordare. In tedesco ricordare è erinnern: ritorna dentro all’interiorità della coscienza. L’italiano, l’ho detto diverse volte, per il ricordare ha tre parole:
• una la riferisce maggiormente alla testa, alla mente: rammentare;
• una la riferisce al cuore: ricordare;
• una la riferisce agli arti: rimembrare.
Ma che vuol dire rimembrare? Un membro, un frammento di coscienza si era smembrato dalla coscienza, era caduto fuori, e adesso viene reintegrato dentro la coscienza. In tutte e tre le parole c’è il ri: quindi prima c’era qualcosa che è caduto nell’inconscio e ora viene reimmesso nella coscienza. Sono molto belle queste tre parole. Nella fascia meridionale dell’Italia si dice scordare: sarebbe bello che passasse proprio nell’italiano. O già c’è?
Intervento: Certo che c’è.
Archiati: Eh, ma tu sei romana. Bisogna chiedere ai lombardi. Letizia, è italiano scordare?
Letizia: Sì…
Archiati: Uhm, non mi sembri molto convinta.
Intervento: Chiedi a un toscano.
Intervento: In Toscana si dice: sei scordareccio.
Intervento: Da noi, a Roma, si dice scordarello.
Archiati: Sono parole bellissime, sono i famosi riboboli, andrebbero rispolverati e si arricchirebbe di molto il linguaggio. Allora, in base ai fenomeni del dimenticare e poi del ricordare, vediamo che tutto il processo deve avere a che fare con due sfere: ci deve essere una sfera inconscia in cui cade la rappresentazione quando me la dimentico e una sfera della coscienza in cui ritorna, quando me ne ricordo. La sfera dell’inconscio in cui cade la rappresentazione quando non ce l’ho presente alla memoria, passibile poi di ritornarmi nella coscienza, non può essere nel fisico, perché ciò che è nel fisico io non lo posso rappresentare direttamente. Quindi ci deve essere una sfera mediana, che è proprio il vitale (l’eterico), con leggi diverse dal fisico e dall’astrale – la coscienza è l’astrale, è l’anima –, dove le rappresentazioni cadono nella dimenticanza. Quando però nell’album ho la percezione della foto dell’amico, come fa a saltar fuori la rappresentazione?
Intervento: C’è una connessione.
Archiati: Certo, come minimo. Però dimmi come è fatta ‘sta connessione. Attenti: questi tipi di riflessione la scienza della natura non li fa, non li sa fare, perché poi non troverebbe le risposte. Già quando parlavamo dei misteri della luce, dicevamo che soltanto la luce elettrica, casomai, si muove nello spazio, mentre la luce del Sole, e soprattutto la luce del pensiero, è sovraspaziale. Così, nel momento in cui ho la percezione della foto dell’amico (o dell’albero, visto che qui sulla lavagna ho disegnato un bell’albero), questa immagine illumina la sua immagine (la sua rappresentazione) che è nel corpo vitale, e l’anima la percepisce.

il ricordare
a partire dalla percezione fisica
Fig.18
Intervento: E se non hai l’immagine?
Archiati: Non la illumina.
Replica: Delle volte il ricordo riemerge, ed è una delle domande che più spesso ci si fa: come fa il ricordo, la rappresentazione, a riemergere dal vitale? Come avviene? Non ti ricordi una cosa: ci pensi, ci pensi, ma niente. Improvvisamente te la ricordi, ma senza nessuna percezione. È un altro processo?
Archiati: Certo, è un altro processo. Ma io sono partito dall’esempio più semplice, quello dove ci sono due immagini che si corrispondono: la foto dell’amico (dell’albero, nel disegno) e la sua immagine rappresentativa che sta nel dimenticatoio. Essendoci una corrispondenza, l’una illumina l’altra, getta luce sull’altra e la vedo. Quindi, una rappresentazione è una percezione fatta sull’eterico: ma è l’anima che percepisce. L’eterico è la totalità delle rappresentazioni che sono passibili di venire portate a coscienza. E tu chiedevi: che cosa decide quali rappresentazioni vengono a mano a mano illuminate e portate alla coscienza?
Replica: La volontà, il desiderio di farle riemergere.
Archiati: Esatto, il desiderio. Per esempio il sentimento che quella persona mi manca: sento che mi manca e ho l’immagine. Se non mi mancasse non mi verrebbe l’immagine, perché non mi verrebbe di pensare a lei. Quando io ho la percezione dell’immagine nell’album, è la percezione l’elemento decisivo? No, alla percezione si aggiunge subito il pensiero: quindi una rappresentazione dimenticata si ripresenta quando ci penso. E il motivo per cui ci penso può essere il vedere una foto, può essere che la persona mi manca, può essere che qualcuno me ne ha parlato, può essere un articolo letto sul giornale che mi fa ricollegare eventi vissuti con questa persona ecc…, comunque ci penso. Pensando a quella persona la sua immagine si illumina nel vitale: è come un leggere. Quando noi leggiamo, si illuminano le parole – se è buio non posso leggere –, e illuminando le parole le leggo e colgo i concetti che ci sono. Ora, il ricordare è come un leggere nell’eterico e leggendo porto l’immagine (la rappresentazione) a coscienza, la riporto nell’astrale. A seconda di quali elementi leggo, li porto a coscienza.
(V. Figg. 19 e 20, p. 128)

il ricordare
a partire dal pensare
Fig.19
In ambedue i casi l’immagine, la rappresentazione, viene riportata nella coscienza, cioè ritorna nell’astrale:

l’immagine viene riportata a coscienza
Fig.20
Intervento: L’ipnosi ha qualcosa a che fare con questo?
Archiati: Certo. Però noi stiamo parlando di pensiero, adesso: c’è il pensare dell’io alla base del ricordo. Invece nell’ipnosi soprattutto l’io viene cacciato fuori.
Intervento: E quando succede di vedere una cosa, non so, un particolare di una cosa che ha risonanza dentro di te ed evoca…
Archiati: Aspetta, ne parliamo dopo. Adesso io torno indietro a qualcosa che abbiamo fatto questo pomeriggio, e vediamo che cosa vi ricordate. Io avevo fatto l’esempio di un disco con un buco e di un altro disco messo sotto con disegnati dodici cavalli che passavano per il buco (Fig.13, p. 86): la percezione pura era di un solo cavallo in movimento. Un bambino piccolo, che non è ancora capace di formare concetti, cosa vede? La percezione pura cos’è?
Intervento: Un cavallo in movimento.
Archiati: Un cavallo in movimento. Supponiamo che il bambino sia già al punto di dire: cavallo! cavallo! Sa che è un cavallo e lo vede in movimento: quella è la percezione. Il pensare cosa dice? La prima cosa che dice è: no, non può un cavallo reale cavalcare sulla carta. È molto semplice, la cosa. E allora come si crea l’illusione di un cavallo in movimento? Non c’è un cavallo in movimento, ce ne sono dodici che si alternano, tutti e dodici statici, belli fissi, dipinti sulla carta in posizioni diverse. Come spiego il fenomeno del movimento?
Intervento: È un vissuto animico temporale.
Archiati: No, guardate che il movimento deve essere reale. Ci deve essere qualcuno che fa ruotare il cartone di sotto, e se smette di muoverlo io non vedo più il cavallo in movimento, non ho più la percezione illusoria di un cavallo in movimento.
Intervento: Vabbè, ma certo…
Archiati: Non l’avete detto, però.
Replica: Era troppo semplice.
Archiati: Vedi, vedi che è vero che noi siamo abituati a pensare e lo diamo per scontato! Dietro c’è la mamma che senza farsi vedere muove il disco, per dare al bambino la gioia di un cavallo in movimento… questi sono tutti pensieri e così spiego il fenomeno. Adesso torniamo alla percezione pura: il bambino cosa percepisce? Un cavallo in movimento. Invece sono in realtà dodici cavalli dipintiti su un cartone fatto ruotare.
Ci sono dodici concezioni del mondo possibili, dodici modi di pensare, di vedere il mondo.[22] chi li mette in movimento?

i dodici modi di pensare
Fig.21
Li mette in movimento l’Io. L’Io è come il Sole che visita tutti e dodici i segni zodiacali. Nella misura in cui l’Io gestisce tutte e dodici le possibili visioni e angolature del mondo – l’abbiamo già visto diverse volte[23] – in chiave di spiritualismo, di materialismo, di idealismo, di realismo, di dinamismo, di matematismo ecc…, muovendosi liberamente come spirito pensante tra l’una e l’altra posizione, tra tutti e dodici i modi di pensare sul mondo, l’Io è sempre in movimento e dice: a te non basta, non ti convince che io ti abbia presentato il fenomeno nel suo risvolto spirituale? Aspetta, te lo descrivo nel suo risvolto materiale!
Cos’è un popolo? Il popolo italiano è la somma di sessantacinque milioni di corpi. È giusto? Certo che è giusto. È una risposta esauriente? No, però è giusta, perché senza questi sessantacinque milioni di corpi non esisterebbe il popolo italiano.
Allora, al mezzogiorno, dove c’è il Sole alto che illumina le percezioni, abbiamo il materialismo, e il materialismo è la contemplazione del mondo a partire dalla percezione: cosa percepisco io? sessantacinque milioni di corpi, appunto. Poi arriva uno e dice: no, è parziale la cosa! Perché il popolo italiano è fatto di sessantacinque milioni di spiriti! Giusto. sessantacinque milioni di spiriti… perlomeno potenziali, via! – di veramente realizzato abbiamo le animucce ma insomma, potenzialmente sono spiriti. Poi, tra l’altro, la realtà unitaria di un popolo è l’Arcangelo, l’Arcangelo del popolo che è uno spirito. Quindi questa contemplazione, questa trattazione del fenomeno popolo dall’angolatura opposta dello spiritualismo è altrettanto legittima e necessaria per la contemplazione intera del fenomeno, quanto l’angolatura materialistica.
Bastano queste due angolazioni? Abbiamo il tutto quando abbiamo colto la realtà spirituale del popolo italiano e la realtà materiale del popolo italiano? Eh no, non basta!
Intervento: Sono nati in Italia.
Archiati: Questo fa parte della materialità: l’Italia è un pezzo di terra. Allora, qui nel disegno abbiamo una croce: l’asse verticale è materia e spirito, e l’asse temporale tocca l’idealismo e il realismo.
(V. Fig. 22, p. 132)
Se tu vuoi una contemplazione, una descrizione realistica del popolo italiano (la situazioni sociale, per esempio, le problematiche del quotidiano), ci sono ben altre cose da dire che se vuoi parlare degli ideali che vivono nel popolo italiano. Il popolo italiano è allora anche una somma di ideali e di realtà concrete: ecco di nuovo una polarità. Tutti e due i poli sono presenti.

Fig.22
Tra queste quattro posizioni fondamentali ci sono le sfumature, due dentro ogni quadrante, e se io contemplo la realtà di un popolo qualsiasi da tutti e dodici i punti di vista ho una descrizione esauriente del fenomeno. E perché non tredici o quattordici? Perché il cosmo è stato concepito in un modo tale che un tredicesimo modo di contemplarlo non esiste: se tu ne aggiungessi un tredicesimo avresti una ripetizione di uno dei dodici.
Questi dodici modi di contemplare il mondo sono in movimento? Sono connessi fra di loro o sono dodici cavalli statici, senza movimento? A seconda di chi li acchiappa. L’una persona non sa muoversi dall’uno all’altro, ne acchiappa uno e si ferma lì – ma allora è un cavallo fermo. Invece, con una creatività del pensiero artistica, che sa muoversi dall’uno all’altro punto di vista, ho un’attività di pensiero che si integra sempre di più passando dall’uno all’altro punto, e che percepisce anche il ritornare di nuovo al punto di partenza dicendo: qui adesso abbiamo esaurito tutto. Allora riprendiamo, ricominciamo con un altro giro: perché poi, ogni volta che si fa una contemplazione del popolo italiano, per esempio in chiave di spiritualismo, per la seconda volta, per la terza volta, le cose da dire sono infinite e mai ripetitive. Ognuno di questi dodici modi di pensare ha infinite cose da dire: il reale non è esauribile, perché se fosse esauribile lo spirito divino sarebbe finito nel creare, non infinito. La narrazione dei contenuti dell’universo è all’infinito – una gran bella cosa! – perché il pensare non si esaurisce mai. Se si esaurisse terminerebbe di essere il pensare.
Torniamo ai dodici cavalli dipinti e alla percezione di un cavallo al galoppo: se io resto a ciò che percepisco, percepisco un cavallo in movimento. Se io mi concentro sul pensare dico: no, sono dodici cavalli belli dipinti sulla carta, e un cavallo dipinto non può mettersi a cavalcare. Tu dicevi: ma è logico, non vale neanche la pena di dirlo! Eppure il pensiero li fa questi pensieri e dice: siccome c’è un movimento, visto che lo percepisco, allora deduco che il cartone sotto ruota. E il pensiero successivo dice: mai più può ruotare da solo! Chi lo mette in movimento? Ed ecco che il pensare cerca e trova il motore: supponiamo che sia un aggeggio messo dietro che lo fa ruotare, o una manovella che la mamma gira. Allora devo spiegare chi ha creato questo macchinino che fa ruotare continuamente il cartone, perché il macchinino non si fa da solo. Quando ho trovato colui che ha congegnato il macchinino che fa ruotare il cartone ho la spiegazione del fenomeno, ho il concetto del fenomeno.
E il concetto qual è? La decisione di far sorgere attraverso il ruotare di un cartone la percezione di un cavallo in movimento. Adesso il concetto è completo, ho spiegato tutto. Manca qualcosa? No, ho spiegato tutto: qualcuno ha avuto la bella idea di creare per il bambino – che magari vive in città e di cavalli non ne ha mai visti, non sa come si muovono – delle sequenze disegnate, fatte bene, di un cavallo in movimento e il bambino se ne fa una rappresentazione, tutto contento.
Il pensiero mi spiega il fenomeno fino in fondo, non resta nessun elemento senza spiegazione, non resta nessuna percezione senza il concetto che la spieghi. Il cavallo che galoppa è l’effetto, l’amore dei genitori per il bambino è la causa che ha fatto sorgere questa percezione di un cavallo che galoppa.
VI,7 Io posso chiamare mia esperienza la somma di tutto quello di cui posso formarmi delle rappresentazioni. L’uomo che avrà il più gran numero di concetti individualizzati, avrà la più ricca esperienza {però teniamo presente che i concetti possono diventare individualizzati, cioè rappresentazioni, soltanto mettendo insieme percezione e concetto}. Un uomo cui manchi ogni potere d’intuizione non è idoneo ad acquistare esperienza. Gli oggetti sfuggono continuamente dal suo campo visivo, perché gli mancano i concetti che debbono metterlo in rapporto con essi.
Un’enorme somma di percezioni a cui, però, un essere umano poverello nel pensare non aggiunga i concetti, non creano esperienza. Spariscono perché non creano rappresentazioni. Questa ricchezza interiore di rappresentazioni sorge soltanto rispetto alle percezioni alle quali ho aggiunto il concetto.
La memoria comincia verso i tre-quattro anni: prima di questo inizio, il bambino ha avuto un’immensità di percezioni: perché non si sono trasformate in rappresentazioni passibili di venire ricordate? Perché mancava l’Io che, pensando, ci aggiungeva i concetti, perlomeno in chiave di linguaggio (Fig.16, p. 122). Verso il terzo anno c’è un inizio di memoria, soprattutto perché il bambino ha imparato a parlare. I tre grandi passi del bambino[24] sono l’acquisizione della posizione eretta, il parlare e il pensare: comincia ora a essere presente col suo Io – embrionalmente, ma è pur sempre un primo inizio – che pensa sulla falsariga del linguaggio: comincia a creare i concetti delle cose e da quel momento lì comincia a diventare possibile la memoria.
Della somma infinita di percezioni che ognuno di noi ha avuto durante il primo e il secondo anno di vita (più o meno) non ci ricordiamo nulla: non è possibile perché allora non avevamo neanche incipientemente, neanche inizialmente, un avvio di concettualizzazione attraverso il linguaggio.
Intervento: Però io mi ricordo un’emozione vissuta molto prima dei due anni.
Archiati: No, no. È escluso.
Replica: Ma come no? In tempo di guerra – non avevo nemmeno un anno – io stavo sul letto e mi ricordo l’agitazione di mia madre che mi veniva a prendere.
Archiati: No, tu pensi di ricordartelo perché lei te lo ha detto, te l’ha ripetuto: quella scena te l’avrà ricordata forse cento volte. Tu per induzione ti sei messo in mente di essere tu a ricordare, ma non puoi.
Intervento: È successa anche a me una cosa del genere.
Archiati. No. Comunque ne parliamo dopo, nella discussione.
(VI,7) Ugualmente, un uomo con capacità di pensare bene sviluppata {cioè che sa creare concetti}, ma con capacità di percepire mal funzionante a causa di imperfetti organi di senso, non potrà raccogliere molta esperienza.
Saper elucubrare, saper escogitare, saper fare astrazioni a cui manca però il corrispondente della percezione, ugualmente non dà esperienza. Esperienza significa mostrare tutti e due i lati dei fenomeni vissuti nella vita: sia il lato di percezione, sia il lato di concetto. Se volete, in chiave di scienza dello spirito, l’esuberare delle percezioni con carenza di pensiero è l’elemento arimanico, proprio del mondo della materia, e l’esuberare dei concetti, delle astrazioni per atrofia di percezioni, per disdegno delle percezioni, è l’elemento luciferico di disincarnazione, che porta nell’unilateralità dello spiritualismo.
• Arimane vorrebbe darci un’infinità di percezioni senza concetti;
• Lucifero vorrebbe darci un’infinità di astrazioni, cioè di concetti falsi, senza percezioni.
La teoria della scienza naturale sull’inizio del mondo – Big Bang – è un galoppare del pensiero a ruota libera senza percezione. E che differenza c’è con uno Steiner che, invece del Big Bang, presenta l’evoluzione saturnia della Terra, poi l’evoluzione solare della Terra, poi l’evoluzione lunare della Terra, poi l’evoluzione terrestre della Terra?[25] Che differenza c’è? La differenza è che Steiner crea concetti soltanto dove ha una percezione, e dove non percepisce si proibisce di creare concetti. Parliamo di percezioni sovrasensibili, naturalmente, ma sempre percezioni sono.
(VI,7) Egli potrà in qualche modo procacciarsi dei concetti {che poi non sono concetti veri, sono astrazioni}, ma alle sue intuizioni mancherà il rapporto vivo con determinate cose. Il viaggiatore che non adopera il pensiero e il dotto che vive in sistemi astratti di concetti sono ugualmente incapaci di acquistare una ricca esperienza.
VI,8 La realtà ci si presenta come percezione e concetto; l’immagine soggettiva di questa realtà ci si presenta come rappresentazione.
Questa è la somma del discorso. Abbiamo la realtà che l’uomo costruisce unendo percezione e concetto, e abbiamo una replica animica, interiore di questa stessa realtà, che chiamiamo rappresentazione. È tutto? Sarebbe tutto se il mondo delle nostre percezioni, il mondo dei nostri concetti e il mondo delle nostre rappresentazioni ci lasciassero indifferenti: allora non ci sarebbe nient’altro. Avendo descritto il mondo delle percezioni, il mondo dei concetti e il mondo delle rappresentazioni avremmo descritto tutto.
Invece non è così. Il mondo delle percezioni che si uniscono ai concetti e che creano all’interno il risultato delle rappresentazioni, fanno sorgere in noi dei sentimenti. C’è un altro fattore da portare in campo: il sentimento. Certe percezioni, certe rappresentazioni mi piacciono, altre non mi piacciono; quando mi ricordo di una certa cosa sento gioia, quando mi ricordo di un’altra cosa mi viene la rabbia. Siamo portati alla realtà del sentimento.
Se rimaniamo in campo di percezione, in campo di concetto e in campo di rappresentazione abbiamo soltanto elementi conoscitivi, da conoscere così come sono.
Il sentimento non è un elemento conoscitivo: è un vissuto soggettivo, non oggettivo, del tutto personale. Questa realtà soggettiva che vive, che sente, che ha emozioni e sentimenti diversi in ogni persona, la chiamiamo anima.
Le percezioni, i concetti, le rappresentazioni sono cose oggettive e ne parliamo in chiave oggettiva; invece i sentimenti sono del tutto personali. Quando io chiedo a uno: tu cosa senti in questo momento?, me lo deve dire lui. E quando mi dice: «Sento rabbia», che cosa percepisco io? Le sue parole. Lo capisco? Sì e no, lo capisco limitatamente.
La conoscenza di ciò che è oggettivo è assoluta: o capisco o non capisco. Invece la conoscenza di ciò che è soggettivo avviene per analogia: siccome anch’io, ripetute volte, ho vissuto il sentimento della rabbia, immagino che la sua sia qualcosa di simile. Però il modo in cui lui sente la rabbia e, in aggiunta, come la sente in questo momento, io non lo posso sapere, perché il sentimento non è riducibile a un contenuto di pensiero oggettivo. È un vissuto. Il vissuto non si può pensare, si vive.
Se io, di un sentimento vissuto, distillo l’elemento conoscitivo-oggettivo ho perso l’essenza del fenomeno – perché l’essenza non è un elemento conoscitivo-oggettivo ma è il vissuto. Il vissuto, il sentimento è l’elemento assolutamente personale dove ognuno ha un mondo chiuso in sé. Il mondo dei sentimenti è chiuso in ognuno. Ognuno ha un suo mondo chiuso di sentimenti.
Poiché siamo tutti uomini c’è una certa analogia: se una mamma si è sottoposta a un’operazione andata bene, i cinque figli di cui dicevo prima (p. 95) hanno tutti gioia. C’è una certa analogia in questa gioia, in quanto è l’opposto della tristezza che ci sarebbe se l’operazione fosse andata male; però non significa che la gioia dell’uno sia la stessa dell’altro. Saranno cinque gioie diverse. Di concetto della gioia ce n’è uno solo, di sentimento della gioia ce ne sono tanti quanti sono gli esseri umani. Ho anticipato il contenuto dei paragrafi nove e dieci.
VI,9 Se la nostra personalità si estrinsecasse soltanto nella conoscenza, l’intero mondo dell’oggettivo ci sarebbe dato in percezione, concetto e rappresentazione.
VI,10 Ma noi non ci contentiamo di collegare, con l’aiuto del pensare, la percezione col concetto, ma la colleghiamo anche con la nostra particolare soggettività {con la nostra anima, con il nostro modo di sentire, di vivere}, col nostro io individuale. L’espressione di questo collegamento individuale è il sentimento, che si esplica come piacere o dispiacere {simpatia o antipatia, brama o paura, muoversi verso qualcosa o ritrarsi da qualcosa}.
VI,11 Pensare e sentire {pensare e vivere} corrispondono alla doppia natura del nostro essere, a cui già accennammo. Il pensare è l’elemento per mezzo del quale ci mescoliamo al divenire generale del cosmo; il sentire è quello per cui possiamo ritirarci entro i limiti del nostro proprio essere.
Ecco il concetto del sentimento. Cos’è il sentimento? Il concetto risponde alla domanda: che cos’è?, e naturalmente deve cogliere l’essenza di un fenomeno: e allora l’essenza del sentimento è che in esso ognuno ha un vissuto tutto suo proprio, non comunicabile. I concetti sono comunicabili in assoluto, il sentimento è il non comunicabile in assoluto. La mia gioia è mia, non la posso comunicare: posso comunicare all’altro di essere pieno di gioia e lui può sentire gioia del fatto che io sento gioia, ma il fatto che lui gioisca della mia gioia è tutto un altro tipo di gioia.
Nel pensare diventiamo mondo, nel sentire diventiamo un io chiuso in sé e tutti e due sono necessari, perché se fossimo soltanto mondo ci perderemmo e se fossimo soltanto un io separato, chiuso in sé, perderemmo la connessione col mondo, la possibilità di comunicare. Oscillando continuamente tra pensiero e sentimento c’è l’equilibrio della vita tra l’aprirsi al mondo e il portare e vivere dentro di sé l’eco del mondo come karma, come destino che ci sta a cuore, personalissimamente. È il respiro dell’anima.
Quali sono le cose importanti per una persona? Le cose importanti sono quelle verso le quali ha sentimenti forti. Le cose non importanti ci lasciano indifferenti, quindi l’indifferenza è una mancanza di sentimenti. Ora, se noi prendiamo cento persone e chiediamo quali cose sono importanti, quali suscitano in loro sentimenti forti o nessun sentimento, ci accorgiamo che queste cose variano da persona a persona: non possono esserci due persone che vivono esattamente le stesse cose come importanti, tutte con la stessissima eco interiore di interesse o di disinteresse.
Il sentimento è la somma degli interessi di una persona. Dimmi cosa ti interessa e ti dirò chi sei. Vale il contrario: dimmi cosa non ti interessa e ti dirò chi sei? Sì e no, perché ciò che non interessa a una persona non mi dice direttamente nulla su di lei; ciò che le interessa, me lo dice. E se conosco gli interessi di una persona, sono autorizzato a dire che tutto il resto non la interessa? No, può darsi che non la interessi ancora, può darsi che ignori tanti fattori. Però, quando mi dice: questo e questo mi interessano, mi racconta al contempo i suoi sentimenti.
Dimmi ciò che ti interessa e ti dirò chi sei, non c’è bisogno che tu mi dica ciò che non ti interessa perché l’interessamento non ha un opposto. Tant’è vero che il linguaggio dice disinteresse, ma il disinteresse non è un contro-interessamento è una mancanza di interesse. Inoltre, una cosa mi interessa quando la voglio e anche quando la voglio evitare. Se una cosa mi fa rabbia, mi interessa? Certo, è importante per me, perché se non fosse importante non mi susciterebbe una rabbia del genere. L’interesse è sia in positivo sia in negativo: sta soltanto a dire che la cosa per me è importante.
L’alternativa all’interessamento è l’indifferenza, e l’indifferenza può avere diverse cause: la non conoscenza, per esempio. L’indifferenza nei confronti della Divina Commedia può essere dovuta al fatto che l’individuo non sa neanche che esiste. Io ho incontrato persone (non in Italia) che hanno saputo da me per la prima volta che esiste un Dante che ha scritto la Divina Commedia. Ma a quel punto lì non posso dire: tu sei disinteressato alla Divina Commedia – non sai neanche che c’è! Oppure, prima che venisse scritta c’era nell’umanità disinteresse nei confronti della Divina Commedia? No, non c’era ancora!
Quindi la mancanza di interesse non va messa sullo stesso piano dell’interesse: l’interesse è una realtà di sentimento che va trattata a sé, e l’assenza di sentimento può avere le cause più varie. Quando uno dice: la scienza dello spirito non mi interessa, che cosa vuol dire? Che non gli interessa. È un dato di fatto. C’è da sindacare? No, sul sentimento non c’è da sindacare, il sorgere dei sentimenti è pura questione karmica, non è questione di libertà.
Il modo di gestire un sentimento è invece questione di libertà.[26] Io non posso decidere liberamente se al primo incontro una persona mi sarà simpatica o antipatica: lo decidono le forze karmiche che sono così come sono. Quando io constato che sorge un sentimento di antipatia, ho invece la libertà di gestire questo sentimento in un modo o in un altro, di occuparmene per superarlo oppure di rincarare la dose. Ma che sorga simpatia o antipatia non può deciderlo la libertà, lo decide il karma passato.
Sui sentimenti in questo momento presenti in una persona non c’è da sindacare, non c’è nulla da dire, sono così come sono. Quello che ne fa, il modo di gestirli dipende dalla libertà: può essere favorente l’evoluzione o ritardante l’evoluzione. Ma il sorgere dei sentimenti non è libero. Questo pensiero è molto liberante, perché ci dice che nessuno di noi ha il compito o il dovere di provare di fronte a un’altra persona per forza un sentimento di simpatia: sarebbe una catastrofe se noi avessimo soltanto sentimenti di simpatia! Non avremmo più nulla da fare, poltriremmo dall’inizio alla fine.
Questo va detto perché in campo di moraleggiamenti cattolici, che col cristianesimo non hanno nulla a che fare, a volte si ha l’impressione che la persona buona sia quella che sente simpatia verso tutti! No, questa è una pensata da cervellini che non capiscono nulla. La persona buona è quella che gestisce i sentimenti in un modo che favorisce l’evoluzione, partendo però da come sono.
Siamo sinceri: se il risultato complessivo di tutta la prima metà dell’evoluzione è l’acquisizione dell’egoità, significa che tutta la prima metà dell’evoluzione è servita a rendere ciascuno di noi, per necessità evolutiva, un assoluto egoista. E allora, un assoluto egoista (quale ognuno di noi è) come fa a essere simpatico a tutti e ad avere tutti in simpatia? Dobbiamo partire dal presupposto che nella prima metà dell’evoluzione, a causa della caduta nell’egoismo – la religione la chiama peccato originale[27] –, ognuno si è rinchiuso nel suo pezzo di materia e pensa solo a sé, e perciò c’è un’enorme quantità di antipatia reciproca dovuta proprio a questo pensare a sé, col compito evolutivo di venire poi superata.
Lo ripeto: dobbiamo partire dal presupposto che noi viviamo in tempi di massima antipatia reciproca, dovuta alla massima acquisizione di egoismi che erano necessari per diventare autonomi. Se omettiamo di gestire queste antipatie trasformandole in simpatie – e quindi essendo ben contenti che ci siano, le antipatie, sennò non avremmo niente da trasformare – se omettiamo di trasformare l’egoismo in amore, la direzione dell’evoluzione sarà quella della guerra di tutti contro tutti – così la chiama la scienza dello spirito. Però la guerra di tutti contro tutti è il risultato di un certo modo di gestire i rapporti di antipatia, o di non gestirli per niente: non è il risultato del fatto che le antipatie siano sorte.
Quando noi diciamo che nell’epoca dell’anima cosciente i rapporti fra le persone diventano sempre più difficili, intendiamo dire che la somma di egoismo che necessariamente ciascuno di noi ha accumulato è talmente grande che ognuno di noi, per natura, pensa quasi solo a sé. Il compito è allora quello di aggiungere, di conquistarsi l’interessamento all’altro: viste dal mio punto di vista le cose stanno così, però, se mi metto nei panni dell’altro, mi rendo conto che ha altrettanto ragione quanto me.
Chi ha ragione quando succede qualcosa? Tutti hanno ragione, perché ognuno descrive il suo vissuto. Un uomo e una donna, marito e moglie, possono scannarsi a vicenda, e allora bisogna partire dal presupposto che se io mi metto nei panni di lei ha ragione lei, perché mi dice cosa vive lei, ed è giusto, e se mi metto nei panni di lui ha ragione lui. È chiarissimo che hanno ragione tutti e due. Però, nel gestire una situazione difficile quando tutti e due hanno il convincimento di avere reciprocamente ragione, c’è maggiore possibilità di trovare una soluzione comune che non quando ognuno pensa di avere assolutamente ragione e che l’altro è un farabutto. Qui le possibilità di risolvere sono minime, perché nessuno vede l’altro.
Chi dovesse avere il compito karmico di fare da intermediario, deve esercitare l’arte di dar ragione sempre a tutti e due – non torto a entrambi: questo non serve. È possibile che l’uno abbia un po’ più ragione dell’altro? No, cento per cento l’uno e cento per cento l’altro. Perché per l’uno il suo vissuto è al cento per cento e per l’altro anche. Soltanto con questo tipo di riflessione, che è molto importante, viviamo l’uguaglianza degli esseri umani, perché l’uguaglianza è il pari diritto del vissuto di tutti. Per quale motivo il vissuto di una persona dovrebbe avere più diritto a farsi forte, a imporsi, che non il vissuto di un’altra? No, il vissuto di due persone ha pari diritto, sono ugualmente due persone umane.
Per immedesimarsi nel proprio punto di vista non c’è bisogno di sforzo, lo facciamo per natura: il compito è di immedesimarsi nell’altro, nel suo vissuto, e questo va fatto per libertà. Nel momento in cui io sono disposto sinceramente a dare ugual peso, a trattare in modo uguale il vissuto dell’altro, nella maggior parte dei casi salta fuori che si tratta semplicemente di darsi a vicenda un pochino più di spazio, e poi tutto va bene. Era lo spazio che mancava, lo spazio per il vissuto. Cioè, noi non abbiamo avuto la saggezza di restare in contatto col vissuto mio e col vissuto tuo – adesso stiamo entrando nella sfera del sentimento, eh?, è tutto connesso col sesto capitolo –, abbiamo creato spazi troppo stretti, non sufficienti, e adesso tu ti trovi in una strettoia e ti ribelli perché non riesci a vivere ciò che senti dentro di te. Diamoci un pochino più di spazio a vicenda, e se lo facciamo con amore reciproco il rapporto diventa più bello e più profondo di prima.
In altre parole, in tempi di crescente individualizzazione i rapporti diventano sempre più complessi e bisogna creare una struttura mentale molto più duttile, molto più malleabile per affrontare i rapporti. Se noi osserviamo quello che avviene nel mondo – in Germania lo si coglie in un modo allucinante –, vediamo che fino a cinquanta, cento anni fa, lo spazio fisico medio che una persona reclamava per sé era neanche la metà dello spazio di cui oggi una persona ha bisogno per avere un minimo di dignità. Tanto per fare un esempio concreto, se costruissimo le case come cento anni fa, costringeremmo tutte le persone a essere insoddisfatte perché si asfissierebbero a vicenda. Io sono convinto che una grande percentuale dei rapporti naufragano perché le persone in questione si asfissiano a vicenda, hanno sottovalutato il fatto che una individualità sempre più individualizzata richiede sempre più spazio: e intendo dire spazio fisico.
Due persone moderne – uomo e donna, se volete –, che vivono insieme e sottovalutano che ci saranno burraschette per non dire bufere, e che, quando le cose diventano difficili, non si concedono stanze o modi di passare una giornata intera senza vedersi né sentirsi, si espongono al naufragio. I rapporti che vanno tutti lisci per anni sono un dormitorio, sono un cimitero, sono noiosi. Ma chi li vuole, siamo sinceri?!
Un contratto di matrimonio che non includa un contratto firmato di quello che faremo quando avremo voglia di scannarci a vicenda, io, né come capo di Stato né come capo di Chiesa, lo permetterei. I tempi moderni consentono di unirsi in matrimonio soltanto se è contemplato anche ciò che avverrà quando ognuno se ne vorrà andare per conto suo: e se è compreso questo, si creano i presupposti migliori per non andare ognuno per conto suo. Quando non ci si è pensato aumenta la voglia di andarsene, perché non ci si sente liberi: sono costretto a far andare tutto bene perché non ho pensato al da farsi nel momento in cui le cose non fossero andate più bene. E non mi sento libero. Invece, avendo già stipulato cosa faremo se dovesse venire il giorno in cui non ci sopporteremo a vicenda (non è che deve venire, eh?, ma potrebbe), siamo preparati, abbiamo già concordato insieme.
Se, per esempio, la donna sa che non si è stabilito quanti soldi andranno a lei in caso di separazione e sa che il marito, per la cultura patriarcale che ci trasciniamo, finirà per prendere più soldi, non si sente libera e questo mina il rapporto: la donna si sente finanziariamente, economicamente dipendente dal marito. L’essere umano resta volentieri nella casa dove è libero di andare; dove non lo è, vuol subito andare via. Sono leggi di psicologia.
Nella casa editrice Archiati Verlag, in Germania, eravamo in tre all’inizio. Io ho detto: non comincio se prima non stipuliamo un contratto comune su quanti soldi prenderà uno se si distacca. Michael Schmidt, qualcuno di voi se lo ricorderà, era ferocissimamente contrario a questo, perché diceva: ma no, non succederà mai! E io ho detto no, no, no. Allora ha firmato questo accordo: se uno si separa, la casa editrice gli riconoscerà almeno 15.000 € per ogni anno in cui ha messo a disposizione le sue forze. Quando se n’è andato è stato felice che questo contratto ci fosse, altrimenti non si pigliava nulla. Quello che era sicuro che non ce ne sarebbe stato bisogno, è proprio quello che se ne è andato. È male che sia andato via? Ma no! La vita è diventata troppo complessa per pensare in termini così rigidi di poter mettere in piedi un’attività per tutta l’eternità.
Intelligente è mettere in piedi qualcosa già prevedendo cosa faremo quando, nel giro di sei mesi sparirà! Allora sì che va bene. I poteri costituiti dicono subito: ma se facciamo così ci sarà il caos – perché a loro interessa soltanto l’ordine del cimitero.
Il sentimento delle persone anziane è un po’ diverso, perché hanno vissuto un mondo che era molto più stabile, e nei confronti del quale io non ho nulla in contrario: però il mondo moderno che vivono i giovani non è più così stabile. Dove sono le persone che si innamorano, poi sull’onda dell’innamoramento diventano marito e moglie, creano figli e per sessanta, sett’anni per loro è sempre tutto a posto? È l’eccezione. Cento anni fa era la regola, oggi è l’eccezione. Questo non è né bene né male, è un dato di fatto, una percezione. E se noi non facciamo corrispondere i nostri concetti alle percezioni saremo persi, perché andiamo fuori dalla realtà.
Gestire con responsabilità, con forze di amore crescenti, con intelligenza, rapporti molto più complessi è molto più bello, è molto più artistico che non gestire rapporti dove non c’è nulla da gestire perché tutto va bene da sé. Lì c’è soltanto il dormitorio. Mia moglie ha guardato quell’altro uomo là, e… insomma… ho avuto l’impressione che gli sia piaciuto! Puoi essere contento, no? Dov’è il problema? No, voglio piacergli soltanto io! Ma è da stupidi, scusate! Una donna a cui piace un uomo solo è una poverina. È contro natura, via! Notate che sto prendendo la cosa dalla parte delle donne, eh?!, perché i maschi qui in sala sanno che le libertà se le prendono tutte comunque!
I rapporti sono diventati molto più complessi, più difficili, e non è peggio. Se vengono affrontati con maggiori forze conoscitive e di amore diventano più belli, più artistici, c’è molta più ricchezza nella vita.
Intervento: Sposarsi è un’arte.
Archiati: Sì è un arte, perché no?[28] Allora, io ho sproloquiato per un’ora e mezza, adesso avete voi cinque minuti a disposizione!
Intervento: Volevo soltanto ritornare al discorso del leggere nell’eterico. Abbiamo questa sorta di serbatoio, e va bene, questa dimensione del vitale dove ci siamo detti che finiscono, si depositano le rappresentazioni. Il ricordare è raccoglierle da questa dimensione e riportarle alla coscienza, e quindi nella dimensione dell’astrale. Ma deve esistere la “ricordabilità”, cioè la possibilità di ricordare…
Archiati: Io l’ho chiamata la potenzialità.
Replica: Mi chiedevo se questa “ricordabilità” deve dipendere da qualche cosa: oltre al discorso che facevi prima che ci deve essere il concetto unito alla percezione per formare poi la rappresentazione, altrimenti diventa più difficile ricordarla, non c’è anche un concetto di attenzione? Io non mi ricordo mica tutto quanto, o tutte le persone che sono qua in questa sala, eppure, forse, le ho percepite tutte. Ecco allora che c’è un elemento che mi consente la “ricordabilità”, e forse non è uno solo.
Archiati: Un elemento che aumenta o diminuisce la passibilità di venir ricordata di una rappresentazione. Ora, tu hai parlato di attenzione. Io ho già fatto un lungo discorso sull’interessamento: quelle percezioni trasformate poi in rappresentazioni, di fronte alle quali il mio Io era presente con un massimo di interesse sono massimamente passibili di ricordo. Perché mi interessano. Invece, tutte le percezioni che sono passate quasi inosservate – le ho percepite ma non c’ho pensato su perché non mi interessavano – sono minimamente passibili di venir ricordate. Per questo motivo, dal primo al terzo anno di età, quando l’interessamento dell’Io non è per niente presente, non ricordiamo nulla. Decisivo per la potenzialità al ricordo o la non potenzialità al ricordo dei sedimenti mnemonici è l’interessamento dell’Io, quindi l’amore: non un elemento conoscitivo-intellettuale, ma il sentimento, e perciò adesso viene introdotto il discorso sul sentimento. La ricordabilità o la non ricordabilità viene decisa dal sentimento.
Replica: È per questo che quando si studia una cosa che non interessa, poi la si dimentica e ti saluto!
Archiati: Sì, non la si studia proprio, perché nel concetto di studiare c’è l’interessamento. In tedesco c’è un bel verbo: stopfen, ingozzare – mandi giù ma tutto va fuori da un’altra parte, non resta nulla. Voglio avere un serbatoio di ricordi il più ricco possibile: cosa devo fare? Interessarmi il più possibile a tutto! E i ricordi tornano, tornano, tornano, perché erano tutte cose che mi interessavano. Ogni tanto qualcuno mi chiede: ma come fai ad aver presenti tutte le cose che ha detto Steiner? Che poi non è vero: il novanta per cento di ciò che ho letto di Steiner l’ho dimenticato. Però, quel dieci per cento che mi ricordo me lo ricordo perché mi interessava! Trovavo le cose così interessanti che qualcosa è rimasto. Come si fa a ricordare qualcosa che mi ha annoiato? Se, per qualche motivo, ho dovuto fare per forza una lettura che mi ha annoiato, sono ben felice di dimenticare: ci sono cose che uno è contento di dimenticare perché non gli interessano. E di fatto le dimentica. Ma come, non ti ricordi? No.
Una persona incontra un’altra persona e gli è simpaticissima: eh, non la dimenticherà! Per una terza persona quella stessa persona sarà indifferente. Due amici, A e B, incontrano C: A si innamora di C, perde di vista B e dopo un anno lo incontra di nuovo. Ti ricordi di C? B non si ricorda di C perché non gli interessava. Ma come? – dice A che nel frattempo ha sposato C –, non ti ricordi di quella persona che abbiamo incontrato quella volta ecc? Niente, non se la ricorda perché non gli interessava.
Intervento: Se la ricorderebbe se gli fosse stata tanto antipatica?
Archiati: L’antipatia è un enorme interessamento! Ti ricordi bene, eccome! Molti nemici molto onore, perché uno è interessante. Ma se invece tutti sono indifferenti nei miei confronti, allora è miserella la cosa.
Intervento: Il peggior disprezzo è l’indifferenza.
Intervento: Riguardo al discorso dell’inserire nel contratto di matrimonio delle clausole che riguardano poi la separazione…
Archiati: Ah, ti interessa la cosa! Io pensavo che parlassimo delle rappresentazioni e dei concetti…
Replica: Mi sembra che la prospettiva che lei ha illustrato, che già contempla i modi di separazione, ha una base di paura. Allora ho pensato: non potrebbe essere forse più efficace investire sulla fiducia? La fiducia secondo me potrebbe ridurre le possibilità di separazione, e anche là dove queste si verifichino ci sarebbe una separazione sana comunque, senza necessità di fissarlo in legge. Se si vive una relazione sana si crea una base di rispetto forte, e forse la separazione sarà comunque rispettosa.
Archiati: Nelle dodici possibili visioni del mondo, tu adesso hai preso la posizione dell’idealista, che è legittima. Da un punto di vista idealistico si dice: ma non è meglio se… ecc., ecc. Io, invece, l’avevo presa un pochino di più dal lato del realismo. Come facciamo noi a sapere quanto dureranno le forze karmiche del nostro rapporto – parliamo del risvolto esterno, naturalmente, perché il karma non finisce mai –, come facciamo noi a sapere se i due Angeli custodi hanno previsto una vicinanza fisica per cinque anni o per cinquanta? Non lo possiamo sapere. Però tu sei stata un po’ dogmatica, secondo me, dicendo: se facciamo questa stipulazione per stabilire il da farsi nel caso che il rapporto duri soltanto cinque anni, è mancanza di fiducia. Deve essere mancanza di fiducia? Può, ma non deve per forza esserlo.
Replica: Scusi, io ignoro questo aspetto del karma: immaginavo che le azioni potessero addirittura prolungare anche un rapporto “destinato”, tra virgolette, a finire. Ho questa idea forse estremamente idealistica: che atti di libertà, di fiducia, innestati su un rapporto che avrebbe un destino breve, possano paradossalmente prolungarlo. Però, ripeto, probabilmente non ho elementi conoscitivi sufficienti. Alla luce delle mie idee, ho detto che secondo me funziona, praticamente e realmente, un’ottica di fiducia perché dà più energia.
Archiati: Ma questo non lo puoi dire per esperienza, sei troppo giovane.
Replica: Forse.
Archiati: Vedi? E sei diventata più cauta aggiungendo la parola paradossalmente, perché hai visto che io ho portato altri fattori che tu dici di non conoscere…
Replica: Certo, assolutamente li accolgo.
Archiati: … e non li puoi scartare. Ora, la riflessione è questa: noi non stiamo parlando del rapporto che c’è nel cuore e nell’animo – quello può essere eterno –; quello che io propongo (chi mi conosce sa che io provoco un pochino: l’umanità andrà avanti ancora un po’ di tempo così come vuole) è per dire che se noi due veniamo costretti dalla vita, cosa possibile, ad andare ognuno per conto suo e non abbiamo pensato a come gestire questa separazione, nel momento in cui ci separiamo siamo colti dalla negatività e sarà difficile venire a un accordo quando c’è sangue cattivo. È più facile accordarsi quando c’è armonia. Ma la domanda è: come fai tu a sapere in partenza che ci sono i presupposti perché un rapporto – parliamo, lo ripeto, del risvolto di vicinanza fisica del rapporto – duri quarant’anni? Come fai a saperlo?
Replica: Non lo so.
Archiati: Vedi che devi pensare anche all’alternativa che i fattori della vita, nonostante tutta la buona volontà, la fiducia e l’ottimismo di questo mondo, dopo cinque anni facciano sorgere per uno dei due un compito del tutto diverso che deve affrontare, se non è irresponsabile, e il rapporto nel suo risvolto fisico termina.
Replica: Quindi io non riesco a uscire dal mio sentimento, la mia valutazione non riesco a farla puramente conoscitiva. Cioè, concettualmente posso capirla, ma il mio sentimento è così a favore dell’investimento sul rapporto che sporca probabilmente l’elemento conoscitivo che lei mi dà. Trovo quasi brutto mettere in conto che finirà, mi stride dentro.
Archiati: Vuoi godere soltanto il facile, e non ti va di mettere in conto il difficile, perché col difficile si può crescere ancora di più, soprattutto nell’amore.[29]
Replica: No, no, non è questo! È che forse sono concentrata sull’eternità delle relazioni umane, sono concentrata su questo aspetto così profondamente che… No, non sono una che rifiuta la difficoltà: nel mio piccolo, anche se ho ventotto anni, ho sperimentato, non sono una che scappa dalla difficoltà. È il mio sentimento che si rifiuta.
Archiati: Supponiamo che io ti dica – il tuo ragionamento lo conosco ed è bellissimo, alla tua età, poi, ci calza – che conosco (ed è vero) nella mia vita tante persone che alla tua età hanno parlato come te e dopo hanno portato avanti il matrimonio al massimo fino a cinque anni. Cosa è successo? Erano sincere, eh?, quando parlavano come te, e tu sei sincerissima.
Replica: I loro sentimenti sono cambiati.
Archiati: No, no. Hanno visto solo una parte della realtà, e l’altra parte più complessa l’hanno lasciata fuori.
Replica: Quindi è la presunzione che mi dà la mia giovane età?
Archiati: No, non è presunzione. È esuberanza giovanile, che però non basta a fare i conti con un’esistenza che diventa sempre più complessa. La vita serve a integrare questa esuberanza giovanile con le esperienze che verranno.
Replica: Ma, mi perdoni, secondo lei l’idealismo non ha comunque una carica intrinseca maggiore del realismo? Il proiettare, il lanciare qualcosa oltre l’ostacolo, questa dimensione volta verso il futuro, non ha secondo lei un’enorme carica anche di realtà?
Archiati. No, sta’ attenta: io adesso ti presento una carica di idealismo molto maggiore che subentra quando due persone si separano. Un caso concreto. Supponiamo che queste due persone siano state marito e moglie per dieci anni: poi per lei o per lui si presenta un compito nell’umanità importante, che non consente di continuare a vivere fisicamente insieme. L’altro gli dice: sono contento di vederti andare! Non è un maggiore idealismo?
Replica: Sì, assolutamente sì.
Archiati: È di questo che sto parlando. Perché vuoi mettere per forza in negativo quello che io dico? Se invece tutti e due avevano nel cuore un progetto di rapporto fisico che doveva durare in eterno, l’uno dei due sarà del tutto insoddisfatto perché non può andare, perché il cuore dell’altro non glielo consente, non gioisce. Questa è la maggiore complessità di cui ti sto parlando. Bellissima la tua voce di giovane, ma sei molto giovane. E, ti ripeto, conosco tante persone che alla tua età dicono: i nostri genitori se ne sono andati ognuno per conto proprio, ma a noi questo non succederà mai! Dopo cinque anni succede, anche prima!
Intervento: Cambio argomento.
Archiati: Sì, ma prima chiedo: c’è qualcuno che voleva aggiungere qualcosa su questo argomento importante? No? Ok, parti.
Replica: Se i ricordi vanno nel vitale e nell’astrale e sia l’astrale che il vitale agiscono sul fisico, si può dire che i ricordi plasmano anche il fisico?
Archiati: Eccome, eccome.
Replica: E forse causano anche la malattia o la guarigione?
Archiati: Certo. Sta’ attenta – e chi qui non è scienziato dello spirito lo metta come ipotesi di lavoro –: che cosa decide di tutte le strutture del corpo quando il corpo si forma durante i nove mesi nel grembo materno e poi nei primi tre anni? Che cosa decide di tutte le forme del cervello, di tutte le minime cesellature ecc…? La somma dei ricordi dell’evoluzione già compiuta. E che altro? In base al ricordo di tutti i passi evolutivi che ho già compiuto, mi formo un’idea dei passi successivi che voglio compiere. Mi formo il corpo in base al ricordo di tutto ciò che ho già fatto e dei desideri che ho dei passi nuovi da compiere.
Replica: E questo continua a essere vero anche durante la vita?
Archiati: Certo, certo, certo.
Intervento: Per cui se tu lavori sui tuoi corpi sottili – per esempio facendo gli esercizi di meditazione indicati da Steiner –, questo influenza il tuo corpo fisico. Il fatto di lavorare in una certa direzione trasforma poi anche la tua fisicità.
Archiati: Certo, massimamente influisce sul corpo fisico. Una persona depressa si crea subito, nel giro di poche ore, un corpo fisicamente senza forze: così reale è la cosa. Ma nel corpo non è cambiato nulla, non è che il corpo è diventato malato: l’anima è diventata vuota, e questo si riflette in modo poderoso sul corpo. Tutte le malattie del corpo sono riflessi di ciò che avviene nell’anima, è ovvio. Se un rene si rovina, o è l’effetto del fatto che lo spirito ha deciso di costruirlo lui, il rene, – quindi è lo spirito a distruggerlo, è volontà sua –, oppure l’altra possibilità polare è che questa individualità ha omesso certi cammini evolutivi, adesso nell’anima c’è un vuoto, mancano le forze renali per tenere sano il rene e questo si ammala. Ma nulla può avvenire nel corpo che prima non sia avvenuto nell’anima, e ancora prima non sia avvenuto nello spirito.
Intervento: Perché il rene è collegato alla paura?
Archiati: C’è il detto nell’Antico Testamento che la divinità scruta i cuori e i reni: c’era una fisiologia occulta di funzioni non soltanto fisiche ma anche a livello eterico – del rene eterico, in questo caso: ogni organo del corpo fisico ha un corrispondente eterico – e di influssi specifici sull’anima. C’era tutta una scienza di fisiologia occulta che l’umanità ha perso di vista. Adesso va ripresa in chiave di scienza dello spirito. Steiner ha tenuto a Praga una serie di conferenze chiamate Fisiologia occulta.[30]
Intervento: L’ho letto ma non mi ricordo niente.
Archiati: Perché è difficile. Lì parla anche dei fondamenti organici del ricordo: come si forma la rappresentazione ecc…
Intervento: Quando uno non riesce per tutta la vita a perdonare una persona e arriva per lui il momento del trapasso (l’altra persona vive ancora), dà fastidio questo? Non riesce a passare a miglior vita?
Archiati: Riassumo al nocciolo, eh?, è un piccolo avvio di pensiero: se uno non ha perdonato nel corso della vita, al più tardi perdona quando muore perché morendo trova i fondamenti del perdonare. Ognuno di noi ha sempre motivo di perdonare, e qual è il motivo in assoluto per perdonare sempre? È capire che l’altro è stato cattivo nei miei confronti perché io ho concorso nel corso dei secoli a renderlo così cattivo; dell’altro mi viene incontro solo quel frammento di cattiveria sua che ho costruito io, mentre il frammento di cattiveria sua che ha costruito qualcun altro va incontro a quell’altro, non a me. Quindi la cattiveria di una persona che viene incontro a me, che subisco io, è quella che ho costruito io. Quando uno ti dà uno schiaffo sulla guancia porgigli anche l’altra. Il pareggio è quello di perdonare, nel senso di dire: se io non fossi stato così egoista con te nel corso dei secoli, tu ora non saresti così cattivo con me.
Replica: Ma nella vita si ritorna sempre con le solite persone?
Archiati: Certo, ci sono eccezioni, quando una persona ha in via di eccezione un compito per l’umanità o per un popolo, e l’eccezione conferma la regola. In via normale, la regola è che ritorniamo sempre con le stesse persone, perché il karma va continuato con le persone con cui siamo karmicamente più congiunti. E una delle leggi fondamentali del karma è che c’è un’alternanza: le persone che in questa vita sono parenti di sangue, nella vita precedente e in quella successiva saranno amici scelti, nel mezzo della vita, liberamente. Quindi il papà, la mamma, i fratelli e le sorelle di una persona – salvo eccezioni – sono stati i migliori amici scelti liberamente nel mezzo della vita passata, e diventeranno nella vita successiva – sempre salvo eccezioni – di nuovo i migliori amici. Quindi c’è un’alternanza fra affinità di sangue e affinità elettive, ma sono sempre le stesse persone.[31]
Una buona notte a tutti!
Sabato 10 ottobre 2009, mattina
Una buona giornata a tutti!
Eravamo arrivati al punto dove si introduce il sentimento. Il sentimento è un elemento di evoluzione del tutto personale, ognuno ha il suo mondo di sentimenti, il suo modo di sentire e di vivere il mondo. È l’eco interiore del mondo. Il sentimento è fatto di due correnti fondamentali: ciò che mi piace – il piacere – e ciò che mi dispiace, che non mi piace. Ciò che mi piace mi dà gioia, ciò che non mi piace mi dà dolore. Simpatia e antipatia. Il sentimento è fatto di un movimento di attrazione o di un movimento di repulsione – l’allontanarsi da qualcosa: no non la voglio, non mi interessa.
Il sentimento si concretizza nell’interessamento, nell’interesse: per sapere concretamente qual è il mondo dei miei sentimenti basta chiedermi che cosa mi interessa e che cosa non mi interessa. Che cosa mi interessa in senso positivo – lo vorrei, vorrei congiungermi con essa –, che cosa mi interessa in senso negativo – voglio far di tutto per starci lontano. Anche questo è un interesse: evitare qualcosa. Se invece mi è indifferente non faccio nulla, né per averla né per evitarla. Mi è indifferente.
L’interesse di evitare qualcosa è un forte interesse: devo far qualcosa perché questa persona mi stia lontana, per esempio, ho un interesse a che mi stia lontana. È un interesse. Altrimenti interpretiamo l’interessamento soltanto in senso positivo – mi interessa avere qualcosa –: no, è altrettanto un interesse il respingere qualcosa, che mi stia lontano, che mi lasci in pace… è altrettanto un interesse voler essere lasciato in pace. Anche in questo caso c’è qualcosa da fare, perché magari l’altro si ripresenta e bisogna far qualcosa per respingerlo: lasciami in pace!
Dicevamo che le percezioni sono frammenti del mondo oggettivo e non hanno nulla a che fare col mio sentimento, con la mia interiorità, con la mia anima. Le rappresentazioni sono una replica della percezione all’interno dell’anima: la rappresentazione dell’albero non è un frammento di me, è un frammento di mondo dentro di me. Il concetto a maggior ragione si riferisce al mondo oggettivo creato dal pensare. Quindi il percepire crea dentro di me la rappresentazione, il pensare crea dentro di me (ma non è dentro di me) il concetto: sia la rappresentazione sia il concetto si riferiscono al mondo oggettivo.

