Pietro Archiati
LA VERITÀ
UNISCE GLI UOMINI
Commento a
LA FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ
di Rudolf Steiner
Volume V
dal Cap. V, par. 9 al Cap. V, par. 31
Redazione di Stefania Carosi non rivista dall’autore
Indice
Venerdì 6 febbraio 2009, mattina
Venerdì 6 febbraio 2009, pomeriggio
Sabato 7 febbraio 2009, mattina
Sabato 7 febbraio 2009, pomeriggio
Domenica 8 febbraio 2009, mattina
A proposito di Pietro Archiati
Note introduttive
Il testo La filosofia della libertà di Rudolf Steiner su cui Pietro Archiati svolge il suo seminario è quello tradotto in italiano da Dante Vigevani per l’Editrice Antroposofica – Milano 1966.
Le parti riportate in neretto si riferiscono al testo di Rudolf Steiner. Ogni corsivo in neretto è di Rudolf Steiner.
Può capitare che Pietro Archiati rilegga più volte uno stesso brano: in quel caso non viene di nuovo segnalato in neretto, ma tra virgolette.
I commenti di Pietro Archiati durante la lettura, se brevi, e le sue indicazioni di diversa traduzione sono riportati fra parentesi graffe.
Per facilitare la consultazione del testo, che i lettori potrebbero avere in altre edizioni e traduzioni, gli inizi di paragrafo sono stati numerati e visualizzati con rientro di capoverso, accompagnati sempre dal capitolo in numeri romani – es. V,9 ecc.
Gli stessi numeri sono riportati in parentesi, senza rientro, quando indicano la ripresa della lettura dello stesso paragrafo, sospesa dal commento del relatore.
I riferimenti ai vari volumi di trascrizione di questa serie di Seminari su La filosofia della libertà, sono indicati con le sigle FdL1, FdL2, FdL3, ecc.
Giovedì 5 febbraio 2009, sera
Benvenuti a tutti quanti!
Nel primo giorno c’è sempre la possibilità di rimettersi un po’ in contesto, e chi fosse nuovo a questi incontri potrebbe porsi la domanda: di che tratta questo testo La filosofia della libertà? Gli addetti ai lavori sanno già la risposta, naturalmente, e adesso dovrò essere magari noioso e ripetere cose ormai già risapute.
Ne La filosofia della libertà si tratta della soluzione del problema che agita tutti gli animi italiani in questi giorni: quello di Eluana Englaro. In Germania non sanno neanche che esiste, questo problema, ma pare che in Italia sia un fatto molto importante. In questo testo di Rudolf Steiner si tratta, oltre ad altre cose, di risolvere proprio questo problema. Ma cosa c’entra? Tantissimo c’entra! Sto facendo un tentativo di ricreare il contesto de La filosofia della libertà, eh?.
Disegno una figura umana: abbiamo ciò che nella coscienza ordinaria d’oggi vediamo, ciò che percepiamo, e lo chiamiamo corpo fisico.

corpo fisico
Fig.1
Fin lì va tutto bene perché, avendo tutti noi in comune la percezione, quando uno fa un’affermazione sul corpo fisico gli si dice: fammi vedere! E l’altro – un medico per esempio, che analizza il fegato o quello che sia – ti risponde: beh, io faccio degli esperimenti che puoi percepire anche tu, e dunque puoi convincerti anche tu.
Quindi l’umanità d’oggi che percepisce soltanto – aggiungo io – il fisico, ciò che è percepibile ai sensi del corpo fisico, ha una scienza (chiamiamola scienza naturale, scienza sperimentale) che è scientifica, oggettiva, fondata, convincente soltanto riguardo a ciò che è percepibile.
La domanda è: esiste qualcos’altro nell’uomo oltre a ciò che è materiale[1]? Ciò che è percepibile è materiale: il concetto della cosiddetta materia è uno dei più difficili, ma comunque con materia intendiamo dire quello che si vede e si tocca dell’essere umano.
La filosofia della libertà, proprio tutto il testo, prima e seconda parte, tratta di un primo elemento, di una prima realtà che viene subito dopo il fisico e che non è più materialmente percepibile, non è più fisico-materiale.
Se uno dice: ma non esiste nulla oltre alla materia, te le sei inventate tu queste altre realtà!, se non vede altro, vuol dire che non vede altro. Si può convincerlo che c’è altro oltre a ciò che è fisico? Fortunati se riusciamo a convincere noi stessi!
Qui c’è il punto di passaggio, che è un abisso, un Rubicone, tra ciò che è fisico e percepibile a tutti e una prima realtà soprasensibile che (sempre ammesso che ci sia, eh?, qui non vendiamo dogmi) viene chiamata l’eterico, cioè il vitale – siccome la clorofilla delle piante, primo regno vivente dopo il minerale, ha il colore verde, lo disegniamo verde.

corpo fisico e corpo eterico
Fig. 2
Gli addetti ai lavori avranno subito pensato che il primo elemento che non è più sensibile, materiale, fisico sia il pensare. Però, se traduciamo la parola «pensare», vediamo che è un «tessere in pensieri». Quando noi tessiamo in pensieri, cioè passiamo di pensiero in pensiero e connettiamo vivacemente un concetto all’altro con un filo logico – non in senso morto: qui c’è una pietra e accanto c’è un’altra pietra –, questo tessere non è più fisico, non è più materiale, non è più percepibile agli occhi del corpo fisico. Però c’è, è una realtà. Tutti tessiamo in pensieri, lo facciamo sempre, lo facciamo tutti perlomeno a livello iniziale, embrionale. Pensiamo.
Pensare è un tessere, è un plasmare in un elemento che non è una realtà fisica.
Per esempio, quando io dico: quante gambe sono necessarie, come minimo, perché si possa avere una sedia? Una non basta, non è una sedia se ha una gamba sola: mio papà, quando mungeva, si appoggiava a un affarino che aveva una gamba sola, ve lo ricordate?, però quello non lo chiamavamo sedia. Cosa sto facendo? Sto arzigogolando nell’elemento del pensare per arrivare al concetto di sedia.
Bastano due gambe per fare una sedia? No, peggio che una sola! Tre? Si può discutere. Qui qualche testa dice: sì, con tre è già una sedia, ma altre teste dicono no, con tre gambe è sempre uno sgabello, non è ancora una sedia. Questo arzigogolare delle teste che dicono sì è già una sedia, no non è ancora una sedia, è un tessere nell’elemento del pensiero, è un vivere in un elemento che non è più fisico-materiale. È così palese, così ovvio!
La filosofia della libertà, questo testo che sembra per filosofi ma che non lo è per niente, è tutto fatto, dall’inizio fino alla fine, per dire all’uomo: guarda, guarda, guarda che la cosa più importante è proprio quella che tu fai sempre senza neanche porci attenzione! E perché è la cosa più importante di tutte, quella che tu fai tessendo e cesellando e plasmando e lavorando nel pensiero? È la cosa più importante perché è quella che fai tu. Tutto il resto esiste senza di te, non ci puoi far nulla: è così com’è.
Nel tuo processo di pensiero, invece, tu hai la possibilità di diventare sempre più attivo, sempre più fantasioso, sempre più artistico, sempre più volitivo. Il pensare diventa una tua creazione e in essa puoi ricreare tutti i pensieri divini.
Cos’è il mondo? Il mondo è una pensata senza fine, una pensata che non finisce più! Questo è il mondo. Il mondo sono pensieri, l’origine del mondo sono pensieri.
Prendiamo la creazione più semplice, quella più fondamentale dell’uomo materialistico che conosce soltanto il mondo materiale. C’è nel mondo materiale qualcosa di creato veramente, unicamente dall’uomo? Certo che c’è: è la macchina[2].
Ah!, dice lui (si rivolge ad una persona in sala, ndr). Ti aspettavi che gli Angeli ti creassero una macchina? E cos’è la macchina? Una pensata complessa. Senza pensieri non si fa nulla. Una casa cos’è? Una pensata: pensieri di forme, di strutture. Cos’è un architetto? Un mondo di pensieri e di forme, sennò non è un architetto. Non sto prendendo adesso l’esempio del compositore, perché lì la cosa è più complessa: la musica viene vissuta nell’anima – detta corpo astrale, nella scienza dello spirito[3]. La macchina è una pura, purissima creazione del pensare umano e all’origine della realtà ci sono sempre i pensieri.
La giraffa cos’è? Una pensata di chi ha creato la giraffa. Da dove viene la giraffa? Da chi l’ha pensata, perché se non ci fosse mai stato chi ha pensato la giraffa, noi staremmo ancora ad aspettare l’arrivo della giraffa. E come si fa a tirar fuori per primo la pensata «giraffa»? Per noi è più facile pensare la giraffa, perché abbiamo la percezione e diciamo: quella è una giraffa! C’è già. Siamo comodini noi, eh! E quando ancora non c’era?
Anche la macchina prima che ci fosse, non c’era! Come arriva l’uomo a crearla? Per ingegno di pensiero, a forza di esercitarsi. Tutte le cose sono anche questione di esercizio: l’esercizio crea il maestro, dicono in Germania. Se uno guarda a Leonardo – in questi ultimi anni mi pare che hanno fatto un’edizione in Italia di tutte le sue opere – si meraviglia degli schizzi che faceva questo energumeno della creatività del pensare: una cosa straordinaria! Esercizi per misurare le forze dei muscoli, e poi tutti gli strumenti fisici che ha inventato… Non ha mai mollato, si è sempre esercitato.
Cosa c’entra questo con Eluana Englaro? C’entra nel senso che l’umanità conosce oggi, come punto di partenza, soltanto ciò che è fisico, e finché noi conosceremo soltanto il corpo fisico ci scanneremo a vicenda. Gli uni diranno: no, deve vivere finché si può, gli altri diranno: ma lasciala morire!, e hanno ragione tutti e due. Perché? Perché entrambi ignorano tutto ciò che è soprasensibile, e quindi è tutto arbitrario.
Il livello del pensiero è soltanto il primo passo oltre il fisicomateriale, è il livello 2. Poi c’è tutto il mondo dell’anima (corpo astrale), livello 3, dove ci sono le forze del karma – naturalmente La filosofia della libertà non entra nel merito delle forze del karma[4]: sto solo mettendo in rilievo che questo testo ci fa accedere alla prima realtà soprasensibile –, e poi, ancora più importante, c’è il campo d’azione dell’Io, il livello 4, l’individualità.

i quattro livelli della realtà dell’uomo
Fig. 3
Quindi la domanda è: l’individualità di Eluana Englaro che si è incarnata costruendosi questo corpo, cosa ha deciso? Ha deciso di vivere 20 anni, o 30, o 40? Lo ha deciso nel suo Io, nel suo spirito, prima di nascere. La scienza dello spirito descrive per ogni essere umano un Io superiore (che possiamo anche chiamare Io spirituale, Io vero), e un io riflesso (che possiamo anche chiamare io inferiore, io animico), cioè la normale coscienza quotidiana, un io pieno di egoismo, di brame ecc. Il discorso dell’io è molto complesso[5].
Adesso l’individualità di Eluana (livello 4) non ha la possibilità di esprimere il suo volere, e abbiamo una umanità che conosce solo il primo livello, quello fisico, che tutti percepiamo. Cosa vuol dire?
Vuol dire che l’umanità ignora il secondo livello: l’elemento del pensiero, il mondo di forze vitali. Colui che inventa una macchina ha i pensieri di come connettere le parti: questi pensieri sono morti o operano vivacemente? Sono all’opera, perché fanno saltar fuori una macchina, quindi vuol dire che sono qualcosa di vivente, che opera.
Poi l’umanità ignora il terzo livello, e lo chiamo l’elemento del sentimento, che è l’anima, e ignora il quarto che è lo spirito individuale, quello che a livello umano noi chiamiamo l’io (la normale coscienza riflessa).
Cosa ha inteso fare l’Io, lo spirito individuale di Eluana in questa vita? In questo compito incarnatorio, quanto tempo si è riproposto di passare sulla Terra? E allora ci mettiamo contro questo spirito sia soverchiando la sua volontà pura anticipando la morte, sia posticipandola: ambedue i casi sono frammenti di disumanità, perché vanno contro la volontà pura di questo spirito.
Adesso voi direte: ma come si fa a sapere qual è la volontà pura di questo spirito? I primi passi sono proprio lo scoprire la realtà dell’eterico vivente, la realtà dell’animico (cioè le forze del karma) e, sopra ogni altra cosa, la realtà dello spirito del tutto individuale.
Ma ci accorgiamo anche che il credere non convince più. È così. Se qualcuno dice: tu devi credere che ci sono i pensieri del Logos, i pensieri divini nel mondo, tu devi credere che c’è l’amore divino all’opera, tu devi credere che ci sono spiriti individuali divini e angelici ecc…, l’altro gli risponde: a me di tutte le cose in cui tu credi non me ne frega niente! Alla pagnotta non c’è bisogno di credere, la bistecca la mangio!
Perché il credere va in disuso? Perché il credere è proprio del bambino che non sa ancora pensare. Mano a mano che il bambino, anche a livello di cultura, diventa adulto, non gli basta più il credere, vuole la conoscenza oggettiva.
Che cos’è che ha fatto passare l’umanità occidentale (limitiamoci a questa, non voglio complicare le cose più di tanto) da uno stato di coscienza bambino a uno stato di coscienza a cui il credere non basta perché vuole la conoscenza? Sono stati 300-400 anni di scienze naturali. Queste scienze naturali, col loro modo di indagare il mondo fisico, hanno messo nella testa e nel cuore dell’uomo moderno una cosa bellissima: l’aspirazione a una conoscenza oggettiva delle cose. Grazie a questa abitudine l’uomo moderno dice: no, perché devo credere? Se ho una testa voglio capire le cose, le voglio conoscere.
Il grosso passo in avanti per l’umanità è che, dopo aver esercitato il pensiero, come prima propedeutica, indagando il mondo percepibile fisico-materiale, adesso sorge lo stesso desiderio di conoscenza oggettiva e scientifica rispetto ai tre elementi, alle tre dimensioni di ciò che è spirituale, che abbiamo prima descritto. È lo stesso che dire: noi avremo sempre più persone a cui la fede, il credere non basta, e questa è una gran bella cosa perché significa che si va avanti.
Noi, allora, abbiamo a che fare con sempre più persone che dicono: no, no, no, no, io adesso mi sono abituato alla conoscenza scientifica oggettiva del mondo fisico-materiale e se tu mi vieni a parlare di realtà fatte di idee e pensieri viventi all’opera nel mondo, di elementi animici all’opera nel mondo o addirittura di esseri spirituali, io mi riservo di convincermi soltanto nella misura in cui tu mi proponi queste cose come percepibili, perché il fondamento della scientificità è la percezione. La percezione mi rende autonomo: di fronte alla percezione ho la possibilità di prendere io posizione.
L’affermazione fondamentale de La filosofia della libertà dice: carissimo essere umano, c’è un primo elemento sovrasensibile, puramente spirituale, direttamente percepibile a tutti ed è il pensare. Non c’è accesso scientifico allo spirituale se non attraverso questa cruna dell’ago del pensare: tutto il resto è un abbindolare, è una specie di ricatto che mi chiede di nuovo di credere. Ma io non voglio credere! E allora ti resta la percezione. Però, per fortuna tua, questi architetti divini – come li vogliamo chiamare? chiamiamoli «natura» – hanno creato l’uomo in un modo tale che non soltanto produce nel pensare una realtà puramente spirituale, ma ha addirittura la possibilità e la capacità, se si esercita, di percepire per via introspettiva questa realtà, questa creazione in opera continuamente.
Attraverso questa cruna dell’ago di me che percepisco me come pensante, come spiritualmente creante, attraverso questa porta entro nella realtà di ciò che è spirituale. Questo convincimento scientifico in base a percezione e concetto – sto elaborando il concetto del pensare paragonato col credere –, questa conoscenza scientifica dello spirituale è astronomicamente più convincente rispetto al credere. Il credere non è più convincente per chi vuole conoscere.
A questo punto è ovvio che c’è un certo discernimento degli spiriti perché, essendo abituati a percepire soltanto ciò che è materiale, essendo abituati a una scienza naturale che addirittura vorrebbe convincerci che esiste soltanto ciò che è materiale – e così facendo va oltre il segno, naturalmente –, molti si scoraggiano e dicono: ma è così rarefatto questo elemento del pensare, così astratto, così difficile!
Proprio per questo io pensavo, anche in Germania: dopo che avrò fatto 2, 3, 4 seminari su La filosofia della libertà le fila si assottiglieranno. Invece, in Germania siamo quasi alla fine del testo, abbiamo fatto una trentina di seminari, e le persone hanno continuato a venire. Io ero strabiliato, felicissimo! E poi, addirittura in Italia, così tante persone! Vuol dire che l’uomo moderno e la donna moderna cercano questo primo elemento di realtà spirituale, perché conoscere soltanto il mondo materiale e ridursi ad esso crea tristezza all’infinito. E questa tristezza aiuta l’essere umano a darsi una mossa.
Quindi da parte mia voglio soltanto dire: se l’individuo non molla, poi si rende conto passo per passo, masticata per masticata, di quanto micidiale in senso positivo sia questo testo fondamentale del pensare, perché si fa l’esperienza, si scopre che ognuno di noi sa pensare.
Non ci sono persone che sanno pensare e altre che non sanno pensare: essere un uomo significa potenzialmente avere la capacità di ripensare per attività propria tutto ciò che divinamente è stato pensato. Basta non mollare, basta continuare a esercitarsi. E la gioia che sorge! Molte persone mi hanno detto: ero sempre stato spaventato da questi esperti de La filosofia della libertà, pensavo che io non ci avrei capito mai nulla… sono venuto, e poi sono di nuovo tornato, adesso ho l’impressione che comincio veramente a capire le cose. Una gran bella cosa!
La filosofia della libertà è una specie di partitura, un manuale per diventare in fatto di pensiero un’autorità in assoluto. Ognuno. È il manuale dell’autonomia spirituale, perché pensare significa diventare autonomi.
L’alternativa al pensare in proprio è il credere ai pensieri dell’altro, ma chi crede ai pensieri dell’altro? Chi non li ha. Perché se me li creo io, i pensieri, non ho bisogno di credere a quelli degli altri. Ma se i pensieri dell’altro sono migliori dei miei! No, i pensieri dell’altro sono sempre assolutamente peggiori dei miei. Perché? Perché non sono miei! Per me i pensieri di un altro sono sempre i peggiori e i migliori sono sempre i miei, perché sono miei, indipendentemente da quanto siano belli o brutti. Non c’entra nulla: fondamentale è se sono miei o se li ho recepiti da un altro.
Il linguaggio è un’infinita ricchezza. La lingua italiana, per esempio, così bella e ricchissima, da Dante in poi si è soltanto impoverita: ma abbiamo sempre la possibilità di ritornare a questa sorgente cristallina e riprendere tante parole della Divina Commedia che non si usano più («indiare», per esempio).
Ora, vogliamo noi paragonare la ricchezza del linguaggio con i primi balbettamenti del bambino che comincia a parlare? Cos’è che vale di più: il linguaggio o i primi balbettii? Per il bambino valgono infinitamente di più i suoi balbettii, perché quelle parole le dice lui, sono sue!
E cosa ci dice la gioia del bambino quando comincia con le prime parole «pa-pà, mam-ma»? Ci dice che lo spartiacque non è il fattore di ricchezza o di contenuto, lo spartiacque è recepire dal di fuori o creare dal di dentro. Quello è lo spartiacque. Il bambino ora comincia a creare lui stesso le parole, e ogni parola che dice ha infinitamente più valore che non tutta la ricchezza del linguaggio che non viene creata da lui.
Questo volevo dire per rimetterci un po’ nel contesto de La filosofia della libertà. Nell’ultimo incontro eravamo arrivati al V capitolo, paragrafo 9 pag. 71, e qui concretamente si tratta sempre di rimettersi nei panni dell’uomo ingenuo, che in fondo siamo tutti noi, dell’uomo materialistico di oggi che, con spontaneità bambina, ritiene realtà le cose così come le percepisce. Non è che lo ritiene in base a riflessione, è che per lui quell’albero lì davanti è la realtà dell’albero.
Steiner dice, all’inizio del nono paragrafo: V,9 «All’uomo ingenuo non si può imputare il difetto di perspicacia cui si accenna qui. Egli si abbandona alla vita e ritiene che le cose esistano realmente così come si presentano alla sua esperienza. Il primo passo da muovere per superare questo punto di vista può però solo consistere nella domanda: “Come si comporta il pensare rispetto alla percezione?”»
Allora, l’uomo ingenuo va bene, è ancora allo stadio bambino, non si è posto domande più di tanto e considera il mondo così come lo percepisce: ciò che io vedo è la realtà. Invece abbiamo visto che ci sono certi filosofi, e questo vale per ognuno di noi nel momento in cui comincia a riflettere, che sono caduti nella prima trappola, quella di dire: ma, un momento…, l’albero è là fuori e quello che io ho dentro di me non ha nulla a che fare con l’albero. In me ho soltanto la rappresentazione dell’albero.
Questa spaccatura fra quel che c’è là fuori e quel che c’è dentro di me, l’uomo ingenuo non la fa, e quindi non gli si può imputare nulla oltre al fatto di essere ancora allo stadio ingenuo. Ma nel momento in cui io rifletto e dico: no, no, no, l’albero reale è là fuori e io dentro di me non ho l’albero, non ho la realtà dell’albero ma soltanto la rappresentazione dell’albero, faccio uno sbaglio?
Ripeto: l’uomo ingenuo questa riflessione non la fa, lui non dice che là fuori c’è l’albero e dentro di me c’è soltanto l’immagine rappresentativa. Lui prende il mondo così com’è. Arriva il filosofo in erba, che siamo tutti noi, e dice (adesso ripeto il ragionamento): ma l’albero è là fuori, la realtà dell’albero mica ce l’ho dentro di me. In me ho soltanto un’immagine, e l’immagine dell’albero non è l’albero! Quindi io dentro di me non ho nulla dell’albero, e se dentro di me non ho nulla dell’albero vuol dire che io sono del tutto estraneo all’albero, e l’albero è del tutto estraneo a me. E allora come faccio a conoscerlo? L’albero è oggettivo, dentro di me ho qualcosa di puramente soggettivo e quindi non posso sapere se vanno d’accordo.
Ripeto: ragionando così, ho fatto uno sbaglio?
I peccati più grossi che esistano sono peccati di omissione. Quindi in questo ragionamento ho omesso qualcosa, non è che ho detto qualcosa di sbagliato.
Ripercorro il ragionamento e lo accorcio: l’albero è là, mica ce l’ho dentro di me. L’albero è là, e dentro di me ho soltanto l’immagine, e l’immagine non è l’albero. Così dicendo, ho omesso di notare la cosa più importante e cioè ho disatteso il mio processo di pensiero. Io, in quanto pensante, dico che ciò che percepisco là fuori è la realtà, e poi formulo l’altro pensiero: che dentro di me ho soltanto una rappresentazione dell’albero.
In tutto questo processo la cosa più fondamentale, la realtà più costitutiva di tutte non la noto. Perché? Perché la produco io! Quindi il filosofo in erba è colui che non nota il pensare.
Adesso ripeto il ragionamento facendo attenzione al pensare, non omettendo di notare cosa avviene al pensare: «l’albero è là fuori», è un pensiero. Col pensiero ho decretato che io sono dentro e l’albero è fuori. E se io fossi altrettanto là fuori?
In altre parole, nel ragionamento che io ho fatto prima c’è un’enormità di pensieri, di presupposti, di cose date per scontate che io non noto. Però son tutti pensieri. L’albero è là fuori soltanto se io pongo il presupposto fondamentale (che però non noto) che io sono fuori dall’albero.
Ora, il mio corpo fisico è certo fuori dal corpo fisico dell’albero, ma io? Io sono uno spirito, come faccio a essere fuori dall’albero? Se penso albero, sono albero. Quando io penso l’albero sono dentro l’albero e l’albero è dentro di me.
Quindi abbiamo questo pensare incipiente di partenza che è un primo superamento del realismo dell’uomo ingenuo, un primo riflettere che disattende il pensare e non si rende conto di quante decisioni già siano da sempre implicite nel pensare.
Quando uno dice: «L’albero è là fuori, io sono qua e dell’albero dentro di me c’è soltanto la rappresentazione, soltanto l’immagine», fa un ragionamento tipico dell’uomo diventato materialista che di sé conosce soltanto il corpo fisico. Perché, in effetti, la rappresentazione dell’albero presuppone il corpo fisico, e allora quando dico che dell’albero ho dentro di me soltanto la rappresentazione, sottintendo e presuppongo che io di me stesso conosco soltanto il corpo fisico, mi vedo soltanto come un pezzo di materia.
Infatti, nel momento in cui io mi vedo come uno spirito pensante, l’albero non è più fuori di me, non è là: è qua. Perché nel momento in cui io penso «albero», l’albero fa parte di me e io faccio parte dell’albero, siamo una cosa sola.
Il primo passo da muovere per superare questo punto di vista può però solo consistere nella domanda: come si comporta il pensare rispetto alla percezione? Cosa avviene dentro di me, in quanto essere pensante, di fronte a ogni percezione?
(V,9) È indifferente che, dopo la mia rappresentazione, la percezione continui a sussistere oppure no, nella forma a me data: se voglio asserire qualche cosa a suo riguardo, ciò può accadere soltanto con l’aiuto del pensare. Quando dico: «Il mondo è una mia rappresentazione» {oppure: «Il mondo è soltanto una mia rappresentazione»}, esprimo il risultato di un processo di pensiero, e, se il mio pensare non è applicabile al mondo, questo risultato è un errore. Fra la percezione e qualsiasi asserzione riguardo alla medesima si frappone il pensare.
Quando io non dormo, quando sono sveglio mi pongo di fronte alle cose pensando, e siccome questo pensare viene prodotto da me, viene veramente generato da me stesso, non lo noto perché è la mia stessa natura. Ci vuole tutto un esercizio di introspezione, di riflessione su di sé per rendersi conto sempre di più dell’enormità, dello spessore metafisico di realtà di questo operare che io sempre compio quando penso.
A un livello ancora più semplice, chiedo: l’albero è là fuori, ma cosa intendi dire, tu, quando dici «l’albero»? Sono esercizi che abbiamo già fatto, e vanno sempre rifatti. Ci riuniamo per rifarli sempre di nuovo. Scrivo alla lavagna:
albero
A cosa state pensando?
Intervento: All’albero.
Archiati: E dov’è l’albero?
Intervento: È un pensiero.
Archiati: È un concetto, non c’è la percezione, e il concetto si afferra solo col pensare. Al posto di albero vi do un’altra percezione:
kasten
Allora? Che dite?
Intervento: Non vedo bene.
Archiati: Prima vedevi meglio perché avevo scritto «albero»?
Replica: Non si capisce.
Archiati: Ah!, vuoi dire: non ho il concetto. Kasten è «scatola», in tedesco. Adesso Luciana non dirà più: non ci vedo bene, dirà: eh sì, adesso ho capito. Adesso le teste italiane capiscono, perché sono affari del pensiero. La lingua che ci è nota è una serie infinita di pensieri, di concetti. Un cartone ha due dimensioni: può essere una scatola? No, due dimensioni non bastano, deve avere tre dimensioni, altrimenti non è una scatola. La tridimensionalità è nel concetto di scatola.
In tutti i campi della vita, sia che siamo attivi a livello artistico, o religioso, o terapeutico, o pedagogico, o politico, o economico, in tutti i campi è fondamentale, è assolutamente decisivo il pensare.
Replica: Anche quando tu hai scritto la parola Kasten, che nessuno di noi conosceva, comunque c’è stato un processo di pensiero, perché alla percezione di Kasten che abbiamo letto sulla lavagna, abbiamo unito il concetto di «sconosciuto», di «cosa ignota», per cui un processo simile a quello conoscitivo l’abbiamo fatto.
Archiati: In altre parole, il pensare si può sospendere solo addormentandosi. Detto tecnicamente, detto in un modo scientifico-spirituale, il pensare si può sospendere soltanto quando sia l’io (lo spirito), sia il corpo astrale (l’anima) escono dal corpo fisico e dal corpo eterico, sennò si pensa, non si scappa.
Quello che hai detto tu, perdonami, è un po’ primitivo: tu, leggendo Kasten, non hai pensato a una cosa ignota, tu hai pensato: è una lingua che non conosco. Quindi il concetto del linguaggio c’era, perché tu hai supposto che io avevo scritto una parola in un altro linguaggio.
Replica: Io intendevo dire che a quella percezione ho unito un concetto. Che tu lo chiami «linguaggio» e io «cosa ignota», ho comunque appiccicato un concetto.
Archiati: Quindi, finché siamo svegli non possiamo uscire dal pensare: questa è la tua affermazione, ed è una gran bella cosa. La filosofia della libertà è un incoraggiamento dall’inizio alla fine ad afferrare questo elemento del pensare nel quale siamo. Però ci siamo embrionalmente, non ci siamo di primo acchito da gran signori, non subito da gran creatori, perché se noi fossimo già in partenza infinitamente creatori nel pensare non ci sarebbe gusto (il concetto è un po’ paradossale). Quello che io già so fare mi realizza molto di meno che non quello che sto imparando!
L’elemento specifico dell’umano non è il riposare nella durata, in ciò che eternamente è, ma è il dinamismo del divenire, del conquistarsi a brano a brano, dei passi da fare, degli esercizi da compiere. Scoprire e capire cose che fino a ieri non avevo notato e capito.
In altre parole, l’evoluzione del pensare è quel tipo di evoluzione che massimamente è lasciata alla libertà dell’uomo, e perciò è quella che dà più soddisfazione di tutte, perché lì è tutto individualmente da scoprire, da esercitare, e ognuno ne ha la capacità. Questa è l’uguaglianza.
Pensate alla Rivoluzione francese che ha posto tre grandi e bellissimi ideali: la libertà (eh!, ne stiamo parlando proprio in questi incontri), la fratellanza, cioè l’aiutarci a vicenda nel costruire l’umano, e l’uguaglianza.
In che cosa sono uguali gli esseri umani, proprio assolutamente uguali? Non nel portafoglio, non nella salute, non nell’età… e non mi trovate qualcosa di marginale, di non importante: dev’essere qualcosa di veramente centrale, di essenziale all’umano in cui siamo tutti assolutamente uguali – non importa se uomini, donne, italiani… E allora vedrete che tutti gli esseri umani sono ugualmente una infinità potenzialità di pensiero. Tutti ugualmente. Un’infinita potenzialità di evoluzione del pensare.
E le differenze sono in base alla libertà: l’uno esercita di più questa potenzialità, l’altro un po’ di meno. Ma non siamo diversi come potenzialità, perché se lo fossimo i conti non tornerebbero col Padreterno che dovrebbe essere pieno di amore e che invece avrebbe fatto dei torti enormi a tutti coloro cui avesse dato meno capacità, meno potenzialità di pensiero.
La pari dignità dell’umano è che essere uomo significa avere uguali potenzialità in assoluto nell’evoluzione del pensiero, nel capire le cose, nel ricreare nel proprio spirito la creazione intera. Questa uguaglianza la si può vivere nella misura in cui io mi pongo di fronte al mio simile come potenzialità assoluta al pensare e gli porto incontro questo rispetto, questa venerazione genuina che travalica il colore della sua pelle, la sua lingua materna, la sua religione, e lo prende come creatura del Logos, come potenzialità in assoluto, come me, a pensare.
Questo incontro pone la base dell’umano. Ci incontriamo, tu e io, ugualmente come creature del Logos, di questo pensare cosmico che ci rende capaci di ricreare tutti i pensieri divini all’infinito.
Rileggo: V,9 «se voglio asserire qualcosa a suo riguardo {riguardo al mondo} ciò può accadere soltanto con l’aiuto del pensare. Quando dico: «Il mondo è una mia rappresentazione», esprimo il risultato di un processo di pensiero, e se il mio pensare non è applicabile al mondo questo risultato è un errore. Fra la percezione e qualsiasi asserzione riguardo alla medesima si frappone il pensare».
V,10 La ragione per cui il pensare viene di solito trascurato {disatteso, non notato} nella considerazione delle cose l’abbiamo esposta precedentemente (cfr. pag. 36 e seguenti). Essa consiste nella circostanza {nel fatto} che noi dirigiamo la nostra attenzione soltanto sull’oggetto intorno al quale pensiamo e non contemporaneamente anche sul nostro pensare {sto guardando un albero e sto pensando all’albero: non mi vien di pensare che io penso, perché sono concentrato sull’albero}. La coscienza primitiva tratta perciò il pensare come qualcosa che non ha nulla a che fare con le cose, ma ne rimane interamente in disparte, e in disparte fa le sue considerazioni sul mondo.
L’essere umano normale ritiene il mondo già tutto costituito, già tutto completo, e il pensare per lui è una pura ripetizione soggettiva del mondo che non cambia nulla, non fa parte del mondo. La coscienza normale pensa che il pensare, ciò che avviene interiormente nel mio pensiero, è soltanto un modo di riflettere un mondo che è già tutto a posto, tutto fatto senza di me. Che il mondo non esisterebbe proprio senza questo tessuto del pensare che io vivo, che l’albero di cui parlo è un tessere di pensieri, all’uomo ordinario non viene neanche in mente.
Il mondo è il pensare divino reso visibile – e sennò che altro può essere? Il vangelo di Giovanni dice lapidariamente: il Logos si è fatto carne. I pensieri divini sono diventati percepibili. «Si è fatto carne» vuol dire che i pensieri divini sono diventati percepibili. L’albero, nella mente divina, è tutto un processo di pensieri: nella percezione questi pensieri divini si sono intrisi di materia minerale e sono diventati percepibili.
Perché il Logos si è fatto carne? Perché i pensieri divini sono diventati percepibili?
Intervento: Perché l’uomo dalla percezione ritorni al Logos.
Archiati: Per renderli pensabili per l’uomo. Il percepibile è il pensabile. Per essere pensato dall’uomo, per dare all’uomo la possibilità di pensarlo, di accendere il pensiero, il Logos doveva diventare percepibile, perché il pensare umano si accende di fronte alla percezione.
Logos significa non soltanto il Verbo, ma Verbo interiore (Verbum interius et exterius). Logos, la logica, significa in greco sia il pensare, sia il linguaggio. Ora, che differenza c’è tra il pensare e il linguaggio? Il linguaggio esprime (es-prime = preme fuori) i pensieri, quindi i pensieri sono in origine spirituali, invisibili, e si rendono percepibili attraverso il linguaggio. Quindi il mondo, tutto il percepibile, è il linguaggio, l’espressione resa percepibile dei pensieri divini.
La parola greca Logos, LÒgoj, è bellissima perché significa sia pensare (la logica divina), sia esprimere i pensieri (lšgein, lèghein, significa parlare, dire, esprimersi, quindi esprimere pensieri). Le percezioni sono dunque pensieri divini espressi. La natura è il linguaggio divino che va letto, va ascoltato, va capito.
Una umanità che è diventata sempre più materiale, di queste due dimensioni del Logos (pensare ed esprimere pensieri) ha perso di vista sempre di più la prima e ha tenuto soltanto la seconda. Perciò quando diciamo In principio erat Verbum, in questo passare dal greco al latino, si fa un salto mortale perché la dimensione di pensiero della parola Logos è andata perduta. Per non dire, poi, quel che succede passando dal latino all’italiano, perché nel latino Verbum c’è anche la parola interiore che in italiano è andata persa. Nelle traduzioni italiane più antiche troviamo: In principio era il Verbo, però oggi la parola «verbo» in italiano rimanda all’analisi logica – sostantivo aggettivo verbo – e non ti dice più nulla. In una traduzione che oggi dica: In principio era la Parola, sparisce proprio del tutto la dimensione del pensiero che c’era nella parola greca.

È importante rendersi conto di queste cose, perché il vangelo di Giovanni è scritto in greco non in italiano: ‘En ¢rcÍ Ãn Ð LÒgoj (en arché en o Lògos), in principio era il Logos («il principio» è una realtà spirituale[6]), questo Logos è la logica, i pensieri divini etericamente operanti come forze viventi che creano le cose.
L’architetto ha in testa la casa: forme, numero di stanze, numero di finestre qua, numero di porte là, quanto devono essere grosse ecc… sono tutti pensieri nella testa dell’architetto. Operano qualcosa questi pensieri? Sono morti o sono vivaci, viventi, operanti?
Tutti questi pensieri fanno muovere un sacco di mattoni, li fanno andare in quel posto lì, in quel posto lì, e poi là… Più vivaci, più operanti di così non si può! Quindi massimamente operanti, nel senso che combinano qualcosa, sono proprio i pensieri.
E se non ci fossero i pensieri, chi o che cosa avrebbe messo in moto i mattoni che prima erano un mucchio informe e dopo sono diventati una casa? Chi altri avrebbe potuto metterli in moto? I pensieri, solo i pensieri.
Voi direte: no, le braccia e le gambe fanno muovere i mattoni. Ma senza i pensieri come si muovo le braccia e le gambe? Quindi non mi dite che il pensare è una cosa astratta: è così reale, lo tocchiamo con mano! Basta soltanto riflettere, è molto importante riflettere sulle cose.
Il materialismo è proprio la povertà estrema, l’ultimo gradino dell’impoverimento dell’essere umano che ha perso ogni barlume di realtà, perché il mondo della materia ha soltanto effetti, risultati. Causante, operante è tutto ciò che è spirituale, e l’ultimo livello dello spirituale è quello dei pensieri.
Infatti, se noi andiamo più avanti, incontriamo un altro livello. Consideriamo un architetto che ha architettato nella sua testa una casa: la fa o non la fa? I pensieri ci sono, ma la casa la fa o non la fa? La fa soltanto se questi pensieri li ama, e qui passiamo dall’eterico all’astrale, dal corpo eterico al corpo astrale, dal vivente all’animico. L’animico anima questi pensieri, vuole questa casa, gli piace, altrimenti potrebbe rimanere una bella pensata senza realizzazione.
Quindi alla base del mondo non basta che ci siano i pensieri divini, devono essere pensieri amati, belli, di cui il creatore sia entusiasta e dica: lo faccio, lo faccio, lo faccio! Questa pensata della giraffa… ma certo, la faccio! Non la lascio soltanto una pensata.
i quattro livelli della realtà
4. essere spirituale, io creatore
3. corpo astrale, o anima
2. corpo eterico-vitale, o corpo dei pensieri
1. corpo fisico percepibile
Vediamo allora che si risale dal vivente dei pensieri, all’accendersi dell’amore nell’animo fino allo spirito che ha creato questi pensieri e che li ama e perciò li compie, li rende percepibili, affinché l’essere umano accenda di fronte alla percezione i suoi pensieri, affinché li ami, questi pensieri, e in base a questo amore riempia il suo spirito creatore di questi stessi pensieri.
(V,10) La coscienza primitiva tratta perciò il pensare come qualcosa che non ha nulla a che fare con le cose, ma ne rimane interamente in disparte, e in disparte fa le sue considerazioni sul mondo. L’immagine che il pensatore si forma dei fenomeni del mondo non ha valore come qualcosa che appartiene alle cose, ma che esiste soltanto nella testa dell’uomo; il mondo è completo anche senza questa immagine {il mondo è completo anche senza il mio pensare}. Il mondo è lì, completo in tutte le sue sostanze e forze, e di questo mondo completo in sé l’uomo si fa un’immagine. Ma a chi pensa così bisogna domandare: «Con che diritto considerate voi completo il mondo, senza il pensare? non produce forse il mondo, con la stessa necessità, il pensare nella testa dell’uomo e i fiori sulla pianta?
È lo stesso mondo che nella pianta fa sorgere i fiori e nella testa dell’uomo, quando non dorme, fa sorgere il pensare. Come faccio io a dire che il pensare non fa parte del mondo? Io faccio parte del mondo, tutto quello che fa parte di me fa parte del mondo: se in me sorge il pensare, allora il pensare è un frammento di mondo.
La riflessione che mi porta a dire: il mondo esiste anche senza di me, è un far finta che io sia fuori dal mondo. Ma io sono fuori dall’albero se considero soltanto la materia dell’albero, dicevamo.
(V,10) Piantate un seme nel terreno, getterà una radice e un fusto, svilupperà foglie e fiori. Ponete la pianta di fronte a voi stessi: essa si unisce nella vostra anima con un determinato concetto {tutti processi di mondo: quello che avviene in me pensante di fronte al fiore, fa parte del mondo}. Perché questo concetto apparterrebbe all’intera pianta meno delle foglie e dei fiori? Voi dite che le foglie e i fiori esistono senza un soggetto percipiente, mentre il concetto appare soltanto quando l’uomo si contrappone alla pianta. Verissimo. Ma anche le foglie e i fiori si formano sulla pianta solo quando vi sia la terra in cui collocare il seme, e vi siano luce e aria in cui foglie e fiori possano svilupparsi. Proprio così si forma il concetto della pianta quando una coscienza pensante si accosta alla pianta».
Il altre parole, il fatto che la pianta sorga e porti fiori e frutti non è senza condizioni, presuppone il suolo. Il fatto che il mondo in me produca dei pensieri ha anche delle condizioni: presuppone che io ci sia come realtà corporea. Come la pianta presuppone la terra quale realtà corporea per svilupparsi, così il pensare presuppone me come realtà corporea per svilupparsi. Abbiamo un frammento di mondo nella pianta che produce un fiore, abbiamo un frammento di mondo in me che produco il pensare.
V,11 È del tutto arbitrario considerare come una totalità, come un intero, la somma di tutto ciò che di una cosa apprendiamo dalla semplice percezione, e di considerare quel che risulta dall’attività pensante come qualcosa di aggiunto, che non abbia nulla a che fare con la cosa stessa. Se oggi ricevo un bocciuolo di rosa, l’immagine che se ne presenta alla mia percezione è da principio (ma solo da principio) in sé conclusa. Se metto il bocciuolo nell’acqua avrò domani una tutt’altra immagine del mio oggetto. Se non distacco gli occhi dal bocciuolo di rosa, vedrò lo stato odierno trasformarsi in quello di domani in maniera continua, attraverso innumerevoli passaggi intermedi. L’immagine che mi si presenta in un determinato momento è solo un ritaglio casuale dell’oggetto concepito {percepito} in un continuo divenire. Se non mettessi il bocciuolo nell’acqua, esso non darebbe luogo allo sviluppo di tutta una serie di stadi che vi erano contenuti in potenza. Ugualmente potrei domani essere impedito di continuare ad osservare il fiore, e potrei averne quindi un’immagine incompleta.
Porto un esempio e concludo, e poi forse qualcuno di voi vorrà aggiungere o domandare qualcosa.
Una persona in macchina, o in bicicletta, o in motocicletta, come volete – non a piedi perché sarebbe troppo lenta la cosa –, passa per quattro paesi distanti fra loro un paio di chilometri. Parte dal paese 1, poi va nel paese 2, poi nel paese 3, e nel paese 4. Ma non si ferma lì: continua. Dove va?

Fig.4
Intervento: Nel paese 5.
Archiati: E se torna indietro? Lo sa soltanto la sua testa. È inutile che mi state a guardare così, come se adesso potessimo mettere insieme queste quattro tappe come cause! Queste cause non causano proprio nulla! Arrivato al paese 4 si è bucata una gomma, oppure si è ricordato di un appuntamento… La causa sono i suoi pensieri, quello che c’è nella sua testa, è così ovvio!
Una pianta era un piccolo seme, ora è tutta bella verde: cosa arriva dopo? (Fig. 5)
Intervento: Viene il fiore.
Intervento: Non è detto.
Archiati: Ah, ah! Hai sentito che ti ha risposto? Chi decide che cosa viene? La testa di chi ha creato questa pianta. Se l’ha creata soltanto verde, lì si ferma. Se i suoi pensieri ci hanno messo dentro forze che dopo il verde portano il rosso, salta fuori il rosso. (Fig. 6)

Fig. 5
A decidere sono i pensieri: ci sono delle piante che si fermano al verde, no?, scusate. Il pensare è l’elemento più reale che esista. È così palese, così lampante!
Intervento: Il prototipo della pianta prevede un suo percorso: foglia, fiore, frutto. Se si interrompe a quello stadio, ci sarà un pensiero sottostante.

Fig. 6
Archiati: No, ci sono un sacco di arbusti senza fiori.
Replica: Dicevo che il prototipo di pianta..
Intervento: Di quale pianta?
Replica: In questo caso, che ne so?, un mandarino. Se fosse stato un geranio rimaneva solo alla fase del fiore.
Archiati: Ma dove lo vedi ‘sto mandarino?
Replica: L’ho pensato io.
Archiati: E allora sono affari tuoi! Io ti ho detto che finora c’è stato soltanto verde, in questa pianta (Fig. 5), e poi ho chiesto: cosa avviene ora? La stessa domanda che ho fatto quando il viaggiatore è arrivato al paese 4.
Replica: Sì, quel percorso lì era più capibile, più percepibile, perché decideva il ciclista che cosa fare. Nel caso della pianta probabilmente c’è un’Entità che ha già tracciato un percorso per quella pianta.
Archiati: Sì. Attento, la domanda era: per sapere cosa avviene, cosa devo sapere?
Replica: Che tipo di pianta è.
Archiati: Come questa pianta è stata pensata. Se dico «che tipo di pianta è», è un modo di dire che in fondo disattende di nuovo il pensiero. Io sto cercando di fare esercizi dove ognuno di noi può capire che il pensiero è proprio all’opera dappertutto. Se dico «che tipo di pianta è», non sto pensando a quali pensieri sono operanti in quella pianta. Invece la domanda posta in un modo più cosciente, che includa la consapevolezza del pensare, dice: che tipo di pensieri sono operanti in questa pianta? Se sono pensieri che includono soltanto il verde, la pianta si ferma lì, se invece dopo il verde viene il rosso sono altri pensieri.
Replica: Quindi è uguale all’esempio del ciclista.
Archiati: Proprio questo. Realmente operante è sempre e dappertutto il pensare, sia nel ciclista, come tu dicevi, sia nella pianta. Solo che nel caso del ciclista sono direttamente pensieri umani, è l’uomo che pensa di tornare indietro o di andare avanti a trovare un amico; nella pianta sono pensieri sovrumani all’opera, però sempre pensieri.
Ma detto proprio seriamente: se io tiro fuori i pensieri dalla pianta, che cosa resta? Nulla!
Replica: E se la pianta muore? C’è sempre un pensiero a monte?
Archiati: No, la pianta non muore.
Replica: Secca.
Intervento: È la materia che muore.
Archiati: No, neanche quella muore. Attento: questi pensieri si intridono di materia, prima la rendono verde, poi, perché sono pensieri infuocati di amore, colorano la materia di rosso. Nei pensieri che non sono ancora infuocati di amore la materia resta verde, dove i pensieri si uniscono all’astrale perché si infuocano d’amore, la materia diventa colorata.
«La pianta secca», «la pianta muore» è un pensiero errato. È la materia che esce fuori di nuovo.
In altre parole, cosa significa che la pianta cresce? Significa che il pensiero di questa pianta si fa da catalizzatore della materia, perché la materia del suolo è uguale per tutte le piante. Quale realtà catalizza, magnetizza i sali e la materia del suolo e ne fa saltar fuori un mandarino? Chi è l’agente, chi fa questo?
Intervento: L’essenza della pianta.
Archiati: Che vuol dire l’essenza? I pensieri! E questo mandarino è eterno, è un frammento del Logos. Per un certo tempo si intride di materia del suolo, e per un certo altro tempo la molla, questa materia! Ma il pensiero resta illeso, sennò non potrebbe sorgere un altro mandarino e un altro mandarino e un altro…Vedete che facendo questi esercizi il pensare comincia a diventare reale?
Replica: Tu dicevi che quando diciamo che la pianta si secca, in realtà esce fuori la materia. Semmai si secca la materia, ma la realtà della pianta persiste, tant’è vero che è possibile che la pianta ritorni l’anno dopo.
Archiati: Che ridiventi visibile. Non è che ritorni.
Replica: Sì, ritorna alla percezione. Allora io chiedo: il fenomeno dell’estinzione che può riguardare le piante o gli animali come si spiega?
Archiati: Tu dici: e quando una pianta si estingue? Invece un linguaggio pulito, a partire da Aristotele, non dice mai che una pianta si estingue, ma che la specie si estingue. E la specie è il concetto, è l’insieme di pensieri. Ora, la tecnologia umana, la capacità dell’uomo di intervenire sulla creazione, può far sì che a una specie di pianta venga reso impossibile di diventare percepibile, ma non potrà mai uccidere il pensiero!
Allora, cosa importantissima, a questo punto qui qualcuno potrebbe dire: niente di male, la specie resta illesa! No. Pensiamo alle fiabe: ogni incantesimo – tutte le percezioni sono un incantesimo, sono i pensieri divini incantati nella materia – quand’è che ha ragione di sciogliersi? Quando il protagonista ha superato la prova. Nel nostro caso, quando tutti gli uomini hanno pensato tutti i pensieri divini che sono pensabili in base alla percezione.
In altre parole, è legittimo far ritornare nello spirituale, quindi sciogliere questo elemento di caducità transeunte ed effimero che è la percezione materiale, soltanto nella misura in cui tutti gli esseri umani hanno fatto tutti i pensieri che è possibile pensare in base alla percezione. A quel punto lì la percezione non ha più ragione di essere.
Far sparire la percezione, la percepibilità, quindi rendere impossibile la percepibilità di un pensiero divino quando gli esseri umani non hanno ancora neanche incominciato a pensare, è una catastrofe dell’evoluzione del pensiero, una tragedia infinita, perché è un precludere l’evoluzione del pensiero.
Cos’è che rende possibile il pensare? La percepibilità. Una specie che si estingue significa che la percepibilità non c’è più: una tragedia per l’evoluzione del pensiero, perché questo frammento di autorealizzazione dello spirito pensante viene precluso.
In questo senso la scienza dello spirito non moraleggia, non ti dice: non devi farlo. Ti dice cosa avviene quando tu fai una cosa, ti dà conoscenze oggettive, e se uno si rende conto che cosa comporta l’estinzione della percepibilità di una specie in quanto omissione e impoverimento per l’evoluzione del pensiero, mai più la provocherebbe, mai, mai, mai, perché si renderebbe conto di quale infinita gioia verrebbe proibita agli esseri umani.
Intervento: Però l’estinzione delle specie dinosauri, rettili volanti e simili, sono anch’esse dipese dall’uomo?
Archiati: No, no, le cose vanno viste in chiave evolutiva. Un ragionamento analogo va fatto con le catastrofi di natura[7]. Noi viviamo in quello che Steiner chiama il V periodo di cultura dopo il diluvio universale, dopo la catastrofe dell’evoluzione atlantidea[8]. Quel che è significativo per il discorso che stiamo facendo è che a partire dal XV secolo c’è una grande svolta, sia intellettuale sia morale. Essa consiste nel fatto che, col sopravvenire dell’autonomia pensante e morale della coscienza umana (proprio in base alla scienza naturale, che è la prima scienza costruita dall’uomo), l’uomo diventa capace per la prima volta di causare fattori di natura, sia catastrofi naturali sia estinzione di specie.
Quindi una specie animale (per esempio i dinosauri) che si sia estinta 10 mila anni fa è un affare divino, non è un fattore morale. La grande soglia dell’evoluzione è che, a partire già da un paio di secoli ma soprattutto negli ultimi decenni in modo crescente, l’evoluzione della natura, in seguito alla capacità della tecnica umana di parteciparvi, diventa sempre di più un fattore di evoluzione della morale dell’uomo.
Quindi noi, per la prima volta nel nostro tempo, abbiamo catastrofi naturali causate dall’evoluzione morale dell’uomo. Due, tremila anni fa erano eventi che mandava la Divinità, necessari per l’evoluzione dell’uomo, ma non c’era ancora la capacità dello spirito umano, sia intellettiva che morale, di partecipare e concorrere alle sorti del mondo. Oggi, invece, l’essere umano diventa sempre di più la causa di quel che avviene nella natura.
In fondo, se volete, mi riallaccio ai primissimi pensieri che ho detto stasera sulla causa delle sorti di Eluana Englaro, di cosa avverrà al suo essere. Come, fino a 200 anni fa, il problema non si poneva perché la natura decideva fino a quando un malato poteva vivere, così adesso ci rendiamo conto che il fattore umano diventa sempre più decisivo, sia in chiave di morte prematura, sia in chiave di imposizione forzata della vita, allungata contronatura, protratta oltre il volere, oltre i pensieri dell’Io spirituale del malato.
Intervento: In che cosa consiste questo lasciar libera Eluana di fare quello che ha pensato di fare? Nel non forzare e nel non impedire? E questo come si realizza?
Archiati: Io non ho usato l’espressione «lasciarla libera», perché è troppo ampia, troppo complessa.
Replica: Non contrastare il pensiero di Eluana.
Archiati: Io ho parlato dell’Io superiore, e sono discorsi che abbiamo già fatto diverse volte. Naturalmente sono cose che si accennano e ognuno poi ne fa quello che vuole, perché per dimostrare questa realtà col pensare ai livelli adeguati ci vuole tutta una scienza dello spirito, bisogna masticarla per anni.
A me interessava soltanto evidenziare, nel caso di Eluana, per lo meno il primo elemento soprasensibile, quello dei pensieri. E ho detto soltanto, come accenno, che i pensieri presuppongono sempre uno spirito che pensa, sennò non saltano fuori i pensieri. Era il problema di Platone che considerava le idee realtà somma: però queste idee erano campate per aria perché praticamente Platone non sapeva più che il suo mondo delle idee, che è poi il mondo dell’eterico, era un ultimo resto di una conoscenza iniziatica del mondo astrale e del mondo spirituale. Noi naturalmente possiamo dire a Platone, e pure ad Hegel: attenti, caro Platone e caro Hegel, che le vostre idee presuppongono spiriti che le pensano!
Un altro pensiero è che ogni spirito umano attraversa tutta l’evoluzione incarnandosi e costruendosi ripetute volte un corpo[9] e nel complesso di pensieri che riguardano il progetto di ogni vita c’è un piano unitario, con una missione ben specifica e individuale (come il ciclista di prima ha fatto un piano di tutti i paesi che voleva visitare prima di ritornare; come la pensata di quel mandarino che è tutto un insieme di pensieri ben connessi). Del piano fa parte il fatto che questo spirito decida di vivere 30 anni oppure 80 anni e, idealmente parlando, di questo piano fa parte anche il giorno della morte.
Però, dicevo, ogni Io superiore, ogni spirito individuale, incarnandosi fa sorgere attraverso l’interazione col corpo una coscienza riflessa, ottenebrata dalle brame che vengono dal corpo, per cui bisogna distinguere tra Io superiore e io inferiore. Anche nel caso di Eluana la coscienza ordinaria è quella dell’io inferiore e quindi, se già per ognuno di noi non è facile sapere che cosa il proprio spirito si è proposto (e io non ho detto che sia facile), bisognerebbe percepire l’intenzione dell’Io superiore di Eluana.
Nella misura in cui Eluana stessa si è aperta all’elemento spirituale nel corso della sua vita, spogliandosi delle sue brame e lavorando su se stessa, ha sempre più avuto capacità di cogliere la voce dell’Io superiore e le persone accanto, nella misura in cui non hanno la brama che lei viva di più o che viva di meno, hanno più possibilità di capire l’intenzione del suo Io. Detto in modo più semplice: c’è un iniziato che può avere un’intuizione di questo Io di Eluana, in modo da sapere dal di fuori il giorno che si è proposto di morire? No, solo il suo spirito lo può. Con l’unica eccezione di quello spirito di cui tutti gli Io umani sono un frammento.
Replica: È in questo senso che dicevo che qualcuno può intuire.
Archiati: Ma soltanto questo spirito. E chi è? Non è uno spirito umano, è uno spirito cosmico, è uno spirito planetario che abbraccia tutta l’umanità. Che poi gli esseri umani lo chiamino il Messia, o il Cristo o lo Spirito dell’Umanità non importa: però è importante sapere che c’è. E nello stesso tempo non importa nulla che io lo dica perché allora tu ci devi credere, quindi è inutile. Sono astrazioni che stiamo facendo.
La scienza dello spirito ti dice: non solo l’Io superiore lo sa, ma è proprio il suo volere (come il ciclista non soltanto sa cosa accadrà una volta raggiunto il paese 4, ma lo vuole): altrimenti non succede. E questa volontà dell’Io singolo è un frammento della volontà dello spirito che abbraccia tutti gli spiriti umani. È il mistero più grande che esista. E per tutti gli altri spiriti umani è importantissimo sapere che ogni ingerenza…
Replica: Ma qualsiasi cosa è un’ingerenza in questo momento, perché siamo oramai nel tempo in cui noi contribuiamo, interveniamo nell’evoluzione, non è più la natura che interviene e basta.
Archiati: Sì e no. Uso un’immagine. È giusto quello che dici tu ed è tutto sbagliato. È giustissimo e sbagliatissimo: tutti e due. Quindi bisogna distinguere. Prendiamo il mandarino: quello che il contadino fa nel terreno dove c’è questo mandarino è un’ingerenza illecita?
Replica: Dipende da quello che pensa il contadino, da quello che vuole.
Archiati: E anche da quello che fa, quindi tutte e due le cose sono possibili. Un’ingerenza in positivo è quella che permette a questi pensieri formanti il mandarino di esprimersi così come sono. Il suolo è ben coltivato, ci sono tutti i sali, c’è abbastanza calore, c’è luce… questa è un’ingerenza non soltanto lecita ma necessaria, sennò la pianta non può crescere. Adesso l’altro pensiero: quand’è che un’ingerenza diventa malefica?
Replica: Quando voglio raggiungere qualcosa che voglio io?
Archiati: Sì. Allora, io posso rendere possibile l’espressione di questo spirito di Eluana e posso ostacolarlo. E come faccio a sapere quando la rendo possibile e quando la ostacolo?
La rendo possibile quando io faccio di tutto per non metterci dentro nessuna mia volontà, e la ostacolo quando ci metto dentro una volontà mia. Però sta’ attenta: quando io faccio di tutto per non metterci dentro nulla della mia volontà, questo non significa che io so quale volontà ci sia! Non lo so. E allora la flebo per idratarla la lascio o la tolgo?
Sia che io la lasci, sia che io la tolga, diventa un atto che rende possibile la libertà dell’Io del malato soltanto se io non ho nessuna volontà rispetto a questa persona. Se invece io ho una volontà mia rispetto a questa persona (voglio che viva o voglio che muoia), sia che lascio la flebo sia che la tolgo è un’imposizione, perché io sono un’imposizione. E colui che non ha una volontà sua da imporre è quello che massimamente è aperto a ricevere l’ispirazione giusta.
Replica: Ma come il contadino aiuta il mandarino a crescere…
Archiati: Non è che aiuta a crescere: rende possibili le condizioni...
Replica: …rende possibili le condizioni ottimali…
Archiati: No, le condizioni necessarie.
Replica: …le condizioni necessarie perché la pianta possa esprimersi e…
Archiati: No! No!, assolutamente! Sta’ attenta: il suolo è perfetto, ma il seme del mandarino non c’è. Ha fatto qualcosa di male, il contadino?
Replica: No.
Archiati: Quindi, che cosa può fare il contadino al seme? Nulla. Può soltanto fare qualcosa al terreno, ma non al mandarino.
Replica: È veramente difficile.
Archiati: Perché noi siamo abituati a ingerire nell’altro.
Replica: D’altra parte se tolgono la flebo, se lasciano che la natura faccia il suo corso…
Archiati: Ma anche la flebo fa parte della natura.
Replica: Per questo dico che è difficile!
Archiati: E sì. Tu eri partita un po’ facilina, e io te l’avevo detto che è difficile la cosa.
Replica: No, no, sapevo e per questo ho chiesto: per essere aiutata a capire perché non vedo un modo.
Intervento: L’assurdità, cioè la cosa grave, pesante, è stabilire una regola dal di fuori, una legge. È questo che contrasta con i discorsi che abbiamo fatto.
Archiati: E quale legge vuoi stabilire?
Replica: Nessuna, appunto.
Intervento: Pietro, tu prima dicevi che è male tutto quello che viene fatto contro la volontà del singolo.
Archiati: Dello spirito, e l’ho chiamata la volontà pura, perché è sempre una volontà di amore.
Replica: Il padre di questa ragazza sostiene che lei stessa, quando era cosciente, di fronte a un caso simile a quello che poi si è verificato a lei, si era pronunciata per non accettare quella situazione di accanimento terapeutico, per cui lui adesso, di fronte ai vari tribunali e al mondo intero dice: io non faccio altro che realizzare la sua volontà. Non è la mia volontà che vuole far finire i suoi giorni, ma la volontà che lei stessa ha espresso quando era cosciente. Possiamo considerare quella espressione della ragazza, quando era cosciente, un’autentica espressione del suo Io? Oppure anche lei poteva essere ingannata?
Archiati: Sindacare sul fatto che questa volontà venga dal suo io inferiore o dal suo Io superiore non è permesso a nessuno. Sarebbe un sindacare moraleggiante che è proprio un’aberrazione. Quindi direi: di tutti i fattori che noi abbiamo nella percezione – in attesa di una scienza dello spirito che aggiunge percezioni di ciò che è nell’eterico, nell’astrale ecc… – il fattore più sacro (e in fondo le tue riflessioni andavano in questa direzione) è la volontà del singolo. È il più sacro, perché nel mondo a tutti noi noto non c’è nulla che abbia moralmente più peso della volontà del singolo, e se noi rendiamo qualcosa d’altro più importante di questo entriamo nel disumano.
Ora, non va sottovalutato il fatto che noi culturalmente, in questa umanità ancora bambina – siamo solo agli inizi di una scienza dello spirito, neanche abbiamo cominciato – abbiamo cose sociologicamente e psicologicamente comprensibili che io non intendo criticare, ma caratterizzare nell’oggettività. In questa conduzione di umanità bambina c’è stata dapprima una grande mamma, nel senso migliore della parola, che si chiamava Chiesa, poi un grande papà che si chiama Stato. Non dobbiamo sottovalutare l’intento molto umano – ma non necessariamente favorente l’umano, soprattutto in questa fase di pubertà dove l’individuo reclama sempre di più la sua libertà – che c’è in molti comportamenti di questa grossa madre Chiesa e di questo grosso padre Stato, soprattutto in Italia: la tendenza a reclamare la vita dell’individuo al proprio servizio. Al servizio della Chiesa, al servizio dello Stato.
Ora, individui che vanificano la vita, che sono disposti volentieri, come un Socrate, ad andare nel mondo spirituale, saranno meno produttivi per lo Stato e per la vita economica, e meno produttivi per la Chiesa. Nella misura in cui la Chiesa è diventata un potere terreno, li vuole avere sulla terra questi figlioli che la rendono importante. Quindi non dobbiamo sottovalutare il peso culturale di questo papà Stato, di questa mamma Chiesa, che reclamano la vita dell’individuo al loro servizio perché non sia mai che quello si metta in testa di morire volentieri.
Questa vita che serve allo Stato e alla Chiesa deve durare il più possibile. Questo fattore psicologico e sociologico, ripeto, non va sottovalutato, perché se noi lo guardiamo oggettivamente capiamo meglio di che si tratta. L’affrancarsi dalla volontà asservitoria della mamma Chiesa e del papà Stato appartiene all’evoluzione dell’individuo, non può avvenire di nuovo per via di comunità – la comunità dei dissidenti! Comunità è comunità, e l’affrancamento dalla comunità è una faccenda dell’evoluzione dell’individuo.
In fondo, La filosofia della libertà, tutto il testo, mette al centro l’individuo che, in base al pensiero – noi adesso cosa stiamo facendo? esprimiamo pensieri – diventa sempre più autonomo e si rende conto che la realtà più sacra, più intoccabile è il suo spirito. E se non siamo ancora in grado di cogliere e quindi onorare la realtà di uno spirito, di un Io superiore, perlomeno cominciamo a rendere sacra al di sopra di tutto la volontà dell’individuo, non la volontà della Chiesa. La volontà della Chiesa, oggi, è per natura anacronistica, perché è una volontà di gruppo che reclama la vita dell’individuo al suo servizio. È anacronistica per natura.
Intervento: La risposta comportamentale sul caso in questione non sta nel suo riferimento evolutivo? Quell’Io ha scelto di fare la sua esperienza in un’epoca in cui c’è la flebo che gli permette di sopravvivere. Io non sono nemmeno tanto d’accordo sulla sacralità individuale, perché c’è anche un’individualità riflessa, e dunque ciò che Eluana ha espresso come volontà può essere derivante da un riferimento riflesso. Può non essere la sua verità sacrale.
Archiati: Può derivare dall’egoismo dell’io inferiore, ma sindacare…
Replica: No, senza sindacare. Io penso che ogni volontà abbia un carattere anche interattivo: se quella volontà vive in un contesto evolutivo dove si prevede, per equilibrio di sopravvivenza, anche la presenza dell’alimentazione forzata, come tu dici (e io sono completamente d’accordo) perché devo omettere che si faccia un’esperienza in un contesto evolutivo dove è già previsto uno strumento di risoluzione al problema?
Archiati: Perciò io ho detto che la scienza dello spirito non ti dà ricette. Io dicevo, in ultima istanza: sia lasciare la flebo, sia il toglierla può essere in chi lo fa, in chi decide di lasciarla o toglierla, un’espressione di amore oppure di egoismo.
Replica: L’equilibrio sta in una verità oggettiva: già esiste la flebo, nessuno sceglie. Quell’Io già sapeva, quando ha scelto di fare il suo percorso esperienziale nella materia, di incarnarsi in un’epoca dove esiste la flebo.
Archiati: Sta’ attento, tu adesso argomenti come se io avessi implicato che l’idratazione vada tolta. Io non l’ho detto, e neanche è giusto implicare che la flebo va bene in assoluto. Quello che la scienza dello spirito ti dice è che dobbiamo avere il coraggio di sospendere il giudizio, e di dirci non lo so. Questo è liberante! Lo sanno soltanto l’Io superiore di questa persona – quindi non la normale coscienza di questa persona, ma il suo Io superiore che è sovraconscio – e il Cristo: io non lo so! E se noi avessimo una società, sia nella chiesa, sia nella politica, dove il 60% degli italiani avessero questa consapevolezza che dice ad alta voce: non lo sappiamo!, la finiremmo di scannarci a vicenda, sorgerebbe un pochino più di tolleranza.
Replica: Faccio un abuso: approfitto di questo microfono anche per mettere in comune una mia difficoltà di pensiero. L’albero è una rappresentazione di un pensare; io, individuo, sono la rappresentazione di un pensare. Se io mi accingo, con volontà pura, a superare la mia parte egoica e andare nel pensare, io e l’albero siamo la stessa cosa.
Archiati: Sì. Tradotto in termini morali (adesso accorcio), io, volendo diventare un gradino più concreto, augurerei a questa persona che non si può più esprimere che le due istanze fondamentali – in questo caso il papà e un medico che rappresenti le istanze che vorrebbero prolungare questa vita al massimo – si parlino in un clima di rispetto e amore reciproco e che in questo dialogo, dove ognuno ascolta il cuore dell’altro, arrivino a una decisione comune. Questo io auguro a lei, perché di meglio non c’è.
Steiner ti dice, per esempio: se un iniziato avesse per eccezione la possibilità di guardare quali forze ci sono nel corpo astrale di qualcuno, cosa c’è nel suo karma, saprebbe anche che c’è una legge occulta, assoluta che proibisce di dire in merito una sola parola. Terrebbe tutto per sé, perché lederebbe subito la libertà dell’altro se dicesse quello che ha visto.
Quindi l’unica cosa da augurare è che queste due istanze opposte si rispettino, si onorino a vicenda come entrambe legittime, perché teoricamente, astrattamente, si può appoggiare l’una e l’altra posizione. Tutte e due le cose sono possibili: è possibile accorciare una vita contro la volontà dell’Io superiore ed è possibile prolungarla oltre quella volontà. Tutte e due. Se trovano la possibilità di rispettarsi a vicenda e, aggiungo di nuovo, di amarsi a vicenda in quello che stanno dicendo, e di trovare una decisione comune, di meglio non c’è in questa fase di materialismo dell’umanità.
Intervento: Allora il problema non è il che cosa si fa, ma il come lo si fa.
Archiati: L’amore non è un «cosa», l’amore è un «come». Il Cristo è morto: la morte è la cosa, e la passiamo tutti. Il come è stato diverso. Quindi la materia è il che cosa del mondo e lo spirito è il come.
Buona notte!, ci vediamo domani alle 10,00.
Venerdì 6 febbraio 2009, mattina
Buona giornata a tutti.
Eravamo arrivati alla fine del paragrafo 11 del capitolo V, dove Steiner sta in fondo presentando all’uomo moderno e alla donna moderna il fatto che, casomai non l’avessimo ancora notato, da duemila anni a questa parte il Logos, il pensare cosmico creante e operante nel mondo, si è fatto carne. Dico: casomai non l’avessimo ancora notato da duemila anni a questa parte.
«Il Logos si è fatto carne» significa che è diventato uomo. Adesso spolveriamo questi vangeli un po’ impolverati. Sapete che i primi duemila anni di cristianesimo sono stati un’impolverata: l’infanzia del cristianesimo ci ha messo un po’ di polvere sopra. Il senso della polvere è tutto positivo, perché si può spolverare soltanto se c’è polvere.
In che cosa consiste questo impolverare? Nel fatto che si è detto: eh!, soltanto Lui fa, tu no, tu sei una pecorella perché il Logos non lo può gestire nessuno da solo. Il Logos si è incarnato soltanto in Gesù di Nazareth. Per quanto riguarda te, il Logos te lo gestisce la chiesa.
Ora ci troviamo duemila anni dopo, alla fine del cristianesimo petrino, dove l’umanità si è inserita nel mondo della pietra, del materiale, al punto in cui la coscienza umana dice: no, no, no, lo voglio gestire io, il Logos! C’è un risvegliarsi nell’umanità delle forze del pensiero dell’individuo singolo: perché soltanto Gesù di Nazareth? Se l’incarnazione del Logos è un fenomeno unico, non è umano, perché l’umano lo abbiamo tutti in comune. È un fenomeno umano se esprime, perlomeno in chiave di potenzialità, qualcosa che è aperto a tutti, che è reso possibile ad ognuno di noi.
Già ieri dicevo che la potenzialità, per parlare come Aristotele, la capacità, la facoltà di pensiero è quella che in assoluto ci rende tutti uguali, è l’essenza dell’essere umano: essere uomo significa avere una capacità, una facoltà, una potenzialità intrinseca a pensare, a ripensare, a ricreare (partendo dal pensiero individualizzato) tutto il cosmo, tutto il mondo, tutto ciò che è stato creato dal pensare divino. Se la parola «divino» non vi va, non importa nulla, l’importante è che sulle ali della terminologia abbiamo la realtà.
Un termine diventato difficilissimo, ostico, soprattutto in Italia – dove c’è lo Stato Pontificio, la presenza della chiesa cattolica, tutte cose non da giudicare ma da capire onestamente, non cercando di barare –, una parola che, per la storia di questi duemila anni, è diventata indigesta, è la parola «Cristo».
Il cristianesimo è diventato un fattore di imbarazzo. Ma la parola non significa nulla: se ci fermiamo alla parola facciamo torto a noi stessi. Un essere umano che si lascia bloccare da una parola fa torto alle sue capacità di pensiero: onorarle, invece, vuol dire generare sempre di nuovo le cose, è la capacità di andare oltre le parole chiedendosi quale realtà significa quella parola.
Se dalla parola vogliamo andare alla realtà, mettiamo questa parola fra virgolette
«cristo»
e ci chiediamo: che significa?, e cerchiamo di individuare la realtà sempre più profondamente. Sto parlando della realtà di questo «Cristo». Se culturalmente sono sorti dei fraintendimenti in base a una certa parola, bisogna avere il coraggio di metterla fra parentesi, di metterla da parte e di usare i sinonimi, santa pace!
Un cosiddetto cristiano che non sia capace di buttar via la parola «Cristo» se non serve alla persona con cui sta parlando, anzi le è di ostacolo, se non è capace di usare sinonimi che sono ugualmente pregni di significato perché si riferiscono alla realtà, allora non è un cristiano, è un cristiano che del cristianesimo ha soltanto la parola – quindi non ha nulla del cristianesimo.
Se invece io ho la realtà, non mi importa della parola, divento libero nei confronti della terminologia. Questo dogmatismo terroristico che ci bombarda con le parole sta a dimostrare che ha perso la realtà: quando la parola serve soltanto a indicare una realtà, la realtà è importante, non la parola. Adesso prendo un’altra parola:
pane
Forse non ho preso l’esempio migliore perché non so più se qui in Italia si fa ancora colazione col pane. Comunque, pensiamo ai tempi in cui il pane era veramente pane e senza pane non si mangiava, non si viveva.
brot
Cosa ho scritto? La stessa cosa in tedesco: qui in Italia lo chiamiamo pane, in Germania Brot. Che cosa è importante? Le due parole (pane e Brot) o è importante la realtà che indicano?
Intervento: Però Brot non è un sinonimo di pane.
Intervento: Non esiste un sinonimo di pane.
Archiati: Ci sono sinonimi all’interno di un linguaggio e ci sono sinonimi da linguaggio a linguaggio. Il pensiero te lo dice: la realtà è la stessa. Cioè il concetto di sinonimia è che diverse parole si riferiscono alla stessa realtà. Tu mica mi dirai che la realtà se la chiami Brot è una e se la chiami pane è un’altra?! Tutte e due le parole si riferiscono alla stessa realtà: questo è il concetto di sinonimo.
Poi, naturalmente, sinonimo non significa che le due parole diverse abbiano esattamente lo stesso significato: il concetto di sinonimo è che stiamo indicando la stessa cosa però da sfumature diverse. Quindi c’è sia l’elemento di comunanza, di uguaglianza, di unità, sia l’elemento di variazione, e questo è il bello. I linguaggi umani sono variazioni sulla stessa realtà: la realtà è sempre la stessa. Una volta vi ho portato l’esempio dell’acqua:
acqua
L’acqua è acqua, non è aria, non è terra: è acqua. In tedesco è
wasser
È la stessa acqua? No, non è la stessa acqua: è acqua, ma diversa! Supponiamo che invece di essere a Napoli siamo sul mare del Nord e l’acqua sia a +7°(veramente in Germania adesso abbiamo –5°, –10° e a queste temperature non sarebbe acqua, ma ghiaccio…): chi ci va dentro può forse esclamare aaaaaaahhhhh, aaaaaahhhhhh, aaaaaaacqua…? Oh, ma sei matto?! Quello dice Wasssssssssser!!!!!!!! Se la chiami «acqua» è acqua bella tiepida, se la chiami Wasser è bella fredda. Quindi hai sia l’elemento di comunanza (che è la realtà dell’acqua), sia l’elemento di diversità. Questo è il bello.
Anche i sinonimi si riferiscono alla stessa realtà con sfumature diverse. Trovatemi un sinonimo di pane.
Intervento: Cibo.
Archiati: Cibo non è pane.
Intervento: Sinonimi relativi alla forma: pagnotta, filone…
Archiati: No, non sono sinonimi.
Intervento: Non ci sono proprio sinonimi di pane.
Archiati: Non ci sono sinonimi. E se noi ci giochiamo il rapporto con questa parola, che in fondo non ha sinonimi perché culturalmente non li abbiamo prodotti, ci giochiamo il rapporto con la realtà. Quindi dobbiamo darci da fare per trovare dei sinonimi. Il pane c’è, e va benissimo che ci sia solo una parola per designarlo, però dobbiamo stare attenti a non perdere il rapporto con la realtà.
Intervento: Pietro, avrei bisogno che definissi «realtà». Cosa intendiamo per «realtà»?
Archiati: Qual è la realtà del pane?
Replica: Io lo mangio e mi nutro.
Archiati: Quindi da che cosa desumi che è una realtà?
Replica: Da un’esperienza che faccio. Ne ho bisogno, me ne nutro…
Archiati: Tu dici: questo pane è una realtà e non una finzione perché fa qualcosa, opera qualcosa. O fa qualcosa, e allora è una realtà, o non fa nulla, e allora non è una realtà. Ora non voglio fare lezioni filosofiche sul concetto di realtà. Realtà significa: è qualcosa, fa qualcosa.
Facciamo un piccolo esercizio: invece della parola «Cristo» prendiamo il sinonimo «Messia»:
cristo / messia
Messia è la parola ebraica, Cristo è la parola greca – l’ho già detto più volte, ma va bene esercitare sempre di nuovo. Cristo in greco è CristÒj (Christòs) da cr…w che significa ungo. Cristo è l’Unto. Messia: Mschiah, in ebraico, massàh da cui «massaggiare». Mschiah è colui che è stato massaggiato. L’Unto. Questo è il significato del Cristo. Il Grande Unto.
Adesso prendiamo un povero cattolico abituato a dire sempre «Cristo» e gli diciamo: è l’Unto. È la stessa cosa! Cristo, lo risottolineo, è una parola greca e vuol dire: l’Unto. Eh, ci risponderà, ma «Cristo» mi dice tante cose, «l’Unto» non mi dice nulla! Eppure è la stessa cosa.
Allora, a quale realtà si riferiscono queste due parole? All’Essere solare. Infatti l’olio era per eccellenza creatura del sole: se voi guardate l’oliva ha il colore del sole, ci sono certi alberi d’olivo, soprattutto nell’Italia centrale, che di sostanza d’albero non hanno più nulla, sono corteccia, e fanno di quelle olive così belle! L’oliva è un operato del sole e la terra dà soltanto un minimo di sostrato, concorre al sorgere di questo olio, che poi viene usato per ungere i re, i profeti e i sacerdoti. La terra concorre minimamente e l’olio è l’operare puro del sole, ha il colore del sole.
Cosa si intendeva dire quando si ungevano il re, il sacerdote e il profeta? Si intendeva dire: guarda che tu hai il compito di spogliarti di tutto ciò che è della terra – il tuo interesse, i nazionalismi legati al suolo – e farti portatore, esprimere nel tuo essere unicamente questo elemento solare, lo Spirito del Sole. Perché? Perché il sole non conosce nessun nazionalismo ed è uguale per tutti gli uomini della Terra. L’umano puro, universale, uguale per tutti.
Quindi se l’unto è il re, è questione di gestione del sociale-politico nel presente; se è il sacerdote, si tratta di rammemorare tutto il passato, tutto il lavorio della Divinità nell’umanità; se è il profeta si tratta di anticipare nel pensare le evoluzioni future dello Spirito solare incarnato nell’uomo.
Sei re, sacerdote e profeta soltanto nella misura in cui intendi esprimere lo Spirito del Sole. Sei Unto. E il Cristo è il Grande Unto, lo Spirito del Sole venuto sulla Terra a esprimersi dentro l’umano. Quindi della parola Cristo non c’è bisogno, proprio non ce n’è bisogno, e nella misura in cui io ho bisogno di questa parola significa che non ho più la realtà, mi è rimasta soltanto la parola.
Al cosiddetto cristianesimo – che poi è cattolicesimo, non cristianesimo – è rimasta quasi soltanto la parola, e i sentimentucci tutti personali, tutti soggettivi (legittimi, se volete), che non hanno nulla a che fare con la realtà oggettiva di questo Cristo. Tutto l’andare in brodo di giuggiole quando sento la parola Cristo è affar mio, non ha nulla a che fare con la realtà oggettiva del Cristo.
La realtà oggettiva del Cristo dice: guarda che tu, se non ti ungi nel tuo spirito di forze pensanti solari, di forze amanti, con questo Cristo non hai nulla a che fare.
In un certo senso siamo in questo momento di trapasso da un cristianesimo diventato del tutto soggettivo, personale, di goduria interiore, a un cristianesimo oggettivo – e per oggettivarlo bisogna recuperare la realtà oggettiva che la parola Cristo vuole indicare.
Ero partito all’inizio dicendo che in questo V capitolo Steiner ci indica l’operare, il creare dello spirito pensante cosmico diventato umano nell’attività pensante dell’uomo.
In fondo, a che cosa serve il cervello? Duemila anni fa, il pensare cosmico, il Logos, si è unito per la prima volta con il genere umano in Gesù di Nazareth. Ora, stiamo dicendo, il senso di questo primo essere umano intriso, unto di forze pensanti solari, è che è il primo: poi diventeremo unti tutti quanti!!
In questo trapasso da un cristianesimo petrino a un cristianesimo giovanneo[10], succede che noi, soprattutto in base a un metodo così fondamentale per l’evoluzione del pensiero che è La filosofia della libertà, ci rendiamo conto che il significato del cervello, il significato neurobiologico del cervello, è di portare a coscienza il pensare.
Il pensare incarnato c’è sempre, anche nel realista ingenuo, lo dicevamo.
Il passo nuovo che compie la scienza dello spirito è di portare a coscienza, scientificamente a coscienza, il fatto che «incarnazione del Logos» significa: il Logos, il pensare cosmico si congiunge col cervello del corpo umano. Cosa avviene a seguito di questo fatto? Che mi diventa cosciente, che me ne rendo conto. Ah, ah, questo in me avviene sempre, senza che io me ne accorga! Però adesso posso accorgermene, posso portare questo pensare a coscienza, posso renderlo sempre migliore, sempre più cristallino, sempre più operante sempre più artistico, sempre più vivace!
Ciò che potenzialmente avviene in me, dovuto al congiungersi del pensare universale (che è un elemento puramente eterico, puramente sovrasensibile) col mio cervello, mi porta a coscienza il fatto che: ah!, io sono pensante! E allora voglio pensare sempre meglio.
Il senso dell’incarnazione del Logos, del farsi carne del Logos, è il congiungersi del pensare cosmico col cervello umano: questo cervello fa da specchio e io porto il pensare a coscienza.
Quindi noi nella coscienza abbiamo il prendere coscienza del pensare. Ma non è che lo creiamo: il pensare c’è sempre. Il pensare è un’attività universale cosmica che diventa individualmente cosciente congiungendosi col cervello dell’individuo singolo. Allora posso afferrare il pensare da questo lato della coscienza: io, dapprima, ho appunto soltanto la coscienza del pensare, mi rendo conto di pensare.
E rendendomi conto che, tramite il congiungimento col cervello, avviene in me questo operare, questo lavorare, questo creare del pensare – quando sono sveglio, non quando dormo –, grazie a questa presa di coscienza posso afferrare e gestire io stesso i destini del pensare, per quanto mi riguarda.
Attraverso il cervello il pensare cosmico diventa un fattore di evoluzione dell’individuo singolo, della libertà dell’individuo. Uno lo afferra, questo pensare, e l’altro non lo afferra: dipende dalla libertà.
Quindi, quando io nella percezione guardo la pianta, la cosa più importante non avviene nella pianta ma in me, e parte dal fatto che il pensare cosmico è congiunto col mio cervello. Essendo congiunto col mio cervello mi rendo conto di questa attività del pensare, quindi la posso fare mia, posso cominciare a gestirla a partire dalla mia libertà.
V,12 Ma sarebbe un’opinione del tutto irreale {illogica, non oggettiva}, legata a semplice casualità, quella che, dell’immagine staccata che si presenta in un dato istante, affermasse: «Questa è la cosa».
Sono del tutto non oggettivo, disattendo l’oggettività del fenomeno quando io dico: ciò che vedo là fuori è la cosa. Disattendo il fatto che la sto producendo io, la cosa.
Io dico: albero. Ma dov’è la realtà dell’albero? Io dico albero. Il cosiddetto albero là fuori non dice proprio nulla. Quindi dove sorge la realtà dell’albero? In me che penso, non là fuori.
Questo paragrafo, visto che è corto corto, lo metto un po’ sotto la lente d’ingrandimento (cosa che naturalmente si potrebbe fare con tutto il testo). Il testo tedesco dice: «È un’opinione, un modo di pensare unsachliche: la traduzione dice «del tutto irreale», ma unsachliche significa non oggettiva, che non ha nulla a che fare con la realtà della cosa. Se io punto il dito sull’albero, e dico che là è l’albero, non ho nulla a che fare con la cosa, perché l’albero in quanto percezione non è la cosa. È la «non cosa». Unsachlich vuol dire non cosa.
Qual è la realtà dell’albero? È il concetto dell’albero. Disegno un mandarino.

