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Tratto dal convegno La scienza dello spirito per tutti, Roma, 22-24 aprile 2005

Trascrizione integrale del parlato a cura di Maria Nieddu

Nuova edizione curata da Letizia Omodeo Salè e Maria Nieddu

Testo NON rivisto dal relatore

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www.liberaconoscenza.it

ISBN 978-88-96193-17-4

Pietro Archiati

Creare e vivere

Una nuova vita

L’impulso scientifico-spirituale

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Indice

Prefazione

Prima conferenza

cosè la scienza dello spirito?

dibattito

Seconda conferenza

scienze naturali e scienza dellinvisibile

La vittoria sul materialismo

Dibattito

Terza conferenza

il cristianesimo per luomo doggi

La centralità dell’evento cristico

dibattito

Quarta conferenza

i grandi interrogativi per luomo doggi:

sofferenza, destino, morte

Le risposte della scienza dello spirito

dibattito

Quinta conferenza

ridare senso e slancio alla vita

La scienza dello spirito nel vissuto quotidiano

dibattito

A proposito di Pietro Archiati

Prefazione

La scienza dello spirito inaugurata da Rudolf Steiner comincia a interessare sempre più persone anche in Italia. Il convegno si propone di mostrare che si tratta di una proposta culturale quanto mai vasta e universale, consona ai nostri tempi.

Le scienze naturali prendono in  considerazione solo l’aspetto visibile del mondo. Vanno integrate con una ricerca e una conoscenza non meno scientifiche, anche di tutto ciò che è invisibile, che però esiste e per la vita di ogni uomo non è meno importante di tutto ciò che si vede e si tocca.

La religione, il cristianesimo, attende che la fede tradizionale, che a molti non basta più, venga approfondita dalla conoscenza, una conoscenza che chiede cosa sia davvero successo duemila anni fa, quando il divino si è congiunto con l’umano e la storia si è scissa in due.

La scienza dello spirito sa fornire anche risposte del tutto nuove e convincenti sui grandi, eterni interrogativi dell’esistenza umana: qual è il senso della morte – che cosa ci aspetta dopo?  C’è un significato positivo anche nella malattia e nel dolore? E che cosa si intende quando si parla di karma individuale?

Una conoscenza oggettiva dei mondi e delle realtà spirituali può, più di ogni altra cosa, ridare senso e slancio alla vita. L’uomo si sente in compagnia di tanti esseri spirituali che si dedicano al suo bene e può capire sempre meglio il bene concreto che lo attende in ogni giorno e in ogni incontro.

Pietro Archiati

Prima conferenza

Cos’è la scienza dello spirito?

La figura di Rudolf Steiner

Roma, 22 aprile 2005

Amici ascoltatori, cari amici,[1]

il tema di questo convegno, La scienza dello spirito per tutti, mi sta a cuore più di ogni altro, e chi mi conosce lo sa. Stasera cercherò di venire subito al nocciolo della questione dicendovi che circa cento anni fa nell’umanità è successo un fenomeno di portata incalcolabile, un vero finimondo… di cui, però, non si è accorto quasi nessuno. Ma non basta, questo evento non è l’unico fenomeno di portata incalcolabile passato pressoché inosservato. Ce n’è stato un altro ancora più sconvolgente ed è il fenomeno successo duemila anni fa! Il mio pensiero è che finora gli esseri umani non hanno capito quasi nulla di quell’evento. Hanno addomesticato il fenomeno e l’hanno fatto a misura propria. Non è una novità che nell’umanità accada qualcosa di portentoso senza che gli esseri umani se ne rendano conto. E come mai? Perché viviamo in tempi di materialismo, e materialismo significa che quanto non si vede, non si tocca e non si mangia non è reale. Vedremo nel corso delle nostre riflessioni che il materialismo, questa cruna dell’ago dell’oscuramento della coscienza, era necessario perché fa parte delle necessità evolutive dell’umanità.

In Germania è ora in corso un acceso dibattito in ambito scientifico-naturale. La neurobiologia, infatti, afferma che tutto ciò che avviene nella cosiddetta anima, come processo di coscienza, ha il proprio elemento determinante nel biologico. Si afferma che il biologico è l’unica realtà e quanto avviene nel campo del non visibile è un suo effetto. Il Dalai Lama ha proposto di ribaltare questa prospettiva e ha posto la domanda: e se fosse il pensare, lo spirito, ad aver creato il cervello? Perché dovrebbe essere il cervello a creare il pensiero, come asserisce in modo dogmatico la neurobiologia, e non l’opposto?

Però, l’affermazione del neurobiologo non la si può liquidare frettolosamente, per il semplice fatto che l’uomo d’oggi è costantemente alle prese con la materia, la esperisce e la vive veramente come l’unica realtà. Il punto di partenza delle nostre considerazioni, allora, è che l’esperienza della realtà materiale ce l’abbiamo tutti, mentre ci manca l’esperienza della realtà spirituale!

Per ogni essere umano è reale ciò di cui egli fa l’esperienza e noi, uomini di oggi, facciamo l’esperienza del materiale, ma non facciamo più l’esperienza dello spirituale. Pertanto l’uomo moderno non potrà mai sostenere che i pensieri sono una realtà causante tanto quanto lo è una bistecca, perché per lui non può essere vero. Di fatto il materialismo è una realtà di vita; quindi è del tutto inutile sbandierare che lo spirituale è qualcosa di reale a chi non ne fa l’esperienza. Affermare l’esistenza della realtà spirituale ha senso solo se questa è accompagnata dalla sua esperienza.

Cos’è la cosiddetta scienza dello spirito inaugurata circa un secolo fa da Rudolf Steiner? È un autentico finimondo… Ma non è mio intento fare la biografia di Rudolf Steiner, non è quello l’importante.

Partirei allora con un esempio. Prendiamo un bambino di tre anni: grazie alle forze di natura e al trascorrere del tempo, dopo una ventina d’anni abbiamo un adulto. Uno straordinario salto di qualità! Se diamo la Divina Commedia a un bambino di tre anni, cosa ne capisce? Nulla. Eppure quello del bambino è uno stadio di coscienza reale, ci siamo passati tutti. Dopo un paio di decenni, cosa è successo nell’uomo divenuto adulto? Se paragoniamo quanto vive nel bambino con ciò che è presente nell’adulto osserviamo in quest’ultimo un ampliamento di coscienza macrocosmico. C’è un mondo infinito nella mente degli adulti, un mondo presente per grazia di natura, per il fatto stesso che l’individuo è cresciuto. Quello che l’adulto sa, capisce e abbraccia nella sua coscienza è astronomico, mentre nella coscienza ordinaria del bambino non c’è praticamente nulla. Possiamo ora fare un paragone: un secolo fa, per la prima volta, è sorto un fenomeno di coscienza umana il cui salto qualitativo rispetto alla coscienza ordinaria è paragonabile al salto bambino-adulto. Questa è l’essenza della scienza dello spirito.

La coscienza dell’adulto, quella bellissima coscienza che ci dà la natura e che tutti abbiamo e godiamo ogni giorno, se paragonata alla coscienza che acquisiamo grazie alla scienza dello spirito, è una coscienza infantile. Per chi cerca di afferrare questo concetto, la prospettiva è vertiginosa. E non è strano che da parte di tanti si mettano immediatamente in moto meccanismi di autodifesa che accampano l’impossibilità di raggiungere uno stadio di coscienza più evoluto. Ma il fatto che sia impossibile per loro non vuol dire che lo sia per tutti! Chi squaderna e studia i quasi quattrocento volumi dell’Opera Omnia di Rudolf Steiner riconosce che la coscienza della scienza dello spirito è assimilabile alla coscienza ordinaria di un adulto come quest’ultima lo è alla coscienza di un bambino di tre anni: soltanto questo paragone calza per capire il fenomeno scienza dello spirito.

Arrivati a questo punto il mio compito non è facile. Pongo allora la domanda: il trapasso dalla coscienza embrionale del bambino a quella dell’adulto è un fenomeno strano o elitario? No, non è affatto elitario: è un fenomeno di squisita universalità umana, che riguarda tutti. Rare eccezioni ci sono – i cosiddetti “ritardati mentali” –, ma adesso parliamo della coscienza dell’adulto ordinario. Anche il passaggio dalla coscienza di cui disponiamo attualmente a un suo ampliamento all’infinito è aperto a tutti, si tratta del compito di ogni uomo nei prossimi secoli e millenni di evoluzione. Questo passaggio, però, presenta una differenza fondamentale rispetto al salto di coscienza bambino-adulto.

La coscienza dell’adulto di oggi abbraccia la realtà visibile e le sue leggi. È la consapevolezza del modo di funzionare del nostro mondo, un mondo infinito di cui il bambino non ha la più pallida idea. Il gradino successivo a questo è avere presenti alla coscienza tutte le realtà soprasensibili, non materiali; e la grande differenza tra questi due processi di coscienza consiste nel fatto che:

• il passaggio dalla coscienza del bambino alla coscienza dell’adulto ce lo dà la natura;

• il passaggio dalla coscienza dell’adulto alla coscienza dei mondi spirituali è un fattore non di natura, ma di libertà.

Se la natura ci regalasse anche la coscienza dei mondi dello spirito, sarebbe una noia! Il dato di natura non è il meglio della vita, ne ho sempre avuto il sospetto. Il meglio della vita è ciò che mi conquisto nella mia libertà, e questo vale molto di più. Se capisco rettamente il fenomeno umano dico allora che il senso della somma dei doni che la natura fa all’uomo è di renderlo capace di conquiste all’infinito nella libertà, è la facoltà della libertà, la facoltà del creare liberamente come artista, come spirito pensante che escogita e crea mondi all’infinito.

È importante sottolineare che il dono più grande della natura non è in quanto la natura ci regala, ma è in ciò di cui ci rende capaci di realizzare in libertà. Infatti la libertà non può essere data – altrimenti non sarebbe libera –, può solo essere resa possibile.

Amare una persona, per esempio, vuol dire amare la sua libertà, ma “farla” libera non è possibile. L’amore consiste nel metterle a disposizione tutti gli strumenti necessari per l’esercizio della sua libertà, perché un esercizio della libertà senza condizioni, senza strumenti, non esiste. In quanto spiriti incarnati noi abbiamo bisogno di un corpo come strumento, e questo ce lo dà la natura, ce lo dà quale strumento indispensabile per il nostro viverci come artisti all’infinito, per l’esercizio della creatività del nostro spirito.

Complessivamente il senso degli infiniti doni che la natura – o la grazia divina – ci ha elargito è di renderci capaci di fare quel salto di coscienza paragonabile al salto mortale che dalla coscienza infantile conduce alla coscienza dell’adulto. Questa è l’essenza della scienza dello spirito di Rudolf Steiner, e forse avremo bisogno di secoli per compiere questo trapasso. È un’affermazione di assoluta universalità, valida ovunque ci siano esseri umani, perché o coglie l’essenza dell’umano, oppure non funziona in nessun luogo.

Cari amici, da una disamina spassionata di tutto quel che c’è nell’umanità moderna, il “fenomeno Rudolf Steiner” mi risulta essere assolutamente unico, se ce ne fossero altri, anche soltanto lontanamente paragonabili, sarei io il primo a goderne. Nel corso di queste giornate capiremo le diverse ragioni per cui il “fenomeno Rudolf Steiner” è stato non solo sottaciuto ma anche fondamentalmente ignorato. In due parole possiamo dire che è un fenomeno troppo pericoloso per le potenze costituite di questo mondo, perché l’essenza della scienza dello spirito è la chiamata di ogni spirito umano alla sovranità assoluta, è il superamento di ogni tipo di dipendenza.

La scienza e la tecnica ci hanno portato a vivere oggi in tempi di estrema complessità e in condizioni sempre più difficili; è quindi importante tornare ad alcuni fondamenti dell’esistenza e non cadere nella banalizzazione. Consideriamo prima di tutto il carattere di assoluta universalità dell’umano. L’umano ha due dimensioni fondamentali: l’universale e l’individuale. L’universale è ciò che tutti gli uomini hanno in comune; l’individuale è la particolarità, l’unicità, la specialità di ognuno.

Possiamo affermare che:

c’è una realtà dalla quale tutti noi attingiamo in modo uguale, perché fa parte della natura umana; e

c’è un altro mistero dato dall’unicità di ognuno: ogni essere umano è un mondo diverso da quello di tutti gli altri uomini.

Le due realtà fanno entrambe parte dell’umano e sono due mondi di godimento infinito perché possiamo godere sia di ciò che ci accomuna, sia dell’apporto unico e indispensabile che ognuno dà, della ricchezza creata da ogni individuo. Se venisse a mancare la sfaccettatura unica che ci viene incontro da questa o quest’altra persona, sarebbe un bel guaio: l’umanità ne sarebbe infinitamente impoverita! Prendere coscienza dell’unicità degli infiniti aspetti di ognuno è un cammino del pensiero ed è un cammino di umanizzazione che può darci gioia all’infinito.

Tra l’umanità, che è universale, e il singolo, che è individuale, c’è il gruppo.

Il gruppo – un popolo, una chiesa, una ditta, un’istituzione – è un altro grande mistero dell’evoluzione; la sua essenza è che non è universale, perché non abbraccia tutti gli uomini, e non è individuale, perché è costituito da una cerchia di persone. Proprio perché non è né universale né individuale, ogni gruppo è una specie di spada a doppio taglio: può essere umano o disumano a seconda che favorisca o strumentalizzi l’umano. Un gruppo, un popolo per esempio, è buono nella misura in cui si pone a servizio dell’intera umanità e al servizio di ogni singolo uomo. È buono in quanto si rende puro strumento per il duplice umano: per l’umanità da cui nessuno è escluso, e per la singolarità, unica e speciale in ognuno. Il gruppo diventa un fenomeno disumano, che cioè opera contro l’umano, quando è fine a se stesso, quando strumentalizza l’individuo e dissangua l’umanità sfruttandola per il proprio potere. È nella natura della libertà gestire il gruppo in due direzioni opposte: pro o contro l’umano; entrambi gli aspetti del gruppo devono esistere come possibilità della libertà.

Fatta questa premessa, direi che la scienza dello spirito di Rudolf Steiner è il primo fenomeno nell’umanità di assoluta universalità e di assoluta individualità. La scienza dello spirito non è mai esistita prima perché mancavano i presupposti di coscienza necessari a portarla nel vissuto, e quando viene vissuta in modo che si creano raggruppamenti che fagocitano l’individuo e succhiano la linfa dell’umanità per il proprio tornaconto, è perché viene snaturata.

Propongo ora una prima riflessione partendo dal cristianesimo tradizionale invalso da duemila anni. Ognuno di noi ha oggi tutte le percezioni degli eventi accaduti in questi duemila anni passati. In un primo tempo, è stato inevitabile che sorgessero fenomeni di gruppo, la necessità stessa di fare qualcosa richiede di organizzare le forze in gruppi e fare in modo di creare una reciproca intesa, altrimenti non si combina nulla. Se passiamo all’esame dei fatti possiamo constatare che nel corso dei secoli il cristianesimo tradizionale non è stato un fenomeno di pura universalità e di pura individualità, ma ha comportato delle realtà di gruppo a cui alcuni appartenevano e da cui altri erano esclusi. Senza voler entrare in nessuna polemica, prendiamo il fenomeno Chiesa, guardiamone gli aspetti nella loro oggettività. È importante farlo, e chiedersi: fino a che punto il cristianesimo tradizionale, così com’è stato praticato, ha espresso squisitamente l’universale umano e lo spicco individuale di ognuno?

Il motto «Extra ecclesiam nulla salus» (fuori dalla Chiesa non c’è salvezza) parla chiaro: è l’espressione di un’abissale negazione dell’universale umano, infatti afferma che o tu fai parte del gruppo degli eletti oppure sei escluso. Basta un’espressione del genere, come contenuto di coscienza, per escludere addirittura la maggior parte degli esseri umani dall’umanità. Per essere salvo, per entrare nella pienezza dell’umano devi far parte di questo gruppo – che è un’istituzione terrena, intendiamoci bene, perché se la Chiesa fosse semplicemente una realtà spirituale vi apparterremmo tutti quanti.

Adesso viviamo in tempi in cui è particolarmente importante mettere a disposizione degli esseri umani i testi fondamentali della scienza dello spirito perché ognuno, in quanto individuo, possa farsi un proprio giudizio. La coscienza ordinaria dell’adulto, data dalle forze del corporeo, è talmente intrisa di elementi di natura che la natura stessa ci costringe a frammentare, a dividere e sottodividere l’umanità in gruppi. In base a questo tipo di coscienza “naturale” in cui il corporeo è co-determinante, come possiamo allora assurgere alla coscienza di ciò che è universalmente umano?

A seconda del popolo a cui ciascun individuo appartiene, la natura porterà incontro delle forze che formeranno il corpo fisico in modo che questo esprima le caratteristiche particolari a quel popolo. Se sono italiano o tedesco o americano, la natura connoterà ciascuna corporeità in modo specifico e diverso per ogni tipologia. In altre parole, nella coscienza ordinaria le forze di natura sono determinanti e ci costringono a vivere la prigionia, il vanto e le illusioni propri della natura. Una coscienza data dal crescere delle forze della natura è portata a rendere più importanti gli aspetti che contraddistinguono ogni popolo, a scapito degli aspetti che accomunano i popoli tra loro. Infatti gli elementi di comunanza tra i popoli si trovano al di là dei fattori di natura: sono nello spirituale. E lo spirituale è oggetto di conquista della libertà.

Nell’irruenza delle forze di natura che danno luogo a un’umanità frammentata e fondata sull’orgoglio di appartenenza a un popolo o a una razza, compito della coscienza dell’adulto è superare questo stadio, propedeutico e transitorio, per andare verso uno stadio di coscienza successivo in cui l’essere umano assurge a una realtà dove gli uomini sono assolutamente tutti uguali. E questo è compito della libertà dell’individuo.

Io ho avuto la possibilità di vivere in vari continenti – in Europa, in Africa, in Asia, in America – e devo dirvi che l’apporto della natura che ci frammenta, ci divide, ci diversifica e ci pone gli uni contro gli altri è davvero incalcolabile. Nella coscienza ordinaria dell’adulto, l’apporto della natura è inestimabile! Se ci rendiamo conto di quanto sia predominante, comprenderemo anche quanto sia urgente ambire a raggiungere il successivo gradino di coscienza. Col successivo gradino di coscienza gli strumenti corporei, pur mantenendo la loro diversità, acquisiscono qualcosa di assolutamente comune: diventano tutti, e in modo uguale, mezzi per un cammino dello spirito, e proprio perché diventano strumenti, nella loro funzione di strumenti sono tutti uguali! Nessun uomo che compia questo cammino di coscienza si identificherà più con la natura, perché identificarsi con la natura significa restare indietro nell’evoluzione.

Certo, l’essere umano può, nella propria coscienza, essere un puro risultato di natura, può identificarsi con la natura e affermare che tutti i fenomeni di coscienza in lui vengono causati dalla composizione dei geni, però questo significa restare indietro, restare ancorati alla materia, significa omettere il meglio dell’evoluzione. E il meglio dell’evoluzione è la libertà, non è ciò che compie la natura. La natura crea gruppi, non crea individui e non crea l’universale umano.

• La natura, per sua natura, crea raggruppamenti.

• La libertà crea l’universalmente umano e l’assolutamente individuale in ognuno.

Oggi, durante il volo da Francoforte a Roma, per rinfrescare la lingua italiana ho letto il libricino Chi è il Figlio dell’Uomo?[2] in cui, specialmente nella seconda parte della conferenza, Steiner dice in un modo veramente profondo quanto io sto cercando di balbettare sulla realtà di quella parte di uomini che amano il Cristo. È un testo che non viene letto, viene ignorato dall’umanità d’oggi. Vi riassumo il pensiero fondamentale che è di una bellezza strabiliante.

La religione cristiana tradizionale ha parlato della caduta e della redenzione, ha parlato di nuova nascita. Steiner afferma che, in fondo, le scienze naturali e la religione tradizionale finora hanno fatto di tutto per rendere impossibile la redenzione. La divinità – o la natura – ha dato all’essere umano una coscienza, un pensare, che coglie soltanto la realtà del materiale. Possiamo dire che questo è il pensare caduto, è il pensare diventato disumano. Qual è il concetto specifico di redenzione? Ce lo presenta la scienza dello spirito. La scienza dello spirito è il fenomeno di redenzione dello spirito umano. Essa afferma che l’uomo non deve necessariamente mantenere il suo pensiero in una condizione di dipendenza dalle forze di natura, ma ha la capacità di farlo risorgere dalla “cattività” della natura a nuova vita!

Il pensiero che dipende dalle forze della natura (dal cervello, dalla corporeità) è un pensiero non redento. Il senso dell’evoluzione sta proprio nel fatto che la natura ci offre una coscienza passibile di redenzione, ci offre un pensare che aspira alla redenzione, ma la decisione di rendere la coscienza, il pensiero, sempre più indipendenti dai determinismi di natura, spetta all’uomo, è compito della sua libertà, nessuno può imporgliela dal di fuori. Redimere il pensiero dalle costrizioni delle forze di natura è l’essenza del cosiddetto cristianesimo: il Logos dentro ciascun individuo è la sua potenzialità, è la sua capacità di operare questa redenzione; e l’uomo deve poterla omettere, altrimenti non sarebbe creazione della sua libertà.

La scienza dello spirito di Rudolf Steiner è l’inizio di una redenzione del pensare umano che si può compiere soltanto nella libertà.

Se ora paragoniamo la religione tradizionale – il cattolicesimo – e la scienza tradizionale con questa affermazione, dobbiamo dirci che:

• l’affermazione fondamentale delle scienze naturali è che la coscienza umana dipende in toto dalle forze della natura;

• l’affermazione fondamentale della religione tradizionale è che l’essere umano è soltanto anima, lo spirito è qualcosa in cui dover credere.

Secondo quest’ultima affermazione la redenzione dell’uomo avviene per grazia divina. Ma se fosse la grazia a redimere il mio pensiero a me non resterebbe nulla da fare! La grazia divina mi rende capace di redimere il pensiero, questo sì, ma sarebbe un bel guaio se fosse lei a redimere il mio pensiero! In base ad affermazioni come queste ci rendiamo conto che in questi duemila anni c’è stato un primo inizio, un’infanzia del cristianesimo, e la struttura dell’umano non è stata ancora afferrata nella sua essenza.

Chiediamoci ora perché la scienza dello spirito di Rudolf Steiner ponga al centro dell’evoluzione umana il pensare. Come mai il pensare diventa così importante nel mondo d’oggi, che è prevalentemente impostato su una mentalità scientifica, che si basa, a sua volta, sulle percezioni sensibili moltiplicate all’infinito? Che posizione prende nei confronti del pensiero una religione tradizionale fondata da sempre sulla fede nella grazia divina, e qual è la sua responsabilità morale davanti al sorgere di un impulso in cui il pensare acquisisce uno spicco morale assoluto?

La risposta a questa domanda è molto semplice e molto difficile a un tempo. Nella scienza dello spirito il pensare è così fondamentale perché è la realtà più concreta, più bella, più appassionante che ci possa essere. Ognuno di noi vive il pensare come qualcosa di profondamente intimo mentre il resto, ciò che non è pensare, è astratto, a ognuno di noi risulta più estrinseco, lontano dall’umano.

Qualcuno obietterà che amare è ancora più concreto del pensare, perché non sa che l’essenza dell’amore è il pensiero. Avete mai provato ad amare dormendo? Chi sta dormendo non può amare perché non pensa. Naturalmente bisogna distinguere tra il tipo di pensiero puramente astratto in uso nella scienza moderna – non parlo di quello – e il tipo di pensare che coglie l’essenza delle cose. Pensare significa diventare ogni cosa che io penso, che io capisco, e quindi, in un certo senso, in questo diventare l’oggetto del pensare è possibile fare l’esperienza somma dell’amore. E adesso vi spiego perché il potenziamento sommo dell’amore è il pensare, e fuori dal pensare c’è soltanto un amore depotenziato.

Chiediamoci: c’è più amore nel dire «ti amo» o nel dire «ti capisco»? Chi dice «ti amo», resta in se stesso e vive il godimento di essere colmo di amore. La cosa è del tutto legittima, però è molto più facile per chiunque dire «ti amo» perché, in fondo, basta l’animo che tutti abbiamo, e ognuno trae un godimento dall’amare. Ha il diritto di affermare di comprendermi soltanto chi veramente col pensiero ha fatto un cammino di conoscenza nei miei confronti; e allora io mi sento molto più amato! C’è molto più amore quando, a ragion veduta, l’altro mi capisce. Se non vogliamo barare, dobbiamo andarci piano prima di dire «ti capisco», per capire l’altro ci vuole un amore che s’intride di pensiero, s’intride di oggettività dell’essere amato, e grazie a questo si potenzia. Però, per essere pervasi di oggettività e per amarla dobbiamo compiere un cammino di pensiero, di conoscenza.

Nel pensare, l’amore diventa puro perché si tuffa nell’oggettività del reale e diventa oggettivo, non vuole tenere qualcosa per sé ma si dona totalmente all’altro. Le altre forme di amore, invece, sono impregnate di egoismo.

Cosa vuol dire essere artisti nel pensare? Cosa vuol dire creare un’opera d’arte? Un’opera d’arte – una melodia musicale o un quadro, per esempio – sorge e si crea nel pensiero. L’esecuzione potrà essere complessa, dipenderà da tanti fattori, ma l’origine, la sorgente, di ogni creazione artistica non può essere altra che lo spirito pensante.

Più dedichiamo amore e attenzione coltivando la qualità del pensare in tutta l’umanità, più contribuiamo affinché tutti gli esseri umani divengano sempre più artisti! Questo rende bella la vita, dà gioia e ci risparmierebbe un sacco di malattie. Il corpo si ammala quando l’anima è triste perché lo spirito non crea. La salute dell’anima è la creatività dello spirito e, nella misura in cui lo spirito diventa creatore, la gioia prorompente di far sprigionare mondi dal proprio essere è salute e gioia per l’anima e dà forza anche al fisico.

Se quanto sto dicendo è vero, se la scienza dello spirito ha uno spicco unico nel senso che costituisce un salto mortale rispetto alla coscienza ordinaria, dovrebbe essere possibile fare una disamina di tutti i fenomeni culturali esistenti per mostrare che in loro è presente una vistosa dipendenza dell’individuo e l’assenza dell’universalmente umano. Ditemi se a voi risulta che nell’umanità di oggi ci siano fenomeni che affermano e sottolineano la sovranità assoluta dell’individuo pensante.

Qualche giorno fa, per esempio, una persona mi ha chiesto se conosco il fenomeno Ramtha. Non lo conoscevo, e ho dovuto prontamente ammettere che la mia scienza è limitata, ma la mia ignoranza è illimitata! Ogni volta che tengo una conferenza torno a casa con una mezza biblioteca di libri che dovrei leggere. Sinceramente sono il tipo che vuole imparare volentieri, mi pare di essere sempre all’inizio, e se sono partito in quarta con un Rudolf Steiner è perché c’è da imparare all’infinito, è una sorgente inesauribile, e perciò ci sto volentieri da anni! Quindi ho chiesto al mio interlocutore cosa sia l’essenziale di Ramtha, e son venuto a sapere che si tratta di un fenomeno di cosiddetta canalizzazione della persona. In Inglese si chiama channelling e, come dice il termine, si tratta del processo per cui una persona viene canalizzata, indotta.

I fenomeni di medianismo, ipnosi e channelling hanno in comune il fatto che nell’individuo avviene una riduzione in un certo senso quasi assoluta della coscienza, e attraverso di lui parlano dei morti, per esempio. Secondo me, e vi porto la mia riflessione per farvi capire la posizione unica della scienza dello spirito, non sono tanto importanti i contenuti di verità che tale Ramtha esprime in questo stato di coscienza canalizzata. Più importante ancora dei contenuti, che possono essere belli, è il modo di trattare la coscienza umana, è ciò che viene fatto al pensiero umano.