Fig.23
Se io vivessi soltanto il percepire con le rappresentazioni che crea, il pensare con i concetti che crea, apparterrei io al divenire del mondo e non sarei un soggetto chiuso in se stesso: ci sarebbe soltanto un fluire del mondo dentro di me, perché fin lì è tutto oggettivo. La percezione è oggettiva, la rappresentazione è oggettiva.
Intervento: Ma non è soggettiva la rappresentazione?
Archiati: Si riferisce comunque a una realtà oggettiva. La rappresentazione non può essere soggettiva nella sua natura, è soggettiva negli accessori ma non nella natura, perché o è la rappresentazione di una prugna o non è la rappresentazione di una prugna. Che poi la mia rappresentazione della prugna sia un po’ diversa dalla tua, questo è accessorio, non fa parte dell’essenza della rappresentazione: l’essenza si riferisce alla percezione e la realtà della percezione è il concetto. O ho la rappresentazione di una prugna o ho la rappresentazione di una mela. Non è soggettiva, la cosa.
Il mondo diventa soggettivo, cioè sorge il soggetto, grazie al sentimento. Adesso qualcuno potrebbe chiedere: dov’è il volere? Abbiamo il pensare – il percepire è propedeutico al pensare, ma è il pensare che fa sorgere il concetto e in base a percezione e concetto sorge la rappresentazione; la rappresentazione presuppone l’unione tra percezione e concetto –; poi abbiamo il sentire. E dov’è il volere? L’essere umano non è soltanto un pensatoio: si muove, fa, compie cose. Il concetto è che se noi venissimo mossi ad agire, se noi venissimo portati ad agire, a intervenire nel mondo soltanto in base a percezioni, a concetti e a rappresentazioni, sarebbe il mondo ad agire in noi, non ci sarebbe nessun motivo personale di agire. Ecco allora che il sentimento rende la volontà personale, individuale, attraverso gli interessi.
Ripeto: se non ci fosse tra il pensare e il volere la sfera del sentimento, sarebbe il pensare – quindi la contemplazione oggettiva del mondo – a muoverci nelle azioni, cioè sarebbe l’oggettività del mondo a muoverci ad agire, sarebbe la natura del mondo ad agire in noi. Se percezioni, rappresentazioni e concetti automaticamente ci portassero ad agire, sarebbe il mondo delle percezioni e dei concetti ad agire attraverso noi, e io non sarei nulla come individualità. Divento una individualità a sé stante perché ho un mondo mio diverso, che sta di fronte al mondo oggettivo: il mondo dei miei sentimenti, del mio vissuto.
Il sentimento è ciò che nel mio animo si accende di fronte alla percezione di quella persona lì. L’uno dice: ma quanto mi è simpatica; l’altro dice: ma quanto mi è antipatica. Cosa si manifesta, cosa sorge in quel momento? Il sentimento. E da dove viene questo sentimento di simpatia o di antipatia? Ieri ho accennato al fatto che nessuno di noi è libero di decidere quali sentimenti debbano sorgere in lui. Prendiamo il primo incontro con una persona. Due amici incontrano una persona per la prima volta: l’uno dice quanto è simpatica questa persona, l’altro dice quanto è antipatica! È la prima volta che s’incontrano, ribadisco, sennò voi dite: si conoscono già da molto tempo e quindi i sentimenti sono stati creati nel corso degli anni di conoscenza. Invece, di primo acchito nell’uno sorge un sentimento di simpatia, nell’altro un sentimento di antipatia. Da dove vengono?
Intervento: In astrologia sappiamo delle quadrature e delle opposizioni, tanto per fare un esempio.
Archiati: Adesso tu vuoi spiegarmi il sentimento della simpatia con la quadratura e dell’antipatia col sestile? Non mi spieghi nulla.
Adesso faccio una proposta di lettura con la quale poi leggeremo la fine del sesto capitolo: l’anima è come un cerchio chiuso in se stesso, fuori c’è il mondo esterno. Per chi studia l’Opera Omnia, il volume 115,[32] che non c’è ancora nell’Archiati Edizioni ma ci sarà, è costituito di tre parti: tre volte quattro conferenze che Steiner ha tenuto nell’occasione dell’incontro annuale della Società a quei tempi Teosofica, poi diventata Antroposofica: la prima serie si chiama Antroposofia (1909), la seconda serie, di cui sto parlando, si chiama Psicosofia (1910) e la terza Pneumatosofia (1911). Quattro conferenze sui misteri del corpo, quattro conferenze sui misteri dell’anima – ed è questa seconda parte che stiamo editando nell’Archiati Edizioni – e quattro conferenze sui misteri dello spirito.
Tra l’altro, per chi fosse interessato, stiamo scoprendo che a quei tempi, prima che arrivasse la stenografa Helene Finck negli anni 1915-16, le conferenze di Steiner erano stenografate da altri stenografi, in particolare da un certo Walter Vegelahn, un attore, che Marie Steiner aveva incaricato di redigere le conferenze di Steiner. Ora, siccome delle persone hanno messo in mano all’Archiati Verlag trascrizioni di stenogrammi scritte a mano prima della versione ufficiale di Vegelhan, abbiamo la possibilità di dimostrare che cosa questo redattore ha aggiunto e che cosa ha cambiato. Per vostra informazione – per sommi capi, eh?, le cose sono molto complesse – Vegelhan come regola ha quasi sempre raddoppiato ciò che Steiner ha detto.
Qualcuno ricorderà che questa Psicosofia noi l’abbiamo fatta in un seminario a Collalbo (Bolzano) nei primi anni ‘90: giornate intere, paragrafo per paragrafo. E adesso il mio karma mi ha portato a vedere che uno dei motivi per cui il testo era così difficile, così macchinoso ecc… è perché Vegelhan ha pasticciato un sacco, ha aggiunto e quasi raddoppiato il testo. Per questo vi auguro che al più presto questo libro venga anche tradotto in italiano: sono quattro conferenze sulla psicologia, sull’anima, di una complessità enorme perché Steiner, in queste riunioni annuali, dava sempre una iniezione di corsi fondamentali.
Tra l’altro, non so se avete visto in tedesco Zukunft verstehen[33] (Capire il futuro) le conferenze sull’Apocalisse tenute da Steiner a Norimberga, redatte da Vegelhan e ristampate nell’O.O. 104 nove o dieci volte. Adesso siamo in grado di dimostrare che questa è praticamente una falsificazione, perché Steiner ha detto poco più della metà di quello che sta nell’O.O. 104. Naturalmente questo Vegelhan voleva rendere accessibili quei contenuti ai teosofi che non erano stati presenti a quel convegno di Norimberga: alcune spiegazioni che lui ha aggiunto possono andare – Steiner non le ha dette ma, insomma, possono andare –, però tra le sue spiegazioni e aggiunte ci sono anche cose che veramente non quadrano, dove il pensiero ti dice: no, non può essere così. Potete immaginare (lo dico per chi fosse interessato) quale sia la lotta, la guerra con Dornach che non vuol neanche ammettere queste cose.[34]
Allora, di queste conferenze sull’anima – Psicosofia –, la quarta dice che ci sono nell’anima due correnti:
• una viene dal passato e va verso il futuro ed è la corrente dei ricordi. La memoria è il passato depositato nel vivente, passibile di venire illuminato e riportato a coscienza – non in tutto e per tutto, però i frammenti dove l’io era più interessato si possono ricordare. Potremmo anche chiamarle rappresentazioni, perché ogni rappresentazione è un ricordo: mi ricordo di aver visto la prugna e perciò so cos’è la prugna. Rappresentazioni e ricordi sono la stessa cosa;
• importante, però, è l’altra corrente animica che veramente viene dal futuro e va verso il passato: è la corrente delle brame e dei desideri. Le brame e i desideri, infatti, non li spieghiamo guardando al passato: se io metto insieme tutto quello di cui mi ricordo del passato, si evince che cosa devo bramare, che cosa devo desiderare? No, no, perché le mie brame e i miei desideri possono andare in tutte le direzioni: se qui c’è tutto un mondo io posso preferire l’una o l’altra cosa. La brama è il preferire una cosa, è desiderarla più di un’altra – e non è il passato che mi porta a desiderare una cosa più di un’altra, questo è importante, ma è il futuro.

Fig.24
E se è il futuro, dobbiamo trovare il modo in cui il futuro è presente, perché mi muove adesso. Chi è che mi muove dal futuro, nel momento presente, per far sorgere in me le brame e i desideri che mi portano verso il futuro?
Interventi: Il karma.
Archiati: È il mio Io spirituale. Il mio Io spirituale sta già nel futuro, sta architettando incontri, eventi che mi appartengono e, in base a quello che sta preparando per me, fa sorgere le brame e i desideri corrispondenti. Una brama, un desiderio, non sorgono in base a ciò che ho (e che sarebbe il passato), ma in base a ciò che mi manca e che quindi voglio conquistare nel futuro. Io non posso desiderare una cosa che già ho, o bramare qualcosa che già ho: quindi è nel concetto del bramare, del desiderare, il riferirsi a qualcosa che ancora non ho e che voglio avere nel futuro.
E chi fa sorgere in me la brama verso questa cosa anziché verso quell’altra? Sempre il mio Io. Il mio Io vive nel futuro, me lo sta preparando: per il mio Io superiore, per il mio Io spirituale, il futuro è presente. Lo spazio circolare nel disegno è l’anima, la coscienza ordinaria – potete anche chiamarla io inferiore –, è il modo di vivere il presente, è una specie di spazio intermedio tra il passato e il futuro nel presente. La coscienza ordinaria è un presente che si spiega soltanto col passato e col futuro: l’uno o l’altro da soli non bastano a spiegare.
Il mio Io superiore che si propone di incontrare una certa persona (che lui ben conosce mentre la mia coscienza ordinaria ancora no), mi fa desiderare di incontrare un amico di quella persona, che io conosco (cioè, che la mia coscienza ordinaria conosce), perché questo amico me la farà incontrare. È il modo in cui, attraverso i desideri, attraverso le brame, l’Io spirituale mi viene incontro dal futuro.
L’abbiamo detto tante volte:[35] il nostro Io, il nostro spirito, se ha pianificato tutta la vita vuol dire che ce l’ha tutta presente: un piano può essere magari tutto nel futuro in quanto a realizzazione, ma nella pianificazione è già presente. Quindi per l’Io superiore (o Io spirituale), cioè per il nostro spirito, se è vero come è vero – però non chiedetemi adesso di dimostrarlo apoditticamente – che ha pianificato tutta la vita scegliendo quale temperamento avere in questa vita, quali conquiste fare, quali lingue imparare, quali incontri avere, quali esperienze fare, per lui, dicevamo, tutto il futuro è già presente.
Così come i genitori pianificano tutto un fine settimana e perciò per loro è tutto presente mentre per il bambino, se siamo al venerdì sera, è presente soltanto quel momento del venerdì sera. Se i genitori vogliono ottenere dal bambino qualcosa al sabato e alla domenica, devono fare in modo di far sorgere in lui le brame giuste e i desideri giusti in modo che faccia le cose che loro si sono proposti di fare sabato e domenica.
Il nostro Io superiore sta alla coscienza ordinaria come l’adulto sta al bambino piccolo – questo esempio l’abbiamo portato molte volte. L’Io spirituale ha un ambito di coscienza molto maggiore, che abbraccia tutta la vita. L’ambito di coscienza dell’Angelo, invece, abbraccia tutte le vite di una persona: ecco quindi un enorme ampliamento di coscienza rispetto alla coscienza dell’Io spirituale dello spirito umano. Entrando nel corpo, la coscienza si ottenebra e quindi abbiamo una coscienza ordinaria nel presente, e non sappiamo cosa ci capiterà domani. Però il nostro Io superiore lo sa e, sapendolo, fa sì che noi, indirettamente, possiamo avere un sentore, un sentimento del futuro in base ai desideri e alle brame che sentiamo e che ci orientano. Il desiderio di una cosa ce la fa cercare, e il desiderio di evitare una cosa ce la fa evitare.
VI,12 Il nostro pensare ci unisce all’universo; il nostro sentire ci riconduce in noi stessi, ed esso soltanto fa di noi degli individui.
Uno direbbe: ma come?, non posso essere un individuo anche in riferimento al mondo? Soltanto se sento profondamente e individualmente le faccende del mondo come se fossero faccende mie! Sennò mi perdo nel mondo. Per l’individualità ci vuole il sentimento. Le sorti del mondo, gli impulsi e le conquiste evolutive sono oggettive: diventano faccenda dell’individualità non nella misura in cui le pensa, ma nella misura in cui le sente. Nel pensare io divento mondo e il mondo non diventa individualizzato, soggettivo, se lo penso: divento io oggettivato quando penso il mondo. Il mondo si individualizza soltanto nel sentimento, perciò non va sottovalutato il peso morale del sentimento, altrimenti sparisce l’individualità.
Però non c’è bisogno di preoccuparsi più di tanto, eh?, ci vorrà ancora un pochino di tempo prima che sparisca il sentimento e le persone si universalizzino, si obiettivizzino a un punto tale che tutto ciò che è soggettivo, tutto ciò che è sentimento, sparisca! E ci vorrà anche un pochino di tempo prima che tutti i miei sentimenti si riferiscano unicamente alle sorti del mondo e non mi interessi nulla delle sorti mie personali! Quanto tempo ci vorrà? Un paio di vite, come minimo. Però è la direzione dell’evoluzione.
Adesso nel testo verrà detto che l’individualità diventa sempre più forte quanto più profondamente e genuinamente si interessa non solo alle sorti della propria piccola evoluzione, ma fa sue le sorti di tutta l’umanità in chiave di sentimento: ama il divenire di tutta l’umanità, e lo ama appassionatamente come faccenda sua individuale. Allora ha tutte e due le sponde: la pienezza dell’universale e la pienezza dell’individuale. La pienezza dell’universale in chiave di pensiero e la pienezza dell’individuale grazie all’amore verso questo universale. E allora questo amore accende le azioni e ci fa muovere in vista di contribuire non soltanto al nostro tornaconto ma al divenire universale, godendolo sempre di più – e il goderlo è ancora un sentimento.
(VI,12) Se fossimo esseri dotati solamente di pensiero e di percezione {e di rappresentazioni} tutta la nostra vita dovrebbe scorrere in un’inalterabile indifferenza. Se potessimo soltanto conoscere noi stessi, come dei sé, saremmo perfettamente indifferenti a noi stessi.
Quindi anche il pensare l’io, il pensare se stessi, se fosse solo pensare e non sentissimo nulla, ci renderebbe indifferenti a noi stessi. Non basta che io pensi a me per far sorgere l’io, devo sentire me per far sorgere l’io, deve diventarmi un interesse, un vissuto. Se potessimo soltanto conoscere noi stessi come dei sé puramente conosciuti, allora il sentimento non ci sarebbe. Io sono fatto così e chi se ne frega, è oggettiva la cosa! Io sono fatto così, non capisco nulla, ma chi se ne frega. Invece no, sorgono il sentimento, la brama, il desiderio che dicono: vorrei capire, vorrei capire sempre meglio, perché se non capisco dipendo dagli altri e quelli mi schiacciano sotto le ruote del potere. Il sentimento dice: non mi piace, non mi piace… e allora svegliati! E sorge la voglia di svegliarsi. La voglia di svegliarsi è un sentimento, una voglia.
(VI,12) Unicamente perché con la conoscenza di noi stessi abbiamo anche il sentimento di noi stessi, e con la percezione delle cose proviamo piacere o dolore, noi viviamo {ci sentiamo} come esseri individuali, la cui esistenza non si esaurisce nel rapporto concettuale in cui essi stanno col resto del mondo, ma che hanno inoltre uno speciale valore per se stessi.
Ti va o non ti va di essere ricco di idee, di intuizioni geniali come musicista, come mamma, come cuoco? Ti va o non ti va, se sei cuoco, di avere delle belle idee per creare pietanze? No, non me ne frega proprio niente! E allora che sei cuoco a fare? Un essere umano senza sentimento non esiste. Al nord, oltre l’Italia, ci provano un po’ di più, soprattutto i maschietti: per dieci, venti, trent’anni fanno come se i sentimenti non ci fossero ma poi salta fuori un patatrac, un esaurimento nervoso che non finisce più. I sentimenti c’erano, eccome, ma non li hanno mai visti. Allora dicono: meglio l’Italia dove i sentimenti ci sono, saltano fuori e si vedono!
VI,13 Si potrebbe essere tentati di vedere nella vita del sentimento un elemento più saturo di realtà che non l’osservazione pensante del mondo.
Adesso arriva il contraccolpo del sud, e prendiamo tutta l’Italia come sud; io sono nato in Lombardia, al nord, però in Germania mi dicono: no, tu sei del sud e voi del sud non avete la minima idea di come si vive ad Amburgo! Nebbia, sempre nebbia. Uno chiede ad Amburgo: ti piace o non ti piace la nebbia? e l’altro risponde: cosa intendi dire?, che c’entra se mi piace o non mi piace? Io ho conosciuto persone del sud che sono resistite al nord soltanto una o due settimane, poi sono scappate via perché il mondo dei sentimenti socialmente non trova proprio modo di esprimersi. Se uno manifesta anche al bar, in birreria o in osteria un minimo di espansività, si fermano tutti quanti e guardano: cosa è successo?! La birra va bevuta in modo kantiano seguendo il dovere prussiano: senza espansioni di gioia, come un dovere del cittadino del nord! Ho compiuto il mio dovere di bere il mio quantitativo giornaliero di birra: ora posso dormire.
Intervento: Poi vengono in Italia e fanno le vacanze…
Archiati: I tedeschi vengono in Italia per scoprire che ce li hanno, i sentimenti. E quando tornano in Germania sono guai, alcune volte: ma solo per un paio di settimane, poi ritorna tutto come prima. Sto un pochino esagerando, ma è per evidenziare queste differenziazioni molto importanti, per portare a coscienza le cose.
Adesso stiamo attenti, qui c’è l’errore psicologico che, se volete, è uno stadio evolutivo per il quale ognuno deve passare, è quella posizione dove uno dice: il mondo oggettivo c’è anche senza di me, dunque per me è molto più importante il mio mondo soggettivo. Ora io chiedo qui in assemblea: sono più importanti i pensieri o i sentimenti? Per l’individuo sono molto più importanti i sentimenti, perché sono quelli che lo rendono individuo; per il mondo esterno sono più importanti i pensieri. Allora cos’è più importante? Averli tutti e due al cento per cento, meglio non si può!
Rileggo: (VI,13) «Si potrebbe essere tentati {è il diavolo, il diavoluccio del sud: la scienza dello spirito lo chiama Lucifero} di vedere nella vita del sentimento un elemento più saturo di realtà che non l’osservazione pensante del mondo».
Però la domanda che vi ho posto non era giusta del tutto. Ho chiesto: sono più importanti i pensieri o i sentimenti?, ma avrei dovuto dire: dove ho più realtà, dove ho qualcosa di più reale, di non fatiscente, in un sentimento o in un pensiero? Ma un pensiero non è nulla, nel sentimento sì che c’è realtà! Il vissuto è una realtà, il pensato no – a meno che sia un pensato vissuto, un pensiero che mi appassiona. Mi importa il sentimento: io il sentimento ce l’ho anche senza pensieri e quella è una realtà!
Per l’individuo il sentimento è di fatto una realtà molto più forte: però, se noi viviamo soltanto secondo questa realtà, ognuno si chiude in sé. E quale sentimento sorge, allora? La solitudine, la tristezza, la depressione, la paura… e questi sentimenti sono dei vissuti, sono realtà, però sono realtà dove l’individuo dice: no, no, no, non mi piace, non mi piace! E allora datti da fare! Come esci dalla paura, dalla solitudine, dalla chiusura in te stesso, dall’autismo, dalla depressione? Aprendoti al mondo, interessandoti al mondo, accendendo i tuoi sentimenti nei confronti delle sorti del mondo, dell’evoluzione dell’umanità – eccetera, eccetera, eccetera. Ahhhh!, però è una sfacchinata! E allora tieniti la solitudine, la paura e la depressione, non puoi mica avere tutto quanto. Non puoi mica chiuderti in te stesso, fregartene del mondo e essere felice: no, non esiste. Ma io vorrei una natura umana fatta così che chiudendomi in me stesso posso essere felice! Creala tu, quest’altra natura umana, perché non c’è mai stata! Fila il discorso? Si capisce?
Intervento: Si sperimenta ogni giorno, direi.
Archiati: Certo, sono cose fondamentali. Detto in un modo più concreto: nella psicologia dei popoli (abbiamo fatto un riferimento al nord e al sud però non vogliamo essere razzisti!) c’è dappertutto la persona del sentimento – è quella che dopo cinque minuti dice: ma basta con tutte queste discussioni che non portano a nulla! Facciamo qualcosa, insomma, almeno nel fare sento qualcosa, vivo qualcosa! – e c’è la persona del pensare, pensare, pensare.
Questa tensione, questa antitesi tra pensiero e sentimento c’è in ogni individuo e c’è nei rapporti tra individui. Continuamente. C’è la tentazione di diventare unilaterali dalla parte del pensiero – e così il sentimento va a ramengo e quindi abbiamo astrazioni, teorizzazioni che non dicono nulla, non appassionano il cuore e quindi non possono muovere gli arti a compiere azioni –, e c’è la tentazione di diventare unilaterali dalla parte del sentimento dove l’unica cosa che si cerca è di godere il mondo – ma chi vuol soltanto godere il mondo si chiude in se stesso e sarà insoddisfatto perché gli altri saranno insoddisfatti di lui: non contribuisce a nulla, se ne frega di tutti, vuol soltanto godersi il mondo…
L’altro ieri, la persona che ci ha accompagnato dall’aeroporto a qui ci ha fatto un riassunto della temperie culturale e psicologica italiana, e l’impressione generale (ve lo dico come uno che viene un po’ dal di fuori) è che pare sia in aumento il numero di persone che si sono messe in testa che la cosa importante nella vita è di godersela. Questo concetto secondo il quale la vita diventa bella, mi dà pienezza e gioia nella misura in cui me la godo, è un errore. È proprio un errore, perché la vita non è fatta per godere, è fatta (me la permettete la parola giusta?), è fatta per crescere, per evolversi. E se mi godo soltanto la vita non cresco, non mi evolvo, non vado avanti e sarò scontento.
L’uomo è fatto in modo tale che non gli basta goder la vita: è troppo poco. Non è che moraleggio e dico: fai male moralmente a voler soltanto godere la vita, smetti di voler goder la vita! No, è un concetto oggettivo che dice: l’uomo è fatto così che, se vuol soltanto goder la vita, se la vuol prendere soltanto dalla parte del sentimento, sarà insoddisfatto. È una constatazione oggettiva. Tu vuoi condannarti all’insoddisfazione godendoti la vita? Fallo. E darai un’ulteriore prova che la natura umana è fatta così. Sei libero di farlo, nessuno ti può costringere a fare l’altro percorso.
Se le cose stanno così, uno che ha fatto di tutto per godersi la vita e adesso si piglia una bella depressione, ha almeno la possibilità di capire cos’è che è andato male: si tratta di capirle, le cose. I tempi in cui il bene ci veniva imposto per autorità – questo devi farlo, questo lo devi evitare – sono finiti, ognuno vuol capire da sé che cosa riempie il cuore umano e la mente umana, che cosa fa vivere in pienezza e che cosa impoverisce. Oggettivamente. Poi, la decisione di andare di qua o di là è faccenda mia, non dell’autorità costituita religiosa, o politica o quel che si voglia.
Prendiamo l’autorità dei giornali nell’umanità moderna: c’è stata cent’anni fa un’epoca in cui il direttore del giornale decideva nell’editoriale quali pensieri immettere nell’umanità, quale critica, quali accenti. Se un giornale facesse un discorso di cultura senza interessi politici, economici ecc… sarebbe una gran bella cosa, soprattutto quando ci sono parecchi giornali. Ora, in Italia più che in Germania, secondo me, chi sono i proprietari dei giornali? Non sono i direttori o chi ci lavora, sono potenze economiche: il giornale è loro proprietà privata e il direttore del giornale, se non scarta gli articoli che non vanno bene al proprietario e mette quelli giusti, viene subito sostituito.
Non ci possiamo più aspettare un minimo di dialogo culturale, di scambio di idee perché viene tutto filtrato dal potere economico. Sono tutti poteri finanziari ad avere in mano i giornali, non menti che hanno una linea e una visione culturale. A quel punto lì uno dice: se l’Unità (tanto per fare un esempio) fosse un giornale che resta fedele (un pochino più degli altri, eh?, non in tutto e per tutto) a certi principi, quali che siano, è meglio di altri giornali che si vendono soltanto per continuare a far soldi.
Parlando in generale, quando io leggo un articolo di giornale, cosa leggo? Non informazioni ma calcoli di potere, in fondo. È importante rendersi conto di queste cose. L’interesse del direttore e del redattore non è dunque quello di informarmi, di mettermi a disposizione degli elementi che mi consentano di formarmi un giudizio mio, no: le scelte editoriali sono fatte in base ai soldi, in base all’economia. C’è una censura tacita, in Italia molto di più che in Germania: non si vuole andare in conflitto con il governo e quindi qualunque sia il governo non lo si critica più di tanto. Ma questa non è libertà di espressione delle proprie idee, è censura e in fondo è una non libertà di stampa. In Germania, in questi giorni, si sentiva alla radio, da Bruxelles, proprio questa domanda che l’Europa si pone: c’è o non c’è in Italia vera libertà di stampa, se tutti si allineano per non perdere il posto di direttore di giornale?
Allora: (VI,13) «Si potrebbe essere tentati di vedere nella vita del sentimento un elemento più saturo di realtà che non l’osservazione pensante del mondo».
(VI,13) A questo bisogna ribattere che soltanto per il mio individuo {per la mia individualità} la vita del sentimento ha effettivamente tale maggiore importanza. Per l’universo la mia vita di sentimento non ha valore altro che se il sentimento, come percezione fatta sul mio sé {sul mio io, sulla mia individualità}, viene collegato con un concetto e per tale via si inserisce nel cosmo {io avrei tradotto nel mondo: il cosmo non è ancora recepito al livello universale del linguaggio, in Italia – ma è questioni di gusti}.
VI,14 La nostra vita è una continua oscillazione pendolare fra la comunione col divenire generale del mondo {quindi l’inserirsi, il diventare uno col divenire generale del mondo tramite il pensare} e la nostra esistenza individuale {è un pendolare, è come una respirazione}. Quanto più in alto saliamo verso la natura universale del pensare, nella quale alla fine ciò che è individuale non ci interessa più che come esempio, come esemplificazione del concetto, tanto più si perde in noi il carattere dell’essere particolare, della singola ben determinata personalità {aggiungiamo subito: a meno che, man mano che io salgo in alto, porto in alto anche i miei sentimenti e i miei interessi. Questo andrebbe detto subito: comunque verrà detto dopo}. Quanto più discendiamo invece nelle profondità della vita personale e facciamo risuonare i nostri sentimenti in accordo con le esperienze del mondo esteriore, tanto più ci distacchiamo dall’esistenza universale.
A meno che, man mano che scendo sempre di più nel mio vissuto individuale, cresce in me il desiderio, l’interesse di inserirlo dentro il mondo perché considero importante questo mio vissuto soltanto nella misura in cui contribuisce al divenire del mondo. Quindi, dapprima, pensare e sentire sono presi nella loro unilateralità, l’uno senza l’altro: se c’è il pensare senza il sentimento l’individuo si perde nel mondo, se c’è il sentimento senza il lato oggettivo del pensare, l’individuo si isola dal mondo, si stacca dal mondo, e si perde in un altro mondo tutto suo, perché è come un ramo che viene staccato dalla pianta, si rinsecchisce e muore. Nel mondo svanisce, fuori dal mondo deperisce.
(VI,14) Una vera individualità sarà quella che più si solleva coi suoi sentimenti nella regione dell’ideale {porta con sé i sentimenti, non li lascia via}. Vi sono uomini nei quali anche le idee più generali di cui sono capaci portano ancora quella particolare colorazione che le mostra indiscutibilmente dipendenti dal loro portatore. Ve ne sono altri i cui concetti si presentano a noi così privi d’ogni traccia personale come se essi non provenissero da un uomo in carne ed ossa.
In Italia c’è stata la riforma scolastica di Croce e Gentile – qualcuno con i capelli bianchi, qui, forse se la ricorda –, una grande fortuna per me, perché Croce e Gentile erano innamorati dell’Idealismo tedesco. In base a questa riforma, al liceo classico la Storia della filosofia era una delle materie principali, e io ero innamorato della Storia della filosofia, le altre materie mi interessavano un po’ di meno. Ebbene, un esempio classico di questa ultima frase – «ci sono individualità i cui concetti si presentano a noi così privi d’ogni traccia personale come se essi non provenissero da un uomo in carne ed ossa» – è l’idealista Hegel. Leggendo Hegel ci si chiede: ma dov’è, lui, come individualità, col suo sentimento? Non c’è, proprio non c’è: parla dell’idea in sé – la logica –, poi in tutta la seconda parte della sua filosofia parla dell’idea fuori di sé – che cos’è? Ma è la natura! – e nella terza parte parla dell’idea in sé e per sé – cioè dello spirito.
Uno legge tutti questi volumi e dice: ma dov’è Hegel? Non c’è. C’è l’idea, neanche un soffietto di sentimento, nulla. Ma le cose sono così pulite, così oggettive, così belle, ti spiegano tante cose, te ne innamori! Può darsi che Hegel fosse innamorato, ma non te lo mostra: i suoi sentimenti non compaiono, per permettere a te di accendere i tuoi – e anche questo è il bello.
L’arte del vivere è l’arte del sentire l’universale come faccenda individuale. È vivere l’universale umano, ciò che ci riguarda tutti, come faccenda mia personalissima.
E quello che riguarda solo me, a chi interessa? A chi di voi frega qualcosa di quello che riguarda solo me? Non ve ne frega nulla (scusate l’italiano un po’ ruvido), perché nel momento in cui vi interessasse non riguarderebbe più soltanto me. Ripeto la domanda: se c’è qualcosa che riguarda soltanto me, a voi che cosa importa? Non la potete neanche conoscere perché riguarda solo me, e nel momento in cui la conosceste sarebbe un elemento comune. Quindi devo capire che ciò che riguarda soltanto me non interessa per natura a nessuno: altrimenti non riguarderebbe soltanto me. È per imposizione, allora, che io voglio costringere gli altri a interessarsi di ciò che per natura non gli interessa e non gli deve interessare, proprio perché riguarda soltanto me.
Seconda domanda: ma c’è allora qualcosa che riguarda soltanto me? No, non c’è. C’è soltanto nell’illusione, perché nessun individuo è una faccenda personale, ogni individuo è una faccenda dell’umanità. Quindi, se io ritengo che ci siano delle cose che riguardano soltanto me, vivo nell’errore, nell’illusione: io riguardo l’umanità, io sono ciò che sono nell’umanità, sennò non sono nulla. Il personale ha diritto di esistere soltanto come un frammento dell’universale, e vale o non vale per quanto immette o non immette nell’universale. Sarebbe come se la milza dicesse: no, no, questo sangue che mi intride è una faccenda puramente mia, non riguarda nessun altro membro del corpo! In un organismo non ci sono faccende private. L’umanità, oggettivamente vista, è un organismo, oppure la guardo intriso di illusione. Nell’umanità non ci sono faccende private. E la proprietà privata è un inganno, un’illusione, un errore di pensiero. In realtà è un furto.
Intervento: E la famiglia?
Archiati: È una faccenda privata la famiglia? Sta’ attenta, il linguaggio dice: questi soldi sono mia proprietà privata, questo pezzo di terra è mia proprietà privata… Come mai il linguaggio non dice: questa famiglia è la mia famiglia privata, la mia proprietà privata? Come mai? Perché i figli vanno nel mondo, sono faccende del mondo.
Replica: Anche la terra resta nel mondo quando tu non ci sei più.
Archiati: Sì, però intanto stai vivendo: non andiamo oltre il discorso che stiamo facendo. Questo pezzettino di terra è proprietà privata, questo sacchetto di soldi è proprietà privata nel senso che io ho la possibilità – per lo meno la legge mi aiuta, perché sono tanti quelli che hanno il sacchettino privato – di far sì che nessuno ci metta sopra le mani. Io sono costretto a mettere il sacchettino nella banca. Per fortuna adesso è venuta la crisi economica: la banca vuole avere anche lei i suoi soldi, ha fatto un gran casino in borsa ecc…, e un pezzo della mia proprietà privata se l’è presa lei! Quindi, in un certo senso, per quelli che hanno perso un sacco di soldi questa crisi economica va bene, perché mette in questione il concetto errato e illusorio di proprietà privata.[36]
Stando alla legislazione capitalistica che ha sancito la proprietà privata, io ho la possibilità di far sì che nessuno tocchi il mio gruzzolo di soldi, che nessuno tocchi il mio pezzetto di terra, che nessuno ci entri perché è mio, e se qualcuno lo fa io ho la possibilità di chiamare la polizia, e la polizia lo caccia fuori. Una proprietà privata senza tutela della legge non esiste. Quindi noi abbiamo una legge talmente disumana che tutela la proprietà privata, tutela il furto all’organismo umano.
Queste cose sono dette in chiave di idealità. Voi mi direte: ma prima che l’umanità sia a questi livelli di perfezione, di amore reciproco, di osmosi di organi come nell’organismo, ce ne vorrà di tempo![37] E finché siamo così imperfetti, dovendo scegliere tra capitalismo e comunismo, molto meglio il capitalismo. Questione di gusti. Che non siamo ancora a questi livelli di perfezione lo concediamo; lo vediamo che il comunismo, la proprietà collettiva, ha dimostrato di avere pecche enormi, lo vediamo nei paesi dell’est. Però, cari amici, un conto è se noi diciamo che la proprietà privata è una cosa giusta, e un conto è se diciamo che no, la direzione dell’evoluzione deve andare verso pensieri che dicano: la salvezza c’è soltanto se l’individuo concepisce realmente nella sua testa l’umanità come un organismo unico. E quindi ci salveremo soltanto se sempre più individui cammineranno nella direzione di fare dell’umanità un organismo unico nel cuore, nella mente e nelle azioni dell’individuo.
Questa unità assoluta dell’umanità ce la dimostrano la cosiddetta globalizzazione e i mezzi di comunicazione dove l’individuo, attraverso i satelliti, ha accessibile nella percezione l’intero pianeta. A livello di economia e a livello di percezione l’umanità è già diventata una unità, ma non lo è ancora nel cuore e nella mente. Nel cuore può diventare una unità soltanto dopo esserlo diventata nella mente, perché prima io devo capire l’umanità come unità, poi la posso amare come unità.
La soluzione del problema della proprietà privata non è quella che dice: allora tutto appartiene a tutti. No. Adesso diremo cose che vanno sempre di nuovo esercitate: tenete presente che sono esempi dove il pensiero e il sentimento si incontrano. Immaginate tutti i sentimenti che vengono vissuti rispetto alla proprietà privata (da chi ce l’ha e da chi non ce l’ha) e tutti i pensieri che stiamo cercando di enucleare in merito. Facciamo l’esercizio dell’oscillare tra pensiero e sentimento su questa realtà della proprietà. Cosa ne dice il pensiero, e cosa ne dice il sentimento – il sentimento, naturalmente, è ben diverso tra chi ha proprietà e chi non ce l’ha.