Fig. 7
L’espressione, la parvenza esterna del mandarino è transeunte, è effimera: oggi c’è, domani non c’é. La realtà, «la cosa»[11] del mandarino, è un pensiero cosmico divino che opera. Sennò, visto che le sostanze del suolo sono uguali, come potrebbero spuntare qui un mandarino e più in là un pero, se non ci fosse stato un pensiero che ha pensato la materia formata secondo il mandarino e secondo il pero?
Facciamo l’esempio di una casa: una casa oggi c’è, tra un paio di secoli sarà sparita. Se io guardo questa casa, la sua realtà, la sua «cosa in sé» cos’è? I pensieri dell’architetto, questa è la realtà!
Il problema dell’uomo materialistico è che resta interdetto di fronte a questa affermazione: ma come?, un pensiero è più reale di un mattone? Sì, perché un mattone non è reale. Cosa c’è in un mattone? Di nuovo un pensiero, sennò avrei fra le mani frammenti di argilla, non un mattone.
Il cosiddetto materialismo è la nullificazione della realtà, un punto infimo, un punto morto, per farla ripartire da zero. La materia è la fine della realtà, è la non realtà. La cosiddetta materia, sparirà tutta, non resterà nulla, è nulla[12], e sussiste soltanto nella misura in cui i pensieri la tengono insieme. Se togliamo i pensieri dalla materia, i pensieri di forma (le pietre), i pensieri di metamorfosi (le piante), i pensieri di sensazione-sentimento (gli animali), i pensieri di pensieri, di autocoscienza (l’uomo), se tiriamo via tutti questi pensieri cosa resta? Il concetto esoterico di polvere cosmica. Aristotele la chiama «materia prima», prîte Ûlh (pròte üle): è una materia senza forma, quindi è pura potenzialità. È il concetto esoterico del nulla.
La «materia seconda» è quella già intrisa di pensieri e perciò ha una forma, è una materia informata dal pensare. Quindi tutto ciò che noi chiamiamo materia è inesistente, esiste soltanto ciò che è reale della cosiddetta materia: lo spirito, il pensare – i pensieri di forma, i pensieri di metamorfosi, i pensieri di sentimento, i pensieri di autocoscienza ecc… Se togliamo via tutto l’elemento di pensiero, non resta nulla della materia che conosciamo.
Intervento: Quindi quello che noi chiamiamo materia in realtà non è materia?
Archiati: Cosa intendi dire per materia?
Replica: Intendo dire quella che normalmente chiamiamo materia. In realtà non ci accorgiamo che non è una materia pura, ma è il vestito che si dà un pensiero, è un concetto vestito, diciamo così…
Archiati: È un pensiero evidenziato.
Replica: …evidenziato, che può essere percepito. È una specie di giubbotto fosforescente che permette al pensiero di essere riconosciuto, percepito, e quindi non è realtà. Comunque quella che chiamiamo materia è molto di più che materia, c’è un qualcosa in più che non vedo, ed è il pensiero, che scambio per il suo vestito.
Archiati: I morti, i defunti, cosa vedono nel mondo della materia?
Intervento: Le forze.
Intervento: Vedono le spoglie, ciò di cui si sono spogliati.
Archiati: No. Facciamo conto che siamo tutti morti, quindi il corpo è via. Cosa vediamo da morti? Pensieri che operano (provo a disegnare). La scienza dello spirito dice: etere. Pensieri. Poi vediamo sentimenti: gioia, dolore, amicizia… l’animico. E poi diciamo (siamo appena morti e ci dobbiamo orientare): i pensieri mica possono volare da soli, lo stesso i sentimenti. Ci devono essere Esseri, Esseri, Esseri che pensano e che sentono. Ah, questo è un Angelo!! Oh, quello pensa brutti pensieri, allora è un Diavolo!
Dov’è la materia? Guarda, guarda laggiù c’è la Terra! Ma, dice, dove? Là c’è un buco! (Per i morti la materia non c’è, d’accordo?, perché il morto è un puro spirito, non ha più i sensi corporei per percepire il fisico-materiale). Guarda, guarda, guarda… là non c’è né eterico, né astrale… cos’è?, cos’è? Ma quel buco lì ha una forma… aspetta aspetta… adesso mi ricordo… è la forma di un corpo umano. È quello che laggiù chiamano «materia». È un posticino dove manca sia l’eterico, sia l’astrale, sia lo spirito. Il nulla di spirito gli esseri umani lo chiamano realtà! La sola realtà! Ma sono matti?! Eppure l’ho fatto anch’io fino a qualche giorno fa. (Fig. 8)
Cos’è la materia? Buchi nella realtà dello spirito per farci rendere conto della realtà dello spirito. Il morto capisce che c’è un grosso mistero legato a ciò che noi chiamiamo materia. Certo che noi diciamo: però questo corpo, quando è vivente, è intriso di etericità, di astralità, ecc…, ma non è questa l’etericità cosmica – dice il defunto –, non è questa l’astralità cosmica. Per quanto mi riguarda è un buco.

Fig. 8
La materia è il negativo della realtà, cioè è il negativo dello spirito. E perché proprio il negativo? Per evidenziare il positivo, sennò non me ne rendo conto.
Il negativo serve alla coscienza per risvegliarsi nel positivo. La percezione è in negativo per risvegliarsi nel pensare. Poiché si rende conto che nella percezione ha un vuoto e nel pensare ha la realtà, l’essere umano maturo vede il vuoto di spirito in ciò che noi chiamiamo materia e dice: ah!, il senso della materia è riportare a coscienza lo spirito. Ma la materia in sé e per sé non è nulla.
Quindi il materialismo è il gradino ultimo di auto-annientamento dello spirito, per potersi risvegliare e ripartire da capo. V,12 «Ma sarebbe {qui in tedesco troviamo è, non sarebbe} un’opinione del tutto soggettiva, legata a semplice casualità {una somma di eventi casuali, cioè transeunti che non sono realtà, oggi mi appaiono domani spariscono}, quella che, dell’immagine staccata che si presenta in un dato istante, affermasse: «Questa è la cosa»
V,13 Parimenti non è permesso {non è corretto, non è giusto} di prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa stessa.
Quindi, prima c’era un istante, adesso la somma di tutti i vari elementi percepiti. Prendiamo il mandarino di prima e supponiamo che tu percepisca tutta la gamma di fotogrammi percepibili, supponiamo che tu resti lì dall’inizio fino alla fine del ciclo di crescita, finché si ripete il ciclo e ritorni al seme. Una cosa chiaramente impossibile, ma supponiamo che tu segua tutti questi fotogrammi: che cosa hai del mandarino? Una somma infinita di percezioni, di immagini percettive. Non sei autorizzato a dire: ecco, questo è il mandarino.
Se infatti io ho un seme e da questo seme rinasce un mandarino, non possiamo dire che quel mandarino di cui tu hai seguito tutti i fotogrammi di crescita sia il mandarino. Diremo: è un mandarino. Ora, se tu mi dici che è un mandarino quello che hai seguito dall’inizio alla fine, va benissimo: però io non ti avevo chiesto di dirmi cos’è un mandarino, ma il mandarino, e finché io ho un mandarino non ho ancora il mandarino.
E allora? Ricomincerai di nuovo a seguire tutte le percezioni di questo nuovo seme fino al mandarino seguente? No, sarebbe da stupidi, non si finirebbe mai! Devi lasciar via l’elemento di percezione sensibile, la cosiddetta materia, e andrai all’essenza. E l’essenza è un pensiero.
L’uomo d’oggi trova difficoltà perché va a infrangersi sempre contro questo scoglio: come fanno i pensieri ad essere realtà operanti? E allora bisogna fare sempre di nuovo questi esercizi. L’architetto, nel suo studio, fa la casa di pensieri finché la progetta, pensieri di forma – quanti piani deve avere, quante stanze… sono pensieri. Questi pensieri fanno, operano, combinano qualcosa o no? Ma lo vedi che sono operanti i pensieri, e se fanno saltar fuori una casa reale sono ancora più reali, sono la causa della casa.
Poiché il Logos si è fatto carne, si è umanizzato dentro ogni essere umano, lo possiamo acchiappare: il Logos è diventato percepibile! Non percepibile a livello di materia, perché il Logos non è materia, ma percepibile a livello di introspezione ogni volta che noi guardiamo, anzi proprio percepiamo, ciò che combiniamo quando pensiamo. E cosa combiniamo quando pensiamo? Creiamo, facciamo le cose. Così reale è il pensiero.
Una pagnotta cos’è? Un pensiero. Lì c’è un sacco di farina di grano: la farina non ha mai fatto una pagnotta! Qualcuno ha visto un sacco di farina farsi pagnotta? Chi fa le pagnotte? Voi direte: le braccia del fornaio. Ma le braccia sono strumenti: sarebbe come dire che non sono io a piantare il chiodo nella parete, ma è il martello. Le braccia e le gambe sono strumenti, come il martello. Allora chi è l’agente, chi è l’operante, chi è «cosa»? Lo spirito pensante! Quello crea realtà.
Si capisce il discorso?
Intervento: Come no!
Archiati: Archimede disse: datemi una leva e vi solleverò il mondo. E la leva con la quale noi siamo in grado di sollevare, di innalzare, di gestire tutto il mondo è il pensare! Dipende dalla forza, dalla profondità, dall’entusiasmo del pensare.
V,13 «Parimenti non è permesso…»: questo «permesso» è un po’ troppo moraleggiante: «non è giusto», «non è corretto». Nella misura in cui noi afferriamo la scienza dello spirito, ci accorgiamo di tutti questi risvolti troppo moraleggianti della traduzione. Ho bisogno del permesso, io? E chi dà e chi non dà il permesso? È importante notare queste cose.
Intervento: Potremmo tradurre: è impossibile.
Archiati: No, perché invece è possibile. «Corretto» è la parola migliore: non è corretto. Queste sono tutte riflessioni (fatte in chiave di eccezione, eh?, altrimenti non andremmo avanti) per evidenziare quello che dicevo prima: nella misura in cui voi, oltre le parole, andate alla realtà siete in grado di essere sovrani in fatto di traduzioni. Nella misura in cui non andiamo alla realtà, inciampiamo nelle parole.
Ora, un individuo italiano che sempre meglio afferra la realtà di quel che le parole vogliono dire, si rende conto di ciò che non è ancorato alla realtà. Questo è molto importante in fatto di traduzioni.
(V,13) Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere un concetto contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa.
Chi è questo spirito? C’è questo spirito per il quale la cosa in quanto percezione e la cosa in quanto concetto sono inscindibili? Prendiamo di nuovo il mandarino. Ci sarà qualcuno per il quale il mandarino, in assoluto, non si può scindere in percezione da un lato e concetto dall’altro?
Intervento: Un veggente.
Intervento: Chi l’ha creato.
Archiati: Certo, chi l’ha creato! Colui che l’ha creato (qualcuno lo avrà creato, no? Da dove viene il mandarino?) mica può dire: ah, da là mi viene la percezione del mandarino e da là me ne viene il concetto! È una realtà sola. Avendo creato il mandarino dice: però il mandarino esiste soltanto in me, e siccome io non sono tirchio ma sono pieno di amore, vorrei che il mandarino esistesse anche nello spirito umano. Però, come faccio? Lo spirito umano mica ha creato il mandarino… E dài, va’, allora glielo faccio vedere!
Questo è successo: il creatore ci ha reso percepibile il mandarino. Guarda, guarda cosa ho fatto! Ah, quello è il mandarino? No! Quella è la fotografia per fartelo vedere. Tu di fronte a una foto di tua madre diresti: ciao mamma, ecco la mia mamma!?
La percezione è una foto, il pensiero è la realtà. Allora l’uomo guarda il mandarino e dice allo spirito creatore: come hai fatto a crearlo? Voglio crearlo anch’io! Oh?, «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»[13]. È l’evoluzione del pensiero, datti da fare!
Più tu intuisci l’essenza del mandarino, e più diventi capace di crearlo.
Sì, però io non son capace di renderlo visibile! Ma il mandarino è stato reso visibile solo perché ti venga la voglia di farlo sparire per farlo risorgere nel tuo pensare. E quando sarà veramente risorto nel pensare di tutti gli esseri umani, allora tutti gli esseri della natura che hanno sbuffato per millenni per tenerlo visibile, quel mandarino, diranno: ah, finalmente! Era ora per noi di ritornare nel mondo dello spirito! Ci ha fatto sbuffare, questo essere umano, per millenni e adesso ci liberiamo un po’[14]. Ci ha messo così tanto a capire che bisogna far sparire questa parvenza e trovare la realtà! L’uomo toccava l’albero di mandarino e diceva: questo è il mandarino. Non capiva nulla!
E poi l’altra tragedia: la maggior parte degli uomini non sanno neanche che esistono, gli esseri della natura![15] Steiner ci porta a coscienza la sofferenza infinita di questi spiriti della natura che si sentono così soli e non riescono a capire come mai l’essere umano non sappia nulla della loro esistenza. Se passeggia nel bosco, l’uomo pensa ai soldi che ha perso in borsa per la crisi economica, per esempio, e a tutti gli alberi, a tutti gli spiriti della natura non ci pensa neanche lontanamente! E allora che l’ha fatta a fare questa passeggiata nel bosco?
Rileggo: V,13 «Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere un concetto contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa».
In altri contesti facevo notare che questo paragrafo è importantissimo, perché ci fa ricordare un dialogo di Platone, il Teeteto, dove discutono particolarmente un vecchio e un giovane. La domanda fondamentale su cui discutono è: le percezioni sono concetti o no?
Il vecchio dice: la percezione è la stessa cosa del concetto, non sono separabili.
E il giovane dice: ma sei matto? Io nella percezione non ho nulla, mi rendo conto che devo sbuffare, che devo diventare attivo dentro di me per generare i concetti e unirli alla percezione, e tu mi vieni a dire che nella percezione ce li hai già?!
Platone vuol dire, in questo dialogo, che tutti e due dicono la verità.
L’essere umano più vecchio, cioè l’essere del passato, nella percezione percepiva direttamente il concetto, la sapienza cosmica. La percezione non nascondeva il contenuto di spirito, ma lo presentava. Quindi intuitivamente, spontaneamente, nell’antichità c’era una chiaroveggenza atavica: non c’era questa spaccatura tra percezione e formazione del concetto, a partire dalla libertà.
Il più giovane, quindi soltanto una generazione dopo, mostra come nei greci c’è il sorgere della filosofia, del pensare gestito autonomamente dall’uomo di fronte alla percezione. Infatti il più giovane dice: no, la percezione stessa non mi dice che cos’è ciò che percepisco, ma devo dirlo io, devo diventare attivo io.
Da un essere umano intriso per natura di forze pensanti, di saggezza cosmica, abbiamo il passaggio a un essere umano che di fronte alla percezione non può più dire: la percezione mi dà subito la realtà! Non può dire: capisco. Questo è il sorgere della filosofia in Grecia. Per l’uomo antico, invece, vedere significava capire: era un vedere spiritualmente.
Facciamo una pausa.
*******
Archiati: Prima di dare la parola a Maria Nieddu[16] che ci ragguaglia un poco sulle attività della casa editrice, voglio segnalarvi un libro in modo particolare: Rudolf Steiner Il fenomeno Uomo – Da Gesù a Cristo[17]…
Riprendo la lettura dal capoverso V,13 «Parimenti non è permesso {non è corretto, non è giusto} di prendere la somma dei vari elementi percepiti per la cosa stessa. Potrebbe benissimo darsi che uno spirito fosse in grado di accogliere un concetto contemporaneamente e unitamente alla percezione. Ad un simile spirito non potrebbe neppure venire in mente di considerare il concetto come non appartenente alla cosa. Dovrebbe attribuirgli un’esistenza collegata inseparabilmente con la cosa».
V,14 Voglio servirmi di un esempio per essere ancora più chiaro. Se getto nell’aria una pietra in direzione orizzontale, io la vedo successivamente passare per posizioni diverse. Collego queste posizioni con una linea. In matematica ho imparato a conoscere varie forme di linee, fra cui la parabola.
Allora, qui c’è un uomo, getta una pietra che fa una parabola e cade qui. Cosa si percepisce? (Fig. 9)
Intervento: Un movimento.
Archiati: No.
Intervento: Uno spostamento nell’aria.
Archiati: No.
Intervento: Una traiettoria.
Archiati: No.
Intervento: Una linea.
Archiati: No.
Intervento: Il braccio che lancia.

Fig. 9
Archiati: No. Noi non abbiamo la percezione pura, perché pensiamo sempre: già il fatto che abbiamo parlato di parabola, vuol dire che siamo già alla fine del percorso. Ma c’è un modo di togliere tutto l’elemento del pensiero, un modo meccanico: prendiamo una macchina fotografica che non pensa e che mi fa un migliaio di fotogrammi. Quelle sono le pure percezioni: fotogrammi tutti staccati uno dall’altro. In un fotogramma la pietra è qui, in un altro è un millimetro più in là e così via. Dov’è il movimento? Non c’è, tutto è sempre fermo.
La pura percezione è il frantumare la realtà, nella pura percezione la realtà del movimento è frantumata, sparisce, è polverizzata. Cos’è che unisce tutti questi potenziali frammenti all’infinito in un movimento unitario? Il pensare, è ovvio!
Torniamo a Zenone e al suo paradosso di Achille piè veloce e la tartaruga. La tartaruga ha un metro di vantaggio, Achille prima di arrivare deve percorrere metà dello spazio, prima di percorrere metà dello spazio deve percorrere metà della metà, prima di percorrere metà della metà deve percorrere metà della metà della metà… Quanti spazi deve percorrere Achille per arrivare alla tartaruga? Infiniti, e in un tempo finito non ce la fa. Ancora oggi Achille sta dietro alla tartaruga, non l’ha ancora raggiunta!

Fig. 10
Zenone dimostra apoditticamente che Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga, perché deve percorrere in un tempo finito un’infinità di spazi. Io vi garantisco che Achille da un bel po’ di tempo ha superato la tartaruga, ma non nella testa di Zenone, perché la testa di Zenone ha tirato via il pensare e ha astratto dalla realtà.
Astraendo dalla realtà, dal movimento reale, cosa resta? Il surreale, sub-reale, sotto la realtà: quindi questa infinità di spazi da percorrere è un’astrazione, astrae dalla realtà del movimento.
Come si trova la velocità?
s
v = –––
t
Spazio diviso tempo, cioè la velocità la trovo considerando il rapporto fra lo spazio da percorrere e il tempo che ci vuole: la realtà della velocità è il rapporto tra lo spazio e il tempo.
No, è l’opposto! La realtà è la velocità, cioè il movimento reale, la decisione di muoversi e il muoversi: quando io questo lo riduco allo spazio e al tempo che ci vuole faccio due astrazioni. Spazio e tempo sono due astrazioni, reale è il movimento.
In altre parole, la formula dice che se ho 3 km e li percorro in 3 minuti, mi muovo alla velocità di 3 km al minuto: e se non lo faccio?, e se non mi muovo? Quindi tempo e spazio indicano una realtà potenziale ma non ancora reale: diventa reale soltanto se io decido di mettermi in movimento. È lo spirito che opera, che si mette in moto: quindi spazio e tempo sono due astrazioni che indicano la potenzialità dello spirito creatore umano.
C’è uno spazio che posso percorrere ma non devo, c’è un tempo che posso far mio ma non devo, e questo potere senza dovere noi lo chiamiamo libertà.
Potere senza dovere significa essere liberi, perché se non posso non sono libero, se devo non sono libero. Devo potere senza dovere per essere libero.
Intervento: Devo volere.
Archiati: Avviene solo se lo voglio. Quindi lo spazio c’è, la strada c’è, il tempo mi è a disposizione: posso percorrere questi 3 km in 3 minuti, ma non devo. E se io decido di non farlo non c’è nulla del movimento, non c’è velocità: quindi l’unica realtà è la velocità, il movimento, il muoversi, e per muovermi mi devo muovere! Se non mi do una mossa non c’è il movimento, non c’è nulla.
Una strada sulla quale nessuno ha mai camminato sopra, è una strada?
Intervento: Sì, qualcuno prima o poi ci passerà.
Archiati: Tu intendi dire che potenzialmente è una strada.
Replica: Sì.
Archiati: Ora, qualcuno l’ha fatta la strada, stiamo parlando di una strada che c’è – sono concetti all’estremo, eh?, proprio esercizi di pensiero –: chi ha fatto questa strada che pensieri ci ha messo? L’ha fatta perché qualcuno ci cammini sopra, ma ora noi stiamo dicendo che è una strada su cui non ha mai camminato nessuno.
Intervento: Se uno non la conosce e non l’ha mai percorsa non esiste.
Archiati: Io vi ho detto che è un concetto al limite, già i greci esercitavano il pensare ai concetti limite, perché lì uno è costretto ad argomentare in linea di principio.
Ma adesso via la strada, prendiamo un altro esempio molto più grosso: l’evoluzione umana come progetto. Come l’essere umano ha fatto una strada, che però diventa reale soltanto quando ci si va sopra, così la Divinità ha progettato l’evoluzione umana.
L’uomo c’è o non c’è?
Se il fenomeno uomo ci fosse già, noi non avremmo nulla da aggiungerci, quindi non saremmo liberi.
Se il fenomeno uomo non ci fosse per niente, non ci sarebbe neanche nulla da fare.
Quindi l’umano lo si può capire solo come potenzialità: l’uomo è una evoluzione resa possibile.
Adesso creiamo il concetto di un uomo che in tutto il tempo messo a disposizione, dall’inizio fino alla fine dell’evoluzione, migliaia e migliaia di anni, non realizza nulla di questo umano potenziale. Creiamo questo concetto limite (un essere umano che non abbia realizzato proprio nulla non esiste, ma insomma, creiamo il concetto). È un uomo?
Intervento: E uno che, all’opposto, realizza tutto, sarebbe anche un uomo?
Archiati: Tu adesso non fare l’esercizio opposto perché non ti va di fare l’altro che è più difficile! Quell’uomo che ipotizzi tu sale al gradino successivo, che è il gradino dell’Angelo. Quindi il concetto di Angelo è la piena realizzazione dell’umano, e potenzialità per il gradino successivo. Torniamo invece all’esercizio che io proponevo, del negativo: se l’essere umano che non ha realizzato nulla non sapesse di aver omesso, non sarebbe un uomo.
Intervento: E se uno si mente addosso? Nel senso che fa finta di non sapere?
Archiati: Se fa finta di non sapere sa di sapere!
Replica: Sempre?
Archiati: Far finta senza sapere di far finta non esiste. Uno che fa finta sa di far finta, no?
Intervento: Se non sa di avere omesso è un animale.
Archiati: Proprio questa è la domanda. È possibile?
Replica: Non è possibile.
Intervento: Nel concetto di uomo c’è la possibilità di essere uomo, altrimenti non sei nel concetto di uomo.
Archiati: Sì, ma non basta la potenzialità.
Replica: No, però lui ha tutti i presupposti per poterlo fare, sennò non sarebbe un uomo.
Archiati: Non basta. L’importante è che lo sai: questo è fondamentalissimo.
Replica: Ma certo.
Archiati: Eh, ma tu non ce l’hai aggiunto!
Replica: Non c’è nulla nell’uomo di cui non abbia almeno un po’ di coscienza, sennò…
Archiati: Sennò non è uomo. Quindi se c’è questa omissione in assoluto, è cosciente. In altre parole, c’è un’esperienza animica di rammarico infinito che gli animali non possono avere, e questo rammarico permette un altro ciclo evolutivo, con un’altra possibilità di redenzione, finché quest’uomo non realizzato nelle sue potenzialità arriva al punto in cui non è più capace neanche di rammarico, e allora non si può più far nulla. Allora ha nullificato la potenzialità, ha perso ogni potenzialità. Il rammarico è un’enorme potenzialità di redenzione.
L’Apocalisse presenta il rammarico: sorge guardando quelli che hanno svolto l’umano in senso positivo. Avrei potuto anch’io e non l’ho fatto…
Nel vangelo[18], al cosiddetto giudizio universale, il Logos dice a chi ha omesso:
– Io avevo fame e non mi hai dato da mangiare, io avevo sete e non mi hai dato da bere...
– Ma quando, quando, quando l’ho fatto?
– Ogni giorno, sempre!
– Ma come?, non me ne sono reso conto!
– Hai dormito, ti sei fatto frastornare da un sacco di cose…
L’abisso dell’umano non è in senso morale e moraleggiante: le grandi omissioni sono nel pensiero, nella coscienza.
Intervento: E il criminale a che punto si trova in questa realizzazione dell’uomo, in questa potenzialità? Criminali come quelli dell’epoca nazista.
Archiati: Dipende da che cosa intendi per criminale.
Replica: Un esempio specifico: Franz Stangel, il direttore di Treblinka.
Archiati: Tu adesso prendi esseri umani singoli, ed è un modo per tirarsi via da se stessi, capito? Un’affermazione su un essere umano la puoi fare soltanto se conosci in tutto e per tutto la sua interiorità, non le azioni: le azioni non ti bastano, perché le azioni sono frammenti di percepibilità. E lui a Norimberga ti dice: io ho eseguito gli ordini.
Replica: Mi pare che lui attraverso il rimorso volesse ricostruire…
Archiati: Nel momento in cui tu prendi un individuo e cominci a giudicare siamo fuori! Lascia perdere un individuo singolo, prendiamo l’uomo in quanto tale. Stiamo parlando dell’uomo che svolge in positivo le potenzialità dell’umano, ma svolgerle in negativo non significa fare il male, perché il male non esiste, significa omettere il bene. Esiste soltanto l’omettere il bene, come contrario del fare il bene. E quando ha omesso, omesso, omesso, dicevo, ciò che ancora lo può salvare è la consapevolezza, il rendersi conto che gli manca tutto!
E poi c’è la seconda presa di coscienza: mi manca tutto perché ho omesso, ho omesso, ho omesso. Questo gli dà la possibilità di nuovo di rientrare in un ciclo di evoluzione.
A seguito di queste due prese di coscienza – 1. mi manca tutto, 2. questa mancanza è dovuta alle mie omissioni – gli sorge il desiderio: posso recuperare?, posso riparare?
Ma nel momento in cui non si rende più neanche conto del «mi manca tutto» e del «è dovuto a me», non è più un uomo.
La conseguenza ultima della libertà è che tutto l’umano può venire nullificato. Però ci vogliono cicli enormi di tempo, mica si può fare in un paio di millenni: ma tutto, anche la potenzialità della libertà, la potenzialità dell’umano, può sparire.
La potenzialità resta finché uno si rende conto di ciò che ha omesso, perché rendermi conto di ciò che ho omesso è la potenzialità a recuperare; quando non mi rendo più nemmeno conto, non si può far più nulla.
Finché io mi rendo conto, l’amore divino sta proprio nel darmi di nuovo possibilità di recupero. Finché è possibile. E qual è l’ultima possibilità? La coscienza. Quando non c’è più coscienza, non c’è più nulla.
Quindi vedete che nella nostra cultura, finora, abbiamo preso la realtà dell’umano troppo dal lato moraleggiante (hai fatto male, hai fatto male!), perché abbiamo trascurato il lato della coscienza, del pensiero: quello è fondamentale. La potenzialità dell’umano è una potenzialità infinita di consapevolezza: nella misura in cui io mi rendo conto, agisco di conseguenza, è ovvio!
Sottolineare l’agire e mettere in secondo piano il pensare, a quale fase corrisponde nell’evoluzione? A quella bambina, perché il bambino non sa ancora pensare e allora bisogna mettere in primo piano ciò che gli facciamo fare.
Quindi una mamma Chiesa – per fare un esempio e non per criticare, ma per essere proprio oggettivi e sinceri – che tratta ancora gli esseri umani da bambini mettendo in primo piano l’agire buono o cattivo, fa di tutto perché restino bambini. Quando invece si diventa adulti la conoscenza, il pensare, la consapevolezza viene messa in primo piano, e l’agire di conseguenza.
Perciò il peccato morale in assoluto più grave è quello di omettere l’evoluzione della coscienza. Ma è così logico! Che se ne fa il Padreterno di uno che è morto a 80 anni e ha soltanto eseguito gli ordini del papà e della mamma? A questo tipo tu ti riferivi, perché il direttore di Treblinka ti dice: io ho fatto quello che dovevo fare, e se io avessi disubbidito avrebbero ammazzato me, e sarebbe stato meglio?
L’unica cosa che gli puoi dire è: no, no, no, la tua testa l’hai usata o no? E gli dimostri: hai omesso di usare la tua testa. Cosa non facile, però. Quindi non diciamo: hai commesso azioni cattive!, perché quella è soltanto la conseguenza necessaria del fatto che ha omesso di usare la sua testa. Il vero fattore morale è che lui ha omesso di usare la sua testa.
Noi viviamo di moralismi fissati sull’agire. Perché? Perché l’agire è faccenda di percezione sensibile, è più facile. Ma le azioni di una persona non mi dicono nulla sul suo spirito!
Questo direttore di Treblinka ubbidendo ha ammazzato un sacco di persone. Poi prendiamo una suora – un altro esempio, no? – che ha sempre ubbidito alla chiesa cattolica, ha sempre fatto quello che vuole la chiesa cattolica. Tutti e due dopo la morte vanno dal Padreterno: l’uno è migliore dell’altro?
No, tali e quali, tutti e due uguali. Hanno tutti e due ugualmente omesso l’umano, e il fatto che uno abbia ammazzato un sacco di persone è estrinseco all’essere, perché è una conseguenza dell’aver omesso l’umano.
La domanda è: la chiesa cattolica che chiede, che esige la sottomissione, quanti spiriti ha ucciso finora? Noi siamo fissati sui corpi che vengono uccisi, ma gli spiriti che vengono uccisi non li vediamo neanche!
Un corpo che viene ucciso è un nulla come male morale rispetto a uno spirito che viene ucciso. Quando ad un essere umano viene proibito che si sviluppi come spirito autonomo, quello è un male morale infinitamente più grave che non uccidere un corpo, perché il corpo non ha niente a che fare con lo spirito umano. Socrate dice: me la bevo volentieri la cicuta, voi uccidete il mio corpo, il mio spirito diventerà ancora più forte – e poi ritorna a reincarnarsi, tra l’altro.
Quindi chi è peggio? Chi uccide tanti corpi a Treblinka o chi uccide tanti spiriti e nessuno se ne accorge? Svegliamoci! Dove sono i veri omicidi? Omicidio: l’uomo viene ucciso, ma il corpo non è l’uomo!
La filosofia della libertà è un testo che dice a ogni spirito umano: dai, dai, dai, non perdere colpi, sennò ometti, ometti l’umano – ma lo puoi omettere soltanto tu, per quanto ti riguarda, e lo puoi realizzare soltanto tu, per quanto ti riguarda. La filosofia della libertà ti dà gli strumenti per realizzare l’umano, però l’uomo è spirito non è corpo: quando viene ucciso il corpo noi ce ne accorgiamo ed è molto meno peggio di quando viene ucciso lo spirito e noi non ce ne accorgiamo. Rendiamoci conto che è molto più abissale: viene ucciso lo spirito, che è l’essenza dell’umano, e neanche ce ne accorgiamo! Due tragedie immani, infinite.
(V,14) Io conosco la parabola come una linea che risulta quando un punto si muove in modo da seguire una determinata legge. Quando studio le condizioni in cui si muove la pietra che ho gettata, trovo che la linea del suo moto è identica a quella che conosco come parabola. Che la pietra percorra proprio una parabola è conseguenza delle condizioni date {gravità, forza del lancio, peso della pietra ecc.}, e segue da esse di necessità.
Nel pensare ho tutta la parabola, come una unità. Non ho cinquemila fotogrammi statici. Ce l’ho tutta in movimento, dall’inizio alla fine. È un concetto: soltanto nel pensiero posso avere il concetto di parabola.
(V,14) La forma della parabola appartiene all’intero fenomeno, come ogni altra cosa che in esso è da considerarsi {non posso parlare di parabola se ho soltanto diecimila posizioni statiche della pietra}. Allo spirito di cui abbiamo sopra parlato, che non abbia bisogno di prendere la via del pensare, non verrebbe data soltanto una somma di sensazioni visive {una somma infinita} in diverse successive posizioni, ma, unitamente al fenomeno {unitamente alle percezioni} sarebbe data anche la forma parabolica della traiettoria {come unità}, che noi aggiungiamo soltanto più tardi, per mezzo del pensare, al fenomeno stesso.
Togliete «più tardi» perché in tedesco non c’è: «che noi aggiungiamo al fenomeno che appare soltanto tramite il pensare». La traduzione italiana dice anche «al fenomeno stesso». Qui il tedesco dice: «al fenomeno», altrimenti ci sarebbe stato selbst (stesso). Mi spiego? Che cosa succede quando io aggiungo la parola «stesso»?
Intervento: Do realtà al fenomeno.
Archiati: Come se il fenomeno fosse una realtà. Perché se io dico «al fenomeno stesso», intendo dire che il fenomeno è qualcosa! Invece tutta la riflessione di Steiner sta proprio a dirmi che non è qualcosa. Questa parola «stesso» in tedesco non c’è, proprio non esiste. Quindi, chi traducendo ce l’ha aggiunta (abbiamo sentito da Maria Nieddu quanto è difficile trovare veramente traduttori in gamba), non ha colto il concetto di cui sta parlando: che la cosiddetta percezione non è una realtà. Questo è un testo filosofico, e quindi si tratta di cesellature di pensiero.
Rendiamoci conto che non a caso c’è il proverbio che dice: Traduttori, traditori. È molto importante per le sorti della scienza dello spirito in Italia trovare traduttori in gamba (e io non voglio fissarmi su di me perché ho troppo da fare in Germania): spendiamo capitali, mandiamo un paio di giovani in Germania che vivano lì dieci, vent’anni! Altrimenti vanno all’acqua di rose, nel tradurre: un linguaggio è una complessità infinita. Le traduzioni che abbiamo in mano sono importanti, perché se io ho una traduzione dozzinale, sarà difficile farne una scuola del pensiero. E io, d’altra parte, qui non posso continuamente fare riflessioni di traduzione.
V,15 Non dipende dagli oggetti che essi ci siano dati in un primo tempo senza i corrispondenti concetti {cioè nella percezione}, ma dalla nostra organizzazione spirituale {dipende da noi}. La nostra entità complessiva funziona in modo che, per ogni oggetto della realtà, i relativi elementi affluiscano a lei da due parti: da quella del percepire e da quella del pensare.
Che cos’è a determinare questa spaccatura del reale in un dato di percezione e in un dato di pensiero? Il corpo, il Logos fatto carne. Soltanto grazie al corpo posso avere la percezione sensibile. Nel momento in cui noi ci escorporiamo attraverso la morte, questa spaccatura non c’è più.
E allora chiediamoci: qual è il senso di aver fatto sorgere nell’uomo questa spaccatura dovuta al corpo, questa scissione tra la percezione da un lato e il pensare dall’altro? È che se non ci fosse questa spaccatura noi non ci accorgeremmo del pensare, non potremmo portare a coscienza il fenomeno pensiero.
Guardando le cose mi rendo conto che mi manca tutto: ma questo rendermi conto che nel guardare mi manca ancora tutto, questa presa di coscienza può avvenire soltanto… se mi manca tutto! Come posso sapere che nella percezione mi manca tutto, se non ho la percezione?
In altre parole, qual è il presupposto, la conditio sine qua non per risvegliarmi consapevolmente nel pensare? È di essermi addormentato! La percezione è il sonnifero dello spirito e la speranza è che lo spirito se ne accorga perché allora si risveglia nel pensare.
Intervento: Ecco perché quello che percepisco è fuori di me, lo vedo fuori: in qualche modo è conseguenza dell’incorporamento del mio spirito il fatto che io veda una cosa fuori di me.
Archiati: No.
Replica: Voglio dire che in Platone, quel personaggio che nel Teeteto non separava queste due cose, l’albero che vedeva non lo vedeva fuori come lo vedo io, ma lo aveva dentro. Il fatto che io abbia una percezione, quindi abbia un corpo, il fatto che sia nata la materia del mio corpo e che quindi la mia organizzazione divida la realtà della cosa in due parti, è il motivo per cui io vedo le cose fuori di me: le devo esteriorizzare per poterle vedere.
Archiati: Sì, va benissimo, solo che tu hai fatto come se la percezione fosse qualcosa che io vedo fuori di me.
Replica: Certo, l’immagine percettiva non è la realtà.
Archiati: Riconsideriamo il nostro mandarino, una pianta. Il concetto è il pensare che vige e opera in questa pianta, e la percezione sono io che mi tiro fuori dal pensare, per rituffarmici dentro.
Replica: Ma se mi tiro fuori la vedo fuori, la pianta.
Archiati: No, mi addormento! Punto e basta: dormo. Tu volevi descriverci tutto ciò che faccio mentre dormo: no, mentre dormo non avviene nulla, era questo che a me mancava. Sennò facciamo di nuovo come se la percezione fosse qualcosa.
Replica: E quando ti svegli percepisci anche te stesso che vede la pianta.
Archiati: Ritorni nella pianta, nel concetto della pianta. Quindi la percezione è un momentaneo astrarre dalla realtà per dirmi: ah!, ho perso la realtà, e allora ci ritorno dentro!
La percezione pura non c’è, non esiste: esiste soltanto il fatto che, quando torno dentro, me ne rendo conto e mi dico: ah, allora sono stato un momento fuori! Quando io mi sveglio e mi ricordo delle immagini di sogno, non è che dico: mentre sognavo sapevo di sognare. Mi ricordo. Quando mi risveglio nel concetto mi ricordo che sono stato fuori, ma quando ero fuori non lo sapevo. Quindi tutto il discorso non c’entra: non lo sapevo. Adesso mi ricordo che sono stato fuori, ma me lo ricordo soltanto quando son dentro. Così come, quando mi sveglio, vedo le immagini del sogno e mi dico: ah, devo aver sognato. Però mentre sognavo non lo sapevo.
La percezione è un sognare e il pensare è un risveglio. Nel sogno che realtà ho? Non è realtà. La percezione è una parvenza di realtà, una specie di inganno che dà allo spirito umano la possibilità di disingannarsi.
La materia è il grosso inganno dello spirito umano, per dargli la possibilità di disingannarsi: tu, pianta materiale, non sei la realtà, io sono la realtà, lo spirito è la realtà. Dentro di te la realtà è lo spirito che opera dentro.
Abbiamo una pianta: cosa lavora nella pianta, cos’è reale nella pianta? Il sovrasensibile, lo spirituale, sennò la materia resterebbe nel suolo – ma anche nel suolo è operante lo spirito. Nel seme di mandarino cosa c’è?
Intervento: La potenzialità.
Archiati: Cosa intendi per potenzialità?
Replica: Le forze eteriche della pianta.
Archiati: Adesso precisiamo un pochino di più, senza mollare, eh? Quando noi diciamo che l’uomo è una potenzialità, possiamo specificare ulteriormente: l’uomo è una potenzialità per quanto riguarda l’esplicazione a livello percepibile. Il seme è una pianta potenziale ma non in tutto e per tutto: ciò che è potenziale è la manifestazione percepibile, quella è potenziale, non la pianta. La pianta c’è già tutta, le forze eteriche, le forze formanti, ci sono già tutte: quindi potenziale è solo la percepibilità della pianta, solo quella è potenziale. Ma la percepibilità non fa parte dell’essenza.
Un Tommaso d’Aquino ha scritto un testo molto importante De ente et essentia (Sull’essere e l’essenza). Intende dire che l’essere è l’essere spirituale. Riguardo all’essenza, poiché per via del materialismo è successa una confusione di vocabolario, è meglio che lasciamo stare questa parola e prendiamo la parola esistenza: ex-sisto. Essere (prendiamo la parola «essenza» come sinonimo di essere) e esistenza.
Ex significa «fuori», sisto significa «metto lì»: cos’è l’esistenza? È l’estrapolazione dallo spirituale per piantarti lì la percezione. L’esistente è il percepibile, e in quanto percepibile, è stato catapultato fuori dalla realtà: l’essere è la realtà sovrasensibile. Essere (essenza) ed esistenza.
L’esistenza è sempre transeunte, comincia e termina, ma l’essere è eterno. L’esistenza della pianta ha un inizio e una fine, l’ex-sisto: nella misura in cui diventa percepibile, viene fuori (ex) dal puro spirituale e viene posta lì – sisto.
Sisto: assesto. Assestare significa porre lì, rendere percepibile. Quindi cos’è l’esistenza? È l’inganno della percezione per dare la possibilità allo spirito umano di disingannarsi e tornare all’essere spirituale.
Gli Angeli possono esistere? No, possono solo essere, perché tutto ciò che esiste comincia a esistere e termina di esistere: ex-sistere significa rendersi percepibile. L’uomo esiste perché è uno spirito incarnato, percepibile temporaneamente attraverso il corpo.
Intervento: Gli Angeli non esistono?
Archiati: No, sono. Prendiamo la parola italiana «esistenza»: pensateci un pochino, cosa intendiamo con esistenza? È qualcosa che ha un inizio e una fine. Come può essere una realtà eterna? La categoria stessa di esistenza, il concetto di esistenza, è l’evidenziarsi di un essere a livello percepibile con un inizio e una fine, quindi non può essere quella la realtà: perché la realtà, se è realtà, non finisce di essere realtà.
Lo spirito umano è eternamente ed esiste grazie al corpo. Ma il fatto di esistere è estrinseco allo spirito umano: e qual è il significato dell’esistere? Esistere significa saltar fuori dall’essere: è la presa di coscienza dell’essere, perché soltanto quando ci salto fuori mi rendo conto che mi manca.
Il significato dell’esistere è di rendersi conto che soltanto nell’essere ho la realtà. E nella misura in cui io mi riconquisto l’essere, come conquista ormai non più perdibile, non ho più bisogno di esistere. Perciò le incarnazioni avranno un termine, altrimenti il tutto non avrebbe senso. L’esistere ha senso soltanto finché ne ho bisogno per ritornare in tutto e per tutto nell’essere: poi non c’è più bisogno dell’esistere.
In fondo, la corrente esistenzialista molto importante nel XX secolo, tutto l’esistenzialismo sia di matrice francese (Sartre), sia italiana che tedesca – nella mia formazione filosofica io ero innamorato di Martin Heidegger che già masticavo da studente –, è proprio un venire alle prese con la caducità dell’esistenza. Soprattutto la versione francese mostra l’essere umano che ha perso ogni concetto dell’essere, e quindi rischia proprio di andare sempre di più verso la depressione, lo scoraggiamento, verso la disperazione. E l’unica salvezza è proprio di fronte a questa controparte dell’esistenza: ritornare nell’elemento reale del pensare, dentro l’essere.
Ci sono domande?
Intervento: Supponiamo di aver fatto il percorso dell’umano nel tempo che occorre per ognuno e di essere arrivati al gradino di Angeli: avremo qualcosa di differente dagli Angeli, visto che anche la resurrezione del corpo fisico è contemplata in questo cammino? Cioè, c’è qualcosa di nuovo che l’umano porta nel gradino angelico, quando dovesse pervenire a questa realizzazione, rispetto agli Angeli che ci sono ora? Voglio dire, l’essere umano, grazie al fenomeno Cristo, quando non viene omesso il cammino, da quello che ho compreso, porta con sé anche la corporeità, quel fantoma[19] che è stato guastato e disorganizzato nella caduta: nel momento in cui lo porta con sé risanato, rigenerato, c’è qualcosa in più che dà senso all’evoluzione stessa?
Archiati: Lo sai che la risposta è sì, ovviamente. Però, dicevo, quando andiamo a questi concetti limite – adesso ci hai catapultato alla fine dell’evoluzione dell’umano – il pensare diventa astratto perché noi siamo lontani, oggi, da questi livelli. È importante rendersene conto, e questo ci spiega anche perché un Rudolf Steiner diventa parco sul disquisire, sullo speculare circa il gradino dell’Angelo. Ridisegno il fenomeno evolutivo uomo:

Fig. 11
Qui abbiamo il fenomeno evolutivo uomo aperto in tutte e due le direzioni: verso il gradino angelico e, come dice l’Apocalisse, verso l’abisso della bestia.
Facciamo delle grosse astrazioni, naturalmente, per rispondere alla tua domanda: siamo appena all’inizio della divaricazione, il bene e il male cominciano soltanto oggi, dove comincia la coscienza. Qui siamo nel 2009: 2000 anni fa il cosiddetto fenomeno-Cristo ha messo i presupposti perché la coscienza umana, un ciclo solare[20] dopo, potesse cominciare a capire questo fenomeno, quindi a gestirlo nella libertà della coscienza.
La divaricazione tra l’umano in negativo e l’umano in positivo comincia soltanto quando l’uomo si rende consapevole di ciò che distrugge l’umano e di ciò che lo favorisce. Quindi il concetto della nostra epoca, dei secoli in cui viviamo, è l’inizio della moralità: prima non c’era moralità, perché non c’era la coscienza della libertà.
Naturalmente la traiettoria è importantissima: quando mi muovo in una città, io non posso fare un passo giusto se non ho già in mente dove andare. La meta è importante, però dobbiamo renderci conto che quando parliamo della meta facciamo grosse astrazioni – anche se importanti – e le chiamiamo ideali dell’evoluzione.
Come primo orientamento, il tuo presupposto che l’umano deve aggiungere qualcosa di nuovo è giusto, perché se l’umano non aggiungesse nulla di nuovo avremmo una intuizione divina che si ripete, quindi una non fantasia, una non creatività, il che è assurdo.
In un ciclo di conferenze di Steiner che adesso abbiamo stampato in tedesco nell’Archiati Verlag, volume 110 dell’Opera Omnia[21], l’ultima conferenza, bellissima!, dice che questa decima Gerarchia, l’uomo come decima Gerarchia, porta qualcosa del tutto nuovo nelle Gerarchie angeliche. Questo elemento assolutamente nuovo di cui gli Angeli non hanno la minima idea (sennò l’uomo non sarebbe necessario) cos’è? La libertà!
Tutti gli Esseri delle nove Gerarchie angeliche sono super liberi, non liberi, sono oltre la sfera della libertà. La sfera della libertà è un fenomeno specificamente umano. L’essenza della libertà in cosa consiste? Nell’annullare il nulla della percezione. Questa è la grande libertà, e lì si libera l’essere umano dal nulla della percezione. Però per poter annullare il nulla della percezione, per poter dire alla percezione: tu sei nulla!, bisogna che ci sia, la percezione, e bisogna che ci sia il corpo (sennò non c’è la percezione).
E gli Angeli non ci capiscono nulla! Cosa vive l’uomo quando percepisce? Eh, caro Angelo, tu non lo sai perché non sei uomo! L’uomo vive la libertà del pensiero. Ma questa presa di posizione pensante di fronte alla percezione non deve farla: può farla, ma non lo deve. Questa è la libertà. L’evoluzione del pensare che si affranca dalla percezione è proposta alla libertà dell’uomo, e la può omettere, se vuole.
Qualcuno di voi conosce il Talmud, una raccolta di testi a fianco dell’Antico Testamento, la Torah degli ebrei – il cosiddetto Vecchio Testamento è una brutta dicitura, diventa sempre più difficile usarla. In Germania gli ebrei si arrabbiano e dicono: ma noi dobbiamo restare vecchi per sempre? Perciò meglio dire Torah.
Lì, nella Torah, c’è la Genesi, la creazione: il Padreterno, dopo aver sbuffato per cinque giorni a creare tutto quanto, compresi gli Angeli, alla fine, al sesto giorno, crea l’uomo. C’è una parabola, non nella Genesi ma appunto nei testi del Talmud che la commentano, dove gli Angeli si arrabbiano e dicono: caro Javhè, cosa manca alla creazione? Nulla, c’è tutto! Noi Angeli ci siamo, e siamo gli spiriti, ci sono le pietre, ci sono le piante, ci sono gli animali e tu parli di Adamo. Non manca nulla e tu tiri fuori questo Adamo.
Allora il Padreterno deve giustificare di fronte agli Angeli la creazione dell’uomo mostrando che senza di lui mancherebbe qualcosa: l’uomo può aggiungere questo qualcosa, e nessun Angelo lo può. Una parabola bellissima!
Il Padreterno dice: vi faccio vedere io, adesso, a che serve l’uomo. Adamo, vieni! – e ci sono tutti gli Angeli intorno. Gli fa vedere un cristallo e gli chiede: che cos’è? È un quarzo, non lo vedi?, risponde Adamo. Prima il Padreterno aveva chiesto agli Angeli: cos’è? Ma loro non avevano visto nulla. Poi li aveva portati di fronte a un animale, a una giraffa, e aveva chiesto: cos’è? E gli Angeli avevano risposto: ma di che parli? Adamo!, che cos’è? È una giraffa, non la vedi!? Gli Angeli diventano sempre più piccoli… Poi li porta di fronte a una pianta: vedete voi qualcosa? E gli Angeli: no, no! Adamo, dimmi tu: che cos’è? Un mandarino, non lo vedi!?
Così gli Angeli capiscono perché ci vuole l’uomo: è l’unico essere che sa il nome delle cose. Cos’è il nome? È il concetto che viene creato grazie alla percezione. Se il fenomeno umano non desse nulla di nuovo agli Angeli, si sarebbero stufati, no? Invece sono interessati all’umano perché sanno che questo spirito incarnato nell’elemento della percezione, nell’elemento del corpo che dà la percezione, in base alla libertà di svincolarsi dalla prigionia della percezione, porterà nel mondo dello spirito eterno un elemento del tutto nuovo.
Steiner aggiunge che questo pensiero è pericoloso, perché se l’essere umano si mette in testa che se tutto va bene, dopo eoni di evoluzione – quindi non soltanto con l’evoluzione della Terra, ma anche con quella di Giove, di Venere e di Vulcano[22] – diventerà uno spirito ancora più poderoso di tutti gli Angeli perché avrà sprigionato lo spirito dalla cosiddetta materia, rischia di illudersi di poterci arrivare senza sbuffare, senza fare i passi necessari, e questo sarebbe il presupposto per andare giù anziché andare su.
Ecco perché il parlare di queste cose diventa parco: prima di tutto perché è astratto e poi perché può diventare pericoloso. Serve soltanto nella misura in cui ci riporta al presente, a questa scelta continua, momento dopo momento, tra il realizzare l’umano e l’omettere l’umano. Buon appetito a tutti!
Venerdì 6 febbraio 2009, pomeriggio
Siamo arrivati al paragrafo 16 di questo V capitolo. Per chi fosse magari nuovo a questi incontri, l’importante è sapere che, se si riesce a tener duro fino alla fine del V capitolo, poi tutto il resto viene da sé. Quindi ci siamo, quasi. Il III e il V capitolo sono quelli dove c’è un pochino più da masticare.
Riprendiamo un pensiero fondamentale di queste riflessioni, e cioè che quando l’uomo ha una percezione, siccome negli ultimi secoli ci si è abituati a vivere come reale soltanto ciò che è materiale e percepibile, fisico-sensibile, si pensa che l’albero sia là fuori e io sia qua.
Di queste due affermazioni: l’albero è là fuori e io sono qua, fuori dall’albero, quale è più giusta? Più giusta è, in un certo senso, dire: l’albero è là fuori. Più sbagliato è dire: io sono qua. È giusto dire «io sono qua» soltanto in quanto pezzo di materia, ma questo non sono io. Io sono fuori dall’albero e sono qua soltanto nella misura in cui non penso, perché quando penso sono dappertutto. Quando penso «albero», sono albero. Il pensare, come elemento spirituale, è sovraspaziale, è oltre lo spazio. Perciò dire «io sono qua», è un’affermazione puramente materialistica, perché qua c’è un pezzo di materia, non ci sono io.
Mettere in questione questa prima affermazione così spontanea, è l’inizio del superamento del materialismo. Io vi chiedo: ho ragione di dire che io sono qua? Sto parlando di «io», non sto parlando del mio corpo. Se dico: il mio corpo è qui, vabbè, transeat, passi l’affermazione. Ma «io» sono qui? «Io» è un essere spirituale.
Mettere in questione l’affermazione che dice «io sono qui fuori dall’albero» è proprio l’inizio del superamento del materialismo. Un momento, io sono fuori dall’albero soltanto quando non penso l’albero: quando invece penso l’albero, non soltanto sono dentro l’albero, ma sono l’albero stesso, perché «albero» è un pensiero.
Questa affermazione fondamentale dell’aristotelismo e del tomismo la ripetiamo: il pensatore nell’atto del pensare, e il pensato nell’atto di venir pensato sono la stessa cosa, sono una cosa sola. A quei tempi si diceva: il conoscente nell’atto del conoscere e il conosciuto nell’atto del venir conosciuto sono una cosa sola: cognoscens in actu et cognitum in actu unum sint. Quindi soltanto nella misura in cui io non penso l’albero sono in un certo senso fuori dall’albero – in un certo senso, perché nello spirito non c’è il dentro e il fuori.
Anche questo trascendentalismo che per illazione – attraverso ciò che l’albero (come cosa in sé fuori di me e non conoscibile) causa in me (la rappresentazione ecc.) – vuole conoscere indirettamente qualcosa dell’albero che resta fuori di me, ha alla base il materialismo. E il materialismo dice: l’albero è là e io sono qua. Altrimenti non avrebbe il problema di chiedersi: come fa l’albero ad arrivare dentro di me?
Io sono l’albero quando penso l’albero, e il problema della separazione non c’è.
La separazione c’è soltanto nella percezione, ma tuttavia dire che la separazione c’è nella percezione è un’affermazione sbagliata, perché la percezione è una mancanza di realtà, non è qualcosa. La separazione è un’illusione[23], non è mai reale, è un inganno fatto per disingannarsi. Quindi l’esperienza della percezione è l’inganno di essere fuori dalle cose e il disingannarsi è esserci dentro col pensare, e allora tutto è a posto!
Nel momento in cui noi concediamo che la percezione è qualcosa, che la percezione c’è e che l’esperienza della separatezza è qualcosa, siamo perduti. Quindi dobbiamo sempre parlare sulla percezione in termini negativi: della percezione si può dire soltanto ciò che manca. Manca il pensare, manca il concetto – mancanza che, dicevamo, nello stato di veglia non è mai assoluta: un minimo di pensare c’è sempre.
Il pensare, però, è una realtà che può avere uno spessore minimo di creatività, di attività, perché è lasciato alla libertà dell’uomo rendere il pensare sempre più attento a se stesso, sempre più presente a se stesso, sempre più autocosciente, sempre più vivace, più volitivo e creativo. Così l’essere umano diventa una cosa sola col pensare, si immedesima sempre di più col pensare, diventa una creatura del Logos, un pensatore che pensa sempre.
Vedremo poi, nella seconda parte de La filosofia della libertà, il volere, l’operare, l’individualismo etico: tutta la parte morale. La prima parte di questo testo tratta delle vicende del pensiero, nella seconda parte c’è il fare, il morale, la volontà. Perciò per tanti la seconda parte è un po’ più facile, e per questo vi dicevo: non molliamo. Dopo il V capitolo La filosofia della libertà diventerà un pochino più facile, nella misura in cui abbiamo fatto questi esercizi.
Il ponte tra il pensare e il volere è che, a un certo livello, il pensare è inscindibile dal volere. Qual è il presupposto per pensare qualcosa senza volerlo? Il presupposto è che non mi interessi più di tanto, e se io penso una cosa che non mi interessa più di tanto, non è la pensata più bella che ci sia. La pensata migliore è di pensare qualcosa che è così bello, così beatificante, così attualizzante l’umano che non posso fare a meno di attuarlo.
Pensiamo adesso a quel pensatore supremo che è il Logos, il Creatore che ha creato tutte le cose: il pensare crea per intuizione, e il Logos ha intuito l’Io di ciascuno di noi. Cos’è uno spirito umano? Un’intuizione unica, singola, dello spirito creatore.
In questo caso la differenza tra il pensare e il volere ci porta a chiedere: sarebbe possibile che il Creatore colga intuitivamente l’Io unico e irripetibile di uno spirito umano e dica: no, no, non mi va di farlo, non mi va di realizzarlo? Assurdo, è esclusa questa possibilità! Perché il Creatore può pensare soltanto pensieri belli, e se sono belli non può che volerli!
La teologia da sempre dice che ciò che la Divinità pensa esiste subito, perché è bello. Pensare, al livello dell’intuizione dell’essere, significa attualizzare, realizzare, rendere reale. Il pensare si intride di forze di amore, di calore d’amore che realizza subito. Quindi la Divinità pensò la luce e la luce fu, pensò la giraffa e la giraffa fu, pensò questo individuo, questo spirito umano, e questo spirito umano fu. Pensare e dire: no, non mi va di farlo, è una cosa assurda, perché per la Divinità pensare è creare.
Il pensare è il livello sommo del creare. Pensare – adesso lo pongo dal lato della volontà – è la misura somma del volere, perché pensare intuitivamente significa creare. Quando io penso intuitivamente il mandarino, faccio una creazione? Certo che è una creazione! Nel mio spirito la realtà spirituale del mandarino, il concetto di mandarino viene creato, lo creo nel pensiero. Quindi è sbagliato dire che questo pensare è distinto dal volere e dall’attualizzare: il pensare diventa un volere e un attualizzare puro. Pensare una cosa significa realizzarla come realtà spirituale, altrimenti non l’ho pensata. Altrimenti non la penso.
Sì, però non è ancora diventata materialmente percepibile! Ma quello è del tutto secondario, non fa parte dell’essenza. Essere fisicamente, materialmente percepibile non fa parte dell’essenza di nessuna cosa: è soltanto un mezzo per aiutare l’essere umano a ricreare nel suo pensiero, partendo dalla percezione, tutto ciò che è stato creato.
Prendiamo due fratelli: uno è sulla sedia a rotelle perché non può muoversi, l’altro si muove liberamente. Tutti e due fanno un atto di amore per la mamma: l’uno non può muovere le gambe e le braccia e resta lì in carrozzella; l’altro va a trovare la mamma, ha mezz’ora di conversazione con lei, l’aiuta, ecc. Direste voi che il secondo che è andato dalla mamma ha amato di più? Ha realizzato di più l’amore? No, non necessariamente. Il di più o il di meno non è mai nell’estrinsecarsi, cioè nell’andar fuori, ma è sempre nella qualità del pensiero.
Cos’è un atto di amore? È un pensiero. Il materialismo di nuovo ci ha fatto spostare l’accento da ciò che avviene nello spirito, che pensando e amando crea ciò che pensa e ciò che ama, all’esplicazione esterna e percepibile di questi atti interiori. Spostando l’accento su quello che avviene esteriormente, siamo diventati sempre più poveri in ciò che avviene interiormente.
V,16 Non ha nulla a che fare con la natura delle cose il modo in cui io sono organizzato per afferrarle. La separazione tra percepire e pensare avviene soltanto nel momento in cui io, l’osservatore {così come sono fatto}, mi metto di fronte alle cose. Ma quali elementi appartengano alle cose e quali no, non può dipendere dal modo in cui io pervengo alla conoscenza di questi elementi.
V,17 L’uomo è un essere limitato.
Adesso analizziamo un po’ l’uomo. Ha due dimensioni: una dimensione percepibile, il corpo, che gli consente di percepire le cose, e un’altra dimensione che non è percepibile ed è il ricettacolo di un processo di pensiero che non ha nulla che fare con la percezione.
Dal lato della percezione percepisco il mondo frammentato, un frammento dopo l’altro; dal lato del pensare ricompongo il tutto sempre nell’unità. Dal lato della percezione la parabola di un sasso gettato non ce l’ho mai tutta intera, ho soltanto e sempre frammenti.
Poniamo la domanda in un modo ancora più preciso, e perciò non disegno la parabola sulla lavagna. La parabola di un sasso che viene lanciato e poi cade giù creando una forma parabolica, la si può percepire come unità?
Intervento: Sì.
Archiati: Assolutamente no! Rifletti, hai detto sì troppo alla svelta. Se io te la disegno sulla lavagna, tu hai tutta la percezione, e perciò non la disegno. Nella percezione non posso avere il tutto come unità: come unità l’avrei soltanto se l’inizio e la fine di questo processo avvenisse in un istante e in questo istante avessi la percezione, ma una parabola che avviene in un istante non esiste, ci mette del tempo, e le percezioni sono, di volta in volta, un istante, un istante, un istante…
Naturalmente il sasso lo vedo, continuo a percepire, ma ogni percezione è un istante: anticipo nel pensare che il sasso andrà a finire giù e mi ricordo che è partito da là, ma anticipo e ricordo col pensare. Se lasciamo via il pensare, ho di volta in volta un fotogramma: la percezione mi dà unicamente un fotogramma spezzettato. Nella percezione non ho mai la parabola, e quando io dico «ho un frammento», anche questo è un barare. Perché se dico «ho un frammento», ho già il concetto di frammento di parabola, e come faccio io a sapere che è un frammento di parabola senza pensare l’interezza della parabola?
Quindi, se togliamo via anche il concetto di frammento, che cosa ho nella percezione? Nulla! Perché se dico che percepisco il sasso fino a un certo punto, sasso è un concetto.
Intervento: E c’ho messo il pensare.
Archiati: E c’ho messo il pensare. Quindi la percezione mi fa uscire dalla realtà, mi frammenta all’infinito, ma anche il frammentare è un concetto: la percezione mi spezzetta tutto e poi il pensiero rimette tutto a posto.
Un vaso di porcellana è fatto di tanti pezzi?
Intervento: No.
Intervento: Sono pezzi di materiale messi insieme.
Intervento: È il concetto di vaso che li unisce.
Intervento: Quando l’hai rotto si formano tanti pezzetti.
Archiati: Oh!, se lo mando in frantumi, soltanto allora ho i pezzi! Ma allora non posso dire che è fatto di pezzetti: è disfatto in pezzetti, che è diverso. Disfarlo è l’opposto di farlo. E il pensiero lo rifà. Vuol dire che il pensiero ricuce insieme tutti questi frantumi? No, no, no coglie il concetto, e il concetto non è una somma è un’unità. Il concetto non è una somma delle parti. Quante sono le parti? Quanti sono i cocci? All’infinito! Quindi non riuscirei mai a sommarli tutti.
Intervento: È più della somma.
Archiati: Esatto. Torniamo a un testo fondamentale del buddismo dove si parla dell’incontro tra Milinda (che poi sarebbe Menandro, in greco, che era un successore di Alessandro Magno: la cultura greca era arrivata fino al Gange) e il saggio Nagasena. Nagasena vuole convincere Menandro-Milinda che il carro con cui è venuto non è una realtà: solo le parti sono reali. Cos’è reale del carro? Ruote, timone, asse, sedile: oltre alle parti cosa c’è? Nulla. Nulla al livello della percezione.
Al livello del pensare c’è qualcosa oltre alle parti?
Al livello della percezione il vaso è frantumato, a livello della percezione ci sono soltanto le parti e oltre alle parti non c’è nulla: però se ci sono soltanto le parti non è un vaso, è un’infinità di frantumi ma non un vaso.
Qual è l’essenza del vaso? Il pensiero, il concetto.
Il buddismo non era ancora giunto a questo, e perciò bisognava che venisse l’Essere dell’Io, il Logos, bisognava che si incarnasse nell’umanità (perché tutti noi eravamo buddisti prima di Cristo). Nagasena usa il paragone del carro per dire che nell’essere umano ci sono un sacco di cose – pensieri, volizioni, sentimenti, emozioni ecc… – e che noi mettiamo insieme tutte queste parti chiamandole «io» per non dover ogni volta perdere tempo ad enumerarle tutte. «Io» è una parola astratta a cui non corrisponde nessuna realtà, dice il saggio buddista Nagasena, così come «carro» non è una realtà, è soltanto una parola astratta che indica la somma di tante parti, non è una realtà extra.
Il Logos, l’Essere dell’Io dice: se io del carro avessi tutte le parti in un mucchio, messe una accanto all’altra, tutte le parti senza che ne manchi nemmeno una, mi mancherebbe il carro. Mancherebbe tutto del carro. Qual è l’essenza del carro? La strutturazione delle parti, il modo in cui sono connesse. Finché sono lì tutte quante le parti ma non strutturate, non è un carro. E questa strutturazione delle parti che le pone in un certo rapporto ben preciso le une con le altre, che cos’è? È un pensiero, un’idea complessa, un processo di pensiero. Quello è il carro, l’essenza del carro, e senza questo pensiero, che è l’essenza del carro, tu dal saggio Nagasena non ci vai!
L’affermazione che dice che il carro non aggiunge nulla alla somma delle parti è errata. La somma delle parti non ha nulla del carro se manca il pensiero che le struttura in un certo modo così da farne un carro: è un mucchio di cose ma non un carro.
E l’io non è soltanto una somma di tanti elementi dell’anima (affettività, pensieri…), ma è il modo unico in cui tutta questa infinità di pensieri, sentimenti ecc… sono strutturati insieme e interagiscono fra di loro. Il modo unico in cui un mondo di pensieri, un mondo di sentimenti e un mondo di volontà interagiscono fra di loro, noi lo chiamiamo lo spirito umano, l’io umano: è una realtà unitaria, non è soltanto la somma di parti.
Tutto questo per dire che la realtà è sempre in ciò che abbiamo nel pensare: le parti del carro le ho nella percezione. Vedo un carro che cammina: cosa vedo? cosa percepisco?
Intervento: È come la parabola.
Archiati: È come la parabola. Siccome sono abituato a pensare, percepisco il carro: però in realtà non lo vedo il carro, non lo percepisco il carro. Lo penso. Tiriamo via il concetto di carro: non c’è nulla.
Ho raccontato altre volte di quando insegnavo nel Laos, uno dei paesi più poveri del mondo, e avevo alunni, bambini che non avevano mai visto un ascensore. Nei libri francesi che avevamo c’erano le immagini dell’ascensore però a loro mancava la percezione. Io cercavo di dargli il concetto dell’ascensore (una specie di grande scatola che ti porta su e giù), ma loro non avevano neanche il concetto dei piani uno sopra l’altro, conoscevano soltanto case a un piano.
La prima volta che sono entrati dentro un ascensore e sono andati su, cosa hanno percepito? La percezione è una cosa molto complessa. Questi bambini non conoscevano neanche la scala che congiunge più piani e se gliela descrivevo non riuscivano a capire: se vado sempre su esco fuori dalla casa, dicevano. Non dimenticherò mai quando finalmente, insieme all’ascensore, videro la scala: per loro finiva nel nulla (noi lo sappiamo che poi c’è il pianerottolo e la scala gira e va su). Ridevano: te l’avevamo detto che non funziona! Vedi?, arriva solo fino a metà. Dopo siamo saliti e loro sono rimasti allibiti quando hanno visto che la scala girava! Mai avuta la percezione, prima.
Cosa hanno percepito? Una scala? Eh, ce ne vuole! Bisogna passarne almeno un centinaio, di scale, per avere veramente il concetto di scala. Bisogna togliere via tutti gli accidenti che non fanno parte del concetto e poi farsi il concetto di scala. Una percezione sola non basta. Il concetto generalizza tutte le scale, tira via tutto ciò che è di ammennicolo, che è accidentale – sumbebhkèj, sünbèbekos, dicevano i greci – e prende solo l’essenziale. Cosa è essenziale a una scala?
Intervento: I gradini.
Archiati: I gradini? Dove ci sono gradini c’è una scala?
Replica: Dove c’è una scala ci sono gradini.
Archiati: Ah, ah. È diverso. Qui ci sono gradini ma non c’è una scala.
Replica: È una scaletta.
Archiati: Cos’è allora il linguaggio che distingue tra scaletta, scala ecc…? Cesellature di pensiero. Il linguaggio è una cesellatura di pensiero all’infinito, e per ogni sfumatura tira fuori una parola diversa. Quante stanze ci vogliono perché sia una casa? Con una stanza sola abbiamo una casa?
Intervento: È un monolocale.
Archiati: «Monolocale» non è di certo un conio del genio della lingua italiana. Di sicuro.
Intervento: In tutte le parti del mondo una stanza è un monolocale.
Archiati: Sì, certo. Però tu adesso non vai a livello di concetto. Il toscano – non è che io voglia spezzare una lancia in favore dei toscani, non ne hanno bisogno, sono signori in fatto di lingua per il fatto di essere nati in Toscana: è un enorme karma dell’Italia che tre grandi, Dante, Petrarca e Boccaccio, ma soprattutto Dante, abbiano scritto nel dialetto toscano che è diventata lingua italiana – il toscano, dicevo, come mai abbonda nelle desinenze delle parole? Casa, casetta, casina, casona, casaccia, casupola… Il toscano dice: ma non è mica una casa, è una casinina. Una cosa bellissima! Non gli basta casina. Casinina. Io vi ho parlato di una casa piccolina, piccolina, e un toscano, che ha un senso molto più cesellato, articolato e sfumato della lingua, per ogni sfumatura di pensiero vuole un’altra parola. È più ricco. Il lombardo è più dozzinale nella lingua, è meno ricco. La lingua italiana è nata là, in Toscana. Non è una casina è una casinina. Dico bene? Esiste casinina?
Intervento: No.
Archiati: Tu dici no perché non sei toscana.
Replica: Ma non si usa.
Archiati: E se i toscani non la usano è perché si impoveriscono. Non mi direte mai che casinina non si può dire. Si può dire. Leggi Papini. Una casinonaccia, una casinettina. Lo concedete questo conio?
Replica: Ma non c’è.
Archiati: Invece c’è.
Intervento: Basta sentire Paolo Poli, un attore toscano.
Archiati: Certo, certo. Steiner dice una cosa particolare della lingua tedesca: è la lingua che più di altre si orienta sul pensiero. Quindi, se c’è da scegliere tra come è meglio dire da un punto di vista lessicale e la pulizia del pensiero, il tedesco tende ad andare verso il pensiero. Invece il francese porta giù il pensiero a livello del linguaggio: per il francese è importantissimo che il linguaggio sia giusto, anche se il pensiero è un po’ più dozzinale. Il tedesco sacrifica il linguaggio magari per assicurarsi che il pensiero resti assolutamente pulito. L’italiano si muove liberamente: un Dante tenderebbe a documentare nel linguaggio il più possibile la ricchezza del pensiero. E qual è la ricchezza del pensiero? Sfumature, sfumature, sfumature all’infinito. La legge del pensare degli Scolastici nel medioevo era distinguo, sub-distinguo, sub-sub-distinguo – quindi casa, e poi distinguo casina, sub-distinguo casetta, casona, casaccia, casupola ecc… Che razza di casa è, una casupola?
Intervento: Bruttinaccia! (risate, ndr)
Archiati: Oh?, a quale lombardo verrebbe da dire: bruttinaccia? E infatti adesso l’ha detto un toscano. La desinenza -ina è sempre carina. Ma bruttinaccia!
Replica: Sono parole che si possono sentire ancora in campagna.
Archiati: Sì, e invece le città appianano tutto e impoveriscono in generale. Invece nell’elemento contadino che è più osservatore c’è questa ricchezza. E la ricchezza nel linguaggio è un invito a essere ricchi nel pensare, perché se io dico bruttina, bruttaccia e bruttinaccia ho tre sfumature che hanno un significato.
V,17..«L’uomo è un essere limitato.»
(V,17) Anzitutto egli è un essere fra altri esseri. La sua esistenza appartiene allo spazio e al tempo. Per questo può essergli data sempre soltanto una porzione limitata dell’intero universo {l’uomo, attraverso il corpo, percepisce il mondo}. Questa porzione limitata confina però tutt’intorno, sia temporalmente che spazialmente, con altro. Se la nostra esistenza fosse così collegata con le cose, che ogni divenire del mondo fosse nello stesso tempo anche nostro divenire, allora non vi sarebbe distinzione fra noi e le cose.
Così è per gli animali: l’animale non può distinguersi dalle cose perché non può percepire. È una raffazzoneria, una scorrettezza di pensiero – cosa che ci siamo già detti in passato – dire che il gatto, il cane percepiscono una pianta. Non è vero! La pianta opera astralmente, ha un certo effetto sull’anima dell’animale (che si chiama «animale» perché è anima), ma il percepire è possibile soltanto per un pensatore, per uno spirito pensante, perché la percezione è il corrispondente in negativo della capacità di pensare. Quindi un essere capace di percezione per definizione è capace di pensare.
Una scienza naturale, così malmessa in fatto di pensiero, che addirittura parla della percezione dell’animale come se fosse quella dell’uomo, è del tutto dozzinale.
(V,17) Ma in tal caso non ci sarebbero per noi neppure cose singole {perché non avremmo la percezione}. Tutto il divenire scorrerebbe continuamente da una cosa all’altra {come lo è per l’animale, vi dicevo}. Il cosmo sarebbe una unità e un’interezza chiusa in sé {se noi non avessimo la possibilità di tirarci fuori}. La corrente del divenire non avrebbe mai un’interruzione {così vive il cane, proprio in questo modo}. A causa della nostra limitazione {meglio limitatezza: in limitazione c’è l’azione} ci appare come singolarità ciò che in verità non è singolarità.
Essendo noi capaci di percezione, abbiamo l’impressione illusoria di una realtà singola. Ma non è singola, mi appare, nella parvenza della percezione, isolata. Cos’è la casa per il cane? Lo possiamo dire soltanto con parole umane: è un continuum di colori. Supponiamo che la casa sia rossa, e che poi ci sia il verde dell’albero.

la casa e gli alberi nella percezione umana
Fig. 12
Per il cane che non percepisce, tutto è un continuum di colori: qui opera su di lui il colore rosso, qui il colore verde. Il colore rosso dall’elemento morto dei mattoni opera diversamente sul corpo astrale, sull’anima dell’animale, rispetto al colore verde vivente, con forze eteriche, della clorofilla. Ma che qui finisca la casa e qui cominci l’albero, come fa a saperlo il cane? Per il cane non esistono né la casa, né l’albero, dovrebbe essere capace di pensare per dire: quella è una casa e quello è un albero. Ma allora sarebbe un uomo, non un cane.

l’animale vive i colori della casa e degli alberi
Fig. 13
Quindi l’animale ha nulla virgola nulla di percezione. Zero virgola zero. Altrimenti comincerebbe a diventare umano. In altre parole, la percezione è la potenzialità al pensare.
Intervento: Quando piove cosa succede al cane?
Archiati: Vive nel suo corpo astrale, nella sua anima e nel suo corpo eterico l’influsso della pioggia.
Replica: Ma la dovrà pur percepire l’acqua!
Archiati: No! Nessun animale può percepire qualcosa. Bisogna distinguere tra percepire e vivere: certo che l’essere umano ha tutto ciò che ha l’animale, quindi anche lui vive il rosso e vive il verde, perché il rosso e il verde operano sull’uomo tale e quale a come operano sull’animale. Però l’essere umano ha in più la capacità di dire: questa è una casa, questo è un albero, la casa è rossa e l’albero è verde. L’animale non ce l’ha.
Da dove si evidenzia questa potenzialità al pensare? Da ciò che noi chiamiamo percezione. La percezione, come esperienza animica, è la sete di concetto, detto sempre in termini di carenza, di negatività. Percepire una cosa significa: o trovo il concetto o mi manca qualcosa. Al cane non manca il concetto, quindi non ha sete di concetto perché non è capace di coglierlo. Finché io non ho il concetto e posso dire: – Questa è una casa, questo è un albero – mi manca qualcosa.
L’esperienza del «mi manca qualcosa» sarebbe la percezione pura. Però a questo livello di evoluzione noi non abbiamo la percezione pura, perché sappiamo che questa è una casa, questo è un albero. Quei bambini laotiani che per la prima volta hanno avuto la percezione di una scala, hanno detto: che cos’è? Ecco la sete di concetto! Quella è pura percezione perché il concetto ancora non c’è, e lì si evidenzia l’anelito al concetto, il desiderio di concetto, la chiamata al concetto che si esprime nella domanda: cos’è? Il cane non chiederà mai: cos’è? Non lo potrà mai chiedere.
Intervento: Il cane ha il senso dell’ostacolo: se va dritto e c’è un ostacolo devia. Lei, l’altra volta, presentò il pensiero materialistico con un esempio eccezionale. Dando un calcio al bancone disse: è il pensiero materialistico che ci porta nel campo del dualismo facendoci credere che esiste quel bancone, ma in realtà esiste il dolore che mi porta a verificare un ipotetico ostacolo. Forze statiche che si scontrano con forze in movimento che si contrappongono fanno nascere in me la consapevolezza dell’ostacolo. Ora il cane, quando va dritto e ha davanti un ostacolo, ha il senso dell’ostacolo e devia. Perché?
Archiati: Noi parliamo di istinto dell’animale, e quindi è ovviamente per istinto che l’animale non va a sbattere contro un ostacolo. E non è che non va a sbatterci contro perché l’ha già fatto cento volte e si è fatto talmente male che finalmente ha imparato: no, già in partenza non ci va a sbattere contro. L’animale ha un corpo fisico con leggi ben precise che si possono indagare più facilmente perché sono percepibili, ha un corpo vitale – adesso prendo elementi di scienza dello spirito, su cui ognuno può riflettere e che non si possono dimostrare come ciò che è fisico – e soprattutto ha un corpo astrale, cioè un’anima. L’anima dell’animale è una saggezza cristallizzata che lo conduce in un certo modo e gli consente di evitare l’ostacolo.
Ciò che è nuovo nell’uomo, e che l’animale non ha, non è questa saggezza d’istinto bensì è la coscienza di averla. Poniamo che l’ostacolo sia il muro della casa: questa saggezza cristallizzata nel corpo astrale dell’animale, la coscienza che il muro è un ostacolo e che mi faccio male se ci sbatto contro, risiede nell’io di gruppo del cane. Però l’io di gruppo della specie cane non è cosciente dentro ogni cane, ma è fuori: questo io di gruppo è come un io umano, solo che esula dal cane singolo.
L’io autocosciente nell’umano diventa singolo, si incarna in ognuno, questa è la grossa differenza. Io, come io umano, non soltanto sento nell’anima che lì mi faccio male, ma ne sono conscio e dico: è un muro, non ci vado a sbattere contro. Ho la percezione e il concetto.
L’animale, invece, ha nell’anima (il corpo astrale è l’anima) la sapienza che gli fa evitare di sbattere contro il muro, e noi lo chiamiamo istinto. La consapevolezza, l’autocoscienza che quello è un muro e se ci sbatto contro mi faccio male è invece nell’io di gruppo della specie che è fuori dal cane singolo e abbraccia tutti i cani. Se fosse dentro al cane singolo, il cane comincerebbe a dire: io!, io sono un cane intelligente, mica ci vado a sbattere contro! Questo fa l’uomo.
Quindi la differenza tra l’animale e l’uomo non è al livello dell’istinto, cioè di questa astralità piena di saggezza, ma, ed è una differenza grandissima, sta nel fatto che l’uomo la porta a coscienza singola, ne ha coscienza a livello individuale. L’uomo da millenni ormai non ha più soltanto un’anima di gruppo, ma ha un io singolo che è passibile di diventare sempre più ricco nel rendersi conto delle cose.
Diciamo allora che nel minerale si incarna soltanto la forma; nella pianta si incarnano la forma e le forze formanti (il vitale, l’eterico), mentre l’astrale (l’animico) e lo spirituale restano fuori; nell’animale singolo entrano la forma, il vitale e l’animico (perciò lo chiamiamo animale) e resta fuori lo spirituale; nell’uomo sono dentro tutti e quattro i livelli: il mondo delle forme, l’eterico (il vivente), l’astrale (tutte le passioni dell’anima) e lo spirito.

E il percepire e il pensare sono specifici dello spirito, non dell’anima. L’animale vive l’operare del muro, o l’operare degli alberi sul suo corpo astrale, senza poterne prendere coscienza a livello pensante e dire: questo è un muro, questa è una pianta.
Intervento: Gli animali che vivono dentro le case con noi, mi pare di poter osservare che qualche abbozzo di pensiero cominciano a farlo. Il mio cane esce fuori, io gli apro la porta e lui va a fare il suo giretto, arriva fino alla piazza: poi ritorna e abbaia, mi chiama, guarda su al primo piano, io dico: vengo! e lui subito si presenta alla porta. Come fa a fare tutto questo tragitto invece di seguire gli odori e andare oltre la piazza, magari avventurandosi altrove sempre seguendo il suo naso? Perché ritorna a casa da solo e mi chiama?
Archiati: Allora dobbiamo ripetere, però senza divagare troppo, gli esercizi sull’addestramento. Quello che tu dici non ha nulla a che fare con lo specifico dell’umano. Prendi un padrone che ha addestrato il suo cane ad andare a prendere il giornale ogni mattina: il cane va al chiosco, prende il giornale e glielo porta. È un cane intelligente? È un cane che pensa?
No, l’addestramento è una specie di ampliamento dell’istinto. L’istinto è un modo di comportarsi cristallizzato nella biologia dell’animale e questa istintualità è passibile di ampliamento e anche di variazione, certo non a livelli astronomici, ma insomma per quello che è possibile. Addestrare un animale a fare qualcosa significa aggiungere degli elementi che operano istintivamente: questo è fondamentale. Il livello è sempre istintivo. Che cosa non può fare questo cane che sta andando a comprare il giornale? Non può fermarsi e dire: no, oggi non mi va! Quello è l’abisso di differenza tra l’umano e l’animale. Quindi questo elemento di abitudinarietà che diventa quasi meccanica, è istinto.
La libertà è un fattore assolutamente polare all’istinto, è la capacità di prendere posizione in ogni momento e di gestire l’istinto. È un registro astronomicamente diverso, perché è proprio l’opposto. Quindi in me ci può essere tutto il portato biologico di istintualità di tutta l’evoluzione filogenetica della specie umana, però nel pensiero ho la possibilità, in ogni istante, di prendere posizione, perché ho la capacità di rendermene conto. E me ne rendo conto percependo: ah! adesso sto andando là perché sono abituato. Ma chi me lo fa fare? Oggi non ci vado.
Intervento: Se vede una cagnolina la segue, quindi non ci pensa più al giornale e le va dietro.
Intervento: Ma sempre di istinto si tratta!
Replica: Certo, questo è vero.
Archiati: No, l’unico sbaglio che hai fatto è di aver detto che non pensa più al giornale, perché al giornale non ci ha mai pensato!
Replica: Volevo dire che se ne frega dell’abitudine di tornare a casa col giornale. Se vede una cagnetta va. Perché il vero istinto secondo me lo porta a seguire la cagnetta.
Archiati: No, questo ti sta a evidenziare semplicemente che un istinto creato…
Replica: Certo. Certo.
Archiati: Vacci piano, non sai cosa sto dicendo! Dici «certo» e io non ho ancora detto nulla! Certo che cosa?
Replica: Non voglio litigare con te. Litighiamo sempre, dài!
Archiati: E allora! Dicendo «certo certo» interrompi il pensiero! Lasciamelo dire: un istinto creato da millenni dalla natura è più forte che non uno pseudo-istinto creato dall’uomo.
Replica: Ma infatti volevo dire questo…
Archiati: A sì? Poniamo adesso che il cane ha provato tre volte ad andar dietro alla cagnolina, e per tre volte il padrone non ha ricevuto il giornale. Supponiamo allora che gli atti di punizione per essere tornato senza il giornale siano stati tali – botte, o quello che volete – che, può darsi, la volta dopo la cagnolina non funziona più. Allora?
Replica: Subentra la paura, subentra all’istinto una cosa che teme. Se tu, per esempio, devi abituare un gatto o un cane a fare delle cose, non c’è bisogno che lo picchi, basta che lui senta il rumore di te che agiti un giornale e si impaurisce.
Archiati: Quindi si tratta di vedere quale istinto è più forte e quale più debole. Ma la possibilità di prendere posizione pensante, libera, di fronte all’istinto – voglio seguire questo istinto anziché quest’altro – non c’è. Questo è importante. Allora, continuiamo: V,17 «A causa della nostra limitatezza ci appare come singolarità ciò che in verità non è singolarità».
(V,17) Mai, per esempio, la qualità singola del rosso esiste isolatamente per sé. Essa è da ogni parte circondata da altre qualità, alle quali appartiene, e senza le quali non potrebbe sussistere.
Non c’è il rosso da solo, c’è la casa rossa. Dicendo «casa rossa» intendo dire che il rosso è circoscritto da tutti gli elementi della casa, e dove termina il rosso c’è il prato, ci sono tutt’altri colori. Se la casa è rossa, il rosso è circoscritto alla casa.
(V,17) Ma per noi è una necessità separare certi frammenti del mondo e considerarli a sé. Da un insieme complesso di colori il nostro occhio può solo afferrare singoli colori l’uno dopo l’altro; da un sistema di concetti collegati fra loro il nostro intelletto può solo afferrare singoli concetti.
Quindi non soltanto nella percezione noi viviamo nel tempo e percepiamo una cosa dopo l’altra, ma anche nel pensare pensiamo nel tempo, perché il pensare è legato al corpo e quindi creiamo un concetto dopo l’altro.
(V,17) Questa separazione è un atto soggettivo, condizionato dalla circostanza che ognuno di noi non è identico col processo del mondo, ma un essere fra altri esseri.
Pensare significa rifare i nessi e i connessi che il Pensatore cosmico ha, tutti, nella presenza di spirito. Questa presenza di spirito della coscienza divina, della coscienza del Logos, ha presenti contemporaneamente tutti i nessi possibili; noi, invece, li costruiamo uno dopo l’altro nel tempo. È immaginabile una coscienza pensante, un pensatore nel cui pensiero tutti i nessi e connessi possibili del mondo siano presenti alla presenza del suo spirito? Per noi è una cosa vertiginosa, però senza questa compresenza quel Pensatore non l’avrebbe potuto creare, il mondo.
In altre parole, il mondo è stato creato un pezzo dopo l’altro, o come unità? Se fosse stato creato un pezzo dopo l’altro non sarebbe un mondo, sarebbero diversi mondi. Prendiamo l’organismo umano, il corpo: è un mondo. Ogni medico, ogni patologo, chi fa anatomia, ci dice che il corpo umano è un mondo complessissimo.
Chi ha pensato e creato questo mondo, questo corpo (prendiamo l’esempio del corpo che ci è più vicino) l’ha pensato e creato un frammento dopo l’altro, per sommazione, o come unità? Come unità, sennò non sarebbe un organismo. Per analogia, benché per noi la cosa diventi veramente vertiginosa, lo stesso vale per il mondo, che altrimenti non sarebbe una unità.
In altre parole, si può creare il minerale senza il concetto del vegetale? No, non sarebbe minerale e non sarebbe vegetale. Si può creare il minerale e poi il vegetale senza che ci sia l’animale? No, non sarebbe né minerale né vegetale. Le dimensioni del mondo o ce le hai tutte e quattro o non ne hai nessuna! E le quattro dimensioni del mondo che noi conosciamo sono il minerale, il vegetale, l’animale e l’umano. O tutte insieme, o non c’è nulla. Vengono rese percepibili una dopo l’altra, ma non sono state pensate una dopo l’altra, perché sono una nell’altra.
Prendiamo il polmone e il cuore: si possono pensare uno dopo l’altro? Posso avere il pensiero del polmone senza avere ancora quello del cuore, e solo dopo salta fuori il pensiero del cuore? No, perché il polmone può essere polmone soltanto se c’è il cuore, e il cuore può essere cuore soltanto se c’è il polmone.
Il pensare è l’organo della sintesi, delle unità assolute, oppure non è pensare. La percezione frammenta il mondo, quindi lo rende illusorio, irreale. Il pensare realizza il mondo creando unità, perché l’organismo umano, usando questo esempio di nuovo, è un organismo soltanto finché è una unità. Cos’è la morte? È l’organismo che si sgretola, si atomizza, finisce di essere una unità.
Intervento: Cosa si deve intendere precisamente con le parole: «ognuno di noi non è identico col processo del mondo...»? Nel senso che tu hai appena spiegato che il mondo è creato in una unità, cosa che noi non facciamo? In questo senso?
Archiati: Nel mondo non c’è un elemento dopo l’altro.
Replica: Mentre per noi c’è un elemento dopo l’altro: in questo senso non è identico col processo del mondo?
Archiati: Essendo uno spirito incarnato nel corpo, si apre per l’uomo una duplice temporalità sia al livello della percezione – possiamo percepire le cose soltanto una dopo l’altra –, sia al livello del pensare – pensiamo le cose una dopo l’altra.
In quanto pensanti col sostrato del cervello fisico, noi possiamo pensare i concetti soltanto uno dopo l’altro e perciò, quando io penso un concetto, mi tiro fuori dalla concettualità unitaria perché ne ho soltanto uno, e poi avrò il successivo, e poi quello ancora dopo.
Replica: Ma quello che non ho chiaro è cosa intende Steiner con «processo del mondo». Il nostro processo conoscitivo è chiarissimo, l’ha detto precedentemente. Cosa intende quando dice «ognuno di noi non è identico col processo del mondo»? Che la creatività del mondo è unitaria, non è una cosa dopo l’altra?
Archiati: No, è un modo di dire.
Replica: Ecco, questo modo di dire voglio approfondire.
Archiati: Se tu potessi recepire l’interezza del mondo, il tutto, allora non avresti più la polarità di percepire e pensare, capisci? In altre parole, devi usare un modo di dire che affermi soltanto: è altro rispetto al percepire e al pensare, non c’è percepire e pensare. Però il mondo dove non c’è percepire una cosa dopo l’altra, dove non c’è pensare un pensiero dopo l’altro, non puoi dire positivamente cos’è. Lo può dire solo Dio, se vuoi.
Con «il processo del mondo» Steiner intende dire: il mondo in quanto non percepito dall’uomo e non pensato dall’uomo. Però, di questo mondo non percepito dall’uomo e non pensato dall’uomo non puoi dire i contenuti in chiave di pensiero umano – questo voglio dirti!
Replica: Sì, sì.
Archiati: Quindi è soltanto un indicare: sta’ attento che se qui c’è il polo umano l’altro è l’altro polo. Ma se cominci a dire minutamente che cosa è l’altro polo, allora non è più l’altro polo. L’altro polo è il mondo in quanto non percepito dall’uomo e non pensato dall’uomo.
V,18 Quel che ora soprattutto importa è di determinare la posizione, rispetto agli altri esseri, di quell’essere che noi stessi siamo. Tale determinazione deve essere distinta dal semplice divenire coscienti del nostro sé, che, al pari del divenire coscienti di ogni altra cosa, riposa sulla percezione.
Quindi la domanda adesso è: chi sono io in quanto uomo? Però parto dal presupposto che avrò una percezione di me e che nella percezione che ho di me non ho la realtà di me. La realtà di me la posso trovare soltanto col pensare. Anche riguardo a me stesso ho una percezione e ho un concetto. Quindi adesso ci riferiamo all’autocoscienza e ci chiediamo: cosa percepisco quando parlo di «io»? E cosa dice il pensare su questa percezione che io chiamo la percezione dell’io? Cosa percepisco quando percepisco il mio io? In quanto percezione, mi appare come una percezione accanto a tante altre, ma in quanto concetto noto che nel mezzo di questo percepito che io percepisco si esprime un operare, si esprime un’attività che non è mia, che è cosmica, che è universale, e che è il pensare.
Io sono il ricettacolo, sono l’organo in cui si esprime il pensare, ma questo pensare non è mio: è cosmico, è universale. Allora, in quanto percezione sono un essere fra tanti, in quanto essere pensante sono nell’universalità oggettiva del mondo.
(V,18) La percezione di me stesso mi mostra una somma di proprietà che io assommo nel tutto della mia personalità, come riunisco le proprietà «giallo, splendore metallico, durezza, ecc.» nell’unità «oro» {di me stesso in quanto realtà percepita ho tantissime cose: la testa, gli arti, i sentimenti, ecc… tante percezioni che assommo e dico: sono io, eccomi qua!}. La percezione di me stesso non mi porta fuori dal campo di ciò che mi appartiene. Questa percezione di me stesso deve quindi essere tenuta distinta dalla determinazione pensante di me stesso.
Adesso io chiedo al pensiero: chi sono io? E non: cosa percepisco in me? Se io mi chiedo cosa percepisco in me, la risposta è: percepisco tantissime cose, ho tantissime percezioni. Se invece mi chiedo: chi sono io?, cerco il concetto di me. E qual è il concetto dell’io umano? Il luogo di manifestazione del pensare cosmico. Questo è il concetto di me.
(V,18) Come, per mezzo del pensare, io inserisco una singola percezione del mondo esterno nella compagine del mondo, così, per mezzo del pensare, inserisco anche la percezione fatta su me stesso {tutto ciò che percepisco in me} entro il processo mondiale {di nuovo il processo del mondo, il tutto}. La mia percezione di me stesso mi chiude in determinati confini; il mio pensare non ha nulla a che fare con determinati confini.
Quindi cosa percepisco in me? Percepisco due cose fondamentali: percepisco che percepisco e percepisco che penso. E dico: in quanto mi percepisco percipiente, cioè in quanto mi percepisco come uno che percepisce, passo di cosa in cosa ma non ho mai il tutto; in quanto mi percepisco come pensante, percepisco me stesso come uno che fa l’opposto della percezione. La percezione mi frammenta il mondo, invece il pensare che percepisco in me all’opera crea sempre unità, unità, unità…
Mi percepisco come un essere che va in due direzioni opposte: in quanto mi percepisco come percipiente ho sempre una cosa sola, una dopo l’altra; in quanto mi percepisco come pensante ho sempre unità, unità, unità, con la tensione a creare unità sempre più vaste, a intessere ogni unità in una unità più grande e reintegrare il tutto nel nesso universale.
Sono percipiente e sono pensante.
In quanto percipiente mi addormento, poltrisco, subisco il mondo, lo frammento.
In quanto pensante lo creo, creo unità.
In quanto percipiente, ho il carro un pezzo dopo l’altro. Non ho il carro.
In quanto pensante ho tutti i pezzi insieme e in una certa struttura. Ho il carro.
Potrei essere pensante se non fossi percipiente? No. Il pensare è puro godimento, però questo godimento del creare unità, del creare nessi e connessi e vedere tutto pieno di significato lo posso avere soltanto se c’è la percezione.
In quanto percipiente sono pensante in potenza.
In quanto pensante sono pensante in atto.
Mi percepisco come pensante in potenza quando percepisco, e mi percepisco come pensante in atto quando penso. È una gran bella cosa! Chi ha pensato l’essere umano ha avuto una gran bella pensata, è molto meglio che essere un cane o una pianta o una pietra.
Intervento: In questo contesto l’evoluzione cosa diventa? Se la creazione è un valore fuori dallo spazio/tempo, l’evoluzione – e di fatto l’uomo di oggi non è l’uomo di ieri, di fatto l’uomo di domani non sarà quello di oggi – è una progressiva lettura della verità oggettiva cosmica attraverso la coscienza umana singola, individuale?
Archiati: Sì, si può dire in quel modo lì. Però tu, ponendola come domanda, non poni le cose in modo centrale.
Replica: È una mia difficoltà nel pensare. Mi è chiara, dentro, l’oggettività della verità cosmica, però ci sono delle conflittualità del pensiero che mi rendono difficile capire perché mai l’uomo deve essere oggetto di evoluzione se noi sappiamo scientificamente che le nostre orecchie, da qui a breve (già ci sono i primi segnali genetici) avranno un padiglione più grosso per difenderci dai grossi rumori che noi stiamo creando.
Archiati: Pinocchio il problema l’aveva già risolto! A livello dell’olfatto, col naso lungo. Adesso io semplifico, eh?, altrimenti ci vorrebbero ore. L’unico problemino che tu hai è che vorresti capire tutto in una volta. Ma capire tutto in una volta significa che non c’è più evoluzione, significa che sei già alla fine. Il cosmo ha miriadi e miriadi di fattori: l’essere umano pensante integra (faccio una spazializzazione qui sulla lavagna), la coscienza umana si allarga sempre di più. Vive nel tempo. In questo momento il gradino evolutivo di una coscienza umana (e gli esseri umani sono già profondamente diversi l’uno dall’altro) dipende da quanto questo spirito pensante, questo io, ha integrato nel suo processo di pensiero. Quindi quanti frammenti del passato porta nella sua presenza di spirito, e quanti frammenti del futuro è capace di anticipare nella sua presenza di spirito.

Progressivo ampliamento della coscienza umana
Fig. 14
Un esempio: quando ho dei minuti liberi, anche qui, sto studiando le conferenze di Steiner sull’Apocalisse, due volumi: le stiamo pubblicando in Germania nell’Archiati Verlag, e io sto facendo la redazione (devo dire che nell’Opera Omnia il dettato di Steiner è stato raddoppiato dopo la redazione!). In queste conferenze l’iniziato Steiner, commentando l’Apocalisse, anticipa, in base alle leggi evolutive della libertà e dell’umano, i gradini evolutivi successivi. Ti dice: guarda che i passi dovranno essere questi e tu o li realizzi oppure li ometti. Però le possibilità evolutive saranno queste, perché sono intrinseche all’umano.
La lettura del fenomeno umano è in base al passato: ogni gradino futuro è una ripetizione di un gradino passato ad un livello più alto, perché viene portato a coscienza e gestito dall’io. Quindi in un certo senso tutto il futuro è conoscibile, è penetrabile dal pensare in quanto tutto il futuro è già passato. È futuro soltanto in quanto aspetta ancora di essere portato a coscienza dall’uomo, ma non c’è nulla di futuro in sé: c’è soltanto il futuro della coscienza umana.
«Noi non abbiamo ancora capito»: questo è il futuro, e non c’è altro futuro. Ma tutto ciò che noi non abbiamo ancora capito per la coscienza divina è già presente, lo sa già, c’è.