Favorire l’umano, far camminare l’uomo nella sua evoluzione, significa far di tutto perché la coscienza desta diventi sempre più sveglia intensificando ulteriormente il pensiero. Ogni fenomeno che, invece, non soltanto non rende la coscienza ancora più sveglia, ma addirittura attutisce il grado di coscienza ordinario, è un fenomeno contro l’umano perché fa retrocedere nell’evoluzione. Io lo chiamo un fenomeno disumano per eccellenza.

Che cos’è un bambino di quattro anni? Sotto tanti aspetti è un canalizzato, un indotto dai genitori, perché non ha ancora la capacità di gestire la coscienza in proprio.

Lo ripeto: il fenomeno Rudolf Steiner è paradossale, e lo si comprende man mano che si entra nel merito di ciò che propone come gradino successivo della coscienza umana. Quando ci si addentra e si capiscono sempre meglio i concetti espressi nella sua scienza dello spirito, ci si rende conto che i contenuti sono di gran lunga meno importanti del modo in cui egli espone i fatti.

Nella scienza dello spirito è significativa la descrizione del modo in cui ogni essere umano può fare i passi necessari per poter percepire direttamente il mondo spirituale e farsi dei pensieri diretti su quel mondo.

Rudolf Steiner esprime moltissimi concetti fondamentali sui temi relativi al dopo-morte;[3] ci offre conoscenze approfondite sui diversi livelli di coscienza delle Gerarchie angeliche; indaga e descrive i mondi spirituali legati all’evoluzione della Terra e dell’uomo; parla in modo chiaro ed esaustivo degli elementi costituivi dell’uomo – il corpo fisico, il corpo eterico o vitale, il corpo astrale o anima. Eppure non è questo l’aspetto più saliente della sua opera. L’importante è come descrive i passi che ogni essere umano può compiere, e che compirà se non omette tutta la sua evoluzione, per arrivare egli stesso a percepire nel mondo spirituale.

Nella coscienza ordinaria l’individuo adulto ha la percezione,[4] e in base alle percezioni si forma i concetti. È il pensare che crea i concetti, e percezione più concetto danno ciò che chiamiamo conoscenza.[5] Una conoscenza gestita in proprio, in cui io sono autonomo, è una conoscenza in cui posso dire: l’ho visto io, mi sono fatto io i miei pensieri sul fenomeno, e in base alla mia percezione e in base ai miei concetti ho una conoscenza mia. Non ho bisogno di essere dipendente da altri.

Possiamo parlare di autonomia della coscienza ordinaria adulta quando ognuno di noi diventa capace di percezioni e di pensieri propri, quando ognuno di noi è in grado di farsi concetti propri sul mondo visibile; e il suo saper mettere insieme percezione e concetto diviene conoscenza.

Ora, cosa succede quando lo spirito umano acquisisce conoscenza umana dei mondi spirituali? Succede che non diventa diverso da quello che è, non diventa un altro spirito, perché l’uomo è uomo e tale resta. Quindi esiste nell’uomo una realtà che rimane immutata sia nella coscienza ordinaria dell’adulto, sia nella coscienza più ampia dello scienziato spirituale, ed è il pensare. Il pensare resta uguale perché è l’essenza dell’umano.

Se ciò che dico è vero, cari amici, chiediamoci ancora: in che cosa consiste la scienza dello spirito? Consiste in un cammino di libertà. Non è possibile descrivere questo cammino in due parole, diciamo però che purificando le porte della percezione[6] un essere umano conquista il diritto di percepire l’invisibile: l’uomo ha diritto ad accedere alla percezione dell’invisibile soltanto quando acquisisce la capacità di non farne cattivo uso, di non danneggiare se stesso e gli altri. Nella misura in cui un essere umano diventa in grado di fare buon uso della percezione del soprasensibile, gli Esseri divini gli permettono, gli rendono possibile la percezione dei mondi spirituali.

La percezione dello spirituale è tale e quale la percezione del sensibile. Nella percezione dello spirituale, il pensare è decisivo; il modo in cui il pensare umano – che, abbiamo detto, è lo stesso, sia nell’ambito del visibile che dell’invisibile – prende posizione e crea concetti, gioca un ruolo importante.

In altre parole, tornando al fenomeno Steiner, è bene ribadire che la sua essenza non consiste nell’aver avuto accesso al soprasensibile: nell’umanità ci sono molti visionari, molte persone che hanno percezioni nel sovrasensibile, però non basta. Il mondo della percezione, preso a se stante, è il mondo della nostra ignoranza, per cui è necessario attivare il pensare: è col pensare che creiamo i concetti e abbiamo la conoscenza completa delle cose. Allora il fenomeno scienza dello spirito è che l’essere umano ha la stessa capacità penetrante del pensiero di capire, conoscere e interpretare le percezioni sovrasensibili nel contesto di quel mondo. Infatti ogni particolare ha un significato quando è in seno a un contesto. Come abbiamo noi la percezione di una macchina, di un albero, di una persona o di una strada? Com’è che distinguiamo tutte queste cose? Le distinguiamo perché siamo abituati a orientarci nel mondo, e sappiamo la differenza tra una macchina e un uomo, ma non è la percezione che distingue: no, è la nostra testa che distingue![7]

• La scienza dello spirito è la chiamata dello spirito umano a orientarsi in chiave di pensiero nel mare infinito delle percezioni del sovrasensibile.

A questo punto subentra il paradosso: Rudolf Steiner, che in chiave di pensiero interpreta un’infinità di percezioni sovrasensibili, dopo un secolo è rimasto un fenomeno unico. Il fatto paradossale è che tutti gli spiriti umani sono chiamati ad avere percezione del mondo spirituale e a poterci pensare sopra, però constatiamo che, finora, questo tipo di fenomeno si è presentato soltanto in un Rudolf Steiner. Questo comporta forse che lo studioso di scienza dello spirito diventi dipendente da Rudolf Steiner? Può diventare dipendente, ma non è obbligato, non deve. Può diventare dipendente se ricade nella fissazione sui contenuti, anziché porre l’accento sull’evoluzione del pensare. Nell’evoluzione che ognuno ha da compiere, prendendo conoscenza e imparando a memoria le tante belle rivelazioni di Rudolf Steiner, di sicuro si può andare in “brodo di giuggiole”, ma a questa stregua, rivelazioni di contenuti del mondo spirituale ce ne sono già state! L’elemento di assoluta novità nella scienza dello spirito è che le percezioni fatte nel mondo sovrasensibile vengono offerte non alla goduria umana, ma al pensare di ogni uomo.

Molti lamentano che Steiner è difficile, ed è vero: la scienza dello spirito non è facile né vuole diventarlo più di tanto perché una semplificazione sarebbe un incentivo ad adagiarsi sui bei contenuti da godere e non a camminare col proprio pensiero!

Nella scienza dello spirito ha valore soltanto ciò che l’individuo acquisisce col cammino del suo spirito pensante, soltanto una conquista sua lo rende libero. Se io dipendo dal pensare di Rudolf Steiner perpetuo la mia non-libertà. Se, invece, i suoi pensieri sono lo stimolo a pensarne di miei, ben vengano – e non importa che il contenuto dei pensieri miei sia migliore o peggiore, l’importante è che siano miei. Proprio come voleva Socrate: per ciò che ti riguarda, meglio un pensiero modesto, ma tuo, che grandi contenuti di altri.

Porrei ora una domanda molto importante: cos’è che tutti noi abbiamo in comune? Non ci sono due cose che in quanto uomini abbiamo in comune, ce n’è una sola e basta. Ciò che tutti gli uomini hanno in comune è il pensare, e non dite che hanno in comune anche l’amare! Esistono anche uomini che non sanno neanche dove stia di casa l’amore, ma un uomo che non pensa non è un uomo. Il pensare è l’essenza dell’umano e siccome è la nostra natura e ci viviamo dentro, lo diamo per scontato. Non ci accorgiamo del pensare e non ci accorgiamo che affratella, che accomuna tutti.

Che cosa abbiamo in comune in questo momento? Il pensare. È così ovvio, è così palese!

Grazie della vostra pazienza.

Dibattito

Intervento: Hai parlato molto del pensiero, di quanto sia fondamentale e di come sia l’unica realtà che veramente accomuna tutti gli esseri umani. Ma da dove origina il pensiero? Nasce dal niente? Hai detto che si possono acquisire dei concetti anche studiando le conferenze di Steiner, però non bisogna esserne dipendenti e che si tratta piuttosto di andare all’essenza e imparare a pensare. Esistono diversi modi di pensare? È qualcosa che fa parte di noi? Insomma, che cos’è un pensiero?

Archiati: È una domanda importantissima, fondamentale. Il motivo per cui nell’umanità di oggi è difficile rispondere in un modo che sia universalmente convincente, è che viviamo in tempi di materialismo. Sperimentiamo come reale la materia, ma non facciamo più l’esperienza dello spirito a meno che non sia una nostra conquista; e il pensare è puro spirito!

A me interessava ascoltare con attenzione a come hai formulato la tua domanda, perché è nelle parole che si coglie anche il modo di pensare dell’altro, e tu dicevi: «Da dove origina il pensiero?». Questa affermazione implica che c’è qualcosa all’origine del pensiero, che c’è qualcosa che causa lo spirito. Se vivo il mio pensare come originato dal cervello, vivo il pensare dal lato della morte del pensiero; è lo spirito ucciso, ed è possibile viverlo da questo lato. Il senso della cosiddetta scienza dello spirito, invece, è invogliare ogni essere umano a esercitarsi nella creatività del pensare in modo tale che faccia sempre più l’esperienza che il pensare è origine assoluta: ovvero il pensare non è creato da qualcuno, non è causato da qualcosa d’altro. Lo spirito pensante è puro inizio. Il problema è che un’affermazione di questo tipo resta un dogma, un’astrazione, se in noi non c’è un’esperienza concreta di questa realtà. Lo spirito pensante è origine assoluta, è creazione pura e tutto è creato dallo spirito, però, ripeto, un conto è dirlo e un conto è farne via via l’esperienza.

Intervento: La mia domanda riporta all’inizio della conferenza: chi è Cristo? Ho letto la tua biografia, come tu sia passato attraverso la fede tradizionale, ma quello che vorrei capire è perché in alcuni testi – per esempio in Cristo e l’anima umana[8] – Steiner invece di parlare di Cristo sembra parlare di Io. Steiner parla dell’Io che illumina il pensare, il sentire e il volere, e fa risplendere il pensare, il sentire e il volere. Vorrei chiedere: quando Steiner parla di Io, in certi casi, lo fa per non dire Cristo, perché forse non vuole escludere altre religioni cristiane? Oppure Cristo e Io sono due cose distinte? Grazie.

Archiati: Quando si tratta di realtà è importante usare un linguaggio che si riferisca il più possibile alla realtà. Nella misura in cui sorgono terminologie – per esempio la parola Cristo – che invece di agevolare le persone nella comprensione della realtà suscitano preconcetti e antipatie, per un pensare libero e spregiudicato è importante ritornare al fenomeno originario. È importante esprimerlo da diversi punti di vista senza essere dipendenti dalla terminologia. Allora, qual è la realtà che si vuole esprimere con questa parola, senza doverla necessariamente usare? Perché se è una realtà, non dobbiamo essere dipendenti dalle parole.

In quanto uomini dobbiamo restare nell’umano, perché se usciamo dall’umano usciamo dalla realtà. Prima ho affermato che l’umano presenta due dimensioni: l’individuale e l’umanità. Individui singoli non significa che siano dispersi e senza connessione, sono anzi organizzati e legati, stanno in rapporto tra loro come organi di un organismo e costituiscono un organismo a sé che si chiama umanità. La milza, il cuore o il rene non stanno fra loro come le parti meccaniche di un trattore, che si possono separare e mettere le une accanto alle altre, ma si relazionano gli uni agli altri in quanto organismo vitale. C’è un reciproco coordinarsi, c’è un’interdipendenza che è oltre quella meccanica. A prescindere dalla posizione che ognuno di noi voglia prendere, io esprimo un pensiero che è stato espresso da sempre nell’umanità: l’umanità è un organismo unitario fatto di tanti individui e, come l’organismo biologico, è un’infinita diversità e al tempo stesso è anche un’unità.

Ogni io singolo è uno spirito autonomo pensante, è un Io che dice: «Io!». Possiamo pensare che ci sia anche un Io dell’umanità? Cosa ci dice il nostro pensiero al riguardo? Ci deve essere o no uno Spirito dell’umanità? Si tratta di uno stadio di coscienza che ha l’intuizione pensante del modo in cui tutti gli individui umani sono organizzati fra loro, del modo in cui ogni singolo concorre all’evoluzione del tutto – come accade nell’organismo – e come il tutto concorre all’evoluzione di ogni singolo.

Prendiamo un esempio accessibile a tutti. Uno studente di medicina, finito lo studio di tutta l’anatomia, che cosa porta nella sua coscienza? Nella sua coscienza ha il modo in cui tutti gli organi, nella differenziazione delle loro funzioni e nella loro complessità, contribuiscono all’unità e alla salute dell’organismo. Quindi, che livello di coscienza e di pensiero ha questo studente di anatomia? Una coscienza che abbraccia l’organismo corporeo nella sua totalità e nella sua differenziazione.

L’Essere spirituale che ha architettato l’umanità – che è sia unità organica, sia realtà differenziata in individui –, l’Essere che ha questo tipo di coscienza infinitamente più vasta rispetto alla nostra, viene chiamato dagli ebrei Messia, dagli indù Khrisna, e dai cristiani Cristo. Naturalmente l’avere identificato questo tipo di coscienza con un nome, qualunque esso sia, non ci spiega automaticamente l’essenza del fenomeno. La parola che dà un nome, che definisce questa Entità, è una cosa, e la Sua realtà sostanziale è un’altra; e per questo è importante mettere tra virgolette le parole in uso e cercare di intenderci in chiave di pensiero per capire che ci riferiamo allo Spirito dell’umanità, all’Io dell’umanità.

Pongo di nuovo la domanda: sarebbe potuta sorgere l’umanità con la sua complessità infinita di individui, con l’articolazione di popoli e culture, senza un Essere che l’avesse pensata, senza un Essere che l’avesse portata nella Sua coscienza pensante? Questa è la domanda sul cosiddetto Cristo. Pensiamo che sia una realtà o una semplice astrazione? Come noi decidiamo di chiamare questo Essere: l’Io dell’umanità, lo Spirito dell’umanità, lo Spirito della Terra… è un fattore del tutto secondario.

Se noi avessimo la forza culturale di decidere insieme di non usare la parola Cristo per almeno trent’anni, sarebbe un vantaggio per il pensiero, ma ci sono tante persone che hanno paura di questo e bisogna tenerne conto. È un fatto, però, che finché restiamo aggrappati a dei nomi non andiamo avanti col pensiero.

Una volta negli Stati Uniti ho tenuto delle conferenze, sapevo che tra i miei uditori ci sarebbero stati anche degli ebrei, quindi mi sono proposto di parlare di questo Essere – per me esistente e fondamentale per l’evoluzione umana – evitando la parola Cristo. Dopo le conferenze alcuni di loro mi hanno ringraziato dicendo: «Lei ha parlato di questa realtà, però non ha usato una parola che i cristiani hanno usurpato come proprietà privata, in questa realtà noi abbiamo visto il nostro Messia!».

Intervento: Come spiegare e come sopportare la caduta nella materia dell’umanità di oggi, una caduta che a volte sembra quasi irredimibile, al punto da non poterne uscirne fuori?

Archiati: Sarà l’argomento di domani mattina, dove tratterò delle scienze naturali incentrate sul mondo materiale.

Intervento: Abbiamo parlato dell’uomo e quindi di corpo, anima, spirito. Spesso si fa una certa confusione tra anima e spirito, si pensa che siano dei sinonimi. Mi potrebbe spiegare cosa intende per anima e per spirito? E dov’è l’anima e dov’è lo spirito? Grazie.

Archiati: Ora che siamo alla fine posso fare solo un accenno.

Ciò che noi chiamiamo corpo è il riassunto di tutte le forze di natura dentro all’essere umano: c’è il minerale, c’è il vegetale, c’è l’animale.

L’anima è il nostro mondo interiore, è il nostro vissuto, è una realtà diversa dal corpo e fatta fondamentalmente di pensieri, di sentimenti e di atti volitivi che sorgono da soli. E va bene, non c’è niente di male, però, se io mi riduco solo a pensieri, a sentimenti e a volontà che vengono da soli, chi sono io? Nulla!

Chiamo spirito tutti i pensieri che non sorgono da soli, ma che vengono creati con la libertà; tutti i sentimenti creati nella libertà; tutti gli impulsi volitivi creati dalla libertà. In altre parole, chiamo spirito tutto ciò che nell’essere umano è creazione libera in fatto di pensieri, sentimenti e volontà.

Sulla terminologia ci si può accordare. Se vogliamo possiamo chiamarlo spirito, ma va benissimo anche se usiamo un’altra parola. Però sia chiaro che dobbiamo oggettivamente distinguere tra ciò che in me sorge da solo e ciò che io creo, e qui non si tratta di terminologia, si tratta di realtà. Una volta che abbiamo individuato due realtà fondamentalmente diverse possiamo intenderci sulla terminologia da usare.

Supponiamo che una corrente culturale affermi che l’uomo consta soltanto di corpo e di anima. Io dico: sì, sarebbe vero se l’uomo poltrisse su tutta la linea, se non vi aggiungesse niente di libero! L’essere fatti soltanto di corpo e di anima, non costringe a rimanere soltanto corpo e anima. Se l’essere umano crea qualcosa di libero, si rende subito conto che non può chiamarlo anima – se per anima s’intende ciò che sorge da solo – ma è un mondo del tutto diverso! La soddisfazione che troviamo nel nostro creare non è paragonabile a ciò che invece c’è per natura. Viviamo il nostro creare in modo completamente diverso.

Grazie.

Seconda conferenza

Scienze naturali

e scienza dell’invisibile

La vittoria sul materialismo

Roma, 23 aprile 2005

Cari amici,

vorrei dedicare alcuni pensieri al rapporto esistente tra scienze naturali, poste al centro della cultura moderna, e “scienza dello spirituale”. Pongo il termine tra virgolette perché non ha importanza la terminologia, per noi ha interesse la realtà di cui si parla.

Negli ultimi quattro o cinque secoli, a partire da energumeni del pensiero quali Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Giordano Bruno o Keplero, è insorta nell’umanità una meravigliosa scienza del mondo visibile. Nella progressione della coscienza umana la scienza naturale costituisce il fenomeno più macroscopico che sia mai avvenuto, e la tecnica è il suo “braccio destro”. L’uomo moderno ha rivolto l’indagine scientifica al mondo visibile della materia dicendosi che se fosse riuscito a capirlo sempre meglio avrebbe potuto anche cercare di manipolarlo per intervenirvi a modo suo. Infatti il senso della conoscenza è il fare, perché una conoscenza che non sfoci nell’azione resta un’astratta teoria che non incide sulla vita. Quindi, in base a una capacità sempre più penetrante e profonda di capire il mondo della materia è sorta nell’umanità anche la capacità di intervenire nelle sue leggi evolutive. Basti pensare alla possibilità degli ultimi decenni di intervenire nelle forze genetiche della struttura biologica dell’essere umano.

Grazie a uno studio sempre più minuto del biologico, in grado di sondare le più piccole particelle del vivente, l’uomo ha la possibilità di intervenire nella genetica. Vogliamo impedirgli di farlo? O non sarà piuttosto nella logica dell’evoluzione della natura che essa ha fatto emergere come fenomeno supremo il fenomeno umano, e questi sia destinato a re-incidere sulla natura, sul sostrato naturale? Se l’uomo acquisisce questa capacità, è perché ce l’ha, è una cosa oggettiva! E chi può proibirgli di servirsene?

Alcuni affermano che l’unico limite sia dettato dal fattibile e dal non-fattibile, altri invece mettono sul piatto della bilancia anche il limite dell’umano: c’è un modo di intervenire sul biologico che è in accordo con l’umano e lo favorisce, e c’è un altro modo di intervenire sul biologico che va contro l’umano. Nei primi, che non ammettono una ricerca scientifica basata sul fattore di moralità, subentra una riflessione: «La moralità è invenzione di chi, a suo piacimento, sancisce ciò che è umano o disumano; ma costui non si deve permettere di imporre i suoi valori morali agli altri!». E questa è la posizione dello scienziato che è attento a osservare quali risultati scaturiscono dalle sue sperimentazioni, e l’unico limite che egli ammette è ciò che ancora non gli riesce di fare. Questo è l’unico limite che si concede. Chi argomenta in chiave morale ribatte che una sperimentazione scientifica condotta senza tener conto di certi fattori potrebbe portare effetti così distruttivi sull’umano da doversene pentire e che un agire di cui non siano state messe in conto le conseguenze potrebbe far inorridire. A quel punto la replica dello scienziato è che non vuole essere ricattato da tutti gli effetti possibili e immaginabili che forse salteranno fuori nei prossimi cento o cinquecento anni. Per lo scienziato la questione morale è soltanto un ricatto che frena la scienza e a questa stregua, secondo lui, non si farà mai nulla.

Per fortuna – dico io – la medicina comincia a metterci di fronte al fatto che l’uomo non è soltanto costituito di materia, e che certe conseguenze non si spiegano solo in base alle sue leggi. Più avanzata è la ricerca in ogni ambito scientifico, e più il confine tra materia e non-materia porta alla domanda: se ciò che è percepibile non è la sola realtà, cosa c’è oltre la materia?

Per tutto quanto non è materia si usa la categoria di energia o forza. Però, nel momento in cui ci si domanda cosa sia energia, cosa sia forza, ci si trova molto impacciati perché, in effetti, se l’uomo moderno fa l’esperienza concreta della realtà materiale e non fa l’esperienza diretta del non-materiale, il suo concetto di energia è puramente negativo.

Energia è tutto ciò che non è materia. È ciò che va al di là della materia e che non si spiega con la materia, e andrebbe bene, però ci si deve rendere conto che questo concetto di energia è puramente negativo. Perché è puramente negativo? Perché la coscienza umana di oggi non fa l’esperienza diretta della realtà operante e originaria di quanto chiamiamo energia o spirito. Quando abbiamo a che fare con qualcosa di materiale, invece, ognuno di noi lo vive come reale, operante.

Prendiamo un esempio: sto andando in auto, vado contro un albero e questo cade a terra. Perché la macchina causa qualcosa sull’albero? Perché la macchina e l’albero sono una realtà, e se non fossero tali non potrebbe succedere nulla. Invece, del cosiddetto spirito o energia, noi ne parliamo soltanto per illazione: per ciò che non riusciamo a spiegare in base alla materia postuliamo che ci debba essere energia, spirito. Diciamo che ci dev’essere l’anima, ci dev’essere il pensiero, però il punto di partenza è che non ne abbiamo l’esperienza diretta.

A questo punto sorge la domanda fondamentale della scienza dello spirituale: se è vero che c’è qualcosa che non è materiale – energia o spirito che sia – e tu, scienziato dello spirito, affermi che bisogna farne l’esperienza diretta, dimmi, per favore: come si fa l’esperienza della realtà dello spirituale? La risposta è molto semplice.

L’unica realtà non materiale, l’unica realtà spirituale accessibile nella sua realtà a ogni essere umano è il pensare. È questione di prendere in mano questa realtà dal lato di depotenziamento assoluto in cui si trova – tant’è vero che all’inizio non la vivo neanche come realtà – per poi farla diventare sempre più una realtà che esperisco, ed è questione di evoluzione interiore.

La realtà dello spirituale, la realtà soprasensibile, energetica, accessibile a tutti e passibile di diventare sempre più un’esperienza reale è il pensare. È quello che ognuno di noi sta facendo in questo momento! È pura energia, non è materia e non è un risultato della materia.

Qualcuno potrebbe replicare che è un’illazione mia sostenere che il pensare non è risultato della materia. E se invece fosse proprio così? Certo, il pensare ci viene dato dal lato della passività, altrimenti non avremmo la possibilità di renderlo sempre più attivo per libertà, per creatività nostra. Il pensare, così come ci è dato per natura, nel suo stadio iniziale di passività, è prodotto dalla natura, però il pensare è passibile di evoluzione!

È possibile prendere in mano il proprio pensare, viverci dentro, immettervi sempre più volitività, sempre più attività, in modo che nel pensare io mi viva sempre di più in una realtà che causa qualcosa. In altre parole,

• l’evoluzione della coscienza umana è l’evoluzione del pensare.

Il pensare è la cosa più concreta che ci sia, perché è il pensare che mi fa entrare nella realtà del mio Io in quanto spirito creatore che causa e combina un sacco di cose. In base a che cosa combino tutto quello che faccio? Se non è la natura o la società in me a indurmi, se sono veramente io a combinare ciò che faccio, lo sono in base ai pensieri miei. La realtà più concreta, più reale, più sostanziale, più causante che ci sia è il pensiero, ma non il pensiero che mi inducono gli altri, bensì quello che prendo in mano io quando decido io cosa pensare e cosa volere. Cos’è un ideale? È un pensiero così carico di realtà che diventa pura volontà e trasforma la realtà. Se un ideale è un pensiero che diventa così reale da trasformare la realtà, di che altro ho bisogno per capire che il pensiero è una realtà?

Un orologio, per esempio, è il pensiero che l’ha creato! Da dove è saltato fuori altrimenti? La sua causa è il pensare umano perché, se non ci fosse stato il pensiero dell’uomo, a tutt’oggi saremmo senza orologi; con orologi intendo anche tutto il resto che il pensare umano ha prodotto. L’orologio, a sua volta, non è capace di produrre neanche un minimo pensiero!

Ieri sera ho portato l’esempio della coscienza di un bambino di tre anni: cosa c’è nella sua coscienza rispetto all’adulto? In un certo senso c’è il nulla perché il bambino non è ancora consapevole di nulla. Ogni bambino diventa adulto, la coscienza si formerà, però finché è bambino non sa ancora pensare e non sa volere con libertà propria. L’adulto, invece, ha un mondo infinito. Ognuno di noi porta in sé un mondo di cose che capisce e che vuole. Tra il bambino piccolo piccolo – il nulla – e l’adulto – tutto un mondo – c’è un rapporto di incommensurabilità.

Torniamo ora a quanto ho affermato ieri sera e consideriamo l’adulto che porta nella sua coscienza ordinaria tutto il mondo materiale. Questo stesso adulto, per un altro verso, è come un bambino perché in sé ha il nulla dello stadio successivo, quello stadio che ho chiamato “scienza dello spirito”, tra virgolette. L’adulto di oggi, che porta in sé tutto il mondo materiale e il nulla della realtà dello spirito, è un bambino perché è ignaro del mondo spirituale. Rispetto a una conoscenza pensante del mondo spirituale ha il nulla: la chiamata evolutiva della coscienza umana è trasformare questo nulla. Questo è il punto di partenza, e deve essere così perché la realtà dello spirituale si può conquistare soltanto per libertà.

La coscienza ordinaria dell’adulto la chiamo di adulto-bambino perché ora non ci sono altre parole, ma verranno inventate. E così come i bambini sono tutti potenzialmente adulti, così ognuno è potenzialmente scienziato dello spirito.

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C’è qualche bambino che non sia potenzialmente un adulto? No, non esiste. Ogni bambino, se non muore piccolo, è in potenza un adulto, e ogni adulto è in potenza un conoscitore, uno scienziato dello spirituale; solo che la conoscenza oggettiva, genuina, dello spirituale, non ci viene data dalla natura, ma è lasciata alla libertà.