Fig.25
Cosa dice il pensare? Il pensare è sano quando individua una unilateralità, un’altra unilateralità e un modo di muoversi tra l’una e l’altra: l’equilibrio. In medio stat virtus. E perché, dirà il sentimento di qualcuno, non deve essere una bella cosa andare dalla parte sinistra? Perché non deve essere una bella cosa andare dalla parte destra? È un dogma quello che dici tu, cioè che dà più gioia muoversi e ristabilire sempre di nuovo l’equilibrio. E il pensare risponde: diciamo che quel che evidenzia che ogni unilateralità non può rendere felici, non può appagare l’essere umano (e ciò che mi rende infelice so di non volerlo, non ho bisogno di dimostrazioni) è che lasciarsi andare da una parte o dall’altra è automatico. Basta, appunto, lasciarsi andare. Se ho la proprietà privata basta che me ne freghi di tutto il mondo, e mi godrò la vita. Se invece non ce l’ho, la proprietà, basta che io vada sulle barricate per la proprietà collettiva a picchiare, picchiare, picchiare.
Se manca la mediazione, automaticamente c’è una collisione permanente tra estremi che rende scontenti tutti, perché distrugge, distrugge, distrugge. Una collisione permanente fra la classe operaia e la classe imprenditoriale non può per natura soddisfarmi perché è soltanto collisione, collisione, collisione. Una volta prendono più botte quelli di là, un’altra volta prendono più botte questi di qua, ma botte sono e botte restano.
Questo come piccolo accenno psicologico della necessità di creare una mediazione.
E allora, qual è la mediazione tra proprietà privata e proprietà collettiva?

Fig.26
Ci deve essere una mediazione, e questa è una delle idee più geniali di Steiner, della sua scienza dello spirito. La parte positiva del capitalismo è l’importanza dell’individuo nella sua libertà e nei suoi talenti: i talenti dell’individuo sono il capitale più importante per tutti noi, e se non gli diamo la possibilità di esprimersi in libertà, con gestione individuale, impoveriamo sempre di più il sociale. Il lato negativo del capitalismo è la proprietà privata, perché significa che se il proprietario comincia a usare i suoi capitali, a usare i suoi mezzi di produzione a danno dell’umanità, non abbiamo la possibilità di portarglieli via. E ha il diritto di usare la sua proprietà privata a danno dell’umanità: la legge gli dà questo diritto.
Intervento: Ma uno così che talento ha?
Archiati: Deve avere un “distalento”, cioè il talento di rovinare il più possibile l’umanità per i suoi interessi. Rovinare il più possibile l’umanità e fare al massimo i propri interessi è un contro-talento! Non tutti lo sanno fare, però per l’organismo sociale è un talento del tutto negativo, perché è a scapito di tutti gli altri.
Quali sono, invece, il punto positivo e il punto negativo del comunismo (tutte parole fra virgolette, eh?, l’importante è che ci capiamo)? Il punto positivo è che tutto appartiene a tutti come nell’organismo, ed è giusto. Però il punto negativo è che, appartenendo tutto a tutti, nessuno si sente responsabile delle cose, e non viene assolutamente favorito, non viene dato spicco ai talenti individuali, alla libertà individuale. La libertà individuale viene cancellata, così come nel capitalismo il bene comune viene cancellato.

Fig.27
C’è un modo di prendere da tutti e due i lati il positivo e di escludere sia il negativo del capitalismo, sia il negativo del comunismo? C’è un modo, ed è questa la mediazione: mettere in mano ai talenti dell’individuo i mezzi di produzione che servono a esplicare i talenti stessi. Questo è un discorso per una società molto più complessa dove le cose diventano molto più complesse: l’abbiamo visto ieri che anche i rapporti diventano così complessi che dobbiamo esercitare un pensiero molto più vivace, molto più vivente, molto più mobile ecc…
Voi direte: eh sì, ma prima di tutto è importante trovare veramente i talenti, chi ha davvero il talento per che cosa. Fa parte del talento la capacità di usarlo per il bene comune, sentendo gioia (ecco il sentimento!), sentendosi realizzato nell’immettere il proprio talento nel bene comune.
Tu hai il talento di gestire le ferrovie di una zona, poniamo, non soltanto per far soldi tu ma per il bene comune: per esercitare questo tuo talento ti diamo in mano i mezzi di produzione e il capitale necessario, che però non diventano tua proprietà privata (e quindi non passeranno ai tuoi eredi): tu hai solo il diritto esclusivo all’uso di essi – ne puoi fare quello che vuoi, ma noi possiamo revocarteli se cominci a usarli contro il bene comune. Siccome pensiamo, come comunità, che tu abbia il talento di mettere in piedi una ferrovia per una certa zona, nel modo migliore per tutti i cittadini, ti diamo il diritto esclusivo all’uso di questo capitale.[38]