La coscienza divina
Fig. 15
Intervento: Ma questo progredire nella coscienza vale per tutti? E uno Steiner a che livello sta?
Archiati: L’io diventa sempre più individualizzato, e non si può più generalizzare: uno Steiner abbraccia a tutt’altro livello l’evoluzione. Oggi non esiste per l’uomo l’essere soltanto in un punto, cioè non saper nulla del passato (aver tutto dimenticato) e non saper nulla del futuro.
Che differenza c’è tra un bambino piccolo e un adulto? L’arco di coscienza: solo quella è la differenza. Il bambino vive qui e ora, ha dimenticato, non sa più cosa è successo ieri e non sa cosa avverrà domani. L’adulto porta nella sua memoria – in sintesi naturalmente, ma è molto complessa la cosa – tutto il passato, progetta e anticipa il futuro. La differenza fra bambino e adulto è di ampiezza di coscienza. La differenza tra l’uomo e l’Angelo è di ampiezza di coscienza. Quindi l’unica realtà vera sono spiriti con una certa ampiezza di coscienza – e sennò cos’è uno spirito?
E il Logos è il Tutto. Per noi è vertiginosa la cosa! Non ci sono nessi e connessi che non siano presenti nel suo spirito. Quindi la risposta alla tua domanda è: datti da fare per portare sempre più a coscienza i fattori di realtà.
E l’amore? Noi siamo materialisti, ma capire le cose significa amarle! Perché cose non amabili non esistono. Se il Creatore l’ha creata deve essere una cosa bella, no? Quindi è un moralismo micidiale, che proibisce all’umano di camminare in coscienza, quello di fissarsi sul fare, come se il fare fosse importante. No! Le grandi conquiste, il grande fare è il fare della coscienza, perché quando io capisco l’albero creo l’albero: non esiste altro albero che nello spirito creatore, e l’albero fuori, nella percezione, è una parvenza di albero che oggi c’è e domani sparisce. Cosa ha a che fare con l’albero? Nulla. L’albero come percezione è una specie di negativo che mi evidenzia il positivo: la percezione è il negativo della realtà.
La vita è fatta per godere, però il godere non sta nel mangiare: il mangiare è il presupposto del godere; il godere non avviene nell’orgasmo fisico, quello è soltanto il presupposto per dare un sostrato biologico ad altri figli, ad altri esseri umani. Il godere o avviene nel pensare o l’uomo non godrà nulla.
Quando un essere umano si evolve nella coscienza che per natura è intrisa di forze d’amore, di forze volitive, e che di conseguenza inevitabilmente si muove anche sulla Terra traducendosi in azione, che cosa gli manca? Nulla! Nulla! La vita è fatta per godere le creazioni del pensiero, è fatta per amarle e realizzarle. Ma la prima realizzazione è nel pensiero come realtà spirituale.
Dove è realizzato il quadro del pittore? Nella mente che lo concepisce e nel cuore che lo ama. Sì, ma se non lo fa, il quadro? Se lo ama lo fa. Ma è caduto, si è rotto tutte e due le braccia: come farà? Beethoven era diventato sordo… eppure! Il materialismo ci ha proprio impoveriti all’infinito. Lo spessore ultimo dell’essere è nella mente e nel cuore, e le braccia e le mani sono fatte per rendere percepibile quel che c’è nella mente e nel cuore.
Quando il pittore ha estrinsecato la creazione che portava nella sua mente e nel suo cuore, dice forse: ah!, ora finalmente ho qualcosa per davvero, e si innamora del quadro? No, così finirebbe di essere creatore. Nel momento in cui il quadro è finito non gli interessa più, oppure non è un artista. Non gli interessa più perché il suo interesse è volto a una nuova creazione, e la nuova creazione è nella testa e nel cuore.
Quindi la percepibilità è il presupposto di nuove creazioni. La creazione dell’artista muore diventando percepibile per rinascere, per risorgere nel pensiero. Può essere mai un quadro migliore di come l’autore l’ha pensato? Se il quadro salta fuori migliore di come l’ha pensato è un’artista da nulla, perché allora la bellezza del quadro è dovuta ai colori, è dovuta alla tela, non a lui.
Intervento: Però, Pietro, nel processo creativo c’è più della somma. Come è detto anche ne La scienza occulta, nel processo di creazione dell’uomo c’è di più, c’è l’amore delle Gerarchie. Così è in piccolo per l’artista e la sua opera: è vero che ci può essere più di quello che è all’inizio, perché è un processo e nel processo si generano delle forze che sono più di quello che c’era forse all’inizio.
Archiati: Attento. La creazione primigenia non è un processo, perché processo significa procedere un passo dopo l’altro, e i passi dopo l’altro sono nel tempo. Lo spirito è fuori dal tempo. Il livello sommo della creazione è l’intuizione.
L’artista o ha l’intuizione del quadro, e ce l’ha tutta insieme, oppure non ha l’intuizione del quadro. Il dipingerlo lo costringe a entrare nel tempo e a fare le cose una dopo l’altra: questo è il processo, e la processualità nel tempo crea la percezione e depotenzia la densità dell’unità intuitiva dello spirito. L’artista è costretto a realizzare l’opera un frammento dopo l’altro, e questo genera in lui di nuovo la voglia di venir via da questa frammentazione e riacchiappare l’intuizione successiva.
L’intuizione è il polo opposto al processo, è un lampo che illumina un tutto contemporaneamente. Oppure non è un’intuizione. L’intuizione del carro ha messo insieme processualmente i pezzi? No, è un lampo unitario, oppure non salta fuori il carro. Uno accanto all’altro, c’erano già da sempre tutti gli elementi. Non da sempre, ma insomma c’erano già: assi di varia misura c’erano, la ruota era già stata inventata (perché se non fosse prima stata inventata la ruota non sarebbe saltato fuori il carro).
Il pensare procede per intuizioni unitarie, e la gioia dell’intuizione dell’artista – tutti noi possiamo essere artisti a tutti i livelli – non sarà mai paragonabile alla sfacchinata di realizzare il tutto processualmente, un frammento dopo l’altro, a livello percettivo. E perciò questo depotenziamento dello spirito, che si vede costretto a rendersi percepibile, fa rinascere la sete dell’esperienza intuitiva dell’unità, e crea il nuovo quadro nella mente che lo ama.
Prendiamo Michelangelo che ha avuto l’intuizione del Mosè. Ai tempi di Michelangelo la Bibbia si conosceva a memoria, non come oggi, quindi tutti sapevano che mentre il popolo ebraico rimpiangeva i tempi dell’Egitto attorno al vitello d’oro, Mosè, sul Monte Sinai, riceveva le dieci leggi del divenire un Io – questo sono i dieci comandamenti: le dieci vie per diventare un Io.
Mosè torna giù dal monte e va in collera di fronte a questi esseri umani che vorrebbero tornare indietro al terzo periodo di cultura egizio-caldaico (sotto il segno del Toro, del vitello – vedi nota 20 a pag. 78 ndr). Michelangelo ha un concetto di questo Mosè, non una sommazione di elementi. Mosè: il legislatore dell’evoluzione dell’Io, ricevuta per ispirazione da Javhè, che significa «Io Sono».
Si mette a scalpellare. L’interazione processuale tra la sua intuizione, cioè il suo concetto puro di Mosè, e l’elemento della percezione lo costringe a contaminare. Come puoi tenere puro un concetto che vuoi rendere percepibile? Michelangelo allora guarda la statua e dice: no, non è il Mosè. Un paio di martellate, lo frantuma e ne fa un altro.
Il pensare procede per lampeggiamenti che creano unità, intuizioni. Se noi qui spegniamo la luce, cosa c’è in sala? Buio! Cosa fa la luce? Crea una sala, un elemento unitario: qui ci sono tutte persone umane, c’è uno che parla, degli ascoltatori. Il pensare è luce spirituale e la luce non ci illumina una cosa dopo l’altra. La luce che adesso c’è, ci illumina le cose e le persone una dopo l’altra? No, tutte in una volta.
Pensare è illuminare unità totali, è creare unità, l’opposto della percezione: nella percezione devo percepire una cosa dopo l’altra. Voi direte: il pensare che abbiamo adesso, proprio perché siamo imperfetti, siamo all’inizio, pensa una cosa dopo l’altra. Però potenzialmente il pensare è la facoltà di illuminare il tutto contemporaneamente, e allora vedo ogni particolare nel suo contesto.
La coscienza divina ha compresente il tutto e tutti i particolari nel tutto, il posto di ogni cosa nel tutto. L’iniziato, paragonato all’essere umano ordinario (era questa, in fondo, la tua domanda), è colui che mostra l’iniziazione a cui ogni essere umano è chiamato: l’Apocalisse descrive l’iniziazione in quanto viene offerta a ogni essere umano. L’iniziazione è un ampliamento del pensiero all’infinito. Il gradino dell’immaginazione come lo descrive Steiner è un primo ampliamento, il gradino dell’ispirazione è un secondo ampliamento, il gradino dell’intuizione è un terzo ampliamento della coscienza.
Nell’Apocalisse le sette lettere sono il piano fisico, i sette sigilli sono il livello immaginativo (i sigilli si vedono), le sette trombe sono il livello ispirativo (si sentono) e le sette coppe dell’ira sono il livello intuitivo. Una cosa meravigliosa! Però l’Apocalisse è un testo che si può capire soltanto con i fondamenti della scienza dello spirito[24]: la teologia tradizionale fa fatica, non ha gli strumenti di lettura, è come leggere un giornale in una lingua che non si conosce, in cinese, per esempio. L’Apocalisse, senza un minimo di alfabeto di scienza dello spirito non si può capire. È proprio questa la cosa bella della scienza dello spirito: tra le tante altre cose, ci rende possibile capire questi testi fondamentali.
Facciamo una pausa, e poi lascio parlare voi.
*******
Intervento: Prima tu hai detto che il vero godimento è quello del pensare, confrontato con il godimento che può venire dal cibo, per esempio, o dal godimento fisico nel rapporto tra uomo e donna. Quando tu dici questo, a me scatta immediatamente questo pensiero: ma allora il primo esclude gli altri due? O meglio, se noi andiamo avanti nell’evoluzione su questa strada, se comprendiamo e godiamo sempre più del pensare, succederà automaticamente che sentiremo meno la pressione e l’esigenza degli altri due godimenti? Oppure dobbiamo dire che, in equilibrio, esiste il momento dell’uno e quello dell’altro, cioè devono coesistere tutti quanti? Voglio dirlo ancora meglio…
Archiati: Guarda che è chiarissimo!
Replica: No, è che posso prendere la cosa da vari punti di vista.
Archiati: Fai, fai. È importante.
Replica: Nel momento in cui ho fatto queste riflessioni, ho detto: proviamo a osservare quello che mi succede. Quello che io osservo è che, quando sono nel godimento del cibo o nell’altro godimento, è come se perdessi la coscienza dell’io, in un certo senso. Quando invece sono nel godimento del pensare, mi accorgo che questa cosa è un’esperienza assolutamente completa, mi completa. Nel momento in cui mi rilasso da questo tipo di godimento del pensare, è come se queste altre due forze che sono esistenti dentro di me – perché io quei piaceri li conosco bene – si risvegliassero e in un certo senso scatenassero dentro di me una battaglia furibonda. Come dire: col cavolo che ti lascio così in quattro e quattr’otto, che ti permetto di dire: basta, ho esaurito il mio compito! Allora mi viene il dubbio: devo stare nella battaglia, è così che deve succedere, o sto sbagliando, perché in realtà devo trovare un pensiero, una strada in cui questi tre godimenti debbano coesistere? Ecco io sono in questo dubbio.
Archiati: È una domanda importantissima, fondamentale. Non una domanda singola ma complessa e complessiva, perché il mangiare, insieme al dormire, è il ricostituire il corpo che noi logoriamo coi processi di coscienza e di pensiero, e tutto l’elemento della sessualità è il raddoppiare il corpo, è il creare un altro corpo. Quindi tutti e due questi processi hanno a che fare col mistero della corporeità: perciò la tua domanda è complessiva, è una domanda su cui lavorare sempre tutta una vita, e non c’è una rispostina.
Quando io ho dovuto salutare amichevolmente l’editore precedente Fausto Carotenuto, ciò è avvenuto a causa del mio libro Il mistero dell’amore[25], perché lui non era d’accordo sul capitolo relativo alla sessualità. Liberissimo! Io gli ho detto: tu sei l’editore, e l’editore di un libro decide se stampa o non stampa. Quindi la decisione è tua, io sono l’autore. Però se tu decidi, e ne hai il diritto, di non stampare un testo che per me è fondamentale, io mi vedo costretto ad andare altrove. Libero tu e libero io. Gli spiriti si sono scissi su questo argomento fondamentale.
Adesso, per esempio, ho visto questo stesso testo ristampato con una copertina che non mi garba[26]. L’autore andrebbe interpellato, in chiave di copertina. Questa copertina dà un segnale in direzione opposta al testo, secondo me.
Qual è il significato del corpo? Il corpo è lo strumento indispensabile e necessario per l’umano sommo, per il bene sommo: la percezione e il pensare. Senza corpo non c’è la percezione e senza corpo non c’è il pensare umano (il pensare ordinario, quello di cui stiamo parlando). Quindi la sacralità assoluta del corpo sta nel fatto che è lo strumento indispensabile in assoluto per percepire e per pensare.
Il modo di trattare il corpo è umano e favorisce l’umano nella misura in cui si fa strumento per la percezione e per il pensare. Tutto ciò che compromette la percezione pura e tutto ciò che compromette o obnubila anche minimamente il pensare è disumano. Perché la somma beatitudine dell’uomo, grazie allo strumento musicale del corpo, sta nel percepire e nel pensare. Il percepire, però, non è un’esperienza: il percepire è la sete per qualcosa che mi manca. Quindi l’umano vero e proprio, nella sua totalità, è nel pensare, dove io ho l’illuminazione dell’intuito, e nell’amore che ama questa realtà che penso. Un corpo che massimamente favorisce il percepire e il pensare è massimamente umano.
Ora tu chiedi: che cosa avviene quando l’essere umano comincia a godere il corpo? Avviene che gode lo strumento e gode sempre di meno ciò per cui lo strumento è fatto. Si contenta di ciò che non può bastare all’uomo e vorrebbe fare come se bastasse. Ma prima o poi avrà l’esperienza che non lo accontenta. Il corpo non è fatto per essere goduto, ma è fatto per essere strumento della percezione e del pensare. Chi gode il corpo si accontenta delle briciole, omette i grandi godimenti.
È un male morale? È un omissione del bene. Il male non è qualcosa, è sempre una carenza di bene, e una morale che vuol presentare il male come qualcosa è bacata, è frutto di teste bacate! Il male morale è sempre un buco nel bene, quindi l’unico male possibile è l’omissione della pienezza dell’umano[27]. La povertà degli uomini d’oggi è che non conoscono più la pienezza dell’umano, e si chiedono: come mai c’è tanta depressione, come mai c’è tanta scontentezza, come mai c’è tanta aggressività? È perché non sai neanche dove sta di casa la pienezza!
Queste riflessioni significano che vogliamo proibire alle persone di godere il sesso, di godere il mangiare? No, è assurdo scusate! Stiamo dicendo: c’è di meglio, di molto meglio. Tu non lo vuoi cercare, questo meglio? Sei libero!
In queste direzioni vanno le riflessioni, capito? Il mio intento era quello di non moraleggiare, perché a una chiesa che viene e ti dice: tutto ciò che ha a che fare con la sessualità è male, male, male!, rispondo no, non è pensato pulitamente, perché tu mi dimostri che qualcosa è male soltanto se mi evidenzi che ometto qualcosa di bene. Se mi fai capire che sto omettendo qualcosa di bene, nel momento in cui lo colgo, lo desidero e lo voglio.
Se al godimento del pensiero non ci fosse una controforza, non avrei la possibilità di ometterlo, e se non avessi la possibilità di ometterlo non sarei libero. Quindi per essere libero ho bisogno che ci sia una controforza che mi permetta anche di omettere. È una legge. E la controforza che mi permette di omettere la libertà del pensare è il corporeo, è il dato di natura.
La libertà è aperta in due direzioni: o la libertà dello spirito, o i determinismi di natura. Lasciarmi andare alle forze di natura che lavorano nella cosiddetta sessualità, significa omettere di aprirmi alle conquiste libere dello spirito, significa lasciarmi andare all’elemento della natura. Ma se l’elemento della natura non ci fosse, non avrei la possibilità di scegliere liberamente lo spirito.
Quindi la natura è la controforza necessaria della libertà, perché se la libertà non avesse nessuna controforza non sarebbe libera. La libertà è sempre liberazione da meccanismi di natura, ed è una gran bella cosa! È stata pensata bene la cosa! Se io non ci metto una forza esuberante di libertà, la natura mi acchiappa e il corpo fa da solo: sono forze di natura che agiscono deterministicamente, non sono libero.
E tu dicevi che (naturalmente se ne può parlare all’infinito, ma io vorrei lasciar parlare voi), siccome il polo della coscienza (il pensare) e il polo della vita sono poli opposti, più rendo forte il polo della vita (perché mi riduco a quello: mangiare, procreare ecc.), più diventa debole l’altro. Perciò sono polarmente opposti.
Uno chiede: ma come faccio a rendere meno forte il polo vitale in me? Non lo puoi rendere meno forte lavorandoci direttamente, perché se ci lavori direttamente ottieni il risultato opposto: diventa sempre più forte. Lo puoi rendere meno forte solo indirettamente, cioè rendendo l’altro polo più forte. Allora per natura diventa meno forte e tu dici: il godimento di quell’altro è così bello, mi accattiva talmente che io per l’orgasmo fisico non c’ho più né tempo né voglia! Né tempo né voglia. C’ho di meglio, c’ho di meglio!
Le tue riflessioni, in fondo, andavano in questa direzione. Hai cercato di descrivere psicologicamente che tipo di esperienza psicologica c’è quando mi vivo dentro le forze della natura, e che tipo di esperienza c’è quando mi vivo nell’elemento creatore della libertà.
Però nessuno ti dice «devi», non esiste il «devi», è moralismo. Sei libero! L’essere umano è libero, e se deve non è libero, sparisce l’umano. Quindi tutta la morale del «devi» è disumana, è antiumana, è ora che la mandiamo ai ferri vecchi! Perché se il bene umano è qualcosa che io devo, vuol dire che non lo voglio, ma se non lo voglio non è un bene. La pensata è così stupida che uno si chiede: ma che ci vuole a capirlo? Non esiste il «devi» nella libertà! Il bene è ciò che il mio essere più profondo vuole, vuole e vuol goderlo. Ma se il bene non lo posso godere non è bene. Un bene fatto a denti stretti è una catastrofe, è un male per l’essere umano, fa guadagnare soldi solo ai dentisti!
Intervento: Volevo chiedere una precisazione perché non so se ho inteso bene. Mi sembra che Steiner in uno dei suoi scritti (forse in uno di quelli sulla medicina) specifichi il fatto che c’è questa polarità tra fenomeni vitali e fenomeni di coscienza. Nell’uomo c’è un continuo alternarsi tra quello che si ricostituisce durante la fase notturna, e quello che durante il giorno viene spazzato via. Se ho capito bene, ci dovrebbe essere un certo equilibrio tra questi due fenomeni, cioè tra i fenomeni vitali e quelli di coscienza, perché se non viene rispettato questo equilibrio subentrano dei processi patologici, di malattia.
Archiati: Tutto sta a vedere cosa intendi per equilibrio. Per fare una candela, mettiamo insieme cera. Qual è il senso di costruire una candela di cera se poi la devo far bruciare?
Replica: Quello di consumarla.
Archiati: E allora? Non è una contraddizione? No, perché il voluto non è il consumare la cera ma è fare luce, e la luce ha come effetto concomitante che la cera si consuma. Però io non ho fatto la candela per consumarla, ho fatto la candela per aver la luce.
I processi di coscienza non hanno l’intento di consumare il corpo, quello è un processo collaterale: i processi di coscienza hanno lo scopo di far luce. Però non possono far luce senza consumare il corpo. Allora, siccome non si può far luce nel pensiero senza consumare il corpo, questo corpo lo devo continuamente ricostruire mangiando e dormendo.
Tu dicevi: qual è l’equilibrio giusto? Più uno consuma, più c’è luce e più deve ricaricare. Quindi il criterio è la luce. C’è un limite alla luce? No, più ce n’è, meglio è! Un Francesco d’Assisi accendeva una tale luce e un tale calore di amore che questo corpo l’ha proprio consumato: sì, ha mangiato, ha dormito… però… Ma il senso, lo scopo, era la luce, il calore dell’amore.
L’interazione tra lo spirito umano e il corpo diventa sempre più individualizzata, non si può più generalizzare, non si può fare una norma generale e dire: è moralmente giusto che tu costruisci tanto e consumi tanto! No, diventa individuale, e ognuno può sapere per intuizione morale dal suo Angelo custode, dal suo Io superiore in che modo vuol trattare il suo corpo, e quello è il modo giusto. Quello che corrisponde al suo spirito del tutto unico e individualizzato.
I criteri sono sempre la luce del pensiero e il calore dell’amore, e la pienezza dell’umano è: più luce possibile del pensiero e più calore possibile dell’amore. Però quanto è possibile a ogni spirito in fatto di luce e di calore, è individuale. Ci sono persone che pretendono dal loro corpo più di quello che possono, e ci sono persone che pretendono dal loro corpo meno di quello che potrebbero.
Però i criteri sono sempre la luce del pensare e il calore dell’amore. Lo scopo della candela non è quello di consumare la cera, è quello di dar luce. Il corpo non può far sprigionare la luce senza consumare la cera del corpo, perciò va ricaricato, e questo equilibrio tra quanto devo dormire, quanto devo mangiare ecc., diventa sempre più individuale.
Ci trasciniamo una morale sempre più antiquata, sempre più anacronistica, perché l’individuo si rende conto che il fattore di equilibrio tra il suo spirito e il suo corpo diventa sempre più individuale, nessuno ti può dire dal di fuori come tu devi trattare il tuo corpo. Sono affari tuoi. Ognuno può dire soltanto per sé: eh, adesso ho chiesto al mio corpo più di quello che può dare. Nessuno lo può dire per l’altro, io non vivo il corpo dell’altro.
Intervento: Il dietologo quindi non serve!
Archiati: Servirà sempre di meno, perché generalizza ciò che diventa sempre meno generalizzabile. Una dieta che va benissimo per l’uno fa ammalare un altro, e lo vediamo che è così. Anche per la medicina in generale: le terapie diventano sempre più individualizzate. Una terapia per la stessa malattia che va bene per una persona va male per un’altra[28].
Intervento: Da quello che hai detto prima io ho capito che nel pensare esiste già una realtà di per sé completa, e quindi il fatto di realizzare, poi, nel fare pratico questa intuizione, questo pensiero, sembra quasi superfluo. Potrebbe sembrare così. Invece io, come esperienza mia, vedo che proprio nell’interagire con tutti questi determinismi di natura, con le forze della natura, trovo l’esercizio migliore per verificare, per essere fedele a questa intuizione anche nella materia. Acquisisci dell’altra coscienza, in pratica. È un pensare che ha senso o no?
Archiati: Ha senso perfetto. Naturalmente queste cose grosse si espongono a fraintendimenti, perché andrebbero svolte in varie direzioni. Io non intendevo dire che il tradurre a livello di percepibilità un pensiero non sia importante, perché allora non sarebbe importante l’incarnazione, allora il Logos avrebbe potuto far tutto anche senza incarnarsi. Quindi, da quel punto di vista lì, il tuo pensiero è giustissimo e importantissimo.
Il pensiero da me espresso era un altro – sentitelo bene perché è importantissimo –: per il fatto che siamo incarnati non si scappa da un’infinità di necessità di espressione, sennò saremmo morti. Un’infinità di espressibilità c’è comunque. Ciò di cui si tratta è di creare una coscienza del karma e di spogliarsi dalla brama che vorrebbe che alcune espressioni debbano esserci e altre no, e lasciare le cose al karma. Comunque nel karma – ed era questa la tua affermazione – è prevista un’infinità di espressione a livello percepibile, altrimenti te ne restavi nel mondo spirituale. Proprio perché incarnarsi significa per necessità dover mangiare, allora dover mangiare significa fare qualcosa: decidere cosa mangiare e cosa bere, per esempio.
Replica: È vero che quest’altra dimensione viene trascurata, quindi come impulso a stare nella dimensione del pensare più reale la trovo molto utile…
Archiati: No, no, no. Il materialismo sta nello scegliere le percezioni in base alla brama. Se invece lasci scegliere al karma non significa che saranno di meno, forse saranno ancora di più. Quindi io dico: guardiamo alla qualità del cuore, guardiamo alla qualità del pensiero che sta dietro. In altre parole, il quesito a cui noi stiamo lavorando è: cosa voglio io? Cosa vuole l’uomo? Certo che ciò che vuole lo vuole esprimere anche a livello percepibile, altrimenti non sarebbe uno spirito incarnato. Ma cosa vuole?
Replica: Vuole acquisire coscienza, penso.
Archiati: Ecco, vuole i concetti. E tu dici: però i concetti non si possono avere senza la percezione. Giusto. Però l’uomo d’oggi si ferma alla percezione, e questo è il peccato di omissione. Non gode il concetto che è l’unico significato della percezione, perché una percezione senza concetto è un assurdo, è uno svuotamento dell’umano.
Perciò si potrebbe avere l’impressione che questo tipo di discorso sminuisca la percezione, ma la percezione è nulla, quello è il problema! Tuttavia il concetto umano non può sorgere senza la percezione, e lì hai di nuovo tu ragione: non dobbiamo sminuire il lato di percezione, il peso morale del lato di percezione, perché senza l’esperienza della percezione non sorge il concetto. Ma fermarsi alla percezione è un assurdo disumano, è condannare l’uomo alla scontentezza, al vuoto, alla depressività, all’aggressività infinita.
Intervento: I sensi di colpa nel vivere la propria fisicità, i sensi di colpa che ci vengono inculcati fin da piccoli, penso che siano un grosso impedimento per vivere, per realizzarci, ed è difficile risolvere il problema da soli con i mezzi che ci vengono forniti. Io penso che fin da bambini si avrebbe bisogno di una guida, in questo senso. È molto importante.
Archiati: Il senso di colpa è una delle cose che maggiormente paralizzano l’uomo, però è un fenomeno complesso. Cosa vuol dire sensi di colpa? Io direi – però è di nuovo un orientamento di pensiero non è una risposta, e l’ho scritto anche nel libro Il mistero dell’amore –: quando uomo e donna vivono le forze della sessualità senza voler figli (aver figli sarebbe l’ordinamento naturale di queste forze), un conto è se dicono: lo facciamo perché l’essere umano è in cammino verso una purificazione, un cammino che prevede, se tutto va bene, che l’orgasmo spirituale diventi sempre più forte e quindi l’irruenza di quest’altro diventi sempre più debole, e un altro conto è se dicono: è nella natura umana e va bene così.
Un conto è se io dico: lo facciamo perché l’umanità è caduta [29] – come concetto tecnico, non di colpa morale –, perché siamo imperfetti e siamo in cammino, e un conto è se io dico: va tutto bene. Se io dico che va tutto bene, creo i presupposti per rendere queste forze sempre più forti e divento sempre meno libero. Se invece dico: viviamo le forze della sessualità perché siamo imperfetti allora dico la verità, e non ho bisogno di sensi di colpa perché se sono imperfetto sono imperfetto. Chi è perfetto?
Il problema è quando si bara, quando si mentisce. Questo è il grosso problema, perché mentendo omettiamo, ci portiamo via la possibilità di cogliere la verità. Quando diciamo: l’essere umano vuol godere dell’atto sessuale perché è debole, perché è caduto, perché è all’inizio di questa forza del suo spirito individuale, diciamo la verità. Nessuno può pretendere che io sia perfetto: sono in cammino, prevedo di avere diverse vite davanti a me. Se fossi già perfetto e queste forze non mi toccassero minimamente, allora sarei un Angelo!
Il problema non è che queste forze siano così forti e tirino giù l’essere umano: sono necessarie, come controforze. Il problema è che noi bariamo e mentiamo, questo è il problema. Se due persone dicono: cerchiamo l’orgasmo fisico perché la nostra capacità di godere l’orgasmo spirituale, l’intuito del pensare, è ancora incipiente e quindi piuttosto che avere il nulla ci teniamo questo, queste due persone non mentono sulla direzione dell’evoluzione. Dicono la verità. Se dico: lo faccio perché sono debole, perché la mia natura è caduta, con questo intendo dire che la direzione dell’evoluzione è di rendere le altre forze sempre più forti e queste sempre meno forti. Nel momento in cui invece dico: ma l’atto sessuale è la cosa migliore che c’è e va favorita, vado nella direzione opposta.
Vedete che il discorso non è moraleggiante: o è oggettivo o non è oggettivo. Il grosso problema è il mentire, è il dire una menzogna, e quando la chiesa, invece di dire la verità, dice: non devi farlo, non devi farlo perché è peccato!, è ancora peggio, perché invece di darti elementi di conoscenza che indicano la direzione dell’evoluzione e mostrano che siamo tutti in cammino e che nessuno è perfetto, ti vuol portare via magari l’unica cosa piacevole che hai. E allora la gente si arrabbia e rincara la dose.
La cosa bella della scienza dello spirito è che crea luce di conoscenza, di verità[30], e lascia poi a ognuno di vedere dove si trova, a che punto è dell’evoluzione, cosa già sa fare e cosa non sa fare. La scienza dello spirito non ha bisogno di moraleggiare. Chi ha bisogno di moraleggiare? Chi non ha la verità. Quando si ha la verità si lasciano tutti gli esseri umani liberi. Si ha la verità.
Quindi l’editore di una volta pretendeva da me che io dicessi una non verità, che il sesso va bene, va bene, va bene, e io dicevo no, la direzione è l’altra. E così ce ne siamo andati ognuno per conto suo. Benissimo. Perché io non dirò mai una non verità per far piacere a un editore: sarebbe mica una bella cosa. Un musulmano, un nero della Somalia, ha guardato questa nuova copertina de Il mistero dell’amore e ha detto: no, no, no. Mio fratello contadino, sono sicuro, avrebbe avuto la stessa reazione, perché il segnale di questa copertina secondo me va nella direzione opposta.
Intervento: Scusami Pietro, va nella direzione opposta solo se non si conosce la storia di Amore e Psiche. Secondo me, se si conosce il significato della fabella di Apuleio, non è così.
Archiati: Allora il borghese benpensante dice: se tu conosci la favola di Amore e Psiche il seno di una donna non ti toccherà minimamente! Scendi dalle stratosfere! Abbiamo una borghesia benpensante che conosce soltanto i seni delle donne, non conosce nient’altro e perciò va bene, perché non conosce nient’altro. Questo musulmano conosce qualcos’altro. Come questa copertina opera non c’entra niente con la disquisizione erudita della borghesia che ci vede Amore e Psiche del Canova ecc… C’entra come vivo io, se sono un essere umano sano, non imborghesito, di fronte a un bel seno di una donna. Si muove qualcosa in me, e se non si muove più nulla è perché l’ho inflazionato! O vogliamo essere onesti o siamo disonesti, scusate! E se l’ho inflazionato la situazione non è migliore: quindi chi reagisce non l’ha ancora inflazionato. Che poi voi mi diciate che l’inflazionare è il presupposto per un gradino successivo, quello di portare le cose a coscienza a un altro livello, d’accordo. Però muoviamoci, allora, all’altro livello.
Basta così, buona cena a tutti, ci ritroviamo alle 20,30.
Venerdì 6 febbraio 2009, sera
Vedo molte persone in sala, e per chi fosse presente in modo estemporaneo dico che siamo dentro al V capitolo de La filosofia della libertà di un certo Rudolf Steiner, a metà del paragrafo 18.
Il filo del discorso è che la percezione interrompe il filo continuamente, frammenta il reale, lo frantuma: la percezione ci dà il reale a frammenti, e quando tu frantumi la realtà, non è più una realtà. Un vaso frantumato in diecimila pezzettini, è ancora un vaso? No, era un vaso.
Frantumare la realtà, farla evaporare. Dico alle persone nuove: qui abbiamo fatto un sacco di esercizi e ci siamo sempre di nuovo chiesti: cos’è la percezione senza il pensare? È la realtà polverizzata, cioè sparita, quindi non si può dire cos’è la percezione, si può dire soltanto cosa c’era prima e cosa speriamo che ci sia dopo. Cosa c’era prima in base al pensare, e cosa ci può essere dopo in base al pensare.
E ci siamo sempre detti: la percezione pura la si può esprimere soltanto in termini di negatività, di che cosa ci manca. La percezione pura è la sete di pensiero, mi manca il pensiero: che cos’è? che cos’è? che cos’è? Quando dico «che cos’è?» sono nella percezione pura, però chiedendo «che cos’è?» non ho qualcosa, ho il sentimento, l’esperienza animica che mi manca qualcosa, e il qualcosa che mi manca lo genero, lo costruisco io, lo creo io nel pensare.
Quando dico mandarino, il concetto di mandarino è la realtà del mandarino. Nel mandarino percepibile è infatti il concetto la realtà operante, vigente, vivente, quella che muove tutti i frammenti di materia, che dispone tutti i frammenti del suolo in modo mandarinario – detto in termini di scienza dello spirito. Però lo potremmo tradurre anche nei termini de La filosofia della libertà: ciò che noi chiamiamo il pensare, ciò che noi chiamiamo il concetto, deve essere un elemento di lavorio vivente, deve essere un insieme di correnti vitali che dispongono la materia in un certo modo. A quel punto lì il pensare ti diventa una realtà tale per cui la cosiddetta percezione è una parvenza di realtà.
Però, poi, lo perdi questo entrare nella realtà vivente, plasmante (ecco il termine giusto: il concetto plasma la materia) ci salti fuori di nuovo, perché siamo materialisti, siamo imbambolati dalla percezione che ci fa addormentare, e perciò dobbiamo sempre di nuovo risvegliarci. La filosofia della libertà è un testo, un metodo fatto di esercizi da ripetere continuamente in modo da pensare sempre meglio.
Dicevo: quando noi costruiamo una casa è la stessa cosa. I pensieri delle forme (dove tirar su le pareti, dove ci devono essere le finestre, dove le porte ecc… sono tutti pensieri) operano o non operano? I pensieri sono talmente reali che muovono le mani del muratore, muovono i piedi…
Quando le gambe e le mani sono senza movimento? Quando dormiamo. Perché? Cosa è successo? È sparito il pensare. Sparito il pensare, sparito tutto il movimento reale: quindi a muovere le mani, le braccia, i piedi era il pensare, è così ovvio! Tirando fuori il pensare – detto scientificamente: tirandosi fuori dal corpo l’io, cioè lo spirito, e l’anima, cioè il corpo astrale – le mani, le braccia e i piedi non si muovono più. Quindi la realtà che li muoveva era la realtà dei pensieri. Tutto il fisiologico è rimasto tale e quale, non è che quando dormiamo ci sia il nostro cadavere nel letto. Tutto il fenomeno vitale è rimasto illeso, ma manca l’elemento di coscienza, cioè il pensare, il pensiero.
Riprendo il paragrafo 18 dall’inizio: V,18 «Quel che ora soprattutto importa è di determinare la posizione rispetto agli altri esseri di quell’essere che noi stessi siamo». Chi sono io? Chi è l’uomo? Così come abbiamo determinato ogni altra cosa in base a percezione e concetto (percezione e pensiero), adesso guardiamo al soggetto umano: chi sono io? C’è qualcosa che percepisco in me, e se c’è qualcosa che percepisco il compito è di pensarci, di aggiungerci i concetti così come faccio con ogni altra percezione. Quindi qual è il concetto di ciò che percepisco in me? È una cosa molto importante, naturalmente, fondamentale.
V,18 «Tale determinazione deve essere distinta dal semplice divenire coscienti del nostro sé, che, al pari del divenire coscienti di ogni altra cosa, riposa sulla percezione. La percezione di me stesso mi mostra una somma di proprietà che io assommo nel tutto della mia personalità, come riunisco le proprietà “giallo”, “splendore metallico”, “durezza” ecc… nell’unità “oro”». Quando dico «oro», assommo tutte le qualità che percepisco nell’oro. Quando io dico «carro», cos’è il carro? A livello di percezione è una somma di percezioni singole, così come la parabola, dicevamo, a livello di percezione è una somma infinita di percezioni singole. Quanti sono i frammenti, i fotogrammi di percezioni singole che si possono fare sul carro? All’infinito! Ogni minima scheggia di legno la posso mettere all’ingrandimento e le percezioni possono essere all’infinito. Perciò dicevo che il livello della percezione frantuma, è atomizzante, scioglie la realtà in un’infinità di atomi.
Anche quando io dico: cosa percepisco in me stesso?, ho un’infinità di percezioni potenziali, perché al livello della percezione la frammentazione è ripetibile all’infinito, ed è suddivisibile all’infinito.
V,18 «La percezione di me stesso non mi porta fuori del campo di ciò che mi appartiene. Questa percezione di me stesso deve quindi essere tenuta distinta dalla determinazione pensante di me stesso». Una cosa è dire cosa percepisco in me, altro è dire chi sono io: per dire chi sono io, devo chiedere al pensare. Il pensare deve dire chi io sono, così come col pensare creo il concetto del carro. Il concetto del carro non me lo dà la percezione: la percezione mi dà un’infinità di frammenti singoli del carro, ma non il carro come realtà unitaria.
La percezione di me stesso mi dà un’infinità di elementi di percezione, ma non mi dà me in quanto unità.
Il pensare su di me crea il concetto unitario di me. E qual è il concetto unitario di me? È chi sono io unitariamente, non come frantumabilità all’infinito di percezione. Chi sono io in quanto unità? Sono colui che fa la spola, che fa l’altalena tra percezione e concetto. Questo sono io: col corpo percepisco e col pensare creo concetti. Questo sono io: mi muovo continuamente tra percezione e concetto.
V,18 «Come, per mezzo del pensare, io inserisco una singola percezione del mondo esterno nella compagine del mondo, così, per mezzo del pensare, inserisco anche la percezione fatta su me stesso entro il processo mondiale. La mia percezione di me stesso mi chiude in determinati confini; il mio pensare non ha nulla a che fare con tali confini». In quanto percipiente sono limitato, in quanto pensante sono illimitato, perché il pensare è l’organo dell’oggettivo universale.
(V,18) In questo senso io sono un essere doppio; sono chiuso in un campo, che percepisco come quello della mia personalità, ma sono anche portatore di un’attività che determina da una sfera più alta la mia esistenza limitata. Il nostro pensare non è individuale come la sensazione e il sentimento. È universale. Acquista un’impronta individuale nei singoli uomini soltanto perché è in rapporto con le loro sensazioni e coi loro sentimenti individuali. I singoli uomini si distinguono fra loro per mezzo di queste particolari colorazioni del pensare universale. Un triangolo ha un unico concetto: e per il contenuto di questo concetto è indifferente che esso venga accolto dal portatore di una coscienza umana A o dal portatore di una coscienza umana B. Ma da ciascuna delle due coscienze è accolto in modo individuale {con risonanze di sentimento individuali, anche con modi individuali di risalire dalla percezione al concetto}.
Supponiamo che tutti noi, qui, abbiamo il concetto del triangolo, e in fondo ce l’abbiamo, e supponiamo che ci siamo formati il concetto del triangolo in base alla percezione. Quali percezioni di triangoli ha alle spalle ognuno di noi? Ognuno le ha diverse. Perfino se io disegno un triangolo qui sulla lavagna, chi lo guarda da là ha una percezione leggermente diversa da chi lo guarda da qua.
Le percezioni che ognuno di noi ha alle spalle sono diverse, perché in quanto percipienti siamo individualizzati, siamo diversi gli uni dagli altri: tutte le percezioni del triangolo sono diverse per ognuno di noi. Ma a partire da questa gamma infinita di percezioni di triangoli diversi, approdiamo tutti attraverso il pensare a un concetto del triangolo che è uno solo. Non ci sono due concetti di triangolo. Triangolo è triangolo.
Diciamo che il concetto di triangolo è uno spazio chiuso da tre lati. È possibile chiudere uno spazio con due lati? No. Con quattro? Sì! Con cinque? Sì! A partire da tre è possibile. Quindi tre è il minimo di lati che occorrono per chiudere lo spazio, perché se ho soltanto due linee non posso chiudere uno spazio. Cosa stiamo facendo, adesso, con queste riflessioni? Stiamo costruendo, stiamo evidenziando elementi essenziali del triangolo. È essenziale al triangolo che sia equilatero, cioè che la lunghezza dei lati sia uguale? No, è accidentale. È essenziale al triangolo che la somma degli angoli sia 180°?
Intervento: Sì!
Archiati: Perché?
Replica: Mannaggia, ero sicuro di aver risposto bene!! (risate, ndr)
Archiati: Eh, dice lui, per una volta che do la risposta giusta mi va male perché mi fa subito un’altra domanda! Ma proprio perché hai risposto bene io arrivo con la domanda successiva: perché? Certo che è giusta la tua risposta, però io non mollo subito.
Replica: La somma degli angoli di un triangolo è così sempre in ogni triangolo, anche se è isoscele.
Archiati: Ah, quindi tu dici: il fatto che la somma degli angoli sia 180° non appartiene al concetto ma fa parte della percezione. Sta di fatto che tutti i triangoli che io ho finora percepito hanno tutti la somma di 180°. Quindi appartiene alla percezione, non al concetto. Ma io ti chiedevo: appartiene al concetto o no? Se appartiene al concetto, non venirmi a dire che tutti i triangoli che tu hai percepito hanno la somma complessiva di 180°.
Replica: Quindi qual è la risposta, visto che non la so dare io?
Archiati: Non è che non la sai dare, è il pensiero che viene sfidato a pensare ulteriormente.
Intervento: Si può dimostrare?
Archiati: Se è nel concetto deve essere dimostrabile. E come si dimostra?
Intervento: Facendo passare…
Archiati: Allora lo dimostri per percezione.
Replica: Beh, attraverso un percorso…
Archiati: Di percezione o di pensiero?
Replica: Un percorso di pensiero!
Archiati: Fallo, quale percorso?, diccelo!
Replica: Tracciando una linea parallela…
Archiati: È percezione! Andiamoci piano, godiamoci questo esercizio di pensiero. È bello, è molto importante, non importa tanto dove approdiamo: ci sono interi dialoghi di Platone dove il risultato non importa. Importa che Socrate ha ragione, perché è il migliore per restare nell’esercizio del pensiero. Quindi restiamo in questo esercizio. Ora se voi dite: basta che io tiro una parallela alla base del triangolo e prolungo la base, so che gli angoli alterni esterni… Oh, mi avete fatto dimenticare la geometria! Facciamo così, che è più semplice.

Fig. 16
Date due rette parallele tagliate da una trasversale, si formano angoli alterni interni uguali. Per cui A = A’, B = B’. La somma A+C+B è ovviamente un angolo piatto, cioè 180°, e quindi sommando A’+B’+C abbiamo ancora 180°. È un processo di pensiero o di percezione?
Intervento: Tutti e due
Intervento: Percezioni unite dal pensiero.
Intervento: Questa è percezione: poi tutto l’elaborato di andare a vedere che lì c’è un angolo…
Archiati: Cosa è percezione? Cosa hai percepito?
Replica: Vedo sulla lavagna una forma, un triangolo…
Archiati: No, il triangolo non lo vedi: triangolo è un concetto.
Replica: Ah, è vero.
Intervento: Vedo tre angoli.
Archiati: Un triangolo ha tre angoli e tre lati. Adesso ci stavamo chiedendo: fa parte del concetto di triangolo che la somma degli angoli sia 180°?
Intervento: Vado avanti e indietro con la mia percezione e con il mio pensiero, cioè lavoro insieme con la percezione e col pensiero. La percezione mi dice una cosa e allora io ci ragiono e aggiungo questo pezzo per vedere… cioè è un dialogo, per cui per costruire un concetto io devo continuare ad andare avanti e indietro tra la percezione e il mio pensiero, tra la percezione e il mio pensiero. La percezione parla, mi fa vedere qualcosa, e il mio pensiero me la spiega, mi dice: ecco, quello ha tre angoli e tre lati, gli angoli adesso li costruisco… Però tu hai dovuto pensarci un po’ per fare la dimostrazione, perché non te la ricordavi, per cui hai dovuto col tuo pensiero dire: come faccio? Ah, ecco, se faccio così è evidente sia al pensiero che alla percezione questa cosa.
Archiati: È convincente.
Replica: È convincente, perché la vedo ma col mio pensiero mi convince. Per cui è un dialogo, è una costruzione, non è una cosa che avviene di colpo, perché noi dobbiamo riscoprire questa cosa. Il triangolo tutti lo conosciamo già, però…
Archiati: Quindi il pensare specificamente umano è un dialogo continuo tra la percezione e il concetto. Il concetto ti rimanda alla percezione per verificare, e la percezione per venir capita ti rimanda al concetto.
Replica: E si raffina in questo modo, diventa sempre più preciso perché tu piano piano elimini tutto quello che è accidentale per cui non importa questo, non importa quello finché arrivi al punto in cui tutti dobbiamo essere d’accordo. Non può esserci una persona che non arriva a questo concetto, sennò c’è qualcosa di sbagliato nel concetto.
Archiati: Quindi se noi alla matematica togliamo l’elemento di geometria, che è l’elemento di percezione, rimane il pensare puro, si percepiscono concetti puri. La geometria dà alla matematica il supporto dell’evidenziamento perché rende le forme percepibili. E allora tu dici: se io tiro una parallela a uno dei lati, mi rendo conto che gli angoli alterni interni devono essere uguali, se sono parallele, e tutti e tre insieme fanno 180°, non si scappa. Però il ragionamento del pensiero viene aiutato dalla percezione. Nella misura in cui il pensare diventa più poderoso, più essenziale, non ho più bisogno dell’evidenziamento a livello di percezione, e allora diventa matematica pura. Quando io dico tre volte tre fa nove, è una percezione?
Intervento: Comunque immagino le unità.
Archiati: Tu le immagini, io non immagino nulla! Io non ho né sassolini, né piselli né nulla. A livello dell’aritmetica, proprio della matematica pura, c’è la possibilità di muoversi nell’elemento puro del pensare. È possibile: non è che tutti lo debbano saper fare, ma è possibile. Per questo è uno dei cammini privilegiati per la via dell’iniziazione. Ci sono diversi cammini: uno è La filosofia della libertà, l’altro è contenuto nel testo che molti di voi conoscono Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori[31], ma un terzo cammino per l’iniziazione è la matematica. Steiner lo dice spesso. Solo che in tempi di povertà di pensiero sono poche le persone che hanno anzitutto una formazione di pensiero e poi la capacità di afferrare la matematica come processi puri di pensiero. Ma sarebbe possibile.
Intervento: Volevo sapere se era possibile arrivare alla frase: la somma degli angoli interni di un minimo spazio chiuso (il triangolo è la più semplice possibilità di divisione di uno spazio) non può che essere di 180°. Lei prima ha fatto tutto quel passaggio delle parallele, ma non ci si potrebbe arrivare agganciando direttamente alla chiusura minima di uno spazio la necessità di avere all’interno 180°?
Archiati: Se ti capisco bene, tu vorresti trascendere ancora un po’ questo evidenziamento di percezione ed esprimere il tutto a livello maggiormente di puro pensiero. Allora, un cerchio quanti gradi sono?
Interventi: 360°.
Archiati: Lo dite voi! Io lo posso dividere in 15 e mezzo! In quante unità si può dividere una circonferenza? I frammenti sono all’infinito, lo dicevamo. La percezione può frantumarla all’infinito. Quindi, quanti tratti di spazio esistono potenzialmente? All’infinito. Ora, siccome restando al livello della percezione non si combina nulla perché si è fuori dalla realtà, il pensare ha detto: dài, dividiamolo in 360. Ma questa è una convenzione umana, risale ai babilonesi che hanno inventato questo sistema. Hanno detto: 360 è 12 x 30. Se avessero detto: no, noi vogliamo mettere alla base della nostra matematica il sistema decimale, allora avrebbero detto: lo dividiamo in 10. Perché l’hanno diviso in 12?
Intervento: Si saranno riferiti allo Zodiaco.
Archiati: Ma anche lo Zodiaco sarebbe stato divisibile in 20 o in 25. Perché l’hanno diviso in 12? L’iniziato vi direbbe (io ve lo dico perché l’ho letto in Steiner, non è che sono iniziato io, basta Steiner, ce n’è da masticare che non finisce più!!): è un dato oggettivo che il pensare afferra al meglio tutto ciò che si manifesta a livello di percezione nel tempo se lo divide in settenari. Lo afferra nel modo più essenziale se lo divide in 7. Ci mette un 4 nel mezzo poi il 3 si ripete a un livello superiore nel 5, il 2 si ripete a un livello superiore nel 6, e lo stesso l’1 nel 7. Arrivato a 7, è finito il ciclo, altrimenti non è ben pensato (Fig. 17).
Intervento: Come ci è arrivato l’iniziato a quel ragionamento?
Archiati: Se tu chiedi a Tommaso d’Aquino, o anche a Hegel il grande filosofo, ti risponde: omne trinum est perfectum. Beh? Dimostramelo. Ma lui te lo dimostra a livello di pensiero, non di percezione. Non c’è nulla da percepire, c’è da pensare. Cos’è il 7? Due trinità che si ribaltano, perciò è ben pensato: sono due trinità con un perno che le risvolta (il 4).
Il nostro periodo di cultura, che è il 5°, ripete quello degli egizi e dei caldei, poi verrà il 6° (quello che si chiamerà Filadelfia) e ripeterà il 2° (la civiltà persiana) e il 7° ripeterà, sempre a un livello più alto, il periodo di cultura indiano. Però il 3 è il nucleo fondamentale: le 3 tappe dell’andata, il 4 che fa la svolta, e le 3 tappe del ritorno.

Fig. 17
Come si arriva al 12? Sto facendo processi di pensiero, eh?!, c’è soltanto da capire, soltanto da pensare, non c’è nulla da percepire. Arriveremo alla tua domanda. Sto facendo un giro per non dare una risposta troppo astratta.
Allora, come si arriva al 12? Se c’è evoluzione nel tempo, come abbiamo evidenziato nello schema precedente, l’evoluzione comporta l’interazione tra forza e controforza, perché altrimenti la realtà rimane sempre la stessa.
All’inizio (1° periodo) la controforza ancora non c’è, perché è un primo inizio; al 2° periodo la controforza si forma, al 3° la controforza diventa sempre più forte, al 4° la controforza è massima, poi diventa minore al 5° e finisce al 6°. Quindi, gli elementi di controforza sono 5. Il I fa da controforza al 2, il II al 3, il III al 4, IV al 5 e il V al 6. Ed ecco il 12 = 7 + 5.
Evoluzione nel tempo
il settenario
1,2,3 = andata
4 = svolta
5,6,7 = ritorno

azione delle controforze
Fig. 18
5 è il numero del male, delle controforze. Oppure si dice che 7 è il numero della manifestazione del mondo, il Manvantara, e 5 è il trapasso nel mondo spirituale, il Pralaya: quindi 7 + 5 sono 12.
In questo modo si è arrivati a dividere la calotta del cielo, lo Zodiaco, in 12, perché in teoria lo si poteva dividere anche in 25, in 30 o in quello che si vuole. Così abbiamo messo il 12 alla base del sistema sessagesimale: il sistema decimale, che noi abbiamo oggi, è quello essoterico, il sistema sessagesimale è quello esoterico, che guarda le realtà spirituali.
Adesso arrivo alla tua domanda: il cerchio esotericamente è diviso in 12, ogni parte ha 30° in tutto 360°. Se lo divido a metà sono 180°. Quindi se io ho la possibilità di dimostrare col pensiero che la somma di tutti gli angoli di tutti i triangoli che esistono arriva a 180°, cioè ha l’ampiezza in gradi di un semicerchio, allora sarà sempre 180°. E la somma dei tre angoli di ogni triangolo arriva sempre a 180°, non si scappa, sennò finisce di essere un triangolo.

Fig. 19
Fa parte del concetto di triangolo che esso divide a metà l’ampiezza in gradi di un cerchio: quindi la somma dei tre angoli di ogni triangolo sarà necessariamente 180°. Questo vale per tutti i triangoli.
Rileggo: V,18 «Un triangolo ha un unico concetto: e per il contenuto di questo concetto è indifferente che esso venga accolto dal portatore di una coscienza umana A o dal portatore di una coscienza umana B. Ma da ciascuna delle due coscienze è accolto in modo individuale». Se un altro qui al posto mio avesse ricamato sul concetto di triangolo, il punto di approdo sarebbe stato lo stesso. Di triangolo ce n’è uno solo, ma il modo di arrivarci varia da persona a persona. Noi il modo diverso lo concediamo, non ci disturba più di tanto, perché ognuno è individuale, basta che però l’approdo sia oggettivo, universale, altrimenti non tornano i conti. Finché il discorso ci convince perché è oggettivo, è giusto e fa parte del concetto di triangolo, permettiamo a ognuno di arrivarci per vie diverse. Perché lo chiamiamo triangolo e non trilatero? Perché il concetto (la parola è un concetto) privilegia gli angoli rispetto ai lati?
Intervento: È grazie al considerare gli angoli che posso verificare il ragionamento di prima, cioè del cerchio che divide a metà…
Intervento: Perché la somma degli angoli è sempre 180°, ma quella dei lati può essere infinita, può cambiare sempre.
Archiati: Ma i lati sono sempre 3.
Replica: Sì, ma la lunghezza dei lati può variare. Invece se io ho tre lati corti o lunghissimi la somma degli angoli è sempre 180°.
Archiati: Sì, ma questo non mi dice perché il concetto privilegia gli angoli rispetto ai lati.
Intervento: Perché la misura dell’angolo rientra nel multiplo di 12.
Intervento: Anche perché si dovrebbe dire: tre lati chiusi. Trilatero chiuso.
Intervento: Però quadrilatero si dice.
Intervento: Si dice pure trilatero per un particolare triangolo.
Archiati: Allora riempiamolo, questo triangolo, perché finché è vuoto non c’è realtà (Fig. 20). Qui ci mettiamo un uomo, o un Angelo, un essere 1, qui ci mettiamo un altro essere 2, e qui ci mettiamo un altro essere 3. Cosa occupano realmente, gli angoli o le linee?
Interventi: Gli angoli.
Archiati: Gli angoli. Quindi gli angoli sono spazi vitali, le linee sono astrazioni di confine, sono il confine, è dove il triangolo termina: ma dove il triangolo termina non ho la realtà del triangolo. (Fig. 20)
Questa è la realtà del triangolo: la realtà spirituale che riempie i tre angoli fino a incontrarsi. Perciò se guardo alla realtà spirituale, e il pensiero va alla realtà spirituale, parlerò di triangolo e non di trilatero, perché è chiuso da tre lati, ma il contenuto sono gli angoli.
Intervento: E il quadrilatero?

Fig. 20
Archiati: Restiamo al triangolo! Dove finisce l’angolo? Rispetto all’esterno finisce al confine. E rispetto all’interno? Conta la forza reale. Allora, qui c’è il Padre, qui c’è il Figlio e qui c’è lo Spirito Santo: dove finisce il campo di azione di ognuno? Adesso vi rendete conto che a livello della percezione si fa cilecca, la percezione proprio non mi dice più nulla, devo salire al pensiero.
Se sono intelligenti abbastanza nel loro pensiero e amanti abbastanza, allora il Padre dice al Figlio: il campo è tutto tuo, tu parti da questo angolo ma poi ti lascio tutto il campo; il Figlio dice allo Spirito Santo: il campo è tutto tuo (nel vangelo di Giovanni, nei discorsi dell’Ultima cena, lo dice espressamente: «Io devo sparire per far posto allo Spirito Santo»[32]); lo Spirito Santo dice al Padre: il posto è tutto tuo. Amare vuol dire far posto all’altro, ma darglielo tutto, il posto. Chi ama e fa posto all’altro, perde il posto? Vive ancora di più dentro l’altro. Il Padre che vive nel Figlio si raddoppia, se vogliamo restare nel quantitativo. (Fig. 21)
Cosa sta succedendo in questo ragionamento? Succede che la percezione diventa assurda ed entriamo nell’elemento spirituale del pensare puro dove la logica del Logos, la logica dell’amore, è l’opposto della percezione. Questi tre, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, sono tre o sono uno?

Fig. 21
Nel calendario cristiano c’è una settimana in estate dedicata alla Trinità. Io da giovane (ve l’ho raccontato un paio di volte) una volta ho tenuto una predica sulla Trinità: mi sono scalmanato perché non è una cosa facile parlare sulla Trinità. Oh, torno in sagrestia e arriva un contadino che mi dice: reverendo padre, che siano tre o quattro o cinque, basta che non li debba mantenere io, non me ne frega proprio nulla! È stata l’ultima volta che io ho fatto una predica sulla Trinità!
Però, se adesso vogliamo fare un esercizio di pensiero puro – Agostino, per esempio, ha scritto un testo enorme sulla Trinità, martellate di pensiero sulla Trinità, una cosa enorme! –, entriamo in una realtà spirituale dove le leggi del percepibile non hanno più senso. Nella misura in cui noi cerchiamo di venirne a capo con le leggi del percepibile, non ci capiamo nulla.
Prendiamo la mamma col bambino appena nato: sono due o sono uno? Sono due e sono uno, sono uno e sono due.
Così il concetto di triangolo porta al concetto di trinità: però, essendo un triangolo, deve avere unità e trinità allo stesso tempo. E il motivo per cui la realtà è strutturata sull’uno in quanto tre e sul tre in quanto uno, si spiega dallo spirito divino, ma si spiega anche dalla dinamica dell’evoluzione nel tempo, dove c’è una prima trinità, una svolta, e una seconda trinità.
• Cosa vuol dire 1? Vuol dire che il Padre lavora in primo piano.
• Cosa vuol dire 2? Vuol dire che il Padre fa posto al Figlio, sennò non c’è un 2, resta 1, il Padre.
• Cosa vuol dire che sorge un 3? Significa che il Padre e il Figlio si tirano indietro e fanno posto allo Spirito Santo.
Quando hanno lavorato tutti e tre, dicono: adesso facciamo insieme un 4, ribaltiamo il tutto, e ripartiamo da 5 (che è il riflesso del 3): quindi tocca a te, Spirito Santo, poi al 6 tocca al Figlio e al 7 al Padre. E c’è un’evoluzione nel tempo. Quindi:
1. Terra-Saturno: il padre;
2. Terra-Sole, ecco l’Essere del Sole: il figlio;
3. Terra-Luna: lo spirito santo;
4. la Terra propriamente detta (Terra-Terra) li ha tutti e tre, perché sta al centro: la coscienza è sempre al centro, l’uomo è sempre al centro dell’orizzonte, e se si sposta lui, si sposta l’orizzonte: padre - figlio - spirito santo
5. Terra-Giove, qui abbiamo una ripetizione a livello più alto dell’evoluzione della Terra-Luna: lo spirito santo
6. Terra-Venere, la ripetizione di Terra-Sole: il figlio
7. Terra-Vulcano, la ripetizione della Terra-Saturno: il padre
E così è per tutti i livelli di evoluzione nel tempo: questo è il livello più vasto, quello delle formazioni planetarie della Terra: Saturno, Sole, Luna, Terra, poi Giove, Venere e Vulcano.

Fig. 22
V,19 Contro questa idea {che il concetto di triangolo è uno solo, indipendentemente da quante teste lo pensino} sta un pregiudizio umano difficile da superare. In generale non si arriva a riconoscere che il concetto del triangolo quale la mia testa lo afferra, è lo stesso di quello afferrato dalla testa del mio prossimo. L’uomo semplice {ingenuo}, si ritiene creatore dei suoi concetti: egli crede quindi che ogni persona abbia concetti suoi propri. Vincere questo pregiudizio è uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico. L’unico unitario concetto del triangolo non diviene una pluralità per il fatto di essere pensato da molti, perché il pensare dei molti è esso stesso un’unità.
Tant’è vero che quando il pensatore A ha il convincimento che il pensatore B stia sgarrando in fatto di triangolo, si fa sentire dicendo no no no no! Questo farsi sentire cosa sta a dire? Che bisogna intendersi, bisogna essere tutti d’accordo sul concetto di triangolo. Se siamo d’accordo che dobbiamo essere tutti d’accordo, implicitamente diciamo che di concetto ce n’è uno solo. Altrimenti non pretenderei dall’altro di dirmi le cose come stanno, ma direi: vabbè, è il tuo concetto di triangolo, io ne ho un altro!
V,20 Nel pensare ci è dato l’elemento che riunisce la nostra particolare individualità col cosmo, per formare un tutto. In quanto abbiamo sensazioni e sentimenti (e anche percepiamo) siamo singoli {separati, diversi}; in quanto pensiamo siamo l’essere uno e universale che tutto pervade. Questa è la profonda ragione della nostra doppia natura: noi vediamo che viene ad esistere in noi una forza assoluta, una forza che è universale; ma non impariamo a conoscerla al suo irradiare dal centro del mondo, bensì in un punto della periferia.
Noi non siamo il Logos, il pensare universale, il Pensatore universale. Il pensare universale, questo tessere vivente e operante di pensieri universali (lo disegno in verde), si accende in tanti individui, questo questo e quest’altro, ma è un accendersi dello stesso pensare.