Quanto viene lasciato alla libertà, cioè il conquistarsi a brano a brano la realtà oggettiva dello spirituale, ci dà molta più soddisfazione, molta più auto-realizzazione, molta più gioia, molta più umanità, di ciò che ci dà la natura. Quindi, la coscienza ordinaria che offre la natura non è il senso dell’evoluzione, ma è lo strumento per una coscienza stra-ordinaria. La conoscenza scientifica del mondo materiale è soltanto lo strumento che ci rende capaci di una conoscenza scientifica del mondo spirituale. Chi ha pensato la natura umana – e sicuramente c’è stato qualcuno che ha pensato la natura umana – l’ha pensata molto bene perché è così ricca di significato!

Consideriamo ora due atteggiamenti fondamentali di fronte alla realtà dello spirituale: quello della scienza e quello della religione. Per ora pongo il quesito in un modo stringato. Quando mi esprimo succintamente, però, non è per porre dogmi, ma è perché nell’ambito di una conferenza non è possibile fondare ogni affermazione. Bisognerebbe ritrovarsi per giornate intere e ora manca la possibilità di creare un’articolazione di pensiero rispetto a ogni affermazione. Il mio è un modo di avviare processi di pensiero e poi nella discussione ognuno avrà modo di esprimersi.

Le scienze naturali indagano il mondo visibile; il soprasensibile lo ignorano, non ne parlano, non fa parte del loro campo d’indagine. Alcuni scienziati, però, non si limitano a non parlarne e di fatto negano la realtà dello spirituale – sono i meno scientifici. Il vero scienziato è colui che fa affermazioni su ciò di cui si occupa e non ne fa su ciò di cui non si occupa. Quando uno scienziato afferma: «Lo spirituale non esiste», aggiunge qualcosa che esula dal suo campo, e diventa non-scientifico perché non avrà mai la possibilità di dimostrare che qualcosa non esiste. Si può dimostrare soltanto l’esistente e non si può mai dimostrare ciò che non esiste.

Il rapporto della religione con lo spirituale è di tutt’altro tipo. A differenza della scienza, che lo disattende e parla solo del mondo del sensibile, la cosiddetta fede religiosa ne sostiene l’esistenza dichiarando: «C’è lo spirituale, c’è Dio». Pongo ora la domanda: quand’è che l’uomo si occupa di dimostrare l’esistenza di qualcosa? Quando non ha l’esperienza reale di qualcosa, quando ne ha perso l’esperienza diretta. A un certo punto dell’evoluzione si è cominciato a voler dimostrare l’esistenza di Dio, ed è allora che è sorta la fede nella sua esistenza. Una mamma che ha un bambino di un anno, vorrà dimostrare metafisicamente l’esistenza del suo bambino? No, non ci pensa nemmeno, ha ben altro da fare!

La cosiddetta fede è proprio la dimostrazione che l’umanità di oggi non fa l’esperienza diretta del soprasensibile – niente di male – e deve ricorrere a questo surrogato della dimostrazione di esistenza: ci credo che Dio esiste. Lo scienziato, davanti all’atteggiamento fideistico esprime le sue perplessità: se tu, uomo di fede, parli dello spirituale in base alla fede non sei scientifico! Hai il diritto, ti è permesso di credere e di dire quello che ti pare, però non è scienza!

L’umanità, ormai da un paio di secoli, dà per scontato che una conoscenza scientifica oggettiva del mondo visibile sia possibile; mentre una conoscenza altrettanto oggettiva del non-materiale, dello spirituale non sia possibile; è convinta che in questo ambito ci siano soltanto credenze. Giunti a questo punto non è facile fare il salto mortale e affermare: cari signori, una conoscenza scientifica dello spirituale è possibile! Di fronte a un’asserzione di questo tipo l’altro risponderà: «La tua fede in Rudolf Steiner ti dice che è possibile, ma dimostramelo!».

All’indagine del mondo materiale effettuata dalla scienza, e alla fede nella realtà dello spirituale, del divino, di cui è convinta la religione, io aggiungo ora anche il fenomeno che ho menzionato ieri sera: la medianità, la canalizzazione. È forse un accesso nuovo, diverso, allo spirituale? E chiedo anche: perché in uno stato di medium, di canalizzato o di indotto, l’individuo non gestisce in proprio il suo pensiero e porta i pensieri di un altro? E perché mai questi pensieri dovrebbero essere migliori dei suoi?

• Il concetto di spirito è generare il pensare.

Lo spirito genera i pensieri. Una persona in uno stato di ipnosi, di medianità o di canalizzazione, presenta caratteristiche opposte: c’è qualcun altro che genera, forse, i pensieri, e li dà a chi è in stato medianico.

I miei sono solo accenni, naturalmente, ognuno è chiamato a incentivare il proprio processo di pensiero e nella discussione non è tanto importante che si esprima in accordo o in disaccordo con me, quanto che provi ad articolare il proprio pensiero in modo che gli altri possano riconoscere qualcosa di originario in lui. Infatti il senso della conferenza è attivare processi di pensiero; quando qualcuno articola pensieri suoi, allora sì che faccio l’esperienza dell’altro come essere umano! L’importante è la qualità data dalla creatività, perché l’esperienza dello spirituale si fa proprio nella creatività. Ognuno di noi è embrionalmente, potenzialmente, uno spirito, solo che tutte le nostre forze sono dedicate al mondo visibile e non dedichiamo tempo ed energie alla creatività del nostro spirito; poltriamo troppo. Come mai? Perché la creatività dello spirito è un fattore di libertà, invece tutto il resto lo si fa perché bisogna, perché si deve farlo.

Ci lamentiamo che la vita non è bella, ma allora, dico io, rendiamola bella! La vita è bella dal lato della creatività, quando faccio l’esperienza di me stesso come generante all’infinito; e non è bella se vissuta dal lato in cui mi sento spinto, manipolato, strumentalizzato, vessato dai doveri. Il bello dell’esistenza è l’esperienza di essere creatore a tutti i livelli, e questo è qualcosa che non mi dà né la natura né la società, lo devo creare io.

Con le scienze naturali l’uomo ha conquistato il mondo visibile, con la tecnica lo domina sempre di più, il che significa che il pensiero è stato strumentalizzato per la conoscenza e per soggiogare il mondo visibile, materiale. A questo punto, chiedo: è una bella trovata? Sì, lo è, però c’è un’altra pensata di gran lunga migliore! Ho affermato che il pensiero è l’essenza dell’umano. Nella nostra civiltà il pensiero è stato fatto strumento per la perfezione del mondo materiale e per la tecnica. L’uomo strumentalizzato come spirito pensante – che rende sempre più complesso il mondo della materia e della tecnica – è una bellissima trovata, ma se saltasse fuori che questa pensata non ci dà la felicità più grande possibile, allora vi dico che ce n’è una ancora migliore: il significato del pensiero è che dapprima viene usato per indagare e conoscere il mondo materiale – e facendo così l’uomo viene strumentalizzato – ma il senso più profondo e più umano del pensiero è che il pensare non è strumentalizzabile!

• Il senso del pensiero è l’umanizzazione dell’uomo.

Intendo dire che l’uomo è chiamato a non usare più il pensiero, cioè l’umano, per conoscere il mondo materiale, ma a lavorare nel pensiero e a renderlo sempre più creativo perché l’individuo stesso, in quanto essere umano, diventi sempre più creativo. La scienza dello spirito è la fine di ogni strumentalizzazione dello spirito che si lascia asservire dal mondo materiale, mentre noi, l’ho già anticipato, abbiamo asservito lo spirito due volte.

Lo abbiamo asservito

• nella conoscenza, perché l’abbiamo usato soltanto per conoscere il mondo della materia; e

• nella tecnica, perché l’abbiamo strumentalizzato per dominare il mondo della materia.

In quanto evoluzione spirituale del pensiero stesso ci siamo quindi impoveriti sempre più, ma lo scopo del pensiero non è la conoscenza del mondo, bensì l’evoluzione dell’uomo, perché l’essere umano vale di più del mondo! Il mondo visibile è transeunte e così com’è sorto, sparirà; l’essere umano invece è uno spirito immortale e il senso del pensare è che l’uomo diventi sempre più uno spirito creatore.

Negli ultimi secoli, grazie alle scienze naturali, la prima scuola del pensiero è stata l’oggettività perché il pensiero si è rivolto al mondo visibile per diventare oggettivo, e lo è diventato. Ora incombe al pensiero umano un altro salto qualitativo in cui il pensare impara ad attivarsi; è grazie alla scienza dello spirito che il pensare diventa sempre più attivo, sempre più creativo. Però, affinché lo sia, il pensiero deve volgersi verso se stesso, deve fare attenzione a se stesso.

Diciamo allora che le scienze naturali hanno fatto sorgere due paradossi: hanno fatto perdere all’uomo qualcosa e gli hanno fatto acquistare qualcosa.

Il senso delle scienze naturali degli ultimi quattro o cinque secoli non sta in ciò che l’uomo ha perso, ma in ciò che ha conquistato. Il bello della vita, infatti, non consiste in quel che si perde ma in quel che si conquista. Ora, naturalmente, vi aspetterete che io dica che con le scienze naturali l’uomo ha acquistato la realtà… No, è vero l’opposto: le scienze naturali sono sorte nell’umanità proprio perché l’uomo perdesse la realtà del mondo!

Con le scienze naturali l’uomo vede solo la parvenza del mondo, non la realtà. Lo scopo evolutivo delle scienze naturali era proprio di farci perdere la dimensione di profondità spirituale del mondo, che è la sua vera realtà, e di farci apparire come vera solo la materia, che è invece l’astrazione più grande che ci sia.

Nel perdere la realtà del mondo, l’uomo ha il vantaggio di aver acquistato la libertà. E vediamo il perché. Proprio perché nei nostri pensieri rivolti unicamente al mondo illusorio della parvenza non c’è nulla di realtà, possiamo gestire questi pensieri in libertà. In questo genere di pensieri non c’è più nulla di reale, non c’è nulla di causante; nelle nostre rappresentazioni e nelle nostre immagini mnemoniche ci sono soltanto immagini riflesse – tanto è vero che secondo il biologo la realtà della coscienza, il pensiero, è così esile che può essere solo un prodotto del cervello. Queste immagini riflesse non causano in noi nulla, e grazie a questo noi possiamo gestirle in piena libertà.

L’uomo ha potuto diventare libero nei confronti di tutto quello che sorge nella sua coscienza soltanto a condizione che nella coscienza stessa non vi fosse la realtà operante dello spirito e del mondo, altrimenti l’uomo non potrebbe essere libero. Quindi, una coscienza colma unicamente di immagini riflesse, speculari, è il presupposto per la libertà dell’uomo. Di fronte a quest’affermazione ci rendiamo conto che le scienze naturali vanno proprio nella direzione opposta. Lo scienziato afferma che il cervello, il biologico, è la realtà che causa ogni fenomeno di coscienza, e in tali processi di coscienza l’essere umano non è libero perché essi sono generati da determinismi di natura. Si tratta di meccanismi, di leggi e di forze naturali che non consentono nessuna libertà. L’uomo ha soltanto l’illusione della libertà!

E ora questo confronto tra scienze naturali e scienza dello spirito è tra i più titanici mai esistiti, proprio perché si tratta dei fondamenti dell’evoluzione umana. Di fronte a una scienza naturale secondo cui la libertà è un’illusione – la libertà non esiste! –, la scienza dello spirito capovolge la prospettiva e afferma che le scienze naturali sono sorte per farci perdere la realtà, perché grazie alla perdita della realtà del mondo entro la coscienza possiamo gestire liberamente i fenomeni che sorgono nella coscienza.

A titolo di esempio prendiamo il nesso di causa-effetto. Oggi le indagini del cervello diventano sempre più minute e raffinate. Con strumenti di misurazione sempre più complessi è possibile studiarne i processi in diversi stati quali il sonno, la veglia eccetera. Si è così giunti alla conclusione che il cervello è la realtà causante e tutti i fenomeni di coscienza sono l’effetto. Quale realtà si è persa di vista? In base al postulato: cervello = causa; coscienza (o pensieri) = effetto, si è persa di vista la realtà dello spirito, che è quella che causa il cervello. Ma com’è nato il cervello?

Lo spirito umano che ha voluto incarnarsi si è costruito uno strumento – un cervello – e nel corso dell’infanzia ha continuato a plasmarlo e a cesellarlo, finché ha cominciato a usarlo per pensare.

La nostra cultura dà per scontata l’esistenza del mondo materiale attribuendola al Big Bang, l’esplosione cosmica originaria prima della quale non esisteva nulla e poi, in una frazione di secondo, sarebbe comparsa tutta la materia. È a questo punto che lo scienziato diventa un puro credente perché la teoria del Big Bang è un postulato cui si può solo credere, non lo si potrà mai dimostrare. In fondo, la fede religiosa è molto più robusta rispetto alla fede così trascendentale e pura dello scienziato. Di fronte al Big Bang non resta nemmeno l’ombra della razionalità che contraddistingue la scienza, e una volta che in seguito allo “scoppio” primordiale compaiono tutte le leggi del materiale, ogni processo diventa razionale, la scienza ne spiega il funzionamento perché ne studia e ne conosce le leggi.

Concedetemi ora di diventare più concreto analizzando un fenomeno cui tutti abbiamo assistito: lo tsunami, la catastrofe naturale successa nei giorni di Natale e a cui sono seguite altre scosse. Tante persone vivono da allora nell’angoscia che il fenomeno possa ripresentarsi e, data l’attualità, lo prendo come esempio per capire come le scienze naturali si rapportino alla cosiddetta scienza dello spirito e viceversa.

Le scienze naturali affermano che nella massa rocciosa del sottosuolo sono presenti delle falde caratterizzate da punti di giuntura. Qui si verificano continui spostamenti generati da forze telluriche, e si tratta di forze che agiscono costantemente all’interno della crosta terrestre provocando la liberazione di grandi quantità di energia. In base alle forze telluriche le falde possono spostarsi addirittura di decine di metri ed ecco che allora sorgono onde di portata enorme che possono distruggere centinaia di migliaia di vite umane. Lo tsunami ha fatto migliaia di vittime, ha generato una sofferenza immane in chi è sopravvissuto, è stato ferito o menomato fisicamente e in chi ora condurrà un’esistenza devastata dal dolore.

Le scienze naturali sono certamente in grado di spiegare la dinamica del fenomeno tsunami e ne fanno capire lo svolgimento in modo giusto: la grandezza delle falde, il luogo dei punti di giuntura, l’esistenza delle forze che possono portare ai movimenti tellurici eccetera. La descrizione scientifica della percezione del fenomeno, grazie agli strumenti di cui lo scienziato dispone, è corretta. Resta però la domanda: la scienza è in grado di spiegarmi il perché? Un conto è dirmi come è successo, e un altro conto è dirmi perché è successo.

A questo punto le emozioni possono giocare un brutto scherzo, quindi è importante cercare di restare spassionati.

Lo scienziato naturale si accontenta di descrivere il come delle cose, e nessuno ha il diritto di pretendere altro se per lui è sufficiente. La domanda vera è se questo tipo di descrizione ci basta, e ognuno deve rispondere per se stesso. Per coloro cui basta la risposta offerta dalle scienze naturali, tutti gli elementi che io potrei aggiungere sono un di più – e bontà loro se saranno tolleranti nei miei confronti.

Cari amici, il punto infimo del materialismo è lo stato di coscienza che si è rassegnato, che si accontenta di raccontare il come, perché ha rinunciato a capire il perché o si è convinto che non esista nemmeno la domanda sul perché. Dal mio punto di vista, il materialismo è il punto di povertà assoluta dello spirito, non sente neanche più l’aspirazione a capire il perché delle cose. Però questo punto nullo dello spirito è la cruna dell’ago che consente allo spirito umano moderno di riconquistarsi tutto a partire dalla libertà. È un punto di estrema povertà, ma è anche molto bello proprio perché è il presupposto per la riconquista di tutta la ricchezza dello spirito a partire dalla libertà individuale. Infatti la domanda che s’interroga sul perché capita un fenomeno di questo tipo, non arriva più dalla cultura e nemmeno dalla fede. La scienza e la fede sono due mortificazioni dell’umano.

La scienza è la prima mortificazione dello spirito umano nel momento in cui afferma che è sufficiente sapere come è avvenuto il fenomeno, e non c’è un perché. La religione è la seconda mortificazione, ed è anche peggiore: di fronte alla domanda che non si arrende alla fatalità del caso rispetto alle sorti dell’umanità e vuole capirne il progetto, la religione mortifica l’umano affermando che, certo, c’è un senso, però lo conosce soltanto Dio. Quanto è avvenuto è per disegno imperscrutabile di Dio e Dio non rende l’uomo partecipe del suo disegno!

Quindi, la cultura scientifica e quella religiosa mortificano entrambe l’uomo. Ma il senso positivo di ogni morte o mortificazione è la resurrezione, e la resurrezione è lasciata alla libertà di ognuno. Meglio di così non si può, cari amici, e la resurrezione dello spirito umano, in sintesi io la chiamo scienza dello spirito.

Ci sono due conferenze di Steiner dedicate alle catastrofi di natura.[9] Vediamone alcune affermazioni fondamentali:

• Ogni evento naturale, anche il più macrocosmico, è sempre conseguenza dell’evoluzione morale dell’umanità.

Sto parlando dell’evoluzione morale dell’umanità in secoli passati, quindi sono cicli a lunga scadenza, ma ciò che avviene nella natura, in bene o in male, è sempre deciso e causato dall’evoluzione morale dell’umanità. In altre parole, il fattore natura è sempre effetto e il fattore spirito è sempre causa. Quindi, se voglio risalire alle cause vere e prime che hanno reso necessaria e inevitabile questa catastrofe, devo risalire a fenomeni di evoluzione morale. Con questo non sto affermando dogmaticamente che le cose stiano così, sto solo affrontando la problematica in chiave di ipotesi. Fatta questa prima ipotesi, il pensiero di ognuno è libero, l’individuo può prendere posizione, e se questa prima affermazione è vera, ne consegue che:

• il nesso causa-effetto è molto più complesso di quello immaginato dalla scienza naturale, che conosce soltanto il lato visibile di questo rapporto.

Certamente ci sono cause ed effetti anche nel mondo visibile. Per esempio, se sul tavolo da biliardo viene messa in moto una biglia che va a cozzare contro un’altra, quest’ultima si muove. Il primo urto è la causa e il secondo è l’effetto. Esiste questo tipo di connessione più semplice e più immediata. È una connessione più esterna e più indagabile dal punto di vista materiale; però, parlando di catastrofi, siamo a livelli di rapporto causa-effetto infinitamente più complessi, perché le cause sono di natura morale, non di natura materiale. Non sono semplici fatti di natura e gli effetti nel mondo della natura sono non soltanto protratti, ma infinitamente distanziati nel tempo. Se è vero che il fattore morale è sempre la causa decisiva di quanto avviene nella natura, ne consegue che la connessione causa-effetto è di enorme complessità.

Di fronte all’affermazione che il fattore morale è causa e il comportamento della natura è effetto, lo scienziato della natura può tuttalpiù negare che sia vero, ma non può dimostrarlo. Dire: «Non è vero» equivale a dire: «Non ci credo», e lo scienziato può dimostrare, al massimo, che lui non ci crede oppure che non gl’interessa – e questo è legittimo. Ha il diritto di non provare interesse? Certo. Dica che non gli interessa e va tutto bene, perché significa che non si è mai occupato della cosa. Nel momento in cui se ne occupasse dovrebbe entrare nel merito delle affermazioni dell’altro e prendere posizione. Dovrebbe spiegare cosa gli è plausibile e cosa riscontra come errore di pensiero, se invece taglia corto e dice: «Non è vero», fa un’affermazione errata che non può dimostrare.

In fondo io stesso vi sto dicendo: «Ci credo», ma io credo alle cose che capisco, giungo a questa “credenza” attraverso un processo di pensiero che rende quest’affermazione talmente plausibile da diventare un’evidenza. Allora, più che una credenza, per me è una convinzione assoluta altrimenti il tutto sarebbe assurdo. E quando, invece, non riesco ancora a vedere i fenomeni nella sintonia del tutto, mi do tempo e aspetto. Aspetto, perché non ho ancora capito, e ci sono ancora da fare cammini di pensiero. Ma torniamo alle due credenze di oggi:

• credo in Dio: Egli ha deciso nel suo volere imperscrutabile di scatenare questo fenomeno;

• credo nel caso: il fenomeno è avvenuto per puro caso.

La religione crede in Dio in modo irrazionale perché all’uomo è precluso il capire quali motivi Dio abbia avuto per compiere questa tragedia di natura. La scienza, invece, crede nel caso cieco.

Ma esiste una terza possibilità, che è di tutt’altro tipo, del tutto nuova: la scienza dello spirito. Essa non dice né che il fenomeno è successo per caso, né che è successo per volere imperscrutabile di Dio, bensì afferma che in un mondo di saggezza Esseri divini devono avere motivi saggi per scegliere questo tipo di conduzione dell’umanità. E l’unico motivo veramente convincente per il mio pensiero di uomo – sono stato creato come essere pensante! – è che la catastrofe di natura deve essere consona a quell’umanità che la riceve e la vive, perché se non le corrispondesse sarebbe un’enorme contraddizione. Deve corrispondere al suo cammino, alla sua evoluzione. Ogni catastrofe è in sintonia con l’evoluzione che l’umanità ha fatto finora.

Supponiamo allora che in fatto di evoluzione morale, negli ultimi secoli, l’umanità nel suo insieme abbia omesso il bene sommo, cioè l’esperienza dello spirito. Supponiamo che abbia ottenebrato lo spirito umano fissandosi sempre più sul mondo materiale che ci intride di egoismi e in cui ci scanniamo a vicenda perché vige l’esclusivismo. Infatti il mondo della materia è esclusivo per natura, perché quello che posseggo io non lo puoi possedere tu.

Perché gli esseri umani capiscano in quale abisso si stanno gettando in base al loro materialismo, Esseri spirituali che li amano – se è vero che ci sono – faranno il possibile per non esporli ad abissi ancora più profondi e quindi ricorrono alla sofferenza come strumento di risveglio. Allora, il materialismo è il fattore morale di omissione di evoluzione dello spirito e la sofferenza si presenta come l’unico modo perché l’umanità se ne renda conto. Faccio un esempio: quando il bambino si danneggia in modo reiterato, cosa fa la mamma nel suo amore per lui? Interviene e confronta il bambino con qualche sofferenza. Il bambino lo interpreterà forse come castigo, così come tanti esseri umani-bambini interpretano come castigo ciò che la Divinità scatena con un maremoto. Però, il genitore sa che non è un castigo, è puro amore, e dopo dieci o vent’anni il bambino, divenuto adulto, dirà: «Meno male che in quell’occasione la mamma mi ha aiutato!».

La sofferenza è sempre una misura colma d’amore di Esseri spirituali che vogliono il cammino spirituale dell’uomo e si danno da fare per aiutarlo a risvegliarsi da quell’oscuramento così deleterio della coscienza umana che noi chiamiamo materialismo.

Vi porto ora un’ultima riflessione in merito a una domanda che mi è stata posta in Germania: se è vero che una catastrofe è conseguenza del materialismo e avviene come fattore di evoluzione morale dell’umanità, come mai lo tsunami ha colpito proprio persone che sono tra le meno materialistiche? A questo punto interviene la scienza dello spirito che risponde a un livello ancora più specifico e scientifico, che ora posso solo riassumere per sommi capi.

In diverse conferenze Rudolf Steiner descrive come ancora prima di nascere centinaia di migliaia di persone, dialogando con l’Angelo custode, con l’Io superiore, con Spiriti la cui coscienza è infinitamente più vasta di quella umana, e dialogando con lo Spirito dell’umanità, ricevano l’ispirazione sul luogo di nascita. Gli esseri umani in procinto di incarnarsi chiedono: «Dove nascerò la prossima volta?», ed è una domanda importante perché non siamo nati qui o là, a caso. L’uomo non ha ancora uno sguardo di coscienza in grado di abbracciare tutto il senso di una vita, quindi si rivolge al suo Angelo custode, si rivolge allo Spirito dell’umanità con questa precisa domanda e riceve un’ispirazione. Come un bambino di otto o dieci anni che chieda ai genitori l’ispirazione sul da farsi, l’essere umano interpella il suo Angelo, ma con questo non significa che sia un essere indotto. Dipende dall’evoluzione. A quattro anni il bambino è puramente un esecutore, in seguito comincia a capire sempre più.

Gli individui morti nella catastrofe dello tsunami, prima di incarnarsi, hanno ricevuto l’ispirazione che li ha portati a nascere in quei luoghi. È un’ispirazione che essi hanno capito in parte: non al cento per cento, altrimenti non avrebbero avuto bisogno dell’ispirazione, ma neppure allo zero per cento. Hanno capito che avrebbe avuto un senso nascere là proprio perché ci sarebbe stata la probabilità massima di un maremoto, cioè la possibilità di offrire la propria vita per aiutare l’umanità a superare il materialismo. Quegli spiriti umani si sono incarnati in quei luoghi con una semicoscienza, però a livelli superiori hanno la piena coscienza che ci sarà un bisogno crescente di questo genere di forte richiamo alla realtà dello spirituale se l’umanità diventerà sempre più materialistica sul piano morale. Questo non vuol dire che la scelta di dare la propria vita per l’umanità venga portata a piena coscienza dall’io ordinario. Questo non si può dire, perché l’uomo è un essere molto complesso. Ci sono diverse istanze nell’essere umano e possiamo distinguere benissimo quando in noi parla un livello superiore, più bello e più pulito, e quando in noi parla un livello inferiore, quello dell’egoismo.

Diciamo allora che di queste centinaia di migliaia di persone che sono perite – e delle tantissime che ora e per decenni vivono in un’immane sofferenza per tutti noi – ve ne sono alcune che hanno affrontato questa catastrofe maggiormente per karma individuale, per pareggio, e altre che l’hanno affrontata maggiormente in termini di offerta, di sacrificio, all’umanità.

Supponiamo che una persona coinvolta nello tsunami abbia ricevuto l’ispirazione di nascere in quei luoghi e di morirvi perché questa morte ha a che fare con la sua evoluzione passata ed egli abbia un karma individuale in cui c’è molto da recuperare e da compensare – pensiamo alla legge del contrapasso nella Divina Commedia. L’occasione di nascere proprio in quei luoghi costituisce l’opportunità di una morte che afferra l’individuo prematuramente, è quindi un sacrificio che riguarda ciò che questo essere umano ha da recuperare in chiave di evoluzione individuale.

E cosa avviene invece per coloro che sono andati incontro alla morte senza avere più di tanto di individuale, di karmico, da pareggiare? Sono gli individui che a maggior ragione sono andati incontro alla morte per il bene dell’umanità. La scelta è avvenuta non tanto a causa del proprio karma individuale, quanto invece a vantaggio dell’umanità. Chi a livello sovraconscio offre la propria vita per l’umanità, a maggior ragione compie un passo enorme nella propria evoluzione morale. Quando tornerà di nuovo sulla Terra, egli sarà in grado di dare contributi all’universale umano grazie alle sue forze morali, alle sue forze di amore. Si tratta di contributi che tali individui avrebbero potuto dare solo passando per questa morte. Questa morte è una partecipazione alla morte grande avvenuta duemila anni fa, quindi non per karma personale, ma per puro amore per l’umanità.

Cari amici, nell’umanità di oggi questa lettura dei fenomeni si ritrova unicamente nella scienza dello spirito di Rudolf Steiner e il modo in cui ognuno di noi vuol prendere posizione fa parte della libertà individuale. Io ho tentato di mettere in chiaro che non esistono altre proposte di spiegazione paragonabili a quelle della scienza dello spirito e perciò emerge il suo spicco assoluto; e in una umanità in cui si fa di tutto perché pensieri come questi non vengano nemmeno percepiti, l’emarginazione dei contributi conoscitivi scientifico-spirituali costituisce un fatto morale di mortificazione dello spirito umano che renderà inevitabili catastrofi di portata ancora maggiore.