Fig.28
Intervento: Ma non è così facile, Archiati! Io lavoro in banca…
Archiati: Ma scusa, te l’ho detto prima apposta che le cose diventano più difficili, non più facili.
Facciamo una pausa!
*******
Leggiamo fino alla fine questo sesto capitolo in modo che questo pomeriggio iniziamo il settimo. Dopo toccherà a voi parlare.
VI,15 La rappresentazione dà già alla nostra vita concettuale un’impronta individuale. Ciascuno ha infatti un proprio posto da cui osserva il mondo. I suoi concetti si riallacciano alle sue percezioni. Egli pensa i concetti generali nel suo modo particolare. Questa particolare determinazione è un risultato del posto che abbiamo nel mondo e della sfera di percezioni connessa col luogo dove viviamo.
VI,16 Di fronte a tale determinazione ve n’è però un’altra che dipende dalla nostra particolare organizzazione. La nostra organizzazione è una unità singola speciale, completamente determinata. Ognuno di noi collega, più o meno intensamente, dei particolari sentimenti con le proprie percezioni {questo è importante}. Questo è l’elemento individuale della nostra propria personalità, e rimane come residuo quando abbiamo tolto di mezzo tutte le determinazioni dovute all’ambiente.
VI,17 Una vita di sentimento, del tutto vuota di pensiero, dovrebbe a poco a poco perdere ogni connessione col mondo. Per l’uomo che voglia mettersi in armonia col tutto, la conoscenza delle cose andrà di pari passo con la formazione e l’evoluzione della vita del sentimento {intende dire che non ci sarà soltanto una vita del sentimento, ma ci sarà interesse alla conoscenza della realtà oggettiva}.
VI,18 Il sentimento è il mezzo per cui, principalmente, i concetti acquistano vita concreta {ecco il vissuto}.
Allora, cominciamo col dibattito. Io avrei pensato di riprendere quello che diceva ieri la ragazza di ventotto anni. Era molto importante. Io, in fondo, ho buttato lì un paio di provocazioni, però la cosa è troppo importante per lasciarla così. Vuoi ripetere quello che hai detto? Così noi lo esercitiamo come un esempio fondamentale dell’interazione tra il pensiero e il sentimento: il pensiero, in quanto organo che coglie l’oggettività del mondo reale, e il sentimento, in quanto modo del tutto individualizzato di vivere il mondo. Quindi mondo e individualità. La domanda era: come progettiamo un rapporto? Lei diceva: ma se progetto un rapporto voglio dargli fiducia, non voglio già pianificare il naufragare del rapporto.
Intervento: Ho detto che secondo me è più efficace, produce risultati più positivi. E per me positività è rimanere uniti, chiaramente.
Archiati: La positività è rimanere uniti. Intendi fisicamente, no?
Replica: Sì, parlavo di camminare insieme proprio fisicamente.
Archiati: È chiaro, perché uniti nel cuore si può restare anche a distanza di diecimila chilometri. Allora, il bene presuppone di restare uniti fisicamente il più a lungo possibile: quindi tu hai un convincimento di partenza che quello è meglio.
Replica: È vero, sì, questo è il mio sentimento.
Archiati: È importante rendersene conto, però, perché può darsi che sia vero l’opposto.
Replica: È vero, infatti poi lei mi ha dato l’esempio di un amore che si realizza su un piano più ampio, quando ci si separa perché si deve fare qualcosa di più importante per il mondo e allora, a quel punto, una separazione diventa un atto d’amore ancora più grande.
Archiati: Quella affermazione ti ha cambiato qualcosa?
Replica: Sì, lei mi ha dato un elemento che io assolutamente non avevo considerato, e che mi ha convinto perché l’ho sentito come vero. Non avevo pensato a quella possibilità: che il sacrificio di un rapporto rende possibile qualcos’altro, forse ancora più importante per i destini di quelle due individualità. Quindi alla luce di ottenere questa unità anche fisica, meglio secondo me sarebbe dare forza (investire è una brutta parola) al rapporto e innanzi tutto non pensare alla separazione. Si parte insieme e poi si lavora così tanto sulla positività che, anche laddove le vicende della vita ci portino a separarci, probabilmente ci separeremo in modo umano e dunque non sarà più così necessario regolamentare con una legge il trattamento di questa separazione.
Archiati: Hai usato altre parole, oggi, e lasciato fuori una categoria che però ieri sera era molto importante: la categoria della fiducia, il dar fiducia. Tu dicevi che stipulare già in partenza cosa fare – per esempio come spartire le cose – quando ci divideremo è una mancanza di fiducia.
Replica: È già un progettare la fine, è dare forza al negativo e mi pare poco bello.
Archiati: Altri interventi? La domanda fondamentalissima è: come progettiamo i nostri rapporti? Quali pensieri ci mettiamo dentro? Portiamoli a coscienza. Quali sentimenti ci mettiamo dentro? Portiamoli a coscienza. Stiamo parlando dell’oscillare come un pendolo tra pensieri – (frammenti di oggettività) e sentimenti (frammenti di soggettività). Quindi questo esercizio è importantissimo ed è riferito al capitolo che stiamo studiando.
Intervento: Mi ricollego al discorso dell’individualizzazione, del rendere importante il sentimento però sempre collegato al pensare. Nella vita tu puoi interagire con un’altra persona che non ha il tuo stesso modo di vivere un percorso, e magari con questa persona c’è un legame fondamentale, che può essere di matrimonio, di famiglia e dove ci sono tanti valori che vengono messi in ballo. Se consideriamo il discorso del karma, una persona la incontri nella vita perché devi fare un certo percorso insieme, e quindi costruire, fare quello che necessita. Quando poi si arriva al punto che l’uno o l’altro cambia il sentimento, e quindi cambiano anche i pensieri, come il karma fa incontrare queste due persone così, penso io, all’unisono si può arrivare a rendersi conto insieme, anche in tempi differenti, che certe cose non sono più come erano prima, sono cambiate.
Ma può accadere che una sola delle due persone capisca dentro di sé che c’è questo cambiamento, che ha un’altra strada da percorrere, e decida solo per sé e non per il bene dell’umanità (umanità che, in quel momento, è il partner, la famiglia, i figli e tutto il contesto che si è venuto a creare dall’unione). In questo caso l’ego entra di più, mi pare più il discorso dell’io ordinario che va a prevalere sull’Io superiore. Se certe cose sono scritte – una separazione, appunto –, accadranno in maniera naturale, cioè si metteranno comunque in ballo tante altre situazioni che porteranno a quello che è necessario sia per l’uno che per l’altro. Altrimenti è una violenza, è un prevaricare comunque la vita dell’altra persona. Se io dovessi scegliere per me, solo per me, farei una scelta; però se scelgo per me anche guardando nell’io dell’altro, ovviamente rimando la mia scelta, aspettando che arrivi il momento in cui anche l’altro si renda conto di ciò che può accadere.
Archiati: E se quello ha bisogno di trent’anni per capirlo? O se non vuole capirlo?
Replica: È complesso il discorso, non è così semplice. Se dobbiamo mettere in primo piano la nostra parte spirituale – quindi allontanare l’ego, l’io ordinario: tenerlo presente, però mettere in evidenza quello che l’Io spirituale vuole –, e quindi parliamo di amore secondo il valore universale della parola, come motore portante della vita stessa, allora bisogna guardare anche all’altro e non soltanto a noi stessi e non è così semplice. Uno non può passare così da una cosa all’altra soltanto perché l’ha deciso: questa decisione è sì individuale ma si muove nella collettività.
Archiati: Diciamo che, in base a un discorso che ha reso le cose un po’ più complesse, all’affermazione che dice: «È un bene comunque far di tutto perché l’unione fisica si protragga più a lungo possibile» viene posto un grosso punto interrogativo. Non è che viene provato l’opposto (che bisogna far di tutto perché il rapporto finisca il più presto possibile), però viene posto un punto interrogativo sul fatto che sia un bene comunque. Può darsi che non sia un bene. Questa era l’importanza del tuo complessificare il discorso.
Replica: Sì, io metto in conto la possibile separazione. Mettevo però l’accento sui modi.
Archiati: Certo, la ragazza è più giovane. Nelle tue parole c’era il portato di qualche anno in più.
Intervento: Nella mia piccola esperienza di ventottenne, voglio però dire che ho già attraversato un processo di separazione molto forte, quindi sono già alla mia seconda relazione importante in cui sto costruendo un progetto che nel primo non si è potuto realizzare.
Archiati: Questo è importante. Ti faccio una domanda discola: e perché non hai fatto di tutto per salvare il primo rapporto? Stando alla tua teoria…
Replica: Le rispondo. A proposito delle due correnti di cui parlava oggi, quando lei ha parlato della corrente dell’anima che va dal presente verso il passato…
Intervento: Dal futuro verso il presente.
Replica: ..che dal futuro va verso il presente… ah!, forse allora non ho capito bene. Immaginavo il presente come il punto in cui sto e immaginavo un movimento dal presente all’indietro e dal presente in avanti. Io penso che, almeno in me, c’è un bisogno di riparazione anche dal presente verso il passato, e quindi mi chiedo: perché in quel primo progetto non ce l’abbiamo fatta? Perché non avevamo le forze? Il progetto forse era di rimanere insieme ma noi non abbiamo saputo sviluppare le forze che ci permettessero di andare avanti. Resta comunque dolore per questa cosa.
Archiati: Attenta: «Non ce l’abbiamo fatta» è una condanna moraleggiante. E se fosse la cosa giusta quella che avete fatto? Siamo talmente abituati a condannare la mobilità, che pensiamo che mantenere lo status quo sia comunque meglio.
Replica: Una parte di me dice che è stato anche un bene, perché io ho la possibilità ancora di camminare con questa persona: ciò che è accaduto dopo è stato anche molto positivo per entrambi.
Archiati: E allora cosa vuol dire che non ce l’avete fatta? Lascia perdere questi moralismi!
Replica: Non è un moralismo, è il mio vissuto soggettivo che mi dice che resta un buco. Quando un progetto d’amore non si realizza…
Archiati: Quindi «Non ce l’abbiamo fatta» è un sentimento che non ha nulla a che fare con l’oggettività dei fatti.
Replica: Assolutamente sì.
Archiati: D’accordo. Allora non dire: non ce l’abbiamo fatta. Di’: ho il sentimento che non ce l’abbiamo fatta. È tutto diverso. E infatti poi sei subito corsa a dire che c’è anche l’altro sentimento: che è andata bene così, che non c’erano altre soluzioni sennò le avresti trovate, no?
Intervento: Io volevo solo aggiungere una cosa a quello che questa ragazza ha detto ieri sera, e che, se ho capito bene, secondo me è piuttosto importante. Mi ha colpito che lei abbia usato anche la categoria della paura, che sembrava in antitesi alla fiducia: definire a priori il termine o le modalità con cui finire il rapporto, era dimostrare paura in questo rapporto. Almeno io l’ho intesa così, ma non so se la ragazza è d’accordo. Secondo me era interessante questa polarità (se è una polarità), tra la fiducia da una parte e la paura dall’altra, che questi contratti dimostrerebbero e probabilmente immetterebbero nei rapporti. Volevo capire se è così.
Archiati: La paura ci può essere in tutti e due i casi. Due persone dicono: vogliamo fare di tutto perché duri per tutta la vita! Che cosa parla in questa espressione? La paura. Perché se non avessero paura che il rapporto naufraghi, non direbbero: vogliamo fare di tutto perché duri fino alla fine. E per paradosso, due che dicono: vogliamo già prendere ora, quando tutto è armonioso, una decisione concordata di che cosa fare se dovesse capitare il caso – la vita diventa sempre più complessa! – che ognuno debba andare in una direzione diversa, vincono la paura. È un modo di vincere la paura, visto che a quel punto lì non c’è più la paura di non saper affrontare una separazione perché l’abbiamo già anticipata nel pensiero.
Ma con questo non voglio dire che c’è paura soltanto in quelli che dicono: vogliamo fare di tutto perché il rapporto duri fino alla fine, e invece c’è vittoria sulla paura per chi stipula contratti. Voglio dire che non c’entra nulla con la paura e nulla con la fiducia: ci può essere sia fiducia sia paura nello stipulare cosa si fa quando ci si separa e nel far di tutto perché il rapporto duri tutta la vita. Non sono mai le cose esterne che decidono quali sentimenti una persona ha dentro di sé.
Quindi, lasciando da parte adesso i sentimenti di paura o di fiducia – la paura e la fiducia le ha portate in campo la ragazza, non io –, il mio discorso, espresso nel nocciolo, era: chi ha interesse a che un rapporto duri nella sua esteriorità il più a lungo possibile? A chi fa comodo? L’Io superiore ha interesse a che un rapporto nella sua espressione fisica duri il più a lungo possibile? E se ha previsto un rapporto di due settimane? Vanno bene due settimane. Io non posso sapere nella mia coscienza ordinaria quale durata l’Io superiore ha previsto per un rapporto – riguardo al viverlo fisicamente insieme, ripeto, perché è di questo che si parla.
Adesso faccio una polarità, però la prima unilateralità me la dovete perdonare: per una società che oggi moraleggia sulla stabilità dei rapporti (cent’anni fa, duecento anni fa le unioni erano molto più statiche: era così, non è che fosse male o bene, i rapporti erano molto più statici che non oggi), una società moderna che è chiamata ad affrontare un mondo, una globalizzazione che diventano sempre più complessi, il progettare rapporti che nella loro fisicità siano più lunghi possibile è un enorme comodismo, è un cercare la vita comoda.
L’altra alternativa è dire: noi vogliamo aiutarci a vicenda a tenere gli occhi bene aperti sugli avvenimenti del mondo, vogliamo aiutarci a vicenda a generare in noi e ad accendere l’uno nell’altro un amore tale per tutta l’umanità che, in base a quello che avviene nel mondo, cerchiamo di mettere a disposizione la tua individualità, la mia individualità, il nostro rapporto in funzione di tutto l’organismo dell’umanità. In base a quello che l’organismo dell’umanità chiede a me di fare, chiede a te di fare, decideremo fino a quando restare fisicamente insieme. E non importa nulla la separazione, se è conseguenza del nostro impegno appassionato di conoscere l’interezza dell’umanità, e di inserire tutto il nostro operare per fecondare l’umanità. E se questo bene nostro – perché il bene mio lo trovo soltanto inserendolo nel bene dell’umanità – chiede che questo rapporto nella sua fisicità duri due anni, non devono essere due anni e tre giorni, devono essere due anni; e se il nostro bene comporta che questo rapporto duri cinquant’anni, devono essere cinquanta e non quaranta. Però questo lo decide il vivere con il mondo e nel mondo, l’interessarsi e l’inserire tutti i propri talenti nel mondo: è l’umanità che mi deve dire con chi devo vivere e quanto a lungo.
Però i miei genitori, che sono di stampo un po’ antico, avrebbero il desiderio che la loro figlia e il genero restassero insieme finché la morte non li separi! Teniamo conto anche dei sentimenti dei tuoi e dei miei genitori, però non vogliamo dare moralmente più peso ai sentimentucci, legittimi ma pur sempre sentimentucci egoistici di tuo padre e di tua madre che non alle sorti dell’umanità, a ciò che io sono chiamato a compiere nell’umanità – è irresponsabile, è moralmente riprovevole. Perciò io dico a mio padre e a mia madre: o ti dai una mossa e finisci di vivere come duecento anni fa, oppure io sono nato da te ma non sono nato per te. Sono ricatti. Anche il potere fa ricatti perché ha interesse a mantenere gli esseri umani al livello di bambini belli e bravi: nel momento in cui la società diventa sempre più complessa e sempre più mobile in chiave positiva di interessamento, di impegno per tutta l’umanità, le individualità diventano sempre più ricche e sempre più arricchenti l’umanità e non è più possibile gestirle così come fa la Chiesa, per esempio.
Allora io direi: il rapporto fra uomo e donna, per esempio, finché non c’è un figlio è una faccenda privata delle due persone, nessun altro ha voce in capitolo. Sarà già difficile per loro due sapere come e quanto a lungo stare insieme, e sarà difficile capire, guardando alle sorti dell’umanità, quando l’uno è chiamato in una direzione e l’altro in un’altra. Nessuno ha voce in capitolo. La collettività ha voce in capitolo – e deve averla – quando nasce un bambino, perché il piccolo non ha la possibilità di far valere i suoi diritti come essere umano.
Quando c’è un bambino, tra uomo e donna le cose cambiano sostanzialmente perché la legge – che è la nostra responsabilità collettiva nei confronti del bambino da quando è ancora nel grembo della madre – dice che è un bene morale che i genitori facciano di tutto per restare fisicamente insieme, perché la crescita sana del bambino è un bene inestimabile per la collettività. E la crescita sana avviene – in linea ideale, se poi non si può non si può – quando vive quotidianamente sia col padre sia con la madre biologici, perché la natura non si raggira. Allora la legge deve stabilire quali sono i doveri minimi da imporre al padre e alla madre in modo che ci pensino bene prima di mettere al mondo un figlio.
Ma se un figlio non c’è, il rapporto è privato e tocca ai due decidere cosa fare nell’umanità, fino a quando stare insieme e quando salutarsi. Che abbiamo noi da dire sul rapporto tra due persone? Nulla! Diventerà sempre più difficile per ognuno sapere che cosa chiama, qual è la voce dell’umanità, la voce di una comunità! Cosa devo fare, cosa sono chiamato a fare? Cosa si è ripromesso il mio Io superiore, che cosa vuole compiere? E deve venire il giorno in cui il mio compagno di vita, la mia compagna di vita, ha il coraggio di dirmi: non sopporto più che tu resti fisicamente con me perché vieni meno al tuo compito nell’umanità, e questo impoverisce anche me! Vai! Perché soltanto se tu vai non ti perdo. Nel momento in cui tu resti, io perdo la tua ricchezza perché non la dai all’umanità.
Noi abbiamo una società e una moralità che diventano sempre più antiquate, sempre più anacronistiche. Un tipo di società con una moralità dove il bene è essere bravi e osservare le regole, è piena di persone scontente, e lo diventerà sempre di più. La morale che noi abbiamo è antiquata. E tu, se mi perdoni, eri partita spontaneamente con questo valore morale: restare insieme il più a lungo possibile è un bene. E io ti dico: come fai a saperlo?
Intervento: Per me la parola morale è una bella parola, per me l’unità è un valore enorme, è una cosa che mi risuona profondamente dentro. Quindi quando dico «rimanere uniti» io dico il massimo della bellezza. Mi rendo conto dell’estrema soggettività di questo, però ne sento anche la grandezza.
Archiati: E se si può restare uniti unicamente separandosi fisicamente?
Replica: Ha perfettamente ragione, questo non l’avevo pensato.
Intervento: Io, scusate, volevo spezzare una lancia per quello che dice la ragazza. Io presupponevo i figli quando lei parlava del restare uniti.
Archiati: Scusa, ti interrompo. Con i figli di nuovo non vale quello che diceva la ragazza, perché la comunione fisica auspicabile in assoluto quando c’è un figlio non è un progetto per tutta la vita, perché nell’arco di vent’anni il figlio si rende indipendente. E poi? La Chiesa ti dice: no, finché la morte non vi separi!
Replica: Certo. Il fatto che la ragazza avverta come un valore il lavorare uniti, io lo vedo sotto un altro aspetto: tante volte tu hai portato l’esempio che per costruire una casa ci vuole un pensiero, un progetto, ma ci vuole anche un tempo. Cioè, nella progettualità di certe cose il fatto di lavorare insieme, di stare insieme con amore, ti dà la possibilità di costruire qualcosa per la quale ci vuole un certo tempo e una certa forza di trasformazione che avviene solo dandotelo, questo tempo. Certo non rinunciando ad altro. È vero che la cosa poi finisce. Però il fatto di mettere fiducia nell’inizio di una cosa e avere quindi in mente un tempo in cui noi costruiremo questa cosa…
Archiati: Cosa?
Replica: I figli.
Archiati: E dopo vent’anni?
Replica: Per esempio l’alimentare reciprocamente i propri talenti non è una cosa che avviene in un giorno. Se io mi accorgo che la mia compagna ha un talento, faccio di tutto per fare in modo che questo suo talento si possa manifestare, ma certe volte non è una cosa che avviene in un giorno o in due anni, ci vuole molto più tempo.
Archiati: Sì, è ovvio quello che tu dici, e non mi venire a dire che non era compreso nel mio discorso. La mia domanda è: abbiamo a che fare con questi due esseri umani bravissimi, d’accordo?, che hanno messo al mondo figli. Adesso i figli sono oltre i vent’anni, tutti. Hanno pensato o no all’eventualità che ora non hanno più nessun motivo di essere fisicamente insieme? Se non hanno pensato a questa eventualità, il loro pensiero è molto più ristretto che non avendola inclusa nei calcoli. È questo il discorso, non quando i figli hanno due o tre anni, scusa, te l’ho già detto. Lì è l’opposto: la legge e la collettività devono aiutare i due, mettergli più pressione possibile – l’ho detto chiaramente – in modo che facciano di tutto per restare fisicamente tutti e due col bambino. Però, quando i figli sono tutti oltre i vent’anni e il fatto di andare ognuno per conto proprio non è contemplato perché è comunque un male, perché bene è soltanto un matrimonio che duri fino alla morte, questo è un moraleggiamento. Prendiamo questo caso: quando i figli sono grandi, i due genitori non hanno più nulla da dirsi e si distruggono soltanto a vicenda rimanendo insieme. Allora si separano e subito pigliano da questa società di benpensanti una condanna morale. È questo il fenomeno che io condanno, e non mi venire a dire tutt’altre cose.
Intervento: Del resto è nell’esperienza quotidiana di ognuno che, come hai detto, è già difficile capire per se stessi che cosa è bene: c’è già una lotta nei rapporti, nel che cosa fare nella vita, e perciò come fa a saperlo un altro da me, come fa a saperlo uno Stato o un’ipotetica regola generale? Perché qui stiamo parlando di regole generali, e quindi è assurdo. La regola generale tu la porti giustamente nell’infanzia, cioè nella tutela di uno che non si può proteggere da solo, di un individuo che non ha il senno per proteggersi, e quindi ci sta bene la generalizzazione. Ma quando cresciamo che senso ha che un altro, un prete o uno Stato, mi dica cosa devo fare, quando è già difficile per me?
Archiati: In Germania, non so in Italia, abbiamo l’assurdità dei matrimoni omosessuali. Siccome non potevano togliere i diritti alle coppie eterosessuali senza figli, perché non avevano avuto il coraggio di dire che un matrimonio è tale soltanto quando c’è un figlio, altrimenti è un rapporto privato come tutti gli altri, adesso devono dare tutti i privilegi del matrimonio a due maschi o a due femmine che vivono insieme. Un’assurdità! Lasciamo che ogni rapporto sia una faccenda privata! L’eccezione è quando c’è un figlio e allora bisogna decidere quali sono i doveri nei suoi confronti sia da parte del padre biologico sia della madre biologica: il padre non ha il diritto di scappare via senza doveri, ce li ha i doveri, oppure ci pensa due volte prima di mettere al mondo un bambino. Lì c’è bisogno di aiuto codificato, perché di fronte alle conseguenze che la legge ti pone davanti, di fronte ai doveri che hai nei confronti di un bambino, ricevi anche un aiuto dalla collettività per la quale è veramente un fattore negativo l’assenza di uno o di tutti e due i genitori accanto ai figli da crescere. Abbiamo un sacco di bambini che non hanno mai vissuto l’amore, non hanno mai fatto l’esperienza dell’amore e da adulti sono arciegoisti: hanno vissuto soltanto beghe, peste e corna tra papà e mamma, e questo bisogna far di tutto per evitarlo.
Intervento: Questo fatto di avere il coraggio di separarsi mi richiama, e mi dirai se il riferimento è valido, una frase del Vangelo quando Gesù Cristo chiama degli apostoli e dice loro: lasciate che i morti seppelliscano i loro morti.[39] Questo riuscire a staccarsi da certi legami che sono finiti prendendo un’altra strada, che fa parte del proprio futuro…
Archiati: Certo. In fondo questa frase del Vangelo vuol dire, e tu stesso vuoi dire, che non c’è libertà senza forza di liberarsi da, da, da… perché se io non mi libero mai da qualsiasi cosa, non sarò mai libero. La libertà parte come un liberarsi da qualcosa per aprire i nuovi scenari della libertà per qualcosa. L’esempio che tu porti è di Pietro il pescatore che vede Gesù, e Gesù gli dice: vieni e seguimi. E Pietro lo segue. Ma era sposato, Pietro. E sua moglie? Questo discorso è stato fatto duemila anni fa, quando la società era molto più omogenea che non oggi. Praticamente duemila anni sono serviti più ad ammansire questo spirito nuovo, che non a farlo valere. Il primo impulso che veramente lo propone nella sua purezza è la scienza dello spirito, è questo testo La filosofia della libertà: è la filosofia del Cristo, del Logos, che ti dà la libertà a piene mani. Però non deve essere per forza la libertà dell’egoismo o del libertinaggio: può essere anche la libertà dell’amore. Ma non si può amare senza libertà, facendosi ricattare da costrizioni e da moralismi perché si ha soltanto paura. Si può amare veramente soltanto nella libertà.
Intervento: Vorrei che mi spiegassi una frase del Vangelo che viene utilizzata in questo contesto: quello che Dio ha unito, l’uomo non può separare. Io la sento in contraddizione con tutto un mio percorso che sto facendo.
Archiati: Bene, adesso te lo faccio vedere in armonia, e non ci vuol quasi niente. Lasciamo da parte Dio che è un’astrazione e traduciamolo più concretamente con il karma: la volontà di Dio si manifesta nel karma. Il karma, la volontà di Dio, che è un’istanza superiore all’io ordinario, ha unito queste due persone: nessuno dal di fuori ha il diritto di sindacare, nessuno ha il diritto di separare ciò che il karma ha unito. Loro devono decidere.
Replica: Sempre in due, però.
Archiati: Certo, si parla di due persone che sono insieme. Cioè, quel che il karma ha unito, soltanto il karma può separare. Non altre persone.
Intervento: incomprensibile.
Archiati: È inutile che ti scaldi: senza microfono non si sente niente!
Replica: I toni sono in risposta al potere del microfono gestito da qualcuno! Io ne prendo atto…
Archiati: Parti succinto succinto, e non ci fare una conferenza!
Replica: No, assolutamente. Lei mi può interrompere quando vuole. Io non parlo per me, parlo per togliere i miei dubbi di pensiero…
Archiati: Vieni al nocciolo.
Replica: … perché io l’Archiati non ce l’ho tutti i giorni a casa…
Archiati: Per tua fortuna.
Replica: Ieri sera il discorso non è nato dalla lunghezza di un rapporto o di una relazione: è nato dal quesito se era giusto – visto che lei ha presentato una sua esperienza editoriale –, per evitare iniziative individuali che potevano far nascere cattivi atteggiamenti, decidere già da prima dell’eventuale scioglimento della società cosa ognuno doveva avere. Allora io dico: si sta introducendo uno strumento induttivo in un cammino di libertà: torniamo ancora una volta alla legge? Quelle persone, dal momento in cui è stato stipulato il contratto, cambiano atteggiamento nell’esperienza relazionale, hanno un atteggiamento di repressione non di risoluzione del problema. Se l’Io spirituale ha deciso che lei deve avere un’esperienza di disagio relazionale, non sarà un contratto a evitargliela.
Archiati: No, no. Sei proprio fuori completamente. Hai interpretato il fenomeno all’opposto. Il concetto è l’opposto di quello che tu hai detto, e siccome tu parli di quello che io avrei detto, ora lascia ripetere a me quello che volevo dire. Il concetto è questo: se dovesse venire il momento in cui ci si separa – cosa possibile e non possiamo dire che è per forza un male morale – e noi non abbiamo previsto il da farsi in un tempo in cui gli animi erano pacati e c’era armonia, e siccome normalmente quando ci si separa gli animi non sono in armonia ma sono gli uni contro gli altri, non saremo liberi nel decidere. Se invece noi abbiamo deciso in armonia cosa fare se dovesse capitare il caso (non è che deve capitare), resteremo liberi.
Replica: Scusi, io voglio seguire un mio pensiero. Nel momento in cui stiamo parlando di soggetti che vogliono fare un cammino di libertà di pensiero, io sto introducendo una legge…
Archiati: Ma no, non è così! Tutte le persone che sono qui sanno che un elemento fondamentale del da farsi in caso di separazione c’è già. Le persone che si sposano devono decidere se vogliono la comunione dei beni o la separazione dei beni: ma questa comunanza o non comunanza dov’è che diventa attiva? Nel caso in cui ci si separa, altrimenti va tutto bene. Quindi vedi che la sapienza dell’umanità avverte che già in partenza bisogna decidere: i soldi che abbiamo vogliamo metterli in comune? E com’è una separazione quando c’è la comunanza dei beni? Molto più difficile. C’è molta più sofferenza e molta meno libertà.
Replica: C’è molta più esperienza, perché è un processo di libertà. Se il mio Io spirituale, come lei stamattina ha giustamente presentato…
Archiati: Ho una proposta: buon appetito a tutti!
Sabato 10 ottobre 2009, pomeriggio
Cominciamo il settimo capitolo con una riflessione di transizione, di passaggio, dalla fine del sesto capitolo: riguardava il rapporto tra il pensare, o il pensiero, e il sentimento. E dicevamo: i miei sentimenti riguardano soltanto me, non riguardano nessun altro, è qualcosa che vivo io; i tuoi sentimenti riguardano soltanto te, sono faccenda tua. Se io mi interesso ai tuoi sentimenti, il mio interessamento è un sentimento mio nei confronti dei tuoi sentimenti.
Il fatto che il sentimento sia il vissuto personale, interiore, di una persona, non significa che questa persona debba interessarsi soltanto a sé: può interessarsi sempre di più a tutto il mondo, e allora vive sempre di più con gioia i passi in avanti che l’umanità compie e con dolore i passi indietro. Questi possono diventare sentimenti dell’individuo, sentimenti della personalità singola.
Qualcuno diceva: sì, però quando un rapporto termina c’è sofferenza e questa sofferenza è un vissuto per questa persona. È qualcosa di negativo? Il pensiero deve prendere posizione, e il pensiero dice: se questa sofferenza ti è servita a far passi in avanti, è stata la benvenuta. Se questa sofferenza è stata l’occasione per te di disinteressarti ancora di più al mondo esterno, allora non è la sofferenza che è stata negativa o positiva, ma il tuo modo di viverla.
Tutto, anche ogni sentimento, può essere vissuto in positivo o in negativo, a seconda di ciò che io ne faccio.[40] Prendiamo due contadini, con i loro campi uno accanto all’altro. Un certo giorno il contadino A dice: io avrei bisogno di una giornata di pioggia perché ho appena seminato; l’altro, B, ha invece appena tagliato il fieno. Supponiamo che piova: il sentimento di B sarà: mannaggia, mi si rovina tutto il fieno, per le mucche non varrà più nulla! B sente un sentimento di dolore, di dispiacere, però nessuno gli nega di guardare al di là della siepe e dire: lì c’è un altro essere umano che è contento per la pioggia, e lui è meno importante di me? Forse per il mio sentimento, ma non per l’oggettività del mondo dove tutti gli esseri umani hanno una parità di infinito peso perché ognuno è uno spirito eterno. E se A è contento che piova perché ha appena seminato, io posso includere nel mio sentimento (chi me lo proibisce?) la gioia di gioire con lui perché la pioggia fa crescere i suoi semi.
Di fronte a ogni sofferenza, a ogni sentimento di dolore, c’è sempre la possibilità di aprirsi agli altri e godere di qualcosa. Verrà mai nell’evoluzione un momento in cui non ci sarà nulla di positivo di cui godere? No, questo è assurdo, è proprio escluso: già la natura umana quale potenzialità totale di conoscenza – lo vedremo nel settimo capitolo – è una positività assoluta. Perciò, per quanto miserabile sia la mia attuale situazione personale, per quanto stando chiuso in me stesso io abbia tutte le ragioni di sprofondarmi nella depressione o di volermi ammazzare, ho sempre la possibilità di aprirmi, di interessarmi a qualcosa di infinitamente grande, di infinitamente positivo che c’è sempre.[41] Tocca a me aprirmi, e se lo faccio va tutto bene.
Allora un rapporto non è positivo o negativo a seconda di quanto dura: questo è un criterio del tutto esterno, del tutto materialistico. Un rapporto è negativo o positivo a seconda che le due persone crescano o non crescano: quanto duri il rapporto non importa nulla, in fondo, perché lo decide il karma, mica lo decidiamo noi. E crescere significa anche diventare sempre meno soggettivi, aprirsi, rendere i fattori del mondo sempre più importanti per noi: in questo modo si squadernano criteri sempre più validi per sapere quanto questo nostro rapporto deve durare o non deve durare. Altrimenti quali criteri abbiamo?
Ripeto la domanda: quali criteri hanno due persone per sapere quanto il loro rapporto deve durare? Se considerano soltanto se stessi, il tutto è arbitrario perché soggettivo: possono avere tutte le ragioni per continuare ancora cent’anni e tutte le ragioni per smetterla subito. Nella misura in cui si apriranno all’oggettività del mondo – e il mondo è complesso –, a quello che c’è da fare nel campo della cultura, dell’economia mondiale ecc. per inserirsi con impegno nel cammino dell’umanità, capiranno sempre meglio come inserire il loro rapporto nell’umanità, sia insieme, sia fisicamente disgiunti. Quello è il criterio. Il criterio della gestione di un rapporto è il contesto globale di tutti i rapporti, e il contesto globale di tutti i rapporti è l’umanità.
E se vedo soltanto una metà dell’umanità (che è già moltissimo, eh!), ho soltanto metà del contesto. Se il medico mi dice: ma tu pretendi da me che per intervenire sul rene io debba conoscere il contesto globale del rene, cioè tutto il corpo? Ma tu hai mai studiato patologia, i tomi di anatomia che sono una cosa complessissima? E pretendi da me che io conosca tutto l’organismo per decidere le sorti del rene dentro l’organismo? E tu, che sei il paziente, dici: certo che lo pretendo, sennò che sei diventato medico a fare? Essere uomini, allora, significa avere la stoffa, la potenzialità di conoscere il contesto globale del diventare uomini, che è l’umanità con tutta la sua evoluzione dall’inizio alla fine.
Il settimo capitolo ci dice che non ci sono limiti alla conoscenza. Questo pensare umano, che proviene direttamente dalla sorgiva purissima del Logos, è capace di afferrare tutte le cose: basta che le acchiappi nella percezione e il pensare sa subito appiccicarci il concetto. Non esiste percezione di cui il pensare non possa creare il concetto: la percezione pura non c’è, perché il pensare dice cos’è – è una prugna, è un albero, è una mela, è il mio amico, è un libro…
Il senso dell’evoluzione è di percepire tutto il percepibile, percezione dopo percezione, perché tutto il percepibile è la somma del pensabile e mi appartiene tutto. Se io fermo la potenzialità evolutiva del pensare a metà, allora dico che mi è concesso di diventare uomo soltanto a metà. No! E allora ditemi voi quale essere umano può in una vita sola percepire tutto quel che c’è da percepire! Prima di tutto c’è da percepire l’intera sequela del tempo, e lo possiamo fare soltanto se siamo presenti dall’inizio alla fine dell’evoluzione umana, alternando (come tra il giorno e la notte) tra il vivere nel corpo e fuori dal corpo.
La percezione dell’interezza dell’evoluzione umana, la percezione di ciò che è avvenuto quando gli esseri umani erano persiani, quando erano indiani, quando erano egizi e caldei, quando erano greci e romani, mi appartiene. Io ho il diritto, come essere umano, di percepire tutto quel che accade nell’evoluzione umana. E un pensare pulito, una scienza dello spirito ti dice: ma per forza!, è proprio per questo che ti è data la percezione. Tu c’eri già fin dall’inizio, con occhi che si son formati sempre più belli e perfetti e hai avuto la possibilità di percepire tutto: tu eri con gli indiani, tu eri coi persiani, tu eri con gli egizi e caldei, tu eri con i greci e i romani, adesso ritorni come italiano nel ventunesimo secolo e avrai sempre la possibilità di percepire tutto.
Giuda[42] che muore dice al Padreterno: tu non hai il diritto di darmi una capacità di pensare in grado di pensare tutto, e poi concedermi nella percezione soltanto un frammentino di quello che c’è da percepire! E no, allora avresti dovuto darmi la capacità di pensare soltanto quel pezzetto, solo quel frammento di evoluzione che io ho potuto percepire. E siccome non è così, io ho il diritto di continuare a percepire tutto ciò che è percepibile fino alla fine! E il Padreterno gli risponde: ma tu non ti sei mai accorto che è dall’inizio che lo fai!
Non è una gran bella cosa? Quindi la legge dell’evoluzione è: svegliati! svegliati! guarda! guarda! Percepisci, percepisci, percepisci e pensa, pensa e pensa, all’infinito! In questo contesto il frammento singolo ha un senso. Ugualmente, come faccio a sapere cos’è l’unghia se non ho un’idea del corpo? o cos’è un dito? Come faccio io a sapere come imbastiamo questo rapporto tra noi due se non ho la minima idea di chi siamo noi due, come scintille eterne, come spiriti eterni nel contesto di tutta l’umanità? Quindi, risolviamo tutti i quesiti del particolare soltanto aprendo sempre di più lo sguardo all’universale. È chiaro! Il contesto del divenire umano è l’umanità intera, dove non viene escluso nessun uomo.
Abbiamo comprato un vasetto di miele, ieri: c’è su una targhetta con scritto miele italiano, con tanto di cartina geografica. Le api italiane fanno il miele in modo del tutto diverso che non le api tedesche! Del resto anche in Germania hanno il deutsche Hönig – miele tedesco. È come dire che in Italia abbiamo il Sole italiano, la Luna italiana, e poi c’è una Luna tedesca che è tutta diversa! Questo modo di frammentare, di settorializzare è ora di superarlo! Abbiamo una visione del mondo dappertutto coi paraocchi: nazionalismi all’infinito. Se voi andate in Svizzera, potete star sicuri che non c’è nessuno svizzero che non abbia il convincimento che la Svizzera è di gran lunga la nazione più importante di tutto il mondo, che decide le sorti del mondo: la Germania, in confronto alla Svizzera, non vale nulla!
Allora, torniamo al contadino che dice: ma è proprio necessario che io mi renda così importante tanto che debba contare soltanto il mio fieno? Per l’umanità, per la Terra, sono altrettanto importanti i semi del mio vicino che hanno bisogno di acqua. Pensiamoci bene: supponiamo che questo contadino sia un filosofo in erba. Comincia a filosofare e dice: adesso trascendo il mio personale, i miei sentimenti individuali, e mi chiedo: per il divenire oggettivo della Terra, per il bene dell’umanità, metafisicamente che cosa è più importante il fieno che va a ramengo o i semi salvati? Salvare questi semi, far sì che non vadano sprecati è molto più importante! Allora va bene così! Questo contadino filosofo in erba può arrivare alla conclusione metafisica che quando e dove è meglio che piova o ci sia il Sole conviene lasciarlo decidere a qualcun altro, perché se dovesse lui gestire e decidere, poveri noi! E se chi decide della meteorologia ha fatto finora questo mestiere, l’ha fatto per millenni in un modo che è saltato fuori un mondo così bello e così vario nel suo insieme – soltanto gli uomini, negli ultimi tempi, ce la fanno a rovinarlo –, allora lasciamo a lui decidere quando e dove deve piovere.
Sì, però se il mio fieno si rovina e le mie mucche muoiono senza fieno? Questi due contadini sono amici, si incontrano alla siepe e uno dice all’altro: il Padreterno, il tempo, ha rovinato il mio fieno per salvare i tuoi semi. E l’altro: ah, cosa ti manca per le mucche? Mi manca il fieno, no?! Dài, te lo do io, il fieno: ne ho in avanzo e te lo do. E tutto è a posto.
Voglio dire che è possibile svolgere tutte le situazioni in positivo, ed è la cosa più intelligente che si possa fare. Svolgerle in negativo non serve a nulla, è diminuire sempre di più il proprio essere e l’essere altrui. L’arte del divenire, l’arte dell’evoluzione, è di costruire sempre sul positivo, è rendere l’evoluzione sempre più positiva. La positività del pensare sta nel capire sempre più cose, nell’integrare sempre più elementi di comprensione per allargare lo sguardo e, in ultima analisi, cogliere l’insieme.
Teniamo presente che uno sguardo d’insieme presuppone una percezione dell’insieme, perché io non posso pensare l’insieme, la totalità, senza avere la percezione della totalità. L’ora che scocca ai tempi nostri è che noi siamo la prima generazione in assoluto, nei tanti millenni dell’evoluzione, che ha la percezione del tutto attraverso i mezzi di comunicazione. Noi abbiamo la possibilità di percepire direttamente sei miliardi di persone, o le due torri di New York che bruciano come due torce e cadono. Per la prima volta viviamo nel tempo della percepibilità del tutto, quindi per la prima volta è data all’essere umano la pensabilità della totalità, del tutto nel suo insieme.
Naturalmente è molto più facile dare la percezione: basta la tecnica, bastano i mezzi di comunicazione con le immagini che si spostano da un punto all’altro della Terra. Il pensare che interpreta, che coglie, che capisce, che scevera il senso evolutivo di questo insieme percepito, questo pensare da aggiungere è lasciato a ogni individuo: però è possibile, perché il pensare può sempre affrontare ogni tipo di percezione che si presenta. E se abbiamo per la prima volta la percezione dell’insieme – che è una cosa enorme, assolutamente incredibile! –, vuol dire che per la prima volta abbiamo la possibilità di pensare pensieri che abbracciano il tutto, che tengono conto del tutto.
Per esempio, se il costo del petrolio sale di cinque dollari al barile, in base alla percezione di ciò che avviene in Cina (per la Cina il petrolio è molto importante) il pensare ha la capacità di capire cosa avviene nell’umanità, quali sono le conseguenze positive e negative se il petrolio va su o va giù. Se io non metto nel contesto mondiale questo prezzo che va su o giù, resto con un pensare antiquato, non abbastanza moderno da pensare in chiave di globalizzazione: il mutare del prezzo del petrolio ha immediatamente ripercussioni su tutto l’organismo della Terra e dell’umanità. È chiaro.
La scienza dello spirito è la scienza del tutto, dell’insieme. Non esiste uno scienziato della realtà spirituale che non si ponga la domanda: cosa comporta un aumento di cinque dollari per barile di petrolio sul prezzo del pane che io mangio a colazione? Se non si fa queste domande, allora la percepibilità è andata avanti e il pensiero è restato indietro. Il pensare è chiamato a diventare cosmopolita, perché la percezione è diventata per natura cosmopolita. Perciò vi dicevo del disegnino dell’Italia presa a sé sul vasetto di miele: e di là cosa c’è? Nulla! Il mondo finisce là! Ma è una cosa così assurda! E questo vale per altre nazioni, eh? Per esempio negli Stati Uniti (ci sono vissuto) ho trovato forti nazionalismi, basati sulla grandezza del territorio e su un potere militare che schiaccia. Però l’umanità non è fatta solo degli Stati Uniti. Barak Obama ha ricevuto il premio Nobel per la pace…
Intervento: Sulla parola. Per quello che ha detto.
Archiati: Beh, rispetto a un Bush ha fatto accenni di dialogo con l’Iran. Ha detto no a questi scudi pianificati nella Repubblica Ceca e in Polonia. Aspettiamo.
Interventi: incomprensibili
Archiati: Sull’inquinamento dice a Ford, dice a Chrysler, dice a queste grandi compagnie americane dell’automobile: dovete fare auto tre volte più piccole ecc. E quelli gli rispondono: no, non si può.
Interventi: incomprensibili
Archiati: L’evoluzione non si compie dove c’è potere. Dove c’è potere c’è costrizione, non c’è libertà. L’evoluzione si compie dove c’è libertà e libertà vera c’è solo nell’individuo che decisamente, volutamente e coscientemente rinuncia al potere più che può.
Quand’è che un rapporto termina? Quando uno dei due, o tutti e due, percepiscono l’altro come esercitante un potere. Non mi sento più libero con te. Non mi lasci più libero. Potete pensare schiettamente tutti i motivi possibili, tutte le percezioni, tutta la fenomenologia, solo se li riducete proprio al fattore del potere: non mi sento più sufficientemente libero e perciò devo andare, perché cerco la libertà. Finché io mi sento libero resto volentieri con l’altro, anche perché so che viviamo in un mondo pieno di costrizioni dove non sarà facile trovare un’altra persona con la quale vivere sentendomi così libero. Quindi l’unico motivo per andarsene si riduce al fatto che l’esperienza della libertà, con questa persona, mi è diventata sempre più esigua e perciò adesso cerco spazi di libertà.
Vanno percepiti e pensati i meccanismi attraverso i quali, soprattutto nei rapporti, sorgono fenomeni di non libertà: quelli vanno esaminati, perché esaminandoli e conoscendoli, affrontandoli in chiave di pensiero, si possono evitare sempre di più e si possono incrementare i modi di rapportarsi l’uno all’altro che danno a ognuno il sentimento di una sempre maggiore libertà: La libertà, in fondo, è un sentimento: io, o mi sento libero o non mi sento libero ed è inutile fare una disquisizione metafisica sul sono o non sono libero.
La libertà è un sentimento, via! Figlia mia, fai quello che vuoi però sarebbe molto bello se tu ti sposassi in Chiesa! Si sente libera o non si sente libera, la figlia di questa madre? Sarebbe bello se ti sposassi in Chiesa… però sei libera di fare quello che vuoi, eh?! È libera o non è libera? In teoria è libera! Fai quello che vuoi, e quello che piacerebbe a me non ti riguarda – allora sì che è libera! Io sono contenta quando fai quello che vuoi: quello che io preferirei non c’è, sennò non saresti libera. Sono tante le mamme fatte così?
Intervento: Io ne ho una così!
Archiati: Ah sì? Bene, una basta! E si vede che sei fortunata: sei tutta felice… ma diciamo che è l’eccezione, non la regola.
Replica: Mio padre è il contrario.
Archiati: Ma basta la mamma: in queste cose qui conta più la mamma, perché il padre si manda più facilmente a ramengo!
VII
Esistono limiti alla conoscenza?
VII,1 Abbiamo stabilito che gli elementi per la comprensione della realtà vanno tolti {desunti} da due sfere: quella del percepire e quella del pensare. La nostra organizzazione richiede, come abbiamo visto, che la piena, intera realtà, ivi incluso il nostro proprio soggetto, ci appaia dapprima come dualità. La conoscenza supera tale dualità, in quanto dai due elementi della realtà, percezione e concetto elaborato dal pensare, mette insieme la cosa intera.
Riassumiamo di nuovo: perché la realtà mi si presenta da un lato come percezione? C’è un mela sul tavolo: il bambino piccolo percepisce la mela? No! Ci siamo detti: se vogliamo essere veramente scientifici, dobbiamo dire che il bambino piccolo non ha ancora la percezione. La mela, nella sua realtà astrale, opera nel corpo astrale del bambino ma il corpo di pensiero, l’io, è soltanto in germe, è soltanto potenziale. Quindi c’è un influsso della mela sul bambino, ma non c’è ancora la percezione. La percezione c’è quando il bambino chiede: cos’è? Allora diventa percezione, allora il bambino isola questa cosa rotonda da tutto il resto; ma prima di chiedere che cos’è?, lui non era ancora in grado di isolarla dal tavolo.
Quando isola l’unità-mela dal resto (dal tavolo, dalla stanza ecc..) e chiede che cos’è?, il bambino è in grado di percepirla e questa è la potenzialità al pensare. Prima, cosa percepiva? Tutto e nulla: non c’era una percezione singolarizzata, mentre il concetto di percezione include il fatto che essa sia determinata, altrimenti non è una percezione. Quindi il bambino piccolo piccolo non ha percezioni, se vogliamo essere precisi, perché nel momento in cui sorge veramente la percezione in base alla domanda che cos’è?, la mamma gli risponde: è una mela – il bambino, l’abbiamo detto, comincia a formare i concetti sulle ali del linguaggio.
Ci siamo anche detti che la maggior parte degli esseri umani, oggi, in chiave di materialismo, dei concetti ha soltanto le rappresentazioni appiccicate alle parole. Infatti il concetto di mela è molto complesso, e se cominciassimo a formarcelo dovremmo prima di tutto chiederci cos’è essenziale al concetto di mela, cos’è accidentale ecc. La formazione del concetto è un’evoluzione del pensiero all’infinito.
Allora, stavo dicendo, il bambino piccolo non ha ancora la percezione, ma quando io, da adulto, ho la percezione della mela e ci aggiungo il concetto non mi manca nulla: è una mela, punto e basta. Che poi il concetto di mela sia in chiave di pensiero sempre più ampliabile, sempre più approfondibile, sempre più perfettibile ecc… questo è nella natura delle cose. Il concetto esauriente di mela cosa comprende? Tutto il suo contesto, che è il mondo intero.
La direzione evolutiva di ogni concetto è il tutto, perché ogni concetto ha un senso completo soltanto nella sua funzione nel tutto. Io so che cosa fa allo stomaco il mangiare una mela? Se lo so, ho un frammento in più sull’essere della mela, conosco qualcosa di più sulla mela. Se adesso, oltre a ciò che fa allo stomaco, so quali effetti la mela fa sul cervello, amplio il concetto di mela, perché il creatore della mela deve averla creata avendone presenti tutti gli effetti su tutti gli elementi del cosmo. Diventa vertiginosa, la cosa! E perciò l’evoluzione è così lunga e così bella, perché non c’è limite al pensare e al conoscere!
Quando il linguaggio mi dice mela, io lo devo porre tra virgolette, e mela è un cammino all’infinito, una potenzialità di evoluzione di pensiero all’infinito. Pensare la mela fino in fondo, significa pensare tutto il mondo con la mela dentro. Il discorso fila, non è che lo potete smontare più di tanto.
Pensare una mela, poi, è molto più semplice che pensare un individuo umano nel suo contesto: lì tutto diventa enormemente più complesso. Per non dire, poi, il rapporto tra due individui, per non dire poi un popolo nel contesto di tutta l’evoluzione dell’umanità, e non soltanto nel contesto dell’umanità odierna ma in tutto il contesto evolutivo.[43] Cammini di pensiero all’infinito!
Sono trentadue anni che studio giorno e notte questa scienza dello spirito di Steiner e quello che mi appassiona e mi meraviglia è che diventa sempre peggio, la cosa, cioè sempre meglio: tutto si amplia, non ci sono limiti. Tu leggi una pagina, ti si squarciano orizzonti e dici: per fortuna che ci sono diverse vite a disposizione per capire queste cose! Giri pagina ed è ancora peggio! E il mio spirito dice: che bello, che bello, non finisce mai, diventa sempre più grande, sempre più profondo, sempre più bello.
I dogmi sono le paure del pensare. Paura di perdersi in questo mare magnum. Chi ha paura del pensiero si mette i paraocchi dei dogmi.
Il credere è la pigrizia del pensare: è più comodo credere che pensare. E il guru è quello che si fa pagare per consentire l’aver paura e l’essere pigri: va incontro alla paura coi dogmi, va incontro alla pigrizia con verità da credere. E lo devi pure pagare.
Via i dogmi, via il credere. Se noi prendiamo la fede nel senso di p…stij (pístis) è proprio l’opposto: il concetto greco neotestamentario del credere è quello di dare fiducia. A che? Che cosa è degno al massimo di fiducia?
Intervento: L’io.
Archiati: No, il pensare! L’io è un’astrazione, invece il pensare lo percepisco direttamente! Massimamente degno di fiducia è il pensare.[44] Se io credo nel pensare questo credere è propositivo, non mi ferma: credo nella capacità infinita del pensare di penetrare, di scandagliare sempre più a fondo tutti i misteri dell’universo. Questa sì che è una credenza, questa sì che è una fede! È un credere, ma nel pensare.
Che cosa aumenta la mia fiducia nel pensare? Soltanto l’esperienza di diventare sempre migliore nel pensare, perché se io voglio aver fiducia nel pensare e divento sempre peggiore nel pensare, come mi sorge la fiducia? La fiducia nel pensare sorge pensando! E pensando sempre meglio, sempre più a fondo, sempre di più. Allora rimbocchiamoci le maniche e va tutto bene.
E se viene qualcuno e mi dice: ma se tu non credi questo e quest’altro vai all’inferno! (mia sorella suora me lo diceva) rispondo che se in paradiso ci va certa gente che io conosco bene, preferisco mille volte andare all’inferno! Ho sempre detto che le rappresentazioni dell’inferno sono molto più interessanti che non quelle del paradiso, con due o tre angioletti che suonano il violino e il mandolino: dopo un’ora e mezza di concerto mi stuferà, la cosa! Invece lì all’inferno…, lì sì che… Leggi l’Inferno di Dante: quando arrivi in Paradiso, uno ritorna volentieri a leggere l’Inferno. Tra l’altro il linguaggio è più pepato. Ma diciamo pure che se faremo duecento, trecento, quattrocento anni di scienza dello spirito potremo arrivare al punto da godere il Paradiso dantesco tanto quanto ora siamo in grado di godere l’Inferno. Però mi concederete che, per com’è oggi l’umanità, l’Inferno si gode di più che non il Paradiso, perché nel Paradiso di Dante, se non si hanno gli strumenti di una scienza dello spirito per comprendere e godere cose veramente eccelse, non ci si capisce nulla e ci si annoia. Tra l’altro, Dante aveva tenuto nascosti per un certo tempo gli ultimi canti del Paradiso perché pensava che fossero pericolosi e troppo esoterici. Poveraccio, se avesse saputo che tanto non li avrebbe letti più nessuno!
Intervento: Non è vero!
Archiati: Come non è vero? Ah, tu sei quella che ha la mamma… Hai letto anche la Divina Commedia?
Replica: Mia mamma legge la Divina Commedia con un gruppo di amiche da dieci anni!
Archiati: Bella cosa!
Replica: Allora posso segnalarle un libro su Dante. È di Maria Soresina e s’intitola Libertà va cercando.
Archiati: È un verso della Divina Commedia.[45]
Replica: La scrittrice non ha ancora conosciuto l’antroposofia…
Archiati: Mica è un peccato mortale, eh?
Replica: …e perciò se qualcuno di noi legge il libro sente che le manca qualcosa, però sta facendo una ricerca molto importante su Dante.
Archiati: Studiare la Divina Commedia va benissimo, va benissimo!
(VII,1) La maniera in cui il mondo ci si presenta prima che per mezzo della conoscenza esso abbia acquistato il giusto aspetto, la chiameremo mondo dell’apparenza {vedete non dice «mondo della percezione». Il tavolo con la mela sopra per il bambino piccolo che guarda è un mondo dell’apparenza, non è un mondo con un tavolo e con una mela: è indefinito, anche a livello di percezione}, in contrapposto all’entità unitaria composta da percezione e concetto. Diremo allora che il mondo ci è dato come dualità (dualistico), e che la conoscenza lo trasforma in unità (monistico).
La mela non è una dualità, è una unità, però io la colgo da due parti: dalla percezione, che mi viene incontro dall’esterno, e dal pensare, che ho l’impressione che mi sorga dall’interno. Il pensare dice che cos’è, esprime l’essenza della cosa percepita. Ma queste categorie di esterno e interno non sono spaziali, stanno soltanto a dire: ciò che io chiamo la percezione della mela c’è senza di me e perciò mi è esterno – esterno in quanto io non sono attivo. Quindi la categoria esterno significa: sono passivo, la ricevo, mi viene incontro, la trovo già fatta. Quando penso e creo il concetto dico che è interno perché sono io a pensare: la creazione del concetto c’è soltanto grazie a me, alla mia attività di pensatore, alla mia attività pensante.
Quindi cos’è la percezione? Ecco un’altra definizione di percezione: è una provocazione a pensare. La percezione è una cosa spogliata della sua essenza per provocare il pensare a produrre la sua essenza: e il pensare dice mela.
Intervento: Quindi se la percezione è il nulla del pensare, il concetto è il tutto della percezione.
Archiati: È il tutto della percezione. È l’essenza della percezione. L’essenza della mela cos’è? È il concetto che il Logos si è fatto quando disse la mela sia, e la mela fu. Cosa ha pensato dicendo: la mela sia? Si è fatto il concetto di mela, l’ha creato. L’uomo materialista di oggi dice: ma è solo il concetto? Quella è l’essenza, perché la realtà spirituale è la realtà! La mela esterna è una parvenza perché oggi c’è e domani non c’è. Invece la mela come concetto, come realtà vivente nell’eterico (come idea, direbbe Platone) è eterna. Ed è talmente operante che fa crescere tutte le mele, fa sorgere tutte le mele esterne percepibili e le fa sparire, perché le ha pensate dall’inizio alla fine.
Intervento: Per portare veramente la mela al mio interno devo creare il concetto: a quel punto è dentro di me.
Archiati: Adesso togli tutto ciò che è spaziale a quello che hai detto.
Replica: È la stessa cosa: l’ho recuperata nella sua essenza. Non è più esterna o interna: è quello che è. Recupero la sua realtà soprasensibile al di là della materia, diciamo.
Archiati: Però adesso ti accorgi che la tua dicitura non è così centrata come prima.
Replica: Certo, perché per noi interno è una cosa più evidente.
Archiati: Ecco, prima avevi il supporto della spazialità, io te l’ho spazzata via e tu… mmmh, mmmh… C’è un modo sovraspaziale e più centrale di esprimere quel pensiero: divento io mela. Perché io sono il pensare e pensando mela io sono mela. L’adagio degli Scolastici (Aristotele!) dice: la cosa conosciuta nell’atto di venir conosciuta e il conoscitore nell’atto di conoscere sono una cosa sola. Una unità assoluta. Lo abbiamo già detto all’inizio di questo nostro incontro. Quando io penso mela, mi illumino di mela e sono spiritualmente mela. È ovvio, basta capirlo. È evidente.
Il processo di dimostrazione nelle scienze naturali, poiché queste si fondano sul mondo sensibile, dice: se tu vuoi dimostrare una cosa, rifai gli esperimenti, rifai le percezioni e in base a queste fatti i tuoi pensieri. Questo è il processo di dimostrazione per quanto riguarda le cose sensibili. In campo spirituale come si dimostra qualcosa? Da sempre i grandi pensatori – Aristotele, Tommaso d’Aquino ecc… – dicono: l’istanza suprema del dimostrare spirituale è l’evidenza. Quando una cosa è evidente non c’è più nulla da dimostrare, è evidente! Si capisce, e se non la capisci non la capisci. Se non la capisci non c’è nulla da dimostrare perché non la capisci: nel momento in cui la capisci è evidente. Se io penso mela, cosa sono io, spiritualmente? Mela, è così evidente! Tornano i conti? Tornano. Però ci accorgiamo che non si tratta di sfarfugliare: sono processi di introspezione e anche concentrazione, da ripetere come esercizi sempre. Così il pensare cammina, si evolve, diventa sempre più concentrato, sempre più essenziale.
(VII,1) Una filosofia che parta da questo principio fondamentale si può chiamare filosofia monistica o monismo {questioni di terminologia, oggi forse meno importanti di allora}. Le sta di fronte la teoria dei due mondi o dualismo. Quest’ultimo non considera i due lati della realtà unitaria come tenuti separati semplicemente per effetto della nostra organizzazione, ma come due mondi assolutamente distinti l’uno dall’altro: e i principi esplicativi di uno dei mondi li cerca poi nell’altro.
La cosa in sé della mela non è conoscibile, perché è fuori di me. Allora diciamo che la percezione della mela è la mela fuori di me (ritorniamo a queste metafore spaziali), però fuori di me è un inganno: sembra fuori di me. Il concetto di mela è la mela dentro di me, è la mela che diventa me: io divento mela.
Quindi soltanto nella percezione ci sono due mondi: un mondo interno e un mondo esterno. Nel pensare c’è un mondo solo, di interiorità assoluta, di immanenza assoluta: non c’è più esteriorità nel pensare. In altre parole, il pensare è sempre essenziale, non è mai nella periferia e se è nella periferia non è più il pensare. La percezione della mela è la periferia della mela, è un ammennicolo, è un accessorio della mela; il concetto di mela è l’essenza, lì sono nel cuore della mela. La percezione coglie la periferia del mondo, l’esteriorità del mondo; il pensare coglie l’essenza, il cuore, e diventa uno col cuore del mondo, con l’essenza.
VII,2 Il dualismo riposa sopra una falsa concezione di ciò che chiamiamo conoscenza. Divide tutta la sfera dell’essere in due campi, ciascuno dei quali ha le sue proprie leggi; e li fa sussistere uno di fronte all’altro esteriormente.
Da una parte il mondo della percezione che è fuori di me, e dall’altra io che ho un mondo di rappresentazioni, che sono separato dal mondo: qui non c’è possibilità per l’essere umano di diventare uno col mondo (il dualismo non la vede, questa possibilità). Pensare, invece, è l’organo di comunione assoluta.
VII,3 Da un simile dualismo ha origine la distinzione, introdotta da Kant nella scienza e fino ad oggi non ancora bandita, fra oggetto della percezione e cosa in sé.
Questa distinzione è in fondo trascinata ancora oggi da tutte le scienze naturali nella misura in cui vogliono allargarsi a delineare una concezione del mondo.
Allora, ripetiamo la domanda: l’oggetto della percezione della mela cos’è? È la nullificazione della mela, l’annullamento della mela, perché l’uomo la percepisce senza l’essenza per lasciare al pensare il compito di mettercela. La percezione priva le cose della loro essenza e quindi nella percezione ho il nulla delle cose. E ci siamo detti che il mistero della percezione si può esprimere soltanto per paradossi, perché si presenta come se fosse qualcosa, ma in realtà è il decosificare le cose. La percezione della mela mi decosifica la mela, il pensare mi ridà la cosa in sé della mela, il concetto.
Intervento: Ma il pensare esclude la mela da tutti gli altri oggetti, dà una definizione della mela rispetto al contesto.
Archiati: Certo.
Replica: Però la cosa in sé non è ancora chiarita: io posso dare una definizione ma non posso sapere cos’è la mela, in fin dei conti.
Archiati: No, no, sei fuori strada. Io dicevo che ogni concetto è potenzialmente la totalità di tutti i concetti, perché un concetto senza contesto non è un concetto. Dimmi se tu puoi avere il concetto di mela senza avere, almeno implicitamente, il concetto di albero. Esiste una mela senza albero?
Replica: No.
Archiati: Come fai a saperlo? Lo sai perché il pensare pensa soltanto in contesti. Allora diciamo che la percezione è la decontestualizzazione della cosa e lascia al pensare l’arte di contestualizzarla. Il concetto di mela è una contestualizzazione: te la mette nel mondo vegetale, te la mette nel mondo del minerale perché gli alberi senza la terra non esistono, te la mette nel mondo dell’uomo che la mangia ecc… potenzialmente c’è tutto nel concetto di mela.
Replica: Il sapore, la forma…
Archiati: Ma certo. La mela ha qualcosa a che fare col mangiare?
Replica: Sì.
Archiati: Come fai a saperlo?
Replica: L’ho mangiata.
Archiati: Fa parte del concetto di mela, non mi dire: l’ho mangiata.
Replica: Ma se non la mangio, come faccio a saperlo?
Archiati: Il mangiare è di nuovo una percezione. Percepisco il mangiare. Fare la connessione fra il mangiare (e quindi il gusto della mela) e la mela è una faccenda del pensiero. Il pensiero è l’arte di creare contesti all’infinito mentre la percezione toglie i contesti e rende enigmatiche le cose. La percezione della mela è la sua enigmaticità perché la percezione le porta via tutto il contesto. Il pensare le rimette il contesto, perché nel concetto di mela c’è l’albero del melo, la terra, gli esseri umani che mangiano le mele…
• La percezione decontestualizza le cose e le rende enigmatiche.
• Il pensare le ricontestualizza e perciò le rende comprensibili.
E come si evidenzia il fatto che la percezione spazza via il contesto? Si evidenzia nel fatto che io esprimo la percezione pura con la domanda: cos’è? «Cos’è» è la domanda sul contesto, perché una cosa è qualcosa soltanto nel suo contesto, altrimenti non è nulla.
(VII,3) Secondo quanto abbiamo detto nei precedenti capitoli, il fatto che una particolare cosa possa venirci data soltanto come percezione dipende dalla natura della nostra organizzazione spirituale. Il pensare supera poi la particolarità, indicando per ogni percezione il posto che le spetta nell’universo.
Non è mica una faccenda della mela il fatto che si presenti a me dapprima come percezione: la mela non c’entra, il punto è che io sono fatto così. Può darsi che un Angelo abbia l’essenza della mela tutta insieme: percezione e concetto insieme. Quindi fa parte del concetto uomo di essere uno spirito incarnato nel mondo della percezione che riceve ogni cosa da due lati: dal lato della percezione e dal lato del concetto. La percezione, la parvenza della percezione, la trova fatta e i concetti li crea lui, pensando. Questo è il concetto dell’essere umano. L’uomo è quell’essere che coglie il reale da due lati opposti: dal lato della percezione e dal lato del concetto.
Qual è il senso di questo tipo di spirito? È sensato aver creato questo essere umano? Che senso ha? Ha il senso di un infinito amore divino per l’uomo, perché è l’unico modo di concedergli la gioia infinita di ricreare lui stesso tutto il mondo nel suo pensare. Il senso della creazione dell’uomo è puro amore per l’uomo, per la sua libertà. Un senso più bello, più beatificante non lo troverete mai – ditemelo se c’è. Ditemelo!
Uno chiede: che cos’è? Ma… ma che sei a fare uno spirito pensante umano? Dillo tu che cos’è! Non c’è domanda a cui l’essere umano non sappia rispondere, basta che smetta di poltrire nel pensare. E se non è capace di porre la domanda sta zitto e non la fa – come il bambino piccolo che non chiede ancora che cos’è perché non distingue nulla. Questa è la nostra organizzazione spirituale.
È quella che tu prima chiamavi l’io e io ti dicevo: andiamoci piano con questi concetti che rischiano di essere troppo astratti. L’attività, la creatività del pensare invece ce l’ho direttamente nella percezione introspettiva, ma l’io? Bisogna masticare parecchio, anche in chiave di scienza dello spirito, per arrivare a un inizio di concetto dell’io, sennò è un’astrazione. Il pensare, invece, lo so subito cos’è, perché lo esercito in continuazione. Tutti lo esercitiamo.
È più facile capirsi, intendersi sui fatti del pensare che non sui fatti dell’io, perché il pensare è la prima realtà spirituale che tutti abbiamo accessibile, immediatamente. Perciò La filosofia della libertà parla continuamente del pensare, non dell’io. Rifletti, guarda, percepisci ciò che fai continuamente! Tu pensi, pensi, pensi e il tuo compito, la tua autorealizzazione, sta nel pensare sempre meglio, sta in un pensare sempre più profondo, vasto, essenziale e nell’innamorarti di tutti i contenuti che il Logos ha sfornato. E li ha creati perché erano belli, perché li amava. Non c’è nulla al mondo di non amabile. Soltanto il nulla non è amabile, ma è nulla. Tutto ciò che c’è è amabile perché ha una funzione, ha un compito, ci deve essere. Ma come?, il mio acerrimo nemico è amabile? Eccome! I tuoi amici sono le persone che ti aiutano un poco, i tuoi nemici sono quelli che ti aiutano molto di più.
(VII,3) Finché le parti separate dell’universo sono determinate come percezioni, noi seguiamo semplicemente nella separazione una legge della nostra soggettività. Ma se consideriamo la somma di tutte le percezioni come una delle parti, e gliene contrapponiamo una seconda nelle “cose in sé”, facciamo una filosofia campata in aria, che si riduce a un semplice giuoco di concetti.
Perché? Perché se le percezioni sono reali, sono le cose che veramente percepiamo, allora la cosa in sé dovrebbe essere percepita, altrimenti che cos’è? La cosa in sé è un percepibile non percepibile!
Intervento: La percepirai dopo.
Archiati: No, sta’ attento: Kant non dice che la percepirai dopo. Dice: la cosa in sé è per natura inconoscibile, e se è per natura inconoscibile deve essere anche per natura impercepibile. E se è impercepibile è nulla. Punto e basta. È un’invenzione della testa bacata del grande Kant. Beh?, tutti zitti? Soltanto in Italia posso dire su Kant certe cose! In Germania devo stare più attento!
(VII,3) Costruiamo una contrapposizione artificiale, ma per il secondo membro {la cosa in sé} della medesima non possiamo trovare alcun contenuto, poiché per una cosa particolare questo può essere ricavato soltanto fuor dalla percezione.
La cosa in sé della mela per essere qualcosa deve essere percepibile, sennò non è nulla.
Intervento: La percezione è nulla, continuiamo a dire che è nulla. Però è qualcosa!
Archiati: È molto importante quello che tu hai detto spontaneamente: la percezione è nulla e però è qualcosa! Sono paradossi, però io non ho mai detto che la percezione è nulla: ho sempre detto è il nulla del pensare. Non il nulla in assoluto. Se fosse il nulla in assoluto, e io comunque sto parlando di qualcosa, devo dire cos’è. Se invece dico: è il nulla del pensare, dico che la percezione è un pensare che manca – e quando ci metto il pensare va tutto a posto. Quando io dico che un tavolo ha un buco, e uno mi chiede: il buco cos’è?, gli rispondo: è un pezzo di tavolo che manca. C’è o non c’è, il buco? Il buco è qualcosa o è nulla?
Intervento: È un nulla con qualcosa intorno, come la ciambella.
Archiati: Questi sono esercizi importantissimi da rifare sempre di nuovo. La percezione è un buco nel pensiero, però il concetto di buco è uno dei più difficili, dei più micidiali: bisogna continuamente esercitarlo. Il buco nel tavolo non è nulla, è un buco: se metto una bottiglia lì cade giù, e il chianti va a ramengo!
Intervento: Il buco ha un effetto.
Archiati: Bravo, ha un effetto, questo buco, però è nulla. Non è qualcosa, è la mancanza di qualcosa. È il nulla del legno. Per questo dicevo che la percezione è un decontestualizzare e che il pensiero ricontestualizza. La percezione è un buco nel contesto universale del pensare cosmico, e questo buco mi provoca a riempirlo, a tapparlo: quindi il pensare è il tappabuchi! La percezione crea buchi nel pensare e il pensare li riattappa tutti. E a forza di attappare, poi c’è da sturare tutti i tappi di questo mondo. Facciamo una pausa.
Archiati: Chi vuole il potere del microfono?
Intervento: È una domanda riferita al discorso di stamattina. È chiaro che quando parlavi della presenza fisica fra due persone, della separazione, del fatto di lasciare andar via l’altro, tu lo dicevi perché una persona ha l’esigenza e la possibilità di fare qualcosa per la comunità – e hai portato anche l’esempio di Pietro che lasciava la moglie per seguire Gesù. Io però vorrei che tu mi spiegassi perché in genere avviene che due persone si separano perché una delle due persone smette di amare e trova un’altra persona della quale s’innamora, magari più adatta a lei, o più giovane o che gli va meglio. Secondo me la maggioranza delle separazioni sono su questo piano qui, su questo piano egoistico e allora è difficile, poi, rimanere amici o creare un rapporto di serenità – che sarebbe invece auspicabile, in quanto se si ama si vuole che l’amato stia bene, anche se lontano o con un’altra persona. Allora ti volevo chiedere: quand’è che uno lascia perché questo suo andare può aiutare l’umanità?
Archiati: Quello era un esempio, e ora tu porti un esempio opposto: una persona non se ne va in base a una chiamata o a una missione da svolgere, ma perché ha trovato una persona che gli piace di più. E tu dicevi, giustamente, che questo esempio opposto è molto più comune che non quello ideale e stratosferico che ho tirato fuori io. Ma siccome questa domanda ci occupa perché è così centrale, è giusto che tu la riprenda e la porti nella normalità. Ora, il normale egoismo non è una cosa cattiva: è normale. Si fanno passi in avanti non sbaragliando l’egoismo, che è il sano amore di sé, ma aggiungendoci sempre di più l’amore verso l’altro.
Vi porto adesso due possibilità fondamentali:
• una è normale: chi viene lasciato indietro e resta solo perché l’altro trova di meglio è scontento, dice peste e corna dell’altro, si arrabbia ecc… Questo è normale, quindi non c’è bisogno che ci soffermiamo perché conosciamo la situazione;
• ben diverso è se progettiamo una idealità: quale sarebbe il modo ideale di reagire? Progettando il modo ideale di reagire, progettiamo una traiettoria e diciamo: nella misura in cui avremo sempre più individui che vanno in questa direzione, sarà sempre meglio nei rapporti.
Intervento: Ma questo lo devi decidere a monte.
Archiati: Aspetta, lo devo ancora dire! Devi pensare già da prima a cosa sarai capace di fare quando il rapporto diventerà difficile, perché se aspetti a farlo quando sarà tutto difficile non riuscirai ad accordarti, per esempio, su come spartire le cose. Quindi adesso calma, che io vi delineo, in linea di massima naturalmente, un comportamento ideale e sono sicuro che voi dovrete constatare che, sì, in effetti, più camminiamo in questa direzione bella, libera e propositiva e meglio sarà nei rapporti umani. E vi aggiungo, tra l’altro, che quelle che sto dicendo non sono teorie, per me – non per niente ho perso un po’ di capelli –, vi dico cose che per me sono realtà, che in me vivono come ideali reali (fino a che punto, poi, io sia andato avanti un pochino, queste sono faccende mie).
L’ideale è che non il giorno dopo che noi cominciamo a vivere insieme, ma lo stesso giorno io dico all’altro: guarda che se dovesse saltar fuori anche subito domani, o fra un anno, una persona di cui tu ti innamori (devo aprire la solita parentesi: parliamo di rapporti dove non ci sono bambini piccoli, chiaro?, perché altrimenti il discorso deve esser tutto diverso: la prima responsabilità è verso i bambini piccoli), uno che ti corrisponde meglio di me, devi sapere che io sarò la prima persona a gioirne e mai più io vorrò imporre me stesso se un altro ti corrisponde di più! Dove sono i problemi? Questa è la direzione dei rapporti!
Replica: Ma questo non è un andar via per l’umanità.
Archiati: No, sta’ attenta. La mia compagna, o il mio compagno, di vita mi dice: ho trovato un altro che mi corrisponde meglio. Ma ti corrisponde meglio per renderti più egoista o ti corrisponde meglio perché favorisce il tuo cammino? Magari per adesso tu aumenti il tuo egoismo andando verso quell’altro, ma non importa: tanto saresti scontenta restando con me, quindi l’importante è che ci provi. Però io ti accompagno augurandoti che questo rapporto tiri fuori da te maggiori talenti di quelli che sono stato capace di favorire io, e questi talenti fecondano l’umanità. Cioè, se io ho soltanto l’impressione di favorire l’egoismo dell’altro, di renderlo ancora più forte, non ho la forza di dirgli: vai! Quindi anche in questo caso resta il contesto dell’umanità, eccome. Nessuno è nato perfetto: se l’altro vuole andare, deve andare. E io l’accompagno col pensiero che dice: guarda che tu camminerai in avanti soltanto se aggiungerai all’amore di te, all’egoismo che la natura ti dà, sempre più amore per tutta l’umanità. Però, se è vero che adesso tu trovi un’altra persona con la quale stai più volentieri che non con me, ne gioisco. Sennò non ti amo. È una separazione? Non è più una separazione. Però, per gioire di ognuno che se ne va bisogna diventare sempre più liberi.
Allora diciamo: dobbiamo imparare l’arte di diventare sempre più liberi, altrimenti siamo sempre più dipendenti dall’altro e questa non è libertà. Amo l’altro soltanto quando non ne ho bisogno, perché se lo amo perché ne ho bisogno, amo me stesso, amo il mio bisogno. Ti amo perché non ho bisogno di te, ti amo perché posso vivere benissimo anche senza di te. Perciò ti amo.
Intervento: È l’amore ideale della madre per il figlio.
Archiati: Però ci sono tante madri che non sanno vivere senza il figlio, tant’è vero che l’Italia è il paese in assoluto dove i figli e le figlie – bambocci – restano sotto la gonna della mamma più a lungo che non in tutti gli altri paesi del mondo.
Intervento: Questa mattina hai detto che l’Io superiore crea le brame: ma se una persona è impasticcata di psicofarmaci o di droga, come fa l’Io a creare delle brame? È tutto appiattito. Come agisce l’Io?
Archiati: Sono due cose diverse. Il discorso era (Fig.24) che l’Io spirituale ha già previsto nel futuro incontri, eventi: sono già presenti nel futuro e quindi bisogna andare in quella direzione. Per aiutare l’individuo ad andare in quella direzione, l’Io fa sorgere le brame e i desideri: ci sono brame e desideri naturali, che sono un modo per vedere come si orienta il mio essere. In questo senso è chiaro che il mio Io superiore concorre a far sorgere brame e desideri, non sono soltanto una faccenda dell’io inferiore. Paola chiede: come fa l’Io superiore, l’Io spirituale, a far sorgere in una persona brame e desideri naturali (cioè che corrispondono a ciò che poi le verrà incontro) se questa persona prende droghe o psicofarmaci? In questo caso le brame e i desideri vengono adulterati: le droghe e gli psicofarmaci creano brame e desideri indotti che non provengono dall’Io.
Dicevo che droghe e psicofarmaci sono due fenomeni di natura profondamente diversa: l’individuo prende droghe in base alla sua libertà. Se un giovane si dà alla droga, che fai? Ci si può domandare: nella nostra società, nella nostra cultura, cosa è mancato? Quali carenze, quali buchi ci sono? Gli abbiamo creato un vuoto, perché darsi alla droga è sempre un modo di tappare i buchi del vuoto interiore. Se c’è la pienezza interiore, un essere umano non si dà alla droga, è escluso. Però, nel momento in cui lo fa non possiamo intervenire: è una lesione della libertà. Dobbiamo cambiare la cultura e ci vuole tempo. La libertà è un valore morale assoluto: ogni lesione di libertà è moralmente male. È nel karma di questa persona, è nel suo destino la droga, è il suo stesso cammino che la porta a prenderla: noi vogliamo e possiamo fare di tutto perché non arrivi a questa decisione, ma non possiamo proibirgliela.
Invece, dare psicofarmaci è una decisione di adulti pieni di pigrizia, di poltroneria: per risparmiarci un cammino di arricchimento dell’essere umano, lo sediamo con gli psicofarmaci. In una società sarebbe comunque meglio se si potessero evitare tutti gli psicofarmaci. In Germania, ma anche in Italia, dappertutto, abbiamo alunni di otto, nove anni, o addirittura più piccoli, che riesci ad averli a scuola soltanto dandogli gli psicofarmaci. Ma è allucinante, la cosa.
Replica: Perché gli insegnanti hanno paura dell’iperattività dei ragazzi.
Archiati: Cosa vuol dire iperattività?
Replica: Che non riescono a star fermi.
Archiati: Io ho sempre detto che una cultura che costringe un bambino di sette, otto anni a star seduto immobile per delle ore è una barbarie assoluta. È contro natura.
Intervento: Un farmaco molto usato è il Ritalin.
Archiati: Prendete il caso mio: fino a cinque anni, cinque anni e mezzo, sgambettavo nei campi, le scarpe non sapevo neanche che esistessero… un paio di mesi dopo, ore e ore seduto!
Intervento: E con le scarpe!
Archiati: Con gli zoccoli, le scarpe costavano troppo.
Intervento: Anche i vaccini sono un fenomeno moderno: basta che arriva un’influenza e subito vaccini.
Archiati: E sì. Fa parte del discorso che si faceva stamattina, che dobbiamo avere il coraggio di affrontare un’umanità che diventa sempre più complessa. Questo uniformare i bambini perché stiano tutti belli tranquilli è un comodismo culturale che non potremo più trascinarci oltre, perché i bambini mostrano sempre di più la loro natura. Se era ancora possibile trent’anni fa che i bambini fossero bravi, ben venga che adesso non lo siano più perché qual è il risultato di questa bravura che abbiamo avuto noi, quando eravamo bambini? Il dormitorio culturale del materialismo dove la gente vuol soltanto godersi la vita e non cammina, non cammina, non cammina! I nostri bambini rumoreggiano e dicono: no, no, noi non vogliamo una vita dove si è soltanto bravi e dentro c’è il vuoto, noi vogliamo essere più ricchi, più ricchi, più ricchi, vogliamo muoverci, vogliamo conquistare qualcosa. E ai nostri maestri viene la tremarella, giustamente: hanno soltanto imparato a spifferare sapere.
Il giovane di quattordici anni ha il computer, ha Internet e dice: ma la mia maestra non ne sa nulla! Viene a scuola propinandomi tutta una serie di cose da sapere, ma ancora non ha neanche scoperto che io col mouse, click!, trovo tutto. Ho accesso a molto più sapere, e ogni mezz’ora che passo davanti a questa maestra è noiosa, non vedo l’ora che finisca.
Il problema non sono i bambini e i ragazzi, sono gli adulti. Siamo sinceri: quando la voce della Chiesa ci dice: fai il bravo, sii bravo…, qual è la reazione interiore? Fatti i cavoli tuoi! Mica siamo venuti al mondo per fare i bravi – caso mai i Bravi de I promessi sposi, via! Tra l’altro, bravo viene da pravus, che vuol dire cattivo. Il cattivo latino è bravo in italiano e in inglese è coraggioso (brave). La persona coraggiosa è cattiva o buona? Per il potere è cattiva perché non si allinea. E in greco? La terza beatitudine è di solito tradotta «beati i mansueti», prae‹j (praeis): in greco questa parola significa equanimi. Si riferisce all’equanimità del mondo dei sentimenti: né l’unilateralità dell’euforia né la depressione ma l’equanimità, la spassionatezza che si rivolge al mondo esterno e gode il mondo esterno.
Allora, dal greco prae‹j abbiamo il latino pravus, cattivo: quindi la persona che padroneggia se stessa (in greco significa: colui che padroneggia i suoi sentimenti, l’equanime: una gran bella cosa) si rende libera, è libera di porsi di fronte al mondo come vuole proprio perché padroneggia i suoi sentimenti, e il latino la traduce con pravus, un farabutto! Quindi colui che ha questa forza interiore individuale di padroneggiare i suoi sentimenti, che non ha bisogno di autorità che lo mettano in riga è un farabutto, pravus! In tedesco brav – il piccolo borghese benpensante, un bravo ragazzo che sta alle regole, disciplinato, non discolo. In inglese: brave, coraggioso. Interessantissima l’evoluzione etimologica di questa parola che risale al greco praýj (praos, al singolare). La pecora che lascia il gregge, si emancipa e si rende indipendente è brava o non è brava?
Intervento: È coraggiosa.
Archiati: La mandiamo in paradiso o all’inferno?
Replica: In paradiso.
Archiati: La Chiesa la manda all’inferno. Uno che lascia la Società antroposofica è bravo? Va in paradiso o all’inferno?
Intervento: Io sono ignorante, non conosco il pensiero di Steiner…
Archiati: No, esseri ignoranti non esistono: noi conosciamo soltanto esseri umani pensanti, altri non ce ne sono! Guarda che qui coloro che non conoscono Rudolf Steiner sono in primo piano, sono i benvenuti, gli altri vengono tollerati con bontà, con esuberanza di amore (!), capito? Invece quelli che non conoscono Steiner vanno meglio.
Replica: Cerco è una risposta sul concetto di perdono: che cos’è il perdono? Serve il perdono? Penso di sì. E cosa significa perdonare? Insomma, vorrei essere illuminata su questo punto perché è un argomento non facile. Quello che mi viene facile, per quanto mi riguarda, è allontanarmi, staccarmi dalla persona che mi arreca un torto, un dolore o mi offende, però non è quello che mi dicono il mio credo e la mia interiorità. Quindi non riesco a conciliare le due cose, a gestirle.
Archiati: Un momento: si tratta di perdonare qualcuno che ti lascia, o perdonare te stessa perché vorresti lasciare qualcuno?
Replica: Perdonare qualcuno con cui io comunque ho a che fare e che mi crea dolore.
Archiati: Preclude la tua libertà, non ti senti abbastanza libera.
Replica: Sì. E comunque, in generale, che cosa vuol dire perdonare proprio interiormente?
Archiati: Prendiamo un altro caso perché le disquisizioni troppo teoriche non servono a nulla, vanno fatte su casi concreti. Supponiamo di essere in un contesto di guerra (quello della ex Jugoslavia, per esempio): una donna della Croazia, o del Kosovo viene violentata da soldati serbi, faccio per dire. Come fa a perdonare? Tu dici che non è facile perdonare. Il perdono nel passato si riferiva alle forze del cuore: dài che hai forze abbastanza del cuore, dell’amore, perdonalo, dài, non sapeva far altro! Queste forze del cuore che perdonano vengono sempre meno, quindi oggi dobbiamo trovare motivazioni in chiave di pensiero, molto più oggettive per darci la forza di perdonare.
Allora la riflessione da fare è questa: supponiamo che questo soldato sia pieno di brame, di istinti sessuali – non sa far altro. Però, se io non avessi nulla a che fare con lui, se non avessi nessun passato con lui, questa istintualità non investirebbe me, investirebbe un’altra donna. Quindi devo pormi la domanda: come mai questa istintualità che è in lui colpisce proprio me? La prima domanda da fare è: è a caso o non è a caso questa violenza? Se io ho il convincimento che è avvenuta per caso, sarà difficile perdonare perché non trovo i motivi per perdonare, e il comandamento che mi dice: devi perdonare!, mi tratta da bambino, non mi dà le ragioni del perdono.
Il primo passo, perciò, è capire che il fatto non può essere accaduto a caso, perché il caso non esiste in un mondo pieno di saggezza. Se questa istintualità reale, piena di egoismo (e lasciamo da parte il giudizio morale, che non importa nulla: vediamo il dato di fatto) investe me, vuol dire che io devo avere contribuito personalmente a farla sorgere.
Replica: Pure il senso di colpa!
Archiati: No, no, io non ho detto che è colpa mia, ma che è opera mia. Perché diventare un io autonomo senza generare in sé una somma infinita di egoismo, non è possibile. Ognuno di noi si trova a metà dell’evoluzione a essere una somma infinita di egoismo, non c’è altra soluzione. Perciò di tutte le persone che ho attorno mi investe soltanto quell’egoismo che mi riguarda, perché ho contribuito io stesso a costruirlo. Ma il fatto che io abbia contribuito a costruirlo non è una colpa, è una necessità evolutiva. Siccome ho dovuto farlo per diventare un io autonomo, gli eventi mi vengono incontro per darmi la possibilità di pareggiare con l’amore quell’egoismo che io ho creato nell’altro. Dicendo: non è te che devo perdonare ma devo perdonare me stesso, pareggio l’egoismo con l’amore.
Replica: Ma se la persona che offende non riconosce il suo torto, si crede nel giusto…
Archiati: Affari suoi. Mi riguarda soltanto l’istintualità che mi investe e che mi ha violentato. Io ho preso l’esempio di una donna che viene violentata: quello che il violentatore crede, quello che si immagina di essere o non essere sono affari suoi, non mi riguardano.
Replica: Quindi il gesto di perdonare che cosa vuol dire? Vuol dire staccarsi, vuol dire capire che cosa? Come metterlo in pratica?
Archiati: Perdonare a me stesso il fatto che non era possibile per me diventare una individualità indipendente senza creare intorno a me egoismo, egoismo, egoismo – che ora mi ritorna indietro. E allora mi dico: va tutto bene. Questo è il perdono.
Replica: Grazie, ci rifletterò.
Archiati: Il perdono significa capire le cose, e capire significa smetterla di dare la colpa all’altro o a me: e se non ci sono colpe, va tutto bene. Ci sono solo compiti per far passi in avanti, e il primo compito è quello di renderci conto che siamo tutti pieni al cento per cento di egoismo, non c’è altra possibilità. E allora va tutto bene e mi resta il compito di aggiungere giorno per giorno all’amore di sé (che ognuno ha) l’amore per l’altro. Con questo non è che stiamo dicendo esattamente come questa donna gestirà il suo concepimento, la sua gestazione, se ce la farà, se deve o non deve abortire ecc.. Tutto questo lo lasciamo a lei. Tu facevi la domanda sul perdono: perdonare significa capire che non mi può succedere nulla senza che sia il mio Io a portarmelo incontro, perché mi appartiene. Il mio Io è andato a pescarlo, questo violentatore, e me l’ha portato incontro. Io ho voluto incontrarlo perché mi appartiene.
Intervento: Eh, ma siamo lontani da queste cose…
Archiati: Certo che questi pensieri non si possono pensare all’improvviso e di botto farli diventare impulsi del cuore. Però, se uno si esercita, è possibile renderli impulsi del cuore. Mi capita soltanto ciò che mi appartiene e che il mio Io superiore ha voluto. La mia libertà sta soltanto nel decidere che cosa ne faccio, come reagisco a ciò che mi capita. La mia libertà non decide mai ciò che mi capita: non sono stata io a decidere liberamente che questo uomo mi violenti, ma posso ben decidere cosa farne di questa violenza. E la prima cosa da fare è capire. E se capisco l’origine di un fenomeno è già risolto tutto. Lo capisco: l’origine sono io, altrimenti questa istintualità avrebbe colpito un’altra donna e non me. Nulla avviene a caso.
Intervento: Il perdono è un fatto mio, l’altra persona può non saperne nulla, anzi non c’entra nulla. Il perdono è una cosa che io faccio a me, dentro di me, non riguarda nessun altro. Quando uno alla fine riesce a perdonare anche una piccola cosa, si accorge che è un passo che avviene dentro di sé, non riguarda l’altro – non è che glielo devo dire all’altro, perché non lo riguarda, è una cosa che sciolgo dentro di me.
Archiati: Riprendo la cosa da un altro lato. Queste sono cose molto importanti, e non dimentichiamo che qui in sala non abbiamo soltanto antroposofi che dicono peste e corna della cultura cattolica. Prendiamo sul serio il dialogo con la cultura che c’è e quindi mi concederete di fare un aggancio ai vangeli, al capitolo 20 del Vangelo di Giovanni (il penultimo capitolo). C’è qualcuno qui in sala che ha il Vangelo, così lo leggiamo per esteso?
«La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù e stette in mezzo e disse loro: ‹Pace a voi› e detto questo mostrò loro le mani e il costato e i discepoli gioirono a vedere il Signore, e Gesù disse loro di nuovo: ‹Pace a voi, come il Padre ha mandato me così io mando voi› e detto questo alitò su di loro e disse: ‹Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, a chi li riterrete, saranno ritenuti› ».[46]
Lo Spirito Santo è lo spirito del Logos, lo spirito del Cristo interiorizzato: il Cristo esterno sparisce e, interiorizzandolo, ognuno lo individualizza. Lo Spirito Santo è il Logos, il Cristo interiorizzato da ognuno e quindi individualizzato, è lo spirito della libertà individuale che non si può gestire dal di fuori – perciò santo. Santo significa intoccabile, non gestibile dal di fuori. E la prima cosa che dice per indicare la gestione dell’evoluzione sotto la regia dello Spirito Santo è: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, a chi li riterrete, saranno ritenuti.
Ditemi voi che cosa significa. Vuol dire: d’ora in poi gli esseri umani non potranno più essere trattati nello stesso modo. Con lo Spirito Santo comincia l’individualismo etico: ci saranno sempre di più uomini fatti così, uomini fatti cosà, uomini fatti così e cosà… e all’inizio sorgeranno soprattutto due categorie indicate con due verbi greci: ¢fe‹nai (afèinai) che significa portare via e krate‹n (kratèin) che significa tener fermo in mano, avere la forza di afferrare. Il cristianesimo petrino[47] – quello nel quale gli esseri umani sono in questa transizione di pubertà tra lo stadio infantile e la scienza dello spirito – dice: vanno un po’ più avanti nell’evoluzione coloro che hanno la forza di tenere i peccati; a quelli invece che non hanno questa forza glieli dovete portar via.
Il perdono della confessione parte da questa frase qui. Perdonare significa per il pastore (che dovrebbe essere un pochino più evoluto) appurare, rendersi conto di chi ha di fronte: se è capace o no di prendere su di sé, di tener ferme in mano le conseguenze karmiche del suo agire – perché prendere su di sé le conseguenze karmiche del proprio agire significa creare il pareggio karmico.
Il Cristo dice agli apostoli: se un essere umano è ancora bambino e non ha la forza di attribuire a sé le conseguenze delle sue azioni che gli tornano incontro perché crei lui stesso, da adulto libero, il pareggio karmico di quelle azioni, a questa persona gliele portate via, le conseguenze, lo aiutate prendendole in mano voi. Quando un bambino piccolo sparge la marmellata per tutta la stanza, vogliamo punirlo, vogliamo fargli sopportare le conseguenze della sua azione? Non ha ancora questa forza, non ha ancora questa capacità. I genitori, allora, sopperiscono prendendo su di loro il pareggio karmico dell’azione del bambino e puliscono la stanza. Quando il bambino sarà più grande i genitori diranno: no, l’hai sporcata tu e la pulisci tu!
Cos’è un peccato? Ogni azione è un peccato perché ogni azione è una parzialità: quando io compio un’azione devo avere il coraggio di essere parziale, perché se volessi fare tutto in una volta non farei mai nulla. Se la mamma col bambino vuole usare una misura un po’ severa è parziale, perché manca il lato della dolcezza: il pareggio della severità è la dolcezza. Se la mamma fa un trattamento dolce è altrettanto unilaterale: il pareggio è la severità. Quindi agire significa sempre essere unilaterali, e per fortuna c’è il karma che ci riporta le persone corrispondenti e le occasioni corrispondenti per pareggiare: pareggiare significa integrare, integrare, integrare, andare sempre di più dalla parzialità alla totalità.
Una persona moralmente più evoluta capisce di poter agire soltanto specializzandosi, capisce che ogni specializzazione è una parzialità che genera interiormente la voglia di integrarla, di ampliarla ecc… Il karma è la possibilità di pareggiare, di compensare, di integrare tutto ciò che per forza deve essere parziale, altrimenti non avremmo fatto nulla.
Il cattolicesimo, il cristianesimo degli ultimi duemila anni era ancora un cristianesimo bambino: niente di male, però lo era. Il pensiero che non esistano conseguenze karmiche se ho rubato o ho ammazzato una persona, è una pura illusione. Le conseguenze ci sono: o hai tu la forza di pareggiarle, oppure qualcun altro lo dovrà fare amorevolmente al posto tuo, vicariamente.
Il Cristo, il Logos, prende su di sé e pareggia non le conseguenze karmiche di ciò che facciamo, ma le conseguenze cosmiche,[48] cioè le unilateralità, le parzialità, ciò che è nocivo nell’oggettività del mondo, perché lì noi non possiamo cambiare le cose; ma il pareggio karmico, quello da fare nell’interiorità di chi ha agito, lo può fare soltanto chi ha compiuto l’azione.
Ripeto riassumendo al nocciolo: l’esperienza dello Spirito Santo crea nell’essere umano prima di tutto una possibilità di pensiero, quella di capire che ogni azione ha conseguenze e aspetta di essere integrata, pareggiata da colui che ha agito. Quindi la persona moralmente sempre più matura capisce che il mondo è pieno di cose che lei ha fatto nel corso dei millenni, nella parzialità – per esempio nella parzialità di essere del tutto egoista e quasi per niente amorevole.
Devo capire che il mondo è pieno di effetti del mio agire egoistico nel passato che mi vengono incontro per darmi la possibilità, per ogni atto di egoismo compiuto nei secoli e millenni, di compiere un atto di amore che lo pareggi. Se un essere umano, magari anche un bravo cattolico, non capisce questi misteri del karma dove uno deve perdonare a se stesso di essere stato così parziale, così egoista, e che lo può fare soltanto pareggiando l’egoismo con l’amore, se non è ancora abbastanza avanti da capire queste cose bisognerà trattarlo da bambino e portargli via le conseguenze del suo agire.
Intervento: Quando il Cristo, il Logos, è diventato Signore del karma?[49]
Intervento: Ma è il sacerdote che perdona.
Archiati: Vacci piano. Il Cristo non dice agli apostoli: è il vostro compito. Il Cristo dice: per gli esseri umani che non hanno ancora la forza morale di prendere su di sé le conseguenze del loro agire, per queste mi sono incarnato. Quindi l’unico pareggiatore del karma per gli esseri umani che non sanno ancora pareggiare, è il Cristo. Però il Cristo è un pedagogo che fa di tutto perché ogni essere umano, il più presto possibile, arrivi alla forza di voler pareggiare da solo. Altrimenti resta un eterno bambino. Si capisce? Vedi che non è necessario essere antroposofi per entrare nel merito di queste tematiche? O si capiscono o non si capiscono, ed essere antroposofi non c’entra nulla.
Replica: Ci è stato insegnato che il sacerdote ha il ruolo di perdonare attraverso la confessione, cioè di essere il tramite…
Archiati: Non è il sacerdote che perdona. I dodici apostoli, per aver vissuto tre anni in intima e profondissima comunione col Cristo, sono coloro che possono dire a tutta l’umanità: guarda che il Cristo è fatto così che aiuta ogni essere umano a capire e a volere su di sé, il più presto possibile, le conseguenze delle proprie azioni. Però per chi è ancora bambino e non lo sa fare lo fa Lui.
Intervento: Allora lo fa lui, il sacerdote.
Archiati: Ma lo fa il Cristo, sto dicendo!
Replica: E allora è diventato un fatto di potere l’assoluzione del sacerdote.
Archiati: Tante cose non state capite, e io vi sto dicendo ciò che c’è nei vangeli, non ciò che la Chiesa cattolica ne ha fatto.
Replica: La confessione è un fatto di potere: io ti posso perdonare o mandare all’inferno.
Archiati: Lasciamo perdere la confessione come fatto culturale reale, sarebbe un discorso ancora più complesso e non ci porterebbe a nulla. È chiaro che dove ci sono esseri umani sorge il potere, ma non è questo che ci interessa, ora: ci interessa capire le cose.
Violentando una donna l’anima del violentatore è diventata moralmente molto peggiore: io l’ho chiamata istintualità, ma l’istintualità è un’enorme omissione di pensieri di amore e di libertà. Si può pensare che tutta questa omissione, questa carenza, questo buco enorme lo si possa perdonare con una confessione? Tutti i pensieri di libertà mancati, tutti i pensieri di amore mancati si possono pareggiare soltanto con altrettanti pensieri di amore e di libertà. Un buco non si può perdonare, lo si può solo riempire! Una carenza enorme non si può perdonare, si può soltanto dire: datti da fare per riempirla. Se non sei ancora capace ti riempie un altro, dài, però è un fare dell’altro non è il tuo. E l’unica cosa importante è che tu smetta al più presto di scaricare il barile e te lo prenda in mano.
Intervento: È solo l’Io superiore che ci porta incontro queste cose? O ci possono essere forze antagoniste che agiscono dal futuro?
Archiati: Portarmi incontro l’occasione di pareggiare l’egoismo con l’amore, non può venire da Esseri maligni. Da Esseri maligni viene l’ispirazione che mi fa dire peste e corna di questa occasione: quella è la forza dell’ostacolo, che vuole impedirmi di pareggiare. Ma colui che mi dà l’occasione di pareggiare è un Essere buono perché favorisce la mia evoluzione.
Replica: Ancora a proposito del perdono, le nostre riflessioni sarebbero le stesse se facessimo il discorso non di una singola violenza ma di violenze di massa? Di violenze messe in atto come forma strutturata di dominio di un popolo su un altro popolo? Di dominio economico, di dominio razziale? E il nostro perdono sarebbe diverso?
Archiati: No, ciò che tu chiami la massa è il risultato di enormi omissioni di tante individualità. Omettendo l’individuale da parte di tante individualità potenziali, sorge la massa. La massa è una carenza di individualizzazione che invece sarebbe stato possibile realizzare da parte di tanti individui. Ogni fenomeno negativo va compreso in chiave di carenza del positivo. La massa è l’omissione della libertà individuale da parte di tanti esseri umani che così si riducono a massa. La soluzione qual è? Ripartire da ogni individuo con la sua possibilità, la sua capacità reale di non massificarsi. Ma il massificarsi è un processo di omissione della libertà individuale, non è qualcosa di oggettivamente negativo: non è un male, è una carenza di bene. Io ho sempre detto: presentare il male come qualcosa è un moraleggiamento, perché il male non c’è. L’unica cosa possibile è omettere il bene, e omettere il bene non è mai necessario. Ognuno può compiere il bene che può compiere.
Replica: Uno sterminio di massa mi riesce difficile immaginarlo come un’omissione. Mi riesce difficile fare il passaggio da un piano individuale a un piano storico di massa.
Archiati: La decisione di sterminare nei campi di concentramento cinquemila o diecimila persone risale sempre a un individuo che decide. Ora ti chiedo: cosa intendi tu per male? Cos’è il male? Prendiamo la bestialità pura, uso questa categoria, l’istintualità pura che porta poi – se è presente in diverse persone e le S.S. erano diverse persone – a questi fenomeni di “male”. Ti chiedo: la bestialità cos’è, cos’è l’istintualità pura? È il risultato cumulato di un’enorme omissione, altrimenti devi moraleggiare, devi dire: è un male.
Ma dov’è il male? Il male è il bene mancato, e capendo che è un bene mancato capisco il bene che c’è da fare e mi metto a farlo.[50] Mi dico: se io ometto, ometto, ometto il risultato saranno i campi di concentramento. Però il fenomeno lo devo prendere all’origine, non alla fine quando non ci posso più far niente. Quando la bestialità c’è, non la puoi disfare così, devi chiederti come è sorta – ed è sorta da una serie infinita di omissioni di amore pieno di libertà.
In altre parole, il fenomeno dei campi di concentramento lo si potrà evitare nel futuro e non ora, perché ora abbiamo milioni di persone che hanno costruito questa bestialità – nel senso che hanno omesso, omesso, omesso… Possiamo evitare questa bestialità, questi campi di concentramento, forse fra cento o duecento anni se tutti ci mettiamo adesso a non omettere quello che, se omesso, farà saltar fuori di necessità, inevitabilmente, altri campi di concentramento sotto altre forme.
È un pensare bambino quello di illudersi di potere, di botto, con una specie di moraleggiamento, far sparire la bestialità dopo che per decenni si è fatto di tutto perché ci fosse. Ho degli amici in America che mi parlano della crisi economica: la chiamano crisi economica, ma la brutalità che sta saltando fuori fra gli esseri umani che si trattano da lupo a lupo non sono sicuro che sia meglio dei campi di concentramento della Germania. I campi di concentramento acquistano forme sempre nuove, e fissarci su Auschwitz come se fosse un fenomeno unico serve soltanto a obnubilare, a occultare quello che avviene sempre. L’umanità non è oggi migliore di come era negli anni trenta o quaranta.
Replica: Il mio era solo un esempio di male strutturato, organizzato in maniera scientifica e metodica “al fine di”. Sono d’accordo con lei che probabilmente le multinazionali moderne fanno ben peggio dei campi di concentramento: l’economia moderna è strutturata al fine di prevaricare l’altro, il vicino, per il mio scopo egoistico. Sono d’accordo con lei che dovremmo partire dal singolo.
Archiati: Stavo dicendo che questo esercizio di potere può invalere soltanto dove c’è un vuoto. Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia, un austriaco che è stato in campi di concentramento, ha scritto un libro dicendo: io non ho mai vissuto una libertà così profonda come nel campo di concentramento. Una delle cose che dice è questa: ho fatto l’esperienza che attraverso il lavaggio del cervello non hanno potuto cambiare i miei pensieri. Hanno potuto eliminare il mio pensiero, ma non hanno potuto decidere quali pensieri io dovessi pensare. Dov’è il male, a quel punto? Che male ha vissuto lui? Che male strutturale? In lui c’era il pieno, e questo che tu chiami il male ha evidenziato ancora di più la bontà di questa libertà, di questa esuberanza dello spirito. Negli altri c’era maggiore carenza – che è umana, non è che stiamo qui a criticare –, però le cose vanno espresse nella loro oggettività.
Uno potrebbe dire: ma andiamo un pochino più indietro, alla prima guerra mondiale (adesso sta uscendo anche in italiano Riscatto dai poteri,[51] otto conferenze di Steiner sulle cause della prima guerra mondiale). Infatti, quando si parla di male strutturale ci si riferisce al nazismo, ma il nazismo, ne sono convinto, non ci sarebbe stato perché il popolo tedesco è un popolo profondamente pacifico, e volere la guerra contro le potenze militari della Francia e della Russia era proprio da imbecilli. La prima guerra mondiale è stata voluta e causata in tutto e per tutto dall’Inghilterra che voleva distruggere la concorrenza economica nel commercio mondiale della Germania – la Germania era arrivata quasi alla pari dell’Inghilterra. Una volta causata la prima guerra mondiale – che la Germania non ha potuto che perdere contro la Francia e la Russia messe insieme: la Germania e l’Impero austro-ungarico erano due potenze militarmente piccole rispetto alla Francia e soprattutto rispetto alla Russia –, l’Inghilterra si è messa anche lei da quella parte, e il risultato della prima guerra mondiale è un popolo tedesco distrutto. La pace di Versailles fu una pace per modo di dire. Il famoso economista John M. Keynes, presente alle trattative, scappò via inorridito dicendo: non ci sarà mai pace in Europa se un popolo del nerbo di quello tedesco viene così umiliato, distrutto e costretto per generazioni intere a pagare soltanto riparazioni, riparazioni, riparazioni.
È da bambini voler capire il nazismo tedesco e presentarlo come un male senza ritornare almeno alla prima guerra mondiale, con la domanda: chi l’ha causata? Chi ha voluto la distruzione del popolo tedesco? Faccio un’ipotesi che non è reale, però serve per esprimere un pensiero: se la distruzione, non soltanto l’umiliazione ma la distruzione che è stata fatta del popolo tedesco (due volte, tra l’altro, perché poi c’è stata anche la seconda guerra mondiale) fosse stata fatta al popolo italiano, pensate che avrebbe reagito più gentilmente? Forse sì, ma soltanto perché ha meno forza e anche meno forza morale del popolo tedesco.
Con questo io non voglio dire che giustifico il nazismo, però dobbiamo avere anche il coraggio e l’onestà di andare alle cause. Che cosa ha omesso l’Inghilterra? Ha omesso di godere di avere una bella concorrenza con la Germania. Due nazioni, tutte e due anglosassoni, se vogliamo, tutte e due brave e che concorrono, è meglio che non un monopolio per l’umanità. L’Inghilterra ha omesso di godere di una concorrenza produttiva e positiva per l’umanità, ha voluto soltanto un monopolio. Questa carenza di amore ha causato la prima guerra mondiale e ha distrutto il popolo tedesco.
E verrà il tempo in cui il popolo inglese dovrà trovare la forza morale di perdonare a se stesso la prima guerra mondiale e la distruzione del popolo tedesco, con la conseguenza quasi inevitabile del nazismo. Uno dei motivi per cui Steiner tiene queste conferenze con grande forza – e sono contento che l’editrice Maria Nieddu metta in primo piano il testo che le raccoglie –, citando giornali, fonti che descrivono quello che avveniva in Russia, nei Balcani, in Italia, in Germania, in Francia, è per dimostrare in modo apodittico che la prima guerra mondiale è avvenuta perché l’Inghilterra l’ha voluta, e ha voluto distruggere la Germania. Tutto è stato fatto in un modo così inconsulto e insensato che si è costretto questo popolo a lottare per la pura sopravvivenza. E io vi dico – lo conosco, questo popolo – che se non fosse stato così forte sarebbe sparito. E i francesi – Clemenceau – volevano che sparisse. Possiamo essere grati che questo popolo sia stato forte abbastanza da non lasciarsi subissare.
Buon appetito.
Sabato 10 ottobre 2009, sera
Auguro a tutti quanti un buon proseguimento col settimo capitolo: siamo arrivati al paragrafo 4 e ci stiamo convincendo che non ci sono limiti alla conoscenza!
VII,4 Ogni modo di essere, che si voglia ammettere al di fuori del campo della percezione e del concetto, deve essere ascritto alla sfera delle ipotesi ingiustificate. A tale categoria appartiene la “cosa in sé” {in quanto per definizione non è percepibile, non è pensabile, non è raggiungibile}. È del tutto naturale che il pensatore dualistico non possa trovare il nesso fra il principio universale assunto ipoteticamente {la cosa in sé} e il dato fornito dall’esperienza {perché ipotizza la cosa in sé senza percepirla: la cosa in sé non esiste, l’ha inventata lui}. Al principio universale ipotetico si può dare un contenuto soltanto se lo si prende a prestito dal mondo dell’esperienza senza accorgersi di farlo. Altrimenti esso rimane un concetto senza contenuto, un assurdo che ha soltanto la forma del concetto.
La cosa in sé della mela qual è? Cos’è la cosa in sé della mela che dovrebbe essere inconoscibile a partire da Kant? Da tutte le analisi, da tutti i processi di pensiero che abbiamo fatto soprattutto nel terzo e nel quinto capitolo, risulta che parlando della cosa in sé inconoscibile della mela, ovviamente Kant ignora e disattende il pensare. Non si è reso conto che nel pensare che crea il concetto della mela io ho la cosa in sé della mela. Anzi, oggi ho detto che io divento, nel mio spirito, mela.
La cosa in sé della mela è l’intima essenza della mela, e l’intima essenza della mela è accessibilissima al pensare che la pensa. È il concetto. Quando noi diciamo mela, non è che abbiamo subito la totalità del concetto, perché la totalità è un processo di pensiero infinito: all’inizio ho la parola. Però la parola mela – identificando, isolando una unità dal cosmo che non è il tavolo sul quale sta la mela, che non è l’albero del melo dal quale pendeva – è già un inizio di formazione del concetto.
Dicendo mela abbiamo incipientemente il concetto della mela, e il concetto della mela è l’essenza della mela, è la cosa in sé della mela. È quella mela che è causa di ogni evidenziamento sensibile e percepibile della mela. Se tutti gli evidenziamenti, le manifestazioni percepibili della mela sparissero, cosa resterebbe della mela? Il concetto. E che cos’è? È un insieme di correnti viventi e operanti di pensiero. Quando un architetto pensa una casa, il concetto della casa cos’è? È operante o non è operante?
Intervento: È operante.
Archiati: Non necessariamente. Se poi non la fa, la casa?
Replica: Ah, giusto.
Archiati: Vedi? I concetti del pensatore universale, del creatore universale, del Logos sono per natura operanti. Invece i concetti dell’uomo sono potenzialmente operanti, e tutta l’evoluzione sta nel rendere sempre più operanti anche i concetti che noi recepiamo nel nostro pensare e che acchiappiamo dal lato di operatività minima per lasciare alla nostra libertà il renderli sempre più operanti, sempre più viventi, incisivi e determinanti il corso dell’evoluzione.
Il concetto di mela del Logos produce sempre mele. Il concetto di casa dell’uomo non sempre produce case, però può. Che il concetto di mela del Logos produca mele, in fondo è detto in modo sbagliato perché le mele ci sono sempre: non è che produce mele, le evidenzia. È talmente operante nel mondo della materia fisica che dispone sempre, dove ci sono le condizioni del suolo, la materia in forma di mela.
Intervento: Se una specie si estingue, per esempio il melo, è possibile evidenziare la mela?
Archiati: La causa del germogliare della mela sono le forze insite nel seme, però questa causa non è la sola cosa necessaria per far sorgere l’albero del melo con le mele: ci sono delle conditio sine qua non – il terreno con i sali minerali, l’acqua ecc… Ciò che tu chiami estinzione di una specie è l’omissione, da parte degli esseri umani, di mettere a disposizione le forze vitali (eteriche) necessarie perché la mela eterica si evidenzi a livello fisico. Quindi cos’è che si è estinto? L’evidenziamento a livello fisico, perché gli esseri umani hanno omesso di creare le condizioni necessarie. Però le condizioni necessarie non sono la causa: la causa sono le forze eteriche intrinseche nel seme. Se tu ci metti le condizioni necessarie, di necessità la causa sortisce il suo effetto: le correnti eteriche si intridono di materia minerale e salta fuori la mela visibile, mangiabile.
Una specie estinta di piante esiste solo a livello eterico, nel mondo eterico. Una specie animale estinta esiste unicamente a livello astrale: le sono state sottratte le condizioni necessarie per rendersi visibile, percepibile a livello sensibile. Ma non è un’estinzione totale. I pensieri del Logos non si possono estinguere, sono eterni. I pensieri alla base della mela non si possono più disfare: è assurdo il pensiero! Una volta fatti, son fatti per sempre. La pensata c’è per sempre. Una mela è una struttura di pensieri: una volta fatta non si può disfare. Una volta che una mamma è diventata mamma può smettere di essere mamma? No, è mamma per sempre. Cosa fatta, capo ha.
Intervento: Vale anche per i pensieri umani?
Archiati: Nessun pensiero fatto si può disfare: ne posso aggiungere un altro che corregge se è un errore, se è un pensiero parziale, ma il pensiero che io ho creato come faccio a renderlo non creato? È creato. Questo ci dice che abbiamo la responsabilità nei confronti di tutto ciò che creiamo, perché una volta creato è creato, non si può più tirare indietro. Una parola detta si può rendere non detta? No, ciò che è detto è detto, e opera. Posso dire un’altra parola che integra l’azione, o che la contrasta, ma la parola detta e la sua operatività non si possono più tirare indietro.
Steiner porta l’esempio di una persona che cava gli occhi fisicamente a un’altra.[52] E dice: per arrivare a un’azione simile, questa persona deve aver pensato tanti pensieri di odio, tanti sentimenti di rabbia e quindi tutto il mondo della sua anima è degenerato, moralmente decaduto, ci sono tante forze di distruzione, di negatività, una somma di egoismo. L’azione esterna è soltanto un evidenziare questa degenerazione dell’anima.
Cosa pensate voi del fatto che se questa persona va dal Padre confessore, si confessa e riceve l’assoluzione tutto va posto? No, questa degenerazione c’è, non si può tirar via. Si può rigenerare? Sì, se per ogni pensiero o sentimento di odio e di egoismo creo il pensiero opposto, il sentimento opposto. C’è tutto un cammino di pareggio karmico da fare, per cui posso sciogliere un atto di odio soltanto con un corrispondente atto di amore. Questo è il pareggio karmico. Se il Cristo ti portasse via tutto, se cancellasse tutto e ti rimettesse a posto così che adesso hai un’animuccia tutta bella pulita, ti tratterebbe come un bambino che non è capace di prendersi la responsabilità e le conseguenze delle sue azioni e pareggiarle.
Man mano che l’uomo diventa adulto, fa parte della sua dignità che nessuno gli porti via le conseguenze nel suo essere. Una persona si è resa povera di pensieri: adesso arriva uno e la rende ricca di pensieri! Si può? Concretamente: una persona ha omesso per anni (e questo avviene) di arricchire la sua anima di pensieri belli e adesso è povera di pensieri, tante cose non le capisce: è possibile regalarle una ricchezza? I pensieri belli che ha omesso di pensare li può pensare soltanto lei, nessuno glieli può vendere. Se adesso comincia a pensare questi pensieri – a pensarli, a pensarli, a pensarli –, dove c’era povertà mette sempre più ricchezza e allora sì che c’è un pareggio karmico. Ma nessuno può rendere ricca di pensieri una persona che si è resa nel corso di anni povera di pensieri. Povera è e povera resta, nessuno può cambiare il suo stato dal di fuori. Può farlo solo lei cominciando, in un processo di anni, a creare, a costruire, a pensare pensieri belli e dopo un certo tempo si ritroverà piena di pensieri belli, buoni, ricchi, di pensieri che danno gioia, di pensieri che capiscono le cose.
Ognuno è il risultato di ciò che ha fatto di sé, è ovvio no? Può soltanto diventare diverso, non può essere diverso da ciò che è. Se sei così, sei così: non puoi essere diverso. Puoi diventare diverso cominciando a trattare la tua anima in modo diverso. In altre parole, l’essere umano è in evoluzione e in ogni momento è il risultato di ciò che ha fatto e di ciò che non ha fatto. Non può di botto essere diverso: ognuno di noi in questo momento è così com’è, e non c’è nulla da cambiare. Nessuno può essere, in questo momento, diverso da come è. Può diventare diverso. Però, per cambiamenti di una certa profondità ci vuole tempo, sempre che non si perdano colpi.
Chi di noi può dire di non aver mai omesso nessun pensiero bello possibile, nessun atto di amore? L’omissione è compresa nell’inerzia insita nella natura umana. Il senso di dormire ogni notte e di ricominciare con la coscienza daccapo ogni mattina è che, in fondo, il nostro karma ci dà la possibilità di dire: vabbè, quello che ho omesso fino a ieri, quello che non ho fatto, tutto il mio egoismo è stato quello che è stato. Ora ricomincio! Fare il meglio della vita è la forza di dirsi ogni giorno, ogni mattina: ricomincio. E dell’oggi, della giornata che ho a disposizione voglio fare il meglio che posso.
Questo è il senso della meditazione: è proprio la prima decisione nello svegliarsi. Scendiamo giù dal mondo spirituale, riafferriamo il nostro corpo e la prima affermazione è quella di dire: ritorno nel corpo per usarlo al meglio, per camminare nel mio cammino di pensiero, di amore, di impegno per l’umanità. Sì, però io mi trovo poverello, poverello…, forse perché nel passato ho tralasciato, tante cose che potevo fare e non le ho fatte… Lascia perdere! Se continui a lamentarti del passato continui a perdere tempo. I secondi, i minuti che tu perdi a lamentarti sul passato li stai perdendo nel presente, e questo non rende migliore la situazione.
La positività sta nel dirsi: sono così come sono e va bene, non sono diverso. Però da questo momento in poi mi propongo di fare il meglio di me stesso – e allora si va avanti. In fondo, non è tanto importante a che punto una persona si trovi nell’evoluzione, è una disquisizione di lana caprina e astratta il voler stabilire: tu sei più avanti, io sono più indietro. I fattori dell’evoluzione sono talmente complessi che ogni persona, sotto tanti aspetti, è un po’ più avanti dell’altra e sotto tanti altri è po’ più indietro. Lasciamo perdere queste disquisizioni e diciamo: non importa nulla dove sono, l’importante è che non mi fermi e che cammini.
La persona migliore non è quella che è più avanti ma è quella che cammina. Essere più avanti o più indietro non importa nulla: moralmente è importante il camminare. Se una persona, che teoricamente è più avanti, si ferma, è subito moralmente peggiore di un’altra che teoricamente è molto più indietro, però continua ad andare avanti. Moralmente importanti sono i passi di oggi, e quelli mi sono sempre a disposizione: io posso sempre decidere che non importa nulla quello che c’è stato finora e che qui e adesso voglio fare dei passi in avanti. Allora tutto va bene. E farò i passi che posso fare: nessuno può fare i passi che non è capace di fare.
È teorico anche disquisire sul fatto che uno cammina più veloce e l’altro meno veloce: non importa nulla, l’importante è camminare. Abbiamo fatto diverse volte degli esercizi per evidenziare che gli esseri umani non si possono paragonare, non si può prendere un essere umano come metro di misura per pronunciare un giudizio su un altro. L’essere umano, lo diceva già Aristotele, è una specie a sé, non esiste paragonabilità. Io non posso dire che un uomo va troppo lentamente in base alla velocità di evoluzione di un altro uomo: io non lo posso sapere, perché può darsi che la lentezza dell’uno sia una velocità astronomica rispetto a quella dell’altro che potrebbe andare tre volte più veloce e invece poltrisce.
E ci siamo detti che il Cristo, nei vangeli, riassume tutto questo processo di liberazione interiore dicendo: non giudicate. E la seconda metà di questa frase è: perché soltanto non giudicando non verrete giudicati. Soltanto colui che non giudica gli altri ha il diritto di rintuzzare ogni giudizio fatto dagli altri su di lui. Io posso dire all’altro: tu non hai il diritto di giudicarmi, soltanto se io mi proibisco in assoluto di giudicarlo. Nessun essere umano è giudicabile. In assoluto.
In chiave di individualismo etico non esiste un metro di misura, ognuno può sapere solo per sé che cosa è bene, che cosa chiede adesso l’evoluzione ecc.… sono affari suoi, e nel cammino di una persona non c’è nessuno che possa sindacare. Tutte queste autorità – il Papa, la Chiesa ecc. – andavano bene finché l’umanità era bambina, perché col bambino ci vuole l’autorità. Ma un’autorità su un ventenne, su un trentenne è un’assurdità assoluta. Cara mamma, adesso ho venticinque anni e lo so ben io cosa voglio fare della mia vita! Cosa vuoi saperne, tu? È la mia vita, non è la tua! Come fa a sapere, una mamma, che cosa va bene per la figlia di venticinque anni? Fortunata se sa quello che va bene per lei! Di queste gestioni è pieno il mondo: dobbiamo imparare a vivere nella libertà, ma io non posso vivere la libertà se non la concedo agli altri. E non è che per non giudicare gli altri io devo castrarmi: semplicemente mi convinco, in chiave di pensiero, che non ho i parametri di giudizio, che proprio non è possibile giudicare un altro.
Arriva il padrone della ditta e ti dice: tu lavori meno di quanto potresti e perciò ti diminuisco la paga. Se voi foste i salariati, che reazione avreste? Supponiamo che ci sia una persona che fa tutto quello che può, proprio il massimo, però il padrone vorrebbe che facesse di più e gli dice: tu sei un poltrone! È una prevaricazione, un esercizio di poter assolutamente disumano. Nemmeno io so, di me stesso, quanto posso. E poi, il concetto che ci sia uno che paga e uno che è pagato è una disumanità vertiginosa, è una mortificazione dell’uguaglianza della dignità umana. A questi livelli di barbarie siamo noi civiltà progredita del ventunesimo secolo: dividiamo gli esseri umani in aguzzini che pagano e in ergastolani che vengono pagati.[53]
(VII,4) Il pensatore dualistico afferma quindi solitamente: «Il contenuto di questo concetto è inaccessibile alla nostra conoscenza; possiamo sapere che un tale contenuto esiste {la mela in sé}, ma non possiamo sapere che cosa esista» {dalla percezione della mela so che ci deve essere la cosa in sé della mela, ma non posso conoscerla}. In entrambi i casi è impossibile superare il dualismo. Anche se si mette qualche elemento astratto del mondo dell’esperienza entro il concetto della cosa in sé, rimane sempre impossibile ricondurre la pienezza della vita concreta dell’esperienza a qualche proprietà tolta essa stessa soltanto da questa percezione.
La cosa in sé della mela deve avere una forma? Sì. Deve avere un peso? Sì, sennò non è una mela. Deve avere un colore? Sì, e già lì la cosa diventa più difficile perché la cosa in sé non è percepibile. Allora si prendono alcune qualità desunte dalla percezione – la forma, il fatto che occupa uno spazio –, altre si lasciano via perché altrimenti sarebbe conoscibile e quindi si postula un secondo mondo delle cose in sé, del quale si decreta che è inconoscibile. L’affermazione di Steiner dice: questo mondo è tutto inventato, non esiste. La cosa in sé della mela non esiste, esiste soltanto nella mente di Kant e di tutti coloro che hanno pensato allo stesso modo.
(VII,4) Du Bois-Reymond è d’opinione che gli impercepibili atomi della materia producono, con la loro posizione e col loro moto, sensazione e sentimento, per venire poi alla conclusione che noi non potremo mai spiegarci in modo soddisfacente come avvenga che materia e moto producano sensazione e sentimento, perché {adesso Steiner cita Du Bois-Reymond} «è e rimarrà sempre incomprensibile come ad un certo numero di atomi di carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, ecc… non sia indifferente la posizione relativa e il movimento reciproco che essi hanno, che avevano e che avranno. Non si può concepire in alcun modo come dalla loro azione reciproca possa sorgere la coscienza».
L’origine, la causa dei fenomeni di coscienza, la causa dei sentimenti dell’animo sono atomi nel cervello. La versione moderna, ultima, di questi atomi sono i geni, la base genetica. La cosa inconoscibile, secondo Du Bois-Reymond è come fanno questi atomi di materia, queste particole ultime, questi geni, a produrre qualcosa di natura del tutto diversa da loro: dovrebbero essere produzioni materiali e invece producono pensieri, sentimenti, sensazioni… Siccome non si può spiegare come la materia produca lo spirito, allora diciamo che è inconoscibile: è la cosa in sé inconoscibile.
Alla base della scienza moderna c’è un dogma che dice: la materia produce lo spirito. Non la materia a livelli di composizione complessa, ma proprio la materia d’origine, fatta di atomi – poi traducete la parola atomi con i nomi che sono stati dati alle particelle sempre più piccole, fino ai geni ecc… l’origine è quella.
E chi ha fatto sorgere tutti questi atomi che poi sortiscono tutti gli altri effetti? Da dove vengono gli atomi? Come è nato il mondo? Si può sapere come è sorto il mondo? Quali sono i presupposti per sapere qualcosa, quali sono le condizioni necessarie? Percezione e concetto! È possibile percepire l’inizio del mondo? Du Bois-Reymond dice che gli atomi dell’inizio, la nebbia iniziale, ha creato tutto il resto. L’ha percepito? No, l’ha pensato: è un’astrazione.
Steiner dice: il mondo è cominciato con una creazione di calore.
Intervento: Perché l’ha percepito.
Archiati: E tu come fai a saperlo?
Replica: È Steiner che dice di averlo percepito perché parla solo in base a ciò che percepisce.
Archiati: E tu ci credi!
Replica: Non è che ci credo: Steiner dice così, ma io non sto dicendo che è vangelo. Dico che lui lo dice.
Archiati: Ma tu ci credi o non ci credi?
Replica: No, io lo posso mettere come ipotesi di lavoro e verificare con la mia capacità pensante se mi convince o no. Ma solo come ipotesi di lavoro.
Archiati: La teoria del Big Bang dice: il mondo è sorto col Big Bang. E io chiedo: alla base c’è o non c’è la percezione? Steiner dice: il mondo è cominciato con una creazione di calore. E io mi chiedo: c’è alla base la percezione o specula a vanvera? Ora pongo la domanda importante: c’è per noi (che non siamo né Steiner, né Kant, né Du Bois-Reymond) un criterio per sapere se un Pinco Pallino (che si chiami Du Bois-Reymond o che si chiami Steiner o Kant, non importa) sta speculando a vanvera o descrive percezioni reali? Non mi basta che lui lo dica. Potrebbe anche darsi che Du Bois Reymond dica: io ho avuto una visione e ho visto il Big Bang. A quel punto anche lui affermerebbe di descrivere ciò che ha percepito.
Intervento: E ci devo pensare su anch’io.
Archiati: No no no, la domanda è un’altra: percependo il modo di descrivere l’inizio del mondo di Du Bois-Reymond o di Steiner o di un altro ancora, ho o non ho la possibilità di sapere, io, se questa descrizione avviene in base a percezione o in base a pura speculazione? È possibile o non è possibile?
Intervento: Se riesco a darmi delle risposte…
Archiati: «Se riesco a darmi delle risposte» non mi dice proprio nulla. Che significa? Io voglio sapere se è possibile dire: questo ha percepito, quest’altro non ha percepito.
Intervento: Uno insegna la strada…
Archiati: È chiara la domanda? Andateci piano a rispondere, non è una domanda così semplice. Questa domanda mi pare fondamentale, soprattutto nel colloquio tra scienza dello spirito e scienza naturale. Perché la scienza naturale, voi me lo concederete, lo dice che è una speculazione: non è che Kant o i teorici del Big Bang dicano: io l’ho percepito! No, dicono: è un’ipotesi di lavoro, di come il mondo potrebbe essere nato.
Quindi la domanda è: sarebbe possibile percepirlo? C’è qualcosa che è per natura non percepibile? E c’è qualcosa che è per natura percepibile? Se io riesco a cogliere che c’è qualcosa che per natura non è percepibile, allora posso dire: se tu mi parli di questa cosa qui, per natura non ci può essere la percezione e allora stai speculando a vanvera. Invece quest’altra cosa che tu mi stai descrivendo è nella sua natura percepibile: io magari non la percepisco ancora, può darsi che il percepirla sia questione di evoluzione interiore, di evoluzione di pensiero, però è per natura percepibile.
Vi pongo la domanda in modo più scientifico: qual è l’elemento, la conditio sine qua non perché qualcosa sia percepibile o non percepibile?
Intervento: Se io posso percepire qualcosa significa che lo posso anche pensare.
Intervento: La condizione è che siano percepibili.
Intervento: La condizione è che siano percepibili dai sensi.
Archiati: No, no. La conditio sine qua non è la distinzione netta tra percezione e concetto. Nella teoria del Big Bang non c’è una distinzione tra percezione e concetto. Nella descrizione di Steiner dell’evoluzione saturnia della Terra, io posso sempre distinguere: questa è la percezione e questi sono i concetti che Steiner ci crea. Steiner mi descrive qualcosa dove la percezione e il concetto sono distinguibili per natura. Invece nella teoria del Big Bang cosa è percezione, cosa è concetto? Ditemelo. C’è solo il concetto.
Intervento: Uno percepisce questo inizio: bam!
Archiati: Se lo percepisse lo descriverebbe in un modo del tutto diverso da come è stato fatto finora. In altre parole, a me va benissimo il Big Bang perché anche la formazione di Saturno può essere presentata col concetto di Big Bang, non è la parola che conta. La differenza da cogliere è che per la prima volta mi si presenta qualcuno che descrive il sorgere del mondo in chiave di Big Bang dove io posso distinguere ciò che è elemento di percezione da ciò che è elemento di concetto, di concettualizzazione in base al pensiero.
Allora dico: questa è una descrizione del Big Bang, o dell’inizio del mondo, dove si può distinguere percezione da concetto. Io ho comprato in Germania, ve l’ho già detto, due o tre libri sull’Urknal (in tedesco il Big Bang si chiama così), sul patatrac iniziale. Li ho letti una volta, due volte, tre volte, e a un certo punto ho detto: io non avevo mai saputo di essere la persona più scema di questo mondo! C’è un sacco di gente che li legge e dice che li capisce, ma io non ci capisco nulla. L’ho letto un’altra volta e continuavo a non capire nulla. A quel punto lì mi sono reso conto che non c’era la distinzione tra percezione e concetto e quindi non si poteva capire! O ci credi o non ci credi. E allora mi sono detto che la teoria del Big Bang è un dogma, proprio perché non c’è distinzione tra percezione e concetto.
Intervento: Nella descrizione che fa Steiner della Terra saturnia, dove si nota questa chiara distinzione tra percezione e concetto?
Archiati: Dove tu dici: questo elemento non può essere un concetto, lo puoi soltanto percepire. Quando io ti parlo di mela, come fai tu a sapere quale elemento è di percezione e quale elemento è di concetto? È una qualità del tuo pensiero no? Capito?
Intervento: No, non ho capito. Lui ti ha chiesto: nella descrizione che fa Steiner della Terra saturnia dov’è la distinzione fra percezione e concetto? E tu che hai risposto? Lascia stare la mela!
Archiati: Ma io non registro a memoria quello che dico. Ho solo preso l’analogia della mela per dire che è come se tu chiedessi: come faccio a sapere, quando uno mi parla di mela, se c’è un lato di percezione o un lato di concetto, o se invece non c’è una distinzione? È tale e quale. Lo sai o non lo sai?
Intervento: Lo devo poter sperimentare io.
Archiati: E nessuno te lo può dire dal di fuori. Quindi io non sto dicendo: è così. Io vi sto riportando una specie di testimonianza: leggo tante volte un libro sul Big Bang e non ci capisco nulla. Perché?, mi sono chiesto; perché non c’è nessuna distinzione tra percezione e concetto, mi sono risposto. Parlo di me, io non posso parlar di te. Leggo invece Steiner, la sua descrizione della Terra saturnia e continuamente mi è possibile distinguere: questa è percezione e questo è concetto. Però un altro che legge la stessa cosa può darsi che faccia un’altra esperienza. In questo senso per me è convincente l’affermazione che dice: Steiner può descrivere soltanto in base a percezione.
Replica: Quindi leggendo, pensandoci, mi convinco che lui deve aver percepito.
Archiati: Sì, non potrebbe parlare in questo modo dell’inizio dell’evoluzione della Terra se non ci fosse la percezione. Se fosse pura speculazione non potrebbe parlare in questo modo.
Replica: Quindi anch’io potrei farla questa esperienza.
Archiati: Certo, perché sei un essere pensante, un essere umano che ha a disposizione la percezione e ha a disposizione il pensare. Questa è la definizione dell’essere umano. Allora mi dico: se nel caso del Big Bang non capisco nulla, dev’essere perché manca la distinzione tra percezione e concetto.
Intervento: Ma in questo caso, non avendo lui sperimentato personalmente la Terra saturnia ma avendone letto, potrebbe avere semplicemente una rappresentazione e poi farsi un concetto per conto suo.
Archiati: No, la cosa si complica un pochino. Steiner mi esprime una serie di percezioni e una serie di pensate, di pensieri che lui si è fatto su queste percezioni. Però attenti: la cosa si complica perché, per me, sia le percezioni di Steiner sia i suoi pensieri sono tutti e due percezioni. Sta a me, col mio pensiero, cogliere la natura diversa di queste due percezioni e dire: qui percepisco un pensiero di Steiner e qui percepisco una percezione di Steiner. Però lui me le presenta tutte e due come percezioni: mi racconta una percezione sua, mi racconta un pensiero suo. Quando io leggo il suo racconto percepisco i suoi pensieri e percepisco le sue percezioni, che però sono di natura diversa, polare: sta a me distinguerli col mio pensare. Perché questo è un pensiero? Perché per natura è un pensiero. E perché questa è una percezione? Perché è per natura una percezione. E chi lo dice questo? Il mio pensare.
Replica: È importante, allora, che ognuno sperimenti per conto suo quel discorso. Cioè, si possono capire il pensiero e la percezione di Steiner, ma fino a quando non verifico io praticamente non posso dire che funzioni, che le cose stiano proprio così.
Archiati: No, la verifica di un pensiero è l’intuizione. Tu come verifichi il concetto di mela? Lo verifichi soltanto capendolo, cogliendolo, intuendolo.
Replica: Perché ha una corrispondenza nella realtà.
Archiati: No, il concetto di mela può esistere senza nessuna mela fisica.
Replica: Allora io ti dico: «xx». Che cos’è? Io posso dire qualsiasi cosa.
Archiati: Forse tu non c’eri, ma noi, all’inizio di questo seminario abbiamo fatto l’esempio del leone, il cui concetto si può costruire anche senza nessuna percezione del leone. La rappresentazione non si può avere senza la percezione, ma il concetto di mela lo si può afferrare col pensiero anche senza nessuna percezione della mela. Che questo non sia facile, te lo concedo, ma non fa parte del concetto che per costruirlo e afferrarlo ci debba essere la percezione visibile.
Replica: Sì, ma l’esistenza in sé della mela ci deve essere. Io posso spiegare, come tu hai detto, cos’è un ascensore a delle persone che non l’hanno mai visto ma l’ascensore deve esistere, altrimenti è un prodotto dell’immaginazione.
Archiati: Guarda che l’ascensore, preso soltanto a livello di concetto, non è ancora un ascensore perché è una creazione dell’essere umano. Invece la mela non ancora diventata fisica è completa: questa è la differenza. Una macchina che esiste soltanto nella mente che la concepisce, non è ancora una macchina. Invece la mela che esiste nella mente del Logos è pienamente una mela: questa è la differenza. Quindi non possiamo mettere sullo stesso piano le creazioni del pensare umano e le creazioni del pensare divino.
Replica: Io non volevo mettere a paragone queste due pensate, volevo dire che se si parla di qualche cosa, questa deve avere una certa corrispondenza nella realtà, altrimenti è aria fritta.
Archiati: Il concetto di leone non ha bisogno della percezione.
Replica: Ma deve sempre essere riferito a un leone effettivo, no?
Archiati: No assolutamente. Era quello che si diceva prima: supponiamo che si estinguesse la specie dei leoni in quanto visibili, percepibili. Non cambia nulla al concetto, non cambia nulla al leone al livello dell’astralità del cosmo.
Replica: Hai fatto riferimento a qualche cosa che esisteva, però. Non hai inventato qualcosa che non esiste in assoluto.
Archiati: Sì, ma anche prima che il primo leone ci fosse a livello visibile e percepibile, c’era il leone completo. Non fa parte della completezza del leone che debba intridersi di materia. Invece fa parte della completezza di una macchina l’essere fatta di materia, perché è una creazione dell’uomo. Questa è la differenza.
Intervento: Possiamo fare un’analogia pensando a un esploratore che fa il suo viaggio, magari in Africa o in un posto sperduto, torna e ci racconta, ci descrive un frutto che non abbiamo mai visto. Possiamo fare la stessa riflessione che hai fatto tu? Se distinguiamo in ciò che l’esploratore descrive sia il lato della sua percezione sia il lato del concetto, possiamo capire che lui ha avuto una percezione?
Archiati: Sì, ma guarda che il precedente intervento ci aveva portato completamente fuori. Tu adesso ci hai riportato nel campo di qualcosa che fa la natura, capito? E io dicevo: guarda che quando l’uomo fa qualcosa è un altro capitolo, un altro registro. Quindi la nostra possibilità di distinguere sta nel fatto che il pensare ha la capacità di distinguere ciò che è questo frutto (come tutti i frutti) nella mente divina – quindi nell’etericità del cosmo, come corrente eterica – e abbiamo il concetto che ogni corrente eterica ha la possibilità di intridersi di materia e di rendersi visibile se ci sono le condizioni necessarie del suolo ecc.. Tu come l’hai appiccicato il concetto di frutto al racconto dell’esploratore? Perché ce l’hai il concetto di frutto, e ravvedi nel tuo modo di percepire la sua descrizione che si tratta di un frutto; ma è nella natura di un frutto che si può distinguere tra percezione e concetto? Sì, è nella natura di un frutto che si può distinguere tra percezione e concetto. E allora ci siamo!
Intervento: Io credo di aver capito la perplessità del precedente intervento. È esatto quello che tu dici, cioè che il concetto di leone esiste indipendentemente dal leone manifestatosi nella materia, intriso di materia, per cui è possibile creare questo concetto indipendentemente dall’esistenza fisica del leone; però io aggiungerei, e credo che sia questa la sua perplessità, che questo si possa affermare al livello del Creatore. Al livello di uomo incarnato, se noi non abbiamo mai visto un leone è difficile che possiamo formarci il concetto creatore del leone.
Archiati: No, no, no. Dipende tutto dalla penetranza del pensiero.
Replica: Scusa, finisco. Abbiamo evidenziato quali sono le caratteristiche del leone – per esempio il perfetto equilibrio tra il sistema ritmico, il sistema neurosensoriale e il sistema metabolico – ma se uno non l’ha mai constatato, come se lo inventa se non è il Creatore? Bisogna essere arrivati a un livello di creazione…
Archiati: Tant’è vero che tutti quelli che l’hanno constatato e hanno avuto la percezione, di questo concetto non hanno capito mai nulla. Vedi? Tu vuoi dire un’altra cosa, vuoi dire che è molto difficile, anzi impossibile farsi una rappresentazione del leone senza percezione.
Replica: No, quello è un altro discorso. Se non l’ho mai visto è logico… Ma io parlo di concetto, non di rappresentazione.
Archiati: Allora io ti dico: aver percepito il leone è un ostacolo a costruire il concetto puro, anziché un aiuto, perché la percezione si pone talmente con irruenza che ti preclude la via a un concetto puro.
Replica: Pietro, ma allora vuol dire che sono io che ho creato il leone! Ma il leone l’ha creato il Logos, non io! Stando a questa tua affermazione, se io sono in grado di avere il concetto senza avere mai avuto nessuna osservazione di queste leggi che governano quella specie animale (che poi non riguarda solo il leone, ma tutti i felini ecc…), io dovrei essere un creatore ab initio. Al nostro livello non credo che ci sia nessuno in grado di concepire un concetto, un pensiero così creatore.
Archiati: Ma no, tu stai parlando di uno Steiner che ti descrive il concetto di leone, te lo espone frammento per frammento, elemento per elemento, e nello stesso tempo parli come se tu non avessi la percezione di ciò che Steiner ti dice. Invece, in base a questa percezione tu ti costruisci il concetto: la percezione c’è, ed è la descrizione che Steiner ti fa del concetto.
Replica: Vabbè: io ho detto: «Se non ho visto il leone», tu mi dici che me lo dice Steiner…, insomma siamo allo stesso livello. Io ti ho detto: se non ho constatato che ci sono queste leggi nel leone (e io non l’ho constatato) e al posto della mia constatazione mettiamo la descrizione di Steiner, è la stessa cosa.
Archiati: Sì, quindi c’è la percezione.
Intervento: Non so se è un contributo rispetto a quello che hai detto prima tu riguardo alla mancanza del concetto. Riferiscono degli antropologi che su un’isola della Nuova Guinea naufragarono alcuni europei alla fine dell’ottocento: entrarono in contatto con i nativi con i quali fecero amicizia. Gli europei aspettavano una nave che passasse da quelle parti e li portasse via. Dopo un po’ di tempo la nave arriva all’orizzonte e i naufraghi si rivolgono ai nativi dicendo: ecco la nave, accendiamo un fuoco per farci vedere. I nativi, malgrado si muovessero sul posto con piccole imbarcazioni, non vedevano la nave, nel loro linguaggio dicevano: è una nuvola. Non avevano il concetto di nave che potesse portare via tanta gente da quell’isoletta fino a chissà dove. Non avevano quella rappresentazione e nemmeno il concetto. Quando poi la nave è arrivata hanno capito. Ma da lontano, diversamente dagli europei, non capivano.
Archiati: Per loro era una pura percezione, e di fronte alla pura percezione si pone la domanda: che cos’è? Come il bambino che chiede: che cos’è?
Allora, portiamo a termine il quarto paragrafo. Rileggiamo:
(VII,4) «Du Bois-Reymond è d’opinione che gli impercepibili atomi della materia producono, con la loro posizione e col loro moto, sensazione e sentimento, per venire poi alla conclusione che noi non potremo mai spiegarci in modo soddisfacente come avvenga che materia e moto {i geni e la loro mescolanza} producano sensazione e sentimento {o addirittura fenomeni di coscienza, pensieri} perché ‹è e rimarrà sempre incomprensibile come ad un certo numero di atomi di carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno ecc… non sia indifferente la posizione relativa e il movimento reciproco che essi hanno, che avevano e che avranno. Non si può concepire in alcun modo come dalla loro azione reciproca possa sorgere la coscienza› ».
In altre parole, dice che non si potrà mai capire come la materia produca lo spirito – visto che il suo dogma di partenza è che la materia produce lo spirito. Questo dogma è alla base di tutto, è un postulato. Quindi il dato iniziale, «il motore non mosso» di Aristotele, per Du Bois Reymond è costituito dalle particelle ultime della materia: ma questo è un dogma suo. Si possono percepire le particelle ultime? Si possono concepire cose piccole piccole piccole, sempre più piccole, ma che siano le particelle ultime non si può percepire: è un concetto, lo forma il pensiero. Du Bois Reymond non si accorge di passare da una percezione – anche se ipotetica, perché non percepisce gli atomi – al concetto che dice: questi sono l’origine di tutto quello che c’è, con la loro forma, la loro posizione e il loro moto. Ma lo dice lui.
Intervento: Quindi quel concetto non ha contenuto perché non c’è la percezione, è un concetto vuoto.
Archiati: Esatto. L’altra ipotesi fondamentale dice: la prima origine in assoluto, che non ha bisogno di spiegazione – perché se c’è, c’è eternamente oppure non c’è – è lo spirito che pensa! È un altro dogma? No: lo spirito che pensa io lo posso percepire ogni istante! Questi atomi, questi geni che si muovono e che generano il tutto non li percepirò mai. Perciò il terzo e il quinto capitolo sono così importanti: perché l’affermazione fondamentale è che lo spirito creante e pensante è percepibile immediatamente all’essere umano che pensa, che è spirito pensante.
Se l’uomo è capace di introspezione penetrante a sufficienza, capisce che questa percezione dello spirito pensante è una realtà, non è soltanto percezione. Percezione e concetto qui coincidono in chiave di assoluta eccezione, perché è il primo inizio che non ha causa, tutto il resto è causato. L’unica cosa non causata, perché causa tutto, è lo spirito che pensa – non l’uomo, ma lo spirito che pensa. L’uomo, in quanto spirito che pensa, può anche omettere di pensare, può anche dormire.
Quindi la differenza non sta nel fatto che mi convince di più l’affermazione di Aristotele che dice: l’origine prima è lo spirito creatore, è lo spirito che pensa; la differenza sta nel fatto che ho la percezione: lo spirito che pensa è per natura percepibile, perché lo percepisco in me quando penso e so che questo pensare crea, origina. L’origine prima della costruzione di una casa qual è? Lo spirito che la pensa. Questo spirito che la pensa è causato? No, lo spirito pensante non è causato da un qualcosa che è ancora più creatore di lui: no, lo spirito pensante è sempre l’inizio del mondo, è sempre l’inizio della creazione, è eterno, va dall’inizio alla fine.
La teoria di Du Bois-Reymond è il punto di depotenziamento massimo del pensare, che non si accorge neanche di esserci e attribuisce alla materia, all’elemento non pensante ciò che solo il pensare può fare: creare. Da dove viene un’intuizione? Un’intuizione non viene: lo spirito creatore intuisce, è luce, genera luce, non la riceve da qualche altra parte. E questa esperienza in chiave di percezione la può fare ogni essere umano perché, almeno potenzialmente, è un pensatore, uno spirito pensante. Quando nei fumetti c’è la lampadina che si accende: ho capito!, chi mi ha fatto capire? Qualcuno mi ha fatto capire? No: ho capito.
Intervento: Da dove viene l’ispirazione?
Archiati: Se viene da qualche parte non è un’ispirazione, o se vuoi è un’ispirazione ma non un’intuizione. L’intuizione è l’evidenza del fatto che lo spirito pensante crea e crea intuizioni. Lo capisci per evidenza, oppure non lo capisci. Se vuoi una spiegazione è perché non hai capito. Le cose evidenti non si possono spiegare, perché se hanno bisogno di una spiegazione non sono evidenti.
Intervento: Capisci quando ci sei arrivato.
Archiati: Quando io non capisco qualcosa, cos’è la spiegazione di cui ho bisogno? È la percezione, perché quando capisco qualcosa percezione e concetto diventano uno – e perciò, nella percezione del pensare, percezione e concetto sono una cosa sola. Nella percezione ho la realtà, percepisco una realtà vivente, operante, creante, che artisticamente produce illuminazioni, folgorazioni di intuizioni, produce pensieri, produce concetti.
Intervento: Scusa, ma la percezione dello spirito creatore iniziale non c’è, no?
Archiati: Non puoi continuare ad andare indietro e avanti tra lo spirito divino e lo spirito umano! Tant’è vero che, nella Bibbia, la creazione del pensare divino viene espressa così: prima creò e poi percepì che tutto era buono e bello. Qui la percezione viene dopo. La macchina percepita viene dopo il pensiero che la crea.
Replica: Ma lo sapeva che era bello e buono!
Archiati: Non era ancora percepibile! Era buono e bello a livello spirituale ma non a livello percepibile.
(VII,4) Tale ragionamento è caratteristico di tutto questo indirizzo di pensiero. Dal ricco mondo delle percezioni si separano due elementi: posizione e moto {l’occupazione di spazio, cioè l’estensione, e il movimento}; li si trasporta nel mondo che si è immaginato, degli atomi; e poi ci si meraviglia che da questo principio, fabbricato arbitrariamente e preso a prestito dal mondo della percezione, non si riesca a cavar fuori la vita concreta.
VII,5 Il fatto che il dualista, il quale lavora sopra un concetto dell’«in sé» {la cosa in sé} completamente vuoto di contenuto, non possa arrivare ad alcuna spiegazione del mondo, risulta già dalla definizione del suo principio, sopra indicata.
VII,6 In ogni caso il dualista si vede obbligato a porre dei limiti insuperabili alla nostra capacità di conoscenza.
Tu non riuscirai mai a spiegare come mai le ultime particelle di materia – che sono ancora materia che occupa uno spazio, altrimenti non sarebbero più materia – con i loro movimenti generano tutto il mondo. E perché il dualista dice: non riuscirai mai a spiegarlo? Perché non è percepibile, e non essendo percepibile non è una realtà ma una cosa inventata – e il tutto cade nell’acqua.
(VII,6) Il sostenitore di una concezione monistica del mondo {che siamo noi} sa invece che tutto quanto gli occorre per la spiegazione di un dato fenomeno del mondo deve trovarsi nel campo del mondo stesso {come percezione trasformabile in concetto, aggiungo io}; e che se egli è impedito di arrivarci, sarà dovuto a casuali limitazioni temporali o spaziali, oppure a difetti della sua organizzazione, e precisamente non dell’organizzazione umana in generale, ma della sua particolare organizzazione individuale.
Quindi ogni realtà, per avere il diritto di chiamarsi realtà, deve essere di principio percepibile e pensabile. E se a me non è percepibile è un’imperfezione mia, una mancanza mia: ma la cosa, per essere reale, deve essere di principio e per natura percepibile.
Riprendiamo la teoria del Big Bang, guardiamola un pochino più da vicino: abbiamo scienziati che vengono stipendiati per degli anni per esaminare cosa è successo nei primi sessanta, settanta millesimi di secondo. Prima di questo nano secondo non c’era nulla, dopo c’è il tutto. Non c’era nulla di che? Il nulla della percezione: ecco dove manca la percezione. E la differenza tra questa teoria dell’origine del mondo e la scienza dello spirito è che Steiner dice: prima che sorgesse questo tutto di Saturno, questa Terra di fuoco, c’erano da sempre gli Angeli, gli Arcangeli, gli Spiriti della Forma ecc… che ne avevano fatte di cose! E adesso creano questa Terra.
Altrimenti sarebbe come dire, in analogia: fino a un certo nano secondo non c’era l’umanità e un infinitesimo di secondo dopo sono sorte delle macchine! Miracolo in assoluto! Io so che per far sorgere delle macchine ci deve essere prima l’essere umano che le pensa. Per far sorgere il Big Bang – che può anche andar bene, eh? – o per far sorgere la Terra saturnia ci deve essere il pensiero che li pensa. E Steiner mi dice: certo, il pensiero che li pensa sono gli Esseri spirituali che… ecc… Allora io dico: sì, allora mi spiega come è successo, mi spiega la causa.
In altre parole, la macchina ha bisogno di una causa e il Big Bang ha bisogno di una causa, non si causa da solo. È nel concetto della macchina che deve essere causata, che non può sorgere da sola, perché se sorge da sola non è una macchina. Ora, una persona che mi parla del mondo della materia che sorge da solo col Big Bang è una persona che mi dimostra di non saper pensare. È nel concetto di materia che non può sorgere da sola, è nel concetto di materia che deve essere creata dallo spirito.
Intervento: Casomai, l’unica cosa che potrebbe dire di giusto lo scienziato che afferma il Big Bang è che c’è il nulla della percezione: però dovrebbe aggiungere sensibile.
Archiati: Certo, ma lui lo dice, difatti. Dice: fino a questo millesimo di secondo non c’era nulla del percepibile, e poi c’è il tutto. Però lui intende dire che il tutto sorge da sé – questa è l’affermazione fondamentale –, senza un elemento estraneo che lo crea, che lo fa sorgere. Il percepibile non sorge da sé.
Replica: Lo scienziato dice che sorge da sé, quindi dice un’assurdità da questo punto di vista, perché per punto preso nega l’esistenza di ciò che è invisibile.
Archiati: Non è vero, perché da dieci, vent’anni a questa parte, gli scienziati diventati più cauti dicono: io non lo so se esiste lo spirito di cui tu parli. Io limito il mio campo di indagine a ciò che è percepibile.
Intervento: Come lei ben sa, c’è in corso un progetto sperimentale della riproposizione del Big Bang (miliardi di euro investiti, con la concorrenza di più nazioni) che doveva essere espletato quattro mesi fa e poi, per errori strutturali, è stato rimandato. Ma anche se riuscissero a provocare con l’applicazione del concetto della fisica quantistica, attraverso il tunnel, l’incontro delle particelle elementari – che adesso sono oggetto di percezione diversamente dall’epoca in cui parla Steiner –, anche se riuscissero a dimostrare la loro teoria non cambierebbe nulla. Perché c’è un pensiero creatore (stavolta umano) nella simulazione che sta provocando il Big Bang.
Archiati: Aspetta, finiamo il discorso di prima. Ricominciamo da capo. Quando tu dici: lo scienziato nega la realtà dello spirito creatore, naufraghi col fatto che lui ti dice: no, io non la nego, ma non avendone percezione per me non è una realtà. Tu dici: io credo allo spirito creatore e lui ti dice: beh, allora è un fatto di fede non di scienza!
Intervento: Però si comporta come se ci fosse.
Archiati: No, tu bari, adesso. L’appunto che lui fa a te è pulito: io mi attengo a ciò che percepisco e dove non percepisco non ho bisogno di credere. Sto con la bocca chiusa. Tu, invece, ci credi: affari tuoi, ma non puoi convincermi, non puoi vendermi una credenza. Quindi, il discorso sullo spirito che crea all’inizio primo della creazione è scientificamente convincente soltanto se c’è la percezione.
Allora io gli dico: guarda che ciò di cui io parlo è percepibile per natura, e ciò di cui tu parli è per natura non percepibile. Questa è la differenza. Ciò di cui tu, scienziato, parli è per natura non scientifico perché manca la percezione, per natura. E ciò di cui io parlo mi convince perché io ritengo di averne la percezione. La filosofia della libertà è il primo testo in assoluto nell’umanità che ci dà la possibilità di parlare dello spirito come una realtà, perché lo cogliamo dal lato della percezione. Se io colgo lo spirito che pensa nel mio pensare, non ho più il diritto di permettermi di credere nello spirito, perché il diritto di credere allo spirito è dato soltanto quando non c’è la percezione, e questa credenza non vale nulla perché non è scientifica. Scientifica è soltanto una realtà vera e c’è soltanto dove c’è la percezione.
Il cardine fondante della prima parte de La filosofia della libertà è la percepibilità dello spirito che pensando crea. Questo è l’elemento di scientificità che è del tutto nuovo: il credere nello spirito creatore c’è sempre stato. E perché si credeva? Perché mancava la percezione. Steiner ti dice: guarda che il dogma della credenza, il dogma che dice: c’è lo spirito creatore, è un dogma perché manca la percezione, non può essere un convincimento scientifico. Finché credo nello spirito, non ho una realtà, ho una credenza. Ho una realtà piena soltanto quando ho la percezione.
Il bello è che, ponendo al centro della scientificità sia naturale che spirituale la percepibilità del reale, mettiamo tutte le religioni e tutti gli esseri umani sullo stesso piano, perché essere umani significa per tutti – indipendentemente dal fatto di essere italiani, tedeschi o turchi, di essere musulmani, cristiani o buddisti – essere capaci di pensare. E questo ci risolve davvero tantissimi problemi. Però la cruna dell’ago dell’evoluzione è di passare per la percezione dello spirito che pensa e che crea: allora ho la realtà dello spirito che pensa e che crea, non ho più bisogno di crederci.
Le affermazioni sul Logos che dicono: duemila anni fa si è incarnato, – sono affermazioni di fede? No, l’abbiamo percepito, l’abbiamo toccato con mano, l’abbiamo udito. I vangeli ci danno unicamente elementi di percezione e perciò parlano di realtà: perché hanno percepito. Per l’essere umano è reale soltanto ciò che è percepibile, ci deve essere un lato di percezione.
Intervento: Tutto questo discorso che ha fatto lei mi ha fatto venire in mente questa frase della Bibbia: «E Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza». È in questa realtà la somiglianza, cioè nella capacità di pensare e poi di creare? L’uomo nella materia crea la macchina, Dio crea tutto ciò che è vita: la macchina non è una cosa viva mentre la mela è una cosa viva, e qui non c’è somiglianza.
Archiati: È inutile che la poni sotto forma di domanda: lo sai che è così! È così convincente quello che stai dicendo: dove dovrebbe essere la sua immagine e somiglianza se non nel pensare creatore che crea?
Replica: Beh, poteva essere nella capacità di parlare, di amare… che ne so… Ci sarebbero tante possibilità. Dio è amore e se sei capace di amare somigli a Dio.
Archiati: Si può amare senza pensare? Si può amare quando si dorme?
Replica: La radice è sempre il pensare.
Archiati: Sì, è la radice. Il problema è che la scienza moderna conosce il pensare soltanto dal lato dell’astrazione, della razionalità, ma non è questo il pensare di cui si parla: parliamo di un pensare creatore.
Intervento: Siccome oggi si è parlato del senso del perdono, e quindi si è poi passati alla confessione dove c’è chi ha bisogno di essere redento da qualcun altro…
Archiati: Di essere esonerato.
Replica: … sì… e c’è chi invece prende le conseguenze delle proprie scelte ritrattandole con il karma, ripagandole, mi chiedo: il ruolo della comunione, invece, qual è?
Archiati: Devi dirmi cosa intendi per comunione.
Replica: La comunione eucaristica, cioè il sacramento, come è un sacramento la confessione. Sempre collegandola al discorso del Vangelo, quindi al Cristo, ovviamente, non alla Chiesa in quanto dogma.
Archiati: Capita il caso che sto redigendo delle conferenze di Steiner dell’ultimo anno della sua vita, tenute ai sacerdoti della Christengemeinschaft (Comunità dei cristiani), che parlano quasi tutte dall’inizio alla fine della transustanziazione e poi della comunione.
I gradini dell’iniziazione a diventare sempre più uomini sono quattro:[54]
• vangelo
• offertorio
• transustanziazione
• comunione
Il vangelo è il cogliere la parola, è vedere le percezioni in chiave di concetti: ecco il Verbo diventato carne.
L’offertorio è la decisione dell’essere umano di dedicare tutte le sue forze al cammino del Logos, a rendere il Logos sempre più forte in sé.
Questi due gradini sono propedeutici, tant’è vero che ai catecumeni, all’inizio del cristianesimo, siccome la transustanziazione e la comunione erano il sancta sanctorum, erano esoterici in assoluto, non era permesso partecipare: dovevano uscire dopo l’offertorio. Solo i battezzati partecipavano alla transustanziazione e alla comunione.
Cosa sono? Quando io dico: la mela è quella che vedo – sono prima della transustanziazione. Transustanzio il mondo quando, nel mio spirito che pensa, il concetto di mela mi diventa più sostanziale che non la percezione. Transustanziare il mondo in chiave di Logos cristico – lasciamo stare la parola Cristo – è trasformare ogni percezione in un concetto. È una trasformazione interiore dello spirito: prima della transustanziazione ritengo reale la percezione, la cosiddetta materia (che invece non è reale); dopo la transustanziazione vivo nella sostanzialità dello spirito, nella realtà creante assoluta dello spirito e la materia mi è parvenza di realtà, illusione.
La densità di realtà della materia è nulla rispetto alla densità di realtà creatrice del pensare. E nella misura in cui compio questa transustanziazione del mondo e tutta la sostanza materiale – che è parvente e non sostanziale, è effimera, transeunte – mi diventa sostanziata, intrisa di pensieri, di concetti, divento io stesso la rosa che penso, la mela che penso. Questa è la comunione. La comunione è l’unità dello spirito che pensa e della cosa pensata, nel momento del pensare.
Il giovane Steiner per un paio d’anni è vissuto in una piccola stanzetta in un paesino vicino a Vienna (Brunn am Gebirge): in questa stanzetta qualcuno ha scritto a caratteri abbastanza grossi una frase di Steiner che descrive cos’è la comunione:
cogliere il concetto nella percezione è la vera comunione dell’uomo
Cogliere in chiave di pensiero il concetto in base alla percezione è la vera comunione dell’uomo: diventa uno con la cosa di cui sta parlando, con la cosa percepita.
L’ostia è un pezzo di pane, rappresenta tutta la materia: è una percezione. E dopo la consacrazione? Noi da studenti dicevamo: ma il gusto è sempre del pane, l’ostia mica è diventata carne del Cristo. Il cristianesimo si era talmente oscurato che non capiva più che l’affermazione non è che nell’elemento naturale è cambiato qualcosa, ma che la transustanziazione si compie nello spirito umano! Il pane è rimasto pane, però, ora, lo spirito all’opera nel pane, nella materia, mi diventa più reale che non la materia stessa. In questo momento la materia per me non è più reale: quindi la transustanziazione avviene in me.
In fondo il cristianesimo, finora, non ha capito questo mistero. La transustanziazione e il culto della comunione hanno senso soltanto se il sacerdote dimostra ciò che l’umanità non è ancora capace di fare e lo dimostra finché non ne sarà capace. Ma se io nella vita non opero sempre di più transustanziazione e comunione, quando vado a messa è una menzogna, perché vado ad affermare qualcosa e poi nella vita faccio il contrario. Nella vita dico: no, la materia è la vera realtà, il Big Bang ha deciso cosa doveva saltare fuori, la materia crea la coscienza ecc… Poi vado in chiesa e dico: lo spirito ha creato la materia!
E come risultato passa la voglia a tutti di andare a messa. Lo capisco. Ma è anche giusto, perché è ora che ognuno cominci nel quotidiano a essere questo sacerdote che trasforma la fatiscente realtà della materia in realtà dello spirito – questa è la transustanziazione reale – ed entra in comunione con tutta la realtà.
Questi sono i misteri del Logos, quali altri sennò? Il motivo per cui io sono così innamorato di Steiner, uno dei tanti motivi, è che dico: adesso comincio a capire la cosiddetta messa, comincio a capire cos’è la transustanziazione perché questa spiegazione mi convince, la capisco subito, non può essere altro! Tutte le imbambolate che mi hanno fatto sulla transustanziazione quando studiavo teologia non mi hanno mai convinto, ma è perché gli insegnanti non l’avevano capita.
E capisco cos’è la comunione: se io non vivo la comunione nell’intuito che pensa e coglie l’essenza di ogni cosa, che altro può significare? Comunione tra due persone significa: tu sei colui che mi capisce più di ogni altro, nel tuo spirito pensante sei capace più di ogni altro di immedesimarti in me. Ma deve essere un intuito del pensiero: mica divento uno con l’altro con il calcagno! Questa comunione dello spirito poi accende il cuore, e dice al cuore: è la cosa più bella che ci sia!
Ma il cuore può innamorarsi di questa unione soltanto se lo spirito che pensa la vive veramente, non viceversa. Volere una comunione del cuore senza la comunione dello spirito è un ricatto reciproco, che poi va a ramengo perché è un’asfissia. Una comunione del cuore senza una comunione dello spirito creatore è un’asfissia comune, che poi costringe ad andar via l’uno dall’altro.
Una comunione vissuta a livello dello spirito è ripetibile all’infinito ed è maggiorabile all’infinito. Io non ho bisogno di lasciare una persona con la quale conquisto sempre maggiori comunioni di pensieri e di intuiti.
Buona notte a tutti.
Domenica 11 ottobre 2009, mattina
Auguro una buona domenica a tutti.
Vorrei cominciare questa mattina dando uno sguardo d’insieme, come quando si visita una città: c’è un lavoro di dettaglio – guardare le strade, gli angoli – e poi, magari in elicottero, si dà uno sguardo d’insieme.
L’essere umano è un pensatore e il pensare ha due movimenti – sono cose che sappiamo ma vanno sempre ripetute, perché ogni volta si fa un passo in avanti –: l’analisi e la sintesi. È importante la giusta mistura, la giusta armonia, il giusto equilibrio tra l’analisi e la sintesi.
• l’analisi è la percezione, è guardare il dettaglio
• la sintesi è il concetto.
Quante percezioni della mela ci possono essere? All’infinito: perciò percepire tutte le mele possibili è un movimento di analisi. Quanti concetti di mela ci sono? Uno solo, perciò è sintetico il concetto, per natura. Di ogni concetto ce n’è uno solo: o è il concetto di mela o non è il concetto di mela, ma non ci sono due concetti di mela.
Le scienze moderne sono un’enorme e unilaterale movimento di analisi, perché in fondo passano di percezione in percezione. La teologia tradizionale – che poi è diventata filosofia, se volete –, è un esercizio di sintesi, a suon di concetti, che però negli ultimi secoli è diventato profondamente unilaterale. La filosofia procede a suon di concetti e uno chiede continuamente: dov’è la percezione?, dov’è la percezione? Solo concetti!
Hegel, il grande pensatore, diceva: l’essere, il non essere, il divenire – tutti concetti! E uno si chiede: ma dov’è la percezione? E Hegel direbbe: la percezione? Ma che è? La percezione non è nulla, che me lo chiedi a fare?
In tutte le cose si possono vedere due ali e di esse il linguaggio dice:

Fig.29
Questo è importante. Muoversi dall’uno all’altro. Tanto è vero che quando noi leggiamo le parole da un lato aspettiamo che arrivino le parole dall’altro.
La filosofia della libertà è fatta di due lati: da un lato c’è la prima parte e dall’altro lato c’è la seconda parte. Questa riflessione la faccio ora perché siamo al punto di transizione tra la prima e la seconda parte. Oggi è domenica, il giorno del Dominus, dell’Io quale Signore e Pensatore sovrano – il Padroneggiatore. Chi è il sovrano del mondo, in assoluto? Il pensare. Quindi l’Io è un Dominus solo nella misura in cui sa pensare: domina il mondo, lo comprende, lo coglie nel suo essere più intimo.
Questo giorno domenicale, per esseri umani che da duemila anni pensano di essere cristiani ma non hanno ancora neanche cominciato, sta in una doppia trasformazione. L’evoluzione del Logos, l’evoluzione del pensare opera una doppia trasformazione: A e B. La prima parte de La filosofia della libertà è il pensare che opera la trasformazione di sé e la seconda parte è il pensare che opera la trasformazione del mondo. Io e il mondo.
La duplice transustanziazione cristica, logica. Che differenza c’è in italiano tra cristico e logico? Se noi facessimo questa domanda all’autore del Vangelo di Giovanni, ci direbbe: cristico e logico sono la stessa cosa, perché colui che gli ebrei chiamano Meschah, il Messia (l’Unto: in greco CristÒj, Christòs, il grande Unto solare del Padre cosmico), io lo chiamo Logos. Perciò loro dicono cristico e io dico logico, ma è la stessa cosa.
Essere cristiani vuol dire essere logici, e se non si è logici non si è cristiani. Logici vuol dire evolversi nel senso del Logos, del pensare: trasformazione di sé e trasformazione del mondo, transustanziazione di sé e transustanziazione del mondo – è un altro modo per dire la stessa cosa. La prima parte de La filosofica della libertà comprende una serie infinita di esercizi per transustanziare il mio essere (che come dato di partenza si identifica con il mondo materiale) in un essere di pensiero. Pensando io mi transustanzio, mi trasformo in un essere di pensiero, in un essere spirituale.
Il pensare per l’uomo è un diventare spirito. Nella percezione lo spirito umano è caduto, ha dimenticato di essere spirito. Nella creazione del concetto si risustanzia, si transustanzia di nuovo in spirito, si vive come spirito pensatore. Questo – anche se detto da me in maniera un pochino balbettante: sono cose così grosse! – è molto, ma molto più profondamente l’essenza della transustanziazione che non le tante disquisizione teologiche, che poi alla fine non si riescono a capire.
L’esposizione più bella, più profonda, più essenziale della transustanziazione del Logos, del pensare, della transustanziazione cristiana è la prima parte de La filosofia della libertà che dice: transustanziare il proprio sé vuol dire passare da un essere umano che ritiene, nel suo pensare caduto, nel suo pensare svuotato, che la percezione sia una realtà, a un essere per il quale sostanza reale diventano i concetti, i pensieri. Quando io ritengo la percezione qualcosa di reale mi desustanzializzo, sono senza sostanza come spirito pensatore; nel momento in cui creo il concetto, mi do sostanza come spirito pensatore.
Se uno lo capisce, tornano i conti. Ci rendiamo conto che dicendo così, anche se un altro lo potrebbe dire meglio, cogliamo veramente l’essenza del fenomeno. Pensare il mondo significa transustanziarsi in spirito che pensa. La prima parte de La filosofia della libertà è conoscere il mondo trasformando se stessi, diventando sempre di più uno spirito pensatore. La seconda parte de La filosofia della libertà è l’arte di trasformare il mondo.
La prima parte chiede: cosa c’è nel mondo? Vuol conoscere il mondo.
La seconda parte chiede: cosa faccio?, come mi comporto?
L’essere umano non è fatto soltanto di conoscenza, è fatto anche di volontà: attraverso gli arti, attraverso il suo corpo opera, agisce e in-fluisce sul mondo. La prima parte de La filosofia della libertà è l’arte del pensare. Pensare vuol dire diventare liberi. Nel pensare mi sento, mi vivo sempre più creatore, sempre più artista, sempre più libero, perché mi trovo in un mondo che mi dà la possibilità, rendendosi percepibile, di ricreare tutti i frammenti del mondo a partire dal mio pensare. Il mondo della percezione è il Logos diventato carne, è amore infinito al mio pensare perché mi squaderna possibilità di pensare all’infinito.
Il mondo è un invito infinito al mio pensare: questo è il concetto del mondo. E nel pensare mi sento sempre più libero. Il mondo è puro amore alla mia libertà di pensatore. E se il mondo è puro amore alla mia libertà di pensatore, cosa faccio, io, nel mondo? Mi chiedo non soltanto: cosa penso?, ma anche: cosa faccio? Il mondo è puro amore alla mia libertà di pensatore e allora nelle mie azioni farò di tutto per essere io puro amore alla libertà di pensatore di tutti gli altri.
Il mondo è l’amore del Logos per la libertà mia, il mio agire vuol essere l’amore mio per la libertà di tutti gli altri. Questa è la seconda parte de La filosofia della libertà.