Fig. 23
Un altro paragone: le gocce d’acqua dell’oceano. Versiamo una goccia qui, una goccia qui, una goccia qui, una goccia qui… sono gocce separate, ma è la stessa acqua. La natura dell’acqua è la stessa. Quindi queste scintille di pensiero che si accendono, sono scintille separate, se così si può dire, a livello di percezione, ma la natura del pensare è la stessa. O è pensare o non è pensare.
In ognuno di noi si accende un elemento che è uguale in tutti: il pensare.
Cosa vuol dire «si accende»? Vuol dire: mi rendo conto che c’è! Quando il mondo si congiunge col mio cervello fisico, io dico: il mondo pensa. Non io penso: il mondo pensa. Quindi il senso morale della corporeità è il portare a coscienza umana il pensare cosmico. Il mondo è intriso di forze pensanti, operanti, viventi. E come faccio a saperlo? Perché tocca il mio cervello! Ho ragione di dire: io penso! No, non sono io a pensare, il mondo pensa in me, e io lo porto a coscienza.
Non sono io a pensare, nessuno di noi può fabbricare il pensare. L’uomo è il luogo di manifestazione del pensare, il luogo dove il pensare diventa percepibile e, diventando percepibile per noi, viene portato a coscienza. Quando l’uomo dice «io penso», intende dire: il pensare cosmico diventa a me percepibile. E come diventa a me percepibile? Congiungendosi col mio cervello.
Quando mi addormento il pensare cosmico si disconnette dal mio cervello e io non ho più coscienza di questo pensare che avviene. Allora di notte non penso? Di notte il cosmo pensa in me ancora più potentemente.
Di giorno lo spirito umano è incarnato, è dentro il corpo e dice: io penso. Di notte il mio spirito è intriso di pensieri cosmici. E perché di notte non dico: io penso? Perché manca la connessione col cervello e quindi non ho coscienza di pensare. Tuttavia di notte penso non meno di quanto penso di giorno.
Il pensare cosmico non può fare altro che attraversarmi, perché cos’è il mio essere? È un pensiero cosmico. Chi sono io? Un’intuizione del Logos, tutta diversa dall’intuizione che il Logos ha avuto creando un altro Io umano. Ogni io umano è una intuizione unica e irripetibile del Logos. La mia essenza è ciò che il Logos ha pensato creandomi. Cosa ha pensato il Logos creandomi? Ha pensato me. E chi sono io, allora? Un pensiero, una intuizione del Logos.
E, a livello di contenuto, questa ricchezza del Logos che ha pensato il mio essere è talmente grande e inesauribile che io ho bisogno di millenni e millenni, ho bisogno di diverse incarnazioni per portarla a coscienza, se tutto va bene! Quindi il senso dell’evoluzione è l’autocoscienza dell’Io umano.
Intervento: Il Logos è sempre con noi, siamo noi che non sempre siamo coscienti di questo.
Archiati: Il problema è il «con», che è spaziale. Il Logos è noi, perché che altro è il Logos oltre ai suoi intuiti conoscitivi? Però noi siamo soltanto una parte dei suoi intuiti conoscitivi: ci sono tutti gli Angeli, tutti gli spiriti della natura…
Replica: Però mi viene da dire: se è vero che il carro è più della somma delle sue parti, essendo noi dei prodotti dell’intuizione del Logos, il Logos sarà più della somma delle sue parti?
Archiati: Considera l’Io. Attraverso i millenni dell’evoluzione percepisco parti sempre diverse di me, del mio Io. Il mio Io, in quanto concetto puro, intuizione pura del Logos, è più della somma delle parti? La parola più è sbagliata, perché la somma non è ancora l’unità, è l’unità di tutte le possibili parti. E questo mistero dell’unità noi lo esprimiamo con la parola «io». Chi sono io? Non una somma di parti, ma una unità. Però a questa intuizione originaria del Logos io ci arrivo attraverso un infinito raccogliere percezioni. E mi dico: ma non c’è fine, è inesauribile quello che il Logos ha pensato creando il mio io! C’è da scoprire all’infinito!
Ci si stufa? No, l’arte dell’umano è il godere questo scoprire che non termina mai. «Raunai le fronde sparte» dice Dante di fronte a Pier delle Vigne nella Divina Commedia[33]: il pensare è il ra-unare le fronde disperse, separate, della percezione, una a una, è ricondurre all’unità. «Raunare» è fra quelle belle parole che andrebbero rispolverate.
Allora, se uno chiede a un essere umano: chi sei tu?, la risposta è: aspetta, aspetta ho appena cominciato a farti vedere chi sono! Mica te lo posso dire in una parola, dammi un paio di millenni! Se il mio creatore me li dà, perché tu non me li vuoi dare? Ho bisogno di millenni per dirti chi io sono, perché tu, in quanto uomo, arrivi a conoscere soltanto in base alla percezione, quindi ti devo squadernare la percezione.
Dunque per il Logos in quanto tale sarà interessantissimo avere questo intuito dell’Io di ognuno di noi in un lampo, ma per noi sarebbe talmente astratto che non ci direbbe nulla! La risposta alla domanda: chi sei tu?, è: guarda, guarda, guarda: oggi sono fresco, ieri ero stanco… Chi sei tu? Un’infinità di potenzialità.
Ognuno di noi è la somma di quello che pensa, ma siamo in cammino nel pensare. Dimmi cosa pensi e ti dirò chi sei, ma ho appena cominciato a pensare, dammi un po’ di tempo, voglio continuare. E man mano che l’altro esprime pensieri, ascoltandoli io capisco sempre di più di lui; ma me li deve narrare, questi pensieri, in questa vita, nella prossima, in un’altra ancora… Ascoltare.
Ogni Io umano, a livello del Logos, è un lampo intuitivo senza decorso nel tempo, ma a livello della nostra comprensione è una narrazione che non finisce più. Vivere significa raccontare all’altro chi noi siamo, se è capace di percepirlo, però. E se lo percepiamo a vicenda è molto bello, perché è inesauribile, ci sono sempre sorprese, nessuno di noi è oggi quello che era ieri.
Intervento: Non nego un po’ la delusione. Mi ero montata la testa quando avevo colto, come pensiero forte, che l’Io umano è destinato a diventare un creatore, in quanto divino – non l’ha detto il Cristo «Voi siete dèi»�[34]? Ma mica tanto dèi se non creiamo niente! Credo che sarà un bel lavoro ugualmente quello di aprirsi a bere tutto quello che è già stato disseminato – adesso ho capito che il lavoro è quello, no? –, superando tutte le forze e gli ostacoli ecc…, aprire la coscienza, sensibilizzarsi sempre più alla percezione di pensieri già fatti dal Logos. L’individuo, allora, non crea proprio niente, deve solo aprirsi alla possibilità di accogliere i pensieri già fatti dal divino.
Archiati: No, no, proprio no! Il concetto di ciò che è già fatto, che esiste senza di me, è la percezione.
Replica: Tutta quella roba in verde che hai disegnato quando parlavi di pensieri sciolti nell’universo, non so, nell’etere, a quelli mi riferivo (Fig. 23).
Archiati: Sta’ attenta. I pensieri pensati dal Logos per l’uomo diventano reali, diventano accessibili soltanto per la porta della percezione. Piante, animali, tutto il creato sono pensieri, sono intuizioni del Logos. Tu dici: ma se io li trovo già fatti, non ho nulla da fare! No, dal lato della percezione è già fatto, ma il fatto che io crei nel mio pensare il concetto è un puro creare. Il concetto di triangolo, in quanto creazione del mio spirito pensante, non c’è senza di me. È una creazione mia. Sarà nella testa del Logos? Affari suoi! Per quanto mi riguarda, creare il concetto di triangolo, creare il concetto di mandarino è una pura creazione dal nulla del mio pensare, perché prima che io creassi col mio pensare il concetto di triangolo, nel mio pensare c’era il nulla di questo concetto. Perciò l’ho creato dal nulla.
Replica: Non lo so, non mi è chiaro. Cosa ho creato? Non ho nessun concetto di triangolo, me l’hanno dato.
Archiati: No, i concetti non ti si possono dare: le percezioni ti vengono date. Dimmi il concetto di triangolo.
Replica: Il concetto di triangolo è quello per cui uno spazio viene racchiuso necessariamente da tre lati.
Archiati: Lo dici perché ti è stato detto?
Replica: Beh sì, a scuola me l’han detto.
Archiati: Se non te l’avessero detto tu non ci capiresti nulla?
Replica: Mmmm, chi lo sa?
Archiati: Hai detto qualcosa che capisci, o hai riferito qualcosa che hanno capito altri?
Replica: No, no, ho riferito quello che mi convince.
Archiati: E allora adesso vuoi cercare di sminuire, non onestamente, se vuoi, quello che tu compi esprimendo il concetto di triangolo, vuoi sminuire il fatto che sei presente tu, col tuo processo di pensiero. In un certo senso lo stai creando e dici: questo è il concetto di triangolo, e lo dici in quanto competente in fatto di pensiero. Altrimenti dovresti dire: io non lo so cos’è un triangolo. Perché non dici che non lo sai cos’è un triangolo? Allora dimostreresti di non averne il concetto. Invece ti sei dimostrata competente sul fatto di triangolo, quindi ce l’hai il concetto.
Replica: Beh, un po’ è perché questa formuletta, bene o male, ce l’hai abbastanza scandita e chiarita oggi.
Intervento: Vorresti dire che senza la formuletta non sapresti cos’è un triangolo?
Replica: Ma no. Sto dicendo che ho espresso la formuletta così chiaramente bene perché mi è stata rinfrescata. Ma riguardo al concetto di triangolo acquisito sui banchi di scuola, non se io, io, c’ho lavorato talmente da crearmelo il concetto oppure se qualcuno, come tu adesso hai espresso e definito il concetto di triangolo, all’epoca me l’ha espresso e definito. E tu dici che siamo ancora nel mondo della percezione…, il farlo mio diventa concetto?
Archiati: C’è la presa di posizione del pensare. Lasciamo via il triangolo che può essere l’elemento di eccezione. Uno può dire: io di matematica non mi sono mai occupato. Prendiamo il concetto di «libertà», di libertà umana. Questo pomeriggio è stata posta la domanda importantissima che dice: ma se è nella mia natura di mangiare volentieri, se è nella mia natura di sentire le forze della procreazione ecc…, che c’è di male? E io dicevo: dove sono all’opera forze di natura c’è un elemento deterministico e non c’è la libertà. Cos’è la libertà?
Replica: La possibilità di scegliere con volontà il fare o non fare. È decidere per se stessi.
Archiati: Vedi che lo sai? Vedi che lo stai formando, il concetto?
Replica: Ecco. In questo modo io sto formando un concetto, un pensiero mio originale? No, lo sto pescando nell’oceano dei pensieri perché qualcuno l’ha già pensato!
Archiati: No, no non barare!
Replica: Ma è questa la mia domanda, rispetto a quello che ho capito finora sui pensieri…
Archiati: Adesso basta che tu rifletti, che cerchi di percepire più da vicino quello che hai detto. Sei partita spontaneamente come una che sa il fatto suo in merito alla libertà. Il gesto era: siccome io sono un essere pensante, sono competente in fatto di tutti i concetti. Tu mi chiedi il concetto di libertà? Parto, perché il pensare è l’organo che sa creare tutti i concetti, potenzialmente. Poi, man mano che lo si esercita e che lo si sviluppa, diventa sempre più bravo. Però potenzialmente il pensare è l’organo della creatività assoluta, può creare tutti i concetti.
Tu non hai risposto: no, me lo devi dire tu cos’è la libertà, io non lo so! Sei partita spontaneamente. Ottimo, benissimo, basta che ci rifletti. E perché l’hai fatto? Perché sei un essere pensante, e hai detto: beh, se so pensare, fammi pensare. Cos’è la libertà, qual è l’essenza della libertà? Che abbia la libertà di scelta. Quindi ci devono essere almeno due cose, magari anche tre ma almeno due, che io posso scegliere: non sono determinato né a destra né a sinistra, sono libero, posso scegliere. E io, che sono anch’io un essere pensante, tutti lo siamo, ti dico: sì, sì, sì, è giusto, hai pensato giusto, quello che dici fa parte del concetto di libertà.
Replica: L’originalità del pensiero che ci distingue è allora il modo in cui ordiniamo la successione delle parole? Quella è creazione, ma il concetto poi diventa universale, mi sembra di capire, oggettivo per tutti.
Archiati: Sì, ce n’è soltanto uno di concetto di triangolo. Però, che uno ci arrivi da una strada o da un’altra, che uno percorra una strada più corta, che uno arrivi più alla svelta e un altro più lentamente, questi sono affari di ognuno. Ma l’approdo è uno solo, il concetto di triangolo è uno solo! Per cui, quando tu mi dici il concetto di triangolo, io non ti chiedo quanto tempo ci hai messo ad arrivarci o da che parte ci sei arrivata, ti dico soltanto se è giusto o è sbagliato. E dicendo sì o no, tutti intendiamo dire che è giusto o è sbagliato. Il concetto di triangolo è uno solo, ed è oggettivo, universale, uguale per tutti.
Replica: E rimane il fatto che nessun’altra forma io posso partorire dalla mia mente, perché tutto è già stato pensato, detto e squadernato in quel mondo lì che hai disegnato in verde? (Fig. 23)
Archiati: No, la domanda è un’altra, e Steiner la pone – non spesso, ma insomma ogni tanto, perché è una domanda limite, e io vi dicevo che il pensare va esercitato anche con le domande limite – chiedendo: è libera la Trinità di fare triangoli con quattro lati? È libera, no?, di fare tutto quello che vuole! Può, allora, fare triangoli con quattro lati? Non sono più triangoli.
Replica: Sì questo lo capisco. Ma dico: è già stato tutto pensato, non c’è niente da pensare di nuovo!!
Intervento: Le macchine sono state inventate dall’uomo.
Archiati: In altre parole, questo bel mondo inesauribile, ricchissimo, per te è talmente noioso che vorresti creare un mondo alternativo.
Replica: No, no, no, ne ho troppo ancora da imparare e da conoscere di cose o di concetti e di realtà! Ma, visto che stiamo parlando in modo un po’ filosofico, mi chiedevo se, oltre al fatto di formulare pensieri in modo unico, che è già originale e geniale, sia anche concesso all’umano di aggiungere qualcosa o di partecipare alla creazione – certo non per superare la Divinità o il Logos nella sua infinita fantasia.
Archiati: Ma ne fai una questione quantitativa e quindi esci dalla realtà. Non è una questione quantitativa. Ti faccio un paragone. È come se un bambino che comincia a parlare dicesse: ma tutte le parole del linguaggio sono già state pensate dagli adulti!, possibile che io non posso lasciar da parte queste parole che sono già state tutte pensate, e inventarne altre tutte nuove?! Tu cosa diresti a questo bambino? Prima impara tutte quelle che ci sono, poi magari aggiungine qualcuna di più. Lui dice no, no, io voglio partire soltanto se so che è possibile inventare altre parole!
Replica: Me le vado a cercare… Grazie!
Archiati: È un disquisire del tutto astratto, no?
Replica: Scusate, sono masochista, me le vado a cercare ogni volta.
Archiati: Affari tuoi! Aspetta la seconda parte de La filosofia della libertà: in campo di pensiero non si tratta di creare il nuovo, perché creare il nuovo è un fattore di operatività, è un fattore di moralità non di conoscenza.
Conoscere si può soltanto ciò che c’è.
Inventare si può soltanto ciò che non c’è, e l’inventare fa parte del fenomeno morale.
Come la forza del Logos nell’uomo è fatta per conoscere tutto ciò che c’è, così la forza dell’amore (seconda parte de La filosofia della libertà), l’individualismo etico, è la capacità di creare nelle azioni tutto ciò che non c’è.
Tu volevi spostare in campo intellettuale il fenomeno morale. Nella fantasia dell’amore non esiste una manifestazione di amore che si ripeta, e quello Steiner lo chiama individualismo etico. Ma l’individualismo etico non c’è nella conoscenza, perché il concetto di triangolo non è una questione di individualismo etico, è una questione di oggettività universalmente valida per tutti.
L’irripetibilità, l’unicità di ogni Io umano è nella risposta alla domanda: che cosa mi sono proposto di fare in questa vita? Quello è unico. Se non ci fosse comunanza assoluta nel pensare, non avremmo comunanza, perché nel fare ognuno deve essere diverso.
Il relativismo, questa povertà che vorrebbe proibirci di assurgere all’oggettività del reale, all’oggettività della verità[35] in nome della poltroneria in cui ognuno ha soltanto le sue opinioni, ricatta l’essere umano in campo morale mettendoci delle leggi di comportamento valide per tutti: il dovere.
Questo è pervertire il fenomeno umano. Infatti l’elemento oggettivo, vincolante in assoluto per tutti, è la realtà oggettiva che si coglie col pensiero: quindi in fatto di verità dobbiamo assolutamente controbattere il relativismo. Invece in fatto di morale ciò che è bene per uno è male per un altro!
In fatto di verità ciò che è vero per uno è vero per tutti, oppure non è vero, perché il concetto di triangolo è oggettivo, e ce n’è uno solo. L’umanità si è impoverita in questa specie di terrorismo, di falsa tolleranza che ci proibisce di cercare e conquistare brano a brano la verità oggettiva. Oggi ho cercato di dire certe cose perché secondo me la verità oggettiva nessuno più si fida di dirla, neanche la chiesa. Per questo si cerca altrove la comunanza, costringendo gli individui umani a comportamenti coatti, uniformanti, quando invece l’individuo vuole sempre di più essere unico.
La verità è unica, l’amore si esprime in ognuno con una fantasia del tutto diversa. Avendo paura di questa libertà di crescente individualizzazione nell’operare, si ricattano gli esseri umani volendoli costringere a un dovere – che poi è un dovere di soggiogamento al potere – e gli si proibisce di cercare e di conquistarsi la verità oggettiva, cioè la realtà.
In tutti e due i campi abbiamo pervertito profondamente l’umano:
• nel campo conoscitivo, dove dovremmo cercare l’oggettività che ci unisce, la verità assolutamente oggettiva e vincolante per tutti, abbiamo instaurato una falsa tolleranza, un relativismo che bolla come dogmatico chi dice che la verità è oggettiva;
• in campo morale, invece di godere di questa crescente diversificazione e individualizzazione degli esseri umani, vorremmo costringerli in comandamenti che livellano e uccidono l’Io individuale.
La seconda parte de La filosofia della libertà è lo spessore irripetibile di ogni essere umano in fatto di individualismo etico, non intellettivo.
Buona notte!
Sabato 7 febbraio 2009, mattina
Una buona giornata a tutti.
Siamo arrivati al paragrafo 20 del V capitolo, e adesso vedremo un po’ più da vicino un filosofo che a noi non interessa più di tanto: Arthur Schopenhauer. È comprensibile che a quei tempi La filosofia della libertà – che è stata scritta più di un secolo fa: fu stampata nel dicembre del 1893, però, siccome Steiner era un uomo moderno, ci ha messo 1894, per non farci la figura che fosse già di un anno vecchia! – si confrontasse col discorso filosofico del tempo, con la temperie culturale, spirituale di allora (cosa che per noi, dicevo, rimane nel retroscena), soprattutto afferrando i pensatori principali.
Uno di questi era Schopenhauer, per noi forse un sottofondo erudito nella memoria delle nozioni storiche, e lo incontreremo perché affrontiamo il mistero della volontà. L’altro filosofo importante era Georg Friedrich Wilhelm Hegel, a voi forse più noto di Arthur Schopenhauer.
Hegel dice: la realtà è nell’idea, quella sì che è una realtà. Il Logos è il punto supremo del reale, è sommamente reale ed è origine di tutta la realtà.
Il passo in avanti di Steiner rispetto a Hegel è che, mentre Hegel mette come realtà suprema l’idea, in Steiner è il pensare che genera le idee: quindi la realtà suprema è il pensare e il Logos è il pensare, non i prodotti del pensare. Il Logos è lo spirito pensante, e lo spirito pensante produce per intuizione idee, idee, idee, idee.
Rispetto a Hegel, Steiner ha personificato l’idea (tornando a Tommaso d’Aquino, tornando soprattutto ad Aristotele, a Platone, al Logos greco) riportandola a colui che la pensa, al pensante, perché l’idea è prodotta dal pensante. Il Logos è pensare pensante, è il pensante che pensa, è un pensare che diventa operante e ha alle spalle il pensante che l’ha prodotto – cose che diventano poi un po’ più complesse, e la scienza dello spirito serve a entrare anche nel merito scientifico di questa complessità.
Comunque su questo versante di Hegel abbiamo come realtà originaria il pensare.
Schopenhauer dice: no, la realtà io l’afferro, io la trovo nella volontà, non nell’idea. Schopenhauer è vissuto proprio del suo antagonismo, della sua rabbia contro Hegel; Hegel era più signore, non se l’è presa più di tanto, anche perché era professore a Berlino, invece Schopenhauer no, poveretto – anche perché la sua filosofia della volontà non ha convinto più di tanto nel popolo dei pensatori. Convinceva di più Hegel. Pensate a Croce e Gentile, in Italia: erano hegeliani, erano idealisti e tra l’altro hanno reso la storia della filosofia (fortuna mia!) una delle materie principali nel liceo classico.
Schopenhauer dice: no, la realtà io l’afferro, la trovo nella volontà, lì c’è qualcosa, lì avviene qualcosa! Nell’idea non avviene nulla. Dal lato del pensatoio cosa ho? Rappresentazioni delle cose: nulla!, immagini vuote!
Hegel afferra la realtà nell’idea
Steiner afferra la realtà nel pensare
Schopenauer afferra la realtà nella volontà
Perciò la signora di ieri sera diceva: ma a me non va di ripensare tutto quello che è già stato pensato, mica sono un ruminante! Era una brava schopenhaueriana. Come se ripensare tutto il mondo, tutto il cosmo che è stato già pensato fosse soltanto come metterci uno specchio e tutto si rispecchia, come se non ci fosse nessun lavoro da fare, di quello dove ci va messo un sacco di volontà! E perciò diceva: non c’ho voglia!, vorrei essere io il Creatore del mondo! O perlomeno un Serafino! Ma un uomo, che ha a che fare con un mondo già tutto pensato, tsss…
Così ho capito io, il discorso di ieri sera, e poi in stanza quasi non dormivo, dicevo: ma com’è ‘sta faccenda?, come risolvo io, da relatore che sta là davanti, questo fenomeno di una persona che dice: no, a me non va di ripensare il mondo che è già stato tutto pensato, voglio essere io il creatore del mondo! Che facciamo? Al che ho pensato: allora deve essere la scusa più bella che ci sia per non far niente! Così ho pensato io, e mi son detto: meno male che l’idea non mi è venuta seduta stante, sennò l’avrei detta già ieri sera. Allora ho detto: mi rifaccio domani mattina.
È inutile, dobbiamo prendere la realtà così com’è, uomini siamo, non siamo il Creatore all’inizio del mondo. Ci troviamo nel mondo già costituito, e di fronte a Schopenhauer che dice: nella volontà afferro il reale (questa mattina avremo da leggere una citazione lunga di Schopenhauer), ci incombe di vedere in che modo, invece, proprio nel pensare l’uomo ha la possibilità di mettere la volontà libera.
Quello che noi chiamiamo la volontà è un operare di forze di natura, perché la volontà è un concetto. Che concetto si è fatto Schopenhauer della volontà? Lui dice: la volontà è reale, è una realtà, invece l’idea è solo una rappresentazione, un’immagine speculare. La rappresentazione non è una realtà è soltanto un’immagine speculare di una realtà, quindi nella testa non ho nulla di reale. La realtà, la cosa in sé direttamente accessibile ce l’ho soltanto nella volontà. Cosa sta facendo, Schopenhauer? Sta creando il suo concetto di volontà. E cosa intende per volontà? Dice: nella volontà, quando si muovono le braccia e le gambe, io percepisco il reale direttamente.
In altre parole, fa il presupposto fondamentale che il reale lo si possa percepire, che io nella percezione abbia la realtà. Quando percepisco una rappresentazione in me, dice Schopenauer, percepisco una non realtà, soltanto un’immagine speculare; invece, quando percepisco in me la volontà, il volere, percepisco direttamente una realtà. Quindi la realtà o è percepibile o non è una realtà.
È lo stesso ragionamento della persona di ieri sera. Non voglio infierire più di tanto, però in fondo quella riflessione, che ha il suo significato, voleva dire: se i pensieri già pensati non li fabbrico io, volitivamente, non sono reali per me. E l’affermazione è giusta, naturalmente, e allora ci salviamo soltanto dicendo: il tuo pensare diventa realtà soltanto nella misura in cui ci metti dentro forza di volontà.
Un pensare non voluto può esserci? No, quindi ogni pensare è un volere, perché è l’operare dell’uomo. Il pensare è la volontà pura dell’uomo. Ciò che Schopenhauer chiama volontà è la volontà impura, perché lì c’è la natura che vuole, non è la volontà pura dell’uomo – o, se volete, è pura volontà di natura, ma non dell’uomo.
Quindi, se è pura volontà di natura la chiamerò forza di natura, la chiamerò legge di natura, ma non volontà.
Il concetto di volontà è ciò che l’uomo vuole liberamente.
Quel che Schopenhauer chiama volontà è proprio l’opposto della libertà: è dove la natura fa qualcosa senza chiedermi il permesso. Questo dicevamo ieri sugli impulsi di autoconservazione, autosostentamento (mangiare e bere) e sugli impulsi di natura di raddoppiamento, di generazione del corpo (procreazione): è una volontà di natura che opera oltre la mia libertà.
Quando io entro nelle forze di procreazione posso decidere liberamente se voglio creare un figlio, se voglio dare a uno spirito umano la possibilità di incarnarsi: allora sospendo la mia libera volontà e lascio entrare in gioco la volontà della natura. Il fatto di entrare in queste forze di generazione è un’offerta, è un’immolazione, è una donazione, è una rinuncia alla propria volontà, per far sì che la volontà di chi vuol nascere operi in queste forze di natura e possa crearsi un sostrato fisico per incarnarsi. Ma questo presuppone che io sia disposto, perché è nel mio karma, a rinunciare in quei momenti alla mia volontà, sennò non entro dentro queste forze che mi travolgono con un impeto tale che io non posso più essere libero. È questo il discorso conoscitivo pulito che cercavamo di fare ieri in base alla domanda che era stata posta.
Allora, di fronte a questa polarità Hegel/Schopenhauer (non importa che siano vissuti allora: Hegel siamo noi, Schopenhauer siamo noi), la domanda è: cos’è la volontà?
Bisogna distinguere.
La volontà umana è libera soltanto nel pensare.
Riguardo alla volontà di natura, è già fuorviante chiamarla «volontà», confonde le idee, perché nella natura si esprime la volontà di esseri spirituali, magari si esprime la volontà di un Angelo o di un Arcangelo ecc… Allora diciamo «forze della natura»: che c’entra la volontà dal punto di vista umano? Negli esseri spirituali che operano in queste forze di natura c’è la volontà, ma allora dovremmo percepirli, dovrebbero dirci che cosa vogliono con queste forze di natura.
Noi percepiamo le idee, i pensieri, gli intenti, gli ideali degli esseri spirituali sovraumani soltanto dal lato di natura: quindi anziché chiamarli volontà, sarebbe meglio chiamarli forze di natura.
Prendiamo ad esempio una pianta: c’è la forza vitale della crescita. È una volontà? Se volete, a livelli di scienza dello spirito (Geisteswissenschaft: scienza dello spirituale, sarebbe meglio tradurre in italiano), si potrebbe dire: le forze di natura all’opera nella pianta esprimono la volontà degli Spiriti della Forma e degli Spiriti del Movimento insieme, perché nella pianta che cresce c’è una forma in movimento, e quindi sono all’opera sia gli Spiriti della Forma (nel linguaggio italiano tradizionale sono chiamati Potestà) sia gli Spiriti del Movimento (le Virtù). Ce n’è da imparare in chiave di scienza dello spirito, siamo analfabeti, siamo neanche all’inizio[36].
Allora posso dire: in queste forze di natura che fanno crescere, che operano dentro l’elemento minerale del suolo eccetera eccetera, si esprime la volontà, la decisione volitiva, l’intuito di forma e di metamorfosi degli Spiriti della Forma e degli Spiriti del Movimento. Però, per percepire questa volizione, dovrei colloquiare con questi Spiriti, e dirgli: cosa vuoi, tu? Voglio il mandarino! E cos’è il mandarino? È una bella pensata mia (sennò come salta fuori il mandarino?).
Tra l’altro, il mandarino è una pensata né degli Spiriti del Movimento, né degli Spiriti della Forma: è una pensata degli Spiriti della Saggezza. Gli Spiriti della Saggezza hanno pensato il mandarino: che il mandarino sia! Devono chiedere agli Spiriti della Forma: me lo fai? Poi devono chiedere agli Spiriti del Movimento: me la metti in movimento quella forma? Sì te lo faccio, dài! E allora salta fuori il mandarino.
Noi, a livello di percezione ordinaria, percepiamo non la volontà di questi spiriti, ma le forze di natura. Quindi Schopenhauer fa un errore di pensiero enorme quando dice: io, nel percepire la volontà, percepisco direttamente il reale. Perché la volontà non si può percepire, nessuna realtà si può percepire: la realtà si può solo pensare.
Il dato di percezione della volontà cos’è? Non si può dire. La percezione non è completa da sola, ci vuole il concetto. E il concetto corrispondente è: forza di natura. Lo sbaglio fondamentale di Schopenhauer è quello di ritenere che nel dato di percezione io abbia immediatamente il reale. E dice: nell’idea, nello spirito, percepisco soltanto un’immagine speculare, quindi percepisco una realtà di non realtà. Invece quando percepisco la volontà percepisco direttamente qualcosa che fa, che fa, fa, fa!
Ecco allora due sbagli:
• il primo è che non percepisci nulla, ma crei il concetto di qualcosa che veramente avviene;
• il secondo è che non si tratta della volontà dell’uomo, ma sono forze di natura.
Ma allora la realtà somma, l’origine del reale, è percepibile a noi? Sì. Non ci sarebbe percepibile se non fossimo spiriti creatori. Certo che nella percezione non c’è ancora il concetto, però io vi sto dicendo il concetto e voi dovete dirmi se corrisponde alla percezione.
L’essere umano che pensa, come si percepisce?, cosa percepisce in sé? Io sono l’origine di queste intuizioni, esse non vengono causate a loro volta da un’altra realtà che è ancora più reale da originare questa intuizione. Lo spirito pensante è l’origine di tutta la realtà, e quindi è super reale perché origina la realtà.
Adesso abbiamo il materialismo che dice: però il pensiero del mandarino è solo un pensiero, non c’è ancora il mandarino! Ma il pensiero del mandarino è il mandarino! Il mandarino visibile è soltanto la parvenza, è soltanto l’evidenziare questo pensiero. Tra l’altro il mandarino visibile è una parvenza effimera, perché oggi c’è e domani non c’è, oggi è così domani è cosà. Come faccio a dire: quello è il mandarino?
Il mandarino è un pensiero, è una pensata, col presupposto, però, che i pensieri sono realtà che operano. E allora la libertà in che cosa consiste? – sto facendo di nuovo un discorso un po’ di sintesi, come faccio all’inizio di ogni giornata.
La libertà consiste nell’intuire pensieri non indotti – quindi sono libero nel pensarli, non sono intuizioni causate da altri ma sono un punto primo di partenza –, e intuendo questi pensieri li realizzo. E il realizzarli è la volontà.
Un pensiero pensato male non è un pensiero. Non esiste un pensiero pensato male, esiste un non-pensiero. Quindi per il fatto stesso che lo spirito creatore pensa, realizza ciò che pensa. Il pensarlo è il realizzarlo.
Intervento: Quindi nel pensare c’è il volere.
Archiati: Per forza, il pensare è volere puro spirituale. Dio disse: la giraffa sia!, e la giraffa fu. Ma che vuol dire? Che vuol dire: la giraffa sia! Vuol dire che pensò! E come mai, pensandola, la giraffa c’è?
Replica: È un pensare vivo.
Archiati: Cosa manca al pensare? Nulla! Per creare la giraffa ci vuole una pensata mica da poco, eh?! Bisogna pensare tutto il ciclo degli anni di vita, il modo in cui vive la giraffa nell’eterico, il modo in cui vive nell’astrale, il modo in cui si manifesta nascendo da un’altra giraffa madre, ecc… È tutto compreso nel concetto di giraffa, sennò non è una giraffa.
Intervento: Anche il suo divenire è previsto?
Archiati: Certo. Perciò alla persona che ieri ci ha fatto riflettere dicevo: guarda che ce n’è da fare! È inutile che vuoi metterti all’inizio del mondo per crearlo tu, impara prima. Vorrei ben vedere come fa un essere umano a mettersi all’inizio del mondo e a crearlo tutto. Vorrei ben vedere!
Allora, cos’è la volontà? Dobbiamo trovare il concetto di volontà. La volontà è che percepisco in me (naturalmente sto esprimendo un concetto) l’operare di forze di natura.
Ma come? Ho ben deciso io di andare a trovare mia nonna, le gambe le muovo io non le forze di natura! Se Spiriti della Forma, Spiriti del Movimento, hanno la capacità, servendosi di spiriti della natura, di muovere le mie gambe e le mie mani, sono anch’io uno Spirito del Movimento, uno Spirito della Forma in erba. Ho creato il concetto di mia nonna che è sola soletta e le fa piacere quando vado a visitarla, poi ho creato la forma di una camminata, ho creato la forma volitiva del volerle bene ecc… e io, come Spirito della Forma e come Spirito del Movimento (in piccolo naturalmente: per quanto riguarda me, non per quanto riguarda tutta la natura), do alle mie gambe una forma di camminata, un movimento di camminata e vado a trovare mia nonna! L’unico presupposto è che sono anch’io uno spirito pensante: penso forme, penso movimenti, e queste forme e questi movimenti li imprimo alle mie gambe.
Intervento: Li devo pensare.
Archiati: Certo. La visita alla nonna è un pensiero di forma, è una forma di pensiero. C’è una forma. Se io dico: vado a volare, è un’altra forma. Ogni pensiero comporta una forma, sennò non è nulla. Se fosse sformato non sarebbe nulla.
Intervento: Una forma temporale.
Archiati: Sì è una forma che si esprime nel tempo. Anche nello spazio, perché devo muovermi nello spazio per andare dalla nonna: c’è la forma dello spazio intermedio, della casa… è tutto compreso. Noi non ci rendiamo conto del putiferio che combiniamo continuamente, pensando. Il pensare va oltre la velocità della luce. Nel concetto «vado a visitare mia nonna» ho l’intuizione dello spazio che c’è se vado a piedi, se vado in macchina, ecc… sono tutte forme.
Intervento: Però ne sono solo parzialmente cosciente.
Archiati: Siamo coscienti solo in modo incipiente perché siamo abituati a pensare, siamo dentro il pensare. In un certo senso la libertà consiste anche nel fatto che l’elemento del pensare ci è dato più come potenzialità che non come realizzazione, perché se ci fosse dato già tutto realizzato non resterebbe nulla alla libertà. Allora io afferro questo elemento del pensare dal lato di depotenziamento, soprattutto in tempi di materialismo, e dico: ah!, allora è lasciato alla mia libertà di potenziarlo sempre di più. Ma lo posso potenziare sempre di più, posso renderlo sempre più attivo, sempre più creatore, soltanto rendendomi conto sempre di più di quello che avviene nel pensare – e me ne rendo conto pensando sempre più intuitivamente, sempre più vastamente e sempre più liberamente.
La visita alla nonna comprende un’enormità di forme: c’è anche la forma del mio corpo compresa, un’infinità di movimenti. Vado a trovare mia nonna e ho intenzione di stare un’ora con lei: che movimenti sono compresi? Se parlo con lei i movimenti delle labbra. Voi mi direte: è ovvio. Sì, ma uno non ci pensa! Sono movimenti, e dietro a questi movimenti c’è uno spirito che vuole questi movimenti. Le labbra si muovono quando dormiamo? No, perché quando dormiamo manca il nostro spirito volente, è uscito fuori. La realtà è sempre lo spirito che pensa qualcosa, che vuole qualcosa, che ama qualcosa e lo fa, lo realizza a tutti i livelli dell’essere.
Rileggo dal paragrafo 19, senza commenti, per rimetterci nel contesto. V,19 «Contro questa idea {che c’è un solo concetto di triangolo} sta un pregiudizio umano difficile da superare. In generale non si arriva a riconoscere che il concetto del triangolo, quale la mia testa lo afferra, è lo stesso di quello afferrato dalla testa del mio prossimo. L’uomo semplice si ritiene creatore dei suoi concetti: egli crede quindi che ogni persona abbia concetti suoi propri. Vincere questo pregiudizio è uno dei compiti fondamentali del pensare filosofico. L’unico, unitario concetto del triangolo non diviene una pluralità per il fatto di essere pensato da molti. Perché il pensare dei molti è esso stesso un’unità».
Cosa succederebbe se ci fossero due concetti diversi di triangolo? Facciamo un piccolo esercizio in negativo. Sarebbero sballati sia l’uno sia l’altro, perché giusto può essere uno solo. In negativo ci è dato di dimostrare che il concetto di triangolo è uno solo: o è un triangolo o non è un triangolo. Il concetto è uno solo. Che poi uno ci arrivi più centralmente, l’altro un po’ più alla periferia, che uno ci arrivi di botto, un altro attraverso una corsa a ostacoli, che uno lo centri subito e un altro dopo quattro o cinque colpi fuori, questa è tutta un’altra cosa: ma il concetto di triangolo è uno solo, punto e basta.
Il relativismo in fatto di verità, in fatto di oggettività del reale è un terrorismo micidiale, disumano: vorrebbe proibire agli esseri umani di trovare la realtà oggettiva, di accordarsi sul fatto che il concetto di triangolo è uno solo e non c’è bisogno di un dittatore che dica: questo è il concetto di triangolo. No, il pensare lo dice, e il pensare è accessibile a tutti. Il pensare è l’elemento che ci rende tutti uguali in assoluto. Non proibire all’altro di pensare perché non sai pensare tu o perché sei poltrone! È una baggianata questo relativismo che afferma che ci sono soltanto opinioni personali, ma non c’è una realtà oggettiva! Se tu la realtà oggettiva del concetto di triangolo non l’hai ancora trovata, muoviti! Ma c’è! un triangolo è un triangolo, o lo capisci o non lo capisci.
No, tu sei dogmatico perché vieni a dire che c’è una realtà assoluta oggettiva per tutti! Ma lo puoi dire anche tu, mica lo devo dire per forza soltanto io. O lo sai o non lo sai cos’è un triangolo. Il concetto di triangolo non è questione di opinioni. La nostra è una umanità così povera, ma se ci lasciamo terrorizzare proprio da questo terrorismo del relativismo, ci precludiamo la via alla realtà, e soltanto nella realtà noi possiamo salvarci, non nell’arbitrario che è pura farragine di egoità.
V,20 «Nel pensare ci è dato l’elemento che riunisce la nostra particolare individualità col cosmo, per formare un tutto. In quanto abbiamo sensazioni e sentimenti (e anche percepiamo), siamo singoli; in quanto pensiamo, siamo l’essere uno e universale che tutto pervade. Questa è la profonda ragione della nostra doppia natura: noi vediamo che viene ad esistere in noi una forza assoluta, una forza che è universale; ma non impariamo a conoscerla al suo irradiare dal centro del mondo {che sarebbe il Logos, lo spirito pensatore centrale, unificato}, bensì in un punto della periferia».
Noi afferriamo il pensare dalla periferia, accendendo il pensare nostro umano in base a una percezione che è un frammento, piccolissimo frammento, di tutta questa realtà. Quindi accendiamo il pensare alla periferia, però il pensare che si accende alla periferia è della stessa natura del Logos che pensa tutte le cose.
Essere uomini significa ripassare sempre di nuovo dalla periferia al centro, rimettere la palla al centro, risalire dalla percezione, che è un frammento della periferia, al concetto che mi riporta nel centro del pensare, nel cuore dell’universo, nella realtà assoluta, perché ogni concetto ha senso soltanto nel contesto di altri concetti.
Praticamente il concetto di volontà di Schopenhauer è un concetto che si ferma a mezza strada: si ferma alla percezione, mi dice soltanto ciò che percepisce corporalmente, ma in fondo mi descrive la percezione. Invece di creare il concetto di volontà, mi descrive ciò che percepisce. E allora io gli dico: ma guarda che lo so anch’io cosa percepisco. Dimmi il concetto, invece! E il concetto è: forze di natura all’opera. E il concetto di forze di natura è l’espressione, nella cosiddetta natura, a livello di percezione, di Spiriti della Forma, di Spiriti del Movimento, di Spiriti della Saggezza: allora ho il concetto completo.
Schopenhauer, invece di salire al concetto completo perché ha disdegnato il cammino del pensare su cui si è incentrato Hegel, mi descrive solo ciò che percepisce. E io gli dico: ma lo so anch’io che le gambe si muovono quando voglio qualcosa!
Rileggo: V,20 «Questa è la profonda ragione della nostra doppia natura: noi vediamo che viene ad esistere in noi una forza assoluta, una forza che è universale; ma non impariamo a conoscerla al suo irradiare dal centro del mondo, bensì in un punto della periferia».
(V,20) Nel primo caso, al momento stesso in cui arrivassimo alla coscienza, verremmo a conoscere tutto il mistero del mondo {se noi potessimo guardare il mondo dal centro, saremmo noi il Logos; e siccome non lo siamo, al centro ci addormenteremmo nel modo più assoluto, non ci capiremmo più nulla}. Ma poiché stiamo in un punto della periferia e troviamo la nostra propria esistenza racchiusa entro determinati limiti {grazie al corpo che è una somma infinita di percezioni}, dobbiamo imparare a conoscere, con l’aiuto del pensare che irradia in noi dalla generale esistenza del mondo, quanto giace al di fuori del nostro proprio essere.
V,21 Per il fatto che il pensare va in noi al di là della nostra esistenza particolare e si riconnette con l’esistenza generale del mondo, sorge in noi l’impulso verso la conoscenza.
Vi ripeto il concetto di volontà: percepisco le gambe che si muovono, percepisco le mani che si muovono e dico «volontà». Passando dalla percezione al concetto io dico: no, il concetto di volontà non è pensato bene, perché volontà presuppone un volente, un volitore, e chi è che vuole quando le mie gambe si muovono? Quando un calciatore muove le gambe, chi sta volendo qualcosa? C’è un atto di volontà dietro a ogni passo?
Intervento: Sì.
Archiati: Ma scusate se voi mi dite che c’è un atto di volontà esplicito dietro a ogni movimento di gamba, sarebbe come dire: quando io scrivo c’è un atto di volontà esplicito in ogni lettera che scrivo! Ogni facoltà, ogni capacità comporta una somma enorme di automatizzazione. Se il movimento non diventa mai automatico bisogna pensarci ad ogni passo: ora faccio un passo, ora ne faccio un altro… e l’altro ha fatto goal tre volte! Cosa vuol dire automatizzare i movimenti? Lasciar fare alla natura! Diventa una seconda natura. Perciò il linguaggio parla di seconda natura: ho accumulato nell’organismo modi di comportamento che avvengono senza che io ogni volta prenda posizione volitivamente, coscientemente, in tutti i minimi particolari.
Quando parliamo, ci deve essere una presa di posizione volitiva di fronte a ogni sillaba che diciamo? Magari! Ci sarebbe il silenzio universale, se si dovesse pensare profondamente di fronte a ogni sillaba!
Intervento: Però questo addestramento sono atti di volontà: poi diventano automatici, ma sono atti di volontà. Noi abbiamo imparato a camminare, a parlare, a scrivere, tutte facoltà che poi vanno avanti per loro conto: ma alla partenza c’è un atto di volontà.
Archiati: Allora tu mi dici che il bambino di un anno ha voluto lui imparare a camminare! No, non ha voluto lui.
Replica: Allora agiscono delle forze della natura che si mettono all’opera in noi?
Archiati: No, ti stavo dicendo che la volontà è sempre uno spirito che pensa qualcosa e lo vuole, e lo può volere soltanto se lo pensa. Se il bambino che comincia a camminare e impara a camminare, non è ancora in grado, nella coscienza ordinaria, di pensare, ci deve essere uno spirito corrispondente, il suo spirito, che deve volere far ergere il corpo e farlo camminare. Quale spirito opera nel corpo di questo bambino, mettendoci dentro delle forze che lo rendono in grado di ergersi e di camminare[37]? Deve essere uno spirito che pensa e che vuole ciò che avviene. E chi è questo spirito? Il concetto è: deve essere uno spirito capace di pensare e di volere individualmente.
Anche l’animale cammina: se nell’animale ci fosse uno spirito capace di pensare e di volere individualmente, prima o poi direbbe: io penso! io voglio! Ma non avviene mai. Invece, basta che aspetto qualche anno e il bambino dirà: io, io, io! E allora dico: questo spirito umano individuale, che sa pensare e volere individualmente, non era ancora entrato nel corpo, quindi non aveva ancora creato l’autocoscienza di sé. Però c’era e c’è. E allora questo spirito individualizzato, l’Io superiore del bambino che pensa e vuole individualmente, si serve degli spiriti della natura che lavorano nel corpo per acquisire la posizione eretta e per farlo camminare.
Così, nella pianta, spiriti che individualmente pensano – io penso questo, io voglio questo – si servono di altri spiriti della natura per farla crescere, fiorire, ecc… Le cose diventano scientifiche, cioè devono portare al punto di dire: ah, adesso mi spiego tutto il fenomeno! Il concetto è convincente soltanto quando mi spiega tutto il fenomeno, non soltanto un pezzo. Infatti spiego tutto il fenomeno dell’imparare a camminare quando individuo lo spirito che pensa il camminare e lo vuole, e lo mette in atto.
Ho la spiegazione, ho il concetto completo: adesso capisco cosa avviene quando un bambino si erge e impara a camminare: ci deve essere uno spirito che pensa queste forme, questi movimenti e li vuole, e deve servirsi del corpo per farlo, quindi deve servirsi delle forze di natura, deve dire agli spiriti della natura: tu, gnomo, che finora hai immesso nel mio corpo le forze che lo facevano solo gattonare, adesso fai entrare altri gnomi che spingano il corpo in su in modo da farlo stare in piedi! Devono lavorare altri gnomi, in quanto spiriti comandati dagli Spiriti della Forma nella natura.
Il fatto che l’Io umano, lo spirito umano individuale, pensi il camminare e lo voglia, non significa che gli Spiriti della Forma e quelli del Movimento non lo vogliano con lui e per lui: ci può essere benissimo un concorrere di volontà, perché se loro hanno pensato e voluto l’uomo dandogli la capacità di pensare e volere in proprio, sono ben contenti che anche l’uomo concorra a questo volere e a questo pensare.
Intervento: Anche per il linguaggio è la stessa cosa?
Archiati: Noi adesso abbiamo fatto una riflessione su cosa avviene quando i bambini imparano a camminare. Analogamente si può domandare cosa avviene quando il bambino impara a parlare.
Replica: Faccio questa domanda perché mi chiedevo: questo Io superiore di cui parlavi, nel caso dei bambini che vivono senza un esempio umano, che non imparano a parlare, cosa fa?
Archiati: Un bambino non impara a parlare soltanto se non è a contatto con nessun essere umano, ma se è a contatto con esseri umani impara a parlare, e se ci sono difetti nel suo modo di parlare (è un bambino balbuziente per esempio) sono fattori karmici che vanno spiegati in base alla percezione di quello che…
Replica: Sì, questo l’ho capito. Chiedevo: l’Io superiore che dà al bambino la volontà nel camminare e nel parlare, non dà questa impronta nel caso in cui questo bambino non sia insieme ad altri esseri umani?
Archiati: No, sta’ attenta: il mandarino non può crescere se non c’è il suolo. Ogni cosa che avviene nel mondo ha delle conditio sine qua non che, l’abbiamo già detto, non sono la causa. La causa del camminare del bambino è l’Io, è lo spirito, e non da solo: deve farsi aiutare dagli Spiriti della Forma, del Movimento, dalla Trinità divina ecc… L’Io superiore vuole camminare, però non può volerlo in assoluto, ci sono delle condizioni necessarie: ci vuole la terra su cui camminare, per esempio. Se non c’è la terra su cui camminare, lui può voler camminare finché vuole, ma dove cammina? Sulle nuvole?
Allora tu dici: e se la terra non ci fosse, l’Io superiore smette di voler camminare? Se la terra non ci fosse, sarebbe stupido volere ciò che non si può. Allora mi creo i presupposti perché possa avvenire. Come sono stati creati i presupposti perché si possa camminare? C’è stata una prima evoluzione planetaria della Terra che ha posto tutto l’elemento fisico: Saturno; poi una seconda evoluzione planetaria della Terra, il Sole, che ha posto tutto l’eterico, tutto il vitale; poi una terza conditio sine qua non, tutto l’astrale nell’evoluzione planetaria della Luna; e adesso qui siamo sulla Terra – Terra 4, come dico io qualche volta – dove ci sono tutte le conditio sine qua non per il fenomeno umano, per l’io, e sono un’infinità.

Fig. 24
Una conditio sine qua non per camminare, qual è? Il corpo fisico, per fare solo un esempio. E voi un corpo umano lo fate saltar fuori come niente fosse? È quel che diceva la persona ieri sera: io il corpo umano non voglio trovarlo già fatto, lo voglio fare io! Sì, provaci.
Intervento: È una conditio sine qua non anche il fatto che altri camminino? Cioè che ci siano altre persone che camminano.
Archiati: Tu vorresti essere la prima in assoluto a camminare?
Replica: No, se un bimbo cresce nella foresta e vede solo animali che si arrampicano, probabilmente si arrampicherà.
Archiati: Perché dici questo e ti fai una risata? È nato nella foresta? È nato dalla scimmia?
Replica: No.
Archiati: Ah!, allora all’origine ci metti un corpo umano. Ma tu parli come se non ci fosse un corpo umano. Il corpo umano della madre gli ha messo tutte le forze del corpo umano, e in queste forze c’è che prima o poi conquisterà la posizione eretta.
Con il linguaggio è più complessa la cosa. In altre parole, tutte le forze pure di volontà vengono date dall’embriologia, invece le forze del linguaggio vengono lasciate all’interazione dell’essere umano già nato con altri esseri umani. Una delle differenze enormi fra animale e uomo è che l’animale nasce già pronto, invece l’essere umano nasce con un’enorme potenzialità.
E quello che vale per il linguaggio, che è dipendente dal dopo nascita, vale ancora di più per il pensare. Platone ci dice: il pensare è un fatto dialogico. Come si sviluppano le forze del Logos? Attraverso il dialogo: dià-logos (di£logoj), il Logos che va indietro e avanti – dia significa «là in mezzo».
Socrate dice: cari giovanotti (a quei tempi erano solo giovanotti, oggi non conta più nulla: giovanotti e giovanotte), il Logos, le forze di pensiero si sviluppano proprio misurandosi. Tu dici una tesi, io una controtesi, tu mi provi qualcosa e io ti dico: no, a questo non ci hai pensato, e tu mi dici: aspetta, questo l’hai dimenticato ecc… Nel dialogo, e soltanto nel dialogo sviluppiamo le forze del pensiero.
Cosa facciamo qui noi, adesso? Appena dico qualcosa, mi interrompete (in Germania mi lasciano fare il monologo, ma non è mica detto che sia meglio), perché le forze di pensiero si affinano al massimo nel dialogo. L’unico evoluto abbastanza da fare solo un monologo è il Logos: quello non ha bisogno del dialogo, perché se dipendesse dal dialogo staremmo ancora ad aspettare.
Tra l’altro (questo per noi è a livelli un po’ vertiginosi, ma la scienza dello spirito lo dice), il Logos ha imparato l’arte del Logos nel dialogo col Padre, e una delle caratteristiche del Padre cosmico è il silenzio. Perché? Perché parla nel Logos.
E il mondo è quello che loro due si sono raccontati. Che facciamo? Facciamo il mondo! E il Padre dice: io sto zitto, tanto sei tu quello che parla! Però c’è un’intesa dietro, e l’intesa cos’è? Creiamo il mondo in modo tale da non dire niente agli esseri umani, così gli diamo la possibilità di scoprire tutto. Le percezioni sono il nascondino dei pensieri divini, perché scoprire è più interessante che non trovare il già fatto. È ancora quello che diceva la signora, ieri sera, ma lei faceva come se pensare in base alla percezione non comportasse un’enorme attività!
Non so se si fa anche in Italia: in Germania, a Pasqua, si nascondono gli ovetti per i bambini, si nascondono bene in modo che ci mettano tempo a trovarli (si nascondono nel bosco, per esempio), in modo che non sia impossibile trovarli ma difficile. E quando le trovano, la gioia! Pensare è scoprire. Il concetto greco di verità, ve l’ho detto diverse volte, che è nella parola ¢l»qeia (alètheia) è «scoprire»: a significa «senza», significa «togliere via», e l»qeia viene da lanq£nw (lanthàno) e significa «coprire». Quindi ¢l»qeia, verità, significa «senza copertura», scoprire, svelare. La percezione è una coperta che copre, nasconde: è un velo. La percezione è il nascondino del Logos, dietro c’è il concetto.
Intervento: Averlo saputo!
Archiati: Lo sapevo che prima o poi ti presentavi, dài! Finora mi sono detto: ammazza come è brava stamattina, oh, finora non si è fatta sentire! Però fila il discorso eh!?
Intervento: Quindi l’uomo non è un creatore è uno scopritore. Non ha una capacità creatrice, ha una capacità scopritrice.
Archiati: Certo che è un creatore, solo che non è il primo! Pure tu vorresti essere il primo? Il discorso che faceva la signora che or ora ha riparlato, nel linguaggio tradizionale voleva dire: «A me non va di essere uomo, voglio essere Dio». Il problema è che la teologia tradizionale ha fatto come se il creatore che viene dopo non fosse un creatore solo perché viene dopo. È una mentalità di divismo: è un divo soltanto il primo. Invece un creatore che viene dopo, è un creatore né più né meno.
Replica: Ma se le cose sono già create!
Archiati: No, no. Il mio pensare è una creazione originaria in assoluto e ha la potenzialità di diventare così cristallino come il Logos, nella misura in cui io divento uno col Logos. Questa umiliazione dell’umano viene dalla chiesa che vuole tenere piccoli gli uomini per essere grande soltanto lei. È ora che ce ne accorgiamo! Tutte le autorità costituite hanno paura dell’uomo, perché sanno che è creato come creatore in erba, e se diventa sempre più creatore non ha più bisogno di autorità. Quella è la loro paura. Abbiamo ancora una società e una cultura di bambini che vengono tenuti bambini. Ma che m’importa se il Logos ha già pensato tutto!? Basta che pensi io, no? E quando penso sono alla pari del Logos, nella misura in cui penso. Pensare è pensare.
Replica: Perché vuoi usare il termine creatore, se è già stato creato?
Intervento: Non si può dire «generare» invece di «creare»?
Archiati: Diventa ancora più complesso, perché nel Credo dicevano: «Il Figlio è generato ma non creato», e allora avremmo bisogno di almeno una settimana di teologia per chiarire i termini, i concetti. Allora io dico: lasciamo via questa tecnicità, e cerchiamo di intenderci col linguaggio comune, sennò non ci troviamo più – questo è un testo di un certo livello tecnico, tra l’altro con una traduzione italiana –, io sto sudando anche fisicamente. Cerchiamo di capirci. Ti faccio un esempio banale ma devi prenderlo dal lato in cui calza: io voglio cucinare un’amatriciana, la più buona che ci sia mai stata! Però mi tocca constatare che l’amatriciana è già stata fatta un sacco di volte. Mm, mm, mm, non sono il creatore in assoluto dell’amatriciana! Che disastro! Questo stai facendo te! Se io la faccio, sono io il creatore di questa amatriciana, che m’importa che l’abbiano già fatta mille persone peggio di me?!
Intervento: Ma se all’inizio tu parli di amatriciana, vuol dire che già la conosci.
Archiatti: Sì, ma il tuo problema non era il fatto che si conosce qualcosa, il tuo problema era che è già stata creata.
Replica: Appunto, se tu parli di amatriciana sai che cosa è.
Archiati: Sì, ma io ti sto dicendo: non è un problema che altri l’abbiano già creata, l’importante è che la crei io.
Replica: Questo è un altro discorso.
Interventi: Noooooooooo!
Archiati: Attento, che adesso viene il punto centrale: l’amatriciana che faccio io oggi non l’ha mai creata nessuno!! Lo capisci??? È una creazione in assoluto, perché questa amatriciana così come la faccio io, non c’è mai stata. Il concetto di triangolo, che creo io, quello in quanto creato da me, non l’ha mai creato nessuno, perché quello creato da tutti gli altri è creato da altri: in quanto creato da me, questo concetto è una creazione primigenia in assoluto. È questo che va capito! e non mi importa nulla che il Logos l’abbia già pensato prima di me. La mia è una creazione in assoluto, originaria!
Il concetto di triangolo in me, dentro il mio pensare, è una creazione dal nulla, perché nel mio pensare del triangolo non c’era nulla, prima. La creazione dal nulla fatta da Dio, tra l’altro, è un’astrazione sbagliata, perché la Divinità, la Trinità, non solo le nove Gerarchie angeliche, si trovano a Terra 4: creano dal nulla? Ma neanche per sogno! Si servono di tutto il materiale delle tre precedenti evoluzioni planetarie della Terra, e questo rimescolano. Quindi il concetto teologico di creazione dal nulla è pieno di raffazzonamenti del pensiero, non si sa neanche di cosa si parla.
Se tu leggi La scienza occulta, un testo fondamentale di Steiner sull’evoluzione, ti dice: quando la Terra fu creata – e si intende Terra4 perché la teologia tradizionale non ha la minima idea di Terra1, Terra2, e Terra3 – non fu una creazione dal nulla, sennò bisognava cominciare da Saturno. Ma neanche Saturno è una creazione dal nulla. Il nulla è un’astrazione, perché allora Dio Padre dovrebbe dire: mi tocca creare a partire da quello che c’ho dentro di me, non posso creare dal nulla! Creare dal nulla significa che non ci dovrebbe essere neanche lui, nulla di lui.
Siamo pieni di astrazioni, e bisogna tornare giù nella realtà che significa: per ogni affermazione che facciamo dobbiamo avere sempre l’elemento di percezione. E della creazione dal nulla, così come viene capita normalmente, non c’è nulla di percezione. La percezione sarebbe dire: no, gli esseri spirituali non creano dal nulla, creano dal materiale che risulta dall’evoluzione di Saturno, dall’evoluzione del Sole, dall’evoluzione della Luna; lo spiritualizzano, poi lo fanno riscendere con le nuove leggi evolutive di Terra4, nell’astrale, poi, sempre con nuove leggi evolutive, nell’eterico e infine nel fisico, dove diventa percepibile per l’uomo incarnato nel corpo e ora dotato di io.
La creazione dal nulla è un’enorme astrazione, che in fondo inganna il pensiero. Se poi uno dice: però, studiare questo testo di evoluzione fondamentale di Steiner è complesso, è una cosa difficile, va bene, va bene. Lo so che è difficile e complessa, la cosa.
Riprendiamo dall’inizio del paragrafo V,21 «Per il fatto che il pensare va in noi al di là della nostra esistenza particolare e si riconnette con l’esistenza generale del mondo, sorge in noi l’impulso verso la conoscenza». Voglio capire, voglio creare il concetto, mi chiedo cos’è la volontà, mi chiedo cos’è il corpo… L’animale non ha l’impulso alla conoscenza, non chiede: cos’è? che vuol dire? a che serve? Non chiede. Quindi il pensare evidenzia l’impulso alla conoscenza, l’anelito di conoscenza.
(V,21) Esseri senza pensiero non hanno questo impulso. Quando altre cose si pongono loro di fronte, in essi non sorgono domande {il cagnolino, quando va a passeggio col suo padrone, non gli chiede: chi è quello lì?, non lo conosco!}. Queste altre cose rimangono esterne, per esseri simili. Presso gli esseri pensanti, invece, di fronte alla cosa esterna sorge il concetto {cos’è?, è una giraffa}. Esso {il concetto} è ciò che della cosa riceviamo non dal di fuori, ma dal di dentro.
Se io ricevessi dal di fuori, con la percezione, che quella è una giraffa, non chiederei: cos’è? Se io ricevessi dal di fuori che quello è un mandarino, non chiederei: che pianta è? Quindi è ovvio che, se chiedo, il concetto non mi viene dal di fuori, ma devo dirlo io. Perché uno sa che è un mandarino e un altro non lo sa? Perché quello che lo sa si è fatto la pensata-mandarino, l’altro non se l’è ancora fatta e la deve aggiungere ai concetti già fatti. Il pensare è aggiungere sempre più concetti, è creare sempre più nessi e connessi di concetti.
(V,21) La compensazione, la riunione dei due elementi interno ed esterno {l’elemento esterno è la percezione, l’elemento interno è il concetto} deve fornire la conoscenza.
V,22 La percezione dunque non è nulla di compiuto, di finito in sé, ma è uno dei due lati della realtà totale. L’altro è il concetto. L’atto conoscitivo è la sintesi di percezione e concetto. Ma soltanto percezione e concetto di una cosa, formano la cosa completa.
Nella percezione ho la percezione di ciò che mi manca, che è il concetto. La percezione è una domanda e il concetto è la risposta. Quindi vedete che ogni definizione di percezione che noi diamo deve essere negativa. Una domanda è negativa, la risposta è la positività che ci mette il contenuto. La percezione pura è la domanda che chiede: cos’è? La percezione pura è il non avere ancora la cosa: quando aggiungo il concetto ho la cosa completa. Nella percezione non ho nulla della cosa? Certo che ho qualcosa: ho il concetto della mancanza del concetto (della mancanza dell’essenza della cosa), e questa è una gran bella cosa! Perché se non avessi mai il concetto della mancanza del concetto, non lo cercherei.
Intervento: Prima hai detto «la concezione» non il concetto di ciò che mi manca, e questo mi ha molto interessata. Mi sono soffermata su questa parola «concezione».
Archiati: No, forse ho detto che nella percezione ho «la percezione» di ciò che mi manca. Ma guarda che c’è anche un concetto di percezione. E qual è il concetto di percezione?
Adesso vi do un concetto complesso di percezione: il concetto di percezione è l’insoddisfazione dell’anima dove manca lo spirito, e questa insoddisfazione è un vissuto. Quindi il concetto di percezione è l’insoddisfazione dell’anima: mi manca qualcosa, ho l’esperienza che mi manca qualcosa, perché mi manca il concetto. Però l’esperienza che mi manca qualcosa è un vissuto reale, sennò non direi cos’è? cos’è? cos’è? Se noi non potessimo creare il concetto di percezione, la percezione non sarebbe nulla. Invece è percezione.
Intervento: La percezione deve avere un rapporto di corrispondenza con il concetto appunto corrispondente, anche se in negativo, anche se la percezione dicevamo che è il nulla del concetto. Se non fosse così, qualunque cosa potrebbe essere percezione; perché invece corrisponda proprio a quel concetto a cui si deve unire per dare la realtà, bisogna che sia specifica in qualche modo, no? Quindi non è un nulla in assoluto.
Archiati: E certo, sennò non si potrebbe dire nulla, se fosse un nulla in assoluto non ne parleremmo neanche, non ci sarebbe nulla da dire. È chiaro, è proprio questo il concetto di percezione. Non può essere un nulla in assoluto.
Voglio fare ora soltanto un minimo accenno alle vie che conducono da La filosofia della libertà alla scienza dello spirito. Il cammino di Steiner, anche biograficamente, è andato da La filosofia della libertà, un testo accessibile a tutti che presuppone soltanto il pensare umano, a una scienza dello spirito che invece si può sciorinare soltanto se si comincia a percepire nello spirituale, nell’eterico, nell’astrale.
Una delle cose più interessanti, nell’occuparsi della scienza dello spirito, è chiedersi come si arriva da La filosofia della libertà a La scienza occulta, per esempio. E uno dei passi è proprio il concetto di percezione. Senza distinguere l’anima dallo spirito, non si può formare il concetto di percezione, perché la percezione è un vissuto animico: mi manca qualcosa, sento che mi manca qualcosa. La percezione è il sentimento nell’anima che mi manca qualcosa. E cosa mi manca? Il concetto. Il concetto è un frammento di spirito.
Già l’analisi dell’interazione tra percezione (come esperienza di insoddisfazione animica) e ricerca del concetto (come appagamento di questa sete) è proprio scientificamente una via che fa il passaggio dalla coscienza ordinaria che conosce soltanto l’anima, alla scienza dello spirito che parla di realtà spirituali. Il concetto è una realtà spirituale. Il concetto di mandarino è la realtà spirituale del mandarino.
E la percezione del mandarino cos’è? mi manca qualcosa, mi manca qualcosa… cos’è? cos’è? cos’è? mi manca, mi manca, mi manca… il concetto. Però questo «mi manca» è un’esperienza animica. Quindi devo distinguere tra esperienza animica, che è un’esperienza di passività, di dipendenza, ed esperienza di spirito che è un’esperienza di creatività. Il concetto lo devo creare, la mancanza del concetto la sento; nell’anima sono passivo, nello spirito sono creatore.

Fenomenologicamente è pulitissima, la cosa. Se poi mi dite: però ci vorrebbe un minimo di formazione filosofica, ve lo concedo, ma la formazione filosofica è proprio questo testo. Nella misura in cui mastichiamo, mastichiamo, non demordiamo, arriviamo a questi passaggi, ed è molto bello! La scienza dello spirito è proprio lo sfociare pulitissimo di tutti i fenomeni dell’anima che da soli non si spiegano.
Cos’è la percezione? L’anima che cerca lo spirito. La cosa è pulitissima, senza sbavature.
Intervento: Quando io ho il concetto di effetto, anche lì ho una mancanza che mi porta alla ricerca della causa.
Archiati: No, il concetto non è una mancanza.
Replica: Quindi non si potrebbe dire che la percezione è un effetto?
Archiati: No stai parlando di concetti! Parlavi del concetto di effetto.
Replica: Giusto, siamo già nello spirito.
Archiati: Hai già passato il Rubicone. Adesso sta’ attento, l’abbiamo visto nel IV capitolo[38]: sono nei campi e vedo l’erba muoversi, sento un fruscio nell’erba un po’ alta. Percezione! Cosa ho nella percezione?
Intervento: Una pernice.
Archiati: Nooo! Percepisco con l’occhio il movimento delle pianticelle e con l’orecchio il fruscio: questa è la percezione. Come reagisco? Li abbiamo fatti questi esercizi, vanno ripetuti, anche se così andiamo al rallentatore: ma questo è un esercizio fondamentale. Tu eri già saltato al concetto. No, torniamo indietro. Ho soltanto percepito il movimento delle pianticelle d’erba, alte 50 cm, mettiamo, lì solo in un punto. Se ci fosse vento si muoverebbe tutta l’erba e saprei: è il vento. Ma l’erba si muove solo in un punto, e io ho soltanto il movimento e il fruscio, percepisco con l’occhio il movimento e con l’orecchio il fruscio.
Intervento: Nell’esercizio della percezione pura, si deve escludere ogni concetto per…
Archiati: No, no, no, adesso tu sei fuori contesto, hai fatto un salto astronomico. Parlami su questi steli d’erba.
Replica: Quando io sono di fronte al filo d’erba, se voglio fare l’esercizio della percezione (almeno io così ho appreso attraverso i libri di Steiner)…
Archiati: Fermati, fermati, hai già fatto un salto mortale. La domanda era: che cosa ho nella percezione? La percezione assoluta pura non c’è, perché già parlare di erba è un concetto, quindi siamo sempre nel pensare. Però, di fronte a questo fenomeno, io ho soltanto la percezione dei fili d’erba che si muovono e del fruscio che fa un rumore.
Replica: Allora di cosa parla Steiner quando parla dell’esercizio della percezione pura, quando dice che bisogna escludere ogni pensiero soggettivo? Lo puoi spiegare meglio?
Archiati: Tu avevi una domanda o una risposta? In quanto a risposta eri già molto più avanti.
Replica: No, io avevo capito che non bisogna avere nessun concetto quando fai l’esercizio della percezione pura.
Archiati: Benissimo, allora ho detto che sarebbe da togliere anche il concetto di erba, sarebbe da togliere anche il concetto di filo d’erba, sarebbe da togliere anche il concetto di fruscìo (fruscìo è un concetto), sarebbe da togliere il concetto di me che percepisco… e non resta più nulla. Cioè l’esercizio che toglie tutto ciò che noi ci mettiamo col pensare, ti porta al punto che non resta più nulla.
Allora, partiamo invece da un elemento minimo di pensiero – il concetto di filo d’erba, il concetto di fruscìo – e quello che in questo caso specifico va evidenziato (e lì aggancio la tua domanda) e che il pensare mi dice è: questo movimento e questo rumore non avvengono da soli. Devono avere una causa, sono due effetti: questo movimento e questo rumore non si causano da soli.
Quindi vado a cercare la causa, ma vado a cercare la causa perché il pensare ha creato il concetto di effetto, che deve avere una causa. Questo elemento del pensare, che noi ci mettiamo spontaneamente da sempre, va portato a coscienza, questo pensare va percepito, perché noi lo disattendiamo. Poi avviene tutto il resto che tu hai detto, però avviene dopo che io ho già pensato: questo tipo di movimento dei fili d’erba è un effetto, ci deve essere una causa. Questo è un enorme processo di pensiero che è spontaneo, e lo facciamo sempre perché siamo esseri pensanti, pensatori. E vado a cercare la causa: una pernice, una lepre, quello che sarà.
Il cane non cerca perché non pensa. E l’uomo che va a cercare la causa e non la trova si allarma ancora di più, perché dice: ci deve essere, e se non la trovo allora è occulta, può darsi che sia pericolosa. Ci deve essere la causa e la voglio trovare. Il cane non ha la minima idea di cosa sia causa e cosa sia effetto.
Intervento: Il cane sa già che c’è il fagiano, la quaglia..
Archiati: No, no, no. Era un topo che è già sparito. Il cane che fa? Vedi, sei partito in quarta ma…
Replica: Sapeva che era un topo.
Archiati: Nooooooo!
Replica: Volevo solo capire il percorso del cane.
Archiati: Ci tocca semplificare cose che sono enormemente complesse. Noi siamo abituati a semplificare cose che poi, messe sotto la lente d’ingrandimento, sono complessissime. Allora permettimi per un attimo di trovarti un altro espediente che complessifica la cosa, perché tu altrimenti ti salvi in calcio d’angolo (ma solo in calcio d’angolo, eh?) perché il topo è un animale e c’è un certo rapporto di fiuto del cane col topo. Allora io ti metto un’altra possibilità: i fili d’erba che si sono mossi non sono in piano, ma sono sulla sponda di un canale di irrigazione, e l’uomo appura che li ha mossi una pietra un po’ in bilico che è caduta giù. Il cane cosa annusa? Vedi che è complessa la cosa.
Il cane non ci capisce nulla, perché l’elemento del pensare non c’è. Finché c’è l’istinto (il fiuto è un istinto) che muove questa massa corporea del cane, il cane si muove, quando non c’è più un istinto, come di fronte a una pietra che cade, l’istinto non c’è, non si muove. Nel cane non si muove più nessun istinto. Sta cercando la causa, il cane? È assurdo.
L’istinto principale dell’uomo è l’istinto del pensare, e questo istinto si muove finché non trova la causa, ma questo istinto fondamentale l’animale non ce l’ha! Zero virgola zero, perché è un animale! Nel caso del topo o della quaglia, certo, c’è un elemento d’istinto, però attaccarci adesso questo esempio significa farci fuorviare dall’elemento fondamentale che distingue in assoluto il fenomeno uomo dal fenomeno animale: ed è il pensare. Il pensare crea il concetto di effetto: è un effetto, ci deve essere la causa.
Intervento: Pietro, c’è un altro esempio, sempre sugli animali, che viene fatto da Steiner. Nel deserto ci sono quegli animaletti che, se c’è un rumore qualsiasi, si alzano su e rimangono in piedi…
Archiati: Certo, in Sudafrica ne ho visti moltissimi.
Replica: Se il rumore finisce questi qui dopo un po’ si acquietano e basta. L’uomo dice: ma no, deve essere successo qualcosa ecc… Ecco, questo mi pare un esempio anche più calzante.
Archiati: Certo, è una variazione dell’esempio che ho portato io. Questo ci sta a dire che in chiave di filosofia, di scienza dello spirito, dobbiamo essere onesti fino in fondo e non mollare. Come è giusto che tu vieni evidenziando il fiuto, così è giusto che io ti dico: no, non molliamo e cerchiamo di andare fino in fondo. E se andiamo fino in fondo si evidenzia in assoluto, ma proprio in assoluto, lo spartiacque che c’è tra l’animale e l’uomo.
La filosofia aristotelico-tomistica dice che ci sono quattro livelli dell’essere e tra l’uno e l’altro c’è un salto qualitativo netto, non ci sono trapassi, non c’è continuità. Non esiste qualcosa che sta tra l’uomo e l’animale: o è animale o è umano. L’animale non ha nulla di ciò che è specifico dell’umano, nulla, e ciò che è specifico dell’umano è il pensare. L’animale non ha nulla del pensare.
I concetti di causa e effetto sono così elementari! C’è qualcuno qui che non capisce il concetto di causa e effetto? Ma potete prendermi tutti gli animali più intelligenti di questo mondo non ci capiranno mai nulla, perché non pensano, non c’è in loro il pensare.
Disegniamo di nuovo Terra1, Terra2, Terra3 e Terra4, nella quale ultima adesso siamo. In fondo, la scienza dello spirito riprende, a livello di scienza naturale e di scienza spirituale insieme, la tradizione bellissima e ben pensata del Logos di Aristotele e di Tommaso d’Aquino che dice: la creazione in cui noi siamo ora (T4) comprende tre stadi precedenti (T1, T2, T3) che si sono fatti sostrato per T4: (Fig. 25)
Sono modi di essere assolutamente distinti l’uno dall’altro. Tant’è vero che quando la pianta comincia a toccare l’astrale «arrossisce», «si vergogna» e sorgono i fiori e finisce di essere pianta, lì termina, non va avanti. Finché resta nel vegetale è sempre verde, verde, cresce: quando comincia a toccare l’astralità si brucia, e questo bruciare si evidenzia in tutti i colori delle piante, allora il ciclo va a finire e deve ricominciare da capo. Finché è clorofilla l’elemento vivente è verde, mentre tutto l’elemento di colore è proprio dove il vegetale tocca l’astrale dell’animale e dice: ah!, lì c’è il confine. Ed è un confine, non c’è un trapasso, deve tornare indietro.