Duemila anni fa è stato detto al Padre divino: «Perdona agli uomini, perché non sanno quello che fanno».[10] Però il senso dell’evoluzione è che l’individuo diventi sempre più responsabile di ciò che fa. Siamo noi, nella nostra evoluzione morale, la causa del maremoto, e siamo anche in grado di prenderne coscienza.

Dibattito

Intervento: Una delle prime cose che mi sono chiesto sullo tsunami è come mai sia avvenuto proprio il 26 dicembre, il giorno dopo Natale. Una data che forse per il mondo orientale non è molto significativa, ma lo è per noi, che proprio in quel giorno abbiamo appreso la notizia del coinvolgimento dei tanti occidentali che erano laggiù a festeggiare. Sono sorti una serie d’interrogativi che sintetizzo così: come mai proprio ora? Qual è il messaggio per noi? Sono successe tante calamità naturali in Oriente, pensiamo ai terremoti in Giappone, eventi che noi sentiamo lontani e che ci toccano relativamente. Questo fenomeno, invece, ci ha investito in maniera globale, ha coinvolto tante nazionalità di persone.

Archiati: Ci troviamo di fronte a fenomeni di estrema complessità, come giustamente le tue riflessioni implicano, perché non investono soltanto un singolo individuo. Già l’evoluzione del singolo è di estrema complessità, non parliamo poi di un gruppo di persone o di un popolo. Come dicevi tu, questo fenomeno ci dimostra la globalizzazione anche a livello spirituale, nel senso che l’umanità si mostra come un organismo unico e non è possibile fare un ragionamento se si afferma che riguarda soltanto questa porzione di umanità e non un’altra. Tutto quel che riguarda l’umano, ci riguarda tutti. Siamo veramente un organismo unitario e a questi livelli le cose devono essere di estrema complessità.

Il concetto di “coscienza divina”, tra virgolette, è quello di una coscienza che abbraccia complessità infinitamente superiori a quante possa abbracciarne la coscienza ordinaria. La coscienza ordinaria dell’adulto di oggi, se paragonata a quella del bambino di quattro anni, è divina, capisce e abbraccia fenomeni di estrema complessità – e questo è vertiginoso! Però, se paragonassimo questa stessa coscienza a una coscienza la cui vastità comprende le sorti di tutta l’umanità e della sua evoluzione dall’inizio alla fine, la vedremmo simile a quella di un bambino.

Il senso dell’evoluzione dello spirito umano è di edificare attraverso il pensiero una coscienza sempre più ampia per saper spiegare i fenomeni singoli nel contesto del tutto. Spiegare un fenomeno significa porlo nel suo contesto e trovarne il senso, perché senza contesto niente ha senso. E qual è il contesto nel quale i fenomeni umani e di natura hanno senso? Il tutto dell’evoluzione.

Il tutto dell’evoluzione è l’ampliamento della coscienza attraverso il pensiero. Di meglio non c’è, con tutte le conseguenze che ne derivano, perché più la coscienza dell’individuo è vasta, più egli è responsabile di quello che fa, e più è libero. Il senso dell’evoluzione, quindi, è il cammino della coscienza umana.

Ritorno ora alla tua domanda per concretizzarla. Il 26 dicembre di qualche anno fa, tutta l’Europa Centrale ha subito la famosa sfuriata di Lothar,[11] una bufera di vento che ha distrutto anche parte della Selva Nera. Un paio di anni fa, il 26 dicembre, c’è stato un terremoto in Iran; questo tsunami è avvenuto il 26 dicembre. A caso non capita nulla. Ci sono misteri di evoluzione ciclica dietro al fatto che proprio il 26 dicembre, ripetutamente, la natura si faccia sentire, e io spero di avere a disposizione decenni di cammino della coscienza per capirli! Man mano che la nostra coscienza si amplifica, di sicuro capiremo il senso di questa data, perché il mese di dicembre non è un mese a caso. C’è ancora della strada da fare per dar ragione a livello di pensiero cosciente del fatto che sia avvenuto il 26 dicembre e non in un altro momento. Ora è già molto se, in chiave di causa-effetto riusciamo, per sommi capi, a rendere plausibile alla nostra coscienza che a livello della natura non può avvenire nulla la cui causa non sia dello spirito.

Per un Aristotele, un Tommaso d’Aquino, un Rudolf Steiner, la natura è effetto, e lo spirito è causa: tutto quel che avviene nella natura è una conseguenza di qualcosa che prima, a livelli anche molto complessi, è avvenuto nello spirito. Che poi il dato di natura possa causare di riflesso qualcosa nell’anima e nello spirito – di riflesso però! – non c’è dubbio. Ma tutto ciò che avviene nella natura, è causato prima dall’evoluzione dello spirito.

Intervento: Lei ha fatto accenno alla reincarnazione. Premetto che io, fin da ragazzo, ci ho creduto, ma se questo concetto prende piede nel mondo occidentale creerà un turbamento enorme nella medicina, nelle religioni, e via dicendo. Stravolgerà le fondamenta di quella che è stata fino a oggi la scienza e la religione tradizionale. Avverrà senz’altro. Io lo spero. Grazie.

Archiati: Credere alla reincarnazione e vivere come se non ci fosse non serve a nulla. Si tratta di fare un processo di pensiero per cui, da una credenza nella reincarnazione, giungo a una certezza incrollabile. Per esempio, nessuno di noi crede che 3+3 faccia 6, ognuno di noi sa che è così! Al mio pensiero diventa assolutamente convincente che se lo spirito umano avesse la possibilità di vivere soltanto una volta ci sarebbero troppe contraddizioni, troppe ingiustizie, troppe cose inspiegabili. Diventa un’evidenza, e non può che essere così, altrimenti il mondo e l’evoluzione dovrebbero essere diversi, e l’uomo stesso dovrebbe essere diverso. Stando al tipo di uomo che siamo tutti noi e a questo tipo di evoluzione, è indispensabile che ogni spirito umano abbia a disposizione il tutto dell’evoluzione e vi partecipi.

Soltanto quando sono arrivato al punto di esserne convinto, la mia convinzione, che i classici del pensiero hanno sempre chiamato evidentia, diventa una forza così travolgente che mi fa vivere da spirito eterno. Però, devo prendere la responsabilità di spirito eterno e chiedermi in che modo cinquecento o mille anni fa sono stato la concausa di uno tsunami. Se è vero che sono già stato sulla Terra diverse volte, è altrettanto vero che ho partecipato anch’io a rendere inevitabile e necessaria questa catastrofe di natura.

La reincarnazione è quel livello di coscienza e di evoluzione dello spirito umano in cui l’individuo trova la forza di rendersi corresponsabile di tutta l’evoluzione dell’uomo e della Terra. A quel punto non ha più bisogno di credere alla reincarnazione: sa per evidenza che è così. Questo tipo di convinzione, che ha un carattere di assolutezza, non si può trasmettere da una persona all’altra: ognuno può conquistarla solo per sé. Il credere è il livello massimo di diluizione dello spirito, e lo spirito diluito all’infinito è la fede. L’umanità di oggi è piena di spiriti diluiti, e quante sono le persone entusiasmate dalla fede?

Intervento: Volevo porre l’accento su alcune cose a cui istintivamente ho sempre creduto, non fideisticamente e ciecamente, bensì per esperienza. Il mondo in cui ci muoviamo è segnato dalla materia, ma è un processo in evoluzione storica. Non vedo una contrapposizione tra storia e spirito, altrimenti diventa anche complicato chiarire come si sia arrivati a una contrapposizione tra natura e spirito.

All’inizio di questo principio originario di evoluzione cosmica, per necessità e forse per libertà, c’è stata una scissione che ha dato luogo all’evoluzione dell’uomo e della natura. L’uomo si è impadronito della capacità di riflettere sulle cose in maniera forse speculare, quindi si è approfondita la divisione tra soggetto e oggetto, e soprattutto per tutto l’ottocento che è il secolo in cui nasce la scienza, ci siamo limitati a guardare i fenomeni dal punto di vista biologico deterministico. In questo momento storico c’è molta consapevolezza della necessità di superare questa frattura e di andare verso una ricomposizione, però ci sono anche molte idee confuse: ci si appella a uno spiritualismo fideistico, dove tra l’altro non si riesce a conciliare la ragione e la fede. Devo dire che il tentativo che fa Steiner mi convince abbastanza perché riesce a collegare la mia biografia individuale con la biografia cosmica, cioè con l’evoluzione cosmica. Se vado a vedere nella mia interiorità, in realtà non posso che incontrare anche il cammino che incontra l’umanità tutta. Diciamo che attraverso la comprensione di me stesso riesco a comprendere anche tutto il mondo.

Archiati: Qual è il punto focale di ciò che hai detto?

Replica: Il punto focale è che bisogna fare ancora un grosso percorso individuale prima di approcciare questi temi e raggiungere l’evidenza di cui parlavi, e perché si manifesti la presenza delle Gerarchie spirituali come operanti e viventi. Ed è un cammino molto difficile perché continuamente veniamo risucchiati.

Archiati: Hai sottolineato che è un cammino difficile. Accanto al difficile mettiamoci anche che è il cammino più bello che ci sia. Difficile è più bello, dà gioia, dà soddisfazione, si respira e si vive da artisti, da creatori.

Intervento: Oggi la scienza trapianta organi sia tra vivi sia tra cadaveri e viventi. Ci sono delle conseguenze sui corpi non fisici dell’uomo a causa di questi trapianti? E in linea di principio quali possono essere le conseguenze karmiche in una prossima vita? Grazie.

Archiati: Faccio qualche accenno in base a due linee di riflessione.

1. Se è vero che nell’organismo non c’è soltanto il meccanico ma c’è il vivente, tutti gli organi sono compenetrati da un elemento comune e ciò che avviene a un organo passa anche a tutti gli altri organi. Il concetto di macchina invece è che le componenti si possono sostituire perché alle altre parti non succede nulla. Prendiamo un caso: un organo di un individuo che chiamiamo A viene trapiantato a un individuo che chiamiamo B. L’organo di A è intriso del suo vitale – la scienza dello spirito lo chiama corpo eterico – e sono le sue forze vitali specifiche. Ora, l’organo di A, con tutte le sue specifiche forze vitali, viene trapiantato nel corpo di B. Il fatto che un organo morto, cioè privo di forze vitali, non si possa trapiantare perché porterebbe morte, evidenzia che nell’organo da trapiantare devono esserci ancora forze vitali. Se è vero il fatto che gli organi sono adatti al trapianto solo se sono intrisi di forze vitali oltre che di forze animiche, il trapianto funziona nella misura in cui il corpo dell’uomo che lo riceve è meccanizzato. Più il corpo di B sarà carico di vitalità, e più cresceranno le probabilità che il trapianto fallisca perché le due differenti forze vitali entrerebbero in conflitto. Il trapianto può quindi funzionare solo nella misura in cui il corpo ricevente è già meccanizzato. Ma non basta, esso contribuirà enormemente anche a un aumento della meccanizzazione, cioè a un indebolimento ulteriore del vitale. Se poi l’uomo materialistico preferisce vivere come una macchina piuttosto che morire, è affar suo, ne ha il diritto. A noi interessa cogliere il fenomeno nella sua oggettività.

2. L’altra domanda che chiede cosa avviene a livello karmico, a livello dell’animico e dello spirito, è di una complessità esponenziale. Come primo avvio propongo un’affermazione presa da una sapienza ancestrale dell’umanità poi andata perduta: l’umanità è un organismo – a livello spirituale naturalmente, non a livello biologico, a livello biologico ognuno ha il suo organismo. Quindi il senso dell’evoluzione è che lo spirito umano si serve del corpo per diventare spirito autonomo individualizzato, e una volta diventato tale non ha più bisogno del corpo; resta autonomo, individualizzato, nel puro spirituale, e quindi il corporeo è destinato a perire perché ha svolto la sua funzione. «Cieli e Terra passeranno» (Lc 21,33) è uno degli assunti fondamentali del cristianesimo: nella misura in cui il corporeo decade e muore, risorge a livello spirituale un’umanità nella quale siamo tutti un unico organismo spirituale e al contempo ognuno è uno spirito del tutto individualizzato.

Le due dimensioni dell’umano si perfezionano a vicenda: l’unicità assoluta di ognuno – ognuno è un mondo diverso da tutti gli altri – e al contempo il rimembramento spirituale in cui diventiamo membra gli uni degli altri. Però, questa riorganizzazione spirituale e animica degli uni negli altri presuppone la scomparsa della materia che ci separa gli uni dagli altri. La materia ha avuto la funzione di far sorgere la coscienza individuale, la quale, una volta sorta, resta eternamente.

Intervento: Visto che hai parlato di trapianti, come prosecuzione del discorso potresti dire due parole sull’accanimento terapeutico?

Archiati: Qual è l’ora giusta di morire? E come si fa a saperlo? Ovviamente, se c’è un’ora giusta, è l’ora prevista dal karma, è l’ora prevista da Coscienze superiori a quelle dell’uomo.

Alla nostra coscienza ordinaria non è dato di abbracciare l’arco dell’intera vita e di sapere quando moriremo, nessuno di noi sa quando morirà. Se lo sapessimo sarebbero guai, nella nostra coscienza non siamo ancora abbastanza purificati per fare l’uso giusto di una tale conoscenza, ne faremmo un uso micidiale. Allora diciamo che c’è un’ora karmicamente giusta prevista nel karma – e il karma è la volontà di Spiriti, la cui coscienza è più vasta della nostra coscienza ordinaria. Se è prevista un’ora giusta, ci devono essere due possibilità sbagliate: morire prima del termine giusto e morire dopo il termine giusto; entrambe le possibilità sono ugualmente sbagliate perché sono contro il karma.

Prendiamo il noto caso Schiavo.[12] Se nella nostra coscienza ordinaria non sappiamo quando il suo Angelo custode e il suo Io superiore hanno previsto che lei muoia, cosa possono fare le persone vicine a lei affettivamente? L’unica possibilità è che si aprano all’ispirazione che proviene dal suo Io superiore, all’ispirazione che proviene dal suo Angelo custode. Il suo Io superiore e il suo Angelo custode sanno qual è il giorno giusto.

Adesso voi obietterete che per sentire la voce dell’Angelo custode, la voce del suo Io superiore, bisogna essere estremamente evoluti. Non è vero! Basta che io tolga gli ostacoli che ci sono in me e che mi impediscono di ascoltare. E quali sono gli ostacoli? La mia brama che lei viva di più – vedi i genitori – o che lei viva di meno – vedi il marito –, stando al caso della Schiavo naturalmente. Nella misura in cui ho un minimo di desiderio, c’è offuscamento della coscienza. Il desiderio è una realtà astrale, e nell’astrale un desiderio è tenebra che oscura la conoscenza oggettiva. È logico, è semplice la cosa.

E allora chi è coinvolto nella decisione dovrebbe rivolgersi all’Angelo custode del moribondo in questi termini: «Caro Angelo custode, a me non preme né che lei viva un giorno in più di quello che tu hai previsto, né che viva un giorno in meno. Voglio che muoia il giorno per lei previsto». Nel momento in cui le brame di chi le è accanto spariscono, il suo Io superiore e il suo Angelo custode possono finalmente fare quello che vogliono. Siamo noi che glielo impediamo con le nostre brame. Quando non c’è più nessun essere umano che con le sue brame costringe un altro a vivere più del previsto o meno del previsto, e non c’è più nessuna costrizione, l’individuo col suo Io spirituale può decidere il da farsi.

Intervento: Lei ha parlato del fattore morale quale causa delle catastrofi di natura. Questo corrisponde al pensiero non libero, a quanto ha detto su desiderio e brama?

Archiati: Sì, certo.

Replica: E di conseguenza noi facciamo il lavoro verso la libertà di cui lei ha parlato. Questo vuol dire non più reincarnazione?

Archiati: Le reincarnazioni dovranno avere una fine. Se non ci fosse fine sarebbe una ruota che gira in modo perpetuo e non avrebbe senso.

Terza conferenza

Il cristianesimo

Per l’uomo d’oggi

La centralità dell’evento cristico

Roma, 23 aprile 2005

Cari amici,

il tema di oggi ha attinenza con questa domanda: come mai, perlomeno nell’umanità occidentale, il tempo si divide in prima e dopo Cristo? Nei confronti della parola Cristo, oggi, c’è un numero crescente di persone tra ebrei, musulmani e anche laici che prova disagio. Però, il cristianesimo tradizionale afferma che duemila anni fa è successo qualcosa di importante. È parte centrale della scienza dello spirito di Rudolf Steiner prendere posizione rispetto a questo importante evento.

Una delle caratteristiche principali della scienza dello spirito è che proietta la coscienza umana a uno stadio più avanzato, uno stadio in cui l’individuo vive una pienezza molto maggiore di quella avuta finora. Ho paragonato questo salto qualitativo al trapasso che si verifica dalla coscienza del bambino di tre anni alla coscienza adulta. Se è vero che la natura, man mano che diventiamo adulti, ci dà spontaneamente quel tipo di coscienza[13] che ha favorito il sorgere delle scienze naturali, perché non dovrebbe essere possibile fare un salto qualitativo di coscienza in cui, per crescita libera e individuale, sia possibile la conquista di una conoscenza non meno scientifica dei mondi spirituali? Naturalmente, la presa di posizione di fronte a questa proposta spetta a ognuno.

Nel momento in cui diventiamo adulti, l’evoluzione viene posta nelle mani dell’individuo e ogni conduzione dal di fuori diventa anacronistica. La conduzione dei genitori o del maestro va bene finché il bambino non è ancora capace di produrre pensieri e volizioni proprie, ma il suo senso è di rendersi superflua per sfociare in una conduzione dal di dentro. La coscienza dell’adulto è autonoma per natura e ogni sua gestione in termini di gruppo e di potere diventa via via più anacronistica, più disumana. Gestire dal di fuori la coscienza di un adulto è andare contro l’umano, è l’essenza del disumano perché significa trattare un adulto come se fosse un bambino.

Essenza dell’umano è la capacità di pensare con la propria testa e la capacità di volere nella propria libertà. Nel momento in cui tentiamo di gestire un altro individuo esercitiamo potere nei suoi confronti, e questo esercizio di potere è l’antiumano per eccellenza. Invece, quando ci diamo da fare, in chiave di offerte di pensiero, per agevolare l’autonomia del singolo, ecco che favoriamo l’umano. Di questo ognuno di noi può essere grato a un Rudolf Steiner, e personalmente lo sono infinitamente, ma non perché lui faccia affermazioni a cui si debba credere, bensì perché rinnovo sempre l’esperienza che ogni conferenza mi incita a mettere in moto il mio pensare. Mi sento fecondato nel mio essere e divento sempre meno dipendente da chiunque altro.

Autonomia significa libertà e non c’è nulla di più sacro della libertà, che è l’essenza stessa di un individuo. Penso che nella misura in cui abbiamo in comune l’umano, godiamo tutti di questo tipo di autonomia, perciò:

umano è quanto facciamo per favorire l’autonomia interiore spirituale dell’individuo,

disumano è quanto facciamo per renderlo dipendente.

In Italia, a causa di una forte influenza dello Stato Pontificio, che ne ha segnato la storia in modo molto particolare, in tante persone c’è una notevole disaffezione, per non dire ostilità o antipatia, nei confronti del cristianesimo. Naturalmente la Chiesa cattolica non è il cristianesimo, non è il fenomeno di duemila anni fa, però sta di fatto che culturalmente, in tutta la sfera laica e in tutto il movimento new age, si riscontra un forte antagonismo nei confronti del cattolicesimo. Questo antagonismo porta a fare di ogni erba un fascio e così sorge un’avversione generale nei confronti del fenomeno cristiano come tale. Questo è un fatto culturale che dobbiamo prendere sul serio.

Nell’umanità si percepisce un risveglio del religioso ed è importante interrogarsi, soprattutto in Italia, sul significato di questo fatto. Se risultasse che l’evento di duemila anni fa è oggettivamente centrale per l’evoluzione della coscienza umana, e se fosse altrettanto vero che la religione tradizionale – il cristianesimo “petrino”[14] – ha dato un’interpretazione profondamente carente di questo fenomeno, l’individuo incapperebbe in un’enorme omissione trascurando di occuparsi dell’evento di duemila anni fa a causa di una semplice avversione alla Chiesa cattolica.

Quindi, il discorso che sto cercando di articolare presuppone la consapevolezza che sia necessaria una certa apertura e una certa spassionatezza nel prendere in considerazione il fenomeno Cristo, e chi mi conosce sa bene che lo presenterò in modo diverso da come lo presenta il cattolicesimo tradizionale. Lo spirito umano pensante, che nella sua libertà e spassionatezza affronta i pilastri portanti dell’evoluzione, si trova a fare affermazioni diverse da quelle del cristianesimo tradizionale: io mi sono staccato dalla Chiesa proprio per questo!

L’avversione spontanea, il disamore, nei confronti dell’evento cristico ha due ragioni fondamentali. Una più superficiale, ed è una reazione spontanea di antipatia nei confronti della Chiesa cattolica. Questa prima ragione, però, ne nasconde un’altra più profonda. Il motivo per cui tante persone non vogliono più sentire parlare di cristianesimo è che la fede del cuore non basta più per il tipo di coscienza pensante cresciuta con le scienze naturali degli ultimi secoli. In altre parole, non è consono allo spirito umano credere alle cose ma, a mano a mano che nel singolo sorge la capacità di pensiero, l’adesione del cuore deve trasformarsi e approfondirsi sempre più con la conoscenza.

Quindi, nei confronti della Chiesa cattolica, non c’è soltanto la rabbia, ma anche il fatto oggettivo dell’evoluzione della coscienza dell’uomo moderno che vuole vivere la sua autonomia di spirito pensante e non si accontenta più di credere a ciò che ha detto qualcun altro. Il credere a un altro ha senso solo se io non sono ancora capace di fare affidamento su quello che dice il mio pensiero; è una condizione propedeutica, in un certo senso infantile, destinata prima o poi a sfociare nella convinzione di saper affrontare i fenomeni col proprio pensiero.

Se vediamo le cose da questa angolatura possiamo dire che sia i credenti, sia la sfera laica, sia la matrice culturale di stampo new age, hanno un fattore in comune: distolgono l’individuo dal prendere coscienza individuale, libera e personale nei confronti del fenomeno del mondo. Naturalmente ci sono molte altre correnti culturali, ma le tre che ho enunciato sono rappresentative di tutte le altre, e quanto le accomuna le pone sullo stesso piano: sono tutte e tre forme di intruppamento. Sono tentativi di ingolfare e fagocitare l’individuo e, se qualcuno non si è ancora accorto che anche la new age è un pauroso intruppamento occulto, è ora che ne prenda coscienza, perché questo fenomeno diventa ancora più micidiale quando non ci si accorge della sua presenza.

Queste tre realtà hanno in comune anche un fattore positivo: rappresentano una controforza necessaria alla libertà dell’individuo. Questi tre fenomeni danno all’individuo la possibilità di decidere se accodarsi oppure se prendere posizione in chiave individuale. Ma poco importa se uno debba prendere posizione individuale nei confronti della sua chiesa, del suo laicismo o della sua new age, non conta più quale sia il fenomeno di gruppo, ma conta sapere che è un fenomeno di intruppamento che fagocita l’individuo, davanti al quale, però, egli può sempre prendere posizione. Queste controforze ci devono essere: non sono né bene né male, ma sono necessarie perché l’individuo non potrà mai vivere la sua autonomia, se non ha nulla da superare per farla emergere.

Bene e male sono il modo in cui l’individuo interagisce con queste controforze: è un male se si lascia subissare, ed è un bene se ne fa un’occasione per diventare sempre più autonomo nel suo pensiero. Allora diventa tutto positivo: il confronto con la propria chiesa, o con il proprio laicismo, o con il proprio movimento new age.

Rispetto a ogni altro movimento, nella scienza dello spirito si affaccia qualcosa di nuovo: la scomparsa di qualsiasi vanto e potere di gruppo. Anzi, sarebbe una perversione ridurla a fenomeno di gruppo, perché la sua essenza è l’emergere dell’autonomia del singolo nella sua sacralità intoccabile. Nessun valore è più morale, più religioso, più sacro e più divino dello spirito umano singolo, e tutto ciò che lo aiuta a diventare sempre più autonomo nel suo pensiero è umano, sacro, morale e religioso. Il criterio dell’umano è sempre la sovranità dello spirito dell’individuo.

Tutto ciò che non favorisce l’individuo e che, anzi, lo vorrebbe strumentalizzare per il potere di gruppo, è irreligioso, immorale e antiumano. Il gruppo non ha uno spirito, il suo scopo è far di tutto per inghiottire l’individuo. Quando invece il singolo vince il potere del gruppo, si afferma nella sua sovranità come spirito pieno di saggezza e d’amore.

Ma torniamo all’essenza dell’evento Cristo. La terminologia tradizionale può creare incomprensioni, quindi la sospendiamo per il momento. Io direi che il fenomeno ci interessa nella misura in cui afferriamo che duemila anni fa si è manifestato l’Archetipo dell’umano. Cari amici, se così non fosse, a me il fenomeno non interesserebbe: un fenomeno di spicco assoluto ha diritto di esistere soltanto se rappresenta l’umano in un modo ideale e puro, nella sua essenza e nel fattore di comunanza. Quindi o io riesco a presentarvi il fenomeno di duemila anni fa come archetipo dell’umano nella sua profondità e nella sua universalità assoluta oppure non avrei ragione di parlarne.

Il motivo per cui la scienza dello spirito pone al centro dell’evoluzione questo Essere umano-divino – e per cui a me interessa e ve ne parlo – è che abbiamo a che fare con quella pienezza dell’umano verso cui tutti noi siamo in cammino. E la pienezza dell’umano è duplice:

• è la fioritura all’infinito del singolo nella sua autonomia;

• è l’umanità in quanto organismo sempre più pregno di forze d’amore.

Le due dimensioni dell’umano sono: il singolo, in quanto portatore dello spirito pensante, e l’umanità intera da cui nessuno spirito viene escluso e la cui evoluzione è favorita dall’evoluzione del singolo.

La salute di ogni organismo sta nel fatto che il funzionamento di ogni organo favorisce quello di tutti gli altri. Analogamente, l’umanità è stata concepita come un organismo di spiriti umani individuali la cui evoluzione individuale favorisce l’evoluzione di tutti gli altri così da creare un corpo mistico, un organismo spirituale in cui l’evoluzione dell’uno favorisce in assoluto l’evoluzione di ogni altro membro.

Ho affermato che la scienza si occupa solo della realtà materiale e ignora lo spirito, e che la religione crede nello spirito. Anche qui possiamo tirare le somme comuni, perché ciò che distingue la scienza dalla religione e la religione dalla scienza è meno importante di ciò che le accomuna. E cosa hanno in comune? Hanno in comune l’assenza dell’esperienza della realtà dello spirito!

Credere nello spirito significa non farne l’esperienza, perché in ciò che sperimento direttamente non ho bisogno di credere. Quindi, a un livello più profondo, scienza e religione si trovano esattamente sullo stesso piano. Se vogliamo, la scienza rappresenta la vita pubblica e la religione quella privata di ciascun uomo che ha perso ogni possibilità, sia come scienziato sia come religioso, di sperimentare la realtà dello spirito. E va bene così, perché se l’esperienza della realtà dello spirito ci venisse data dalla scienza o dalla religione, ci verrebbe fornita da un fattore culturale – quindi da un fattore di gruppo – e l’individuo non avrebbe la possibilità di conquistarsela per evoluzione individuale, libera e propria.