Fig. 30
Intervento: Puoi ripetere le parole di prima?
Archiati: Le parole no, ma il concetto sì. Ripeto il concetto: io vivo il mondo come puro amore, il mondo è lì proprio a provocare infiniti esercizi, a favorire esperienze della mia libertà di pensatore. Il mondo è una serie infinita di possibilità per fare esperienze di pensatore libero. Se questa è la cosa più bella che il mondo mi possa regalare, e vado al settimo cielo pieno di gratitudine e di gioia, cosa faccio io, con le mie azioni, col mio comportamento nei confronti del mondo e nei confronti di tutti gli altri? Cosa faccio, io, nel mondo? Se il mondo è puro amore alla libertà dell’uomo, il mio agire vuole essere puro amore alla libertà di tutti gli uomini.
Cosa posso fare per favorire la libertà altrui? Pensare è amore di sé, amare è amore alla libertà altrui. Nel pensare mi illumino d’immenso, come diceva Ungaretti, e nell’agire, nel volere, nell’amare io non posso illuminare d’immenso l’altro: deve farlo da sé. Però questo illuminarsi d’immenso nel pensare ha delle condizioni necessarie: il mondo, le percezioni. Qual è la condizione necessaria perché l’altro si possa illuminare d’immenso? Che io sia un frammento di mondo che lo aiuta, che lo favorisce offrendogli le condizioni necessarie, gli strumenti perché viva la sua libertà.
Riprendo l’esempio di ieri in modo da verificare i concetti nel concreto: quando due persone sono insieme da un po’ di tempo e poi una delle due ne incontra un’altra e magari si innamora, questa nuova persona non poteva essere messa in conto fin dall’inizio perché non c’era. Supponiamo, cosa possibilissima, che con questa persona si scopra un’affinità tale da dire: no, questa persona nuova mi corrisponde molto di più, sarebbe un’ingiustizia fatta al mio essere, e anche all’essere dell’altro, se io, in nome di una rigidità che mi ferma al primo rapporto, mi precludessi di camminare oltre.
E abbiamo detto che il caso ideale sarebbe che il primo compagno o compagna dicesse: io sono il primo a essere contento che tu vada con quell’altra persona, perché io ho sempre e solo voluto il tuo bene, il tuo progredire, il tuo andare avanti. Mica ho messo al di sopra di tutto il fatto che tu debba restare appiccicato a me: questo sarebbe amore per me; invece mi interessa l’amore per te e se questo nuovo incontro ti porta avanti gioisco con te, sono il primo a metterti a disposizione gli strumenti che posso perché tu possa realizzare questo cammino.
Adesso rendo questo caso ancora più paradossale. Voi già avrete detto: sì, ma è molto ideale questo tipo che gioisce perché l’altro se ne va! Però ci siamo anche detti che non possiamo smentire il fatto che, in linea di idealità, questa è la traiettoria dell’evoluzione. Adesso prendiamo il caso che A abbia il convincimento che se B va con C tutto andrà a ramengo, a rotoli: non è vero che C è la persona che corrisponde meglio a B, non è vero che farà dei passi in avanti, ma anzi ne farà all’indietro. Significa che A dovrà far di tutto per fermare B?
Intervento: No, no, dovrà spingerlo, così capisce prima!
Archiati: Lei dice: se ci sono buone probabilità che B si scotti, lascialo andare il più presto possibile in modo che torni indietro il più presto possibile! Da questo deduciamo che dall’egoismo, dall’amore di sé non si scappa! È inutile che ci preoccupiamo dicendo: ho tanto amore per l’altro che non ho più amore verso me stesso! Quindi va bene questa riflessione: l’amore di sé c’è al cento per cento e resta al cento per cento.
Ma adesso, proprio in chiave di amore per l’altro, A deve dirsi: anche se io fossi convinto, e giustamente, che B non resterà con C perché sarà insoddisfatto, non vuol dire nulla. È un’esperienza che B deve fare. Tra imparare attraverso il rapporto con C che C non è la persona giusta e proibirgli di appurare questa realtà, cosa è meglio? È meglio che provi.
Intervento: Ci potrebbe essere un dialogo tra A e B.
Archiati: Il dialogo non serve ad anticipare l’esperienza reale perché non la può sapere. Le cose salteranno fuori soltanto provando. Proibire di provare: questo è il moralismo che ha impedito tanti cammini di sperimentazione e di libertà. No no no, lascia perdere! Nei vangeli cristiani c’è un tale amore per la libertà del Logos che non viene detto: tu sei una pecorella dentro un gregge di cento e adesso ti vien voglia di andar per la tua strada ma io, che sono il tuo pastore, ti dico: no, no, guarda che ti fai male, tu stai bene soltanto se sei custodita da me! No, il pastore – che è il Padreterno, o il Cristo – dice: vai!, devi andare!
Prendiamo la parabola del figliol prodigo:[55] A è il padre, B è il figliol prodigo e C è il padrone dei maiali che non gli dà neanche le ghiande perché gli servono per i maiali. Vi risulta che il padre dica: non andare, figlio mio, perché andrai a finire da uno che non ti darà neanche le ghiande da mangiare, resta qui! Ha fatto questo discorso, il padre? No, gli ha detto: ti do la tua parte e vai, perché soltanto facendo le tue esperienze queste saranno davvero tue. L’evoluzione non avviene mai proibendo le esperienze, ma avviene facendole. E non ci sono esperienze negative: non esistono! Semmai è negativo l’uomo che non ha imparato nulla dall’esperienza, non l’esperienza!
Un’esperienza da cui io imparo qualcosa, per quanto brutta e dolorosa sia, è positiva, proprio perché ho imparato qualcosa. Noi siamo ancora prima dei tempi della libertà, perché ne abbiamo paura e allora viviamo di moralismi. I discorsi del Logos sono tutti propositivi, sono pieni di fiducia nell’essere umano, ma abbiamo una morale che proibisce e dice: sta’ attento, sta’ attento, sta’ attento! Nei vangeli c’è un padre che dice: vai, devi farti le tue esperienze, l’importante è che impari e non si può imparare senza farsi un pochino male, no? Non si può imparare andando in carrozza. Il contadino impara sporcandosi le mani e anche stancandosi e anche ferendosi qualche volta, ma va tutto bene, l’importante è progredire e imparare.
Adesso B è andato via e il nostro moralismo dice: questo rapporto è naufragato – primo moraleggiamento! B sta con C per un certo tempo e poi se ne va: di nuovo un naufragio! Sono moralismi terribili!! Ma non vediamo quello che si impara? Se la positività del rapporto di B con A è durata due anni anziché tre anni, non diventa mica meno positiva: è stata una positività di due anni anziché di uno solo. Quindi B è stato due anni con A e sono stati due anni di positività perché ha imparato. Se non ha imparato nulla il problema non è che sono stati insieme solo due anni, il problema è che ha dormito. Adesso sta un anno con C: sarà un anno di positività, se impara. E se poi lascerà C, che c’è di male? Chi decreta che B dovrebbe restare più a lungo con C? In base a quali criteri morali lo si stabilisce? Voi direte: ma a questo punto qui mi viene paura, perché gestire le relazioni diventa talmente complesso, bisogna restare talmente mobili che non ti puoi più sedere! Allora diciamo che questo modo di vedere le cose spazza via il comodismo, e questa è una gran bella cosa!
Intervento: Però quelle due persone non sono monadi isolate dal mondo. Quello che dici tu è accettabile, ma se i due hanno iniziato delle attività che coinvolgono altri, come spesso succede – per esempio hanno dato vita a un’azienda –, se tutto si rompe ci vanno di mezzo altre persone. Se siamo solo io e te, certo che il tuo discorso va bene, ma noi non siamo soli, per cui quando io rompo una cosa c’è un mondo intorno a me verso il quale, magari, io e te ci siamo presi delle responsabilità da portare avanti…
Archiati: Certo, certo. Ma è proprio questo il ricatto del moralismo!
Replica: E vabbè, però…
Archiati: Piano, piano. Allora: A e B sono due che hanno messo su insieme un’azienda che funziona soltanto se loro vanno bene insieme. Questa azienda ha degli impiegati, dei salariati, e se A e B vanno ognuno per conto proprio anche per gli altri salteranno fuori dei problemi, dei disagi. Ora, tu sei partito in quarta descrivendoci quant’è brutto che saltino fuori questi disagi. Ebbè? È moralmente meglio costringerli a stare insieme contro la loro volontà? È meglio? Rispondi a questa domanda.
Replica: Vuol dire che non devo prendermi mai impegni!?
Archiati: No. Ma perché non vuoi rispondere alla mia domanda?
Replica: Perché il discorso è questo: io ho preso un impegno.
Archiati: No, no. Perché non vuoi rispondere alla mia domanda? Questo non è onesto. Io ti ho chiesto: è meglio costringerli contro la loro volontà?
Replica: Allora hai ragione tu. Posta così la questione, hai ragione tu.
Archiati: Ma no, la risposta non è: hai ragione tu. Guarda che non hai ascoltato la domanda: fermati un momento! Ascolta la mia domanda e dai la tua risposta: ritieni meglio moralmente costringerli a restare insieme contro la loro volontà, sì o no?
Replica: Va bene, è vero. Moralmente è sbagliato farli stare insieme, se loro hanno rotto il loro rapporto.
Archiati: Ma è questo che sto dicendo, nient’altro! Il quesito vero è: qual è la possibilità somma per dare ad A e a B l’occasione di diventare più forti moralmente, così da voler restare insieme liberamente, proprio per la responsabilità che hanno nei confronti di altri? Costringerli è comunque un male morale perché lede la libertà.
Replica: Questo è quello che volevo dire. Sono io A e io, prima di separarmi da B, se ho preso un impegno – e l’ho preso, questo impegno! –, anche se capisco che con vado più tanto d’accordo con B, mi dico quello che dicevi tu: quali sono le forze che devo trovare?, perché comunque mi sono preso un impegno! Io non sto parlando dal di fuori di un altro: sono io che mi sto separando da B e sono io che ho preso un impegno con B…
Archiati: Sì, sì. Ma tu stai esprimendo l’essenza del moralismo borghese, scusa. Datti una calmata, sennò non ci capiamo. Se A – adesso non sei tu: è A – a denti stretti, controvoglia si costringe a restare con B per un senso di responsabilità, farà sempre più cose per dovere e alla fine diventerà una pentola a pressione. E così A diverrà molto più distruttivo, prima o poi si ribellerà contro questo fare le cose per dovere e per costrizione perché è contro la natura umana – e questo noi non lo calcoliamo abbastanza. Fare le cose per libertà è secondo la natura dell’uomo. Noi vediamo soltanto che sul momento, ah ah!, è stato bravo, per senso del dovere ha fatto le cose giuste! Non siamo capaci di pensare il tutto in un arco più vasto: cosa salterà fuori dopo vent’anni di cose fatte per dovere? Che spaccherà tutto quanto, perché è contro natura, è una castrazione imposta dai poteri costituiti di questo mondo – compresa la borghesia che costringe il lavoratore a lavorare per guadagnare il suo soldo, e lo deve fare per dovere, sennò i soldi non li piglia. Questa è disumanità.[56]
Se abbiamo il coraggio di concederci una maggiore sperimentazione, con i conseguenti maggiori disagi, nell’insieme questo pagherà, perché diverremo persone che, avendo sperimentato i disagi che saltano fuori, liberamente li vorranno sempre meno. Io sono A, e quando ho rotto quella ditta con B sono saltati fuori tanti e tali disagi anche per me che alla seconda o forse alla terza volta non li vorrò più. E allora resterò con B (o con C o D) liberamente.
Intervento: Ma ieri non avevi parlato proprio del mettersi d’accordo – fin dallo stesso giorno in cui due vogliono stare insieme veramente – su cosa fare nell’eventualità di lasciarsi, un giorno?
Archiati: Io non ho detto che devono: il dovere non esiste, come sto dicendo adesso.
Replica: D’accordo, niente devo. Diciamo che è opportuno, in modo da evitare la situazione dell’impegno d’azienda, come si diceva nell’intervento di prima.
Archiati: Ma io non posso fare qualcosa oggi per evitare qualcosa domani! È un pensiero sbagliato: io non so cosa salterà fuori, domani. Il concetto era un altro, tu l’hai ristretto troppo. Il concetto era: c’è l’essere spirituale eterno e c’è il divenire. Non so se l’Archiati Edizioni tradurrà in italiano un volume bellissimo che nell’Archiati Verlag abbiamo intitolato Geschichte verstehen (Capire la storia – O.O. 185), un testo non meno micidiale del Riscatto dai poteri, sulla prima guerra mondiale. In queste conferenze così fondamentali sulla storia, dove si parla della corrente del proletariato, del marxismo, del liberalismo moderno, dell’evoluzione della religione nell’umanità… – tutte cose bellissime, questo Rudolf Steiner è un terremoto che non finisce più! – viene appunto espressa questa realtà fondamentale: che c’è l’essere spirituale eterno e poi c’è il divenire.
Il Prologo del Vangelo di Giovanni dice: «Nel principio era il Logos e il Logos era presso Dio, e il Logos era un Dio […] e nulla è stato fatto senza il Logos di ciò che è stato fatto».[57] Il termine fatto è diverso da creato: il concetto della mela viene creato dal pensare, la mela percepibile viene fatta. Questa è la differenza fra creare e fare. All’inizio della Genesi non è detto: creiamo l’uomo, perché l’uomo è già stato creato fin dall’inizio.[58] La Genesi descrive la quarta evoluzione della Terra (la nostra attuale) dove la Divinità dice: facciamo l’uomo (mâdâ’ hešä ‘an: hešä vuol dire fare), facciamolo con l’argilla della Terra, intridiamolo di materia minerale, rendiamolo percepibile.
Ora, il concetto che Steiner esprime è: tutto ciò che è nel mondo materiale, nel mondo visibile, nel mondo dove c’è la nascita (gšnesij, ghènesis) e la distruzione (fqor£, fthorà) non è eterno, perché altrimenti sarebbe già prima di nascere. Tutto ciò che nasce, proprio perché nasce, muore. L’uomo non nasce, l’uomo c’è sempre: è il corpo che nasce (prima di nascere non c’era) e poi muore. D’accordo? Su questo argomento abbiamo un’opera di scienze naturali di Aristotele Per… genšsewj kai fqor£ (Perì ghenèseos kài fthorà), Intorno a ciò che si genera e deperisce.
Il concetto è questo: se gli esseri umani non esercitano quest’arte in tutto ciò che fanno, se mettono su una ditta senza pensare a come farla finire per far posto a qualcosa d’altro e successivo (una ditta non è una cosa eterna), si creano delle situazioni di costrizione tale che alla fine nessuno più si può muovere. L’unica legittimità per far sorgere qualcosa che prima non c’era è il pensare che ci deve essere la possibilità di farla sparire – altrimenti non si farà posto a un’altra cosa che sorge.
Però, ripeto, questo vale per il mondo delle cose visibili, della percezione: la prugna di quest’anno due anni fa non c’era e quest’anno è sorta, è nata, c’è. Noi viviamo in una sapienza del cosmo che non prevede il disfacimento della prugna? Questa prugna materiale resterà così per tutta l’eternità? Immaginate voi che mondo sarebbe se tutto ciò che è stato fatto, che è sorto in modo materiale, non fosse mai deperito e sparito! Non ci potremmo più muovere già da parecchio tempo. Tutto ciò che sorge a livello percepibile deve percorrere un ciclo che va dalla nascita alla morte: è nella sua natura.
In altre parole, noi stiamo parlando del rapporto fisico fra due persone, perché il modo in cui i due cuori si pongono uno verso l’altro – il cuore si riferisce al pensiero, allo spirito – è una faccenda eterna: come nessuno può proibire a un morto di continuare ad amare, nessuno può proibire ad A di amare B e C eternamente. Ma stiamo parlando del rapporto fisico: il rapporto fisico nasce, comincia, prima non c’era.
Se non si pensa a tutto il ciclo che questo frammento di fisicità deve percorrere, che prima o poi, proprio perché non può essere eterno, questo rapporto deve finire – al più tardi con la morte –, dobbiamo costringere A e B ad aspettare fino alla morte. È assurdo. Allora io dico: stabilire quando finirà questo rapporto lo lascio dire al karma, però non è saggio, è disarmonico non aver previsto cosa fare quando arriverà il momento giusto della separazione. Se si viene colti di sorpresa, non si è pronti e agguerriti per gestire in modo armonico la fine del rapporto.
Ed è così: la maggior parte delle separazioni non sono state previste, però ci sono! Prevedere cosa fare alla fine del rapporto, concordare, farsi dei pensieri, A e B insieme, su come gestire il termine fisico del loro rapporto (senza figli piccoli!, non continuate a tirar fuori i figli: ho già detto ieri che se ci sono figli le questioni sono tutt’altre) qualora dovesse finire prima della morte, su come, per esempio, non venir meno a doveri importantissimi nei confronti di C, vuol dire accelerarne la fine? No! Si accelera la fine quando non si è pensato alla fine, perché non ci si sente liberi.
In una coppia, quando ci si sente liberi di andare quando si vuole perché si sono già fatti pensieri in proposito, uno ha più voglia di restare, scusate! Se B è, per esempio, economicamente dipendente da A, è la moglie di A, potrà chiedersi: ma se vado via resto senza soldi, non ne abbiamo mai parlato, come farò? Voi mi dite che è meglio? No, è meglio aver compreso tutto il corso delle cose.
È un ricatto moraleggiante dire che se tu abbracci nella tua coscienza il corso di un rapporto e parli anche della fine, acceleri questa fine. È invece l’opposto che avviene. Quando si pensa un rapporto dall’inizio alla fine, quando si pensa che io domani potrò volerti incoraggiare ad affrontare un altro rapporto perché vedo che diventa importante per te, quando c’è questo prevedere insieme, si creano le basi perché il rapporto duri di più, non perché duri di meno.
Io ho conosciuto tantissime mogli, anche in Germania, che dicono: mi tocca restare con mio marito perché se ci separiamo povera me. Al marito può star bene, ma non alla moglie. Il marito può dire: vai, vai, ma i soldi me li tengo io.
Comunque, io avevo preso queste considerazioni come esempio che il pensare è l’esperienza della propria libertà – la prima parte de La filosofia della libertà si incentra sul pensare – e l’amare è l’esperienza di favorire la libertà altrui – seconda parte de La filosofia della libertà.
• Godere la propria libertà, la propria creatività in assoluto è il pensare.
• Gioire della libertà altrui favorendola è l’amore.
In un certo senso, possiamo già anticipare che la seconda parte di questo nostro testo sarà un po’ più facile: non ci saranno più capitoli sul pensare che per l’uomo d’oggi sembrano un po’ astratti. Però questa seconda parte ha un senso soltanto se è posta sui fondamenti della prima, perché l’amore senza pensiero, senza la luce della saggezza non è amore, è amore di sé.
Per amare l’altro, per favorire la sua libertà lo devo conoscere. Per favorire la libertà dell’uomo devo conoscere la libertà dell’uomo, e la prima parte de La filosofia della libertà mi dice che la libertà dell’uomo è nel pensare che crea. Allora mi chiedo, nella seconda parte, cosa posso fare per mettere a disposizione a te, a te, a te, a più esseri umani possibile, gli strumenti per poter sempre più pensare in modo artistico, libero e creatore.
La forma suprema di amore è aiutare l’altro a pensare, perché soltanto questo lo rende sempre più libero. Il senso di uno studio è camminare nel pensare: io posso favorire, in chiave di amore, lo studio di un altro, perché il mio concetto di studio è: tu, imparando nuove cose, ti dai la possibilità di pensare sempre più sovranamente, sempre più profondamente ed efficacemente e sarai sempre più libero.
Libero è l’essere umano nel pensare. Solo il pensare è libero: la gestione di una ditta non è di per sé libera, lo è nella misura in cui le due o tre persone, o quelle che siano, ci mettono il loro pensare libero. Fa parte della loro libertà pensare a come restare liberi dovesse venire il giorno in cui ognuno se ne volesse andare per conto suo. Se non l’hanno previsto non saranno liberi e si picchieranno a vicenda, accelereranno il processo di separazione – e questo non è meglio.
Torniamo al settimo capitolo, tutto incentrato sul fatto che non ci sono limiti al pensare. Limiti ci sono in Kant, oppure nel realismo ingenuo: per esempio, prendiamo Dio, o l’anima, o l’atomo… Ci devo credere perché sono inconoscibili, dice il realismo ingenuo e dice anche l’idealismo critico (la cosa in sé). Dicevamo: queste cosiddette cose non conoscibili vengono immaginate come cose percepibili, però, invece di avere tutti gli aspetti di qualcosa di percepibile – che può essere visibile, tastabile, udibile…, percepibile a tutti i sensi – hanno soltanto due qualità della percezione:
• la materia, perché occupano un luogo, una posizione, hanno una collocazione, un’estensione, una forma;
• il movimento, lo spostamento.
le due qualità percepibili
dell’inconoscibile impercepibile
dio
anima
atomo
1 2
posizione materiale movimento
Quindi gli atomi originari (che non si possono percepire), con i loro movimenti (che non si possono percepire), sono l’origine di tutto il mondo. Per essere qualcosa, per venire immaginati come qualcosa, gli atomi debbono occupare un posto e devono muoversi.
Già Aristotele parlava di diversi tipi di movimento: quali?
Intervento: Movimento rotatorio…
Archiati: No, quello è un sottotipo, non un tipo.
Intervento: Movimenti causati da qualcosa di esterno e movimenti causati da qualcosa di interno – per esempio la volontà.
Archiati: Prendiamo una pietra, una forma fissa: che tipo di movimento ha? Il tipo di movimento di una forma fissa si chiama spostamento, traslazione. Una pietra si sposta se le do un calcio: la forma rimane tale e quale, ma può cambiare luogo tramite un movimento.
Passiamo al livello della vita: qual è il movimento primigenio di tutto ciò che è vivente?
Intervento: Metamorfosi.
Intervento: Trasformazione.
Archiati: No, troppo astratto.
Intervento: La crescita.
Archiati: La crescita! La crescita è uno spostamento: la foglia era piccola e diventa più grande, occupa un posto diverso, però è uno spostamento di altra natura che non lo spostamento puramente spaziale della pietra.
Passiamo al tipo di movimento dell’anima.
Intervento: Tensione, desiderio, simpatia, antipatia…
Archiati: Il fenomeno archetipico dell’anima è il sentimento, ma il tipo di movimento dell’anima è la creazione di organi che poi esprimono i sentimenti, fanno vivere i sentimenti. Il corpo di un animale come sorge? Con un movimento di creazione di organi. E chi lo fa questo movimento? L’anima, l’elemento animico del mondo. Il modo di funzionare di un organo è un movimento (il funzionare del cuore o del polmone è un movimento). È una crescita? No, è una funzione, è un funzionare.
Infine abbiamo il movimento dello spirito: l’io si serve di tutti e tre i movimenti già visti – spostamento, crescita, creazione e funzionamento di organi. L’io, che è la quarta dimensione, vive in un mondo di spostamenti locali, di crescita del vivente, di funzionamento di organi animici, si serve di tutti e tre per compiere altri due tipi di movimento: il pensare e l’amare. Questi sì che sono movimenti!
tipi di movimento
in relazione ai quattro livelli della realtà umana
forma fissa = postamento – traslazione
vita = crescita
anima = creazione di organi – funzionamento
spirito (io) = pensare e amare (transustanziazione)
Il pensare è un movimento di transustanziazione: transustanzia la percezione in concetto. È un bel movimento artistico! L’amore è il movimento che trasforma se stessi a supporto dell’evoluzione altrui: l’egoismo si trasforma in amore, per movimento d’amore. È un movimento. Movimento significa cambiamento, cambiamento di posto, cambiamento di forma, perciò trasformazione. Il tipo di movimento che fa avvenire la trasformazione nel vegetale si chiama crescita, quello che fa avvenire la trasformazione nell’io si chiama amore.
Vedete come questa cosiddetta scienza dello spirito ci mette a disposizione strumenti molto più scientifici, molto più precisi che non le scienze naturali che non conoscono direttamente il vitale, che è già sovrasensibile, non conoscono direttamente l’animico e non conoscono direttamente lo spirituale. Le scienze naturali conoscono direttamente il mondo delle percezioni fisiche perché quelle si vedono; conoscono il vitale, l’animico e lo spirituale soltanto nelle loro manifestazioni dentro il mondo della percezione. La scienza naturale non può conoscere (a meno che non ne abbia percezione diretta) i fenomeni puri del vitale, i fenomeni puri dell’animico e i fenomeni puri dello spirituale a meno che non parta dalla prima realtà spirituale percepibile a ogni uomo: il pensare. E questo abbiamo fatto.
La scienza naturale si attiene a tutto ciò che del vitale, dell’animico e dello spirituale diventa percepibile nel mondo delle percezioni sensibili, e questo si limita a descrivere. In questa rosa che vedo qui, in questo momento, cosa ho del suo movimento di crescita? Nulla, perché ogni frammento di percezione è statica: la crescita non è percepibile, è pensabile. Nella percezione io ho soltanto un’infinità di immagini statiche e il movimento di crescita lo devo pensare. E non mi serve a nulla dire: però ieri era più piccola e oggi è più grande, perché il passaggio dalla foglia piccola alla foglia grande lo devo pensare. Il passaggio, il movimento di transizione non l’ho percepito, perché ogni volta che percepisco, ogni volta che guardo, ho davanti a me una forma fissa. Un fotogramma. Ogni percezione è come un fotogramma che mi ferma il movimento, non lo crea. Un fotogramma uccide il movimento. Poi, facendo susseguire i fotogrammi in una sequenza di giusta velocità – come al cinema –, creo l’inganno di un movimento che in realtà non c’è (l’abbiamo visto con i dodici cavalli che ruotano).
• Chi la pensa come Du Bois-Reymond dice: Dio, l’anima, l’atomo sono cose in sé inconoscibili.
• Steiner afferma: non ci sono limiti alla conoscenza. Di ciò che si percepisce si può conoscere tutto e quel che non si percepisce non esiste per l’uomo.
Perciò, quando si dice che ci sono delle cose non conoscibili, il percepibile viene ridotto a due momenti fondamentali: il luogo e il moto. La posizione e il movimento. L’occupazione di spazio, l’estensione e il movimento nello spazio. Movimento inteso come spostamento, non come crescita.
A me interessava fare tutta questa riflessione per arrivare a chiedervi: cosa c’è qui sulla lavagna? Cosa sono questo 1 e questo 2 (V. Fig. p. 270)? L’altro schema sui tipi di movimento è una riflessione a parte. Allora, posizione materiale (luogo) e movimento sono due qualità fondamentali attribuite alla cosa in sé inconoscibile: 1 e 2 sono spazio e tempo.