Fig. 25
Intervento: È proprio nella pianta colorata, nelle fanerogame, che si tocca con l’animalità. Infatti gli insetti, le api, toccano il fiore della pianta. Però non c’è un trapasso, c’è proprio un contatto.
Archiati: Eh sì, c’è il confine netto in assoluto.
Intervento: E il frutto?
Archiati: Cosa contiene il frutto? Il seme che ti fa ricominciare da capo. Quindi il frutto, in quanto polpa che racchiude il seme, la pianta lo dà all’uomo come cibo, e col seme ricomincia da capo. Una gran bella pensata!
Facciamo una pausa, e poi, finalmente, potrò parlare io, no?
*******
Vogliamo leggere il paragrafo 23 fino alla fine? Leggiamoci Schopenhauer: in base alle riflessioni di prima probabilmente le cose diventeranno più chiare.
V,23 Le considerazioni precedenti mostrano che è assurdo ricercare negli esseri singoli del mondo qualcosa di comune al di fuori del contenuto ideale che il pensare ci fornisce. Tutti i tentativi tendenti a un’altra unità universale che non sia questo contenuto ideale in sé articolato e connesso {i concetti delle cose}, ottenuto per mezzo del pensare applicato alle nostre percezioni, debbono fallire.
In altre parole, quando usciamo dal pensare sgretoliamo il mondo, rendiamo tutto enigmatico, non spieghiamo nulla. Tornando nel pensare riunifichiamo il mondo, creiamo il nesso universale. Dico il concetto «mandarino» e subito ho il minerale su cui sorge, ho il vegetale perché è una pianta, ho l’animale e l’umano che se lo mangiano. Ho tutto il contesto.
Ogni concetto, siccome sorge dal pensare, è passibile di svolgersi in tutte le direzioni. È un frammento nel contesto universale del pensare, e quindi pensare significa passare da concetto a concetto, fare i nessi del concetto di mandarino col concetto di suolo, col concetto di vegetale, col concetto di animale, col concetto dell’uomo che lo mangia ecc… tutti concetti ben connessi insieme. La cosa è logica.
Cos’è il Logos? La logica più convincente che ci sia, perché se non fosse logica non sarebbe Logos: logico significa ben pensato, pensato giustamente, pensato nella verità oggettiva delle cose. Se io vi dico che il mandarino è un animale, che effetto vi fa?
Intervento: È assurdo.
Archiati: Assurdo. È un pensato non pensato, cui manca il concetto di mandarino: Il mandarino è una pianta, non un animale. Il pensare va a colpo sicuro perché colloca al posto giusto le cose. Il pensare va a colpo sicuro, oppure non c’è. L’errore non è un pensare che sbaglia, è un pensare che manca! Anche questo è un esercizio che abbiamo già fatto[39], ma è molto importante. Il pensare non sgarra, può soltanto mancare.
Tanto è vero che la parola errore viene da errare, ed è un’immagine: cosa significa errare? Andare fuori strada. Andare fuori strada, fuori pista, è una strada sbagliata? No, manca la strada giusta! Quindi l’errore erra, va fuori dalla scia del pensare, manca il concetto giusto.
«Il mandarino è un animale», è un concetto? No non può essere un concetto, è un non-concetto, manca il concetto giusto. Se io dico «il mandarino è una pianta» c’è il concetto giusto, resto nella strada del pensare tracciata dal Logos. La strada tracciata dal Logos è: il mandarino è una pianta. Io esco da questa strada ed erro. È un errore, ma errore significa: sono fuori. Non c’è una verità alternativa:
• c’è la verità
oppure
• c’è la mancanza di verità, la non-verità
Ma la non-verità non è qualcosa, è la mancanza di verità, così come la percezione non è qualcosa ma è la mancanza del concetto. È ben diverso. Un pensiero sbagliato non esiste, esiste un non-pensiero, la mancanza di un pensiero.
(V,23) Né un Dio umano-personale {quello desunto dalla percezione: il Padreterno con la barba, un’estrapolazione di elementi di percezione appiccicati a un fantoma che vola in aria}, né energia o materia, né la volontà, senza idee, di Schopenhauer, possono valere da unità universale.
Qui dove Schopenhauer parla di volontà, percepiamo l’energia. Quando parliamo di energia l’origine è sempre una percezione, e se all’origine non c’è una percezione non abbiamo nulla da dire. Quando noi parliamo di realtà, subito è legittima la domanda: mostrami la percezione. Il pensare è una realtà? È una realtà solo col presupposto che la si possa percepire, e perciò soprattutto il III e il V capitolo picchiano sul fatto che io posso percepire la mia attività pensante: soltanto se la percepisco è una realtà per me. Però ci devo fare il concetto. E il concetto del pensare è che in ogni altra percezione io sono passivo, ma in ciò che percepisco quando mi percepisco pensante, sono attivo.
Quindi adesso, oltre alla percezione del pensare, ho fatto il concetto: il pensare è l’unica cosa che percepisco in me nella quale io devo essere attivo, è l’unica cosa che devo essere io a produrre. Questo è il concetto del pensare. Però non posso creare questo concetto senza percepire che penso.
Sembra che sia qualcosa che percepisco, ma in realtà è l’unica cosa che io creo, quindi lo posso percepire solo dopo averlo creato io stesso (III capitolo).
(V,23) Tutte queste entità appartengono solo ad una zona limitata della nostra osservazione.
Sono frammenti di percezione: la volontà è una percezione, la «materia» è una percezione – tra virgolette, perché la materia come concetto è tra i più astratti che esistano. Però, quando mi si chiede: cosa intendi per materia?, mostro la percezione: quel muro lì è materia, e intendo dire che lo percepisco.
(V,23) La personalità umana limitata la percepiamo soltanto in noi, energia e materia solo nelle cose esterne. Per quanto concerne la volontà, essa può essere presa soltanto come l’estrinsecazione dell’attività della nostra limitata personalità {percepiamo la volontà nel nostro stesso agire}. Schopenhauer vuole evitare di fare, del pensiero «astratto», il portatore dell’unità universale, e cerca in sua vece qualcosa che gli si presenti direttamente con carattere di realtà.
Schopenhauer dice: nel pensiero non ci sono realtà, ci sono soltanto rappresentazioni, immagini riflesse. Allora cerca il reale oltre i contenuti della coscienza e crede di trovarlo nella cosiddetta volontà. Là ho una realtà, si muove qualcosa, si fa qualcosa. È come il tipo che dice: finiamola di discutere, facciamo qualcosa, perché finché si discute non succede nulla. Cioè l’elemento del pensare è diventato talmente rarefatto che l’essere umano d’oggi pensa che in esso non succeda nulla, non ci sia nulla di reale. Quando mi muovo, quando do un pugno a un altro, quando apro una porta, lì sì che c’è una realtà. La porta è una realtà, il pensiero è una non realtà. Questo è il materialismo.
Schopenhauer vuole qualcosa dove poter dire: qui c’è una realtà! Nel pensare non ho una realtà, è un puro speculare (speculare viene da «specchio»: immagine riflessa, non-realtà). Schopenhauer siamo tutti ormai, oggi.
(V,23) Questo filosofo crede che noi non arriveremo mai e poi mai a comprendere il mondo, se lo consideriamo come mondo esterno.
L’albero è esterno a me, io ho soltanto la rappresentazione dell’albero, ho soltanto un’immagine interna dell’albero, ma l’albero come cosa in sé mi è esterno. Nella volontà ho direttamente la cosa in sé, dice Schopenhauer, perché della volontà non posso avere la rappresentazione, la vivo direttamente come realtà. Mi muove! Ha scritto una mezza biblioteca, eh?, questo Schopenhauer, che a noi viene naturalmente risparmiato di leggere. Adesso c’è una lunga citazione di Shopenhauer:
(V,23) «Invero il ricercato significato del mondo, che mi sta di fronte unicamente come mia rappresentazione, oppure del passaggio da esso, come mera rappresentazione del soggetto conoscente, a quello che posso ancora essere oltre a ciò, non si troverebbe mai se l’indagatore stesso non fosse altro che il puro soggetto conoscente – testa d’angelo alata, senza corpo.
Se noi fossimo puri soggetti conoscenti non avremmo mai la possibilità di entrare nella realtà del mondo perché, come puri soggetti conoscenti, abbiamo soltanto immagini riflesse del mondo. Testa d’angelo alata senza corpo: un sacco di rappresentazioni, nulla di reale.
(V,23) «Ma egli invece ha radici in quel mondo {non soltanto le ali} si trova nel mondo come individuo {che ha un corpo}: cioè la sua conoscenza, che è il veicolo condizionatore di tutto il mondo come rappresentazione, ha per intermediario un corpo, le cui affezioni, come fu mostrato, sono per l’intelletto il punto di partenza per l’esame di quel mondo. Per il puro soggetto conoscente, come tale, questo corpo è una rappresentazione uguale alle altre, un oggetto fra gli oggetti:
Nel mio pensatoio io ho del mio corpo una rappresentazione come tutte le altre, ma il corpo non si riduce alla mia rappresentazione del corpo. La pianta si riduce alla mia rappresentazione della pianta perché io non vivo nella realtà della pianta, invece il mio corpo non si riduce alla mia rappresentazione del corpo perché ci vivo dentro. In altre parole, oltre ad avere la rappresentazione del mio corpo, io lo sento e lo vivo, lo sento pulsare e pullulare: allora lì ho la realtà. Continua la citazione di Schopenhauer:
(V,23) «i movimenti e gli atti del corpo gli divengono noti per le stesse vie per cui gli divengono note le modificazioni di ogni altro oggetto visibile, e gli resterebbero ugualmente estranei ed incomprensibili {cosa non vera} se il loro significato non gli venisse svelato da tutt’altra parte {in tedesco il testo è ancora più circonvoluto: Schopenhauer ha scritto dei tomi grossi così, uno dopo l’altro. Una volta ne ho trovato uno di antiquariato, ho letto qualche pagina, mi sono subito addormentato}… Al soggetto della conoscenza, che per la sua identità col corpo si presenta come individuo, questo corpo è dato in due modi completamente distinti: una volta come rappresentazione in un aspetto comprensibile, come oggetto fra oggetti, e sottoposto alle leggi di questi, ma anche, nello stesso tempo, in tutt’altro modo, e precisamente come ciò che a ciascuno è direttamente noto sotto la parola volontà.
Come se a tutti fosse noto cos’è la volontà! Dice Schopenhauer: tutte le altre cose mi vengono date in un modo solo, come rappresentazione. Il mio corpo, invece, mi è dato in due modi fondamentali: come rappresentazione e come volontà. In nessun’altra cosa, infatti, ci sono dentro: nel mio corpo sì. In tutte le altre cose sono fuori, ne ho soltanto la rappresentazione esterna: nel mio corpo ci sono dentro.
Non è mica facile confutare Schopenhauer, eh?, perché quello che dice ha un fondamento di verità: in quanto percezione è giusto, perché percepiamo il nostro corpo diversamente da tutto il resto. Nel mondo ci sono tanti corpi, soltanto uno è il mio corpo: quindi è vero che il mio corpo ha uno stato unico, è qualcosa di unico. Tutto il resto è fuori di me, il mio corpo lo vivo direttamente.
Schopenhauer sta lavorando sul mistero unico del proprio corpo: ci sono dentro. Dalla pianta sono fuori, dal mandarino sono fuori, e io non posso dire che sono estraneo al mio corpo come sono estraneo al corpo della pianta. E allora la domanda è: qual è il concetto di volontà? La pianta non ha nulla a che fare con la mia volontà, ma il corpo sì, perché col corpo esprimo la mia volontà: voglio mangiare!
Schopenhauer crea un concetto giusto e verace di volontà, oppure un concetto errato? Questa è la domanda fondamentale. E salta fuori che Schopenhauer ha creato un concetto del tutto errato di volontà. Lui pensa che la volontà sia una percezione, e quindi ricade nell’errore fondamentale di credere di avere la realtà nella percezione: invece la realtà ce l’ho soltanto nel concetto.
Schopenhauer descrive la volontà dal lato di ciò che percepisco, e non si rende conto che sta pensando perché, se si rendesse conto di star pensando, saprebbe di star pensando in modo errato e correggerebbe, penserebbe i pensieri giusti. Quindi a Schopenhauer mancano i concetti giusti, manca il concetto giusto di volontà, e in questo senso ci dà un concetto errato.
Qui Steiner lo prende nel nocciolo, perché Schopenhauer presenta la volontà come un concetto così scontato che tutti devono aver per forza quello giusto. Il concetto di volontà è uno dei più complessi che ci siano, e lui invece lo presenta «come ciò che a ciascuno è direttamente noto». Vacci piano! Se Schopenhauer presuppone che il concetto di volontà sia a tutti noto, mi fa subito pensare che proprio non ha la minima idea del concetto di volontà.
Intervento: Perché afferra la percezione.
Archiati: Non si rende conto di star presentando la percezione della volontà come se fosse la realtà. Ma nella percezione non ho la realtà. Guardo giù nel canale, ho la percezione dei fili d’erba che si muovono sulla sponda. Cosa ho? Nulla. La realtà è il sasso che è caduto, e quella non ce l’ho ancora. Se ho l’effetto – il movimento dei fili d’erba – ma non la causa, non ho la realtà, perché un effetto senza causa non è una realtà.
Allora si potrebbe dare un’altra definizione di percezione: la percezione è l’effetto che ha senso soltanto se trovo la causa. E qual è la causa della percezione? È il concetto pensato che si evidenzia nella percezione. La percezione è l’effetto di un pensare che vuole evidenziarsi, quindi la causa della percezione è il concetto. Se io ho soltanto la percezione ho un effetto senza la causa, dunque non lo conosco come effetto e non ho la realtà della percezione. La realtà della percezione è il pensare che ha deciso di evidenziarsi, di rendersi percepibile. Il Logos si è fatto carne.
Adesso vediamo cosa dice Schopenhauer sulla volontà:
(V,23) «Ogni vero atto della sua volontà è subito e immancabilmente anche un movimento del corpo: egli non può veramente volere l’atto, senza contemporaneamente percepire che esso appare come movimento del corpo {una bella pastasciutta, mmhhh, e subito la mano afferra la forchetta, lì sì che c’è la realtà!}. L’atto volitivo e l’azione del corpo non sono due stati obiettivamente distinti, riuniti dal vincolo di causalità, non stanno tra loro in rapporto di causa e effetto; ma sono una stessa e identica cosa, data in due modi completamenti diversi: una volta in modo immediato e una volta nella visione dell’intelletto».
Fine della citazione. Quindi nella volontà ho una realtà immediata nel movimento degli arti e una realtà che mi è data anche mediatamente attraverso la rappresentazione (come per tutte le altre cose). Di ogni altra cosa ho soltanto la rappresentazione senza la realtà immediata della volontà; grazie al corpo, ho sia la rappresentazione, sia la realtà immediata.
Il concetto di realtà di Schopenhauer è che la realtà è qualcosa che percepisco percependo il corpo, percependo i movimenti del corpo che «sono una stessa ed identica cosa, data in due modi completamente diversi: una volta in modo immediato {nella percezione del corpo}, e una volta nella visione dell’intelletto {nella rappresentazione}». Adesso Steiner dice:
(V,23) Dopo queste spiegazioni, Schopenhauer si crede autorizzato a trovare nel corpo dell’uomo «l’oggettivazione» della volontà. Egli ritiene di sentire nelle azioni del corpo direttamente una realtà, la cosa in sé in concreto.
Nelle azioni del corpo ho l’accesso immediato al reale, dice Schopenhauer, non ho una mera rappresentazione speculare ma ho la realtà, lì avviene qualcosa.
Ma una realtà è sempre causa: un effetto senza la sua causa è un quarto di realtà, neanche, perché senza la sua causa non ci sarebbe. Ogni percezione è un effetto perché non esiste percezione che non debba essere causata: i movimenti del corpo li percepisco, quindi devono essere un effetto. Realtà è soltanto la causa che non venga a sua volta causata, perché se una causa viene causata da un’altra causa, devo trovare la causa della causa per avere la realtà della causa.
Quindi la realtà di un effetto è la causa. Tutte le cose del mondo sono effetti, e c’è soltanto una cosa che è causa senza essere causata: è il pensare. Il pensare si spiega da sé, nella percezione del pensare ho la spiegazione. Il difficile per l’uomo d’oggi è capire, proprio percepire che il pensare è un originarsi senza essere causato. E da che cosa dovrebbe essere causato? Lo spirito creatore dovrebbe essere causato da uno spirito ancora più creatore? Ma se deve essere causato da uno spirito ancora più creatore, non è uno spirito creatore: è uno spirito soltanto creato.
Intervento: Quindi si può dire che il pensare è l’unica percezione che è anche un concetto?
Archiati: Eh sì, tutto il III capitolo te lo diceva. Ha in sé la spiegazione di sé, non ha bisogno di essere spiegato da un’altra causa.
Replica: Quindi è autoreferente, autosufficiente.
Archiati: Sì, e il concetto aristotelico di questo tipo di causa è causa prima, il motore non mosso da un altro motore, «il motore immoto» (non «immobile», come è tradotto nei nostri libri di scuola).
(V,23) Contro queste conclusioni si deve obiettare che per noi le azioni del nostro corpo arrivano alla coscienza soltanto attraverso autopercezioni, e come tali non hanno nulla in più di altre percezioni.
Se io non voglio muovere il corpo, non c’è il movimento, quindi il movimento è un effetto. Chi è la causa della volontà? Lo spirito che vuole. Io.
Lo spirito che vuole è causa prima? Sì e no, non è proprio prima, prima, prima, perché non può volere senza pensare. Il volere è un effetto del pensare, perché se non sa cosa vuole non può volere, per voler qualcosa lo deve pensare.
Quindi la primissima causa è il pensare, e in questo pensare c’è il volere come effetto necessario del pensare. Nel pensare c’è il volere, ma nel volere non c’è necessariamente il pensare, perché c’è un volere di natura, che non comporta direttamente il pensare nella natura.
L’origine in assoluto è lo spirito che pensa, e pensando vuole e realizza le cose. Quindi l’errore di Schopenhauer è che ha creato un concetto di volontà come se la volontà fosse una causa prima. No! La volontà è un effetto dello spirito che pensa e vuole.
Schopenhauer parla di volontà come movimento del corpo: immaginiamo cosa lo spirito deve pensare e volere prima di arrivare a muovere gli arti. Tra l’altro, tutti gli spiriti delle Gerarchie angeliche devono servirsi degli esseri della natura perché muovano veramente i nostri muscoli. È grottesco pensare che siano i Serafini, o gli Spiriti del Movimento o della Forma che direttamente devono occuparsi delle mie gambe, scusate! Hanno ben altro da fare! Quindi il terapeuta che si trova di fronte a un essere umano che si è preso un’emiparesi gli dice: guarda che il tuo spirito si è fatto una pensata e ha deciso di darti una calmata, perché tu (faccio un esempio) ledevi la libertà di questo, di quest’altro e di quest’altro. Allora il tuo spirito ha detto: adesso do una calmata al tuo io inferiore, ti faccio fermare. Se tu ti rendi conto di come eri lesivo della libertà altrui e ti riproponi di rispettarla, il tuo Io superiore, insieme agli Spiriti della Forma, del Movimento, della Saggezza, comanda subito agli gnomi, alle ondine, a tutti gli spiriti della natura che sono usciti dai tuoi arti di ritornare dentro, perché ora la tua volontà è diventata pura, non è più lesiva della libertà altrui.
L’Io superiore, lo spirito, pensa la paralisi e la vuole soltanto quando è necessaria per la sua evoluzione. Nel momento in cui non è più necessaria, via, via, basta, perché l’essere umano è fatto per muoversi liberamente. Quando siamo costretti a limitarlo nei suoi movimenti? Quando lede la libertà altrui, altrimenti che si muova liberamente! Finché con la sua volontà vuole ledere la libertà altrui, gli posso mettere tutti i medicamenti che voglio, tutte le terapie che voglio, il suo Io superiore continuerà a pensare e a volere la paralisi.
Abbiamo una umanità scientificamente ignorante. È scientificissima nel campo fisico materiale e ignora tutto ciò che è spirituale. Come se il mondo della percezione fosse la realtà: son tutti effetti, son soltanto effetti, e che realtà ha un effetto senza la sua causa? Se questo spirito ha voluto la paralisi e vuole prolungarla per tenere l’io inferiore un po’ a bada, perché non vuole (l’Io superiore) ledere la libertà altrui, potete fare a quest’uomo tutta la fisioterapia che volete! E seppure riusciste a togliergli quella malattia lì, se ne troverebbe un’altra.
V,23 «Contro queste conclusioni si deve obiettare che per noi le azioni del nostro corpo arrivano alla coscienza soltanto attraverso autopercezioni», cioè percezioni di sé. Ciò che Schopenhauer chiama volontà, e che si riferisce ai movimenti del corpo, sono percezioni. E il concetto di questa percezione, un inizio di concetto, è che questi movimenti sono effetti, non sono causa prima, e li spiego soltanto se trovo la causa. E la causa è lo spirito, l’Io che pensa e vuole questi movimenti. Se ne pensa e ne vuole altri, ne saltano fuori altri, e se pensa invece l’immobilità salta fuori l’immobilità. Come spiego l’immobilità? Perché l’ha pensata l’Io e la vuole l’Io. Come spiego i movimenti? Perché li pensa lui e li vuole lui.
Finché non trovo la causa, l’effetto è un assurdo. Finché io non vedo il sasso che è caduto il movimento dell’erba è un assurdo, perciò non mi do pace, perché non ho la spiegazione. Quindi il materialismo nell’umanità di oggi è un’assurda indagine scientifica all’infinito che conosce solo gli effetti, e delle cause non sa nulla. Non sa neanche che il mondo della percezione è tutto effetti. Una paranoia culturale che peggio proprio non esiste! C’è soltanto da svegliarsi!
(V,23) Se noi vogliamo conoscere la loro essenza {l’essenza dei movimenti del nostro corpo} non possiamo farlo che per mezzo dell’osservazione pensante {meglio «riflessione pensante», perché la parola «osservazione» è fuorviante, rimanda alla percezione: pensare non è un osservare}, cioè incorporandole nel sistema ideale dei nostri concetti e delle nostre idee.
Cos’è la volontà (sempre secondo Schopenhauer)? È percepire movimenti. Vi dicevo che un elemento centrale (non l’unico) del concetto di volontà è che i movimenti del corpo sono un effetto: e la causa? Solo la causa mi spiega l’effetto. Sono io, ora, che penso questa passeggiata qui sul palco e mi muovo, sono io che penso e che voglio, come spirito che pensa e vuole. Adesso mi va di scendere giù e andare a mangiare, e vi dico buon appetito! La causa sono io, come spirito che pensa e che vuole. Avete qualcosa in contrario? No, perché la cosa fila. Il materialismo è un annaspare nel buio perché non si conosce lo spirito.
E il mangiare è una delle conditio sine qua non per poter esercitare lo spirito dopo pranzo!
Grazie e arrivederci!
Sabato 7 febbraio 2009, pomeriggio
Allora, eravamo alle prese con Schopenhauer, ma non è che ci interessa Schopenhauer, ci interessa il mistero della volontà come realtà polare (non opposta) al pensare.
Che differenza c’è tra pensare e volere?
Nessuna, perché se non si vuole non si pensa neanche, quindi un pensare senza volere non c’è, e un volere senza pensare non c’è. Quando le gambe si muovono per andare da qualche parte c’è per forza anche un fenomeno di pensiero.
Lo spirito pensa e ciò che pensa lo vuole, sennò non lo pensa. Pensare qualcosa è realizzarla.
Faccio una visita a un amico: il concetto di visita comporta l’elemento di volontà? Certo, se resto qui non è una visita! Ciò che si pensa o lo si vuole o non lo si pensa. E il fantasticare? Non è un pensare, perché ci manca la volontà, e se non è un pensare non è reale.
Quel che rende reale il pensare è il volere, ciò che rende reale il volere è il pensare: sono una cosa sola.
Prendiamo la fisiologia moderna che dice: i nervi sensori ci fanno percepire il mondo esterno, questi nervi sono la base della percezione, sono strumento della percezione. Poi la stessa fisiologia parla di nervi motori e dice: sono nervi, sono realtà corporee che mettono in moto i muscoli. Il concetto sarebbe che ci sono dei pezzi di materia, nervi e muscoli, che sono la causa del movimento.
Può un elemento materiale essere la causa del movimento? È un’assurdità assoluta, perché la materia non può pensare il movimento per poterlo volere, e si può soltanto volere ciò che si pensa. Allora, la lettura dei cosiddetti nervi motori che vengono interpretati come nervi che muovono gli arti, è un errore di pensiero, è un non-pensiero, è una falsa interpretazione della fisiologia umana.
I nervi sensori sono fatti per percepire ciò che è fuori dal mio corpo, e i cosiddetti nervi motori sono ugualmente nervi sensori, né più né meno, e mi permettono di percepire i movimenti all’interno del mio corpo. Dunque percepisco movimenti interni, nella misura in cui ci sono. E chi li causa, visto che quando li percepisco i movimenti ci sono già?
Sono 12 i sensi nella scienza dello spirito: 4 sono rivolti maggiormente alla percezione di ciò che avviene all’interno del proprio corpo (senso del tatto, della vita, dell’equilibrio, del movimento), 4 sono volti alla percezione del mondo esterno (senso dell’olfatto, del gusto, della vista, del calore) e 4 sono volti alla percezione dell’interiorità altrui (senso dell’udito, del linguaggio, del pensiero altrui, dell’io altrui). Quindi i cosiddetti sensi (nervi) motori sono sensi di percezione dei movimenti che avvengono dentro il mio organismo. E chi muove l’organismo?
Intervento: I centri nervosi.
Archiati: No, i centri nervosi mi consentono di percepire i movimenti che avvengono. Però li percepisco quando avvengono, e chi li fa avvenire? Qual è la causa di questi movimenti?
Intervento: Il pensiero.
Archiati: Io che penso, e pensando voglio. Ma allora dove sono io? Lo spirito è sovraspaziale non è spaziale. Stiamo correggendo il concetto di volontà di Schopenhauer che è del tutto errato, come se la volontà fosse percepibile al livello degli arti. No, percepisco la volontà percependo il mio spirito pensante, che pensando vuole qualcosa.
Allora, il fenomeno è questo: il mio spirito che pensa la visita all’amico e la vuole fare è una realtà spirituale, non è incamerata nel corpo. È assurdo, è grottesco pensare che lo spirito sia incamerato nel corpo. Se uno pensa all’America, è in America col suo pensiero. Quindi una realtà puramente spirituale afferra gli arti e li muove: i cosiddetti sensi (nervi) motori sono sensi di percezione interna che mi fanno percepire che mi muovo, il modo in cui mi muovo, l’equilibrio in cui mi muovo ecc… se non avessi questo tipo di percezione magari cadrei.
Se noi, in base a ciò che percepiamo (internamente ed esternamente) quando vogliamo e facciamo qualcosa, creiamo i concetti giusti, arriviamo al concetto che la causa del volere e la causa dell’agire è uno spirito che pensa ciò che vuole, che vuole ciò che pensa e che in quanto spirito ha la possibilità di afferrare l’elemento corporeo e muoverlo.
Quando uno parla, chi muove le sue labbra? È una domanda interessante. È il corpo che muove le labbra? È grottesca la cosa! Come fa la materia a decidere di muovere le labbra, oltretutto in un modo così articolato? Ovviamente una realtà spirituale ha la possibilità di inserirsi, di acchiappare, di afferrare l’elemento materiale per usarlo come strumento: quando pensiamo viene afferrato lo strumento del cervello, quando parliamo viene afferrato lo strumento della laringe, della bocca ecc…
Quando ci muoviamo e agiamo ci viene mostrata proprio a livello di percezione, se sappiamo leggerla correttamente, l’interazione diretta tra un essere spirituale, che è il nostro Io (cioè lo spirito dell’uomo individualizzato che pensa e vuole), e lo strumento che afferra per eseguire quel che pensa e vuole.
Il corpo è lo strumento per fare la visita, ma ciò che io voglio è la visita, voglio la conversazione col mio amico. È a due chilometri, e mi servo del corpo. Il musicista vuol far risuonare le melodie e si serve dello strumento, ma lui non vuole lo strumento: afferra lo strumento e attraverso di esso fa risuonare le melodie. Così io non voglio il movimento delle gambe, però per incontrare il mio amico le afferro e le muovo per andar là.
Come l’artista interagisce con lo strumento-violino per far sprigionare melodie, così lo spirito umano interagisce con lo strumento-corpo per far sprigionare pensieri, parole e azioni. Il corpo è lo strumento. L’elemento causante che pensa, vuole e realizza è lo spirito.
All’umanità di oggi, in tempo di materialismo, manca il concetto di spirito, quindi manca la realtà e si parla solo di strumenti. Si arriva così al pensiero veramente grottesco, assurdo che ci siano dei nervi, dei muscoli, dei pezzi di materia che mi muovono: io valgo di meno che non i pezzi di materia, perché io non sono capace di muovermi e i pezzi di materia muovono me! Ma se uno questi pensieri li pensasse fino in fondo vedrebbe quanto sono assurdi.
Sono io che voglio far visita all’amico, io ho avuto il pensiero, l’intuizione di andare a casa sua per parlargli: quella è la causa prima, tutto il resto è effetto.
V,24 Profondamente radicata nella coscienza dell’uomo ingenuo è l’idea che il pensare sia astratto, senza alcun contenuto concreto, e che possa tutt’al più fornire una controimmagine «ideale» dell’unità universale, ma non questa stessa. Chi giudica così non ha mai compreso chiaramente che cosa sia la percezione senza il concetto. Guardiamo dunque un momento questo mondo della percezione: ci appare come un aggregato di singole cose senza nesso, semplicemente una accanto all’altra nello spazio, e una dopo l’altra nel tempo.
L’uomo normale dice: nella percezione ho la realtà e i pensieri ne sono soltanto una replica astratta. Allora prendiamo il fenomeno primigenio dell’incontro fra due persone: per la persona ingenua la realtà dell’altro è lì – lì, guardalo, è lì! Intende dire che la percezione mi dà la realtà dell’altro, mentre ciò che io ho come rappresentazione dell’altro, ciò che io ho nel mio pensatoio rispetto all’altro è un’immagine riflessa che non aggiunge nulla alla sua realtà, perché la sua realtà è quella lì. E quanti direbbero: beh, è giusto, no? Il realista ingenuo ognuno lo deve vincere in se stesso, perché si ripresenta sempre di nuovo. L’incantesimo della percezione si ripresenta sempre di nuovo, perché se noi l’avessimo vinto una volta per tutte, non si ripresenterebbe più e saremmo alla fine dell’evoluzione.
Finché restiamo nell’evoluzione umana il grande tentatore è la percezione che si presenta come se fosse la realtà completa. Ritorniamo all’esempio di A e B: io sono A e B è lì. Cosa ho io di B in me, nella mia testa? Un’immagine riflessa, non c’entra nulla con B. E chi è B? Un uomo! Ma l’uomo mica è una percezione! «Uomo» è uno dei concetti più grossi che esistano! Che cosa ho nella percezione? Se tiro via tutti i concetti – il concetto di naso via, il concetto di occhi via, il concetto di fronte via, il concetto di mento via, il concetto di denti via, il concetto di collo via, il concetto di spalle via… –, se porto via tutti i concetti, cosa resta? Nulla!
Cosa ho nella percezione? Il fatto è che sono abituato da sempre a pensare, a mettere insieme tutti i concetti e ho il concetto di uomo, e perciò quando vedo B dico: è un uomo. Ma non sto percependo un uomo, sto pensando l’uomo: l’uomo ce l’ho nel pensiero, non nella percezione.
La pura percezione ce l’ha il bambino piccolo, perché ancora non pensa (non dico il cane, eh?, perché il cane non ha la percezione, e allora cominceremmo a barare). Il bambino piccolo, essendo potenzialmente un essere umano adulto, non ha ancora i concetti, quindi ha la pura percezione. In questa pura percezione c’è l’anelito ad aggiungere i concetti. Allora, questa è una mamma con il bambino e lì c’è B.

Fig. 26
Il bambino è piccolino ma gli occhi li ha, gli orecchi li ha, ecc.. La domanda è: cosa percepisce il bambino piccolo piccolo guardando B? Nulla. Le percezioni non ci sono ancora, perché le percezioni sorgono soltanto quando si appiccica il concetto.
La realizzazione della percezione è il concetto: finché non c’è il concetto, è una percezione del tutto potenziale. Quindi il bambino piccolo ha la percezione potenziale dell’uomo, ma non la percezione reale; quando arriva la percezione reale, la realizza con i concetti. Il bambino piccolo vede un uomo, vede un essere umano? No, perché un essere umano non si può vedere, bisogna pensarlo e lui non è ancora capace di pensare. Cosa vede? Nulla! Vive un sacco di cose, sente un sacco di cose, si muovono un sacco di riflessi in lui, ma lui non vede nulla.
Intervento: Si può dire che sente?
Archiati: Sente non nel senso di udire…
Replica: Di sensazione.
Archiati: Di sensazione, certo. Vive. Perciò il linguaggio italiano in questo caso è meglio del tedesco: siccome la sfera dell’animo è molto più sfumata, il linguaggio italiano gioca più sottilmente sull’elemento del sentire, del sentimento, del vissuto, che non è soltanto l’udire dell’orecchio – sento le sue parole – ma è una specializzazione verso la percezione in via di concettualizzazione. È un sentire del vissuto (come per l’animale), vive qualcosa. In italiano, ed è difficilissimo spiegarlo a persone di altre lingue, io dico: sento un suono. L’organo di percezione del suono è l’orecchio. Ma dico anche: sento freddo. Chiedo a voi: con quale organo di senso sento freddo?! Con l’orecchio? No. E allora perché dico «sento»?
Intervento: Perché è una sensazione.
Archiati: Ma perché uso la stessa parola? Sento caldo e sento un suono. Il sentire caldo e freddo è puramente animico, non è potenzialmente orientato alla percezione del suono; invece sentire i suoni è l’inizio della percezione, quindi è l’inizio del creare i concetti. Questo verrà più tardi, per il bambino: lui non ode i suoni, li sente, li vive, operano in lui. Nel momento in cui dice: sento dei suoni, vuol dire che ha il concetto di suono, quindi li percepisce.
Non conosco altre lingue, e ne conosco diverse, che giocano così sottilmente e con questa infinita sfumatura sull’elemento del sentire come il linguaggio italiano. È una cosa molto bella, ma diventa complessa. In altre parole, il bambino piccolo sente il suono, la musica, le parole senza poter distinguere che questo suono è una campana, questo suono sono parole di un essere umano, ecc. Che cosa sente? Sente senza udire, senza il concetto, quindi vive nell’anima. Nel momento in cui aggiunge il concetto comincia a percepire nello spirito, perché lo spirito prende posizione e dice: questa è una voce umana, questa è una campana, questo è un tuono. Il bambino piccolo non può dirlo.
Intervento: Questi concetti potrebbero essere innati. Cioè il bambino nasce già col concetto di uomo, poi lo riscopre attraverso le percezioni. Se lui non avesse già in sé il concetto di uomo non ci arriverebbe mai. Diceva già Platone: se non avessimo l’idea di umanità non la riscopriremmo mai. Quindi il bambino nasce già col concetto di uomo, poi piano piano, attraverso la percezione, arriverà a riscoprirlo. Però lui ce l’ha innato, questo concetto, in quanto ha già uno spirito.
Archiati: Certo, certo, certo. Sì e no. Hai del tutto ragione e sbagli completamente.
Prendiamo Rosmini, che ci è più vicino: tra l’altro, sarebbe veramente da augurare all’Italia di masticare Rosmini. Steiner ha tenuto una conferenza intera[40] (forse neanche è tradotta in italiano), su questo filosofo (viveva a Rovereto, vicino a Trento) che ha fatto un passo avanti rispetto a Tommaso d’Aquino e ha portato il linguaggio italiano alle soglie della scienza dello spirito.
Tu mi fai pensare a Rosmini, al suo Nuovo saggio sull’origine delle idee, un trattato sulle idee innate dove, da grosso platonico, dice: le idee o sono innate o non le puoi appiccicare allo spirito umano. O le ha, o non gliele puoi dare dal di fuori. Giusto e sbagliato. Platone viveva ancora – non so se tu hai una minima idea di scienza dello spirito, comunque questi spunti prendeteli e ognuno ne faccia quello che può: sono cose così importanti e vanno affrontate –, Platone, dicevo, molto di più di Aristotele viveva ancora nel mondo delle idee, cioè nel mondo dell’eterico, nel mondo del vitale, nel mondo del Logos universale che opera, e vedeva queste idee operare nel fisico. Quindi il fisico era la manifestazione delle idee, per Platone.
Un giorno, racconta Steiner, c’è stato un colloquio fatidico tra Platone e il suo discepolo Aristotele: Aristotele è più giovane di 30 anni, una generazione. Platone dice: sta’ attento, Aristotele, ora comincia un tipo di umanità tutta diversa e il tuo compito sarà quello di mandare a ramengo questa mia teoria delle idee. Gli esseri umani non avranno più la capacità di porsi direttamente nel mondo delle idee, di vivere in quel mondo: essi stanno cadendo sempre più giù nel mondo della percezione e finiranno per non sapere neanche più cos’è l’idea. Quindi, come io sono stato l’ultimo, diceva Platone, a considerare le idee separate dal mondo fisico, ora il tuo compito è quello di parlare soltanto dello spirito incarnato nel mondo della materia, perché lo spirito non incarnato diventerà pura astrazione per l’umanità che sta venendo.
Allora Aristotele si è detto: bene, basta, via con le idee di Platone, parliamo soltanto dello spirito incarnato nella materia. E la prima categoria, il primo strumento di pensiero che Aristotele ha posto in mano al mondo occidentale, a tutta l’umanità moderna, è la distinzione tra potenzialità e realizzazione della potenzialità, presupposto per ogni evoluzione nel mondo della materia.
Le idee sono eterne, non sono nel mondo dell’evoluzione: il mondo eterico (il mondo delle idee) è l’ultimo gradino del sovrasensibile prima del mondo fisico. Quando vedi queste idee nell’interazione con l’elemento della materia hai a che fare con l’evoluzione, e l’evoluzione è possibile soltanto se distingui tra potenzialità e attualizzazione della potenzialità.
Le idee sono innate potenzialmente, e questa distinzione, che è uno degli strumenti fondamentali del pensiero di Aristotele, non è facile usarla come strumento e vederla in tutte le sue conseguenze. Noi prima, riferendoci a questo bambinetto sulla lavagna, dicevamo che l’idea di uomo non ce l’ha. Il tuo ragionamento era: o ce l’ha o non ce l’ha, questa idea, e se non ce l’ha non gliela potrai mai appiccicare, non salterà mai fuori.
Io, stamattina, dicevo che ci sono modi, vie, per arrivare direttamente alla scienza dello spirito tramite argomentazione sperimentale, restando a ciò che percepiamo, senza appellarci alla fede nella scienza dello spirito (perché è una scienza, appunto, non una fede). Dicevo che la percezione pura è l’anelito al concetto: sento che mi manca il concetto. La percezione pura è dunque un sentimento di carenza, di desiderio, di anelito – cos’è? cos’è? cos’è?
Ora, tu ci porti a un’altra matrice di passaggio dalla scienza naturale (che è la scienza del mondo della percezione) alla scienza dello spirito (che è la scienza del pensare, dell’elemento spirituale), perché dici: o ce le ha, o non ce le ha, le idee, questo nanerottolo! Io ti ho detto: dài, prendiamo Aristotele e diciamo che ce le ha potenzialmente.
Sì, ma dove? Come? Dimmelo più concretamente, dirai tu.
È il suo Io superiore che ha tutte queste idee. Questo nanerottolo è mica soltanto un pezzo di materia: è uno spirito che è già in evoluzione da millenni.

Fig. 27
I concetti che noi ci facciamo ce li abbiamo da sempre, ma di volta in volta li portiamo a coscienza, e portandoli a coscienza non è che li facciamo sorgere in assoluto – c’erano già, li porto solo a coscienza.
In altre parole, essere piccoli significa che lo spirito dell’uomo aleggia sul corpo perché lo sta ancora formando: quando il corpo, quando le strutture del cervello sono formate al punto giusto, lo spirito si serve del cervello come specchio e porta a coscienza i concetti innati. Certo che sono innati, i concetti.
Replica: Quindi è un processo deduttivo. Il bambino da questa idea deduttivamente arriva poi a questo concetto, ma lui sta deducendo non sta inducendo. Cioè, non è che andiamo dalla percezione, dall’impressione, al concetto (che sarebbe un procedimento induttivo), ma io il concetto già ce l’ho e poi, dalle percezioni deduco questo concetto che è innato, arrivo al concetto. Se non avessi il concetto di equinità non riconoscerei un cavallo, devo averlo in me il concetto di equinità. O di umanità. Il concetto astratto io ce l’ho, la categoria ce l’ho. Poi piano piano dalla percezione deduco.
Archiati: No, sta’ attento: il problema è che la scienza naturale si è specializzata sul mondo della percezione e il suo, come tu dici giustamente, è un procedere per via induttiva. Giustamente. Però sta’ attento che questo tipo di scientificità travalica il suo campo quando dice che la cosiddetta deduzione è meno scientifica. Perché la deduzione deve essere meno scientifica? Soltanto perché tu sai fare soltanto l’induzione? Allora, se considerare la percezione è un processo di induzione e considerare il concetto è un processo di deduzione, perché quest’ultimo processo deve essere per tuo decreto terroristico meno scientifico?
Replica: Ma io dico che è deduttivo, infatti, non induttivo!
Archiati: Quindi le leggi del pensare sono deduttive, devo dedurle dallo spirito. Sia il processo di induzione sia il processo di deduzione possono essere ugualmente scientifici se ci atteniamo alla percezione.

Il processo di deduzione lo devo percepire per essere scientifico, ed è possibile, lo sto spiegando. E se uno capisce questa struttura vede, in un modo proprio scientifico, che nella scienza dello spirito si incontrano i due mondi – quello della cosiddetta materia (il mondo della percezione) e quello dello spirito – e diventa una scienza veramente integrale. Perché una scienza che conosce, indaga soltanto la materia per via del percepibile, per via di induzione, non è una scienza, non mi parla del reale, non ha in mano il reale: il mondo della materia non è la realtà, non è neanche la metà della realtà.
Intervento: Però in questo c’è la volontà, nel senso che io mi posso fermare alla rappresentazione senza arrivare al concetto: noi di tante cose non arriviamo ad avere il concetto, ci fermiamo alla percezione, alla rappresentazione, ci fermiamo alla parola, al linguaggio. Per arrivare al concetto io devo metterci il desiderio di arrivarci, perché per arrivare anche al semplice concetto di triangolo, io devo mettere dentro una volontà di azione, la volontà di fare questo processo.
Archiati: Nel libro Il pensiero nell’uomo e nel mondo[41] di Rudolf Steiner, ci sono quattro conferenze importantissime che vanno studiate: lì viene detto, nella prima conferenza, che la stragrande maggioranza delle persone, oggi, non ha nessun concetto, non ha nessun pensiero, ha solo parole e quei tipi di rappresentazione, quei tipi di sentimento che il linguaggio evoca di per sé, come vissuto automatico.
La maggior parte delle persone non ha il concetto di uomo: ha la parola «uomo» e ha quel tipo di sentimento che la parola le evoca, perché l’ha sentita tante volte. Tante persone non pensano neanche che la parola «uomo» comprende anche la donna (perché si intende l’essere umano), tante persone, che veramente vivono soltanto al livello del linguaggio, pensano che indichi il maschio. In italiano il concetto di «uomo», in quanto abbraccia sia l’uomo sia la donna, molte persone non ce l’hanno neanche, perché abbiamo a che fare con un linguaggio che usa una parola maschile valida per tutti e due i sessi. Più patriarcali di così non si può essere! Il tedesco ha: Man, uomo in quanto maschio, Frau, donna e Mensch è l’essere umano e vale per tutti e due: quest’ultima categoria che abbraccia i due sessi in italiano non c’è.
Intervento: C’è: è «essere umano».
Archiati: Ma sono due parole, scusate! Quando ero all’Università Gregoriana, qui a Roma, e si facevano i semestri in latino, ditemi voi come si potevano tradurre le parole tecniche in latino. Treno, per esempio: curruum agmen aquae vapore tractum = una schiera di carri tirati dal vapore dell’acqua. Poi è arrivato il treno elettrico, e la lingua latina non sapeva più dire nulla! Quindi «essere umano» non è un concetto, sono due concetti.
Intervento: Persona.
Archiati: Persona è un altro concetto. Tutt’altro concetto.
Intervento: L’umano.
Archiati: No, l’umano è ancora un tutt’altro concetto. In tedesco l’umano è das Menschliche.
Cos’è la percezione? È una deduzione, un processo di deduzione. Nella percezione deduco che mi manca il concetto. O, se volete, è un processo di induzione: la percezione mi induce a pensare. Quindi sia il concetto di induzione sia il concetto di deduzione, siccome si incontrano, vengono sciolti dai loro dogmatismi.
Che significa indurre? La percezione mi induce al concetto, e dal concetto deduco che nella percezione non avevo ancora la realtà. Quindi ciò che noi chiamiamo induzione e deduzione hanno senso, tutti e due, soltanto nella loro interazione. La scienza naturale moderna non conosce l’interazione tra i due sistemi.
Certo che un Hegel (e chi lo conosce, Hegel?, dirà qualcuno, qui) va soltanto per deduzione metafisica, fa come se noi fossimo ancora ai tempi di Platone, tanto è vero che la filosofia di Hegel è l’ultima filosofia fondata sulle idee. Ma Schopenhauer gli diceva: signor Hegel, di che cosa sta parlando? Hegel partiva dai concetti, partiva dalle idee e deduceva tutta la realtà. Tutto ciò che è ideale è reale, diceva. Un giorno gli fu chiesto: e se il mondo non fosse così come l’ha pensato lei? Sapete cosa ha risposto Hegel? Tanto peggio per il mondo! Il mondo ha un problema se non è fatto come lo vuole il pensare, ma il pensare non ha problemi! Un bel caratterino.
Erano gli ultimi grandi pensatori, Hegel, Fichte e Schelling. La scienza dello spirito di Steiner si allaccia a questi energumeni dello spirito, però dice: cari signori, dobbiamo fare i conti con la scienza naturale, e la scientificità è nell’interazione tra il dato di percezione (che è il campo di indagine privilegiato della scienza naturale) e il dato di concetto (che è il campo privilegiato dello spirito pensante). Ma è nell’interazione che sorge la scientificità, nel dialogo che sorge tra percezione e concetto.
V,24 «Chi giudica così non ha mai compreso chiaramente cosa sia la percezione senza il concetto. Guardiamo dunque un momento questo mondo della percezione. Ci appare come un aggregato di singole cose senza nesso, semplicemente una accanto all’altra nello spazio, e una dopo l’altra nel tempo».
(V,24) Nessuna, delle cose che entrano o escono dalla scena della percezione, ha alcunché da fare con l’altra, il mondo è una molteplicità di oggetti equivalenti.
Quando io percepisco un altro uomo non percepisco il naso, non percepisco gli occhi, non percepisco il mento, la fronte: a livello di pura percezione, se ci tiro via i concetti, resta una farragine, resta nulla. Bisogna ammutolire perché nel momento in cui io dico qualcosa uso concetti, quindi la percezione pura è l’ammutolire del pensiero. E allora si sta zitti. Nel momento in cui dici, devi parlare o di naso, o di occhi… « …il mondo è una molteplicità di oggetti equivalenti».
(V,24) Nessuno ha una parte più importante dell’altro nel congegno del mondo. Per capire che questo o quel fatto ha maggiore importanza degli altri, dobbiamo interrogare il nostro pensare.
Questo pezzo di volto qui (indica sotto lo zigomo, ndr) è più importante di quest’altro pezzo qui (indica il naso, ndr)? No, qui sotto lo zigomo (non intendo i denti, eh?) non avviene quasi nulla... Come faccio a dare più importanza a quello che avviene nel naso, o negli occhi, piuttosto che a quello che avviene sotto lo zigomo? Col pensare. Dico: qui ci sono i punti nevralgici – naso, occhi, orecchie, bocca – e altrove ho punti di passaggio, di connessione. Ma li distinguo soltanto col pensare. Fate questo discorso al bambino piccolo di 6 mesi: non ci capisce nulla. Non sa cos’è il naso, non sa cos’è l’orecchio, non sa cos’è la bocca, non lo sa!
(V,24) Senza il pensiero funzionante, l’organo rudimentale del corpo di un animale, che è senza importanza per la sua vita, ci appare dello stesso valore dell’organo che ha la più grande importanza. I singoli fatti acquistano la loro importanza per sé e per le altre parti del mondo, solo quando il pensare tira le sue fila da essere a essere. Questa attività del pensare è un’attività piena di contenuto.
In altre parole, quando io penso «naso», questo concetto è pieno di contenuto, contiene tutto ciò che il naso fa, come esperienza di olfatto, ecc. Il naso è una realtà, è una unità pensata dallo spirito pensatore ed evidenziata, resa percepibile a livello di percezione. Questa attività del pensare è un’attività piena di contenuto.
Vedo un uomo e dico: questa è la testa. Il concetto di testa è vuoto di contenuto? È un mondo che non finisce più, è pieno di contenuto. La testa come pura percezione, cos’è? Neanche una testa vuota. Non è una testa, magari fosse una testa vuota! Perché una testa vuota è una potenzialità a riempirla, sennò non sarebbe testa. Quindi, a livello di percezione, cos’è la testa? Nulla, è senza contenuto. Nel momento in cui io ci metto un contenuto, mi muovo nell’elemento del pensare.
(V,24) Infatti soltanto grazie a un contenuto concreto ben determinato posso sapere perché la chiocciola si trovi su un gradino di organizzazione più basso {meno complesso} che il leone. La sola vista, la percezione, non mi dà alcun contenuto che possa istruirmi riguardo alla maggiore o minore perfezione di un organismo.
Fa un discorso razzista, Steiner, quando mette il leone al di sopra della chiocciola? È una discriminazione? Lui non dice che il leone è meglio, non dice che il leone è più progredito della chiocciola, dice che l’organismo del leone è più complesso di quello della chiocciola. E «più complesso» o è un giudizio giusto o non è giusto, o è vero o non è vero. Quindi non è un giudizio morale, ma un giudizio conoscitivo, e ti dice: guarda che il pensiero che sta alla base dell’organismo di un leone è molto più complesso che non il pensiero che sta alla base di una chiocciola.
E il pensiero che sta alla base dell’organismo umano è ancora molto più complesso che non il pensiero che sta alla base dell’organismo del leone. Visto che porta l’esempio del leone, e visto che io sto redigendo le conferenze sull’Apocalisse tenute a Norimberga da Steiner (volume 104 dell’Opera Omnia), forse ricorderete che viene detto che ai tempi dell’Atlantide c’erano tre fondamentali anime di gruppo, tre pensate fondamentali, tre organismi fondamentali: quello dell’aquila, quello del leone e quello del toro.
Il concetto di toro è quello di un organismo animale tutto incentrato sugli arti, sul ricambio: i sistemi ritmico e neurosensoriale sono al suo servizio.
Il concetto di leone è quello di un organismo animale dove il sistema ritmico è preponderante, mentre quelli neurosensoriale e del ricambio sono susservienti.
Il concetto di aquila è quello di un organismo che pone al centro della funzionalità l’apparato neurosensoriale, e perciò il fattore ritmico e il metabolico (ricambio) si fanno strumento.
E il concetto di uomo? È la sintesi armonica di tutti e tre, ecco il concetto di uomo.

I tre sistemi fondamentali, unilaterali negli animali, si equilibrano nell’uomo.
Negli uccelli prevale il neurosensoriale: basta guardare le zampettine, ed è chiarissimo che volano e vivono nell’elemento neurosensoriale: sono tutta testa.
Fisiologicamente, il concetto del leone è che il rapporto tra circolazione e respirazione, cioè tra i due ritmi fondamentali dell’organismo, deve essere assolutamente preciso, al milionesimo: dev’essere di 4 a 1 (4 battiti, 1 respiro). Il leone non mangia perché ha fame, mangia perché il rapporto tra sangue e respirazione si è spostato di un minimo e non lo sopporta.
La mucca mangia perché ha fame, perché vuol ruminare, digerire e ridigerire: la mucca, il toro vivono nel sistema metabolico perché il loro concetto costituente, il loro pensiero architettonico è nel metabolico.
Invece il leone, proprio come concetto, è un organismo animale fondato sulla perfezione del sistema ritmico: il leone smette subito di mangiare, di agguantare la preda, nel momento in cui il rapporto tra respirazione e circolazione (respiri e battiti) è ritornato ad essere assolutamente preciso. Quando è 4 a 1,001, rrrrrhhhhh, deve di nuovo tornare a 1 preciso.
Per l’uomo, il Creatore pensa, crea e realizza un organismo come strumento dell’evoluzione dello spirito umano nel quale il pensare, il sentire e il volere si equilibrano a vicenda, nessuno soverchia l’altro, e ognuno fa da supporto all’altro.
Dove si è unilaterali nel pensiero cosa c’è? Il cinico che pensa, pensa, pensa, non sente nulla e non fa nulla.
Quando c’è un’ipertrofia della volontà, cosa avviene? Il terrorista!
E quando c’è un’ipertrofia del sentimento? Autogodimento! In tutta questa discussione sulla vicenda di Eluana, cosa prevale? Il sentimento. Le emozioni. Non si può dire che prevalga la ricerca di conoscenza oggettiva, che si lascino da parte le proprie emozioni (che non sono importanti) e si guardi a cosa c’è da fare, alle azioni da compiere: no, stanno in primo piano i sentimenti e le emozioni.
Il concetto dell’umano è il giusto equilibrio. Una gran bella cosa! Possiamo dire che durante l’evoluzione saturnia della Terra (Terra1) prevalevano le forze di volontà, durante il Sole (Terra2) prevalevano le forze del sentimento e durante l’evoluzione planetaria della Luna (Terra3) le forze dell’astrale, del pensiero. Nell’attuale evoluzione Terra (Terra4), le forze dell’io creano sempre di nuovo l’equilibrio tra pensiero, sentimento, e volontà.
L’Apocalisse ne parla in modo bellissimo, ma è un testo che si può leggere soltanto con le chiavi di interpretazione di una scienza dello spirito. L’Apocalisse è un testo fondamentale di esoterismo, presuppone il linguaggio specifico, cifrato, il linguaggio tecnico dell’esoterismo.
V,24 «La sola vista, la percezione, non mi dà alcun contenuto che possa istruirmi riguardo alla maggiore o minore perfezione di un organismo».
V,25 Questo contenuto, il pensare lo porta incontro alla percezione, attingendolo al mondo dei concetti e delle idee.
La persona che è intervenuta prima diceva: ma le idee sono innate. Sono innate nell’Io spirituale, nell’Io superiore e potenzialmente sono innate, sono recepibili al livello di coscienza dell’io normale, della coscienza normale. E l’Io superiore, lo spirito di ciascuno di noi, da dove li prende i concetti? Se il pensare prendesse i concetti, non sarebbe un pensare, perché il prendere sarebbe una percezione. Il fenomeno primigenio del pensare è l’intuire, e intuire significa creare il pensiero. Quindi ciò che è innato allo spirito umano pensatore non sono le idee, ma è innata la capacità di crearle. È ancora meglio!
Intervento: Di riscoprirle.
Archiati: Di riscoprirle è una dicitura che porta a fraintendimento, perché riscoprire significa che c’è già e io lo devo scoprire. L’intuito non scopre, crea.
Intervento: La reminiscenza di cui parlava Platone, non è la stessa cosa di riscoprire? Oppure è un concetto diverso?
Archiati: Qui ci serve l’interazione fra induzione e deduzione, soltanto come piccolo accenno. Una delle affermazioni fondamentali di Platone è: conoscere vuol dire ricordare, la famosa «reminiscenza»�[42]. Tra l’altro, ve l’ho detto già altre volte, in italiano:
ricordare è un riportare al cuore: ricordare,
(cor - cordis in latino è il cuore);
rammentare si riferisce maggiormente alla mente;
rimembrare è il riportare alle membra.
In italiano usiamo molto di più il primo: ricordare. La lingua tedesca dice er-innern: ri-interiorizzare, portare all’interiorità della coscienza, cioè portare a coscienza – sia al livello della testa, sia al livello del cuore, sia al livello delle membra.
Torniamo a Platone che dice: conoscere significa ricordarci delle idee che abbiamo avuto prima di nascere (sennò di che cosa ci ricordiamo?). C’è in Platone il concetto, dato per scontato – e dobbiamo rendercene conto perché è molto importante –, che l’essere umano c’era ancor prima di nascere.
La nostra cultura poverina poverina ha perso di vista il concetto della preesistenza. Il pensiero che l’essere umano sia uno spirito è sparito, e l’anima, questa larva di spirito, non esiste prima del concepimento. Dio crea l’anima soltanto quando comincia a esserci il sostrato corporeo. Più materialisti di così, ve l’ho detto diverse volte, non si può essere! Perché se questa anima non può esistere prima e senza il corpo, non può nemmeno esistere quando il corpo sparisce. Se non può esistere senza il corpo prima del corpo, deve smettere di esistere quando smette di esistere il corpo.
È importante che ci rendiamo conto di che cosa è andato perso e che cosa vogliamo recuperare, adesso, a livello cosciente. Per Platone era ancora scontato che io, prima di nascere, cioè prima di congiungermi col corpo, ero un essere spirituale che aveva delle idee nel mondo spirituale. Perciò «conoscere», quando siamo incorporati, significa ricordarsi delle idee che avevo prima di nascere.
Riconsideriamo il bambino piccolo: il corpo è piccolo, ma non il suo spirito. Il suo spirito è una realtà, c’è il portato di millenni di evoluzione in questo spirito: adesso si sta incarnando e quando il cervello avrà una struttura sufficientemente complessa si ricorderà, porterà a coscienza tutte le idee che sono nel suo spirito, una dopo l’altra e potenzialmente tutte. Ma cos’è il suo spirito? Un’infinità di idee.
Conoscere, pensare, significa ricordarsi, portare a coscienza le idee che abbiamo come spiriti prima di nascere, dopo morti e mentre siamo incarnati. Perciò diciamo che nella coscienza non ci sono realtà: nella coscienza io ho soltanto realtà speculari, immagini riflesse.
Adesso mi rivolgo alla persona che parlava prima di deduzione e induzione.
Se io, sperimentalmente, fenomenologicamente constato per percezione scientifica che nella coscienza non ci sono realtà – non c’è la carota che mi fa sparire la fame, ma c’è soltanto la rappresentazione della carota, e così è per ogni cosa –, quale processo di induzione è assolutamente scientifico? Che nessuna immagine può sorgere senza che ci sia una realtà. Perché ogni immagine è immagine di una realtà, quindi questo processo di illazione è assolutamente scientifico.
È come dire: se io vedo l’immagine di me nello specchio, è possibile che questa immagine sorga senza di me? No. Quindi il carattere speculare dei contenuti della coscienza ci costringe a fare questo processo di illazione e dire: ma allora ci devono essere le realtà!
E allora, cosa ho io, di me, nella mia coscienza? Ho la coscienza dell’Io, non l’Io, e la coscienza dell’Io è l’immagine dell’Io. Se nella mia coscienza ordinaria non ho l’Io spirituale operante reale ma ne ho l’immagine – quindi l’autocoscienza è l’immagine speculare dell’Io –, questo non soltanto mi autorizza ma mi induce a dedurre che ci deve essere un Io spirituale che si rispecchia nella mia coscienza.
Quindi il significato del corpo, il significato del cervello, è l’autocoscienza che ci permette di risalire per induzione alla realtà spirituale dell’io. Il senso del corpo è di portare a coscienza il mio essere spirituale che pensa e opera nel mondo spirituale. E cosa faccio? Mi viene voglia di liberare sempre di più questo pensare dall’interazione col cervello, perché ho imparato che, nella misura in cui è in interazione col cervello, ho soltanto immagini speculari, mentre affrancandomi sempre di più, entrando sempre di più con la mia volontà dentro al pensare, risalgo e rientro nel mio spirito che pensa.
La meditazione, tutto il cammino per l’iniziazione, è il cammino di rendere il pensare sempre più indipendente dal cervello, libero dal corpo. Ciò non avviene con una botta, avviene attraverso esercizi ripetuti, ripetuti, ripetuti.
Qualcuno diceva prima: il pensare sulla falsariga del linguaggio è un pensare del tutto passivo, ma se io mi metto a ripercorrere i cammini che hanno portato alle parole ricreo io per attività spirituale i concetti che sono alla base delle parole, e mi affranco dal linguaggio. Allora sì che ho i concetti, e non soltanto le parole. Però è un lungo cammino da fare.
V,25 «Questo contenuto, il pensare lo porta incontro alla percezione, attingendolo al mondo dei concetti e delle idee». Il fenomeno originario del pensare è l’intuire. Quando uno capisce qualcosa, qual è la causa di questo capire? Cos’è che causa il capire?
Intervento: Il pensare.
Archiati: Il pensare non è la causa del capire, il pensare è capire. Questa immediatezza della luce del pensare che capisce, perché crea i concetti, i filosofi la chiamavano evidenza. C’era il buio, si accende la luce e le cose si evidenziano. In italiano si dice: è evidente, no? O lo capisci o non lo capisci. Quando qualcosa è evidente è perché il pensare intuitivamente accende la luce. Capire è capire, o capisci o non capisci.
Il pensare non viene causato, è un inizio assoluto di creazione. Dove lo spirito pensa, c’è un inizio assoluto: non viene causato da un’altra causa. Lo spirito che pensa e che vuole causa tutto ma non viene causato. Questo concetto dello spirito puro è uno dei più difficili per l’uomo materialistico di oggi, e ci arriva sempre di più esercitandosi a pensare, perché il pensare è l’esercizio della creazione dal nulla, è partire dall’inizio.
Il pensare causa, ma non è mai causato, perché se il pensare fosse causato dovremmo attribuire alla causa del pensare un peso maggiore che non al pensare. E cos’è che può causare il pensare? Vi viene da pensare qualcosa? No, no. Quindi il pensare è origine prima in assoluto, prima del pensare non c’è nulla. O, se volete, invece di «pensare» possiamo dire: lo spirito pensante, perché il pensare è una categoria per noi oggi di passaggio. Il pensare è al livello dell’eterico, però al livello dell’astrale c’è il pensatore che ama, e a livello dello spirito c’è il pensatore.
1. il pensatore è lo spirito;
2. il pensatore che ama è l’anima;
3. il pensatore nei suoi contenuti che vuol realizzare è l’eterico;
4. il pensatore in quanto realizza i suoi contenuti a livello di percezione fisica, è il mondo materiale che noi conosciamo.
Intervento: Qual è la differenza tra conoscenza e coscienza?
Archiati: La conoscenza è, lo leggevamo poco fa nel testo, il confluire della percezione, che viene da sotto, diciamo, e del concetto che viene da sopra. Quando percezione e concetto si uniscono ho la conoscenza della cosa e dico: quello è un leone. La conoscenza del leone è il congiungersi della percezione del leone col concetto di leone: e ho la conoscenza.

Replica: Questo l’ho capito. Ma la differenza tra conoscenza e coscienza?
Archiati: Ecco, ci sto arrivando. Vedi che nel concetto di conoscenza, dove confluiscono il concetto e la percezione, non c’è l’organismo? Invece, per avere la coscienza devo avere l’organismo umano: ci metto il corpo umano. Allora la conoscenza – cioè la concettualizzazione e la percezione – devono venire in interazione col cervello fisico, e allora porto a coscienza tutto questo processo di conoscenza. E dico: sono io che conosco, in quanto sono io a congiungere concetto e percezione. E dicendo che sono io, mostro che non soltanto lo faccio ma che ne ho coscienza.

Fig. 28
Portare a coscienza presuppone l’interazione tra lo spirito umano e l’organismo fisico, soprattutto il cervello, l’elemento neurosensoriale. Addormentarsi significa che tutto questo lavorio dello spirito si disconnette dal cervello, e allora non c’è più la coscienza. Di notte non conosciamo? Ma certo che conosciamo, continuiamo a conoscere, ma non ne abbiamo coscienza perché manca l’interazione con il cervello fisico. Risvegliarsi significa riconnettere lo spirito con lo strumento fisico, e allora il processo di conoscenza, il processo di pensiero che è sempre in atto anche di notte, viene portato di nuovo a coscienza. Eccomi qua! Io penso! Ma pensavi anche mezz’ora prima, mentre dormivi. Però adesso lo riporto a coscienza, ne sono conscio.
Quando tu vuoi dire a uno che è un po’ sconsiderato, gli dici: «tu sei inconoscente»?! No, gli dici: sei incosciente, non ti rendi conto di quello che fai, non hai coscienza di quello che fai!
Intervento: Qualche volta succede che magari vai a dormire e hai un problema, qualcosa che non capisci: ti svegli e hai l’intuizione. Allora di notte, quando sogni, non è che hai solo la conoscenza, può diventare anche coscienza, la tua conoscenza.
Archiati: E allora perché hai aspettato di svegliarti per risolvere il problema? Tu hai detto: quando ti svegli. E adesso stai dicendo: no, anche prima. Te ne rendi conto quando ti svegli o prima?
Replica: Quando mi sveglio.
Archiati: E allora? Quando ti svegli viene portato a coscienza.
Archiati: Ma il lavorio avviene durante la conoscenza notturna, cioè si creano tutti i presupposti, si preparano, sono pronti per passare alla coscienza nel momento in cui ti svegli.
Archiati: Sì certo. Facciamo una pausa. Anzi, prima vi riporto il contenuto di un bigliettino che mi è stato dato. Diceva più o meno così: «Sono bellissime le cose che tu dici, caro Pietro, però vieni interrotto troppo spesso. Io sono venuto (o venuta?) per ascoltare te».
Comunque dopo la pausa parlerete voi.
*******
Intervento: Mi riferisco alla creazione dei concetti, perché non riesco a chiarire un fatto. Nello stato di veglia siamo praticamente immersi nell’elemento della percezione e contestualmente nell’elemento del pensare. Allora, di fronte all’oggetto che percepiamo e che ci fa attivare il pensare, quanto è necessaria la parola, il nome, per creare il concetto? Rifaccio la domanda in altro modo. Mi vengono in mente i tuoi ragazzini del Laos: supponi che tu, prima, non gli avessi mai parlato dell’ascensore e loro avessero visto quell’ascensore. Se tu non gli dicevi: si chiama ascensore, potevano creare il concetto?
Archiati: La tua domanda dice: si può creare il concetto di una cosa senza la percezione?
Replica: Ho chiesto quanto è necessaria la parola per creare il concetto dell’oggetto che percepisco.
Archiati: Il concetto di leone si può creare anche senza la percezione del leone, la rappresentazione non può sorgere senza la percezione.
Replica: Ma io parlavo della parola leone.
Archiati: Sì, ho capito. Se è vero che si può creare il concetto addirittura senza la percezione…
Replica: E questo già mi sconvolge un po’…
Archiati: Eh sì, bisogna muovere un po’ le carte, sennò… Il problema è che tra la percezione e il concetto che creo io col mio pensiero si interpone il linguaggio. Il bambino ha già sentito tante volte dal linguaggio di papà e mamma: quello è un leone. Anzi, diciamo: quella è una mucca. Il bambino di 5-6-7 anni dice: mucca. Sta creando un concetto o ha soltanto la parola?
Replica: Sta creando il concetto.
Archiati: I concetti creati dagli spiriti umani nel passato, i concetti creati dagli spiriti umani sotto l’ispirazione di uno Spirito di popolo (cioè un Arcangelo), si cristallizzano in un linguaggio. Questi concetti cristallizzati nel linguaggio sono potenzialmente individualizzabili dalla concettualizzazione dell’individuo. Però è una potenzialità.
Ogni parola del linguaggio è una potenzialità di creazione individuale di un concetto, in base al processo di pensiero individuale dell’individuo. Però è una potenzialità, ripeto, non deve avvenire per forza questa creazione. Può avvenire.
Quando io dico: lo so che è un leone!, in effetti lo so sì e no. Lo so a livello potenziale, ho la parola «leone», ma non vuol dire che ho creato io il concetto del leone.
Il fenomeno della libertà va sempre capito a partire da una potenzialità: se non c’è una potenzialità non puoi esprimere la libertà, non hai la possibilità di far nulla. Se la potenzialità è già attuata, non hai nulla da fare. La libertà è un processo reso possibile, e per venir reso possibile bisogna che ci sia un inizio e che non ci sia già la fine: perché se non c’è un inizio non parte, e se c’è la fine, è già arrivato. Questo è ciò che Aristotele chiama «potenzialità».
La libertà è la potenzialità intrinseca all’essere umano di diventare sempre più creatore al livello del pensiero. Cosa sono le parole del linguaggio? Son tutte percezioni, e la percezione è la potenzialità a creare il concetto. «Leone» è una percezione del linguaggio italiano.
Intervento: Ho capito, ma lui diceva: se io non conosco la parola leone però ho la percezione del leone, senza la parola sono in grado di formarmi il concetto? A me verrebbe da dire: sì, magari non inventi la parola leone, lo chiami papavero, per dire, e poi non ti capisci con gli altri, però la possibilità di creare il concetto ce l’hai ugualmente anche senza la parola.
Archiati: Prendiamo il concetto di leone che io dicevo prima. Ogni organismo animale ha un sistema neurosensoriale, ha un sistema metabolico e di ricambio e ha un sistema ritmico. Io dicevo: il concetto di leone è che in questo organismo animale il sistema ritmico centrale viene preso come elemento strutturante e gli altri due sono di accompagnamento. Cosa sto facendo? Sto creando il concetto di leone.
Creare un concetto significa mettere in rapporto fra di loro un’infinità di parole del linguaggio: quante parole ho usato io, fino adesso? Un sacco! Tutte le parole che io ho usato cercando di creare almeno embrionalmente il concetto di leone sono percezioni (voi non ve ne accorgete perché vi parlo in italiano, ma per uno che non capisce nulla di italiano ogni parola sarebbe una percezione pura: percepisce, ma non sa cosa vuol dire). Il linguaggio incipientemente è percezione, perché c’è già, le parole ci sono già. La prima volta che il bambino sente la parola mucca o sente la parola leone, è percezione. Percepisce la parola. Questo intendevo dire. Ma la domanda è complessa, non è che gli puoi dare una rispostina.
Intervento: Tu adesso, nel caso del leone, hai descritto quei tre sistemi: però sono comuni a tutti gli animali. Ma non dovresti tratteggiare i caratteri essenziali del leone, perché praticamente nel concetto ci sono i caratteri specifici…
Archiati: No, non sono comuni allo stesso modo. Sono tre sistemi strutturati diversamente. Il concetto di leone non dice che il leone ha altri sistemi oltre a questi tre, ma dice il suo modo specifico di strutturarli: questa è la specie leonina. La specie leonina è il modo specifico di strutturare i tre elementi che sono comuni a tutti gli organismi animali. Argomentando in questo modo stiamo cesellando, stiamo mettendo a fuoco il concetto di leone. Il concetto di animale ti dice: ogni organismo animale ha tutti e tre i sistemi.
Intervento: Attualmente c’è la fissazione sull’elemento percepibile, quindi il processo che fa la scienza conduce inevitabilmente a confondere le conditio sine qua non con le cause. Se io, infatti, ignoro che esiste quell’altro tipo di realtà che c’è nell’eterico, nell’astrale e nell’io, e quindi mi fisso unicamente sull’elemento percepibile materiale, cioè sul fisico, è inevitabile che si crei questa confusione. Lo scienziato, per fare un passo in avanti, dovrebbe comunque incominciare a pensare che la manifestazione nel visibile, nel sensibile, può essere dovuta a cause che non sono visibili.
Archiati: Prendiamo il fenomeno più grosso, più fondamentale (e rifacciamo esercizi già fatti, ma sempre da rifare). La maggior parte dei neurobiologi dicono che quello che avviene nel cervello è la causa, e i fenomeni di coscienza sono l’effetto. Tant’è vero che se comprometti, se ferisci parti del cervello, di conseguenza non avvengono o vengono distorti certi elementi di coscienza.
Lo scienziato naturale, siccome sperimentalmente è fissato sulle percezioni di quello che avviene, non è un esperto del pensare, quindi non si rende conto di quali altre cose si potrebbero pensare: descrive, descrive, descrive quello che avviene nel cervello, quello che avviene nella coscienza.
Nella rivista Spiegel, molto in voga in Germania, c’era un articolo dove si diceva che alcuni scienziati hanno applicato 128 catodi sul cranio di un monaco buddista prima della meditazione e dopo hanno registrato processi di pensiero 28 volte più potenti che non in uno studente che stava preparando un esame. Qual è la causa di questa attività del cervello?
Gli scienziati dicono al monaco: adesso medita – e nel momento in cui comincia a meditare e ha immagini della sua meditazione (pensa al suo Buddha o a quello che sia), qui nel cervello avvengono tante cose. Quindi, avendo talmente tanto da descrivere a livello di percezione e non essendo mai stati educati al pensare, non avendo cioè una formazione di pensiero, gli scienziati non pensano due pensieri fondamentali che io vorrei aggiungere.
Supponiamo che sia vero che senza il cervello non avvengono i fenomeni di coscienza. Però, il fatto che senza il cervello non avvengono i fenomeni di coscienza non sta a significare che il cervello è la causa dei fenomeni di coscienza. La conditio sine qua non non è la causa. Per conficcare un chiodo nel muro, il martello è la conditio sine qua non, non posso farlo senza il martello, ma il martello non è la causa, perché il martello da solo non fa nulla. Il martello è una condizione necessaria, ma una condizione necessaria non è la causa! Nella formazione filosofica questa distinzione tra condizione necessaria e causa è fondamentale.
Il concetto di causa è che, quando la causa è in opera, l’effetto di necessità si verifica. Allora è causa. È causa quando sortisce di necessità l’effetto, sennò non è la causa. E il martello di necessità non sortisce nulla.
Allora, se il cervello è lo strumento necessario, resta la domanda: chi si serve del cervello? Chi se l’è fatto, questo strumento? Il cervello si è fatto da solo? Il cervello, essendo una struttura materiale, non può essere causa prima. Lo spirito è causa prima, non la materia. Allora, chi ha fatto il cervello? E l’ha fatto come strumento per raggiungere che cosa?
L’ha fatto come strumento per portare a coscienza i fenomeni dello spirito.
L’Io, lo spirito umano individualizzato, si è costruito un cervello per portare a coscienza tutto quello che ha dentro di sé – così come io fabbrico un violino come strumento per la musica, fabbrico un martello come strumento per conficcare il chiodo. Lo strumento non si fabbrica da solo, quindi la domanda è: chi ha fatto il cervello? Lo spirito che vuole servirsene come strumento necessario per portare a coscienza i suoi contenuti: i suoi pensieri, le sue volizioni, i suoi sentimenti.
Il problema è che lo scienziato naturale di oggi, quando gli parli di spirito, ti dice: ma di che cosa parli? Perché per lui lo spirito puro è una non realtà, quello è il problema.
Quindi, dire che senza il cervello non ci sono fenomeni di coscienza, non mi dice ancora nulla: mi dice soltanto che il cervello è lo strumento necessario, la conditio sine qua non, ma non la causa. La causa deve essere causante, e il cervello non causa nulla.
L’essere umano che siamo noi, ha nella coscienza tante cose: ora si addormenta. Cosa è avvenuto nel cervello? Nulla, è lo stesso cervello! Se il cervello fosse la causa dei fenomeni di coscienza, questi dovrebbero continuare, perché non è cambiato nulla nel cervello. Allora, se addormentandoci cessano i fenomeni di coscienza, è come quando io smetto di usare il martello e il chiodo smette di conficcarsi nel muro.
Addormentarsi significa che lo spirito termina di usare il cervello, ne interrompe l’uso. Ma è così logico! Quindi la causa della coscienza è lo spirito che si serve dello strumento-cervello per portare a coscienza i suoi contenuti.
E proprio perché è giusto quello che dice la scienza naturale, cioè che c’è un rapporto strettissimo, un’interazione strettissima tra gli eventi nel cervello e gli eventi di coscienza (in un certo senso lo strumento necessario è una concausa perché concorre all’effetto), e siccome nella coscienza non ci sono realtà ma soltanto immagini, proprio per questo fatto, da queste immagini dove risaliamo per induzione? Alle realtà.
Dicevamo che l’immagine più importante della coscienza è la coscienza dell’Io. Ma la coscienza dell’Io non è l’Io, ne è l’immagine riflessa nella coscienza. So di essere un Io. Ma dov’è il mio Io? Dove sono Io? Nella coscienza ho solo l’immagine speculare dell’Io.
Intervento: Sarebbero le ombre delle idee di Platone?
Archiati: Bravo, il mito della caverna di Platone[43]. Non posso avere l’ombra senza che ci sia qualcuno che la proietta. Quindi non posso avere nella coscienza la coscienza dell’Io senza che ci sia l’Io. Però l’Io non ce l’ho nella coscienza, ho la sua ombra (l’io quotidiano normale, l’io inferiore, l’io animico). Se ho coscienza dell’Io dunque ci deve essere l’Io che proietta questa immagine nella coscienza, e questo Io è un essere spirituale che pensa, vuole e opera.
Intervento: Non sempre la percezione porta allo stesso concetto. Prendiamo una percezione comune…
Archiati: No, no, no, non c’è una percezione comune.
Replica: Sì, è vero. Prendiamo la percezione della guerra.
Archiati: Aspetta: tu non puoi percepire la guerra.
Replica: Lo so. E allora prendiamo il concetto di guerra. Nella cultura anglosassone, negli Stati Uniti, c’è il Ministero della Guerra, da noi c’è il Ministero della Difesa, perché la nostra Costituzione non ammette la guerra come offesa ma la ammette soltanto come difesa. Già qui abbiamo due concezione che sono diverse, anche se sappiamo che la guerra è un concetto di conflitto. Se ci spostiamo in un’altra cultura o in altre razze (per esempio gli Inuit del polo nord) non esiste proprio la parola «guerra», perché non la concepiscono, non l’hanno mai fatta e non la fanno.
Archiati: Ci sono tre possibilità fondamentali: esseri umani che vivono in pace gli uni con gli altri e lì non c’è la guerra, non c’è né l’aggressività né il bisogno di difendersi; poi ci sono comunità umane in cui sorge l’aggressività e di fronte all’aggressività sorge il quesito: come facciamo a difenderci? E fin lì ogni guerra si può presentare come difesa.
Secondo me, quello che è avvenuto di nuovo con Bush (che ora è ritornato nel Texas) è che gli Stati Uniti hanno creato un terzo concetto: la prevenzione, che è una terza categoria. Altre non ce ne sono: o c’è la pace, o c’è l’aggressione e la difesa, o c’è la prevenzione. Il concetto di prevenzione è nuovo, perché dice che con la tecnica moderna le possibilità di distruzione sono tali (pensiamo alla forza atomica, al terrorismo, persone disposte a dare la propria vita per buttar giù le due torri ecc.) che se io aspetto di venir aggredito per difendermi, non ho più nessuna possibilità di farcela perché l’altro mi ha già distrutto.
È un concetto nuovo, proprio un salto qualitativo che ci pone di fronte alla terza realtà della guerra di tutti contro tutti. L’unico modo di difendermi è di aggredire prima, cioè di togliere all’altro la possibilità di aggredirmi: questa è la guerra preventiva. E sta alla coscienza umana rendersi conto di quale salto qualitativo ci sia in questo nuovo concetto.
Difatti, nel momento in cui noi erigiamo a categoria sociale il preventivo, abbiamo un modo di convivere fra esseri umani mai visto e molto più difficile, perché ognuno può trovare una scusa per dire: se non mi muovo io prima, quello mi fa fuori, e non ho la possibilità di difendermi.
In fondo, la pace non c’è più, ormai non si è sicuri che funzioni la difesa e Barak Obama, nel suo modo di comportarsi con l’Iran, è costretto praticamente a fare i conti sempre di più con questa terza categoria: cosa facciamo preventivamente per assicurarci che questo Stato non ci sganci una bomba atomica?
Quello che è successo duemila anni fa è stato ritenuto dall’umanità occidentale significativo, perché quelle generazioni di cosiddetti cristiani, un Tommaso d’Aquino per esempio, non erano tutti stupidi. C’è stata un po’ di gente abbastanza intelligente che ha pensato questo: il fenomeno di duemila anni fa, a parte i patemi sentimentali che non c’entrano nulla coi vangeli, è un fatto rilevante perché presenta l’archetipo dell’umano. Nei vangeli ci sono tutti fenomeni archetipici, e se uno li afferra col pensiero c’è tanto da imparare.
Ora, il fenomeno archetipico della guerra preventiva è Pietro che tira fuori la spada per difendere il Cristo[44]: se non li ammazzo io, quelli ammazzano il Cristo. Però, di fatto, quelli non l’hanno ancora ammazzato, e come fa ad essere sicuro che l’ammazzeranno? Eppure Pietro dice: no, qui o prevengo oppure ti fanno fuori.
Se volete argomentare in favore della guerra preventiva, troverete ragioni senza fine: tutto si può sostenere. Viviamo adesso a livelli tali di tecnologia che le possibilità micidiali di distruggere sono tantissime, e allora soprattutto il potente ha ragione di dire: se non ci penso io prima, m’arriva quell’altro. Il potente d’ora in poi sarà potente soltanto se sarà capace di prevenire. Se aspetta non è più potente.
Quindi noi conosciamo tre possibilità:
• la pace iniziale dell’evoluzione che non c’è più: a questa innocenza dell’infanzia dell’umanità non si può più tornare;
• la guerra di difesa non serve più;
• entriamo nell’area dove ti salvi fisicamente soltanto se operi preventivamente.
Di fronte al ragionamento di Pietro che tira fuori la spada (ragionamento umanissimo) il Cristo dice: c’è un’altra possibilità, che però non rientra nella fila delle tre precedenti. È un’altra dimensione, ed è quella di morire volentieri.
Io vi aggiungo: se penso che vivere sulla Terra mi è dato una volta sola, se mi rendo ben conto di aver appena cominciato ad evolvermi, di essere appena un uomo in erba e se ho il concetto che se ora vado all’altro mondo poi non avrò nessun’altra possibilità di vita terrena, non è che muoio volentieri! Baro con me stesso se dico che muoio volentieri! Perciò, se mi trovo nella situazione di potermi salvare fisicamente con la guerra preventiva, mi salvo con quella.
Invece, se ho il convincimento che io muoio questa volta, ma come spirito non muoio e ritorno, ritorno, ritorno in altre vite sulla Terra, allora è più facile, è più convincente, è più onesto dire: no, non ti ammazzo, muoio io volentieri.
Ci possono essere persone, e auguriamoci che ce ne siano sempre di più, che muoiono volentieri perché sanno che ritornano, ritornano, ritornano, e sanno che l’unica alternativa è la guerra preventiva.
Ma se noi sanciamo a livello di legislazione la guerra preventiva, diamo il diritto a ognuno di fare tutto quello che vuole nei confronti dell’altro, perché ognuno ha il diritto di pensare: se non mi muovo io, quello mi ammazza.
Su che cosa si basa la guerra preventiva? Su una presunzione. Presumo che se non mi muovo io prima, tu mi ammazzi. D’ora in poi il fenomeno guerra verrà risolto in base alla presunzione: e il «presuntuoso» è quello che fa la guerra preventiva, perché presume. L’unica alternativa è di morire volentieri, però non lo si può fare onestamente se non si ha il convincimento di poter ritornare a vivere.
E perché muoio volentieri? Perché l’alternativa al morire volentieri è prevenire, cioè fare io per primo la guerra, e se io faccio la guerra preventiva divento aggressivo in assoluto. Quante cose dovrò prevenire per essere sicuro? All’infinito. La guerra preventiva è l’ultima conseguenza della mentalità assicurativa.
In altre parole, l’umanità si trova a un punto in cui l’individuo si salva soltanto se porta a coscienza la realtà oggettiva della reincarnazione, altrimenti vive nella paura che il mondo lo subissi. Allora uno si dice: il mio spirito ha deciso questa volta di vivere 40 anni. A 41 ce n’è uno di troppo. Ha deciso di vivere 50 anni? Benissimo: 55 no, sono troppi, e 45 no, sono troppo pochi. 50 è giusto. Ha deciso di vivere 80 anni, benissimo, 80 devono essere. Ha deciso di vivere 20 anni, ugualmente bene, ha i motivi suoi! Qualcuno ricorderà forse Carmine Attanasio, che viveva in Germania e veniva a questi seminari: è morto ieri sera di infarto cardiaco (lungo mormorio in sala, ndr).
Intervento: Si può collegare questo discorso dell’accettazione della morte con le parole del Cristo che dice: non preoccupatevi di chi uccide il corpo, ma preoccupatevi di chi uccide l’anima.[45]
Archiati: Certo, più chiaro di così, il discorso! Come si può essere più chiari di così? Se io mi preoccupo di chi uccide il mio corpo, devo far di tutto perché non lo uccida, devo diventare aggressivo io e così uccido la mia anima in tutto e per tutto.
Replica: Questo è il materialismo. E la non conoscenza della reincarnazione ci pone per forza davanti a questa situazione. L’uomo cade proprio in questo discorso del preventivo, perché in fondo non ha alternativa, ignorando lo spirito e di conseguenza la reincarnazione.
Archiati: Questo evidenzia l’urgenza di una scienza dello spirito, di una conoscenza scientifica delle realtà spirituali. Altrimenti la predichiamo, ‘sta scienza dello spirito, ma non è convincente più di tanto. Con questo tipo di argomentazione, invece, dove entriamo nella realtà del vissuto, vediamo che qui c’è una via di uscita, una soluzione… altrimenti non c’è.
Intervento: La legittima difesa è contemplata?
Archiati: In chiave di La filosofia della libertà, bisogna che ti si chieda quale concetto hai tu di legittima difesa? Cosa intendi?
Replica: Intendo che se vengo aggredita mi difendo.
Archiati: Sei aggredita o ti senti aggredita?
Replica: Sono aggredita oggettivamente.
Archiati: L’egoismo è il 100% di aggressione. Quindi siamo tutti per natura al 100% aggressivi. La teologia lo chiamava il peccato originale, la caduta, ma lasciamo via queste categorie teologiche che non ci servono più. Cos’è l’egoismo? Ognuno contro ognuno. Adesso tu dici: supponiamo che l’altro sia un po’ più aggressivo nei miei confronti che non io nei suoi. Problema suo! Lui è aggressivo! Cosa c’è da difendere? O forse tu parli di un’aggressione fisica?
Replica: Certo, anche fisica. Qualsiasi tipo di aggressione: verbale, fisica…
Archiati: Supponiamo che ti trovi in treno, entrano due persone e vogliono scipparti.
Replica: Esatto, questo è un aspetto.
Archiati: La migliore difesa che io conosco è di assicurarmi di non avere mai troppi soldi, e visto che ho più vantaggio a dargli i 30 euro che ho in mano piuttosto che farmi rompere la testa, glieli do!
Replica: Ma c’è un detto che dice che la miglior difesa è l’attacco.
Archiati: Adesso ti prendo in castagna, eh? Resta in questa situazione. Tu prova ad attaccarli. Pensi che sia la migliore difesa? È la peggiore che ci sia, perché invece di rompere soltanto una parte della testa, te la rompi tutta! Che difesa è? La miglior difesa è l’attacco, è un modo di dire: ma in quella situazione è il modo peggiore di comportarsi.
Intervento: Non mi è chiaro il concetto del piacere di morire.
Archiati: È un concetto che hai inventato tu! Io non ho parlato del piacere di morire, ho parlato di morire volentieri, e son due cose ben diverse. Dove lo trovi tu il piacere?
Intervento: Resto ancora un attimo sul morire. La signora forse si è espressa male, però anche lì penso che si tratti di grado di evoluzione. San Francesco chiamava sorella, la morte! Riguardo alla legittima difesa, io volevo citare il fondatore dell’Aikido, Morihei Ueshiba (tra l’altro, percorreva anche lui un sentiero iniziatico) che diceva sempre ai suoi allievi: sia all’interno della palestra e sia fuori nella vita, dovunque state, nel momento in cui venite aggrediti e colpiti, la responsabilità non è di quello che vi ha aggredito ma è vostra, perché vi trovavate lì dove non dovevate stare. E la stessa cosa diceva nel momento in cui venivi colpito durante un’esercitazione. Questa naturalmente è una filosofia molto profonda, ma comunque tu vieni colpito perché non dovevi stare lì! Se tu stessi in posizione armonica con tutte le forze dell’universo, non ti saresti trovato in quel posto, e se anche lui ti avesse aggredito, non ti avrebbe colpito.
Archiati: È molto carina la cosa!
Replica: Sì lo so. Però nulla accade a caso: la padronanza che raggiungi all’interno del tuo essere e ovviamente il tuo grado di evoluzione ti porta in certe situazioni e in certe circostanze.
Archiati: Se prendiamo la situazione che dicevamo prima, ci sono due possibilità: o che mi prende di sorpresa oppure che io mi sono esercitato, mi sono preparato a una situazione del genere. Se mi sono preparato, l’affronto in un modo diverso che se mi colpisce di sorpresa.
Come ci si prepara all’incontro con due persone che mi scippano o mi picchiano? O la borsa o la vita! Ci si può preparare e la preparazione migliore è quella che sortisce l’effetto migliore, sennò non è una buona preparazione. La preparazione migliore è di esercitare questi due pensieri ogni giorno:
• se un giorno dovessi venire aggredito da un paio di persone che vogliono da me o i soldi o la vita, oppure mi fanno male, sono di sicuro persone con cui io sono profondamente, karmicamente congiunto (lasciatemi parlare, non rumoreggiate subito!), altrimenti acchiapperebbero un’altra persona. Se acchiappano me hanno a che fare con me, e io ho a che fare con loro, non è a caso;
• secondo pensiero da pensare ogni giorno: col mio egoismo ho contribuito anch’io a creare questa aggressività in loro. Non sono la causa principale, perché la causa principale è ognuno nel proprio divenire, però nessuno di noi diviene aggressivo verso qualcuno senza il concorrere dei rapporti karmici con lui. Quindi se c’è un’aggressività che mi investe è un’aggressività che io ho concorso a costruire.
Di fronte a queste riflessioni interiorizzate (a questo serve la scienza dello spirito: a che questi pensieri vengano pensati ogni giorno, pensieri sul karma, in questo caso, e il karma non è una teoria, è la realtà della vita), comincio ad architettare una strategia e mi dico: stando così le cose karmicamente, me li ritroverò nella prossima vita, anche se adesso mi uccidono. Ho concorso anch’io a renderli così egoisti, forse anche per il fatto che questa volta loro sono senza soldi e io ne ho, ho quei soldi che loro non hanno e perciò me li vengono a chiedere: se li avessero non verrebbero a chiederli a me. E mi dico, sempre per preparare una strategia: in quel momento lì io non avrò la possibilità di discorrere, di mettere in moto un processo di coscientizzazione pacato, perché sono aggressivi, e non potrò discorrere per mezz’ora per convincerli di qualcosa. Cosa faccio?
Devo inventare, devo architettare, devo intuire una strategia di reazione immediata: probabilmente voi sarete d’accordo che già in partenza mi assicuro di non avere troppi soldi se non sono disposto a darglieli. Se ne ho troppi in tasca vuol dire che ce li ho, e li posso dare; se invece voglio dare soltanto 50 di euro, in tasca ne ho 50 e glieli do. Ma l’ho deciso già prima!
A me è successo una volta, ero felicissimo, non ci credevo che fossero disposti ad ascoltare. Gli ho detto: un momento, se io ho più soldi di voi è perché voi ne avete meno di me. Voi volete i soldi? Dài che ve li do, non c’è mica bisogno che mi rompete la testa! Un piccolo discorso. Si son presi i soldi e sono andati. E hanno detto: ma, è la prima volta che uno ce li dà liberamente!, e io gli ho detto: vi auguro che vi succeda altre volte, perché quando ne avrete abbastanza non avrete più bisogno di pestare la testa agli altri per avere i soldi.
Se voi avete congegnato un modo più umano, un modo migliore per risolvere una situazione del genere, sempre tenendo conto della realtà del karma, dell’interazione già in atto da secoli e millenni tra questi Io, tra questi spiriti, se voi avete una proposta ancora migliore, oh, siamo qui a parlare insieme, e ci ascoltiamo volentieri a vicenda.
Però, una umanità che ignora questo insieme di forze di relazione che è il karma, che ignora che se gli aggressori non hanno nulla e io ho qualcosa questo fatto mi riguarda e non è a caso, che ignora il fatto che ho concorso io a creare questo egoismo, una umanità che ignora tutte queste realtà è spiazzata, è del tutto spiazzata quando si trova di fronte a questa situazione. E se mi difendo aggredendo rischio molto di più: quelli non sono mica così stupidi da venire meno in forze di me. Chi ha altre proposte?
Intervento: Lei ha parlato del cervello, delle funzioni di questa grandissima attrezzatura che è un po’ il direttore d’orchestra di tutte le nostre funzioni. Io fin qui ci sono, ho capito quello che lei stava dicendo. Ho capito anche che durante il sonno questo processo si interrompe. Poi siamo arrivati alla conclusione e lei ha detto: sì, ma il cervello chi è che l’ha inventato? Qui, a me, mi ci è cascato il ciuco, come si dice da noi, nel senso che io vado proprio in un pantano. Non riesco più a capire: o credo o non credo. Io devo credere in questo Io superiore, in questo Logos, come lei l’ha chiamato e, se io mi metto nella condizione di accettare di credere, allora la spunto, vado più avanti. E se vado più avanti, facendo in questo modo risolvo anche il problema della reincarnazione. Se io accetto che sopra il cervello ci sia questo essere, boh?, astrale, non lo so cosa c’è, allora a quel punto lì io non ho più paura né della morte, né del male: che capiti cosa capiti, il mio corpo potrà staccarsi, però dopo io vivo ancora! Vorrei che mi spiegasse un po’ meglio, perché io sono un po’ arruffato, ecco.
Archiati: Dài che vai bene, parli toscano quindi meglio di così non si può! La domanda che tu poni è: all’inizio cosa c’era? Allora, tu hai due possibilità fondamentali, non si scappa devi scegliere, e a tutt’e due si tratta di crederci: non è che puoi dimostrare.
• All’inizio ci metti il Big Bang, l’Urknall si dice in tedesco, poi viene fuori la materia, la materia si evolve in modo sempre più complesso eccetera eccetera eccetera… e salta fuori il cervello.
• All’inizio c’è lo spirito creatore crea la materia e ci lavora dentro.
Allora, cosa c’era all’inizio? Da dove è iniziato il tutto?
Replica: Eh, è questo che io non so! (risate, ndr). Io sono un materialista, sono venuto qui per la prima volta perché sento il bisogno di una ricerca interiore, ho ascoltato con interesse quello che ha detto però c’ho molte riserve, e non è che mi posso mettere tutte le volte a controbattere. Però, siccome il discorso della reincarnazione fino ad ora non me l’ero mai posto – io ho quasi 60 anni, e si vede che ora qualche cosa mi comincia a balenare per la testa (risate e applausi, ndr) – allora io ho detto: ma, sentiamo un po’ anche il giudizio di una persona più esperta, che ne sa più di me. Io non è che voglio sposare quello che lei mi dice, io voglio capire se quello che lei mi dice riesco ad accettarlo o se, invece, io qui non ci vengo più!
Archiati: Guarda che seppure io ne so più di te, non mi serve a nulla perché tu la sai più lunga.
Replica: No, io non la so così lunga. Io volevo avere qualche delucidazione per capire se quello che dice lei lo posso sposare, o altrimenti va bene così.
Archiati: Le nozze le facciamo dopo cena.
Buon appetito a tutti!
Sabato 7 febbraio 2009, sera
Riprendo dalla fine di V,24 «Questa attività del pensare è un’attività piena di contenuto. Infatti soltanto grazie ad un contenuto concreto ben determinato posso sapere perché la chiocciola si trovi su un gradino di organizzazione più basso {meno complesso} che il leone. La sola vista, la percezione, non mi dà alcun contenuto che possa istruirmi riguardo alla maggiore o minore perfezione di un organismo. V,25 Questo contenuto, il pensare lo porta incontro alla percezione attingendolo al mondo dei concetti e delle idee».
(V,25) In contrapposizione al contenuto della percezione che ci è dato dall’esterno, il contenuto del pensare appare nell’interno. La forma in cui appare a tutta prima, vogliamo chiamarla intuizione.
Quindi il pensare coglie concetti intuitivamente, e l’intuizione è una specie di evidenza che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Cos’è che ha bisogno di una spiegazione? Ciò che è l’effetto di una causa, e finché non trovo la causa non ho la spiegazione dell’effetto. Se il pensare fosse un effetto, lo spiegherei in base alla causa. Ma il pensare non è mai un effetto: il pensare causa, crea, intuitivamente concepisce, tant’è vero che concetto viene da «concepire»: cum-capio. Cum significa «insieme a» e capio è «capire».
Con chi capisco quando concepisco un concetto? Col Logos, che è il grande concepitore. Il Logos è il grande capitore, che capisce le cose perché le crea, e il concetto è un capire insieme con lui, un mettersi d’accordo con lui. Sì capisco, comprendo (con prendere, con capire). È un ripetere insieme al Logos l’atto di creatività del pensare. Insieme con lui.
Intervento: Qual è il significato di concepire, in relazione alla nascita?
Archiati: È creare, portare all’essere. Ciò che il Logos concepisce, lo crea. Però non è che lo concepisce con qualcun altro: lo capisce, lo pensa. Noi lo concepiamo con lui: questo cum è con lui, ci mettiamo d’accordo con lui. V,25 «La forma in cui appare a tutta prima vogliamo chiamarla intuizione».
(V,25) È, rispetto al pensiero, ciò che l’osservazione è per la percezione. Intuizione ed osservazione sono le fonti della nostra conoscenza.
Osservare è una facoltà: la facoltà di osservare, di percepire, di guardare, di sentire ecc… Questa facoltà dell’osservare, come potenzialità si attualizza in un atto singolo di osservazione che chiamiamo percezione. Quindi la percezione è un’attualizzazione singola della facoltà dell’osservare. Avendo la facoltà, cioè la capacità di osservare possiamo sfornare percezioni all’infinito, e ogni percezione è un’attualizzazione, una realizzazione, della facoltà dell’osservare. Questo dalla parte della percezione.
Dalla parte del pensiero qual è la facoltà? È la facoltà del pensare, la potenzialità al pensare. E quali sono gli atti singoli che attualizzano questa facoltà del pensare, che la fanno passare dalla potenzialità all’atto? I concetti. Quindi ogni concetto è un’attualizzazione singola, puntuale, della facoltà del pensare.
La potenzialità al pensare si attualizza puntualmente in ogni concetto che io creo col pensare.
La facoltà dell’osservare si attualizza, si puntualizza in ogni atto di percezione.