Affinché l’individuo potesse fare l’esperienza globale della libertà dell’evoluzione del suo spirito, è stato necessario arrivare al punto in cui la scienza ignora o nega lo spirito, e la religione non ne ha più l’esperienza diretta dello spirito, ne ha solo una pallida credenza. Ora le sorti dello spirito sono rimesse nelle mani della libertà del singolo e il modo in cui io mi pongo nei confronti della realtà dello spirito dipende unicamente da me. Sta a me decidere o meno se farne, per via dell’esercizio quotidiano, una realtà sempre più concreta.

Lasciamo ora da parte tutta la terminologia cristiana e ripartiamo dall’umano. Faccio ora il tentativo di mostrare in chiave di pensiero l’essenza dell’umano e l’essenza del cristianesimo, che sono la stessa cosa.

Il punto di partenza è molto semplice: partiamo dall’uomo, che siamo tutti noi, e dall’auto-esperienza che abbiamo a disposizione. Con quale strumento affrontiamo la nostra esperienza? Col pensiero di cui disponiamo. Noi tutti abbiamo in comune non solo l’esperienza di essere uomini, ma anche lo strumento per rifletterci sopra, cioè il pensare. Mi appello a queste due realtà: al fatto che tutti noi siamo esseri umani e al fatto che siamo capaci di riflettere in chiave di pensiero sul nostro essere uomini. Allora chiediamoci: cosa vuol dire essere uomini? Qual è l’essenza dell’umano?

La risposta è molto semplice: l’essenza dell’umano è che a differenza degli animali, delle piante e delle pietre – che sottostanno unicamente a determinismi di natura – l’uomo può servirsi della natura in lui come strumento per creare un fattore evolutivo del tutto nuovo. Lo specifico dell’umano è che l’uomo, pur avendo questa capacità, non è costretto a metterla in atto: questo fattore di novità assoluta rispetto alla natura lo chiamiamo libertà. Nell’uomo la natura non è altrettanto cogente, coercitiva, quanto lo è nell’animale, altrimenti saremmo animali anche noi!

Se un essere umano non attivasse nulla di ciò che va oltre i meccanismi di natura e si riducesse ad avere soltanto ciò che la natura fa in lui, se lasciasse pensare in tutto e per tutto la sua materia cerebrale senza metterci nulla di proprio, sarebbe per assurdo un essere umano che omette di vivere quanto gli sarebbe possibile. Dico per assurdo perché non esiste un essere umano di questo tipo. Noi non ci rendiamo conto dei mille modi in cui continuiamo a travalicare il dato di natura in noi! Le leggi di natura esistono di necessità, sono quindi calcolabili e dimostrabili; il fattore di libertà esiste solo nella misura in cui lo creiamo noi, e quindi non è né calcolabile né dimostrabile: lo si può solo mostrare, creando.

L’essere umano è l’unico ad avere la capacità e la facoltà di libertà. Per dirla con Aristotele e Tommaso d’Aquino: l’uomo ha la potenzialità della libertà, e se venisse fatto libero per natura, non sarebbe libero. Quindi la struttura immanente della libertà è duplice: da un lato presuppone una recessione dei meccanismi di natura, che smettono in tal modo di determinare l’uomo in tutto e per tutto; e dall’altro comporta una libera presa di posizione dell’uomo nei confronti del dato di natura, egli trasforma così una facoltà in un esercizio reale.

Il dato di natura nell’uomo deve essere meno determinante rispetto all’animale, in lui deve venir meno quell’irruenza che la natura ha nell’animale, per lasciargli la possibilità di prendere posizione nei confronti del dato di natura e di gestirlo sempre più in libertà. Io chiamo facoltà della libertà la capacità di diventare liberi, perché se la natura operasse in me con la stessa micidiale necessità con cui opera nell’animale, io non potrei essere libero. D’altra parte la natura non mi può dare la realtà della libertà, altrimenti tale libertà non sarebbe libera. È quindi nella struttura immanente della libertà di essere duplice:

• da un lato la natura nell’uomo è realmente meno cogente di quanto lo sia nell’animale, altrimenti la libertà non sarebbe possibile;

• d’altro lato l’uomo, avendo la possibilità di gestire il dato di natura – perlomeno ai livelli più importanti –, può farne lo strumento per creazioni libere vivendo quell’aspetto della libertà che è il trasformare una potenzialità in esercizio reale.

Ritirando la sua inesorabilità, la natura ci rende capaci di libertà; però l’attualizzazione della libertà è lasciata al singolo. La libertà è dunque omissibile perché soltanto avendo la possibilità di ometterla l’uomo è veramente libero.

Cari amici, mi concederete che stiamo toccando i fondamenti dell’esistenza umana, e dal mio balbettio vedete che sto perorando in modo accalorato in favore delle sorti dell’umano. Se riusciamo ad accordarci su questi pensieri relativi alla duplice struttura della libertà umana, se siete d’accordo su questa mia lettura dell’umano, vi risulterà che la capacità di libertà non è opera nostra.

A noi spetta l’esercizio della libertà, ma il fatto che la natura non operi in noi in modo totalmente deterministico è dovuto alla natura stessa, non a noi. Da che mondo è mondo, cari amici, in tutti i millenni in cui l’umanità non era così oscurata come in tempi di materialismo, l’uomo sapeva che quando si parla di natura si intende dire che lo Spirito-Natura è lo Spirito Divino.

La materia è il nulla del cosmo, la realtà del cosmo è lo Spirito e, se abbiamo letto correttamente il fenomeno umano, lo Spirito divino, la Natura, ha due modalità di azione fondamentalmente diverse: negli animali, nelle piante e nelle pietre agisce con onnipotenza, in modo deterministico, necessitante; nell’uomo, invece, agisce meno drasticamente, rinuncia alla sua onnipotenza, per lasciare spazio alla libertà dell’essere umano. Ogni giorno sperimentiamo che la natura non è onnipotente in noi!

Dove lo Spirito divino, per scelta libera, si ritira per far posto alla libertà, abbiamo l’essenza dell’amore. Amare significa rinunciare volontariamente a gestire l’altro con onnipotenza, per lasciarlo libero.

• Il fenomeno umano è possibile grazie alla decisione di alcuni Esseri divini di rinunciare alla loro onnipotenza per amore alla libertà dell’uomo.

Nella sua essenza, il cristianesimo è puro umanesimo, perché si fonda sul fatto che la libertà umana è resa possibile dalla rinuncia della Divinità a esercitare sull’uomo la sua onnipotenza. Questo si evince con piena evidenza dall’umano che tutti abbiamo in comune.

Duemila anni fa la Divinità si è presentata sulla Terra impotente e folle[15] per amore alla libertà dell’uomo. Se leggiamo i vangeli senza questa chiave non ci capiamo nulla. Prendiamo a titolo di esempio la parabola del Vangelo in cui si afferma che c’è più festa in cielo per la pecorella smarrita che non per le novantanove rimaste intruppate.[16] «C’è più festa in cielo» per l’emergere della libertà del singolo che trova la sua autonomia che per i novantanove che ancora sono condotti dall’elemento non individuale e non libero del gruppo: l’elemento di natura. La natura è il gruppo più micidiale che esista proprio in virtù della sua onnipotenza. Infatti dove Dio Padre – uso ora la terminologia tradizionale – opera con onnipotenza non si può far nulla.

L’affermazione fondamentale del cristianesimo, in base all’auto-esperienza umana, è che dove lo Spirito divino opera con onnipotenza, opera in un modo, e dove opera con amore, opera in tutt’altro modo. Dove Dio – permettetemi questa parola – agisce non con onnipotenza, ma con amore, per quanto ci riguarda non è lo stesso Dio. Sarà pure che la Divinità in sé e per sé è una, ma per noi è molto più importante il modo in cui la Divinità opera nel mondo e nell’uomo. Il modo di operare onnipotente della divinità negli animali, nelle piante e nelle pietre è il modo di operare di Dio Padre; e per quanto riguarda il modo di operare della Divinità con amore, col rifiuto di agire con onnipotenza, dobbiamo parlare di un altro tipo di divinità: duemila anni fa è irrotto nell’evoluzione umana il secondo modo di operare della divinità, il Figlio, un operare pieno d’amore che crea tutte le condizioni di libertà per gli esseri umani.

Chiamiamo Dio Padre il modo di agire onnipotente della divinità negli animali, nelle piante e nelle pietre; dobbiamo invece parlare di un altro tipo di divinità quando questa agisce con amore e rinuncia alla propria onnipotenza. Duemila anni fa ha fatto irruzione nell’evoluzione umana il Figlio, in cui si palesa il secondo modo di operare della divinità: un operare pieno di amore che crea tutte le condizioni di libertà per gli esseri umani.

«La pienezza dei tempi»[17] consiste nel fatto che grazie all’irrompere del Figlio, il quale opera in modo diverso dal Padre, si compia tutto il necessario per rendere possibile la libertà di ogni essere umano. Questa è l’essenza dell’amore. L’amore all’umano è pieno quando a ogni uomo sono messi a disposizione tutti gli strumenti necessari per la libertà. Il fondamento del cristianesimo è che da duemila anni a questa parte non manca nessuna condizione necessaria per l’esercizio della libertà. Il Figlio di Dio, nel quale ogni essere umano viene chiamato a diventare lui stesso figlio di Dio, ha portato la totalità degli strumenti necessari per il cammino di coscienza e per la gestione del mondo della natura.

L’evoluzione umana è divisa in due momenti. La prima metà è la conduzione di Dio Padre, quella che avviene per natura, dal di fuori. Però se l’uomo è chiamato alla libertà ci deve essere una svolta, così come in ogni vita quando il bambino cresce c’è una svolta dalla conduzione dal di fuori a una conduzione dal di dentro. E quando avviene la svolta? Quando tutte le condizioni necessarie per l’autonomia interiore sono presenti. Il concetto di pienezza dei tempi afferma che, a partire da quel preciso momento, ci sono tutti gli strumenti necessari per l’esercizio della libertà, quindi nessun essere umano ha il diritto di lamentarsi che la libertà e la creatività del proprio spirito pensante non sono possibili, perché lo sono!

La scienza dello spirito di Steiner ha una struttura trinitaria. Come passiamo allora dalla duplice azione della Divinità, di cui abbiamo parlato poc’anzi, alla Trinità? Andiamo per gradi: abbiamo ciò che chiamiamo il Padre, i determinismi di natura, e Dio Padre lavora in tutto ciò che è corporeo. Poi c’è il Figlio; Dio Figlio è l’operare dell’amore verso l’uomo. L’amore verso l’uomo cosa ha creato? Ha reso l’anima umana potenzialità di libertà. Quindi, l’uomo nel suo corpo è il risultato di tutte le forze di natura, e nella sua anima è capacità di libertà.

La fantasia morale dello Spirito cosmico abbraccia il modo in cui tutti gli esseri umani, in quanto individui e in quanto organismo unitario, sono chiamati a diventare sempre più individuali e sempre più unificati nella comunione universale. Duemila anni fa lo Spirito cosmico ha deciso di entrare in tutte le forze del corporeo della Terra per fare della Terra il Suo corpo. In altre parole, è entrato in tutte le forze di natura. Da duemila anni a questa parte lo Spirito del Sole è diventato Spirito della Terra, Spirito dell’Umanità, Io di tutta l’Umanità: lo Spirito della Terra intride del suo amore tutte le forze di natura, per cui, dopo Cristo, tutte le pietre, tutte le piante, tutti gli animali, tutte le forze di natura dentro di noi, lasciano l’uomo libero.

Da quando il Figlio di Dio ha fatto della Terra il Suo corpo[18] di amore per l’uomo, tutte le forze di natura lasciano libero l’uomo. Parlo di realtà assolute, e non può essere che così, altrimenti non potremmo essere liberi. Ci dev’essere un operare divino che intride di amore per l’uomo tutte le forze di natura, e la cogenza delle forze di natura nell’uomo viene tolta dall’operare di quella divinità che gli esseri umani hanno chiamato il Cristo.

• La capacità di libertà è un evento di Natura.

Bisogna che tutte le forze di natura operino nell’uomo in modo del tutto diverso rispetto all’animale: nell’animale operano con cogenza, con determinismo assoluto, mentre nell’essere umano operano in modo da lasciarlo libero. L’uomo non è costretto a essere libero, può anche abdicare alla sua libertà, ma nessun uomo può dire che le forze di natura siano talmente cogenti da esserne sopraffatto; quando fa un’affermazione simile, bara con se stesso.

L’operare perenne del Figlio di Dio, venuto sulla Terra per chiamarsi Figlio dell’Uomo, consiste nell’intridere di amore verso la libertà dell’uomo tutte le forze di natura.

La struttura trinitaria comincia ora a diventare chiara: abbiamo il Padre che opera nel corporeo; abbiamo il Figlio che opera nell’anima e fa dell’anima una potenzialità verso lo Spirito. Però, cari amici, questa possibilità di servirsi del dato di natura quale strumento per le creazioni dello Spirito sarebbe un controsenso se non sfociasse in un terzo fattore: l’esercizio della libertà. La facoltà di libertà può dunque venire esercitata e attualizzata grazie alla capacità di pensare sempre più creativamente, che abbiamo tutti. Quando l’anima, in quanto potenzialità verso lo spirito, esercita la capacità di pensare, esercita cioè lo spirito stesso, si chiama Spirito Santo. Quindi il terzo modo dell’operare divino si manifesta nell’essere umano quando fa l’esperienza immediata del divino, dello spirito in sé: è l’essere umano che non solo è capace di libertà, ma esperisce la realtà della libertà realizzata, attualizzata.

La struttura trinitaria è ora chiara:

• Il Padre opera nel corporeo

• il Figlio opera nell’anima e ne fa potenzialità verso lo Spirito

• lo Spirito Santo è l’esercitare il pensare, lo spirito.

Dove viene resa reale la libertà? Nel pensare, che è alla base di tutte le creazioni artistiche, religiose e scientifiche; è la base di tutto il sociale, perché tutto è umano nella misura in cui viene portato sulle ali della libertà. La natura nell’uomo non è libera, ma l’uomo non è solo natura e quindi può essere libero. Riepilogando, abbiamo:

• il corpo come strumento della libertà;

• l’anima come capacità di libertà;

• lo spirito come esperienza reale della creatività dello spirito.[19]

Perché si parla di Spirito Santo? Perché l’esperienza della libertà è pura immanenza e ogni gestione dal di fuori è un distruggerla. Lo Spirito Santo è lo Spirito dell’individuo nei confronti del quale nessuno ha diritto di gestione. Santo vuol dire intoccabile dal di fuori, significa pura immanenza.

Torniamo alla capacità di libertà. L’uomo non può conferirsi da solo la capacità di libertà, la trova in sé. In altre parole, nessuno è in grado di rendere se stesso capace di libertà, bensì ognuno è reso tale dalla conduzione divina. I fattori di natura ci danno i determinismi, non possono darci la capacità di libertà: soltanto l’amore divino può darcela. L’amore divino è puro amore per ogni uomo.

A questo punto ognuno di noi, nel suo Spirito Santo, è chiamato in causa: i “peccati” contro lo Spirito Santo sono i peccati contro la propria libertà e non sono gestibili dall’esterno. I peccati contro la propria libertà sono peccati di omissione che soltanto il singolo può recuperare. Arriviamo così a renderci conto che ogni frase del Vangelo andrebbe interpretata e compresa in modo del tutto nuovo, a partire dall’umano. Di fronte al fatto di ritrovarmi con la capacità di essere un creatore libero, decido io se dire: «Non m’importa niente di chi mi ha dato questa capacità», oppure: «Voglio essere grato a quell’Essere divino che, soprattutto da duemila anni a questa parte, lavora con immenso amore in tutta l’umanità per rendere ogni essere umano sempre più capace di libertà». Adesso capiamo quanto sia tragica la posizione dei fenomeni di gruppo – chiesa, laicismo, movimenti new age – che sembrano fatti apposta per impedire all’individuo di confrontarsi individualmente con l’Essere che porta nell’evoluzione umana la pienezza dell’umano e che rende possibile a ogni spirito umano il creare all’infinito.

Vuoi tu, uomo, ignorare questo Essere umano-divino? Sei libero di farlo.

Una leggenda medievale, profondamente cristiana, L’ebreo errante,[20] esprime il mistero dell’uomo – soprattutto del cristiano – che si rifiuta di ringraziare l’Essere pieno di amore che rende ogni uomo capace di creazione libera. A questo punto mi premeva dire che, se la mia lettura dell’umano è giusta e se è vero che abbiamo la facoltà di essere liberi, quell’Essere divino chiamato Spirito ci deve essere. C’è ed è all’opera, altrimenti non avremmo una capacità reale di libertà!

Cari amici, se non possiamo procurarci da noi stessi questa facoltà di libertà, dobbiamo supporre che nei passi fondamentali dell’evoluzione della coscienza di ogni essere umano deve esistere un’Entità divina piena di amore per la sua libertà. In quanto singolo, ogni uomo dovrà prima o poi trovarsi di fronte alla realtà di questo Essere divino che trasforma tutte le forze di natura nell’uomo per farne strumento possibile di creazioni nella libertà dello Spirito, e dovrà prendere posizione. E ogni uomo deve avere la libertà anche di ignorarlo.

La Chiesa cattolica afferma che solo un uomo ha l’accesso a questo Essere: il papa. L’infallibilità del papa è l’essenza del disumano, è l’essenza dell’anti-umano. L’amore divino che opera proprio per dare a ogni Spirito umano la possibilità creativa di vivere nello spirito, viene pervertito con un’affermazione di potere in base alla quale nessuno può avere accesso alla creatività sovrana dello Spirito fuorché uno, il papa, investito all’infinito di potere terreno. La libertà dello spirito viene così negata in base al potere di questo mondo.

Quando si tratta delle dimensioni assolute della libertà, dello Spirito in quanto veramente santo e sacro, anche le controforze devono essere assolute. Non è a caso che stiamo esprimendo questi pensieri in un fine settimana in cui, nella stessa città, viene ribadita nell’umanità l’affermazione opposta,[21] però, cari amici, la presa di posizione di fronte a queste riflessioni spetta al singolo.

Ha il diritto di chiamarsi uomo soltanto l’individuo che comincia a usare la propria testa per interpretare e conoscere l’umano. E allora capiremo che siamo tutti infallibili in fatto di umanità, perché siamo tutti uomini; ogni uomo è potenzialmente infallibile in fatto di umanità perché è la sua stessa essenza.

La scienza dello spirito di Rudolf Steiner è una voce possente che sta dicendo all’essere umano: se ti lamenti perché ti senti depresso e triste, è perché finora hai poltrito troppo nel tuo Spirito. Smettila di poltrire e vedrai che la vita è più bella!

Decretare l’infallibilità di un solo essere umano significa vanificare, annientare, tutto l’operare dell’amore del Cristo, che da duemila anni ha fatto di tutto per rendere ogni essere umano capace di fare l’esperienza diretta, sostanziale, reale, della creatività dello spirito. Decretare che un solo essere umano è infallibile è “comodismo” spirituale, mentre rimboccarsi le maniche per diventare infallibile significa attualizzare la libertà dello spirito.

La libertà dello spirito umano è l’essenza del cristianesimo ed è anche l’essenza dell’umano! E se così non fosse, cari amici, il cristianesimo non m’interesserebbe minimamente; non abbiamo bisogno della terminologia Cristo o cristianesimo,[22] e sarebbe tanto meglio se riuscissimo a lasciarla da parte e ritornassimo all’Uomo che abbiamo perso di vista.

Prendiamo ora la questione dal lato del darwinismo. Il darwinismo è il dogma in base al quale l’essere umano è soltanto un animale superiore, e tra uomo e animale non c’è una differenza sostanziale. In altre parole, il darwinismo è un altro modo di proibire agli esseri umani di vivere nella libertà.

Se l’essere umano fosse un animale, cioè una realtà gestita in tutto e per tutto dalle forze di natura, nel suo abbandonarsi agli istinti di natura dovrebbe essere armonico, come lo sono tutti gli animali. Se siamo onesti, però, dobbiamo dirci che nella misura in cui l’essere umano si riduce alla natura in lui, perché si rifiuta di realizzare la libertà, si verificano abissi di disumanità: l’uomo finisce col distruggere la natura e l’ambiente ecologico, poi distrugge se stesso e l’altro, perché noi restiamo umani soltanto nella libertà e quando abdichiamo alla libertà rinunciamo all’umano, diventiamo disumani.

Cos’è l’amore se non libertà? Libertà è amore e amore è libertà: sono la stessa cosa. Gli animali non sanno cos’è l’amore perché non sono liberi, e gli esseri umani possono amare soltanto tanto quanto sono liberi. L’amore non intriso di libertà non è amore, è istinto di natura. Certo, l’uomo è costituito anche dall’elemento minerale, in lui ci sono inoltre le forze vegetali e le forze animali, però i tre regni di natura sono il sostrato necessario per la libertà, non sono lo specifico dell’umano. Le forze dei regni di natura sono paragonabili alla lira di Apollo a tre corde per le melodie della libertà: si fanno strumento per la libertà. Soltanto dove c’è libertà possiamo parlare di vero amore, non dove c’è istinto, nell’istintualità non c’è amore.

Cos’è avvenuto, allora, duemila anni fa? Nei vangeli vi sono accenni alla fine del mondo, e a questo proposito molti esegeti rivolgono un appunto al cristianesimo; dicono che i primi cristiani si sono ingannati, pensavano che fosse imminente la fine del mondo e invece, dopo duemila anni, il mondo c’è ancora… e pare che durerà per molto tempo…

Ma duemila anni fa è successa davvero la fine del mondo! La fine del mondo si ripresenta ogni volta che l’essere umano si avvale di tutto ciò che la natura ha costruito in lui e vi aggiunge qualcosa di libero che la natura non gli dà. Il concetto umano di fine del mondo è che l’uomo diventa uomo soltanto quando il mondo della natura – il mondo delle leggi, delle necessità, della non-libertà – smette di determinarlo. Il mondo della non-libertà finisce, e l’uomo prende tutte le forze di natura nelle sue mani per farne uno strumento di creazioni libere. È una fine del mondo ogni volta che tutto il mondo creato smette di determinare l’uomo perché questi, nella sua libertà, comincia lui a determinare le sorti della natura. Questo concetto cristiano di fine del mondo, essenza della libertà, non l’ha capito neanche il cristianesimo tradizionale. Tocca perciò al singolo, nella sua esperienza della libertà, capire che:

ci dev’essere una fine dell’onnipotenza di natura, la natura deve terminare in tutto e per tutto di determinare l’uomo; e soltanto nella misura in cui questo avviene

l’essere umano può avvalersi di tutte le forze di natura per le creazioni all’infinito della sua libertà.

L’Essere nel quale si è espressa la pienezza dell’umano e la chiamata di ogni uomo a essere sempre più divino, sempre più creatore, viene denominato Uomo-Dio, Essere-Cristo. L’irrompere nella storia di questa dimensione divina di ogni essere umano è la chiamata perenne dell’uomo a porre termine ai determinismi di natura per far sorgere un mondo nuovo fatto di libertà. Se questo non fosse possibile, cari amici, non saremmo nemmeno capaci di libertà, e non potremmo neanche afferrare queste parole, per quanto il mio sia solo un balbettio.

• L’uomo è la fine del mondo.

È nel destino dell’uomo, in quanto spirito creatore, di prendere in mano le redini dei regni della natura e di stabilirne le sorti facendo in modo che questa smetta di essere determinante in lui. L’uomo, nella gratitudine dell’amore, ricambierà l’amore di tutte le creature che si sono fatte strumento per la sua libertà: in futuro farà assurgere all’umano tutte le creature della natura, darà loro parola, vita e pensiero. Farà assurgere all’umano tutte le creature che hanno rinunciato alla vita nelle pietre, che hanno rinunciato al sentimento nelle piante, e che hanno rinunciato alla parola negli animali perché all’uomo fosse concessa la vita, il sentimento, la parola e il pensiero, la creatività libera.

La Natura è il sacrificio cosmico pieno d’amore che ha creato i fondamenti perché la libertà umana fosse attuabile; e l’esercizio della libertà umana consiste nel ricambio di amore che umanizza tutta la natura. Rendendo tutta la natura umana, l’essere umano diventa sempre più divino, sempre più creatore.

Cari amici, mai avrei pensato di capire il fenomeno cosiddetto cristiano in un modo così semplice, profondo, vasto e universale, come l’ho capito grazie alla scienza dello spirito di Rudolf Steiner. Duemila anni fa è stata resa possibile la pienezza dell’umano: sta a ognuno comprendere questo mistero ed esserne grato.

Dibattito

Intervento: Nei testi che riportano i suoi incontri sul Vangelo di Giovanni, lei parla del problema della traduzione. Per esempio a proposito del prologo del Vangelo di Giovanni lei dice che il testo greco distingue il Dio da un Dio. In altri contesti lei parla dei fratelli di Gesù ma le traduzioni riportano la parola cugini. Da una parte ci sono le difficoltà di una lingua antica, dall’altra ci sono incomprensioni di significato.

Archiati: Entriamo in un discorso complesso perché ci troviamo di fronte a due matrici culturali profondamente diverse. Prendo l’esempio del prologo che comincia con le parole: en archè en o logos kai o logos en pros ton theon kai theos en o logos ('En ¢rc n lógoς kaˆ lógoς n prς tn qeón kaˆ qeς n lógoς). Tradotto letteralmente: «Nell’inizio c’era il Logos, il Logos era presso il Dio e il Logos era un Dio». Ma a che serve tradurre letteralmente in una lingua che in base a duemila anni di cristianesimo petrino ha reinterpretato il concetto di Dio e ha deciso che di Dio ce n’è uno solo? Il prologo riserva al cosiddetto Dio Padre la dicitura il Dio e poi ci sono tanti altri Esseri divini che sono tutti quanti un Dio. In altre parole, il testo greco presuppone un modo di pensare secondo cui c’è un Essere divino supremo: il Dio, e poi ci c’è un’infinità di altri Esseri divini che partecipano al divino a livelli diversi. Ci sono i Serafini, per esempio, che sono a un livello più alto degli Arcangeli o degli Angeli; e l’uomo stesso è chiamato a diventare sempre più divino. Abbiamo un testo greco che presuppone una molteplicità di Dei e un linguaggio italiano intriso di cattolicesimo che permette a uno solo di essere Dio, e a tutti gli altri no. Come si fa a tradurre fedelmente? La lingua non lo consente.

I casi sono due: o facciamo un cammino ulteriore di evoluzione per cui recuperiamo certe realtà e con queste arricchiamo il linguaggio, oppure non è una traduzione che ci serve, ma una spiegazione. Bisogna spiegare cos’è successo al concetto di Dio a partire dal Vangelo di Giovanni, in cui Dio Padre viene chiamato il Dio, o Theos (ὁ θεός), e il Logos è chiamato un Dio, uno degli Esseri divini immediatamente successivo, come altezza, al Dio Padre. Insomma, esiste una vasta pluralità di Esseri divini, e noi ci ritroviamo adesso con un cattolicesimo circoscritto al Dio unico che non ammette una pluralità di Dei e per il quale questo è paganesimo.

Uno dei fondamenti della scienza dello spirito di Steiner è che nell’umano – che ha in sé il fattore di libertà, di creatività dello spirito – c’è una partecipazione ai diversi gradini del divino. Divino è ogni essere che in qualche modo e in qualche grado è capace di creare artisticamente, liberamente, fantasiosamente.

L’essenza di Dio, qual è? È che Egli crea: è creatore del creato. Gli Spiriti sono creatori nella stessa misura in cui sono divini. Perché dovrebbe esserci un solo Dio? Tra l’altro, anche nel cristianesimo sono tre: Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo. Maometto accusava il cristianesimo di politeismo, e diceva: «Voi avete tre dei, siete politeisti, torniamo al monoteismo assoluto dove c’è soltanto Allah!».