L’atomo me lo immagino nello spazio, è un frammento di spazio e il suo movimento è l’astrazione del tempo. L’occupazione del luogo è l’astrazione dello spazio e il movimento nello spazio è l’astrazione del tempo. Tempo e spazio.
Il tempo e lo spazio si possono percepire? Sono due realtà?
Intervento: Sì. Per esempio attraverso i fotogrammi percepisco il tempo.
Archiati: No. Io ti ho chiesto se tu ritieni il tempo una realtà e se sì dimmi cos’è. E cos’è lo spazio?
Intervento: Sono concetti.
Archiati: Certo, sono concetti. Tra i più difficili che ci siano. Adesso prendiamoci un altro momento importante e poi continuiamo col testo: vi ho già detto che, finita la prima parte, non incontreremo tutte queste disquisizioni filosofiche difficili e saremo contenti, però, di averle fatte.
La Critica della ragion pura di Immanuel Kant, un’opera fondamentale del pensare moderno tutt’oggi studiata come testo base in Germania, comincia con i due strumenti fondamentali della “appercezione” (così Kant chiama la percezione): lo spazio e il tempo. Se io non riesco a percepire qualcosa nello spazio e nel tempo, non ho nulla. Kant descrive il cosiddetto tempo e il cosiddetto spazio come presupposti per percepire qualcosa: quindi lo spazio e il tempo sono i due concetti della percezione, sono la percezione ridotta all’essenza.
L’essenza della percezione è individuare qualcosa nel suo spazio e vederla nell’evoluzione del tempo: sennò non ho nulla. Per Kant lo spazio e il tempo non sono realtà: sono presupposti a priori per poter percepire qualcosa.
Prendiamo un esempio: la persona semplice, il realista ingenuo, i nostri nonni (non dico tutti, ma tanti) come si immaginavano l’anima dopo la morte? Loro partivano dal convincimento che l’uomo non sparisce con la morte: resta l’anima. Come se la immaginavano? Fatta di che cosa? Se ci togliamo il tempo e lo spazio non resta nulla, quindi dovevano immaginare un qualche fantòma, un’immagine che occupa spazio: l’immagine comincia qui e finisce lì. E questa immagine è statica? No. L’anima parla con l’Angelo custode, parla con Dio, si purifica, e la purificazione è un movimento nel tempo. Movimento significa cambiamento. Nel purgatorio, se l’anima brucia via la brama del chianti che ha avuto, cambia, e il cambiamento è che diventa un po’ più piccola. Prima era bella grossa, piena di brame: adesso, purificata e bruciata, è diventata più piccola.
Ripeto la domanda: che altre possibilità ha il realista ingenuo, la persona ordinaria, di immaginarsi l’anima? – e non chiediamoci come s’immagina Dio, perché sarebbe ancora più difficile. Questo è il motivo per cui il benpensante, l’idealista critico ha detto: no, quest’anima qui proprio non è una realtà. Quando l’uomo muore è tutto finito. È una reazione a questo immaginarsi l’anima che occupa uno spazio e che è in via di trasformazione nel tempo. E che posto occupa? C’è posto per tutti dopo la morte? È un realismo ingenuo che dice: se tu mi porti via lo spazio e il tempo non mi resta più nulla!
Ti resta qualcosa soltanto se fai cammini di pensiero: allora il concetto ti diventa qualcosa, e il concetto di anima è la realtà dell’anima. Un concetto occupa spazio? No. Allora non è nulla? La grande transustanziazione che sta compiendo lo spirito umano nei nostri tempi è quella di trasformarsi da uno spirito che ingenuamente ritiene reali le cose che occupano un posto – e che invece non sono reali perché sorgono e spariscono –, in uno spirito che vive come sostanziale ciò che non occupa né spazio né tempo. E siccome la cosa non è da poco, bisogna esercitarsi sempre di nuovo, e man mano che ci si esercita ci si arriva.
Quando una persona parla con la nonna morta, a cosa pensa? All’immagine di com’era in vita. Ma quell’immagine lì, anche se il corpo è stato inumato e non cremato, sparisce. La realtà a cui mi rivolgo di che cosa è fatta? Di puro spirito, o per lo meno di puro sovrasensibile che significa: oltre lo spazio, oltre il tempo. Lì è il difficile per l’uomo d’oggi e quello va esercitato, sennò non si raggiunge la sostanzialità di ciò che è spirituale.
Tutto questo ci dà adesso la possibilità di procedere un po’ più veloci nel settimo capitolo.
VII,7 Dal concetto del conoscere {del pensare}, come noi l’abbiamo esposto, segue che non ha senso parlare di limiti della conoscenza. Il conoscere non è un interesse generale del mondo, ma un affare che l’uomo deve aggiustare con se stesso. Le cose non domandano nessuna spiegazione. Esistono ed agiscono l’una sull’altra secondo certe leggi, che il pensare può scoprire {può cogliere, può intuire}; esistono in un’inseparabile unità con quelle leggi. Quando il nostro io si pone di fronte ad esse, in un primo tempo ne afferra soltanto quello che abbiamo indicato come percezione.
È cosa nostra che noi in un primo tempo percepiamo la prugna e poi diciamo: è una prugna. È una faccenda nostra. Nella prugna, ciò che noi chiamiamo la percezione e ciò che chiamiamo il concetto sono una cosa sola, perché non esiste la percezione della prugna senza prugna, e non esiste la prugna senza che ce ne sia la percezione.
(VII,7) Ma nell’intimo dell’io vi è la forza per trovare anche l’altra parte della realtà. Solo quando l’io ha ricongiunto anche per sé i due elementi della realtà {percezione e concetto}, che sono inseparabilmente congiunti nel mondo, la conoscenza rimane soddisfatta: l’io è di nuovo arrivato alla realtà.
Quando dico: questa è una prugna, ho la realtà della prugna. Ma la realtà della prugna è la struttura di pensieri, sono le correnti vitali di pensieri, di forme e metamorfosi che, dapprima invisibili, entrano dentro la materia e la materia me le rende visibili, percepibili. Però la struttura, la forma e le trasformazioni della prugna sono strutture di pensiero “prugnesche”: sono state pensate e il materiale del mondo me le rende evidenti.
Quando io dico che ho la prugna reale, cos’è questa realtà della prugna? Non è la materia che riempie ed evidenzia le forme e le metamorfosi che sono state pensate all’origine dal Logos, dal pensare cosmico. Quando io metto insieme la visibilità, cioè la percepibilità (grazie alla materia), e la sostanzialità, l’essenza (grazie al pensare che si è strutturato in forma di prugna e con le metamorfosi della prugna), allora ho la realtà totale della prugna.
L’elemento passeggero è l’evidenziarsi e lo sparire della prugna attraverso la materia, e l’elemento eterno è una struttura di pensiero che opera nell’eterico e ha la forza di attirare la materia minerale strutturandola in forma di prugna.
Il problema è che l’uomo d’oggi, in chiave di materialismo, non si rende conto che quando dice prugna intende un concetto, una struttura di pensieri e pensa invece che la prugna sia la materia: questo è l’inganno. La materia che vedo evidenzia la prugna ma non è la prugna.
Intervento: Ma le leggi naturali, per il materialista, non possono essere proprio questo? Non può essere il concetto della prugna?
Archiati: Certo, certo che lo è.
Replica: Quindi anche il materialista c’è arrivato.
Archiati: Prima di tutto non sono leggi naturali. Se uno Stato fa una legge ma nessuno si comporta secondo questa legge, questa legge non è una realtà. Ciò che la scienza naturale chiama leggi è un’astrazione: astrae dalla realtà delle leggi. Ma qual è la realtà di una legge di natura? È la forza di natura. Nella prugna ci sono ben specifiche forze di natura all’opera: ma la forza è una realtà, non la legge. Quindi già il fatto di parlare di leggi di natura indica uno spirito che astrae dalla realtà: tutto il pensare delle scienze naturali è un pensare che astrae dalla realtà.
C’è un motivo per astrarre dalla realtà? Certo, era importantissimo che sorgesse il pensare astratto perché se noi, nel nostro pensare ordinario, non astraessimo dalla realtà non saremmo liberi. Infatti avrei dentro il mio pensare le forze della prugna, forze che opererebbero in me e non mi lascerebbero libero. Quindi lo scienziato naturale vuol dire: nel nostro pensare noi abbiamo soltanto le leggi delle forze che operano nella prugna, cioè i concetti astratti. Però è importante capire che questo concetto astratto mi riferisce di qualcosa di reale che opera. Allora va tutto bene.
Intervento: Allora la legge si identificherebbe con la forza?
Archiati: No, legge è l’astrazione della forza, astrae dalla forza. La forza è una realtà che opera, la legge è l’immagine riflessa e morta della forza. Quindi la legge è il concetto astratto della forza.
Intervento: Sono i determinismi di natura.
Archiati: Sì, ma che significa determinismo?
Replica: Che sono già stati determinati dalla natura.
Archiati: È una forza determinata, perché se le forze del “prugnare” non fossero determinate non salterebbe fuori nulla. La forza deve essere determinata, determinata ad agire in un certo modo, a creare una certa forma, altrimenti salterebbe fuori una mela non una prugna. Questo è il determinismo di natura: nulla avviene a caso.
Intervento: Comunque è lì che mi sembra ci sia il lavoro che il materialista deve fare per poter fare il salto. È questa l’intuizione che deve avere.
Archiati: Sì, ma questa intuizione non gliela puoi comunicare di acchito, capito? Tu adesso la fai, la vedi più nitida magari alla fine del quarto giorno di lavoro. Le cose si possono conquistare soltanto per cammini di pensiero propri, non si possono comunicare a un altro.
Intervento: Quindi ciò che mi fa cadere in terra è la forza di gravità, non la legge di gravità?
Archiati: Eh, la legge di gravità mi lascia in pace!
Intervento: Quindi nella forza vivo di più nella realtà ma non sono libero, invece nella legge divento più libero ma non sono nella realtà, sono nell’astratto.
Archiati: Va benissimo. Adesso ognuno vuol dire qualcosa… significa che si accendono i cervellini… però qui siamo più di cento persone. Allora, supponiamo che io non abbia capito nulla di quello che hai detto perché per capirlo dovremmo darti almeno tre quarti d’ora, se bastano, per articolare i tuoi pensieri e dirci in che senso usi certe parole, certi concetti…
Intervento: Tra l’altro non abbiamo sentito nulla di questo intervento perché ha parlato senza microfono. Puoi ripetere tu?
Archiati: Ma no, se lo ripeto io diventa mio. Vogliono che tu ripeta ciò che hai detto.
Intervento: Io ho detto che se viviamo nelle forze di natura …
Archiati: Io non capisco nulla. Cosa intendi? Rendiamoci conto che facciamo astrazioni. «Vivere nelle forze della natura»: cosa intendi dire? Spiegamelo. Devo vivere nella prugna?
Replica: In simbiosi con la natura.
Archiati: In simbiosi. Peggio di prima! Devo vivere in simbiosi con le forze di natura all’opera nella prugna? Non mollare, eh? Io faccio il Bastian contrario, lo devo fare!
Replica: Se mi limito alla percezione non sono libera. Se mi limito a questa realtà percettiva non sono libera perché sono soggetta alla natura.
Archiati: Tu parli come se tutto fosse evidente. Ma io non ti capisco.
Replica: Non mi so spiegare meglio.
Archiati: Noooooo. Non ti rendi conto di quanto siano complesse le cose che stai dicendo. Non mollare, però!
Replica: Invece quando comincio a fare delle astrazioni divento più libera, però perdo il contatto con la realtà. Questo volevo dire.
Archiati: E cos’è un’astrazione?
Replica: La legge.
Archiati: Un’immagine astratta, astrae dalla realtà. Un ragazzo di venticinque anni ha sulla parete della sua stanza l’immagine di suo padre – per fortuna solo l’immagine: consideriamo che ci sia un rapporto difficile tra papà e figlio. In questa immagine, in questa fotografia, cosa ha del papà? Nulla. La foto astrae da tutta la realtà del papà, della realtà del papà non c’è nulla, il papà non opera nulla. All’inizio, come punto di partenza del processo di conoscenza, noi abbiamo nella coscienza tutte immagini morte, che non ci costringono a nulla. L’immagine della prugna che io ho, la rappresentazione della prugna (non dimentichiamo che noi come risultato di percezione e concetto abbiamo rappresentazioni interiori) non mi costringe a nulla perché è un’immagine morta, che astrae dalla realtà. La rappresentazione della prugna astrae dalla realtà della prugna.
La rappresentazione (o l’immagine, perché la rappresentazione è tale e quale all’immagine nella foto) astrae dalla realtà del papà. Il motivo per cui abbiamo una coscienza piena di immagini morte, che riflettono specularmente il reale, è quello di sentirci liberi. C’è una prima cosa, dove non abbiamo soltanto l’immagine ma la realtà?! È il pensare. Non il pensiero, che è il concetto astratto del pensare. La realtà è il pensare, il pensiero è il concetto del pensare: il concetto di pensiero astrae dalla realtà operante del pensare perché o mi tiro fuori dal pensare e lo contemplo dal di fuori e faccio astrazioni (pensieri), oppure mi ci tuffo dentro e allora si salvi chi può!, sono costretto a camminare secondo le forze operanti del pensare.
Nel pensare ho la prima realtà operante, creante che mi sia afferrabile direttamente. Tutto il resto ce l’ho come riflesso morto, che mi lascia libero. Il pensare non lascia liberi, travolge: oppure restane fuori. Sarebbe come voler fare surf stando fuori dalle onde! E no, se ti ci metti dentro devi muoverti! Il pensare è la prima realtà in cui divento etericamente vivente, animicamente amante e spiritualmente creante. Tutte attività, tutte realtà. C’è vita, c’è anima e c’è creazione spirituale.
VII,8 I presupposti per il sorgere della conoscenza sono dunque attraverso l’io e per l’io {non sono fuori, ce li abbiamo tutti in noi}. L’io si pone esso stesso le domande relative al conoscere, e le prende proprio dall’elemento, in sé perfettamente chiaro e trasparente, del pensare. Se ci poniamo domande a cui non possiamo rispondere, allora è il contenuto della domanda che può non essere chiaro ed evidente in tutte le sue parti {è una domanda posta male: cambia la domanda!}. Non è il mondo che ci pone le domande, siamo noi stessi che le poniamo.
Adesso attenti: vi pongo una domanda (la stessa di prima) per vedere se ci sono domande a cui non possiamo rispondere, perché se ci sono vuol dire che ci sono limiti alla conoscenza. Allora, vediamo se il nostro pensare sa rispondere o no: che differenza c’è tra leggi e forze di natura?
Quello che mi è dato di constatare è che non vedo nessun volto che dica: non si può rispondere a questa domanda. Tutti stanno cercando una risposta. Quindi la posizione spontanea del pensare è che se c’è una domanda vuol dire che c’è una risposta, sennò non è una domanda, è una domanda fasulla o retorica.
Spontaneamente l’uomo pensante avverte che se c’è una domanda sensata e non insulsa, questa deve avere una risposta. Se pure uno dicesse: non c’è differenza tra leggi di natura e forze di natura, sarebbe comunque una risposta a questa domanda. Qui non c’è nessuno che spontaneamente abbia pensato: è una domanda a cui non si può rispondere. Siate sinceri: nessuno l’ha pensato. E questo è bello, molto bello. La reazione è stata: fammici pensare! Il pensare ci arriva, risponde a tutte le domande, basta che siano poste in modo giusto. Tante volte si tratta di rettificare, di chiarire la domanda.
Avrete notato che spesso, nel dialogo, quando uno pone una domanda e io do un avvio di risposta, non è la risposta che conta: la cosa più importante è aiutare – se mi perdonate questo paternalismo – chi ha posto la domanda a chiarirla. Soltanto allora si fa un passo in avanti. Se chi ha posto la domanda, in base al non mollare che dicevo prima, si chiarisce sempre meglio la domanda, trova la risposta. Rispondere a una domanda significa chiarire la domanda: non c’è una risposta dal di fuori. Quando mi è chiara la domanda, la chiarezza della domanda è la risposta.
Io ho posto una domanda: che differenza c’è tra forze di natura e leggi di natura?, e voi adesso siete il relatore che mi aiuta a chiarire la domanda. Cosa fate? Si chiarisce una domanda ponendo ulteriori domande sui suoi elementi: cosa intendi per forze di natura? cosa intendi per leggi di natura? Questa è la risposta migliore. Aiuta colui che ha fatto la domanda a chiarire la sua domanda. Chi fa questa domanda presuppone ingenuamente che sia scontato, che sia chiaro a tutti cosa siano le forze di natura e cosa siano le leggi di natura. Eh no! Se tu me lo dici chiaramente allora io so che differenza c’è, ma se non so cosa intendi con l’uno e cosa intendi con l’altro, come faccio a sapere la differenza?
Intervento: Mi sembra di aver capito, secondo quello che hai detto prima, che le forze di natura sono la realtà che esiste, e le leggi di natura sono l’astrazione che l’uomo ne ha fatto. Di questa realtà l’uomo ha fatto un concetto. È così?
Archiati: No. Non hai capito la domanda. La mia domanda è: che differenza vedi tu tra forze di natura e leggi di natura? La differenza che vedi tu, non quella che vedo io.
Replica: Eh, allora non la vedo. In questo momento ho in mente questa cosa che ti ho detto. Vedo questa, insomma, non me ne viene in mente nessun’altra.
Archiati: Perché eri nel processo di recepire le mie risposte.
Replica: Sì, esatto.
Archiati: Però ti tocca constatare che questo è meno proficuo del cercare tu stessa, del fare tu un’indagine nella domanda. Non mi serve a nulla farmi dire da Pietro Archiati che differenza c’è tra forze di natura e leggi di natura, se non lo so dire io! Il modo migliore è sempre che prima ci provi tu.
Replica: Ci provo, ma mi viene sempre in mente che le leggi sono create dall’uomo, la natura da Dio.
Archiati: No, la legge di formazione della prugna non l’ha creata l’uomo, è un’intuizione del Logos.
Intervento: Prima viene la legge e poi il corpo.
Archiati: Certo, da parte del creatore.
Intervento: La forza di natura è una realtà operante nell’oggetto stesso, e la legge la vedrei quasi come una copia, potrei immaginarla come una rappresentazione della forza operante che non fa nulla in realtà, non opera, però mi dà un qualcosa che mi può avvicinare alla comprensione della forza di natura.
Archiati: La tua esperienza interiore è: sto cercando, sto cercando, sto cercando… sono sulla strada giusta, però sto ancora cercando.
Replica: Sì, certo.
Archiati: Bello! Ottimo! Ottimo!
Replica: Mi pongo anche un’altra domanda: nel campo della tecnica, quando l’uomo crea qualcosa – una macchina, ma anche una cosa semplicissima, tipo un cucchiaio – coglie la forma del cucchiaio e con la volontà realizza un cucchiaio.
Archiati: Prima che ci fosse stato mai un cucchiaio.
Replica: Sì, certo, parliamo del primo cucchiaio. Mi domando: questa creazione umana, questo pensiero che io, creatore del cucchiaio, ho colto per primo, che rapporto ha con la forza di natura? Cioè…
Archiati: La domanda è chiara, e se vai ancora avanti ci confondi, capito? La domanda è già chiara. Allora, abbiamo le leggi di natura, che sono strutture di pensiero, e le forze di natura, che sono forze vitali operanti. La tua domanda chiede: è più reale una struttura di pensiero o una forza vitale? Nello spirito che crea, la struttura di pensiero è la realtà a livello sommo, perché è la struttura di pensiero che crea le forze vitali, non viceversa. Il mistero sta nel fatto che l’uomo queste strutture di pensiero operanti, creanti in un creare puro, non le acchiappa direttamente al livello dello spirito divino (che lo soverchia), ma riceve queste forme di pensiero come un’immagine astratta che non opera nulla. Altrimenti l’uomo non sarebbe libero.