La domanda successiva è: questa facoltà del pensare è una potenzialità al pensare limitata o illimitata? Illimitata. Quindi il pensabile è illimitato, perché tutto ciò che è percepibile è pensabile. Il pensare è una facoltà illimitata.
La facoltà dell’osservare è limitata?
Intervento: No.
Intervento: È limitata agli organi di senso.
Intervento: Ma la parola osservare è limitata alla vista.
Archiati: Sì, l’occhio è sempre stato usato come paradigma per tutti i sensi, e non vogliamo complicare ulteriormente le cose.
L’osservare ha un inizio e una fine nel tempo, perché è legato al corpo che non è eterno, ma transeunte. Però, finché c’è il corpo, le osservazioni che si possono fare sono all’infinito. Finché c’è il corpo.
L’osservare è una facoltà che si esprime nel tempo.
Il pensare è oltre il tempo e oltre lo spazio.
Si può osservare finché c’è il tempo e finché c’è lo spazio, invece il pensare è puramente spirituale. Quando un essere umano muore, termina di poter osservare, però continua a pensare. E allora perché si incarna? Per darsi la possibilità di osservare e di pensare partendo dalla percezione, perché quando è nel mondo spirituale non può pensare partendo dalla percezione.
Qual è il vantaggio del pensare partendo dalla percezione? Il vantaggio è che la percezione, portandomi fuori dalla realtà, mi dà la possibilità di essere io attivamente nel pensiero a ricostruire la realtà. La percezione è la possibilità specifica dello spirito umano di diventare creatore creando concetti. La percezione è l’occultamento del concetto, come conditio sine qua non per dare allo spirito umano che pensa la possibilità di scoprire intuitivamente il concetto: viene coperto dalla percezione, viene scoperto dal pensare.
L’esperienza della percezione dice: che cos’è?, e il pensare dice: è questo, questo e questo, è un mandarino, è un leone, è un uomo.
Il testo dice: «La forma in cui {il pensare} appare a tutta prima vogliamo chiamarla intuizione». Stando alla traduzione italiana, una intuizione è un concetto: l’intuizione concettuale, o il concetto intuitivo, è una attualizzazione concreta, particolare della facoltà del pensare, così come la percezione è l’attualizzazione concreta della facoltà dell’osservare.
Percezione è un’azione del percepire, la desinenza -zione in italiano è sempre un’azione: ricreazione è l’azione del ricreare, percezione è l’azione del percepire, quindi un’azione singola. L’osservazione è un’azione singola dell’osservare. Va bene la parola «osservazione» come attualizzazione dell’osservare? Cos’è un’osservazione?
Intervento: Un rimprovero.
Intervento: L’osservazione è quando mi concentro in una cosa.
Archiati: L’osservazione è l’azione dell’osservare, no? Mi ha fatto un’osservazione! Ma che è successo nel linguaggio? Ha osservato qualcosa, si è accorto di qualcosa e me l’ha evidenziato, ha fatto l’azione dell’osservare. Però perché non funziona? Perché l’osservazione è lo stesso della percezione: non è nulla. O me la traduci in un concetto, e allora mi dice qualcosa, altrimenti un’osservazione è una percezione, e una percezione non è una realtà. Allora, siccome mi presenta una percezione come se fosse una realtà, ma non è una realtà, io dico: mi ha fatto un’osservazione! La vivo come un sopruso, e gli chiedo: ma allora cosa hai percepito, cosa hai osservato? E deve tradurre la percezione in un concetto, sennò non è una realtà.
Intervento: Scusa, ma qual è la parola tedesca che usa Steiner?
Archiati: Beobachtung. Ci sono tre elementi nella parola: Be (da fuori a dentro) ob (di sopra) e achtung (fare attenzione) = fare attenzione dal di sopra e entrarci dentro. Il testo dice: «(L’intuizione) è rispetto al pensiero ciò che l’osservazione è per la percezione». Io spontaneamente vi ho tradotto osservazione con «osservare» perché qui c’è il pensare, la facoltà dell’osservare che si concretizza nella percezione. Traducendo «osservazione» diventa più difficile la cosa, proprio perché spontaneamente si pensa al rimprovero.
Intervento: Finora abbiamo sempre parlato di concetto, e mi sto chiedendo: ci deve pur essere un motivo per cui Steiner, adesso, sta introducendo il termine «intuizione» (che penso non abbia niente a che fare con la coscienza intuitiva). Dice: «a tutta prima (il pensare) ci appare come intuizione», per cui, dopo, dovrebbe diventare un’altra cosa. Ecco, mi ha colpito questo nuovo termine.
Archiati: Innanzi tutto «a tutta prima» andrebbe meglio tradurlo «dapprima», «in un primo momento», cioè in attesa di precisare ancora di più, di entrare nel merito di questo concetto, perché intuizione è un concetto. Steiner dice: per ora fammi mettere lì un concetto che c’è già nel linguaggio, per ora uso soltanto il concetto di intuizione poi vediamo se, andando avanti, lo precisiamo sempre di più.
In questo caso è lo stesso termine sia in tedesco Intuition che in italiano perché viene dal latino, intuitio. Il pensare crea i concetti non soltanto partendo dalle percezioni esterne, ma anche partendo dalle percezioni dei dati di linguaggio. Il pensare dice (noi adesso stiamo pensando su queste parole): c’è nel linguaggio sia italiano sia tedesco la parola latina intuitio. Che concetto è? Cos’è questa intuizione che va indietro fino al latino – non è infatti una parola greca.
Il primo passo è una riflessione etimologica: come è stata creata questa parola? Allora si considerano gli elementi che sono stati messi insieme, e vediamo che ci sono due possibilità fondamentali:
intus-ire
in-tueor
Etimologicamente intus-ire è meno convincente, e significa: entrare dentro.
Meglio in-tueor che significa: dentro mi sento sicuro, protetto, a casa, mi sento a casa dentro, mi sento protetto dentro.
Dobbiamo scegliere tra i due? No, perché se creando una parola si possono mettere insieme addirittura due generatori, il concetto diventa più ricco, basta che questi due non si contraddicano ma si confermino a vicenda.
Allora chiediamoci cosa significa «entrare dentro»? Entrare dentro significa cogliere nel centro, entrare nell’interiorità, cioè cogliere l’essenza. Entrare nell’essenza, perché se non entro nell’essenza resto alla periferia, resto fuori e non vado dentro. Quindi in intus-ire c’è il concetto di essenza, dell’essenziale.
Però, entrare dentro nell’essenza riguarda la cosa: che esperienza faccio io? Se capisco l’essenza mi sento a casa, diventa proprietà mia, mi sento a casa mia perché l’ho capita. Quando io non ho capito una cosa mi sento insicuro, non protetto; quando capisco una cosa vado sicuro, son protetto perché so come orientarmi, so con che cosa ho a che fare, so cosa mi aspetta e cosa non mi aspetta, cosa mi ripropongo.
Intus-ire è il risvolto spirituale, oggettivo dello spirito, e in-tueor è l’esperienza animica dell’intuizione. Sentirsi protetti è l’anima che si sente a casa sua nello spirito.
Io propongo di usarli tutti e due per tirar fuori un concetto di «intuizione» molto ricco, che ha un risvolto di esperienza animica, il sentirsi ben protetti a casa propria, perché una protezione maggiore dello spirito che crea e che capisce non esiste. E questa esperienza animica non è puramente soggettiva ma è ancorata nell’intuizione che coglie il centro, l’essenza delle cose.
In base a questa ricchezza di considerazioni di concetto, è stata creata questa bellissima parola: intuizione. È così bella che addirittura l’iniziato la pone al gradino più alto del cammino spirituale.
L’immaginazione è il primo gradino, quello della percezione dello spirituale. Il secondo è il dialogo tra la percezione e il concetto, è la creazione di concetti che Steiner chiama ispirazione; il terzo gradino è quello dove, mettendo insieme i primi due, si coglie l’essenza degli esseri, proprio l’essere in quanto tale, non soltanto i suoi concetti, non soltanto come si manifesta verso l’esterno. E quale parola, quale categoria, quale concetto usa Steiner per questo gradino ultimo dell’iniziazione? Intuizione.
Intuizione 3° gradino coglie l’essenza degli esseri
Ispirazione 2° gradino creazione di concetti
Immaginazione 1° gradino percezione dello spirituale
Intuizione è cogliere non solo ciò che gli esseri manifestano all’esterno (immaginazione), non solo ciò che dicono (ispirazione), ma è coglier ciò che sono nel loro essere più intimo:
• l’essere viene intuito
• il concetto viene ispirativamente compreso
• la percezione viene osservata.
Ritorna questa categoria somma di comunione spirituale tra essere e essere: intuire significa vivere la comunione con il Logos, perché ogni pensiero, ogni concetto è un frammento del suo essere, e se io lo colgo come frammento del suo essere entro nel suo cuore, nel suo centro e mi sento a casa mia, mi sento protetto, vado sicuro.
L’assicurazione massima è quella ci dà il pensare intuitivo: ci dà sicurezza, lì siamo sicuri. Nella verità non c’è paura, perché la verità è verità, è così com’è, che c’è da aver paura? La verità è sempre positiva: se io vedo una cosa negativamente è perché non l’ho ancora intuita.
Se vedo la morte come una cosa negativa, è perché non ho l’intuito della morte, non ho l’intuizione della morte. Il concetto intuitivo di morte è «resurrezione»: e allora mi sento sicuro, è una bella cosa risorgere. Vederla in negativo è un concetto errato e perciò mi sento insicuro: è una cosa che non voglio. Invece se entro nella resurrezione, se vivo la cosiddetta morte come una nuova nascita, mi sento protetto in questa nuova nascita, dico: che bello, ci voglio andare, ci voglio andare dentro!
Nel Logos non c’è negatività, le negatività sono sempre sviste del pensiero: invece di vedere, svede. Svista, una bella parola. La vista è vista, e la svista? Che è successo? Ha visto qualcos’altro, ha preso un granchio! Invece di vedere nella cosiddetta morte una resurrezione, vede soltanto ciò che si lascia indietro.
(V,25) Di fronte a una cosa del mondo osservata, noi rimaniamo estranei fino a che nel nostro interno non abbiamo la corrispondente intuizione, la quale ci completa fornendoci quella parte che manca nella percezione della realtà. A colui che non ha la capacità di trovare le intuizioni corrispondenti alle cose, la piena realtà resta inaccessibile. Come chi ha acromatopsia vede solo differenza di luminosità ma non qualità di colori, così chi ha mancanza di intuizione può osservare solo frammenti sconnessi di percezione.
Ripeto l’esempio di prima: la cosiddetta morte è una serie di percezioni, che variano da persona a persona, prima o poi il corpo termina di funzionare. Steiner dice: rispetto a una serie di percezioni è possibile creare i concetti giusti, le intuizioni giuste, ed è possibile anche non avere questa capacità. A colui che non ha la capacità di trovare le intuizioni corrispondenti alle cose, cioè alle percezioni, la piena realtà resta inaccessibile. Ripeto: cos’è la morte? A livello dell’osservazione è una serie di percezioni. E il concetto?
Intervento: La morte è vissuta da chi muore e anche da chi resta. Come la vive chi muore non lo possiamo sapere perché lui va, possiamo sapere qualcosa solo da chi resta.
Archiati: Tu adesso ci stai dando il vissuto di fronte alla morte, ma non il concetto di morte. Io non ho chiesto cosa si vive davanti alla morte, ho chiesto cos’è la morte?
Replica: Lo dicevo a proposito delle percezioni. Certo, il concetto è quello di una vita dall’altra parte. È una nascita.
Archiati: È la separazione dal corpo fisico, quindi sia le forze vitali, sia l’anima, sia lo spirito si disconnettono, si separano dal corpo fisico. E cosa resta? Il corpo fisico si disgrega, ritorna alla terra, e nel corpo eterico, nel corpo astrale e nell’Io spirituale resta tanto quanto l’essere umano ha creato, ci ha messo dentro fino allora. In uno resta di più, in un altro resta di meno – questa è la morte.
Se uno è diventato spiritualmente ricco, sorge da questa morte del corpo fisico una ricchezza; se uno è povero nel suo spirito e nella sua anima, sorge la povertà.
Una separazione dello spirito umano dalla materia dell’uomo: questa è la morte. Ma una separazione non significa che le due componenti scompaiono: bisogna parlare in un modo diverso su quello che avviene dal lato della materia (che si scioglie di nuovo negli elementi della terra), e su cosa avviene all’anima e allo spirito.
Intervento: In base a come hanno vissuto la propria vita con il corpo (che dopo la morte va via, si dissolve), si può dire che l’anima, il corpo eterico e lo spirito hanno comunque un’evoluzione, con povertà o con ricchezza, comunque c’è un’evoluzione. Non è quello a cui tendiamo tutti?
Archiati: Certo, certo. Detto nei termini de La filosofia della libertà, se una persona ha creato concetti per tutta una vita unicamente in base alla percezione dei sensi, mancandole il corpo non avrà più la capacità di creare concetti.
C’è però un’eccezione (l’abbiamo detto proprio nella prima parte de La filosofia della libertà): c’è un tipo di percezione che noi facciamo nel sovrasensibile, ed è il pensare. Nella misura in cui ci esercitiamo in vita ad osservare, a percepire introspettivamente questo primo elemento puramente spirituale, questa percezione ci resta anche dopo la morte, e allora dirò: ah guarda là un essere che pensa!, guarda là un essere che pensa!... perché per tutta la vita ho esercitato il percepire il pensare. Se per tutta la vita ho esercitato il percepire il pensare, lo percepirò in tutti gli esseri spirituali che pensano anche dopo la morte.
Per percepire il pensare c’è bisogno del corpo? Solo all’inizio, perché mi serve per dire: ah, questa percezione è diversa dalle altre, si esprime nel corpo ma non ha bisogno del corpo. All’inizio percepisco un pensare maggiormente dipendente dal cervello, ma nella misura in cui io penso e penso e penso e divento sempre più creatore nel pensare, percepisco un pensare sempre meno dipendente dal cervello. E percependo un tipo di pensare non dipendente dal cervello, divento capace, dopo la morte, di percepire il pensare dell’Angelo, dell’Arcangelo, che non è dipendente dal cervello. Altrimenti non lo percepisco.
V,26 Spiegare una cosa, render comprensibile una cosa, non significa dire altro se non ricollocarla in quel complesso {contesto} da cui, per la disposizione sopra descritta della nostra organizzazione, essa era stata strappata.
Adesso disegno qualcosa alla lavagna: cosa percepite?

una forma fuori contesto
Fig. 29
Intervento: Un rene.
Intervento: Una banana.
Intervento: Uno spicchio di luna.
Archiati: La percezione, togliendo l’oggetto di percezione dal suo contesto, lo rende enigmatico, non spiegabile. Pensare significa rimetterlo nel suo contesto, e per rimetterlo nel suo contesto, chiedo: che cos’è? Pensate che io volevo disegnare un occhio! Qui è la testa, qui è un occhio…
Intervento: L’occhio di Polifemo!
Intervento: Luna calante.
Archiati: È un occhio soltanto se ho il naso, le orecchie, la bocca… Nel suo contesto è un occhio. (Fig. 30)
Cos’è l’occhio?
Intervento: Un organo di percezione.
Intervento: L’organo della vista.
Archiati: E l’occhio magico è un occhio? Per il concetto di occhio umano ho bisogno della testa, sennò non è un occhio, il suo contesto è la testa. Una cosa che sia staccata dal resto del mondo non esiste: un occhio per aria come l’avevo fatto io sulla lavagna, non esiste.