Intervento: Lei ha detto che l’uomo è divino, sa creare perché la capacità creativa si trova nell’uomo.

Archiati: Potenzialmente.

Replica: Potenzialmente sa creare, ma questa capacità da che cosa nasce? Da fatti genetici oppure da un qualcosa per cui se mio padre era artista io pure lo sono? L’artista, o chiunque crei, crea per cosa? Al di là delle possibilità di patrimonio genetico, da che cosa dipende questa creatività e chi la conferisce all’uomo? Insomma, da che cosa nasce e da chi dobbiamo attingere? Io mi trovo all’inizio di un percorso che nasce da una sofferenza piuttosto profonda. Mi sono accostata al Vangelo perché mi piace, mi affascina, pur con molti dubbi, però vorrei capire di più del Cristo e dell’anticristo, della creatività dell’uomo, della libertà di cui lei ha parlato in maniera insistente e della spiritualità. Le mie domande saranno banali, però è una curiosità e l’ho espressa. È la prima volta che assisto alle sue conferenze.

Archiati: Se ho capito bene, quando lei legge il Vangelo – indipendentemente da quello che traduce o capisce – fa l’esperienza che le fa bene! Chi decide che c’è una corrispondenza tra quello che legge e quello che sente? Lo decide lei, in quanto spirito! In altre parole, spirito significa decisione primigenia, originaria, e non è causato da un’altra cosa. Nel momento in cui lei dice: «Mi piace!», fa l’esperienza di essere spirito. C’è qualcosa che causa in lei questa decisione che le piace? No, è originaria. Spirito è origine: tutto il resto è causato dallo spirito, ma lo spirito non può essere causato perché è sorgente primigenia.

Replica: Allora è sorgente congenita.

Archiati: Non è congenita. L’uomo non ha uno spirito, l’uomo è spirito. È la sua essenza.

Intervento: Nei suoi libri non c’è bibliografia e spesso non ho trovato anticipazioni o riferimenti. Mi chiedevo cosa può significare e ho fatto questa riflessione: che rapporto c’è tra il singolo pensatore autonomo, sovrano, e il pensare di tanti altri pensatori e artisti che faticosamente hanno attraversato l’evoluzione umana e fanno il loro cammino? E si rimane singoli pensatori o c’è un’evoluzione comune e quindi c’è una comunità di pensiero che si forma? Per me la bibliografia o i rimandi e le citazioni rappresentano questo. Bisognerebbe superare un po’ tutti gli steccati, aprire tutti i tavoli a una pluralità di voci, proprio perché lo spirito nella sua creatività a mio avviso è una pluralità. Quindi la sua affermazione in base alla quale accanto alla sovranità dell’individuo c’è il gruppo che fagocita l’individuo perché non ha lo spirito, ora probabilmente non l’ho compresa. Qual è il passaggio tra la condivisione dei singoli, liberi e sovrani, e la comunità? È la comunità o è solo il singolo che salva? Grazie.

Archiati: La comunione vera tra gli uomini è soltanto quella che non esclude nessuno, altrimenti non è comunione perfetta. Chiediamoci allora quale tipo di comunione include tutti, e la risposta è semplice: è la realtà. La realtà è l’unico tipo di comunione oggettiva che ci include tutti. Nella misura in cui lo spirito pensante del singolo sa tuffarsi nell’oggettività del reale, si tuffa nella comunione universale. Quindi il pensiero è la comunione assoluta. Nessuna comunione può essere così assoluta come la comunione del pensiero che si immette in quella comunanza assoluta che ci abbraccia tutti, e che è il mondo, la realtà.

Diventare capaci di pensiero significa diventare capaci di oggettività, cioè capaci di comunanza all’infinito. Chi di noi ha già reso presenti alla coscienza tutte le sfaccettature della realtà? La realtà del mondo è la fratellanza universale, e lo strumento per attingere a questa realtà inesauribile è il pensare, ma un pensare che sia amore, che si intrida di amore, perché non si può capire il mondo senza amarlo e non lo si può amare senza capirlo. Quindi capire e amare sono la stessa cosa.

A me piace la scienza dello spirito di Rudolf Steiner perché non solo rende la realtà del mondo più complessa, ma affrontandola in tutta la sua universalità ti immette in un cammino di comunanza senza fine con la realtà e con tutti gli uomini.

Quando due persone attingono all’oggettivo diciamo che sono d’accordo – Cor-cordis è il cuore. Cuore diventa in comunione con cuore, ecco l’essere d’accordo. E come si può essere d’accordo? Soltanto col pensiero, tuffandosi nell’oggettivo. Il pensiero è puro amore al reale, altrimenti non è pensiero. Quando ci tuffiamo nella realtà delle piante, degli animali e delle pietre cogliamo lo spessore evolutivo di tutto il mondo vegetale, animale e minerale e diventiamo uno nell’amore alle piante, nell’amore agli animali, nell’amore alle pietre.

Intervento: San Girolamo ha affermato che la Genesi è uno dei testi più misteriosi che ci siano. Elohim, che in ebraico è plurale, è stato in seguito tradotto al singolare. A distanza di molti anni (oltre duemila perché non so a quando risalga la Genesi), la scienza ha rivelato che abbiamo due tipi di cellule: un tipo tende a riprodursi e muore continuamente, e un tipo è potenzialmente immortale. Ora sono arrivato a questo: Aurobindo ha detto che noi siamo una specie di passaggio, ed è probabile; allora, tornando al discorso sul determinismo, mi chiedo se in una successiva fase evolutiva la nostra coscienza arriverà al punto da dominare la materia e quindi anche la vita, giungendo a una sorta di immortalità.

Archiati: Prendo soltanto un aspetto di quanto hai detto, allacciandomi al senso della morte e della sofferenza. Nella tradizione delle religioni orientali, cui tu hai fatto cenno, c’è che l’incarnazione serve a prendere coscienza dello spirito. Siamo Spirito – è l’Io superiore –, però il fatto di essere inseriti nel corpo ci dà la possibilità di prenderne coscienza. Supponiamo allora di rientrare nel corpo diverse volte nel corso dell’evoluzione. Se il processo andasse avanti all’infinito non ci sarebbe evoluzione, quindi anche nel buddismo c’è il concetto del Bodhisattva che diventa Buddha, e quando lo diventa ha finito di reincarnarsi, è cioè a un punto evolutivo tale da non aver più bisogno dell’incarnazione.

Nel buddismo c’è un preannuncio – proprio per l’umano che abbiamo tutti in comune – del fenomeno cosiddetto cristiano, che poi è il fenomeno umano. Un Buddha, cioè un’individualità che si è evoluta in un modo tale da non aver più bisogno di incarnarsi in un corpo per la sua evoluzione, dovrà dirsi: «Il fatto che io sia così evoluto lo devo a tutti coloro che sono rimasti indietro e hanno dato a me la possibilità di andare avanti». Per dare a qualcuno la possibilità di andare avanti, infatti, bisogna che altri restino indietro. Allora l’individualità si incarna non perché abbia bisogno dell’incarnazione per continuare la propria evoluzione, ma per amore agli uomini. Questo significa che la comunanza dell’umano consiste nel fatto che ogni singolo deve la sua evoluzione alla partecipazione e al contributo di tutti gli esseri umani, perché nessuno di noi potrebbe vivere l’evoluzione umana da solo. Ognuno di noi deve a tutti gli altri esseri umani non soltanto tutto ciò che ha e che è divenuto, ma ciò che è. Detto altrimenti, non c’è salvezza privata perché l’umanità spiritualmente è un organismo solo: o ci salviamo tutti, e allora è salvato l’umano, o ci perdiamo tutti. Perciò stamattina ho detto che coloro che in questo tremendo maremoto in Oriente sono morti maggiormente per recuperare “terreno” nella loro crescita personale, hanno deciso questa morte perché appartiene al loro karma; gli altri l’hanno fatto maggiormente come ricambio di amore per ciò che hanno ricevuto come capacità di amore.

Una persona che sa amare di più, che sa sacrificare la propria vita per gli altri e non per se stessa, da chi ha ricevuto questa capacità di amore? Da tutta l’umanità. Quindi, ci sono persone che sono perite con la decisione, a livello dell’Io superiore, di morire per ricambiare le forze di amore ricevute. Esse sono arrivate a un punto tale da essere capaci di dare la propria vita per l’umanità. E chi ha dato loro forze di amore tali da essere capaci di offrire volentieri, con gioia, la propria vita per l’umanità? L’umanità stessa. Nell’umanità hanno acquisito queste forze di vita in vita.

Quarta conferenza

I grandi interrogativi

Per l’uomo d’oggi:

Sofferenza, destino, morte

Le risposte della scienza dello spirito

Roma, 23 aprile 2005

Cari amici,

la scienza dello spirito elargisce contributi di conoscenza veramente nuovi e ha un modo di affrontare la realtà che rivela aspetti non ancora sondati dall’umanità. La coscienza umana è in continua evoluzione ed è scontato che ci siano conquiste sempre nuove aperte allo spirito umano. Qualcuno è desideroso di sentire le proposte conoscitive della scienza dello spirito o perché se ne è già occupato oppure per una genuina curiosità. Questo è l’atteggiamento migliore per andare incontro agli aspetti nuovi proposti dalla scienza dello spirito. I quesiti fondamentali che ci poniamo per svolgere questo tema sono vie maestre del pensare, perché il pensiero non può mai esaurire i misteri ultimi dell’universo, soprattutto quando parliamo di vita e di morte, di sofferenza e di gioia, cioè di esuberanza dell’essere, o quando parliamo di karma o destino.

Karma è una parola sanscrita che usiamo in alternativa a destino perché il vocabolo italiano non trasmette lo stesso concetto. La nostra parola destino, ma anche quella di tutte le altre lingue occidentali, è sorta in culture in cui il cristianesimo ha avuto il compito pedagogico di far perdere di vista per un certo tempo la prospettiva delle ripetute vite terrene. La parola destino è qualcosa che incombe sull’uomo dal di fuori, una sorta di fato, di gestione ineluttabile. È una parola che ha la connotazione della fatalità e quindi il destino viene vissuto come contrapposto alla libertà. Karma significa invece il passato della mia libertà, ovvero l’esercizio passato della mia libertà. Questo presuppone che ognuno di noi sia già da lungo tempo in cammino e tutto quel che è diventato se lo sia costruito in base al proprio cammino di libertà. Le scelte della libertà che ho compiuto nel passato mi hanno reso così come sono: questo è il mio karma.

Karma è la somma di ciò che ho e di ciò che mi manca, è il risultato del mio esercizio della libertà nel passato. Il concetto di karma presuppone che nulla venga imputato e fatto all’uomo dal di fuori perché ognuno è artefice del suo essere, del suo cammino, e dal di fuori non si può aggiungere né togliere nulla da ciò che l’uomo nella sua libertà diventa.

Compreso nel concetto di karma è che ognuno di noi, ancora prima di nascere, nella sua coscienza superiore, nel suo Io spirituale eterno, si chiede cos’ha da fare, come colui che, dopo aver fatto un anno universitario e in base agli esami già superati, pianifica cosa gli resta da fare e cosa è più importante. Pianificare significa fare un bilancio del già fatto e vedere cosa c’è ancora da conquistare, quali colpi sono andati perduti e quali si possono recuperare. Questo significa che il passato non si può cambiare, ma anche che siamo sempre suscettibili di passare ai gradini successivi, e il fatto di pianificare nella libertà è una specie di interazione tra ciò che abbiamo già realizzato o non realizzato e quanto vogliamo ancora compiere.

Il concetto di karma presuppone che dopo ogni morte ognuno di noi faccia un bilancio della vita trascorsa, e in base a questo progetti i passi successivi e operi delle scelte per la vita futura in funzione di tali passi. Per esempio sceglie quale sarà la sua lingua materna, ma anche quanto dovrà essere lunga la vita successiva. Naturalmente compie queste scelte con l’ispirazione di Esseri la cui coscienza è superiore a quella umana. Poi sceglie il suo temperamento, perché se nella vita passata ha vissuto da sanguinico o da collerico, nella successiva vorrà provare cosa significhi vivere da flemmatico o da malinconico, perché se non farà quest’altra esperienza gli mancherà un frammento importantissimo dell’umano. Sono soltanto quattro i temperamenti fondamentali, e sarebbe un guaio se ognuno di noi non avesse la possibilità di passarli tutti sempre di nuovo! E lo stesso criterio vale nello scegliere se incarnarsi come genere maschile o femminile: se nell’ultima vita è stato un maschio, in questa vorrà provare a nascere donna, perché essere donna è tutt’altra cosa che guardarla dal di fuori!

Come nella vita, di giorno in giorno, noi viviamo l’interazione tra il già fatto – non cambiabile – e il nuovo – pianificabile nella libertà –, così di vita in vita scegliamo ciò che vogliamo conquistare. Questo è il concetto di karma e il presupposto fondamentale è che ogni essere umano partecipi a tutta l’evoluzione.

La grazia divina non è tirchia. Un dio che mi desse una sola possibilità sarebbe un dio taccagno. Basta guardare a tutti i colori dei fiori a primavera, a tutti i semi, a tutta la varietà cromatica dei tramonti, per capire che non si confà a una divinità che in ogni manifestazione è sempre così doviziosa, essere tirchia proprio con l’essere umano. La legge dell’evoluzione, cioè la forza propulsiva della natura – ma possiamo chiamarla anche Dio – è l’esuberanza. Noi viviamo in un mondo di esuberanza, non di tirchieria! E questo è un fatto oggettivo, cari amici, non è una cosa che sto inventando io.

Ogni essere umano che intelligentemente legga l’oggettività dei fenomeni in cui viviamo deve riconoscere che viviamo in un mondo di ricchezza, di esuberanza, e la natura, o la divinità, non si è chiesta quanti tipi di piante sono lo stretto necessario per l’evoluzione sulla Terra. No, ne ha elargite a milioni per concedere agli esseri umani, nella loro libertà che può anche essere matta, di farne sparire tantissime!

Se è vero che viviamo in un mondo di esuberanza d’amore verso l’umano, dove l’uomo viene ricoperto di doni con dovizia e ricchezza, allora non si confà alla struttura mentale della natura o del divino concedergli una vita sola. L’amore è generoso. Un amore che calcola non è amore, sarà giustizia, ma non amore, perché l’amore non calcola mai.

Se viviamo in un mondo la cui legge fondamentale è la ricchezza e la sovrabbondanza, non è una bella trovata pensare a una divinità così gretta da dare all’uomo, corona della sua creazione, una vita sola. Questi pensieri, cari amici, nel mondo occidentale sono tutti da avviare e il credere nella reincarnazione serve a poco. Quello di cui c’è bisogno è articolare a livello di pensiero i motivi per cui il vivere una volta sola o il vivere più volte è in armonia con tutti i fattori evolutivi nei quali ci troviamo. Allora sì che diventa una convinzione, in un senso o in un altro!

Il karma è l’armonia del passato, del presente e del futuro.

Karma è l’armonia della libertà passata che ora non è più libera, ma è sempre aperta a nuove conquiste, a trasformazioni e a recuperi, anche se il recupero in assoluto di omissioni passate non potrà più esserci.

Omettere, perdere un colpo significa non fare qualcosa che ci è richiesto di fare nel momento in cui ci sarebbero le condizioni ottimali per farla. Questo è il concetto di omissione. E qual è il concetto del passo evolutivo, quello giusto per oggi? Quanto sarebbe bene che io facessi oggi, perché oggi esistono le migliori condizioni evolutive attorno a me e dentro di me per farlo. Se ometto di fare oggi quello che potrei fare nel senso di evoluzione positiva, le condizioni odierne, ottimali in assoluto, non potranno mai più ripresentarsi. Perché? Perché se fosse possibile che ritornino anche soltanto due volte le stesse condizioni evolutive che mi permettono di recuperare al cento per cento, vorrebbe dire che non c’è nessuna evoluzione e che il mondo resta sempre tale e quale.

Se è vero che c’è un’evoluzione continua a tutti i livelli, ciò significa che, se in un dato giorno ometto di fare quanto sarebbe stato massimamente opportuno – perché tutto era stato preparato per farlo – non mi verrà più data una seconda occasione così perfetta, proprio perché i fattori evolutivi cambiano continuamente. C’è, però, una certa misura di recuperabilità. Il concetto di karma è che l’essere umano gioca tra una certa possibilità di recupero che non è mai né al cento per cento né allo zero per cento. Se fosse al cento per cento vorrebbe dire che i fattori evolutivi restano tali e quali, e questo non sarà mai, perché di fatto cambiano; e se fosse zero per cento vorrebbe dire che tutti i fattori evolutivi cambiano in assoluto, e anche questo non avviene.

In chiave di omissione, il karma è la possibilità parziale, diciamo circoscritta, di recuperare ciò che un individuo ha omesso nel corso della sua evoluzione. L’ultima volta avrei potuto conquistarmi un aspetto dell’umano, ma sono stato un po’ pigro e ho omesso di imparare, di capire il cammino di pensiero, allora adesso voglio crearmi quelle condizioni di vita che mi diano l’occasione di recuperare, nella misura del possibile, quanto ho omesso. Quindi, fa parte del karma la parziale possibilità di recuperare ciò che man mano si omette.

La domanda se sia possibile un’evoluzione senza omettere nulla, farà parte delle riflessioni di questa sera, e vedremo che fa parte della libertà il fatto che non sia possibile un’evoluzione senza nessuna omissione, perché in tal caso non saremmo liberi, significherebbe che siamo costretti a non perdere nessun colpo.

Di fatto, noi possiamo fare l’esperienza della libertà soltanto se, per lo meno ogni tanto, perdiamo qualche colpo. Ripeto il concetto perché è importante: se non omettessimo mai, come potremmo fare l’esperienza che siamo liberi di omettere? Io posso fare l’esperienza che sono libero anche di perdere colpi se ne perdo almeno qualcuno.

L’altro semplicissimo motivo per cui si omette è che è molto più facile che evitare di omettere. Un’evoluzione senza perdita di colpi è una possibilità puramente teorica: in teoria, se tutti gli esseri umani in ogni tempo dell’evoluzione non perdessero mai nessun colpo, avremmo un’evoluzione senza inciampi. Ma i conti non tornano perché allora significherebbe che abbiamo un’umanità già perfetta, non più in evoluzione, e una umanità in cui tutti sono già perfetti è un’umanità alla fine dell’evoluzione.

Pensate voi che Dio non perda nessun colpo? Io ho l’impressione che avendo introdotto nell’evoluzione il fattore della libertà umana si sia esposto pure Lui all’eventualità di perdere dei colpi grossi! A questo punto, però, il linguaggio diventa metaforico e ci tocca tornare alla realtà concreta, genuina, sincera, della libertà che viviamo nella vita e riconoscere che ognuno di noi a tanti livelli ha la libertà di scelta: può veramente fare qualcosa e può omettere di fare qualcosa. Ciò che è già stato fatto non si cambia più naturalmente, ma noi siamo continuamente nel fare e in questo fare siamo profondamente liberi.

Come orientamento generale, in merito ai grossi quesiti dell’esistenza, diciamo che le risposte sul mistero della sofferenza, della morte, del karma, non sono mai nel mondo della materia, ma sono nel mondo spirituale, dimora di tanti Esseri spirituali, compreso il nostro Io superiore. La risposta della scienza dello spirito e del mondo spirituale è che nel mondo dello spirito esiste soltanto amore per l’essere umano. Questa è una proposta di pensiero che possiamo verificare nel corso delle nostre riflessioni.

• Nel mondo dello spirito c’è soltanto positività.

Il senso della sofferenza, della morte, del destino è sempre la crescita, il cammino ulteriore in positivo dell’essere umano. Quando vediamo la sofferenza come qualcosa di negativo omettiamo di cogliere la sua essenza che è tutta positiva. La cosiddetta sofferenza, infatti, ha lo scopo di aiutarci a crescere quando tendiamo a non crescere più, a diventare pigri o tendiamo a omettere e non tiriamo fuori il meglio di noi. Noi veniamo aiutati da parte del mondo spirituale attraverso ciò che chiamiamo sofferenza.

Propongo una domanda semplice: sarebbe possibile il cammino dell’uomo senza sofferenza? E in tal caso, sarebbe meglio? O non sarà piuttosto che l’evoluzione dell’uomo e la sua natura sono così che non esiste un’evoluzione reale senza sofferenza? Se è vero che la cosiddetta sofferenza è parte integrante del cammino, ci tocca riconoscere che il suo senso è tutto positivo in quanto parte delle condizioni necessarie per l’evoluzione umana. E a questo punto bisogna distinguere tra sforzo – o fatica o impegno – e sofferenza.

Che differenza c’è tra far fatica a far qualcosa, e sofferenza? È possibile godersi la pienezza e la libertà dell’umano senza sforzo? Se l’esperienza della libertà fosse possibile senza nessuno sforzo, verrebbe da sola e in tal caso non sarebbe libera perché verrebbe da sé: ce la darebbe la natura. Allora le possibilità sono due.

La prima possibilità è che l’uomo viva qualcosa che gli dà la natura e che pertanto non costa sforzo. In questo caso non si fa l’esperienza di essere liberi in quanto si vive semplicemente qualcosa che giunge dalla natura. La seconda possibilità è che l’uomo si sforzi a vivere qualcosa che la natura non gli offre e che richiede un impegno aggiuntivo, altrimenti da sola non viene, non si concretizza. È proprio nel concetto di libertà che posso conquistare ciò che non mi dà la natura soltanto vincendo la natura stessa, andandovi oltre. Ed ecco che quando l’essere umano si conquista qualcosa che non viene dalla natura, parliamo di sforzo.

Il problema è che in tempi di generale poltroneria culturale e spirituale ci siamo abituati a vedere la fatica come negativa, ma se noi capissimo che la fatica è l’essenza di ciò che è libero, godremmo lo sforzo perché in esso vivremmo immanentemente la libertà. Non vivremmo lo sforzo come un «Mi costa fatica» perché quest’aspetto non lo vedremmo nemmeno. La gioia, la gratitudine, il godimento di qualcosa che mi conquisto liberamente sarebbe talmente forte che non mi accorgerei nemmeno di essermi sforzato, perché quell’impegno l’ho voluto io!

L’unica soluzione alla povertà mentale dell’uomo materialista – che vorrebbe conquistarsi le cose liberamente ma senza fatica – è vedere l’impegno dal lato positivo, e questo è possibile: è questione di esercizio. Uno degli esercizi fondamentali per progredire come spirito umano, per godere sempre più la libertà e perdere sempre meno colpi, è capire che l’impegno è l’altro lato della medaglia della libertà, perché dove non si fatica c’è soltanto la natura e manca la libertà. Se mi affido alla natura, subentra un fattore di inerzia che non fa altro che ripetersi sempre uguale, ecco allora che prevale in me il lato negativo dello sforzo e nasce l’insofferenza nei suoi confronti. La libertà, invece, conquista sempre realtà nuove.

A un essere umano che non gode più la fatica o l’impegno, perché non gode le conquiste della libertà, cosa resta? Restano due esperienze che sono l’inizio della sofferenza.

Ora cerco di articolare una fenomenologia della sofferenza in base a una riflessione psicologica. Nella misura in cui l’uomo vede negativa la fatica – perché ha fatto troppo poco l’esperienza della libertà, e comincia a dire: «Chi me lo fa fare»? sente una tale disaffezione nei confronti dell’impegno da vederlo come un tormento che sarebbe meglio se non ci fosse. Ma cosa succede quando l’essere umano vede negativo lo sforzo e fa di tutto per evitarlo? Se non vince in se stesso l’inerzia della natura, egli vivrà la carenza di tutto quello che è libero e che lui omette. Quando, per scansare la fatica, ometto il fattore di libertà, finisco col sentirne la carenza e soffro perché non mi sento libero. Questo è l’inizio della sofferenza vera e propria!

Nasce così una duplice sofferenza: patisco la carenza di libertà, vivo un senso di vuoto che mi assale perché non ho generato in me le forze che mi permettono di provare gioia per ogni sforzo che l’esperienza della libertà mi richiede. Perché se non aggiungo la componente di sforzo che mi consente di fare l’esperienza della libertà, in me resta quasi soltanto il fattore di natura. A questo punto, quando l’essere umano vive solo ciò che è reso necessario dalla natura, diventa triste perché gli manca il meglio della vita: la libertà. In questa tristezza, in questo senso di vuoto, sta il punto di partenza della sofferenza.

L’inizio della sofferenza è sempre l’omissione del bene supremo: la libertà, che per essere tale deve comportare una misura di vittoria sull’inerzia delle forze di natura. Il senso di tristezza, di delusione, di vuoto, dato dal fatto che ometto di costruire ciò che è libero, rincara la dose e mi fa vedere ancora più negativo lo sforzo. Comincio allora a soffrire del senso di vuoto, e poi comincio a soffrire di soffrire. In altre parole, l’essere umano diventa insofferente nei confronti della sofferenza e si arrabbia perché soffre: soffre perché è scontento, soffre perché gli manca l’esperienza della libertà, e poi vi aggiunge anche la rabbia. Soffre perché soffre e rincara la dose dell’illusione!

È qui che sorge una delle illusioni fondamentali dell’essere umano: il mettersi in testa che sarebbe meglio se non ci fosse sofferenza! E le cose si complicano, perché quando una persona ha veramente interiorizzato la struttura mentale di chi dice: «Sarei più felice se non ci fosse sofferenza» – e di fatto intende dire che sarebbe più felice se non ci fosse bisogno di sforzo –, sta dicendo che sarebbe più felice se non ci fosse libertà, se fosse un puro essere di natura! La sofferenza e lo sforzo si possono abolire soltanto quando l’essere umano viene ridotto a un essere di natura. Gli animali infatti non hanno né sofferenza umana, né sforzo, né libertà.

Immaginare di essere più felice senza sofferenza è un’illusione perché è una non-verità. L’uomo non può essere più felice senza sforzo e non potrà mai essere felice senza sofferenza. Detto in altro modo, il karma della libertà è fare esercizi interiori tali per cui l’uomo diventa capace di imparare a godere sempre di più l’impegno, la fatica. Nel fare esercizi per cui gode sempre di più lo sforzo, perché lo vede positivo, l’essere umano comincia a dirsi: che bello, devo fare maggiore fatica, vuol dire che la libertà sarà più forte e il godimento maggiore!

Una malattia, cos’è? Uno sforzo. In una malattia non posso lasciarmi andare come quando tutto va bene. Devo raccogliere tutte le mie energie, e il suo senso è che io combatta e la vinca, ma per questo mi devo impegnare. Posso prenderla come occasione di sforzo, e allora metto in campo le forze. C’è qualcosa di male se il karma mi porta incontro l’occasione di sforzarmi per vincere una malattia? È la cosa più bella che mi possa capitare, perché dopo aver lottato con la malattia sarò più forte e potrò vivere la libertà, potrò vivere ciò che io aggiungo a piene mani al dato di natura. Più l’essere umano è forte nei confronti della natura, e più è libero; meno è forte, e più si riduce alle forze di natura.

Vedere una malattia in un senso tutto positivo è possibile, ma non è detto che sia facile. Facile vuol dire minor sforzo, minor godimento e minor libertà, quindi, in fondo, il concetto di karma è che quando tutto va liscio le cose vanno bene, ma quando tutto va storto le cose vanno molto meglio!

Nel karma c’è soltanto il bene e il meglio.

Il karma individuale è il piano di vita. Credete voi che fare un piano di vita che prevede ciò che per l’uomo è deleterio sia una bella pensata? No, non lo è. Nel karma è previsto soltanto il bene e il meglio. Ciò che è male per l’essere umano non è mai nel karma, l’unico male che esiste è il bene che omettiamo.