E l’uomo dice: mah, le leggi di natura nel mio pensare non combinano nulla! Invece, queste leggi di natura, in quanto strutture di pensiero nello spirito divino, combinano tutto il mondo, lo creano! Ma allora perché lo spirito creatore mi viene dato in partenza così depotenziato, solo come immagine morta? Per dare a me la possibilità di reimmettere nelle strutture di pensiero, che dapprima in me sono morte, sempre più attività spirituale e pensante, in modo che anch’io viva sempre di più strutture di pensiero operanti.
La struttura di pensiero di una macchina, o di una casa, che fa saltar fuori la macchina e la casa reale, non è né più e né meno creante e operante che il pensare divino. È la stessa cosa, non c’è nessuna differenza. Solo che, a questo livello dell’evoluzione, il pensare umano è operante soltanto al livello morto, al livello del minerale. Non siamo ancora capaci di creare piante o animali, col nostro pensiero. Però ci arriveremo.
Replica: Il fatto che io realizzi il cucchiaio, si potrebbe dire che è una mia specie di forza di natura a un livello…
Archiati: No, è forza di spirito. Le strutture di pensiero sono forze di spirito, non di natura.
Replica: Però realizzano qualcosa nella materia, come nell’ambito del vitale si realizza lo spirito divino.
Archiati: Certo. Cos’è una prugna reale? È lo spirito divino che opera nella materia: lo spirito, però. Quindi un cucchiaio è uno spirito umano che opera nella materia – nella materia minerale, non nella materia vivente – e crea una cosa morta, una macchina, un utensile. Però, se il nostro pensare diventa sempre più creatore, cominceremo a diventare spiritualmente operanti, le nostre strutture di pensiero cominceranno a operare nel vivente e creeremo piante per forza di pensiero, perché tutto si crea per forze di pensiero. Se una cosa non la pensi, non salta mai fuori.
Replica: Sarà una trasformazione dell’uomo stesso? L’uomo attuale non può fare questo, no? Quindi cambierà anche la costituzione umana.
Archiati: Certo, è un processo di transustanziazione, di spiritualizzazione crescente dell’uomo perché lo spirito nell’uomo diventerà sempre più creatore. Adesso è creatore al livello del minerale, poi diventerà creatore al livello del vegetale, poi al livello dell’animale… Ma spirito creatore è un concetto astratto o ne abbiamo la realtà? È l’unica cosa che possiamo percepire nella sua realtà, ed è il pensare! Il pensare è lo spirito creatore.
Replica: Il realismo ingenuo qui è valido.
Archiati: Qui è valido, perché non è né realismo né ingenuo: il pensare non è una percezione soltanto, non è qualcosa di materiale.
Replica: È molto importante capire che è necessaria una trasformazione, perché a volte ci si fa solo l’idea che il pensiero arriverà a creare e invece l’evoluzione comporta una trasformazione totale dell’uomo. Non è una cosa così a portata di mano.
Archiati: E adesso hai detto con parole tue, in un modo molto bello, che cosa significa la cosiddetta transustanziazione di cui parla il cristianesimo, questa religione del Logos, che poi è la religione dell’uomo. Il cristianesimo vero non è una religione tra le altre: o è una religione dell’uomo oppure non mi interessa. Io sono uomo, non sono cristiano o musulmano. Questa religione dell’uomo dice: c’è soltanto una cosa da fare (tu l’hai detto con parole tue, io lo dico con parole mie) ed è di transustanziare sempre di più questo spirito, che in partenza si acchiappa pieno di strutture di pensiero morte – parliamo di leggi di natura. Mettendoci dentro sempre più attività, sempre più creatività, sempre più attenzione, sempre più concentrazione, sempre più forze volitive, questo pensiero morto diventa una creazione reale al punto massimo: prima a livello minerale, poi a livello vegetale, poi a livello animale e poi a livello puramente spirituale.
E quando sarà al livello puramente spirituale l’uomo assurgerà al livello dell’Angelo, perché l’Angelo è un puro spirito. Però il puro spirito crea strutture di pensiero che lavorano nella materia: il puro spirito ha creato il mondo del minerale, del vegetale, dell’animale e dell’umano. Però ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: l’immagine è la potenzialità a diventare nel corso dell’evoluzione uno spirito talmente creatore quanto lo spirito divino.
La differenza tra lo spirito divino e lo spirito umano è soltanto una differenza di tempo evolutivo, perché spirito è spirito. Il Logos si trova ora a un gradino evolutivo al quale non è proibito all’uomo di arrivare, sennò il Logos non avrebbe il diritto di crearci come spiriti. Spirito è spirito. Il Logos si trova a un gradino in cui l’uomo potrà arrivare forse nel corso di milioni di eoni, ma non gli deve essere precluso questo gradino. Non ci sono limiti alla conoscenza, non c’è limite alla creatività del pensare, allo spirito creatore che pensa e pensando crea e creando pensa.
Intervento: L’uomo non ha la possibilità di creare nel vitale, in questo momento della sua evoluzione. Però, quando ha avuto la possibilità di cominciare a creare nel minerale?
Archiati: Da quando c’è il minerale.
Replica: Perciò da subito?
Archiati: No. Lo spirito umano è eterno, c’è sempre, lo spirito è spirito. Tu chiedi: da quando è entrato lo spirito umano in interazione col minerale? Da quando c’è il minerale.
Replica: Sì, però non ha cominciato subito a creare. L’uomo poteva anche non sapere cosa farci, col minerale.
Archiati: Guarda, visto che adesso dobbiamo fare una pausa, trovo subito una risposta alla tua domanda: studia almeno dieci volte un romanzetto di Rudolf Steiner che si chiama La scienza occulta e trovi tutte le risposte alla tua domanda!
Replica: Eh, l’ho studiato una volta sola!
Archiati: Appunto t’ho detto dieci volte.
Facciamo una pausa.
*******
Archiati: Vediamo se è rimasto ancora qualcuno o sono già tutti in viaggio. Intanto ho due cose che devo farvi presenti, e se non lo faccio minacciano di non lasciarmi tornare in Germania! La prima riguarda il Convegno di Milano Crisi dell’economia, sfida dell’uomo:[59] nessuno vi proibisce di prendere cinquecento, mille pieghevoli da distribuire a tutti gli amici! Poi, altra cosa importante, sono i nuovi cataloghi. Prendetene un bel po’ ciascuno.
Intervento: Ma io vado in treno.
Archiati: Eh, il treno ne porta anche cinquecento, allora! Voi lo sapete: siamo case editrici piccole piccole[60] e perciò o ci sono persone che conoscono sempre più questa scienza dello spirito e ne informano gli amici – oh, guarda, qui c’è una casa editrice interessante… –, oppure non abbiamo la possibilità di raggiungere sempre nuovi lettori. Quindi aiutate il Logos, date una mano al Logos a farsi forte nell’umanità! Queste case editrici pubblicano Steiner, e perciò sono case editrici del Logos.
Intervento: Pubblicano anche Archiati.
Archiati: Sì, ma Archiati indica sempre Steiner. Con Logos, intendo dire la scienza dello spirito di Steiner. Non c’è nulla, in paragone, che sia un messaggio così schietto e genuino del Logos nell’umanità odierna. Dapprima sono pochi che l’afferrano.
Allora, durante la pausa, una persona che mi ha accalappiato ha detto delle cose così belle che le avevo chiesto di farcele sentire qui in sala.
Intervento: Sì. Io mi occupo della cura del dolore, utilizzando una tecnica manuale. Faccio il mestiere di terapista e utilizzo le mani come strumento. Quello che è successo finora è che l’uomo di fronte alla patologia, al problema, ha fatto delle pensate e ha cercato di studiare la maniera per risolvere il problema. Ci si è accorti, in questi ultimi anni, che le strutture fasciali del corpo…
Archiati: …che sono strutture di pensiero…
Replica: … hanno la perfetta conoscenza del percorso che hanno seguito per creare una patologia e dunque hanno anche la perfetta conoscenza del percorso inverso. Qual è l’elemento determinante per cui queste strutture fasciali possano avere la capacità di fare un percorso inverso?
Archiati: …che si chiama guarigione…
Replica: Sì, che è la guarigione, cioè il creare l’elasticità, la flessibilità dove invece alcune forze si sono incastrate – in un certo senso, questa è la patologia. L’elemento fondamentale è che il tocco del terapista abbia in sé l’idea di lasciare a queste strutture fasciali la libertà di fare ciò che loro sono in grado di fare in questo momento.
Archiati: In altre parole, la malattia consiste sempre e solo in coercizioni imposte dall’esterno.
Replica: Sì.
Archiati: Nel momento in cui vengono tirate via, il corpo fa quello che vuole e ritorna sano.
Replica: Sì. Quindi quando io, tu o chi segue questa idea tocca il corpo è come se il corpo dicesse: finalmente qualcuno che mi tocca con l’idea di non voler fare lui, ma mi lascia fare quanto io sono in grado di fare. E la meraviglia che io ho, ogni volta, è che quando riesco ad applicare alle mie mani questa idea, nel senso che non cado nel trabocchetto di intervenire – perché quando io ho un bambino che soffre voglio togliergli il dolore – …
Archiati: …e il dolore rincara…
Replica:… quando le mie mani hanno questa capacità, il corpo le riconosce e inizia immediatamente un processo di movimento, di aggiustamento che segue regole che qualche volta l’uomo ha previsto e conosce e qualche volta assolutamente no, regole che solo il corpo conosce.
Archiati: E che sono sempre più individualizzate.
Replica: Esatto. E il corpo fa quanto gli è possibile fare in questo preciso istante, né più né meno. Questa cosa per me è stata illuminante, e quando io vengo qua e ascolto tutti questi ragionamenti dico: questo è esattamente quello che succede per natura, fisiologicamente, nel corpo. L’uomo questo non lo sa, in questo momento non lo sa. Un’altra cosa che sottolineo, e che per me è elemento di studio, è che un sistema fisiologico quale è il ritmo cranio sacrale, – cioè la respirazione primaria e la produzione di liquido celebro spinale sul riassorbimento, per cui le ossa del cranio si muovono continuamente e respirano: questa respirazione è chiamata primaria nel senso che è l’ultimo ritmo che abbandona il corpo anche dopo che si è fermato il battito cardiaco ed è il primo che sorge –, quando il processo di aggiustamento delle fasce comincia a muoversi, questo ritmo fisiologico si ferma, si blocca immediatamente.
Archiati: Perché?
Replica: Ehhh!
Intervento: Scusa, puoi ripetere?
Replica: Quando si tocca il corpo e inizia nel sistema delle fasce questo processo di aggiustamento…
Archiati: Cosa intendi per fasce?
Replica: La fascia è un tessuto connettivo che copre gli organi: ogni struttura interna del corpo è coperta da un tessuto connettivo che si chiama fascia. Quando tecnicamente queste cominciano a muoversi per riaggiustarsi, per riportare l’elasticità dove era stata persa, quando inizia un processo di guarigione, il ritmo cranio sacrale, questa respirazione primaria, si interrompe. Cioè noi capiamo che l’aggiustamento è sì nella meccanica del corpo, ma ha una corrispondenza sovrasensibile in ciò che riguarda l’aspetto animico. Nella malattia noi non abbiamo solo un processo meccanico, ma abbiamo anche l’incarnazione di conflitti dell’anima…
Archiati: … e di pensieri dello spirito…
Replica:… e di pensieri dello spirito: perciò nella fase di aggiustamento, quando il tutto comincia a modificarsi, questo aspetto fisiologico si deve interrompere.
Archiati: E ti dice: devi essere più paziente, ci vuole più tempo, le cose vanno più lentamente, devi pensare tutti i pensieri opposti, devi sentire tutti i sentimenti opposti a quelli che ti hanno fatto ammalare… Devi ritornare alle due origini – lo spirito e l’anima – e queste due origini trasformate ti ritrasformano, poi, il corpo. Ma non puoi trasformare il corpo direttamente: per questo si blocca.
Replica: Esattamente.
Archiati: Il materialismo è la più grande impazienza che ci sia mai stata.
Replica: Sicuro. Certo, perché il trabocchetto in cui cadiamo è che non ci debbono essere il dolore e la malattia: noi li vogliamo eliminare. Giusta, in teoria, come idea, ma nella pratica noi vediamo che non funziona così.
Archiati: No, non è giusta nemmeno in teoria, neanche come idea.
Replica: Sì, nel nostro buonismo… Io mi sono accorto che quando sono di fronte a una persona che soffre molto, farei carte false per toglierle il male, per farla uscire dal mio studio senza il male. Ho un’esperienza che mi ha segnato nel percorso di questo mio lavoro: mi ricorderò sempre di un bambino di sette anni che veniva da me perché aveva fortissime emicranie, non c’erano più medicine che potevano aiutarlo. Io che ho chiare queste idee in testa, mi ricordo perfettamente che nell’applicare certe tecniche quella volta ho un po’ forzato per ridare movimento alle ossa craniche su cui lavoravo, perché ero preso dalla voglia di aiutarlo, di portargli via il dolore. Questo bambino è tornato a casa e ha vomitato per 27 volte! E guardate che quando dico «forzare il tocco» intendo qualche grammo in più. Da quella volta ho capito e ho detto: non funziona così, devo lasciare l’elemento tempo. E capisco che quanto l’osso che tocco in questo momento è in grado di riaggiustarsi è ciò che, in un certo senso, karmicamente può fare in questo momento, secondo il suo livello evolutivo di questo preciso istante. Io devo accettare questa regola.
Archiati: A seconda di quali pensieri sa pensare o non sa pensare, a seconda di quali sentimenti animici sa vivere o non sa vivere. E trasformare il mondo dei pensieri, trasformare il mondo dell’anima è una cosa lenta, lenta. Non si può forzare, ognuno ha i suoi tempi.
Replica: Queste idee e questi concetti sono la cosa più difficile che io ho da trasmettere ai miei studenti, che non capiscono questo fatto.
Archiati: Quindi l’unica terapia, l’unica cura che veramente aiuta è l’amore alla libertà del corpo dell’altro, alla libertà dell’anima dell’altro, è l’amore alla libertà dello spirito dell’altro. Con la consapevolezza che lo spirito dell’altro è molto più decisivo che non il corpo: il corpo è il risultato, nel corpo ci sono gli effetti. Ora, amare l’evoluzione dello spirito dell’altro, la libertà dello spirito e dell’anima è più un tirarsi indietro che non un intervenire. Sei un vero terapeuta quando il paziente ti dice: tu sei il primo che si tira indietro e perciò sei il primo terapeuta che mi cura veramente.[61] Tutti gli altri volevano fare qualcosa.
Replica: Una cosa di cui io mi accorgo è che se questi concetti non li ho chiari in mente e non riesco a praticarli nella vita, sempre, poi non riesco a portarli nelle mani, ad applicarli, perché le mie mani tendono ad andare a fare qualcosa – così come nella vita, nei rapporti, tendo ad andare ad agire.
Intervento: Però una forza la si darà sempre…
Archiati: No, no, no. Lui dice: nella mano opera per forza la struttura di pensiero che c’è nello spirito. Questo sta dicendo lui: non si può barare. Nei movimenti della mano, i pensieri diventano forze reali operanti nella materia e operano così come sono. E il paziente, anche se non lo sa, anche se non lo capisce, lo subisce. Quindi il paziente o vive amore alla sua libertà, alla libertà del suo spirito, della sua anima, del suo corpo – e questo lo cura –, oppure vive una volontà estranea che si vuole imporre – e questo rincara la malattia. La malattia, infatti, c’è proprio perché la persona è stata bombardata da volontà estranee al suo spirito, alla sua anima, al suo corpo.
Queste volontà estranee si presentano quando uno dice (riprendo il tuo intervento di poco fa, non me ne volere!): sì, sì quei due lì che hanno fatto la ditta sono liberi, però però però…, devono devono devono! Il risultato è che hai un corpo tutto malato. Certo che ha la sua legittimità questo dire, però rendiamoci conto di quali sono i risultati di questi bombardamenti dal di fuori sullo spirito e sull’anima: si riflettono tutti sul corpo, non c’è più nulla di libertà.
E questo corpo ti viene incontro con uno spirito e con un’anima, e tutti e tre ti dicono: lasciami stare, lasciami stare! Il vero terapeuta è il primo uomo che mi lascia in pace. Il terapeuta normale pensa: questo è un corpo a cui bisogna fare qualcosa; invece tu, dalla tua esperienza dici: no, io percepisco sempre di più corpi che mi dicono in modo chiaro: lasciami stare!, vengo da te sperando che tu sia il primo che mi lascia fare quello che voglio, perché nel momento in cui esco dal tuo studio so che verrò bombardato da tutte le parti e non potrò fare quello che voglio. E questa è la malattia.
Certo, vivere nella libertà è molto più complesso, però vivere senza libertà ci rende una massa di malati, ma malati sempre più malati e la vita non è bella da malati. È complessa da liberi, però è bella! Da malati è meno complessa, ma è più brutta. Sono contento di sentire da un terapeuta quanto concreti, quanto operanti siano questi pensieri. È una cosa molto bella. Se la prima parte de La filosofia della libertà è l’esperienza della libertà propria nel pensare, e la seconda parte è l’amore alla libertà altrui, allora diciamo che questo testo è il più concreto, il più importante e reale che ci sia nell’umanità di oggi.
L’unica terapia è l’amore al Logos che crea liberamente nell’altro, e quello che l’altro fa devo lasciarlo a lui: ho da fare abbastanza nell’esperienza della mia libertà. O troviamo il coraggio di far sparire tutti i devi, oppure diventeremo sempre più malati. Il bene non è qualcosa che l’uomo deve. È ciò che vuole! Se lo lasciamo in pace.
Buon viaggio di ritorno a casa, e ci rivediamo a febbraio.
Appendice
(Dall’incontro del sabato mattina, come segnalato nella nota 34)
Ci sono due archivi a Dornach – riassumo cose molto complesse al nocciolo, così vi fate un’idea –: l’archivio della Società Antroposofica che si chiama Archiv am Goetheanum e l’archivio del Lascito che si chiama Rudolf Steiner Archiv. Siccome già prima della morte di Steiner c’erano delle beghe enormi, c’erano fazioni ecc…, dopo la sua morte ci sono stati decenni di guerra tra il Lascito e la Società Antroposofica: praticamente tutti e due gli archivi hanno una copia di tutte le trascrizioni delle conferenze di Steiner. I soci fedeli (cosa bellissima, se volete) della Società Antroposofica – per esempio Mathilde Scholl, che era la redattrice della Rivista teosofica, oppure Elisa von Moltke, la moglie del famosissimo generale in capo dell’esercito tedesco che dette inizio alla prima guerra mondiale – avevano moltissime trascrizioni di conferenze di Steiner prima che venisse fuori la versione ufficiale (io ho digitalizzate in pdf migliaia di pagine scritte a mano, alcune nella vecchia scrittura Sütterlin).
Le conferenze sull’Apocalisse, per esempio, sono state tenute nel 1908 e sono state pubblicate nel 1911: in quei tre anni circolavano queste trascrizioni molto più fedeli al parlato di Steiner. Poi uscì la versione ufficiale: questi soci fedeli non volevano metterla in questione, non volevano che magari non si vendessero libri a sufficienza, e perciò hanno lasciato da parte i loro tesori. Comunque, inorriditi di fronte alla guerra tra la Società Antroposofica e il Lascito (che faceva capo a Marie Steiner, la quale era anche dentro la Presidenza della Società Antroposofica, quindi in una posizione non facile), alla loro morte a chi li lasciano? Di certo non al Lascito! Sono soci devoti della Società Antroposofica e perciò mandano questi tesori alla Società Antroposofica. Ancora oggi sono nell’archivio del Goetheanum (Archiv am Goetheanum) e l’altro archivio non ce li ha, non li ha mai avuti. Quindi il Lascito non ha neanche saputo, in tutti questi decenni, quel che c’era nell’altro archivio – e lì, d’altra parte, nessuno se n’è occupato: chi ha fotografato le pagine ci ha detto, per via indiretta, che certe pagine erano talmente incollate che, se si fosse aspettato ancora qualche anno, non ci sarebbe stata più possibilità di salvare questi tesori.
Neanche alla Società Antroposofica si sono occupati di queste cose, perché avrebbe significato mettere in questione l’autorità dell’Opera Omnia: infatti, una quantità notevole dei suoi volumi è molto distante da ciò che Steiner ha detto. Ora questi tesori, che il Lascito non conosceva neanche, sono stati dati in mano all’Archiati Verlag da persone che vedono come questa casa editrice voglia proprio dare a tutti l’accesso a Steiner, un accesso, però, il più possibile vicino a ciò che Steiner ha veramente detto. E questo vi spiega perché stiamo editando un volume dopo l’altro. Quando gli antroposofi in Italia dicono: «Archiati cambia le cose», dicono calunnie menzognere, e dovranno rendere conto al Logos delle non verità che fanno circolare. Non è vero che io modifico i testi: l’unico intento mio è di ricostruire il più fedelmente possibile ciò che Steiner ha detto, in base a documenti che sono stati finora ignorati e non considerati. E le persone hanno il diritto di sapere che parecchi volumi dell’Opera Omnia sono molto distanti da ciò che Steiner ha detto: questo è molto importante. Che si possa capire benissimo ciò che Vegelhand ha fatto, e io lo capisco, non esclude che la gente di oggi voglia sapere cosa ha detto Steiner. Di qui l’importanza della pubblicazione del testo Zukunft verstehen (Capire il futuro), il volume sull’Apocalisse che in Germania è già uscito.
Intervento: E in italiano?
Archiati: Campa cavallo che l’erba cresce. Datevi da fare a trovare traduttori.
A proposito di Pietro Archiati
Pietro Archiati è nato nel 1944 a Capriano del Colle (Brescia). Ha studiato teologia e filosofia alla Gregoriana di Roma e più tardi all’Università statale di Monaco di Baviera. È stato insegnante nel Laos durante gli anni più duri della guerra del Vietnam (1968-70).
Dal 1974 al 1976 ha vissuto a New York nell’ambito dell’ordine missionario nel quale era entrato all’età di dieci anni.
Nel 1977, durante un periodo di eremitaggio sul lago di Como, ha scoperto gli scritti di Rudolf Steiner la cui scienza dello spirito – destinata a diventare la grande passione della sua vita – indaga non solo il mondo sensibile ma anche quello invisibile, e permette così sia alla scienza sia alla religione di fare un bel passo in avanti.
Dal 1981 al 1985 ha insegnato in un seminario in Sudafrica durante gli ultimi anni della segregazione razziale.
Dal 1987 vive in Germania come libero professionista, indipendente da qualsiasi tipo di istituzione, e tiene conferenze, seminari e convegni in vari Paesi. I suoi libri sono dedicati allo spirito libero di ogni essere umano, alle sue inesauribili risorse intellettive e morali.
Gli autori difendono la gratuità del prestito bibliotecario e sono contrari a norme o direttive che, monetizzando tale servizio, limitino l’accesso alla cultura.
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[1]V. FdL4: P. Archiati, La percezione, un inganno da superare – Ed Archiati
FdL5: P. Archiati, La verità unisce gli uomini – Ed Archiati
[2] Gv 1,14
[3] V. FdL4: P. Archiati, La percezione, un inganno da superare, p. 19 – Ed Archiati
[4] J. W. Goethe, Faust – parte 2, Atto III
[5] Virgilio, Eneide – 1,405
[6] H. Balzac, Teoria del camminare
[7]V. FdL2: P. Archiati, Pensare sul pensare, un’esperienza straordinaria, p. 221 – Ed. Archiati
[8] R. Steiner, Introduzione alla scienza dello spirito – Ed. Archiati
P. Archiati, Creare e vivere una nuova vita – Ed. Archiati
[9] V. FdL4: P. Archiati, La percezione. Un inganno da superare – Ed. Archiati
[10] R. Steiner, L’iniziazione – Ed. Antroposofica
[11] R. Steiner, Il Vangelo di Giovanni – Ed. Antroposofica
[12] D. Alighieri, Paradiso, XXXIII, v. 145
[13]Spesso troviamo tradotto erroneamente motore immobile, motore immoto. In realtà Aristotele si riferisce allo spirito come motore non mosso da fuori e perciò in moto per forza propria creante, come in questo gioco di parole di Archiati [NdR].
[14]P. Archiati, Vuoi tu diventare sano? Il risvegliarsi delle forze di volontà, vol. 2, p. 35 – Ed. Archiati
[15] Gv 1,14
[16]Sulla storia e il senso del cristianesimo, V. P. Archiati, «Voi siete dèi!» L’uomo in cammino. Il mio regno non è di questo mondo, vol. 3 – Ed. Archiati
[17] Mt 16,24
[18] V. FdL3: P. Archiati, Il pensare, una creazione dal nulla, p. 191– Ed. Archiati
FdL5: P. Archiati, La verità unisce gli uomini, p. 64 – Ed. Archiati
[19]P. Archiati, Senso e metà dell’evoluzione umana, con CD mp3 allegato dell’omonimo convegno del 2006 a Roma – Ed. Archiati
[20]R. Steiner, Il pensiero nell’uomo e nel mondo – Ed. Archiati
[21]V. FdL1: P. Archiati, Sull’origine e il valore del pensare, p. 40 – Ed. Archiati
[22]R. Steiner, Il pensiero nell’uomo e nel mondo – Ed. Archiati
[23]Per esempio in: P. Archiati, Nel principio era il Logos, vol. 1, p. 91 e Io sono il pane della vita, vol. 3, p. 272 – Ed. Archiati
[24]P. Archiati, La religiosità innata del bambino – Ed. Archiati
[25]R. Steiner, La scienza occulta – Ed. Antroposofica
[26] P. Archiati, Il destino che ho, la libertà che cerco – Ed. Archiati
[27]P. Archiati, Equilibrio interiore – Ed. Archiati
[28]P. Archiati, L’arte dell’incontro – Ed. Archiati
[29]P. Archiati, Il mistero dell’amore – Ed. Archiati
[30]R. Steiner, Una fisiologia occulta – Ed. Antroposofica
[31]P. Archiati, Arrivederci alla prossima vita – Ed. Archiati
P. Archiati, Il destino che ho, la libertà che cerco – Ed. Archiati
[32]R. Steiner, Antroposofia, psicosofia, pneumatosofia – Ed. Antroposofica
R. Steiner, La riscoperta dell’anima – Ed. Archiati
[33]R. Steiner, Zukunft verstehen – Archiati Verlag
R. Steiner, L’Apocalisse – O.O.104 Ed. Antroposofica
[34]Per gli interessati riportiamo la parte restante di questo argomento in Appendice.
[35]R. Steiner, Tra destino e libertà – Ed. Archiati
P. Archiati, Il grande gioco della vita – Ed. Archiati
[36]R. Steiner, I punti essenziali della questione sociale – Ed. Antroposofica
R. Steiner, Cultura, politica economia – Ed. Archiati
P. Archiati, Economia e vita – Ed. Archiati
P. Archiati, Uomo e denaro – Ed. Archiati
[37]R. Steiner, L’uomo tra potere e libertà – Ed. Archiati
[38] Su questo argomento, V. P. Archiati, Economia e vita – Ed. Archiati
[39]Lc 9,60
[40]P. Archiati, Nati per diventare liberi – Ed. Archiati
[41]P. Archiati, La forza della positività – Ed. Archiati
[42]P. Archiati, Cristo ricambia il bacio, parte 1 e 2 – Ed. Archiati
P. Archiati - P. Agnello, Giuda ritorna – Ed. Archiati
[43]R. Steiner, Le sorgenti della cultura occidentale, voll. 1 e 2 – Ed. Archiati
[44]P. Archiati, Il pensiero, via maestra alla felicità – Ed. Archiati
[45]D. Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio 1,71
[46]Gv 20,19-23
[47]P. Archiati, «Voi siete dèi». L’uomo in cammino, vol. 2, p. 65; vol. 3, p. 19 – Ed. Archiati
[48]R. Steiner, Cristo e l’anima umana – Ed. Archiati
[49]P. Archiati, «Voi siete dèi!». L’uomo in cammino, vol.1, p. 217; vol.2 p. 176; vol.3, p. 79 – Ed. Archiati
[50]P. Archiati, Il bene e il male, che cos’è? – Ed. Archiati
P. Archiati, L’uomo e il male. Un mistero di libertà – Ed. Archiati
[51]R. Steiner, Riscatto dai poteri – Ed. Archiati (uscito nel 2010)
[52]R. Steiner, Cristo e l’anima umana – Ed. Archiati
[53]Sui molteplici temi della questione sociale, V.:
R. Steiner, Gli uni per gli altri – Ed. Archiati
R. Steiner, L’uomo tra potere e libertà – Ed. Archiati
R. Steiner, Il coraggio della libertà nella vita sociale – Ed. Archiati
[54]P. Archiati, «Voi siete dèi!». L’uomo in cammino, vol.1, p. 151 – Ed. Archiati
[55]Lc 15,11-32
[56] P. Archiati, Economia e vita –Ed. Archiati
P. Archiati, Uomo e denaro – Ed. Archiati
[57] Gv 1,1-3
[58]Vedi la creazione della Terra-Saturno, Terra-Sole, Terra-Luna e dell’attuale Terra propriamente detta in: R. Steiner, La scienza occulta – Ed. Antroposofica
R. Steiner, Angeli all’opera – Ed. Archiati
[59]Disponibile con Cd mp3 allegato dell’intero convegno
[60]Si riferisce all’Archiati Verlag tedesca (di Monika Grimm) e all’Archiati Edizioni italiana (di Maria Nieddu).
[61]P. Archiati, Guarire ogni giorno – Ed. Archiati