la stessa forma inserita nel suo contesto
Fig. 30
(V,26) Ogni separazione ha soltanto valore soggettivo per la nostra organizzazione. L’insieme del mondo si scompone per noi in sopra e sotto, prima e dopo, causa ed effetto, cosa e rappresentazione, materia e forza, oggetto e soggetto ecc…Ciò che nell’osservazione ci si presenta sotto forma di cose singole {l’occhio campato in aria, che non so cos’è perché gli manca il contesto}, si riconnette però, membro a membro, per mezzo del mondo coordinato e unitario delle nostre intuizioni; e per mezzo del pensare noi ricomponiamo in uno quello che avevamo separato attraverso la percezione.
V,27 L’enigmaticità di un oggetto risiede nel suo stato di separazione {di separatezza}. Ma questo è provocato da noi, e può, entro il mondo dei concetti, essere da noi stessi revocato {la percezione rende enigmatico ciò che percepiamo, per dare al pensare la possibilità di sciogliere l’enigma. L’enigmaticità la esprimiamo nelle parole: che cos’è? e il pensare dice che cos’è}.
V,28 Tranne che attraverso il pensare e la percezione, niente ci è dato direttamente.
Questo è importante, e il VI capitolo parlerà di questo: oltre a percezione e concetto, a pensare e percezione non c’è nulla. E il sentire, il sentimento? Una sensazione è qualcosa che percepisco dentro di me, e devo prendere posizione, devo dire col pensare: che cos’è?, e come di fronte a ogni altra percezione il pensare deve dire cos’è.
Quindi il sentire ha un lato di percezione, qualcosa che percepisco in me, e un lato di concetto. Un sentimento è una percezione fatta su di me, e dicendo: «è una percezione fatta su di me», creo il concetto di sentimento. È qualcosa che percepisco in me. L’albero lo percepisco fuori di me; il sentimento della rabbia dove lo percepisco?
Intervento: Se è tua dentro di te.
Archiati: È mia, certo.
Replica: Però posso percepire l’odio di un altro.
Archiati: No, come fai a percepire la rabbia dell’altro?
Replica: Pensavo che si trattasse di una percezione: «vedo» o «sento» l’odio di un altro, oppure la rabbia di un altro. Cosa vedo?
Archiati: No, no, non vedi nulla e non senti nulla.
Replica: Ma vedo uno arrabbiato, altro che non vedo nulla!
Archiati: No, non vedi uno arrabbiato.
Replica: Vedo la rabbia?
Archiati: No, percepisci le parole che dice, i movimenti delle braccia… ma il suo pensiero non lo puoi percepire.
Replica: No, io mi chiedevo semplicemente (semplicemente si fa per dire) se, come è giusto e abbastanza comprensibile che il sentire sia una cosa che percepiamo nella nostra interiorità, non si trattasse di percezione anche per il sentire dell’altro.
Archiati: Attento, se tu percepissi direttamente il sentire dell’altro, non sarebbe interiorità ma sarebbe esteriorità. È nel concetto di interiorità di non essere percepibile dal di fuori, ma solo dal di dentro. Quindi tu percepisci unicamente la rabbia in quanto lui te la rende percepibile. E come te la rende percepibile? Manifestandotela!
Replica: Ecco, io mi chiedevo se questa era la percezione di un sentimento altrui.
Archiati: No, è la percezione della sua manifestazione del sentimento.
Intervento: Uno può essere un attore…
Archiati: Appunto. Se uno fa finta?
Intervento: Comunque esiste un concetto che si chiama empatia. Cos’è? Non è il soffrire il sentimento di un altro?
Archiati: No, percepisco in me l’empatia. Il concetto di sentimento è: è una percezione fatta sulla mia anima, sulla mia interiorità. L’altro mi rende percepibili i suoi sentimenti in base a ciò che dice, mi rende percepibile ciò che dice sui suoi sentimenti. Può anche mentire, e allora non mi rende percepibili i suoi sentimenti. I sentimenti altrui non sono percepibili direttamente, quindi io percepisco soltanto ciò che l’altro mi dice, punto e basta! Percepisco solo ciò che vedo di lui, i sentimenti non li posso vedere, sono sovrasensibili.
Ma se sono sovrasensibili, perché li posso percepire in me? Perché i miei sentimenti sono, unicamente per me, un vissuto percepibile. In altre parole, la mia rabbia è una realtà percepibile solo in me, e la sua, se ce l’ha, è una realtà solo in lui e solo lui la può percepire, è una cosa che esiste solo per lui. Per me esistono le manifestazioni della sua rabbia, quelle le posso percepire. E se lui fa finta e mi manifesta l’opposto di quello che sente, io non ne so nulla – sennò non ci sarebbe interiorità, sarebbe tutto un fluire.
Il soggettivo, il personale, è ciò che è chiuso nell’anima del singolo e non può uscire. Una rabbia è circoscritta nell’astrale di colui che è arrabbiato, e basta. Uno dice: però io godo se un altro gode. È stato promosso a un esame e io godo con lui. La gioia di chi gode con chi è stato promosso è tutt’altra gioia, sono tutti affari suoi, di chi gode con l’altro, perché non è stato lui promosso. Altrimenti non ci sarebbe il soggettivo, non ci sarebbe una realtà di anima.
È nel concetto di anima che ognuno ha la sua; lo spirito è universale.
Nello spirito non ci sono aree private, l’anima è per natura un’area privata, né si può sindacare, né si può entrare. Nulla. Posso percepire soltanto ciò che l’altro mi estrinseca, ma il rapporto tra ciò che mi estrinseca e la sua interiorità lo sa soltanto lui, io non lo posso sapere, perché sapere il rapporto significherebbe che dovrei percepire direttamente la sua interiorità, e questo non lo posso. Quindi ognuno di noi ha un sacrario, ha una sfera sacra che è per natura intoccabile.
Intervento: Io posso intuire che l’altro è arrabbiato.
Archiati: No, no, puoi intuire il concetto di rabbia. Tu hai intuito che l’altro è arrabbiato: questa intuizione tua che c’entra con la sua rabbia?
Replica: Ho il concetto di rabbia che vale per tutti, ma non ho la sua rabbia.
Archiati: Certo. Tu questo concetto te lo sei fatto percependo le sue manifestazioni della sua rabbia, ma le manifestazioni percepibili della sua rabbia non hanno nulla a che fare col suo vissuto. Il suo vissuto è soltanto suo. Ciò che lui vive nella sua anima non è estrinsecabile, altrimenti ci sarebbe un trapasso continuo da persona a persona e non ci sarebbe nulla di personale, nulla di privato, se volete, e non ci sarebbe ragione di dire: io. Nel pensare, invece, non esiste l’io privato, nel pensare siamo universali, tendiamo ad essere d’accordo nella verità oggettiva. Ma ognuno ha il suo vissuto, il suo animico.
Intervento: Anziché parlare di rabbia, parliamo d’amore. Quando due persone parlano di amore, quell’amore di cui si parla, che si cerca di condividere, non è quello che prendi dall’altro ma è quello che parte da te e che si incontra con quello che viene fuori dall’altro. Quindi, quando una persona si innamora non è che si innamora, si lascia andare al sentimento proprio, e lo rivolge…
Archiati: S’innamora: innamora se stessa, lo dice il linguaggio.
Replica: Quindi non si innamora dell’altro, ma ha bisogno di vivere quell’amore che è dentro di sé, e quindi lo esterna.
Archiati: No, non esterna nulla.
Replica: Come no? Allora che c’è?
Archiati: Bisogna andarci piano, essendo cose così forti e anche complesse. Supponiamo che uno dica: io sono innamorato di te, però la cosa non ti riguarda. Ed è giusto, perché se una persona è innamorata di me, affari suoi: cosa ha a che fare con me? Nulla, proprio nulla! Ha a che fare con me soltanto il fatto che io sono innamorato o che io mi arrabbio: i miei sentimenti hanno a che fare con me, ma i tuoi sono tuoi!
Replica: Ma quando si uniscono?
Archiati: No, non è che si uniscono. Tu dici: non soltanto A è innamorato di B, ma anche B è innamorato di A. Ma sono due innamoramenti del tutto diversi e del tutto estrinseci l’uno all’altro.
Intervento: Sono fatti dell’anima.
Archiati: Quello che vive la persona B nel suo innamoramento di A resta in lei, e quello che vive la persona A nel suo innamoramento di B resta in lei.
Intervento: È una goduria animica reciproca. Cioè uno provoca l’altro a una goduria animica interiore.
Archiati: Sì. La percezione dell’altro crea un vissuto che però resta tutto nella sua anima. Ma la sua domanda è: cosa succede?, perché ci sono scintille fra i due?, perché non restano separati?, perché si cercano a vicenda? Perché l’innamoramento si accende e si riaccende con la percezione, quindi ognuno cerca la percezione dell’altro: e basta, è più che sufficiente!
Quando manifesta il suo innamoramento, lo manifesta con gesti, certo, ma l’innamoramento è tutto interiore, è vissuto dentro, mai l’altro potrà vivere un minimo di questo innamoramento. L’altro vive il suo, ed è una gran bella cosa. Se diventassero uno a livello di anima, sarebbe finito l’amore perché non ci sarebbero più due esseri che si possono amare. L’amore presuppone due esseri distinti sennò non si possono amare, e la distinzione è l’animico. Nello spirito siamo uniti, nello spirito tendiamo a essere d’accordo sulla verità oggettiva. Proprio perché restano due mondi animici del tutto diversi e separati, dove l’uno non entra per niente nell’altro, si amano.
L’attrazione tra due poli può esistere soltanto finché i due poli non si uniscono: se si uniscono è una catastrofe, è la fine dell’attrazione, quindi non sia mai che si uniscano! Quindi A dice: io sono innamorato di te, ma la cosa non ti riguarda, e B dice: io sono innamorato di te e la cosa non ti riguarda! (risate, ndr)
La controprova – forse qui l’elemento femminile è un po’ più competente sui fenomeni dell’anima, in una cultura così materialistica – è quella di chiederci: cosa avviene quando A è innamorato di B e B non ne vuol sapere? Ad A passa la cotta quando vede che B non corrisponde? No, può addirittura rincarare la dose! Questo sta a dimostrare che il vissuto di A non ha nulla a che fare col vissuto di B, non è dipendente dal fatto che B debba innamorarsi di A. E un innamoramento che dipende dalla reciprocità è un mezzo innamoramento, e perciò finisce alla svelta.
Intervento: L’amore è senza condizioni.
Intervento: Perché finisce presto se l’innamoramento è reciproco?
Archiati: Ci sono persone A che per un lungo periodo di tempo sono cotte della persona B, e B non ne sa nulla! Una cosa bellissima! Va tutto bene! (risate, ndr) Il fenomeno è una cottura pura, perché non viene inquinata dalla dipendenza della reciprocità. È pura. Affari di chi è innamorato! Lo sapete bene che ci sono questi fenomeni, e ci aiutano a capire che l’animico è una sfera veramente chiusa e privata in cui nessuno può entrare (è proprio nel concetto dell’animico). Altrimenti non ci sarebbe nulla di sacro, non ci sarebbe nulla dove dire: qui sono io.
Intervento: Si ricorre allo psichiatra in quei casi!
Archiati: Che c’entra lo psichiatra con la cottura di A?
Replica: Quando a livello emozionale, animico, sentimentale un individuo non ha soddisfazione, comincia a stare anche male oltre che bene. Hai voglia a dire «cottura perfetta»! Un innamoramento non corrisposto credo che lasci delle tracce non proprio piacevoli in una persona.
Archiati: No, no, sta’ attenta. Io faccio proposte conoscitive, i miei sono tentativi di creare concetti. Ora, nella misura in cui l’uno o l’altro di voi pensa: no, qui è carente il tuo concetto – lo completa. E il mio concetto era questo: suppongo, mi pare di capire che, se A è innamorato di B e B non ne sa nulla o non corrisponde, nella misura in cui questo innamoramento ha come sostrato un rapporto karmico forte A non molla, e gli va bene. Invece, nella misura in cui gli crea un problema il fatto che B non corrisponda, allora è un portato karmico più debole, un innamoramento più debole, che va bene lo stesso, però è più debole. Se è più forte, non ha bisogno della corrispondenza.
In fondo, a livelli vertiginosi, il Cristo, l’Essere del Sole, è innamorato degli esseri umani, talmente innamorato che si è incarnato. Steiner dice: noi ci metteremo secoli e millenni per capire che sofferenza, che offerta, che sacrificio ci sono stati da parte di un Essere cosmico planetario nell’incarnarsi in un corpo umano. Seppure è un termine molto umano, si è trattato di una passione amorevole, di un innamoramento per l’umanità, per redimere l’umanità. E ci tocca dire: se questo innamorato dell’umano, che è il Logos, fosse stato dipendente dalla nostra corrispondenza, gli sarebbe passata la voglia! Dove noi cogliamo l’amore al livello più forte, più incandescente e supremo, ci tocca dire: non è dipendente dalla corrispondenza.
Replica: Allora mi va anche di fare un altro pensiero circa la convenzione, chiamiamola così, che c’è stata per il triangolo a livello intellettuale, razionale. Per quanto riguarda i sentimenti, allora, non c’è più una convenzione perfetta riguardo ai concetti. Cioè, il mio concetto di rabbia, o la mia percezione della manifestazione di rabbia di qualcuno, non sarà mai uguale a quella che qualcuno ha e che tutti abbiamo. Il concetto di rabbia non è lo stesso per tutti, com’è invece per il triangolo.
Archiati: È nel concetto di rabbia che sia un vissuto diverso in ognuno, perché una rabbia vissuta da tutti nello stesso modo non è rabbia. Il concetto di sentimento è quello di un vissuto animico diverso in ognuno, privato, soggettivo.
Replica: Grazie, ho capito. Ma allora a quei livelli animici lì non riusciremo mai a comunicare tra noi in modo obiettivo, perché sarà sempre individualizzato il mondo dei sentimenti, rimarrà sempre un fac-simile, no?
Archiati: È più semplice la cosa. A dice a B: sono innamorato di te. Cosa gli comunica? Che c’è un vissuto grosso, enorme (perché l’innamoramento è grosso e enorme) riferito a lui. Basta. B non può vivere ciò che vive A, e A gli sta dicendo: guarda che io ho dei sentimenti forti che si riferiscono alla tua persona.
Replica: Sì, qui almeno mi viene chiarita questa cosa. Io, finora, ho sempre pensato che quando qualcuno mi raccontava della sua esperienza – mi sono innamorata, mi sono innamorato – io potevo ricondurlo a quello che magari ho provato io.
Archiati: E no, eh!
Replica: Ma parlando di innamoramento lo posso solo rapportare alla mia esperienza di innamoramento.
Archiati: La tua anima è la tua, non ce n’è un’altra uguale, sennò non sarebbe anima!
Replica: Sì ma quel che ho detto l’ho pensato finora. Qua, oggi, mi viene detto altro.
Archiati: Bene, era ora! Perché se noi rendessimo gestibile a livello oggettivo l’anima, invaderemmo il campo dell’altro e non ci sarebbe più libertà. La libertà consiste nel fatto che ognuno di noi gestisce un campo unico, un mondo unico, dove nessuno può sindacare, perché nessuno ha conoscenza in causa. La conoscenza in causa è che il mio vissuto lo vivo soltanto io, e se io penso che l’altro possa vivere il mio innamoramento, dico una stupidaggine assoluta. L’altro vive il suo innamoramento, tutto diverso dal mio, altrimenti lui sarebbe me, e io sarei lui!
Intervento: Saremmo noi.
Archiati: No, siamo «noi» a livello del pensare, non del sentire.
Intervento: È vero anche che, seppure il pensiero sembrerebbe, ed è senz’altro, la parte più nobile dell’umano…
Archiati: No, no!! Il pensare è l’elemento oggettivo, non il più nobile! Perché il soggettivo deve essere meno nobile, scusa?
Replica: No, più nobile rispetto all’animale, pensavo alla scala…
Archiati: No, tu pensi che l’animale sia ignobile?
Replica: Meno nobile.
Archiati: No!, ma come ti permetti?
Replica: Eh, così, mi rendo conto che devo aggiustare un sacco di cose… Però il pensiero è l’elemento comunque più… più non so cosa…, dell’uomo.
Archiati: No, sta’ attenta. Quello che noi stiamo dicendo è che il concetto di triangolo, come fenomeno dello spirito, è uno solo, ce n’è uno solo, anche se viene pensato da un milione di persone. La rabbia è un vissuto diverso in ogni persona, ci sono tante rabbie quante sono le persone: quindi è l’opposto del concetto di triangolo, che è uno solo. Questo è molto importante. Il vissuto «rabbia» è diverso in ogni persona, ci sono tanti vissuti «rabbia» quante sono le persone.
E tu dirai: ma perché usiamo la stessa parola?
Replica: Sì, appunto. Laddove per il triangolo diciamo «triangolo» e va bene per tutti, invece per rabbia non intendiamo la stessa cosa. È questo che tentavo di esprimere, prima.
Archiati: No. Prendiamo ciò che è comune a tutte le rabbie, ed è la parte meno interessante.
Intervento: Per cortesia, gradirei un chiarimento sul termine «intoccabile» riferito all’anima. Non si deve toccare ma si può anche toccare? Cioè, qualcuno può entrare nell’anima dell’altro? Può desacralizzare questa sacralità?
Archiati: Naturalmente ci sono tentativi di ingerenza, e psicologicamente ogni tentativo di ingerenza, di intromissione viene respinto: questo è il campo mio. Non ledere la libertà altrui, rispettare, onorare la libertà altrui, significa capire e accettare che il vissuto dell’altro è suo. Un’affermazione morale è esclusa, io non posso dire niente: è sua, è così com’è, ognuno fa le passate sue. È il suo karma. Quello che una persona deve vivere in campo di gioia, in campo di sforzo ecc… è il suo karma.
Replica: Sì, ma ci può essere un attimo di prevaricazione, di violenza verso l’anima di un altro. È possibile.
Archiati: E viene respinta.
Replica: Sempre?
Archiati: Sì, se uno è sano, perché ha la percezione: tu qui ledi l’umano, profani l’umano, ecco la sacralità. Il sacro è quel luogo che non si può esteriorizzare, è pura interiorità. Allora diciamo che l’uomo d’oggi vive quasi solo all’esterno ed è scontento, depresso e diventa aggressivo perché vive troppo poco di questa ricchezza interiore che è tutta sua.
Un esempio: A è innamorato di B. Glielo deve andare a dire? Io direi: A sarà massimamente libero se sta a osservare, a percepire se casomai B dà o non dà dei segnali di reciprocità, perché se anche B è innamorato allora A glielo dice e ha un vantaggio a dirglielo, perché B dirà: eh anch’io!, e allora vediamo come lo gestiamo insieme. Ma se non salta fuori nessun segnale che anche B è innamorato (e poniamo che io sia A), sono più libero se non glielo dico: lascio libero lui e resto libero io. Se invece glielo dico e lui non è innamorato, metto me e lui nei pasticci, e sono meno libero.
La libertà sarebbe più grande se avessi la forza d’animo di considerarla una faccenda mia, questo innamoramento: a lui cosa importa? Riguarda me! Se venissero a consultare me, in chiave di psicologia, e A mi dicesse: guarda, sono innamorato di B e non so se dirglielo o no, io risponderei: guarda, sta a guardare, e se quello non ti manda nessun segnale tienitelo per te! Goditelo l’innamoramento! Nel momento in cui glielo dici e lui non è innamorato di te è finito il godimento. Essere innamorati di una persona senza dirglielo è una gran bella cosa. Il Cristo è innamorato di noi ma non l’ha mai detto, aspetta che ce ne accorgiamo. Tocca a noi capirlo che è innamorato di noi, ma lui non viene a dirti: oh, guarda che sono innamorato di te, cosa aspetti a corrispondere? No.
Intervento: Allora, viene da te A e tu gli dici: sta’ a guardare. Poi mettiamo che venga da te anche B, e tu gli dici: sta’ a guardare. Questi due non si incontreranno mai! Se tutti facessero così non ci sarebbe più nessuna coppia! (risate, ndr) Ognuno starebbe a guardare l’altro sperando in un cenno di innamoramento!
Archiati: Adesso tu stai costruendo un caso, che ci può essere, in cui A è innamorato di B e non gli dice nulla, B è innamorato di A e non gli dice nulla, e nessuno dei due nota nulla! Allora io gli compro un paio d’occhiali, perché sono ciechi! Io parlavo del caso in cui B non si sposta più di tanto… Nel momento in cui l’innamoramento è reciproco, bisogna essere ciechi per non vedere nulla.
Replica: Certo, la mia era una teoria. Entrando nel pratico…
Archiati: Il caso mio era che B non è innamorato, e allora dico ad A: se B proprio non è innamorato, vedi un po’ se puoi considerare la cosa come faccenda tua, altrimenti crei pasticci a lui e crei pasticci a te. Non lo sai fare? Vabbè, non lo sai fare, punto e basta! Però, di fatto, se lui non corrisponde è una faccenda tua, perché gliela vuoi imporre? B ha da fare altro e ti dice: che mi stai a scocciare? Quindi sarebbe meglio se A avesse la forza di tenere per sé questo vissuto, che è suo e che non è reciproco, e vedere cosa il karma tira fuori da questa vicenda che è sua.
Un altro passo in avanti: se A comincia a bombardare B, costringe B ad andare più lontano. Se invece dovesse succedere che A considera quell’innamoramento come faccenda sua, B se ne potrebbe accorgere e dire: ma come? A è innamorato di me e mi rispetta al punto tale che non mi dice nulla? Questo potrebbe incoraggiare B ad andargli vicino. È un grande vantaggio. Le cose vanno proprio analizzate a livello concreto.
Intervento: Nel seminario di agosto[46] parlammo dell’incontro, l’incontro spirituale, deciso da un percorso karmico, organizzato dagli Io superiori. L’incontro fatidico, lo chiamavi. Io l’ho letto come l’incontro nell’amore. Io adesso mi domando se il concetto dell’innamoramento è lo stesso dell’amore. È azione dell’amore? O l’innamoramento può anche essere espressione egoica del vissuto di quel momento? Allora non è un vero incontro nell’amore. L’amore dovrebbe essere il completamento dell’incontro tra le due entità spirituali. Se è vero amore in A come può non esserci corrispondenza in B? Dovrebbe esserci anche l’amore in B, se è vero l’amore in A, perché non dovrebbe sorgere dal suo vissuto animico, ma come deduzione da un’indicazione spirituale. Potrebbe anche essere, però, che B non si accorge del suo incontro, perché ci può anche essere non luce. Tanti incontri passano senza coscienza, ma questo non inficia il concetto dell’amore, perché saranno costretti a rincontrarsi.
Archiati: Noi stiamo parlando di innamoramento, che è un vissuto che conosciamo. L’innamoramento non è amore, è una cotta, per natura passeggera: non c’è un innamoramento che duri tutta la vita. Se dura tutta la vita è amore, non è innamoramento. Facendo queste riflessioni presupponi che A non venga solo sommerso nel suo vissuto ma abbia la capacità di rifletterci, e la prima riflessione che fa è: non c’è la corrispondenza in B, quindi vuol dire che è una cotta tutta mia, e non ha lo spessore del karma, perché lo spessore del karma è sempre reciproco. Allora, se è così, aspetto tranquillamente che questa cotta passi al più presto, e poi vediamo come imbastire il rapporto.
Vedi che lo spirito che pensa può pensare anche su questi fenomeni e farsi i concetti? Ed è nel concetto di un innamoramento unilaterale che non può avere un sostrato karmico del tipo della reciprocità. Se A ha la forza morale, in base a queste riflessioni karmiche, di rispettare il karma reciproco, aspetta ed è contento quando la cotta passa al più presto possibile. Aspetta ad agire, e questo aspettare è nella logica di quello che io dicevo prima: non glielo dice a B del suo innamoramento, perché dicendoglielo compromette il rapporto, lo costringe a prendere posizione ecc…
Se invece A dice: no, è una faccenda mia e speriamo che passi più alla svelta possibile, lo fa passare più alla svelta e soltanto quando termina l’innamoramento può sorgere l’amore. L’innamoramento evidenzia soltanto che c’è un karma, ma l’amore è la presa di posizione, è la gestione libera del karma. Quello è amore. L’amore chiede: come gestiamo il karma in un modo che favorisca la tua evoluzione e la mia evoluzione? Quello è amore.
L’innamoramento è semplicemente un vissuto animico forte, ma lo spirito, il pensare, deve crearsi i concetti anche di queste percezioni: l’innamoramento è una percezione, e allora che concetti creo? Quello è importante. Creo un tipo di concetto quando l’innamoramento è a senso unico, e un tutt’altro concetto quando è reciproco, perché allora è una realtà del tutto diversa. E se è a senso unico, lo tengo a senso unico: l’altro è meglio che non sappia nulla, è meglio per tutti e due. E questo aiuta a che questa cottura – che è una specie di obnubilamento dello spirito per via di una forte animicità – si sciolga, passi al più presto e poi vediamo cosa resta.
Domani mattina portiamo a termine il V capitolo.
Buona notte a tutti!
Domenica 8 febbraio 2009, mattina
Una buona domenica a tutti!
Ieri ho fatto un grave errore nel dirvi di aver ricevuto una letterina da parte di una persona che si lamentava delle troppe interruzioni: ieri sera, infatti, ne ho ricevute una ventina, sempre di lamentazione. C’è un sacco di gente che dice: ci sono troppe interruzioni. Il che significa: stamattina state zitti e lasciate parlare me!
Riprendiamo la lettura: V, 27 «L’enigmaticità di un oggetto, risiede nel suo stato di separazione {separatezza}»: cioè lo vedo fuori contesto. Il segno grafico B lo capisco nel contesto dell’alfabeto. La percezione pura è senza contesto. Vi porto un altro esempio di percezione pura: uno scrive al computer, fa un errore di battuta – un refuso – e non lo nota. Rileggendo lo nota: oh, un errore di battuta! Quando ha fatto l’errore di battuta l’ha percepito? Sì, l’occhio c’era, l’occhio incamera tutto. Adesso vi scrivo un bell’errore di battuta
bartuta
Intervento: Manca una t.
Archiati: Ma non vedi che c’è una r? Prima non l’avevi vista. Rileggi e dici: oh, oh, via la r. L’avevi percepito prima?
Replica: No.
Archiati: Sì. Non è che l’occhio sparisce, che il campo visivo sparisce di fronte alla r: l’ha percepita. È stata una percezione pura. È stata una svista, però l’hai vista. La svista è una vista, è una sottospecie della vista. Tutta La filosofia della libertà sfocia di necessità, se uno la capisce fino in fondo, nella scienza dello spirito.
Allora, la prima svista è che hai percepito l’errore a livello del corpo fisico, coi nervi ottici naturalmente, e del corpo eterico; il corpo astrale non c’è stato, non c’è stata l’attenzione, non l’hai notato. Chi è che nota? A notare è l’anima, è il corpo astrale, è la coscienza – che non c’era.
Adesso rileggi e vedi l’errore: non c’è più una svista ma la vista, cioè ci sono il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale, detto in termini di scienza dello spirito, la quale dimostra di essere molto più scientifica che non la fisiologia ordinaria, che non mi sa spiegare cosa avviene quando non noto un errore. Perché se mi dice che non ho percepito nulla bara: non è che il campo visivo lì si interrompeva e faceva un buco! Chiedete voi alla fisiologia ordinaria di spiegarvi la svista: non ve la sa spiegare perché gli mancano gli elementi costitutivi dell’essere umano.
Nel campo del corpo fisico, siccome è tutto percepibile, la scienza naturale va benissimo; già col corpo eterico non sa più muoversi, perché non si percepisce nulla a livello sensibile, per non parlare del corpo astrale (cioè dell’anima) e dello spirito.
V,28 «Tranne che attraverso il pensare e la percezione, niente ci è dato direttamente». Che differenza c’è tra «percezione» e «percepire»? La percezione è la percezione pura senza il suo concetto, il percepire è il concetto di percezione. Il percepire dice cos’è la percezione, e il concetto di percezione pura è negativo, manca il concetto. E nel caso di prima il concetto è: c’è una r in più.
Quando parliamo di realtà, quando vogliamo indicare qualcosa, il primo passo è sempre: fammi vedere dove la percepisco (il lato di percezione) e mettiamoci il concetto. Tutti e due ci devono essere per avere una realtà. Dio esiste? C’è? È una realtà? Può essere una realtà se tu in qualche modo me ne presenti il lato di percezione. Qual è il lato di percezione del Dio tradizionale nella maggior parte delle persone?
Intervento: Il mondo.
Archiati: No, il mondo non è Dio, io sto parlando di Dio. Ricordiamoci che non ci sono soltanto percezioni fatte all’esterno, ci sono anche cose che noi percepiamo all’interno (e lo approfondiremo nel VI capitolo): per esempio ieri parlavamo della rabbia, che è qualcosa che io percepisco nel mio interno, è un percepito interno. Adesso io vi sto ponendo una domanda importantissima nel dialogo tra scienza dello spirito e religione tradizionale: qual è il lato di percezione del concetto tradizionale di Dio? Il concetto di Dio, se c’è, per essere una realtà – e la tradizione dice: Dio esiste, è una realtà! – deve avere il lato di percezione. Mostratemelo.
Intervento: È il pensare.
Intervento: È dentro, nell’anima. Il lato di percezione è nell’anima.
Archiati: Bene, il lato di percezione sono le rappresentazioni che io percepisco nel mio animo. La rappresentazione più comune è quella di un grande vecchio barbuto! Bene, se il percepito è nell’anima, questo Dio è una realtà animica, benissimo, da rispettare. Ma non è mica una realtà spirituale, è animica. È un contenuto dell’anima.
È pulito il discorso? Quindi non mi venite a dire: questo Dio però è oltre la mia anima, è oltre il soggettivo, è oltre il personale. Dove? Dov’è la percezione? Che poi mi diciate: tutto il mondo è la creazione di Dio, allora io percepisco la creazione di Dio, non Dio. Io ho posto la domanda non sulla creazione di Dio, ma su Dio.
Questi signorini della religione tradizionale continuano a terrorizzarci dicendoci: Dio esiste! Quale? Dove? L’assunto fondamentale della prima parte de La filosofia della libertà è che per avere una realtà bisogna che provenga da due lati opposti: bisogna che ci sia un dato di percezione, e bisogna che di fronte a questa percezione il pensare prenda posizione dicendo cos’è. Il pensare può dire soltanto cos’è riferendolo a una percezione, il pensare umano non può inventare realtà.
Intervento: E se uno non ha nell’interiorità la rappresentazione del vecchio barbuto? Se ho la rappresentazione della luce?
Archiati: Allora hai la realtà della luce. Perché la chiami «Dio» se hai la parola «luce»?
Replica: Ma la luce, come la chiamo io, è il riflesso della luce entro la quale io vedo il Dio.
Archiati: Tu hai usato la parola Dio. Luce posso capire…
Replica: Sì la parola Dio, allora.
Archiati: Ma allora vuoi dire che esiste la parola Dio: va bene, d’accordo, lo sapevo già! Noi stiamo parlando dell’esistenza di Dio.
Replica: Io quando sto nella mia interiorità ho la percezione di Dio in luce.
Archiati: Ma qui, se ognuno parlasse, avrebbe diverse rappresentazioni. Stiamo attenti a non andare per la tangente. Quindi chi è Dio? L’essere umano afferra la realtà – siamo uomini, è inutile che vogliamo travalicare l’antropomorfico: uomini siamo, e quindi parliamo dell’accesso umano alla realtà – soltanto congiungendola da due lati opposti. Deve avere un lato di percezione (che poi non è nulla, ma comunque ci capiamo, dopo tutti questi esercizi, su cosa intendiamo dire con «percezione»), deve avere l’esperienza di enigmaticità e lottando, arrovellandosi con questa enigmaticità, deve mettere in moto il processo di pensiero per creare il concetto, e questo è l’altro lato.
Però l’essere umano può creare un concetto che si riferisce veramente a una realtà soltanto con l’esperienza della percezione. L’esperienza della percezione (cioè l’esperienza che mi manca qualcosa) è necessaria per avere una realtà, altrimenti non è una realtà.
Il Dio tradizionale è una realtà animica perché c’è la percezione, e il dato di percezione è un contenuto rappresentativo dell’anima: e questo lo rende una realtà. Ma una realtà dell’anima, che va benissimo ed è una gran bella cosa.
Allora, però, che cosa consegue dal fatto che il Dio tradizionale è una realtà dell’anima e nell’anima? Che ognuno ce l’ha a modo suo! Una delle cose fondamentali che abbiamo detto ieri era che l’animico, il vissuto animico, tutto il portato delle rappresentazioni animiche, è del tutto soggettivo, del tutto individuale e personale. E perciò ci si scanna da sempre sul concetto di Dio: perché il dato di percezione è del tutto soggettivo, è animico.
Per chi di voi lo sapesse, ci sono conferenze intere di Steiner[47] dove dice: il Dio della religione tradizionale, nella sua realtà animica o spirituale, corrisponde al concetto di Angelo – ma neanche! –, corrisponde al concetto di Io superiore.
Ognuno di noi senza scienza dello spirito si fa un concetto, una rappresentazione di Dio, partendo dalla sua anima, dalle rappresentazioni che ha avuto nell’infanzia, dalle immagini che ha visto ecc… ed è del tutto individuale, personale.
Come punto di partenza dobbiamo presupporre che ci sono tanti Dio quanti Io. Ognuno, in fondo, ha l’esperienza di sé: la sublima, estrae l’ideale, il meglio pensabile partendo da quella percezione di sé nella sua anima, e lo chiama Dio. Però è individuale. E il concetto di un altro, del meglio di quello che estrapola dal suo essere, sarà diverso, anche se non se ne accorge.
Tant’è vero che, senza scienza dello spirito, gli esseri umani non si sono mai intesi sulla realtà di Dio, questa possibilità è esclusa in partenza. Soltanto una scienza spirituale ci aiuta a mano a mano ad andare oltre l’animico, e non è una cosa da poco.
Qual è il primo stadio, il primo gradino per andare oltre l’animico? Il pensare. Questo concetto di Dio che io adesso vi ho sviluppato, e che è il concetto di Dio tradizionale, soggettivo e personale, questo concetto non è né soggettivo né personale: vale per tutti. Il concetto che dice: il contenuto del Dio tradizionale è diverso in ognuno – questo concetto vale per tutti.
Ecco il passaggio tra l’anima e lo spirito: lo spirito è universale, oggettivo, e l’affermazione che dice: «il Dio tradizionale è tutto soggettivo» è oggettiva, è valida per tutti. Quindi, se il concetto è giusto, è spirituale, è universale, e allora diciamo che la maggior parte delle persone ha rappresentazioni di Dio, ma non ne ha il concetto. E va bene, basta rendersene conto!
V,28 «Tranne che attraverso il pensare e la percezione, niente ci è dato direttamente».
(V,28) Sorge ora la domanda: qual è, sulla base di queste considerazioni, il significato della percezione? Abbiamo bensì riconosciuto che la dimostrazione fornita dall’idealismo critico sulla natura soggettiva delle percezioni non sta in piedi; ma l’insufficienza della dimostrazione non autorizza a dire che la cosa in sé riposi sopra un errore. Nella sua dimostrazione, l’idealismo critico non procede dalla natura assoluta del pensare, ma si fonda sul fatto che il realismo primitivo, portato alle sue ultime conseguenze, nega se stesso. Come si presenta la questione, quando si è riconosciuto il carattere assoluto del pensare?
In altre parole, qui Steiner tira le somme e dice: l’affermazione, la pensata di uno Schopenhauer o di Eduard von Hartmann o di tutti i realisti (o idealisti) critici dice che io non ho l’albero dentro di me, ho soltanto la rappresentazione dell’albero. Io non posso avere le realtà, ma ho soltanto rappresentazioni della realtà. Il realista ingenuo, invece, l’uomo normale dice: no, quella è la realtà dell’albero. Io guardo l’albero e in questa percezione ho la realtà dell’albero.
Il primo momento della riflessione critica, dell’autoriflessione che supera il realismo ingenuo, vale per tutti noi (nell’Aggiunta di questo capitolo poi lo dirà): non si tratta di confutare Kant, non si tratta di confutare Eduard von Hartmann o Schopenhauer, ma si tratta di confutare me stesso. Perché ogni essere umano, appena esce dal realismo ingenuo (che dice che la percezione è la realtà), cade nella trappola del realismo critico e dice: allora delle cose ho soltanto la rappresentazione e oltre alla rappresentazione non ho la cosa, l’essenza, la realtà, «la cosa in sé». Essa è fuori.
In questa trappola deve caderci ognuno, altrimenti non c’è evoluzione del pensare, perché pensare significa strappolarsi, uscire da questa trappola. Ma questa trappola la devo vedere in me, devo dare un’occhiata a me. Perciò Steiner si è preso pagine e pagine per descrivere cosa consegue dal fatto che di primo acchito queste riflessioni mi convincono: certo, è vero, io non ho la realtà dell’albero, ho soltanto la rappresentazione, e la realtà dell’albero mi resta fuori.
Questa seconda posizione del realismo critico (che viene dopo il realismo ingenuo), la deve passare ognuno e restare con la domanda: ma, allora, la realtà dell’albero io non ce l’ho mai? Ho soltanto la rappresentazione? Dov’è la realtà dell’albero?
E il terzo passo è quello che dice: io la realtà assoluta dell’albero ce l’ho nel concetto, nel pensare, e quindi la realtà è spirituale non è materiale, la cosiddetta materia non è realtà.
Questi sono i tre passi:
1. realismo ingenuo
2. idealismo (o realismo) critico
3. filosofia della libertà
Come si smonta il realismo critico che dice: io ho soltanto la rappresentazione? Molto semplicemente: il realista critico non si accorge che per arrivare alla rappresentazione deve presupporre che l’occhio è reale, che il nervo ottico è reale, che il cervello è reale, perché un cervello solo rappresentato, un occhio che sia solo rappresentazione, un nervo ottico che sia solo rappresentazione non mi può dare la rappresentazione reale. Il realista critico non si accorge che anche dell’occhio, anche del nervo ottico, anche del cervello dovrebbe avere solo la rappresentazione! La mia rappresentazione dell’occhio dovrebbe creare la rappresentazione dell’albero, cioè l’immagine-occhio crea l’immagine-albero: assurdo!
In altre parole, il realismo critico può fondarsi soltanto sull’ingenuità (che critica nel realismo ingenuo) di prendere come realtà (e non come rappresentazione) la fisiologia, il corpo umano così come li percepiamo. Al che uno si dice: ma come si fa ad essere dei grandi pensatori come Kant senza accorgersi di questa baggianata?! Ci voleva uno Steiner per accorgersene?!
Stando al dato fondamentale del realismo critico, io dell’occhio non ho la realtà ma soltanto la rappresentazione: la realtà dell’occhio, che è la cosa in sé (cioè l’essenza dell’occhio), è oltre me. Quindi io ho soltanto la rappresentazione dell’occhio: ma come fa, questa rappresentazione dell’occhio, a far sorgere la rappresentazione reale dell’albero? A questo punto abbiamo smontato l’ingenuità critica, l’abbiamo superata.
Riassumendo, l’idealismo critico (o realismo critico) dice: il realismo ingenuo non può dire che quello là fuori è l’albero, perché oggi c’è e domani non c’è. Che essenza dell’albero è? Per superare questa posizione ingenua, il criticismo cade in trappola dicendo: la realtà non è là fuori ma nemmeno in me. Io in me ho soltanto rappresentazioni.
E a questo punto commette una svista. Quale? Disattende, non si accorge che dicendo «albero» io sono dentro al pensare che crea il concetto dell’albero. Non si rende conto che il concetto dell’albero, il concepire l’albero, significa creare la struttura totale dell’albero come realtà spirituale, la quale poi dispone la materia in modo da rendere visibile quel concetto. Ci vuole una realtà spirituale, una struttura spirituale di pensiero che disponga la materia in forma d’albero e me la faccia vedere!
Di questo io non mi accorgo perché penso da sempre, perché l’essere umano è generatore di pensiero per natura. E perché il pensare mi è dato dapprima in modo che io non me ne accorga neanche? Per darmi la gioia della scoperta, così che quando lo scopro, il pensare, mi posso sempre esercitare a diventare un pensatore migliore.
Chi sa parlare la lingua materna bene, nota che ci sono tanti automatismi e può darsi che dica: eh, non c’è più gusto, viene da sé, questo linguaggio! Io per fortuna vivo in Germania, e ogni volta che torno in Italia mi devo un po’ arrabattare. C’è qualcosa di meglio che vivere il linguaggio a livello così noioso, così automatico? Certo, il bambino che lo deve imparare parola per parola!
Il Logos un giorno si è detto: ma, per quanto mi riguarda, il pensare è una cosa che viene senza problemi! Fammi fare un essere che il pensare lo acchiappa all’inizio, e lo deve mettere insieme pensiero per pensiero. E ha creato l’uomo. Il Logos è il pensatore più provetto che ci sia, e l’uomo è un pensatore in erba – campa cavallo che l’erba cresce! C’è un vantaggio a essere un pensatore in erba? Sì, la gioia della scoperta. Così come c’è un vantaggio a essere un bambino che impara il linguaggio: la gioia della scoperta, il capire piano piano le cose.
Sarà bello essere il Logos, affari suoi!, però è molto bello essere uomini[48]. Bisogna capire dove sta la bellezza di essere uomini, altrimenti restiamo rimbambolati dall’inizio alla fine! Però il Logos ha trovato un espediente anche per quando siamo rimbambolati e ci presentiamo a lui dopo la morte. Ci chiede:
Ma che hai fatto sulla Terra?
Nulla.
E allora ritorna, dài, e stavolta datti una mossa!
Quello è l’espediente. La pensata è ben pensata. L’uomo è una gran bella pensata del Logos: ha previsto tutto, anche il poltrire, perché se l’uomo non potesse poltrire non sarebbe libero. C’è un rimedio al poltrire? Costringerti a non poltrire non può essere un rimedio, perché lede la libertà. Invece la tristezza, la depressione, il dolore, quelli ti aiutano: vedi?, se non diventi attivo nel pensare non ti realizzi, e allora datti da fare! Hai soltanto due alternative: o la tristezza e la depressione, oppure la gioia del pensare. Ma io vorrei essere felice senza questa sfacchinata del pensare!? Che facciamo con chi dice così? Prova a essere felice senza far nulla! Provaci! Gli vogliamo rompere la testa? Sarebbe la guerra preventiva, no, eh?!, ci sono già abbastanza guerre anche senza quella preventiva.
Ieri qualcuno mi ha detto: e com’è con la medicina preventiva? La medicina preventiva è fatta per evitare la guerra della malattia (sempre ammesso che sia giusto evitarla), invece la guerra preventiva è fatta per moltiplicare le guerre all’infinito! Non immaginavo che qualcuno potesse pensare alla medicina preventiva. No, è l’opposto. Il senso della guerra preventiva dice: io so che quello lì mi vuole ammazzare e allora lo ammazzo io! E come fai a sapere che quello ti vuole ammazzare? Tu puoi pensare che tutti ti vogliono ammazzare, e allora per essere sicuro dovrai ammazzare tutti! Se noi questo pensiero lo pensiamo fino in fondo, capiamo che andando avanti così faremo sorgere una psicologia dove ognuno ha paura di ognuno, dove ognuno vede un nemico in ognuno, e per sicurezza dovrà ammazzare tutti.
La scienza dello spirito, il filone esoterico dell’umanità, ha un concetto tecnico di questa psicologia, di questo modo di vivere: lo chiama la guerra di tutti contro tutti. Questa guerra può essere solo preventiva, può avvenire solo col presupposto che mi vedo minacciato nella mia esistenza da tutti, da mia mamma, da mio padre, da mio figlio, da mia figlia ecc… e quindi devo fare la guerra a tutti.
Steiner dice: l’umanità è avviata alla guerra di tutti contro tutti. Guardiamo il sociale di oggi: fa dei passi enormi in questa direzione, e perciò è importantissimo renderci conto delle alternative che ci sono[49]. In questo senso dicevo che l’America negli ultimi anni, in questi otto anni di governo Bush, ha varcato una soglia: ma gli esseri umani non se ne sono resi conto.
Intervento: Ha riproposto la guerra santa.
Archiati: Ricorderete che il concetto classico di guerra giusta, nella morale cattolica, o cristiana, che anche la chiesa ha sempre riconosciuto, è che l’unica guerra giusta è quella di difesa, quella di Pietro che, per difendere il Cristo, vuole ammazzare quelli che lo stanno catturando. Però io vi ho aggiunto che ogni guerra è in fondo una guerra preventiva, perché l’aggressore come giustifica la sua aggressione? Sempre dicendo: se non ammazzo lui, lui ammazza me.
La giustificazione di ogni aggressività è sempre la paura: io posso avere soltanto la paura che l’altro mi voglia aggredire. Ma quand’è che l’aggressione da parte dell’altro diventa una realtà? Quando diventa percepibile: senza percezione non è una realtà.
Nel caso della guerra preventiva, qual è il lato di percezione? Percepisco in me la paura. Ma allora sarebbe più intelligente dire: ho paura. E allora mi chiedo: che modi ci sono per fare i conti con la mia paura?, e lascio perdere l’aggressività dell’altro, che non c’è (infatti non ne ho la percezione, ma ho la percezione della mia paura!).
La paura, se ce l’ho, va benissimo: ce l’ho! Ma allora mi chiedo onestamente cosa posso fare per scioglierla, se ci sono modi per vincerla. Se invece comincio a dire peste e corna contro l’altro che è aggressivo e mi vuole ammazzare, non noto la mia paura e quindi diventa ancora peggio. Dobbiamo renderci conto che abbiamo una società dove aumenta sempre più la paura dell’individuo, proprio perché non se ne accorge, e dà le colpe agli altri.
Allora, al paragrafo 29, Steiner riprende tutto il discorso: la percezione, qualcosa impinge sull’occhio dal nervo ottico fino al cervello, dal cervello sorge la rappresentazione ecc… Adesso però ci poniamo al terzo passo:
1. il primo stadio, quello del realismo ingenuo che ritiene reali le percezioni, l’abbiamo lasciato;
2. abbiamo lasciato anche il secondo stadio, quello del realismo critico che ha soltanto la rappresentazione delle cose e non la realtà. La realtà non mi è accessibile perché la cosa in sé è oltre, è inconoscibile, tutt’al più posso fare delle illazioni in base a quello che combina dentro di me con le rappresentazioni: è il trascendentalismo. Avendo combinato in me questo, per illazione deve esserci una cosa in sé: è deduzione o è induzione? Bellissima domanda: tutte e due, e né l’una né l’altra. Fa affermazioni sulla cosa in sé che però è oltre, è sconosciuta per natura: tutte affermazioni indirette;
3. se noi superiamo anche questo secondo stadio del realismo critico, diciamo: un momento, la rappresentazione del mandarino che io ho in me è di nuovo una percezione che faccio in me e perciò sono punto e da capo, mi ritrovo di nuovo al punto di partenza della percezione. Allora rifacciamo tutto il cammino senza dire che la realtà è nella percezione (realismo ingenuo) e senza dire che la realtà non ce l’ho perché ho soltanto la rappresentazione (criticismo): ci rendiamo invece conto che noi pensiamo, che creiamo il concetto e che il concetto è la realtà del mandarino. La pensata, la struttura di pensiero, di forme, di grandezza, di tipo di semi, di foglie ecc…che noi chiamiamo «mandarino», questo pensiero del Logos è la realtà del mandarino, che nella percezione mi viene evidenziata perché si intride di materia minerale.
Con il presupposto, con la consapevolezza che io la realtà non ce l’ho né nella percezione, né nella rappresentazione, ma ce l’ho nel pensare, adesso rifacciamo tutto il cammino.
V,29 Supponiamo che sorga nella mia coscienza una determinata percezione, per esempio quella del rosso. Questa percezione, se continuo ad osservare {a percepire}, mi si mostra connessa con altre percezioni, per esempio con quella di una determinata figura, con certe percezioni calorifiche e tattili. Questo insieme, io lo qualifico per un oggetto del mondo dei sensi.
Supponiamo che ho visto una maglia rossa addosso a una persona (addosso a Luciana, che è qui davanti: avete visto tutti come è ringiovanita? E non sia mai che io torni in Germania senza averne fatto cenno!): se continuo ad osservare mi si mostra connessa con altre percezioni, cioè con tutta la persona.
(V,29) Posso ora domandarmi: «Oltre a quanto ho citato, che cosa si trova ancora in quella porzione di spazio nel quale mi appaiono le suddette percezioni?». In quella porzione di spazio troverò ancora processi meccanici, chimici ecc… Ora vado oltre, ed esamino i processi che trovo lungo la via che va dall’oggetto al mio organo di senso.
Dalla superficie rossa, siccome la vedo, passo a guardare il mio occhio, quindi mi sposto da una percezione all’altra. Naturalmente il nostro occhio non lo possiamo percepire, il nostro stesso occhio, dico… e lì comincia la speculazione, perché non ci accorgiamo che manca la percezione. Io ho la percezione dell’occhio dell’altro, ma avendo la percezione dell’occhio dell’altro non posso percepire cosa passa da quella maglia rossa al mio occhio, perché il mio occhio non lo posso percepire.
Vedete come è fragile la scienza naturale che abbiamo in mano? Parla di ciò che percepisco nell’occhio dell’altro come se fosse lo stesso che percepirei nel mio occhio, se fossi in grado di percepirlo: ma non sono in grado di percepirlo. Per non parlare di quello che avviene lungo il nervo ottico. Voi direte: ma se io seziono il corpo, posso percepire il nervo ottico. Sì, però facendo il presupposto astronomico (che forse non calza) che un nervo ottico scoperto funzioni allo stesso modo che un nervo ottico non scoperto. La scienza naturale che noi abbiamo è poverina, non si rende conto di quanti elementi di disagio, non proprio di contraddizione, mette in campo e che non vengono spiegati, perché neanche se ne accorge.
(V,29) Posso trovare dei processi di moto in un mezzo elastico {aria, luce, perché senza luce non vedo il rosso} che, nella loro essenza, non hanno assolutamente nulla in comune con le percezioni originarie {che cosa ha a che fare l’aria col rosso della superficie che vedo? Nulla! L’aria è aria il rosso è rosso}. Ottengo uguale risultato se esamino le ulteriori trasmissioni dagli organi di senso al cervello.
A questo proposito vi dicevo: dimmi, che cosa osservi, che cosa percepisci? Un nervo ottico senza la calotta cranica che nervo ottico è? Non è un nervo ottico, perché il nervo ottico vero non è percepibile: sta dentro la calotta cranica! Voi direte: ma con i raggi X? Se fai il presupposto (che però può essere sbagliato) che investendo il cranio con raggi X non modifichi nulla, devi renderti conto che presupponi una cosa enorme.
Intervento: È la stessa cosa come con l’elettrodo?
Archiati: Sì. L’esperimento, di cui vi dicevo, sul monaco buddista che meditava con 120-130 elettrodi sul cranio, si basa sull’ipotesi che gli elettrodi non alterino nulla, ma è un’ipotesi tutta da verificare.
(V,29) In ciascuno di questi campi, io ricevo delle nuove percezioni; ma quello che si intesse come mezzo di collegamento fra tutte queste percezioni separate, spazialmente e cronologicamente, e le riunisce insieme, è il pensare. Le vibrazioni dell’aria che trasmettono il suono mi sono date come percezioni proprio come il suono stesso. Unicamente il pensare articola fra loro tutte queste percezioni e mostra i loro rispettivi rapporti.
Il rapporto che c’è fra percezione e rappresentazione è soltanto pensabile; percepibile è soltanto la gamma infinita delle percezioni.
Quindi il concetto di rapporto è: il rapporto è un pensiero.
Allora, si può percepire un rapporto? La persona A e la persona B hanno un certo tipo di rapporto: si può percepire? Se si danno un bacio percepisco il bacio ma non il rapporto. Cos’è il rapporto? Un concetto. Nella percezione ho ciò che chiamo il bacio, ma non il rapporto, perché potrebbe essere il bacio di Giuda. Cos’è un bacio? Una percezione, dapprima. E il concetto? Devo risalire a chi lo dà per sapere cosa c’è dietro a questo bacio: può essere un bacio di odio, può essere un bacio di ricatto, può essere un bacio di amore, può essere un bacio di commiato, quello che sia. Tutti esercizi per continuamente superare se stessi, superare sia il realismo ingenuo che mi dice: la realtà è in quello che percepisco, sia la seconda affermazione (che è comune alla scienza naturale) che dice: no, la realtà non esiste, io ho soltanto rappresentazioni della realtà.
Intervento: Avere un buon rapporto o avere un cattivo rapporto non identifica le percezioni?
Archiati: Devi spiegarmi cosa intendi per buon rapporto o cattivo rapporto. Quando tu mi spieghi cos’è un buon rapporto, mi dici: guarda, guarda, guarda? Cioè mi indichi una serie di percezioni?
Replica: Sì, potrei anche dirlo.
Archiati: No, no, se dici: guarda che si baciano, si baciano, si baciano, ma poi uno dei due vuole abbindolare l’altro per farsi dare i soldi, è un buon rapporto? Finché tu guardi, guardi, guardi non ce l’hai il buon rapporto: devi entrare nello spirito perché il rapporto è una realtà spirituale, che si coglie solo col pensiero.
Replica: Mi complimento. Trova sempre la via d’uscita, lei!
Archiati: Niente di male. Nell’Aggiunta di questo capitolo Steiner dice che non si tratta mai di confutare un altro, si tratta sempre di confutare se stessi, perché cadiamo nella trappola continuamente: pensiamo che un buon rapporto sia percepibile e invece no, non percepisci nulla perché il rapporto è un concetto.
Intervento: Un concetto senza percezione?!
Archiati: No, in base alla percezione. Per affermare che il rapporto tra A e B è una realtà, ci deve essere il lato di percezione, nel senso che A e B devono avere a che fare l’uno con l’altro: se non si sono mai visti, che rapporto è? Quindi per avere la realtà di un rapporto ci vuole il lato di percezione, ma non basta, ci vuole il pensare. Il rapporto è un concetto[50].
Prendo un’immagine assurda: un aereo è esploso per un guasto, molti sono caduti e io, ancora dall’aereo, vedo 200 metri sotto due persone una accanto all’altra: è un rapporto? La percezione non basta, non mi dice nulla: devo entrare nella loro realtà spirituale perché soltanto quella può dirmi come stanno l’una nei confronti dell’altra: forse sono caduti vicini casualmente, e magari sono tramortiti, non sanno neanche chi c’è accanto.
Voglio dire: cosa mi dà, la percezione? Il nulla della realtà. Se vedo che sono due uomini, certo ho la percezione e il concetto, so che sono due uomini, ma il fatto di vederli in questa situazione uno accanto all’altro, cosa mi dice sul rapporto? Nulla. Perché il rapporto è una realtà spirituale, non è una contiguità fisica: una contiguità fisica non è un rapporto, perché se lo fosse, il linguaggio, il genio della lingua, non avrebbe avuto bisogno di creare un’altra parola, e avrebbe detto: guarda, quei due sono in rapporto uno con l’altro. Invece no, sono contigui, e il concetto di contiguità si riferisce al dato di percezione: li percepisco uno accanto all’altro, ma come stanno interiormente l’uno verso l’altro, nell’anima e nello spirito, è tutt’altra faccenda.
(V,29) «Unicamente il pensare articola fra loro tutte queste percezioni e mostra i loro rispettivi rapporti». Il nesso che c’è tra il vibrare della corda del violino e il suono che sento, non è percepibile. Il nesso dice: hanno a che fare l’uno con l’altro, ma questo è un pensiero. Posso io percepire che hanno a che fare l’uno con l’altro? Se il violino è qui e l’orecchio è a tre chilometri, ecco che non hanno niente a che fare l’uno con l’altro.
(V,29) Non possiamo dire che, oltre a quanto è direttamente percepito, vi sia altra cosa se non i nessi ideali (scopribili per mezzo del pensare) fra le percezioni.
Questo «scopribili» non mi garba. Il pensare non scopre, scoprire è un’immagine fisica. La parola giusta sarebbe «intuibili». Il pensiero non scopre, intuisce i concetti: non c’è una coperta sul concetto, sul nesso ideale, in modo che io, togliendo la coperta, ho il nesso. Vedete che in chiave di materialismo il linguaggio stesso viene usato materialisticamente: immagini, come quella dello scoprire, che calzano soltanto per l’interazione con la percezione, vengono usate per il processo del pensare.
Il concetto di scoprire presuppone che ci sia già il concetto e che ci sia una coperta sopra, che sia coperto. Invece il concetto che io creo, prima che io lo crei nel mio pensare come concetto mio, non c’è: non è che lo scopro, lo intuisco, lo creo. È importante notare queste cose, perché il pensare è proprio un destarsi, un destarsi, un destarsi, stare svegli, svegli, svegli sempre di più.
(V,29) La relazione fra oggetto della percezione e soggetto della percezione, che va al di là della percezione stessa, è dunque puramente ideale, cioè esprimibile solo per mezzo di concetti. Soltanto nel caso che io potessi percepire in qual modo l’oggetto della percezione agisce sul soggetto della medesima, o viceversa, se potessi osservare l’edificazione che il soggetto fa dell’immagine della percezione, sarebbe possibile parlare come fanno la fisiologia moderna e l’idealismo critico che su di essa si basa.
In altre parole, dovrei percepire come la percezione dell’albero lavora, marcia verso l’occhio, dovrei percepire ciò che la percezione fa nell’occhio – tu, brava percezione, cosa stai facendo nell’occhio?, io ti percepisco, ti filmo –, poi dovrei percepire cosa questa percezione fa nel nervo ottico, eccetera eccetera. Di tutto questo non ho la percezione. Dove percepisco la percezione che cavalca lo spazio tra il mandarino e il mio occhio? Per parlare di ciò che la percezione fa al mio occhio, dovrei percepire questo fare, dovrei percepire la signora percezione, vederla spostarsi in qualche modo in questo spazio medio, e poi vedere qui che cosa combina. Dovrei percepirlo, sennò di cosa parlo?
È tutto inventato, perché non si è ancora capito che il rapporto che c’è tra la percezione e l’occhio può essere solo pensato! Come percezione ho la percezione del mandarino, un altro uomo percepisce il mio occhio che sta guardando il mandarino (io, il mio occhio, non lo percepisco) e poi, vi dicevo, passando oltre l’occhio la cosa diventa ancora più problematica, perché il nervo ottico non è visibile, non è percepibile allo stato normale perché è dentro la calotta cranica. Un nervo ottico visibile io non posso sapere se funziona allo stesso modo! Faccio solo un’ipotesi, ma mi devo rendere conto che è un’ipotesi strabiliante.
E se l’ipotesi non fosse giusta? Scusate, il fisiologico è talmente fine… È che io faccio l’ipotesi che un nervo ottico, che per natura non è visibile all’occhio esterno, resti tale e quale se io lo snaturo. È infatti totalmente contro la sua natura renderlo visibile, eppure io faccio l’ipotesi assolutamente non scientifica che ciò non lo altera per nulla. Non è scientificità, non ci si rende neanche conto dell’ipotesi che si fa.
(V,29) Nella loro concezione, si scambia un rapporto ideale (dell’oggetto col soggetto) con un processo del quale si potrebbe parlare soltanto se fosse percepibile. La proposizione «niente colori senza occhio che percepisca i colori», non può significare che l’occhio produce i colori, ma semplicemente che esiste una connessione ideale, conoscibile per mezzo del pensare, fra la percezione «colore» e la percezione «occhio».
Se io dico: niente percezioni di colori senza l’occhio, intendo dire che l’occhio è la conditio sine qua non della percezione dei colori, ma con questo non ho detto che l’occhio causa i colori. Se l’occhio fosse la causa del colore, poiché la causa sortisce sempre, per natura sua, l’effetto (altrimenti non sarebbe causa), l’occhio dovrebbe causare il colore anche quando dormiamo.
Quindi il concetto giusto del nesso tra l’occhio e il colore è che l’occhio è la conditio sine qua non, è lo strumento necessario per far sorgere il colore. Il rapporto di causa-effetto è invece sbagliato, in questo caso, perché è un tutt’altro tipo di rapporto che non c’è tra l’occhio e il colore.
Queste distinzioni tra concetto e concetto sono faccenda del pensare, non le posso percepire. La distinzione tra una conditio sine qua non che non basta a causare, e la causa che causa necessariamente, questa distinzione la può fare soltanto il pensare.
Chi è la causa del colore che sorge tramite l’interazione tra occhio e oggetto colorato? Lo spirito che ha pensato e voluto questa esperienza animica: lui è la causa! Fammi fare un tipo di occhio che, posto di fronte al colore, vive nell’anima il colore: quella è la causa! E si è detto: per avere questo tipo di occhio devo avere una struttura cerebrale, e per avere questo tipo di cervello devo avere tutto un sistema metabolico che me lo ricarica ogni volta, ecc. ecc, e quindi non posso avere l’occhio senza avere tutto il corpo umano! Allora, questo spirito ha avuto il concetto complessivo del corpo umano, l’ha pensato e l’ha fatto, e uno dei motivi per cui l’ha fatto è: voglio concedere all’essere umano, all’anima che vivrà in questo corpo, di godersi tutti i colori di questo mondo.
Senza questi pensieri di chi ha creato il corpo e di chi ha pensato l’interazione tra occhio e colore, non esisterebbe né occhio né colore. La scienza naturale che ignora lo spirito è veramente poverella, non si rende conto dell’assoluta non scientificità delle sue affermazioni, perché non spiega nulla, descrive soltanto: descrive ciò che avviene nell’occhio, descrive ciò che avviene nell’aria, descrive ciò che avviene nel nervo ottico ecc… ma non mi spiega nulla.
(V,29) La scienza empirica dovrà stabilire come le proprietà dell’occhio e quelle dei colori si comportino fra loro {qual è il rapporto, che non è percepibile ma pensabile}, per quali dispositivi l’organo della vista trasmetta la percezione dei colori, ecc. Io posso seguire il modo in cui una percezione viene dopo un’altra, vedere i rapporti spaziali che ha con le altre {la successione temporale e la contiguità o lontananza spaziale è percepibile e descrivibile}, e tradurre poi ciò in un’espressione concettuale {solo il pensare mi dice: queste percezioni hanno a che fare una con l’altra}; ma non posso percepire come una percezione sorge dall’impercepibile.
Com’è che una percezione sorge dall’impercepibile? L’occhio è un dato di percezione: come sorge questa percezione dall’impercepibile? Dallo spirito che la pensa e la rende percepibile.
Posso percepire lo spirito che pensa? No, posso percepire soltanto me come spirito pensante e per illazione dire: se io sono uno spirito pensante che nel pensare crea, ci possono essere anche altri spiriti pensanti che, addirittura a livelli poderosi, pensando creano.
E soltanto così spiego che c’è l’occhio. Essendo io uno spirito che pensa, ma che non è ancora capace di creare l’occhio, essendo l’occhio creato, cioè portato a livello visibile (quando io creo una macchina, la rendo visibile), qualcuno deve aver pensato l’occhio e deve averlo reso visibile. Se c’è la percezione ci deve essere il dato di pensiero, quindi ci deve essere uno spirito pensatore che ha pensato l’occhio e l’ha reso percepibile. Però questa illazione è scientifica soltanto facendo il presupposto che io percepisco in me la realtà dello spirito creatore, altrimenti ci devo credere, altrimenti faccio illazioni e non sono scientifico.
Tutta la prima parte de La filosofia della libertà serve a portarci per via di introspezione a percepire l’attività creante dello spirito che pensa, perché quella è la causa prima di tutto ciò che c’è. Nulla è spiegabile senza lo spirito che pensa le cose e le crea.
La scienza naturale è un’elaborazione complicatissima del livello degli effetti ma non conosce le cause: la causa è sempre lo spirito, ma la scienza non ha neanche il concetto di spirito.
V,29 «… ma non posso percepire come la percezione sorge dall’impercepibile». Non posso percepire come lo spirito impercepibile del Creatore pensando crei il corpo umano, perché lo spirito è pensabile, non percepibile. Con l’unica eccezione dell’io pensante. Questa percezione dell’io pensante è il limite del concetto della percezione perché non è più una percezione sensibile, è una percezione che non è percezione; fa come se fosse una percezione e invece è un creare, perché il concetto di percezione è che io percepisco qualcosa che già c’è, invece il mio pensare lo devo prima produrre perché ci sia, e dopo lo riacchiappo.
Ricordate il III capitolo? Mi tocca percepire soltanto il pensare che ho già pensato, però se creo il concetto giusto di questa percezione dico: no, no, è una percezione di eccezione! Perché soltanto questa percezione c’è nella misura in cui io l’ho creata: tutte le altre percezioni non sono create da me. L’unico percepibile creato da me, e che può essere creato soltanto da me, è il mio pensare. Quindi il pensare non è una percezione: si presenta come percezione, poi salta fuori che è una creazione.
E dov’è che è percezione? Subito dopo. Però io mi accorgo che è subito dopo e dico: ah, all’origine allora non è una percezione, è un creare puro. È di nuovo un processo di illazione, di induzione se volete, però a livello di percezione lo so che è così, lo percepisco che è così.
Questa leva del pensare è la leva di Archimede che ti fa sollevare tutto il mondo, perché tutto il mondo è stato creato dallo spirito che pensa, e pensando crea.
(V,29) Tutti i tentativi di trovare fra le percezioni altri rapporti che non siano quelli del pensare debbono necessariamente fallire.
Concedetemi due minuti prima della pausa, perché vorrei farvi un disegnino della grande pensata: l’uomo. Il concetto uomo. Cosa ha concepito chi ha concepito l’uomo?
Teniamo presente che è nel concetto di percezione l’averne una dopo l’altra, una accanto all’altra. Il concetto di concetto, invece, è che ho tutto l’insieme, altrimenti non è un concetto.
Riprendiamo il carro: le parti, i frammenti, li posso avere soltanto uno dopo l’altro – se percepisco il timone non percepisco direttamente il mozzo. Percepire significa frammentare, mi devo concentrare su un frammento. Il concetto, invece, non è mai frammentato è sempre una unità: carro. È il tutto.
Nella percezione non ho mai totalità, non ho mai unità: è proprio questo il concetto di percezione. La percezione mi frantuma le unità e perciò non mi lascia soddisfatto, perché io non voglio il mondo frantumato, lo voglio unito, e il concetto me lo riunisce: è un carro – non una serie infinita di cose che non sono unite fra loro, c’è un concetto che le ha strutturate in modo unitario per cui ho un carro.
La serie di percezioni che noi possiamo fare sull’essere umano è infinita, e la scienza naturale fa e descrive queste percezioni all’infinito. Adesso chiediamoci: qual è, però, il concetto unitario di «uomo»? Perché il concetto di uomo è uno: non è che tu puoi capire il concetto di uomo soltanto dopo aver impiegato duemila anni a sommare un’infinità di particolari!
Allora, se c’è il concetto di uomo, ci deve essere uno spirito che l’ha concepito: il concetto è un concepito dello spirito. Cosa ha concepito, che tipo di intuizione pensante ha avuto il Creatore dell’uomo? L’uomo a livello di percezione c’è, e il linguaggio ci dà il concetto di «uomo» (o meglio, ci dà la parola che è potenzialmente il concetto recepibile a livello del pensare individuale).
Prendiamo adesso la percezione che abbiamo dell’uomo e la parola «uomo» e ci chiediamo: che concetto è? Che concetto si manifesta in questa parola «uomo»?
Adesso io vi disegno il concetto di uomo sulla lavagna, ma naturalmente, essendo il concetto una pensata non spaziale, non ancora squadernata nello spazio e nel tempo, sarebbe meglio se facessimo una riflessione senza usare l’elemento di percezione. Ma lo potremmo fare solamente se tutti quanti noi, qui presenti, avessimo alle spalle almeno un paio d’anni di formazione filosofica di pensiero su un Hegel o un Tommaso d’Aquino. Essendo invece l’umanità più poverella, mi consentite di evidenziare sulla lavagna ciò che poi sarebbe meglio far sparire, in modo che vi portiate a casa i concetti puri.
Allora, colui che ha pensato l’uomo dice: io voglio un essere che abbia:
1. un sacco di percezioni;
2. un sacco di rappresentazioni;
3. non basta!, non voglio soltanto un essere che abbia un’infinità di percezioni e un’infinità di rappresentazioni, voglio un essere che viva un sacco di sentimenti: rabbia, dolore, gioia, entusiasmo, sorpresa…
4. e voglio creare un essere che rischia di farmi concorrenza in fatto di pensare, però lo creo in modo tale che la concorrenza non me la faccia subito, dài, che ci metta almeno parecchi millenni!
Che pensata ha fatto? L’uomo.
Voglio creare l’uomo!, e voglio dargli quattro realtà fondamentali: la percezione, la rappresentazione, il sentimento e il pensare. Come faccio?
Io ho già creato le pietre, le piante, gli animali e in questa sfacchinata più grossa, che è l’uomo, devo mettere insieme tutto quanto: le forme, le metamorfosi, i sentimenti e poi il pensare. Per prima cosa, allora, se voglio che abbia le percezioni sensorie, devo creare un organismo fisico, un corpo fisico (in questo schizzo riassumo nel cervello tutta la realtà del corpo fisico, perché il cervello è alla base della percezione).[51]

Fig. 31
Ma voglio che abbia anche la rappresentazione, e allora gli do il corpo eterico: l’etericità l’ho già appiccicata alle piante, al mondo vegetale, ce l’ho già. Un corpo fisico senza l’eterico è capace magari di percezione ma non di rappresentazione – sto semplificando le cose eh!, nella scienza dello spirito diventano molto più complesse: comunque prendiamo queste riflessioni come ponti importantissimi tra la scienza naturale e la scienza spirituale –: nel corpo eterico sorgono le rappresentazioni. Le rappresentazioni sono fenomeni eterici, innervature, immagini eteriche (è difficile dirlo perché la nostra scienza naturale non conosce questi fenomeni).
La rappresentazione viene portata a coscienza nel corpo astrale, ma come fenomeno di origine viene percepita nel corpo eterico, perché lì è, e viene portata a coscienza nel corpo astrale – le cose sono complesse. Allora, dice il Logos, per dargli l’esperienza della rappresentazione devo dargli l’eterico, che non basta, però: voglio che lui si accorga delle rappresentazioni.
Se vede una fanciulla bellissima ha la percezione, però una percezione senza rappresentazione vuol dire che va via e non gli resta nulla. Peccato! Diamogli la rappresentazione. Ma se voglio che si accorga della rappresentazione devo dargli il corpo astrale (l’anima), perché soltanto nell’astralità sorge coscienza.
La sostanza astrale è una realtà, fa sorgere coscienza. Astralità, coscienza e anima sono sinonimi per noi scienziati dello spirito in erba: a livelli più complessi si distingue ancora, perché l’astralità è coscienza potenziale, ma comunque per noi astralità, coscienza e anima sono la stessa cosa.
Ora non soltanto l’uomo ha la rappresentazione della fanciulla bellissima, ma sa di averla e se la gode. Il godimento è nell’anima: «mi piace» è un sentimento, non è nell’eterico è nell’animo. Il linguaggio italiano è ricchissimo in questo campo, più ricco del tedesco: che differenza c’è tra anima e animo? Non ditemi che l’anima è femminile e l’animo è maschile! No, no! La sa solo l’italiano la differenza e non la sa spiegare, le cose sono troppo sottili.
Comunque sappiamo che abbiamo a che fare con un elemento che non è vegetale: la rappresentazione è nel vegetale, ma in quanto portata a coscienza con gioia, con piacere, è nell’animo, è sentimento. Quindi tutta questa sfera dell’astralità, della coscienza, dell’anima ecc… non ha nulla a che fare con l’oggettivo, perché io nella coscienza non ho realtà (lo dicevamo ieri), nella coscienza ho soltanto immagini della realtà, ma non la realtà. Nella coscienza ho l’immagine della carota, ma non la carota reale. Se ho fame cosa sento nell’anima? Mi sorge la rappresentazione della carota, o degli spaghetti? No. Sento fame, appetito, tutte esperienze animiche.
Basta tutto questo per avere l’uomo? Basta per il concetto di uomo? Dice il Logos: se lo faccio col fisico, con l’eterico e con l’astrale ripeto l’animale, ma l’ho già fatto ieri, al quinto giorno. E perché non mi basta l’animale? Perché ha soltanto il corpo fisico (percezioni: ma neanche, dicevamo, perché non vanno fino al quarto livello, fino al concetto pensante), poi ha rappresentazioni e ha l’anima, ha sensazioni-sentimenti (animale è l’essere dell’anima).
Perché ho detto: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza? Perché gli animali non sono a nostra immagine e somiglianza: gli manca la cosa più importante, lo spirito che pensa, che crea. Cosa gli do, ora, all’uomo? Lo spirito non si può dare (si può dare la potenzialità allo spirito, direbbe Aristotele).
E allora, come l’ho reso capace di guardare dal di fuori al fisico e all’eterico, così gli do la capacità di guardare l’anima dal di fuori: se resta al livello animale, nell’anima ci rimane dentro e non può guardarla dal di fuori.
Come si fa a guardare l’animico dal di fuori? Soltanto pensandoci sopra: lo rendo capace di pensare. Quindi il pensare è la capacità potenziale di diventare oggettivi in campo animico. E qual è il concetto oggettivo dell’animico? Che è soggettivo. Però può dire che l’animico è tutto soggettivo soltanto chi è oggettivo: il pensare.
Questa dimensione dell’oggettivo che noi chiamiamo lo spirito, è una quarta dimensione, quella più importante, perché prende posizione, sindaca, delibera e dice la verità anche sui fattori di coscienza dell’anima.
Per esempio, lo spirito dice: tutti i fattori di coscienza sono immagini speculari e non hanno nessuna realtà. Chi può dire questo? Lo spirito. E perché lo spirito dice che quella immagine non è realtà? Perché conosce la differenza tra immagine e realtà, quindi lui deve essere realtà.
La realtà c’è soltanto a livello dello spirito:
4. lo spirituale, la realtà, il concetto
3. l’animico
2. l’eterico
1. la percezione
Noi, ne La filosofia della libertà, tutta questa scienza dello spirito in erba la prendiamo dai due estremi: 1. la percezione e 4. il concetto (che è creazione dello spirito). Poi ci rendiamo conto che questo spirito non è possibile senza il risvolto animico, che è la coscienza della rappresentazione, e che la percezione fisica non è possibile senza la rappresentazione al livello eterico.
Il ponte fisiologico tra la percezione del rosso e la rappresentazione (che, vi dicevo, è nel corpo eterico e viene portata a coscienza nell’anima, nel corpo astrale) è lo studio che faceva Goethe, ne era innamorato!, sui contro colori. Tantissime volte lui guardava il rosso e poi chiudeva gli occhi e vedeva il colore opposto, il complementare. Questo colore opposto in che elemento è? Nell’eterico: è una prima percezione dell’eterico, perché se non ci fosse l’eterico questo contro colore non potrebbe sorgere.
Goethe ne era innamorato, per lui era un mistero: come si trasforma un colore nel suo opposto, quello che percepisco passando dal fisico, dall’elemento carnale della materia (il Verbo si è fatto carne) all’eterico? L’eterico è il vitale in quanto fuori dalla carne: altrimenti è un vitale operante dentro la carne, dentro il muscolo, dentro il nervo.
Il nervo sensorio è un tipo di carne massimamente devitalizzato, e perciò lì può sorgere maggiormente la coscienza: dove il corporeo è più vitalizzato, lì pullulano le forze vitali e la coscienza si obnubila.
Per permettere l’illuminarsi della coscienza, l’illuminarsi dell’anima, bisogna che il vitale si ritiri: quindi il nervo sensoriale è un pezzo di organismo quasi morto, altrimenti non permetterebbe né la percezione né la rappresentazione.
In altre parole, perché noi non percepiamo con lo stomaco ma con i nervi ottici? Perché lo stomaco è troppo intriso di forze vitali – tant’è vero che il sistema metabolico è quello che deve ricaricare, ricostruire le forze vitali.
Qual è il rapporto che c’è fra rappresentazione e sentimento, fra la rappresentazione della bella fanciulla e il sentimento di piacere? Che rapporto c’è? C’è il rapporto che ha pensato colui che ha creato l’uomo: questo rapporto non è una cosa che si può percepire, lo si può solo pensare. L’uno non può essere senza l’altro. Ma che l’uno non può essere senza l’altro non è una percezione, è un pensiero, è un concetto.
Qui abbiamo il concetto complessivo di uomo: ecco l’uomo. (vedi Fig. 31 pag. 275).
I quattro livelli della creazione: la forma (corpo fisico), la metamorfosi (il vivente, il vegetale), l’elemento di anima (sensazione, sentimento interiore personale, l’animale) e lo spirito che crea (lo specifico umano), messi tutti insieme fanno il concetto di uomo. Non il concetto di Angelo, perché l’Angelo non ha il fisico. Quando il Logos ha concepito l’Angelo ha fatto una tutt’altra pensata.
Vi ho detto che qui, sulla lavagna, c’è naturalmente uno spazializzare qualcosa che non è spazializzabile e vi ho detto anche che questa specie di ponte tra La filosofia della libertà (dove si parla di percezioni, di rappresentazioni, di sentimenti, di pensieri, di concetti) e la scienza dello spirito è una semplificazione enorme.
Una semplificazione che però può servire perlomeno a mettere una pulce nell’orecchio per dire: un momento, questa scienza dello spirito non è campata per aria, mi spiega le cose a un livello molto più convincente, addirittura più convincente rispetto a una scienza cosiddetta naturale che non è scientifica perché non mi spiega nulla, mi descrive soltanto.
Descrivere una serie infinita di percezioni senza cogliere, a livello di pensiero, i nessi, i pensieri che sono la realtà di queste percezioni, non spiega nulla, non è scienza. Così come non sarebbe scientifica una scienza spirituale che non volesse essere controllata dal lato della percezione. Allo scienziato spirituale, all’antroposofo, bisogna sempre chiedere: mostrami il lato di percezione, altrimenti fai speculazioni.
La realtà ce l’ho soltanto quando ho tutti e due i lati: l’elemento di percezione e l’elemento del concetto. E lo devo indicare, il lato di percezione: anche il pensare, lo dicevamo, se vuol essere una realtà deve essere percepibile, altrimenti non è una realtà per l’uomo.
Per l’uomo una realtà, per essere realtà, deve avere un lato di percezione e un lato di concetto. Quindi, questo vale anche per la realtà di Dio, e il lato di percezione del Dio tradizionale sono le rappresentazioni nell’animo. Il Dio tradizionale, nella maggior parte dei casi, è un contenuto animico: benissimo, padroni! È una sacchetta della tua anima, padrone di tenerla, ma non mi venire a dire che è il creatore oggettivo di tutto l’universo! Tu non mi dai il lato di percezione, quindi non è una realtà.
Il pensare è il creatore oggettivo di tutto l’universo, perché io nel pensare ti dimostro che creo tutto l’universo. Quindi se c’è un Dio che crea tutto l’universo, deve essere il Dio Pensare. E come chiamano i greci il Dio Pensare? Il Logos (che vuol dire proprio il Dio Pensare) e ti dicono: un altro Dio non c’è, perché un Dio che non crea pensando non è un Dio, è un povero diavolo!
La scienza dello spirito fa fare un passo avanti bellissimo anche alla religione: da una religione d’anima, di contenuti animici – legittimi però infantili – a una religione che si basa sull’esperienza dello spirito creatore.
Facciamo una pausa poi leggiamo fino alla fine il V capitolo e poi tocca a voi!
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V,30 Che cosa è dunque la percezione? La domanda, posta così, in generale, è assurda. La percezione sorge sempre perfettamente determinata, come un contenuto concreto. Questo contenuto è dato direttamente e si esaurisce nel dato. Riguardo a tale dato si può soltanto domandare che cosa esso sia al di fuori della percezione, cioè per il pensare. La domanda «che cosa è la percezione?» può quindi riferirsi solamente all’intuizione concettuale che le corrisponde. Da questo punto di vista, la questione della soggettività della percezione, nel senso dell’idealismo critico, non può affatto venir posta {la percezione non è soggettiva, perché la percezione non è nulla: il concetto dice cos’è la percezione, e il concetto è oggettivo, universale}. Soggettivo si può chiamare soltanto quel che viene percepito come appartenente al soggetto {quindi la rappresentazione è un fatto soggettivo, però questo concetto di rappresentazione è oggettivo, non è soggettivo}. Il formare un nesso tra il soggettivo e l’oggettivo non può spettare a nessun processo che sia reale in senso primitivo, cioè a nessun percepibile divenire, ma solo al pensare. Per noi è dunque oggettivo ciò che per la percezione appare posto al di fuori del soggetto della percezione. Il soggetto della mia percezione rimane per me percepibile quando la tavola che in questo momento mi sta davanti sarà scomparsa dal campo della mia osservazione. L’osservazione {la percezione} della tavola ha prodotto in me una modificazione {percepibile}, anch’essa permanente. Io conservo la capacità di poter suscitare più tardi un’immagine della tavola {quando penso alla tavola}; questa capacità rimane unita a me. La psicologia chiama questa immagine «rappresentazione mnemonica».
Ma non c’entra la parola «mnemonica»: è la rappresentazione, punto e basta. Ogni rappresentazione è mnemonica, visto che viene dopo la percezione. Quindi ogni rappresentazione è un tipo di ricordo della percezione: ho visto la tavola, sono andato via e adesso mi ricordo della tavola. Cosa ho? La rappresentazione. Perché il linguaggio dice: mi ricordo? Perché la rappresentazione ce l’ho sempre avuta, solo che in questo momento la faccio entrare nel cuore, nell’animico, la porto a coscienza.
Gli Scolastici chiamavano la rappresentazione potenziale, non conscia, la specie impressa, perché viene impressa nell’eterico. Nell’eterico io ho questa forma di tavola, ma se non mi ricordo, se non la porto nell’elemento animico di coscienza (il cuore è il sentimento dell’animo), resta un’immagine impressa nell’eterico, potenzialmente conscia ma non realmente conscia.
Il fatto che un’immagine c’è e io me ne posso ricordare è proprio la differenziazione chiarissima tra l’eterico e l’astrale. E il linguaggio lo dice: me ne ri-cordo (dal latino cor cordis, cuore), la porto nell’animico, la porto nella coscienza: altrimenti resta un’immagine impressa nell’eterico.
Quando io mi ricordo della tavola, da dove prendo l’immagine? Se l’immagine non ci fosse da qualche parte io non la potrei inventare, dovrei di nuovo percepire: perciò il linguaggio non dice «io invento l’immagine», ma dice «me ne ricordo». L’astrale, l’anima, la coscienza la guarda: cos’è la rappresentazione? Una percezione. Il ricordare è percepire nell’eterico.
Il linguaggio ci aiuta, ci aiuterebbe, e questo ci sta a dire come le cose de La filosofia della libertà quadrano a livello scientifico, molto più di quanto afferma la scienza che noi conosciamo e che va a naso. Allora, torniamo alla rappresentazione mnemonica.
(V,30) È però l’unica cosa che con diritto si possa chiamare rappresentazione della tavola.
Che levata d’ingegno ha fatto il genio del linguaggio italiano, che poi è parente di quello latino, creando, coniando la parola-concetto «rappresentazione»? Cos’è la rappresentazione? Vuol dire che qualcosa viene «ripresentata»: era sparita, e si ripresenta. È un ripresentarsi della specie impressa nell’eterico all’atto del percepire: si ripresenta, viene portata a coscienza e io me ne ricordo. Questa è la rappresentazione, la parola lo dice.
Tutte le parole del linguaggio sono geniali, perché sono state coniate dal genio del linguaggio (eccetto molte parole recenti, con le quali gli esseri umani imbastardiscono il linguaggio), sono tutte intuizioni del genio del linguaggio che non è neanche a livello angelico ma arcangelico, due gradini cosmici al di sopra dell’uomo.
I concetti che sono cristallizzati nelle parole sono da rispettare: se mi parla di «rappresentazione» deve essere un fenomeno di qualcosa che si ripresenta, che ridiventa presente alla coscienza: era scappata fuori dalla coscienza, me ne ero dimenticato.
Il ricordare riporta nel cuore, e il dimenticare porta via dalla mente, dimenticare.
Che differenza c’è tra demente e dimenticare? Questo è un conio toscano: dimenticare è come masticare, è un verbo frequentativo (indica il ripetersi dell’azione) e vuol dire che è suscettibile di ricordare: dimentico, ricordo, dimentico, ricordo… (piovigginare è frequentativo: piove e smette, piove e smette). Ma la demenza? Non è solo un avanti e indietro, avanti e indietro fra dimenticare e ricordare, è un aver perso del tutto e in senso duraturo la facoltà di riportare alla coscienza.
Tra le altre cose, la scienza dello spirito ci aiuta a riprendere il linguaggio, a scoprire cosa c’è nel linguaggio: io sono abituato a farlo maggiormente col tedesco, però, ditemi voi, quanto c’è da scoprire con l’italiano, quanto è coperto nel linguaggio, quanto è sepolto e va scoperto, perché c’è. Lo spirito che ha coniato la parola «dimenticare» o «rappresentare», beh, deve aver pensato a cosa faceva!
La rappresentazione non è una presentazione: la presentazione è un primo fatto, la rappresentazione ripete. Una rappresentazione teatrale perché non è una presentazione? Perché la prima presentazione l’ha fatta chi ha scritto l’opera, e gli altri non possono fare che rappresentarla, ripresentarla. La presentazione è in chi l’ha coniata, in chi l’ha pensata, e sulla scena c’è la rappresentazione. Il ruminare.
Se non vogliamo avere una rappresentazione, che alternativa c’è in italiano? L’improvvisare. Che concetto è? All’improvviso! Da dove viene «improvviso»? Prevedere significa: l’ho previsto, c’ho pensato prima. «Improvviso», invece, significa che non è stato previsto, è il creare puro. Il Logos crea all’improvviso, improvvisa sempre sennò non è un Logos.
L’alternativa all’improvvisare è il copiare, il rappresentare. Perché noi partiamo dal presupposto che un attore, o un musicista, va meglio quando rappresenta, quando suona la sinfonia di Beethoven anziché quando improvvisa? Perché partiamo dal presupposto che siamo poco creatori. Altrimenti improvvisare è molto meglio che ruminare.
Steiner si è arrabbiato un sacco di volte contro le «lezioni» universitarie. Lezione viene da leggere, e cosa vuol dire leggere? Per leggere il testo deve essere già fatto, già masticato: ora, immaginate voi se io tutto quello che vi racconto lo leggessi! Steiner dice: e io devo andare alla lezione universitaria per sentire uno che legge? Ma ho imparato a leggere, no?, so leggere io da solo, e allora mi compro il libro e sto a casa. La lezione universitaria è un fenomeno di barbarie culturale, di gente che non si fida a improvvisare, a creare.
Un oratore dice: sì, però se io non mi attengo a qualcosa di già preparato può darsi che la cosa venga fuori molto meno perfetta. Ciò che è perfetto è morto!! L’elemento dell’umano non è il perfetto, l’elemento dell’umano è il movimento, è l’evoluzione. Se tu mi fai una lezione perfetta mi fai scappar la voglia. Una bara è perfetta al millimetro, bella morta; un cimitero è perfetto, ma io non ci vivo volentieri…
Abbiamo una cultura dove la creatività non viene favorita, perché abbiamo paura: pensiamo che l’ordine, l’inquadramento, sia meglio del disordine, perché dove manca l’ordine ordinato da chi ordina, l’unica alternativa che noi conosciamo è il disordine. Siamo poveri, poveri!
Allora torniamo al testo, alla rappresentazione della tavola.
(V,30) Corrisponde infatti alla modificazione percepibile del mio proprio stato per effetto della presenza della tavola nel mio campo visivo. Non si tratta affatto della modificazione di un «io in sé» che stia dietro al soggetto della percezione, ma della modificazione dello stesso soggetto percepibile {di me come soggetto percepibile}.
La rappresentazione è una modificazione di me che percepisco in me, non nell’io in sé come cosa in sé sconosciuta. La rappresentazione della tavola ce l’ho io, e ce l’ho ben nitida, mi ricordo benissimo che era una tavola grossa, non piccola, una tavola quadrata e non rettangolare e questa rappresentazione la percepisco in me, santa pace!, non nell’io sconosciuto che sta oltre me.
(V,30) La rappresentazione è dunque una percezione soggettiva {è meglio dire: fatta sul soggetto} in contrapposto alla percezione oggettiva in presenza di un oggetto {fatta su uno oggetto} sull’orizzonte della percezione. La confusione fra la percezione soggettiva e quella oggettiva porta all’equivoco dell’idealismo {critico} che il mondo sia una mia rappresentazione.
V,31 Bisognerà ora anzitutto determinare meglio il concetto di rappresentazione {il VI capitolo lavorerà sulla realtà della rappresentazione, un capitolo importantissimo perché lì entreremo nell’elemento animico, interiore del soggetto umano}. Ciò che finora abbiamo esposto riguardo ad essa non è il suo concetto, ma soltanto indica la via per cercare dove essa si trova nel campo della percezione.
Abbiamo detto soltanto che la rappresentazione si percepisce nel soggetto, ma questo non ci ha ancora dato il concetto completo di rappresentazione, non ci ha ancora detto cos’è la rappresentazione. Abbiamo detto dove si trova: nel soggetto, cioè è percepibile nel soggetto.
(V,31) Il concetto esatto di rappresentazione ci renderà poi anche possibile di acquistare una soddisfacente visione dei rapporti tra rappresentazione e oggetto. E questo ci porterà poi al di là dei confini dove il rapporto fra il soggetto umano e l’oggetto appartenente al mondo vien trasferito, dal campo puramente concettuale della conoscenza, giù nella vita individuale concreta.
La rappresentazione fa parte del vissuto animico interiore. Porto in me l’immagine dell’amico che ho visto, ho la rappresentazione di questa persona amica, e questa rappresentazione è un vissuto: ciò che io vivo percependo questa immagine, questa rappresentazione, è un fenomeno della mia anima, della mia vita. È il vissuto.
(V,31) Quando sapremo che cosa dobbiamo ritenere sul mondo, ci sarà anche più facile prendere in esso una giusta posizione. Potremo svolgere con piena forza la nostra attività solo quando conosceremo l’oggetto, appartenente al mondo, al quale dedichiamo tale attività.
Torniamo un momento al mandarino. Io vedo il mandarino e tu, Rudolf Steiner, mi dici: no, la realtà del mandarino non è là fuori, là ho la percezione. Ciò di cui parlo, la materia che io vedo là fuori, oggi c’è e domani non c’è, oggi è in un modo e domani è in un altro, mentre il mandarino reale dev’essere sempre mandarino, non oggi così e domani colà. Allora, per questo primo passo siamo d’accordo, te lo concedo: nella percezione non ho la realtà del mandarino.
Secondo passo: allora io non ho nulla di reale, perché di ogni cosa ho soltanto la rappresentazione! Anche dentro di me non trovo il mandarino, perché cosa ho, io, del mandarino dentro di me? Ho la rappresentazione, ma la rappresentazione è ancora meno mandarino di quanto non lo sia la percezione, perché il mandarino là fuori almeno mi induce a dire «è una realtà» perché se gli sbatto contro mi viene un bernoccolo. Però, quando il mandarino sparisce materialmente, il bernoccolo non mi viene più, e questo mi aiuta a dire: ah, forse non è vero che quello che percepivo era la realtà del mandarino.
Nella rappresentazione, invece, capisco subito che non ho la realtà del mandarino, perché è per natura un’immagine riflessa, non è una realtà.
Allora, dov’è la realtà del mandarino?
Steiner dice: la realtà del mandarino, ciò che rende il mandarino reale, percepibile, rappresentabile è lo spirito che crea questo concetto.
E l’uomo d’oggi dice: peggio che peggio! Nella percezione pensavo di aver qualcosa – perché ci sbatto contro, al mandarino, i suoi frutti li prendo e li mangio – ma tu me l’hai smontata. Poi siamo passati all’interiorità, alla rappresentazione, e lì non abbiamo la realtà del mandarino, d’accordo, anche se la rappresentazione può farmi venire l’acquolina in bocca, ma più di quella non c’è.
Adesso tu mi porti il concetto e dici che quello dovrebbe essere la realtà! Peggio che peggio! Cosa ho nel concetto? Nulla!
È giusta questa reazione, perché il pensare umano si è depotenziato a un punto tale che l’uomo d’oggi non ha concetti, non concepisce nulla, non crea, ha soltanto le parole del linguaggio.
Però, se l’uomo riflette sul modo in cui queste parole del linguaggio sono sorte, deve dire: l’albero di mandarino che io vedo fuori non può esistere senza che qualcuno l’abbia pensato, creato.
Così come è per una macchina: qual è la realtà della macchina? Se si scassa, allora è una realtà di materia che oggi c’è domani non c’è. Qual è allora la realtà della macchina? È il pensiero, l’idea.
Allora mi rendo conto che il pensare umano si è impoverito, è diventato così debole proprio per darci la possibilità di afferrarlo al punto infimo per renderlo sempre più forte: nell’origine il pensare deve essere la realtà assoluta, perché lo vedo determinante in ogni cosa che faccio.
Reale è il pensiero.
Allora mettiti per strada, prendi il pensare da questo punto infimo di passività e rendilo sempre più attivo, sempre più creatore. E la cosa ti convincerà, perché se rifletti devi dire che la realtà della macchina è il pensiero, è l’idea che l’ha creata. Così la realtà del mandarino è il pensiero che l’ha creato: niente può rendersi visibile nella materia se prima non c’è nell’idea.
Tante buone cose, ci vediamo la prossima volta per chi ha voglia e tempo.
Grazie!

A proposito di Pietro Archiati
Pietro Archiati è nato nel 1944 a Capriano del Colle (Brescia). Ha studiato teologia e filosofia alla Gregoriana di Roma e più tardi all’Università statale di Monaco di Baviera. È stato insegnante nel Laos durante gli anni più duri della guerra del Vietnam (1968-70).
Dal 1974 al 1976 ha vissuto a New York nell’ambito dell’ordine missionario nel quale era entrato all’età di dieci anni.
Nel 1977, durante un periodo di eremitaggio sul lago di Como, ha scoperto gli scritti di Rudolf Steiner la cui scienza dello spirito – destinata a diventare la grande passione della sua vita – indaga non solo il mondo sensibile ma anche quello invisibile, e permette così sia alla scienza sia alla religione di fare un bel passo in avanti.
Dal 1981 al 1985 ha insegnato in un seminario in Sudafrica durante gli ultimi anni della segregazione razziale.
Dal 1987 vive in Germania come libero professionista, indipendente da qualsiasi tipo di istituzione, e tiene conferenze, seminari e convegni in vari Paesi. I suoi libri sono dedicati allo spirito libero di ogni essere umano, alle sue inesauribili risorse intellettive e morali.
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Ogni licenza relativa a un’opera deve essere identica alla licenza relativa all’opera originaria.
[1] Rudolf Steiner La via dal sensibile al sovrasensibile – Archiati Edizioni Pietro Archiati Creare e vivere una nuova vita – L’impulso scientifico-spirituale – Archiati Edizioni
[2] Rudolf Steiner L’uomo e la tecnica – Il ruolo della macchina nell’evoluzione dell’uomo – Archiati Edizioni
[3] Rudolf Steiner Introduzione alla scienza dello spirito – Archiati Edizioni
[4]Rudolf Steiner Tra destino e libertà – Archiati Edizioni
Rudolf Steiner Capire il karma, amare la provvidenza – Archiati Edizioni
Pietro Archiati Nati per diventare liberi – Archiati Edizioni
[5]Su questo tema, vedi anche: Pietro Archiati La religiosità innata del bambino – Archiati Edizioni
[6]Rudolf Steiner Il vangelo di Giovanni – Editrice Antroposofica
Pietro Archiati Nel principio era il Logos (FdL 1) – Archiati Edizioni
[7]Rudolf Steiner Catastrofi naturali – Archiati Edizioni
[8]Rudolf Steiner La scienza occulta nelle sue linee generali – Editrice Antroposofica
[9]Pietro Archiati Arrivederci alla prossima vita – Archiati Edizioni
[10]Questo passaggio è il nucleo degli 11 volumi di trascrizione degli Atti dei Seminari sul Vangelo di Giovanni tenuti da Pietro Archiati – Archiati Edizioni
[11]È «la cosa in sé» kantiana di cui si è già trattato in relazione all’idealismo critico di Kant. Vedi: Pietro Archiati La percezione – Un inganno da superare (FdL 4) – Archiati Edizioni
[12]Gv 6,63 «È lo spirito che dà la vita, la carne giova in quanto si nullifica», cioè nella misura in cui mostra allo spirito la sua nullità.
[13] Dante Alighieri Divina Commedia – Inferno, canto XXVI,119.
[14]Lettera di Paolo ai Romani 8, 19-22 «L’attesa ardente delle creature, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. Le creature infatti furono sottoposte alla nullità – non di loro volontà, ma da colui che ve le sottopose – nella speranza che esse pure saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per ottenere la libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre fino al presente le doglie del parto».
[15] Rudolf Steiner Vivere con gli Angeli e gli spiriti della natura – Archiati Edizioni
[16]Per gli interessati riportiamo l’intervento di Maria Nieddu in Nota di appendice.
[17]Rudolf Steiner Il fenomeno Uomo – Da Gesù a Cristo – Archiati Edizioni
[18]Mt 25,31-46
[19]È il corpo fisico spirituale dell’uomo, non intriso di materia, così come era prima della caduta.
[20]Per ciclo solare s’intende il periodo di 2160 anni che il sole impiega per passare da un segno dello Zodiaco all’altro nell’equinozio di primavera (es: Ariete, periodo greco-romano; Toro: periodo egizio-caldaico; Gemelli: periodo persiano; Cancro: periodo indiano).
[21]Rudolf Steiner Le gerarchie spirituali e loro riflesso nel mondo fisico. Zodiaco, pianeti, cosmo – Editrice Antroposofica
[22]Rudolf Steiner La scienza occulta nelle sue linee generali – Editrice Antroposofica
[23]Pietro Archiati Equilibrio interiore – Archiati Edizioni
[24]Pietro Archiati L’Apocalisse di Giovanni – Presente e futuro dell’umanità – vol. 1°, Archiati Edizioni
[25]Pietro Archiati Il mistero dell’amore – Archiati Edizioni.
[26]Sulla copertina della nuova edizione è riportata la statua del Canova «Amore e Psiche».
[27]Pietro Archiati Il bene e il male. Che cos’è? – Archiati Edizioni
Pietro Archiati L’uomo e il male, un mistero di libertà – Archiati Edizioni
[28] Pietro Archiati Guarire ogni giorno – Archiati Edizioni
[29]Pietro Archiati Equilibrio interiore – Archiati Edizioni
[30]Pietro Archiati La forza della verità – Archiati Edizioni
[31]Questo testo di Rudolf Steiner in italiano è pubblicato sotto il titolo di Iniziazione – Editrice Antroposofica
[32]Gv 16,7 – vedi per completezza anche Gv 14,26 e 15,26
[33]Dante Alighieri Divina Commedia – Inferno, XIV,2
[34] Gv 10,34 Rispose loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi»?
[35] Pietro Archiati La forza della verità – Archiati edizioni.
[36] Vedi “Le gerarchie angeliche” a pag. 288
[37]Pietro Archiati La religiosità innata del bambino – Archiati Edizioni
[38]Capitolo IV, par. 3. Vedi il commento in: Pietro Archiati Il pensare, una creazione dal nulla (FdL 3) – Archiati Edizioni, pag. 214
[39]Pietro Archiati Pensare sul pensare: un’esperienza straordinaria pp. 254-255 e 269 (FdL 2) – Archiati Edizioni.
[40]Rudolf Steiner Evoluzione del concetto – Rivista mensile di scienza dello spirito – Anno X n. 10, ottobre 1955 – Editrice Antroposofica. Solo la conf. del 15 gen 1916 della O.O. 165
[41]Rudolf Steiner Il pensiero nell’uomo e nel mondo – Archiati Edizioni
[42] Platone Menone.
[43]Platone Repubblica
[44] Gv 18,10
[45] Mt 10,28 «E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna».
[46] Pietro Archiati La percezione, un inganno da superare (FdL 4) – Archiati Edizioni
[47] Ad esempio in: Rudolf Steiner Il karma e le professioni in relazione con la vita di Goethe – Opera Omnia 172 – IX conferenza – Editrice Antroposofica
[48] Rudolf Steiner Il bello di essere uomini – Archiati Edizioni
[49] Rudolf Steiner Cultura, politica, economia – Archiati Edizioni
Rudolf Steiner L’uomo tra potere e libertà – Archiati Edizioni
Rudolf Steiner Il coraggio della libertà nella vita sociale – Archiati Edizioni Pietro Archiati La forza della positività – Archiati Edizioni
Pietro Archiati Segni dei tempi – Archiati Edizioni
Pierto Archiati L’umanità, una sola famiglia – Archiati Edizioni
[50] Pietro Archiati L’arte dell’incontro – Archiati Edizioni
[51]Pietro Archiati costruisce a poco a poco questo disegno mentre parla, e lo conclude a pag. 279.