La malattia, gli accadimenti, gli incontri, ci capitano sempre o per il nostro bene o per il nostro meglio. E quand’è che le cose vanno lisce? Quando siamo miserelli di forze e abbiamo bisogno di un momento di pausa per respirare. Quando va tutto liscio, si tratta dei riposini della vita…

Ero partito dalla domanda se non sia possibile una vita, un’evoluzione, senza sofferenza. Ho affermato che dobbiamo distinguere tra sforzo (fatica, impegno, superamento di sé) e sofferenza.

Lo sforzo diventa una sofferenza soltanto quando non mi garba affrontarlo. Allora qual è la soluzione perché lo sforzo non sia una sofferenza? Che mi garbi affrontarlo: se godo il da farsi e ogni volta rinnovo l’esperienza secondo cui il maggiore impegno implica un maggiore godimento, tutti gli sforzi previsti dal mio karma mi garbano.

Può il karma richiedere da un essere umano più impegno di quello di cui è capace? Cari amici, di una cosa sono assolutamente sicuro: non c’è mai stato un essere umano, e mai ci sarà, che abbia fatto più di quello che potesse. Se una persona ha fatto quello che ha fatto, è perché era nelle sue possibilità. Vi assicuro però, che ogni tanto c’è stato qualche essere umano che ha fatto un pochino meno di quello che avrebbe potuto, e uno di questi esseri umani sono io, perché se mi mettessi in testa di aver fatto tutto quello che avrei potuto, sarei suonato! Con questo voglio dire che come non esiste un essere umano che ha fatto tutto quello che avrebbe potuto, così non c’è mai stato un essere umano che ha fatto più di quello che avrebbe potuto. E lo dico perché ci sono persone che si convincono che il karma chieda loro più di quello che possono. No, questo non esiste, perciò ognuno faccia ciò che può e il resto lo mandi a farsi benedire! Solo io sono in grado di sapere quello che posso e quello che non posso, e se proprio non sono sicuro, cosa faccio? Ci provo: se sono capace vuol dire che posso, e se non sono capace significa che non posso!

Il materialismo è poltroneria generale: è un’esuberanza assoluta di quanto la natura determina in noi, ed è qualcosa di carente, di trascurabile in termini di sforzo fatto nella libertà. È per questo che soffriamo; l’essere umano soffre maggiormente per gli sforzi che ha mancato di fare che non per quelli che ha fatto, perché le fatiche che sosteniamo, cari signori e signore, ce le godiamo tutti. Non c’è mai stato uno sforzo senza godimento! Il concetto stesso di sforzo comporta la gioia perché c’è il superamento di sé e c’è un’esuberanza che va oltre ciò che la natura fa in me. Gli esseri umani, quindi, non soffrono perché c’è tanta fatica da fare, ma perché c’è tanta fatica non fatta e sono questi i buchi dell’evoluzione, buchi che ci rendono tristi!

Nella misura in cui l’essere umano ricusa la fatica perché la considera negativa, entra in un circolo vizioso. In tedesco si chiama il circolo del diavolo che si mangia la coda, gira e torna sempre allo stesso punto. Il circolo vizioso sta nel fatto che si giunge al punto di soffrire perché non si vorrebbe soffrire e siccome non si può vivere senza sforzo, si soffre ancora di più nell’illusione che si sarebbe più felici senza sofferenza… e l’individuo finisce col soffrire d’insofferenza!

Il materialismo ha instaurato il dogma che essere felici significa non soffrire e che l’uomo è felice nella misura in cui fa lavorare gli altri e vive del suo denaro. Se questo fosse vero, voi gliela concedereste questa felicità? Io gliela concederei a piene mani, perché la legge suprema dell’esistenza è la felicità, la pienezza, il godimento, la gioia. Se fosse vero che l’essere umano gode quanto meno si sforza, sarebbe un moraleggiamento pauroso volerlo condannare all’infelicità costringendolo a sforzarsi. Parlo naturalmente usando tonalità estreme, in bianco e nero, e ognuno ci aggiunga le sfumature.

L’unico ragionamento veramente pulito, esente da ogni moralismo, sta nel riconoscere che o sei felice senza sforzo – e allora va benissimo perché sei stato creato per essere felice e vivere nella beatitudine – oppure è nella tua natura di poter essere felice soltanto sforzandoti di conquistare qualcosa con difficoltà, in aggiunta a ciò che ti dà la natura. Non esiste una felicità senza sforzo, perciò imparare a goderlo fa intrinsecamente parte della gioia che si prova nell’auto-realizzazione in libertà.

Ho affermato che nella misura in cui gli esseri umani sentono antipatia, disaffezione e avversione nei confronti della sofferenza, omettono lo sforzo, e che ogni male umano è una forma di omissione di un bene possibile. Il male, dunque, non è qualcosa – perché se fosse qualcosa sarebbe un bene. Il male sono i buchi nell’esistenza: dove avrei potuto conquistare qualcosa, dove avrei potuto fare un atto d’amore, dove avrei potuto fare attenzione all’altro o avrei potuto dedicargli tempo e via dicendo, ma non l’ho fatto! Cos’è un buco? Non è facile definirlo. La definizione più bella l’ha data una bambina di sette anni: «Un buco è un niente con qualcosa intorno». Senza il qualcosa intorno non c’è il buco: senza il bene non c’è il male, non c’è la carenza di bene.

Il Giudizio Universale è il bilancio ultimo dell’esistenza. Quelli che vengono mandati all’inferno, vengono destinati alla sofferenza, ma in cosa consiste la loro sofferenza? Forse nel fatto che hanno commesso qualcosa di male? No, il Giudizio enumera soltanto peccati di omissione: «Io avevo fame e non mi avete dato da mangiare», «Avevo sete e non mi avete dato da bere», «Ero nudo e non mi avete rivestito».[23] Quindi, non hanno fatto nulla di male, hanno omesso: c’erano tante cose da fare, da conquistare, e non le hanno fatte. Come mai? Perché costava fatica. Nell’umanità c’era fame della libertà sovrana dell’Io – perché in ogni uomo c’è la fame di sentirsi un Io libero che crede nella libertà – e quelli non l’hanno saziata.

Il karma è l’insieme di ciò che sono diventato e di quel che posso ancora diventare, quindi è la somma delle occasioni di evoluzione ulteriore che viene data a ognuno, su misura. La libertà consiste nella facoltà di fare tutti i passi che il karma rende possibili, oppure di perdere colpi creando dei “buchi”. È un conto aperto in cui vengono offerte delle possibilità evolutive e non c’è mai niente di negativo, perché anche se ho perso colpi l’importante è che andando avanti ne perda sempre meno. L’aspetto importante nel concetto di karma è che nessuno di noi ha il diritto di dare la colpa all’altro per ciò che è diventato. Ognuno di noi è la somma di tutte le scelte che ha fatto liberamente nel passato, compresi i colpi persi, e questa somma del passato si rivolge verso il futuro con possibilità sempre nuove.

L’evoluzione non è chiusa, è sempre in corso quindi c’è sempre possibilità di nuove conquiste, e in certa misura c’è sempre possibilità di recuperare quanto si sarebbe potuto fare prima e non si è fatto.

• Il senso del karma è sempre l’amore per l’essere umano.

Apro una piccola parentesi: nel karma ci può essere punizione? Una punizione come l’inferno è un assurdo assoluto. Soltanto delle menti bacate possono inventare l’inferno come punizione, perché una divinità che avesse bisogno di punire gli esseri umani sarebbe una divinità miserevole.

Analizziamo in estrema sintesi la fenomenologia del cosiddetto male. Il male è sempre l’omissione di un bene e vi dicevo che la sofferenza ci viene in soccorso procurandoci un senso di vuoto. Se non sentissimo la sofferenza del vuoto continueremmo a creare vuoti e alla fine ci ridurremmo soltanto a buchi! È quindi positivo che sorga il senso di vuoto perché solo così ci accorgiamo che al suo posto avremmo potuto creare il pieno; è importantissimo provare sofferenza perché attraverso il dolore veniamo aiutati a trovare la forza di non omettere il bene nel futuro.

Quando un essere umano omette il bene che gli sarebbe stato possibile fare, è evidente che patisce già della mancanza del bene che avrebbe potuto fare. Ora vi chiedo: che divinità sarebbe quella che in più gli aggiunge la punizione? Sarebbe una cosa del tutto assurda. È assurdo il concetto di punizione, perché non esiste punizione! Sarebbe come una mamma amorevole che di fronte al suo bambino che si danneggia e che patisce per questo, invece di incoraggiarlo di fronte alla sofferenza – che in quanto tale è già quanto basta per aiutarlo –, gli desse un tormento in più come punizione. Non esistono le punizioni, non hanno alcun senso in nessun luogo! Dove si ama non c’è bisogno di castigare, e quando degli esseri umani scelgono di punire, lo fanno solo perché omettono di amare. Amare è molto meglio che castigare e l’amore ama, non punisce. Se punisce non è amore.

Questo pensiero è estremamente liberante per chi se lo conquista in modo sincero e genuino: in tutto quanto ci capita non c’è mai la componente della punizione, ci sono soltanto aiuti, proposte evolutive, e là dove perdo colpi l’aiuto viene raddoppiato attraverso la sofferenza. Sento la mancanza di quello che avrei potuto diventare e non sono diventato, e questa sofferenza è un amore raddoppiato che mi aiuta a non omettere più.

• La sofferenza è un raddoppiamento dell’amore e

• la punizione non esiste.

Per capire sempre più a fondo il mistero della sofferenza e del karma vediamo ora la parabola del Figliol prodigo,[24] che può essere paragonata alla parabola della Vita.

Il Figliol prodigo è la parabola di tutta l’evoluzione: c’è un’umanità più vecchia – il figlio maggiore – che si trovava in paradiso; e c’è un’umanità più giovane – il figliol prodigo, il più giovane dei due – che si stacca dalla casa paterna, cioè lascia il mondo spirituale, il paradiso, per entrare nel mondo della materia dove sente sofferenza perché gli manca lo spirito e allora, a partire dalla sua libertà, ritorna nella casa del Padre.

La parabola della Vita si ripete in ogni vita: c’è il paradiso dell’infanzia in cui il bambino vive nel paradiso dei pensieri, dei progetti e degli ideali dei genitori. Poi subentra quella “cacciata dal paradiso” che chiamiamo pubertà. Nella pubertà sorge una volontà e un modo di pensare proprio: il figlio si stacca dai genitori e acquisisce la sua autonomia.

Quando sorge la sofferenza?

Se è vero, come abbiamo già detto, che l’essenza dell’uomo è la sua libertà, possiamo ipotizzare che ogni evoluzione consista di due fasi. Nella prima fase, la natura – i genitori, la conduzione dal di fuori – crea tutti i presupposti per la libertà; nella seconda, quando l’essere umano comincia a diventare capace di autogestione, ogni forma di gestione esteriore deve ritirarsi. Non c’è libertà, infatti, se ciò che ci determina per natura – la guida dei genitori, dei maestri – prima o poi non si ritira. Quindi la sofferenza nasce quando, lasciata la casa paterna, si è persa la sicurezza e la protezione di una conduzione dal di fuori, ma non si è ancora acquisita l’autonomia. È il momento in cui si vive in due vuoti: quello della conduzione dal di fuori che è venuta meno; e quello della conduzione dal di dentro che ancora non è stata conquistata.

Questa duplice sofferenza è inevitabile: è nella natura dell’evoluzione umana che ogni gestione esteriore si trasformi in una gestione interiore, e questa è come una nuova nascita, un parto che comporta molto più dolore rispetto alla prima nascita naturale. Si tratta di una seconda nascita conquistata per libertà, nel superamento di molteplici fattori di inerzia, di natura. L’uomo soffre perché vivere nella libertà comporta la solitudine e la paura di non aver più maestri, guide o guru, la paura di non avere più leggi esterne e protezioni, la paura di essere scaraventati nella propria libertà rendendosi conto che è ancora tutto da conquistare. Questo doppio vuoto è la cruna dell’ago di ogni evoluzione umana, perché senza solitudine e senza paura non c’è libertà, non c’è autonomia interiore.

Ogni sofferenza è dunque un frammento di protezione esterna che si ritira, oppure un frammento di saldezza interiore ancora da conquistare. L’essere umano non sopporta questo vuoto esistenziale che gli causa dolore e quindi prima o poi lo colmerà conquistandosi quella guida interiore che è la capacità di essere sovrano nell’orientarsi con pensieri propri, nel fare progetti e nell’avere ideali propri, nel sapere che cosa vuole e qual è il suo contributo da offrire all’umanità. Capire il senso dell’evoluzione, capire sempre meglio chi io sono nell’organismo dell’umanità, significa ricreare il pieno là dove si era creato il vuoto e in questa esuberanza della libertà, dell’autonomia interiore, l’uomo vince la paura della solitudine.

La sofferenza più grande è la paura della solitudine, e non c’è nulla che gli esseri umani temano più della libertà, perché nulla richiede tanto sforzo quanto ne richiede la libertà. Man mano che comprendiamo questi pensieri in un modo sempre più chiaro e profondo, troveremo la forza di dire di sì al vivere nella libertà, di dare fiducia a noi stessi e a ogni uomo.

Ogni uomo può farcela perché la sua natura lo vuole, egli stesso lo vuole!, e non può vivere felice senza libertà, senza autonomia interiore. Siamo tutti per strada, ma abbiamo tutto il necessario per farcela e farcela sempre meglio. Vincere la sofferenza significa comprendere la positività assoluta dell’essere umano e vi garantisco che in tutto il mondo non c’è nulla di più positivo, di più bello, di più ricco, di più pieno dell’essere umano che vive nell’autonomia, nella libertà dello spirito.

Libertà non è libertinaggio, libertà vera è responsabilità piena di amore nei confronti del cammino di tutti gli altri uomini e delle creature della Terra.

La morte, vista in chiave di libertà, è la più grande fortuna dell’uomo. Oggi siamo strutturati in modo tale da vivere come se il mondo materiale fosse la sola realtà. Però, se con la morte non avessimo neanche la possibilità di lasciare questo pezzo di materia e di ritornare nel mondo spirituale, ci identificheremmo con le leggi della materia a un punto tale da perdere del tutto di vista lo spirito; ometteremmo l’evoluzione dello spirito al punto da prostrarci nella sofferenza, nell’insoddisfazione, nell’infelicità totale.

• Ogni depressione è una nostalgia della realtà dello spirito,

• ogni morte è un ritorno nella realtà dello spirito.

Socrate ha vissuto da spirito nel mondo della materia e di fronte alla morte s’è detto: «Il mondo dello spirito è casa mia e mi sento a mio agio più che sulla Terra, dove gli uomini vivono come se la materia fosse l’unica realtà». Socrate è andato incontro alla morte volentieri! È possibile morire come Socrate? Sì, è possibile. Un Francesco d’Assisi ha visto la morte come negativa? No, per lui era sorella morte.

La realtà della morte, allora, ha un lato positivo? Se proprio non riesco a vedere il lato intrinsecamente buono della morte come ritorno nella realtà dello spirito, c’è un altro lato positivo più semplice e accessibile a tutti noi. È il fatto che quando sparisce una persona, c’è almeno qualcuno che ne trae giovamento, e pensa: «Finalmente!». Se sulla Terra non sparisse mai nessuno sarebbe un mondo impossibile, perciò se riesco a far mia la gioia di chi gode quando io me ne vado – e sicuramente c’è qualcuno – godo di sparire e di liberare un posto.

Morire con gioia è la gioia di far posto agli altri.

Vedere la morte nel suo lato positivo è possibile: la morte è stata creata per amore all’uomo per evitare che gli esseri umani si esponessero a una identificazione col mondo della materia così totale da perdere ogni capacità di riconquistare la realtà dello spirito. E se mi rendo ragione del fatto che la durata della mia vita fa parte del karma, sono contento di lasciare la decisione del giorno della mia morte a una saggezza superiore alla mia, perché so che quello sarà il giorno giusto. La vita diventa allora più bella! Possiamo essere liberi soltanto amando la morte, mentre, nella misura in cui la nostra cultura respinge la morte non siamo liberi perché essa è percepita come un avvenimento che noi non vogliamo.

Termino queste riflessioni con il mistero di Giobbe, un’immagine che vive soprattutto nell’umanità occidentale. Il Libro di Giobbe appartiene alla Torah ebraica. È un testo che crea parecchi problemi e in campo giudaico ci sono sempre stati tentativi di espungerlo dal Vecchio Testamento come un corpo estraneo.

Il disagio squisitamente ebraico nei confronti di Giobbe sta nel fatto che è la persona osservante della legge per eccellenza, è fedele a Jahvè in tutto e per tutto, eppure ogni cosa gli va storta e a causa di una malattia dietro l’altra, si riduce all’osso. Sua moglie lo sprona a lasciare Javhè perché nonostante egli sia così fedele, la vita è un susseguirsi di prove.

Nel corso del tempo, nella cultura ebraica era invalsa un’interpretazione della Legge di Mosè che diceva: «Quando tutto ti va bene, vuol dire che Jahvè è dalla tua parte, hai la benedizione di Dio; quando invece tutto ti va male, è perché Dio si è allontanato da te, non godi più del suo favore». E fino a oggi, il dilemma del giudeo di fronte a Giobbe, qual è? Che il senso della fedeltà a Jahvè e alla sua Legge è che Javhè, come contropartita, dovrebbe far andare tutto liscio a Giobbe.[25] Il materialismo, che già si annunciava nell’umanità di allora, interpretava il prosperare degli affari di una persona come un favore particolare di Dio, mentre l’insorgere della sofferenza o della malattia era visto come un segno della disapprovazione divina. Gli amici, infatti, dicono a Giobbe: «Devi avere dei peccati nascosti, devi avere trasgredito la Legge senza che nessuno lo sapesse perché è impossibile che Jahvè ti tratti in questo modo se sei osservante della Legge!». Il povero Giobbe si fa l’esame di coscienza e gli tocca riconoscere di avere fatto tutto il possibile e di avere osservato la Legge. Che deve fare di più?

Nel Libro di Giobbe c’è un passaggio che accenna in modo chiarissimo alla convinzione di Giobbe che lui ritornerà e che nel suo karma “mieterà” i passi evolutivi che ha compiuto soprattutto nella sofferenza e nella fatica: «Io so che c’è il Signore dell’Io immortale, dell’Io eterno, e che mi rivestirà di nuovo della mia carne e delle mie ossa, e potrò ritornare con una forza maggiore perché si è misurata con la sofferenza». Questo passaggio è stato estromesso dal testo di Giobbe perché era compito pedagogico del giudaismo e del cristianesimo cancellare la consapevolezza che il karma ha un senso soltanto se ogni essere umano può incarnarsi diverse volte.

Avrebbe senso una giornata senza ieri e senza domani? La vita è come una grande giornata, ed è altrettanto insensata senza un grande ieri e senza un grande domani.

Il Cristo sa che Giuda l’ha tradito e che sta per suicidarsi, eppure gli dice: «Giuda, quello che devi fare fallo presto».[26] Giuda, non restare troppo a lungo in quest’esperienza di autodistruzione, però sappi che soltanto quando l’essere umano ha provato cosa significa auto-distruggersi, eviterà di farlo per libertà e non per legge. Ogni essere umano deve fare in qualche modo l’esperienza dell’auto-distruzione, e sarebbe assurdo se un Giuda venisse mandato all’inferno eterno senza poter far tesoro della sua esperienza e continuare la sua evoluzione.

La frase del Cristo a Giuda vuol dire: «Giuda, impara da questa cruna dell’ago, e continua la tua evoluzione!». Questo atteggiamento del Cristo, che vive addirittura la positività del suicidio di fronte all’essere umano che apprende da ogni esperienza, sarebbe assurdo se a Giuda non venisse data la possibilità di ritornare sulla Terra e far tesoro della sua esperienza. Noi che siamo intolleranti, noi che infrangiamo la nostra libertà, facciamo di tutto perché una persona non si suicidi, mentre il Cristo è tollerante al punto da dire: «Giuda, se tu adesso devi passare per questa cruna dell’ago, fai in modo di imparare più presto che puoi quanto c’è da imparare». Come potrebbe il Cristo dirgli: «Quello che devi fare, fallo presto» se sapesse che Giuda è destinato all’inferno eterno? Queste sono le assurdità pensate nell’umanità!

Perché la consapevolezza della reincarnazione è andata perduta in Occidente? Per dare a ogni essere umano la gioia di riconquistare questa conoscenza fondamentale a partire dal suo pensiero individuale. Poveri noi se questa verità ci venisse tramandata per fede, e poveri noi se dovessimo ridurci a credere alla reincarnazione!

Che fortuna vivere in una cultura in cui l’Io ha raggiunto una forza tale da non ricevere più nessuna verità da fuori, e se vogliamo sapere se l’uomo vive una o più volte dobbiamo affrontare la questione col nostro pensiero. Ma non lo faremo mai se abbiamo paura di affrontare la questione; non lo faremo mai se non abbiamo fiducia nel pensiero umano e se non abbiamo capito che in ogni spirito umano alberga lo Spirito Santo che attinge direttamente dalla realtà dello Spirito. La nostra fortuna è che la tradizione, la religione e le credenze passate non ci dicono più nulla. Che grande fortuna poter partire da zero! Quello che d’ora in poi salterà fuori, sarà conquista della libertà individuale.

Dibattito

Intervento: A proposito di karma, come si possono interpretare i casi di sofferenza di bambini che muoiono molto piccoli, oppure i casi di cerebrolesi o persone che hanno una vita vegetativa? Grazie.

Archiati: Se partiamo dal presupposto che ogni essere umano partecipa a tutta l’evoluzione – e quindi ognuno ha avuto la possibilità di vivere come egizio, greco, giudeo, come uomo, come donna – e continuerà a prendervi parte, significa che ogni volta che s’incarna si verifica una chiarificazione e che nulla avviene a caso. La tua domanda chiede: che motivi di libertà può avere un essere umano che, per esempio, decide di esporsi all’egoismo fortissimo di una persona che maltratta i bambini?

Prendiamo il caso di un adulto che, in preda agli istinti di natura, non sa controllarsi e quando può agguanta un bambino e fa quello che sarebbe meglio non fare. A questo punto la domanda del karma è: perché questo bambino, e non un altro, si è esposto a questa brutalità? Un conto è la brutalità istintuale di questo adulto, e un conto è chi vi si espone. È un fatto casuale questo esporsi? No.

Se un bambino – che è uno spirito umano con millenni di evoluzione alle spalle – si espone a questa brutalità vuol dire che vi ha intimamente a che fare. Vuol dire che c’è una connessione karmica tra i due, vuol dire che c’è stato un influsso reciproco forte tra queste due individualità, per cui si cercano a vicenda. Siamo noi ad andare incontro alle persone, noi incontriamo soltanto le persone che cerchiamo.

Karma significa che incontriamo soltanto le persone che il nostro Io superiore cerca. A livello di coscienza ordinaria ci sembra un caso, ma nell’Io superiore c’è sempre un cercare e un volere libero.

E a chi va incontro il nostro Io superiore? Agli esseri umani con i quali c’è un conto karmico aperto, perché con gli altri abbiamo meno a che fare. Ora, se questo spirito umano che abita in un corpo di due anni – lo chiamiamo bambino, ma il suo spirito non è bambino! – si espone alla brutalità istintuale di un adulto, vuol dire che questi due spiriti, se si cercano liberamente a vicenda, già da lungo tempo in una o più vite precedenti hanno avuto profondamente a che fare karmicamente l’uno con l’altro. L’Io superiore di questo cosiddetto bambino sa che se è karmicamente congiunto con la persona tanto brutale e istintuale, è perché vi ha contribuito, e perciò le va incontro. Ognuno di noi è la causa principale di quel che è divenuto o non è divenuto, però ha anche infinite concause costituite da tutte le persone che hanno contribuito al suo cammino col loro egoismo o col loro amore. Ognuno di noi ha un numero di persone che hanno contribuito al suo cammino in senso positivo, l’hanno aiutato col loro amore; e ha un numero di persone karmicamente connesse che hanno contribuito alle sue omissioni, l’hanno frenato attraverso il loro egoismo. A nostra volta, ognuno di noi ha aiutato certe persone quando ha amato, e ha frenato determinate persone quando invece si è espresso in chiave di egoismo. Essere umano significa avere già espresso tanto amore, perché nessuno è senza amore; ma significa avere espresso anche tanto egoismo, perché nessuno è senza egoismo. La volontà di ogni Io superiore è sempre il cammino successivo positivo.

Per tornare al nostro esempio, supponiamo che la volta passata il bambino sia stato un arciegoista con quell’adulto che ora è così brutale e che il suo egoismo abbia contribuito a renderlo così istintuale. Ora gli va incontro col desiderio di ricevere il perdono e non di ricevere il pareggio in negativo, però è nella libertà dell’io ordinario perdonare – perdonare significa fare di tutto per vincere gli istinti di natura –, oppure omettere di vincere gli istinti di natura e lasciarsi andare comportandosi con questo bambino in un modo che non favorisce né la propria evoluzione né quella dell’altro.

Replica: In questo caso non favorisce neanche l’evoluzione del bambino che subisce?

Archiati: Il bambino non ha ancora la possibilità di gestire la sua evoluzione a partire dalla libertà ordinaria. Nelle scelte karmiche che l’Io superiore opera per l’infanzia non è ancora compresa la libertà della coscienza ordinaria – perché ancora non c’è – e quindi il karma vi opera in un modo quasi puro, in un certo senso. L’importante per noi è avere il coraggio di dirci che non è per caso se questo cosiddetto bambino si espone a quell’istintualità, e che se non avesse nulla a che fare con il bruto non vi si esporrebbe.

Una domanda importante è: cosa possiamo fare tutti quanti per rendere gli esseri umani sempre meno istintuali?

Possiamo imparare a godere lo sforzo che serve per vincere le pure forze di natura, per vincere la pura istintualità. Si vince senza nessuna fatica la pura istintualità? No, la si vince solo con lo sforzo. O impariamo a godere di questa vittoria, nel senso che ogni volta che la vinciamo facciamo l’esperienza di un frammento di libertà e ci rendiamo conto di quanto sia bello, oppure non ci resta che il comandamento: devi vincere l’istintualità altrimenti vai all’inferno. Si tratta di provare godimento nel poter dimostrare a se stessi di non essere ridotti a pure forze di natura, ma di avere la capacità di costruire qualcosa che non è necessitato dalla natura. Nella misura in cui sento e godo la realizzazione in ciò che è creazione libera e lo farò sempre più volentieri, funzionerà sempre meglio. L’unica alternativa a questa prospettiva è comandare agli esseri umani di vincere la propria istintualità. Questa alternativa è stata provata perlomeno da duemila anni a questa parte. Ha funzionato? No, quindi, sarà ora che la scartiamo. E per fortuna che non ha funzionato, altrimenti sarebbe la fine della libertà, perché se gli esseri umani facessero il bene per paura dell’inferno, questo sarebbe il male assoluto, non un bene, perché manca la libertà.

Come si giunge a godere di più il vincere gli istinti che non l’abbandonarsi a essi? Tante persone godono il lasciarsi andare e pensano che sia la cosa più bella perché non conoscono altri godimenti. E allora, come si fa? C’è una risposta semplice: basta fare in modo che l’abbandonarsi agli istinti diventi un’esperienza talmente noiosa, talmente carica di sofferenza, che sorgono tante e tali depressioni che prima o poi l’individuo si dice: «Basta, non mi va più!». Se conoscete un’esperienza migliore, ditemela.

Intervento: Nella parabola del Figliol prodigo non ho mai compreso il significato del figlio che rimane presso il Padre e che si meraviglia della festa che il Padre fa al ritorno del fratello. Vorrei capire il senso di ingiustizia che vive nel fratello rimasto a casa.

Archiati: Si dice: «Fratello degenere». Naturalmente una parabola è una storiella inventata dal Cristo, il Logos, quindi possiamo supporre che di meglio non ci possa essere. Faccio una proposta di lettura perché non è la prima volta che mi trovo ad affrontarla, e poi mi direte se vi piace.

Il figlio maggiore ci vuole nella parabola, perché ci vuole il tipo di uomo che non ha capito nulla. Se non ci fosse mancherebbe qualcosa di importante. La sua funzione è di presentarci come vanno le cose quando l’essere umano dà prova di non capire nulla invece di usare il comprendonio che gli ha dato il Padreterno. Come mai non capisce nulla? Perché rimane un’appendice del padre e non ha capito che il senso dell’evoluzione è lasciare la gonna della madre e i quattrini del padre.

Dal pubblico: Il figlio minore, invece, se l’è goduta.

Archiati: Bravo, se l’è goduta! Non era uno stupido. Il fratello maggiore invece lo era, non ha capito come funzionano le cose, e c’è un particolare interessantissimo da notare. Sarebbe bello fare una rappresentazione in scena di questa parabola perché salterebbero all’occhio tanti dettagli che abitualmente non si notano. Pochi cattolici sanno che l’odissea del figlio minore viene descritta due, tre volte, e una delle descrizioni viene fatta dal fratello maggiore. Quando il Vangelo descrive quel che ha fatto e come ha sperperato i soldi, non fa accenno a un particolare: le prostitute. Le prostitute compaiono solo nella versione del figlio maggiore, il quale dice al padre: «Ma come, lui ha sperperato i tuoi denari andando a donne, e adesso tu gli fai festa?». Nel racconto, però, non si dice che ha sperperato i soldi andando a donne. Si dice che si è goduto la vita!

Soltanto nella sua versione è presente questo risvolto. Come mai s’inventa le prostitute? La tua domanda in pratica chiede: che tipo di essere umano è il figlio maggiore?

È la personificazione del moralismo che condanna. La legge dice che non si deve andare a prostitute, e quell’altro ci è andato, ha trasgredito la legge. Ma è riportato soltanto nella sua versione! Il figlio maggiore rappresenta la paura della libertà. E come manifesta questa paura? Dicendone peste e corna.

Dal pubblico: Non si riconosce il diritto dell’errore allora.

Archiati: La necessità dell’errore! In altre parole, come si acquisisce l’autonomia interiore?

Dal pubblico: Sbagliando, provando.

Archiati: Soltanto se si ritira la conduzione dal di fuori, l’abbiamo detto oggi, e questo il figlio maggiore non l’ha capito.

La Chiesa cattolica – perdonatemi questa chiosa – in questi duemila anni è vissuta molto più nel Vecchio Testamento che non nel Nuovo, perché di questa parabola non ha capito nulla: è rimasta nella posizione del figlio maggiore per il quale tu sei un bravo cristiano soltanto se resti nella chiesa, mentre se te ne vai sei preda del diavolo. La parabola, invece, dice che il padre è saggio, tanto è vero che dà volentieri al figlio minore la sua parte.

Il senso dell’evoluzione consiste nell’acquisire l’autonomia e il Padre non ammonisce il figlio a rimanere mettendolo in guardia sui pericoli e sullo sperpero del denaro. No, il denaro è fatto per essere speso. E il patrimonio del Padre, tradotto nella realtà, cos’è? Il Suo patrimonio è quella saggezza data all’essere umano dai genitori divini per rivelazione. Se l’uomo non avesse perduto questi tesori di rivelazione – se non li avesse dilapidati – come potrebbe conquistarsi ogni frammento di verità a partire dalla libertà?

È chiaro che il presupposto per la conquista libera, individuale, di ogni frammento di verità è perdere e sperperare tutta la saggezza che era stata data in eredità agli esseri umani per rivelazione divina. Il patrimonio del Padre non erano euro e se noi pensiamo che siano euro non abbiamo capito nulla! Il patrimonio del padre è la saggezza divina, la rivelazione divina. O ti disfi di questa rivelazione divina fino a non capirci più nulla – e così hai la possibilità di riconquistarti ogni frammento di verità a partire dal pensiero – oppure continui a gongolarti nella beltà della rivelazione divina, continui a credere senza capire e non penserai mai per capacità tua.

Intervento: Questa interpretazione della parabola è secondo il pensiero steineriano?

Archiati: Che importanza ha? Per lei non è forse più importante farsi un’idea se questa interpretazione sia sensata oppure no?

Replica: Conosco in parte Steiner e pensavo di sentire una conferenza che segue un pensiero di Steiner, perciò chiedo se è un’interpretazione secondo il pensiero steineriano o se è il suo. Se è la sua interpretazione ben venga, però io pensavo di sentirne una steineriana. Vuol dire che ho sbagliato conferenza.

Archiati: Lei sta dicendo che o è di Archiati o è di Steiner, perché non è possibile che il modo di interpretare di due menti combaci.

Replica: Io sto solo chiedendo se è la sua l’interpretazione o è secondo il principio steineriano.

Archiati: Non esiste o l’una o l’altra. È sia la mia, sia quella di Steiner. È tutte e due le cose, coincidono: è sia la mia, sia quella di Steiner perché combaciano, ed è questo che lei non vuol concedere.

Quinta conferenza

Ridare senso

e slancio alla vita

La scienza dello spirito

nel vissuto quotidiano

Roma, 24 aprile 2005

Cari amici,

l’ultimo incontro è sempre un tentativo di sintesi delle riflessioni svolte. Partirei allora da una domanda semplice, ma che è bene riproporre e riaffrontare da angolature diverse: cosa c’è di specifico e di nuovo nella scienza dello spirituale? Questa scienza porta qualcosa di nuovo nell’umanità o è soltanto una variazione di qualcosa già presente? La mia risposta è che, naturalmente, la scienza dello spirito ha tante cose in comune con quanto già esisteva, ma ha anche fattori di rinnovamento. L’umano non lo inventa la scienza dello spirito, c’è da sempre, è un fattore di continuità e ci accompagna nell’evoluzione.

Prendiamo un esempio: nella vita del bambino quando subentra la seconda dentizione non si può dire che sia soltanto un fattore di continuità. No, avviene qualcosa di nuovo. Anche quando avviene la maturità sessuale, attorno ai quattordici anni, non si può dire che sia soltanto qualcosa di continuativo, bensì c’è un elemento nuovo.

Nella scienza dello spirito ci sono fattori di continuità ma anche fattori di rinnovamento, e lo specifico di questa scienza non è tanto la conferma di ciò che c’è sempre stato, quanto il vedere se contenga elementi veramente nuovi che vengono a fecondare l’umanità e a proporre cammini nuovi.

Sebbene la scienza dello spirito di Rudolf Steiner offra infinite proposte conoscitive e avvii di pensiero, devo aggiungere subito che sebbene tali contenuti siano in un certo senso abbaglianti, proprio perché infiniti, non sono solo questi elementi a rendere importante la scienza dello spirito.

Dalla scienza dello spirito sgorgano fior di conoscenze fondamentali e dettagliate sulle Gerarchie angeliche, oppure esprime elementi conoscitivi in chiave scientifico-spirituale altrettanto importanti su ciò che ogni essere umano sperimenta dopo la sua morte. Una descrizione scientifica e concreta – che sia minuziosa, articolata e non per sommi capi – della vita dopo la morte, si trova soltanto nella scienza dello spirito. Questo è un dato di fatto oggettivo.

Un altro esempio di arricchimento di contenuti offerti dalla scienza dello spirituale è la descrizione degli esseri della natura. Si tratta di esseri invisibili, chiamati Gnomi, Ondine, Silfidi e Salamandre che hanno un’anima, hanno un pensiero. A seconda del loro agire negli elementi di natura, sono dotati di differenti strutture animiche, differenti fantasie morali e inventive. La scienza dello spirito descrive la struttura animica tipica degli Gnomi, gli esseri che lavorano al solido; descrive le Ondine, gli esseri che operano nel liquido, nell’acqua e nel vitale; poi c’è la descrizione delle Silfidi, un’altra categoria di spiriti della natura all’opera nell’elemento gassoso e aereo; e poi descrive le Salamandre, gli esseri di natura che operano nell’elemento del calore. Quest’ultima, per esempio, è la fenomenologia di un quarto tipo fondamentale di esseri a cui spetta il compito di trasformare i gradienti di calore: quando ci vuole più freddo o quando ci vuole più caldo o quando nasce la primavera. Essi stabiliscono quale temperatura debba esserci oggi a Roma o a Berlino. L’uomo di oggi ignora l’esistenza di esseri che, nella compagine complessiva della conduzione della Terra, sappiano quale temperatura sia giusta qui o là, o quali esseri di natura lavorino nel calore.

Poi, per lo meno come incentivo a cimentarsi con pensieri propri, la scienza dello spirito offre anche conoscenze sulle Gerarchie angeliche, sull’inizio dell’evoluzione e su come si è svolta. Basterebbe leggere e studiare quel bellissimo quanto impegnativo volume di Steiner, La scienza occulta (la scienza dell’invisibile), per rendersi conto di tutto il bene, di tutta la conoscenza, di tutto l’impegno di amore, di dedizione verso l’umanità che l’autore immette in quel testo. Qui si tratta dunque di costruire la conoscenza, di non omettere di fare tutto il bene fattibile. Quando omettiamo, perché non abbiamo idea di tutto quello che si potrebbe fare, nasce un senso di vuoto. Un vuoto paragonabile a quello provato da un artista quando smette di essere creativo. L’artista si sente nella pienezza soltanto nel creare, perché ogni creazione è il presupposto per un’altra creazione sempre nuova, sempre diversa. Il concetto di spirito è creatività, capacità di creatività senza limite.

Fatta questa premessa sui contenuti, ribadisco che essi, benché ricchi di significato, non sono il punto focale della scienza dello spirito. Sopra ogni cosa conta il sottolineare la centralità dell’individuo, a cui offre questo messaggio: «Caro essere umano, non soltanto la tua evoluzione dipende da te, ma dipende da te anche l’evoluzione di tutta l’umanità e della Terra». L’assoluta novità della scienza dello spirito rispetto a tutte le altre concezioni sorte finora è l’enorme peso morale che essa dà all’individuo: siamo spiriti singoli e responsabili non soltanto della nostra evoluzione, ma dell’evoluzione di tutta l’umanità.

Ognuno di noi è un membro nell’organismo spirituale dell’umanità. Il cammino di coscienza che ognuno compie per tutta l’umanità e in seno a tutta l’umanità, ne decide il progredire. Ogni omissione del singolo rende l’umanità intera più povera di quello che potrebbe essere. Ogni intuizione spirituale che viene a mancare in me, manca all’umanità; ogni intuizione conoscitiva e ogni atto di amore che si sprigionano dal mio essere rendono più ricca tutta l’umanità. Le sorti dell’umanità vengono decise dall’umanità stessa in base alla propria evoluzione morale. Se tra cento o duecento anni sarà necessario che avvengano catastrofi naturali oppure se queste catastrofi non saranno più necessarie, dipenderà dal modo in cui si evolverà l’umanità.

Supponiamo allora di voler fare in modo che per l’umanità non siano più necessarie catastrofi di natura che comportano una sofferenza infinita. C’è un modo per evitare che succedano?

Le catastrofi di natura diventano necessarie soltanto quando gli uomini compiono omissioni nella loro evoluzione intellettuale e morale. Omettendo creano buchi, si impoveriscono, e gli Esseri divini che amano l’umanità sono allora costretti a provocare catastrofi per risvegliare negli esseri umani la consapevolezza di non continuare a omettere il bene se non vogliono precipitare, alla fine, nel baratro, nel nulla assoluto di tutto quello che avrebbero potuto diventare.

Ritorno alla nostra domanda di prima, importantissima, che nella sua semplicità e precisione non troverete da nessun’altra parte. Generalmente si parte dal presupposto che non sia possibile, in base a un’evoluzione di coscienza e in base a un’evoluzione morale, evitare le catastrofi di natura. La maggior parte delle persone, oggi, ha un sorriso di compiacimento o di disprezzo di fronte all’affermazione che la necessità del prodursi di catastrofi naturali dipende dalla libertà degli esseri umani.

Supponiamo che Esseri spirituali, di coscienza più ampia della nostra, siano costretti o meno a ricorrere a catastrofi di natura in base al male (quale omissione di bene) o al bene compiuto dagli uomini. Io non ho dubbi che le cose stiano così, ma parlando nell’umanità di oggi, per lasciarci liberi di prendere posizione in chiave intellettuale, pongo la questione in forma ipotetica. Supponiamo perciò che le catastrofi di natura non siano più necessarie perché gli uomini non omettono di compiere tutto il bene intellettuale e morale che sarebbe loro possibile compiere. Ma allora chi decide la necessità o meno delle catastrofi? La risposta assolutamente rivoluzionaria della scienza dello spirito è che lo decide ogni singolo individuo.

E come mai? Perché l’umanità ha raggiunto uno stadio di coscienza tale per cui il bene non può più venir fatto in base a un’autorità, a una legge o a un comandamento. Noi arriveremo a una soglia del divenire in cui l’individuo o trova dentro di sé i motivi per non omettere di esercitare la pienezza che gli viene resa possibile, oppure nessuna autorità, nessuna legge, nessun comandamento esteriore riuscirà più a costringerlo a fare quello per cui non riesce a trovare i motivi dentro di sé. Dunque le forze spirituali che determinano la necessità di causare o meno un maremoto dipendono in tutto e per tutto dal numero di individui che scelgono di amare l’anima e lo spirito. Tali individui decidono di coltivare in pienezza la conoscenza e l’amore in modo che gli Esseri spirituali, a loro volta, non siano più costretti ad aiutarci con la sofferenza, provocando catastrofi di natura.

Le catastrofi naturali mettono in evidenza le nostre omissioni. E da chi dipende il numero di individui che trovano la forza di non omettere, ma di compiere il più possibile il bene dello spirito quale cammino di conoscenza, e di compiere il bene dell’anima che è l’amore, cioè l’essere gli uni per gli altri?

Per quanto mi riguarda, le sorti dell’umanità dipendono da me perché sono io e soltanto io a decidere se la totalità di persone che compiono il bene umano si arricchirà o meno di un altro individuo. E se il numero degli individui dediti al bene non fosse sufficiente, le catastrofi si renderanno necessarie. Quindi le sorti dell’umanità sono in mano al singolo. Il singolo è la causa prima.

A questo punto, il potente meccanismo di difesa del singolo insorge: «Ma io sono uno solo! Sarà anche bello che tu dica che tutta l’evoluzione dipende da me, ma non è così!». Cosa penseremmo noi se la cistifellea dicesse: «Ma io, cistifellea, sono soltanto una piccolezza in confronto al resto dell’organismo… Perché tu, medico, mi dici che la salute dell’organismo dipende da me?». Secondo la legge dell’organico, perché l’organismo sia sano tutti i suoi organi devono esserlo, e perché sia malato basta che lo sia un solo organo. Se partiamo dal presupposto che l’umanità è un organismo spirituale, si può applicare la stessa la legge: perché l’organismo sia sano, tutti i suoi membri debbono esserlo; e perché sia malato basta che lo sia un solo membro.[27]

Naturalmente l’intelletto dell’io inferiore, che vuole difendere la sua pigrizia e la sua inerzia, è pronto a ribattere: «Ma è ingiusto che per avere la salute debbano essere sani tutti i membri, e che per avere la malattia basti che uno solo sia malato!». Sarebbe ingiusto se si trattasse di una macchina: difatti, se un pezzo è rotto basta sostituirlo con il pezzo di ricambio e non subentra la malattia di tutto il resto. In un meccanismo, una volta cambiato il pezzo fuori uso, va tutto a posto. Se pensiamo l’umanità come meccanismo, il ragionamento fila, però in tal caso non abbiamo il diritto di ricevere nulla dagli altri, perché se gli altri sono pezzi meccanici, sono totalmente esterni a noi e quindi estranei! Noi, invece, vogliamo continuamente ricevere doni dagli altri: ciò che siamo diventati lo dobbiamo agli altri e ci sta bene che l’umanità sia un organismo (e non un meccanismo), e di conseguenza anche la legge, che è quella dell’organico deve starci: la salute o la malattia di ogni singolo membro si ripercuote su tutto l’organismo.

In alternativa dovremmo dimostrare di poter essere tutto quello che siamo senza gli altri e di poterci evolvere senza bisogno di nessuno. In tal caso l’umanità sarebbe un meccanismo, non un organismo, ma è evidente che non sia così. Un bambino non può nascere e crescere senza mamma. Perfino una nascita in vitro ha bisogno di altri esseri umani per aver luogo!

Le sorti dell’evoluzione individuale e dell’umanità sono affidate alla libertà dell’individuo, alla sua capacità di non omettere né il cammino di coscienza e di conoscenza, né quello di dedizione e di elargizione di doni che ci possiamo scambiare a vicenda.

Per restare in questa bellissima responsabilità dell’individuo, mi ricollego a quanto ho accennato all’inizio: il carattere fondamentale della nostra cultura moderna da cui si evince il compito assoluto dell’individuo. La cultura moderna, soprattutto in Occidente, è all’origine di una dicotomia, di una schizofrenia dell’individuo, che vive due vite parallele, due mondi che come due binari non si incontrano mai:

• da un lato c’è la vita concreta: la vita del lavoro, la vita pubblica, la vita politico-economica;

• dall’altro c’è la vita degli ideali: della moralità, della religione, della cultura e dell’arte, la vita delle cose belle.

La vita reale diventa sempre più brutale, sempre più materialistica, e la vita bella diventa sempre più spirituale, e meno quest’ultima s’impegola con la vita concreta, più diventa bella! Nella vita reale ci scanniamo a vicenda col materialismo, l’egoismo, l’arraffare denaro, e poi, siccome questo modo di vivere è così brutto da farci soffrire al punto da non poterlo più sopportare, invece di cambiarlo andiamo altrove: andiamo in Chiesa o in Vaticano o a un convegno, e parliamo di un mondo tutto bello, e guai a chi ci rovina le belle ore che ci siamo riservati, anche soltanto con un pensiero che si riferisca e ci riporti alla vita brutta di tutti i giorni! Quelle ore sono fatte proprio per dimenticarla, no?

La scienza dello spirito è un appello, è una sfida all’individuo: tutti i grandi ideali di cui sei capace prova a portarli nella vita! Tu ne sei capace, basta volerlo, basta provarci e a forza di provare riuscirai sempre meglio! Parli di amore vicendevole e poi nella vita reale, con i pochi o molti soldi che hai, fai in modo che il tasso di interesse sia il più alto possibile! Ma cosa significa questo? Significa sfruttare gli altri esseri umani il più possibile. Da dove viene il tasso di interesse? Piove giù dal cielo? Non s’è mai visto piovere dal cielo un solo euro. Gli euro vengono sempre dalla tasca di qualcun altro: a chi ne ha meno ne vengono sottratti di più, e chi più ne ha più ne accumula, perché col tasso di interesse in crescita il capitale aumenta.

Quando faccio accenni di questo tipo c’è sempre qualcuno che mi dice: «Non siamo venuti al tuo convegno per sentire parlare di politica. Lascia perdere la politica e l’economia, non sono di tua competenza! Siamo venuti al convegno per sentire cose belle!».

A questo punto, cari amici, devo dirvi che ho tenuto molti seminari sulla cristologia, in vari Paesi del mondo, ed erano pieni di gente! Ho fatto seminari sui temi sociali e non veniva nessuno! Parlo dunque per esperienza.

La triarticolazione del sociale avanzata da Rudolf Steiner è il modo in cui la cosiddetta vita culturale incide in assoluto sulla vita economica: la vita economica diventa una liturgia, un servizio liturgico vicendevole allo spirito dell’altro, nel senso che il far circolare soldi è l’unico modo di metterci al servizio gli uni degli altri. La cristologia è bellissima, certo, però uno Steiner la fa calare nella vita quotidiana, concreta, e allora è una cristologia che trasforma la vita, la rende bella, umana.

La triarticolazione sociale è cristologia applicata, è la cristologia che diventa vita. Quando dicevo che un sociale sano scaturisce dove la spiritualità cristiana di amore universale diventa vita, mi ero messo in testa che offrire seminari di triarticolazione sociale fosse ancora meglio che offrirne di cristologia quale pura teoria. È per questo che con lo stesso calore ho cominciato a fare seminari. Però la cristologia richiamava pubblico e le questioni sociali, no. Il fatto è che la cristologia è bella purché resti per aria, altrimenti diventa troppo pericolosa! Io affermo, invece, che la scienza dello spirito è il coraggio del singolo di rendere lo spirito pericoloso – finalmente! – perché entra nella vita. Una spiritualità che non entra nella vita non è spirito, è alienazione, è astrazione! Valori morali che non incidono nell’economico, nel politico, che non hanno a che fare con la vita del lavoro e col modo in cui una ditta produce, sono solo astrazioni. Sono solo sogni in cui si cerca rifugio per essere “risarciti dai danni”. Quindi la schizofrenia della nostra cultura è che abbiamo una vita concreta danneggiata e una morale che “vuole essere risarcita”. Ma non si fa nulla per evitare i danni e vivere in modo che non sorgano.

Viviamo in tempi di materialismo e di globalizzazione e dal lato economico e materiale, nei processi di produzione, di consumo e di commercio dei materiali, l’evoluzione ci sta evidenziando che l’umanità è un organismo solo. Per esempio, l’economia a compartimenti stagni, di una nazione o di un popolo, non c’è più.

Il lato concreto della vita è necessario che ci sia e il suo lato spirituale diventa reale soltanto quando entra nel concreto. In quest’ottica, la globalizzazione che vediamo realizzarsi attraverso lo scambio di prodotti, servizi e merci, è quindi un fenomeno positivo perché aiuta la coscienza del singolo a capire che soltanto sviluppando una coscienza globale, soltanto vivendo con una struttura mentale che considera l’umanità come un organismo unico egli può finalmente vivere in modo consono ai tempi e non anacronistico.

Ma come avviene in campo economico l’unificazione dell’umanità? Avviene secondo processi inesorabili, di natura, che non hanno nulla a che fare con la libertà, tant’è vero che la globalizzazione è giunta senza aspettare la nostra libertà o “chiederci il permesso”. La globalizzazione del denaro, di ciò che produciamo e consumiamo, non può che avvenire fagocitando l’individuo perché essa mette in moto dei processi economici ed impersonali che non possono mettere al centro la libertà dell’individuo.

La globalizzazione materiale dell’esistenza è avvenuta afferrando l’individuo in una morsa di ferro. Ma questa è la sfida più potente che ci sia per l’individuo, perché questi faccia sorgere il polo corrispondente! L’esistenza si svolge nel dinamismo costante tra polarità, quindi i processi inesorabili che non si appellano alla libertà dell’individuo – il dato di natura, di necessità – hanno favorito il sorgere della globalizzazione materiale come sfida per ogni individuo a creare il polo corrispondente: l’individualizzazione del singolo.

globalizzazione

individualizzazione

La globalizzazione è il livellamento più assoluto che ci sia e in quanto tale è la sfida più bella nei confronti della totalità delle forze, potenzialmente insite in ognuno, a individualizzarsi sempre di più. Sono le forze con cui il singolo può far emergere quel mondo speciale e unico che ha dentro di sé. E lo può fare se non omette, e agisce, e crea, e compie!

Come la globalizzazione avviene di necessità, così l’individualizzazione può avvenire unicamente per libertà propria, allora l’individuo lascia che venga sempre più globalizzato ciò che è materiale, ma non lascia entrare la globalizzazione nel suo spirito, nella sua anima. Nessuno può costringere un essere umano a individualizzarsi sempre di più attraverso fattori di necessità, e proprio perché l’individualizzazione è posta nelle mani della libertà di ognuno, l’emergere dell’individuo è un grande mistero:

• nell’ambito dei processi di globalizzazione economica nulla è omissibile perché tutto avviene di necessità;

nell’ambito dell’individualizzazione del singolo tutto è omissibile perché avviene per libertà.

Nella misura in cui gli individui omettono di creare quanto è lasciato alla loro libertà, verrà a mancare il polo di bilanciamento di quel che oggi fagocita l’individuo. La conseguenza sarà un crescente annullamento dell’individuo e un’esasperazione dei processi di potere, dei processi di necessità economica e politica. Le argomentazioni su cui si fonda la globalizzazione sono le necessità: bisogna, si deve, non c’è altra via, siamo costretti! La globalizzazione spirituale dell’umanità, invece, avviene solo se l’individuo lo vuole, solo se lo decide liberamente.

Ora pongo una domanda, non in tono polemico, ma in tutta serietà di fronte alle sorti dell’umanità: vi pare che nel discorso della Chiesa venga affermata la sacralità dell’individuo nella sua libertà? Se questo fosse, cari amici, l’umanità non si troverebbe ai livelli di sofferenza e di povertà in cui si trova. I peccati di omissione sono già diventati paurosi perché non abbiamo trovato il coraggio di rimettere le sorti dell’umanità nelle mani del singolo.

La globalizzazione materiale dell’esistenza avviene per necessità di processi impersonali; la scienza dello spirito è la globalizzazione spirituale dell’umanità e avviene soltanto per processi di libertà individuali, e solo quando si crea un equilibrio tra queste due globalizzazioni si ha il respiro della salute dell’umanità.

Ogni organismo è una totalità i cui singoli organi hanno funzioni specifiche: è un continuo equilibrio tra la salute di tutto l’organismo e quella delle sue parti. In un organismo non vi è soltanto ciò che è comune a tutti, ma vi sono anche le funzioni individualizzate di ogni organo e sarebbe una tragedia se il cuore cominciasse a fare quel che fa il cervello o il polmone. Anche nell’umanità – se è stata concepita saggiamente secondo le leggi del vivente – l’organico vive di questi infiniti riequilibri tra ciò che è la sorte di tutti e ciò che è il contributo specifico, individuale, unico di ognuno. Per questo dicevo che il carattere più specifico, più centrale, della scienza dello spirito di Rudolf Steiner è la responsabilità morale e intellettuale del singolo essere umano.

In fatto di libertà – intesa come facoltà di fare o di non fare – i grandi peccati sono peccati di omissione, e una specificità della scienza dello spirituale è proprio quella di essere il primo impulso nell’evoluzione umana a mettere l’accento sui peccati di omissione e non su quelli di commissione. Il male peggiore non è un atto “malefico” che l’uomo compie, ma è il bene che omette. Un male più abissale dell’omettere di compiere le azioni possibili nella libertà, non esiste.

La fissazione sui peccati di commissione – sul “male” fatto – è anacronistica. Perciò, alla fine di una giornata, il chiedersi: «Cosa ho fatto male oggi?», è una domanda importante, ma molto più importante, cari amici, è chiedersi: «Cosa avrei potuto fare nel mio pensiero, nelle mie forze di amore e non ho fatto?». Per le sorti dell’umanità quest’ultima domanda è infinitamente più importante. La fissazione continua su quanto gli esseri umani fanno di “storto”, equivale a trattarli da bambini così da distogliere lo sguardo da tutto quello che essi potrebbero fare.

La fissazione sul male commesso è la forma più occulta di manipolazione dell’individuo perché con questo si ottiene che l’uomo, gravato dai sensi di colpa, non guardi a quanto potrebbe creare per sé e per l’umanità. Questo annullamento occulto dell’individuo – che si mostra in modo palese – è il più terribile che ci sia.

Da duemila anni abbiamo nei vangeli testi talmente propositivi che, quando la “giornata” dell’evoluzione umana sarà terminata, Colui che tira le somme non chiederà: che cosa hai fatto di male? perché è del tutto secondario, bensì: cosa potevi fare e hai omesso?

«Avevo fame e non mi hai dato da mangiare»:[28] insieme a ogni essere umano che hai incontrato ti veniva incontro la fame che ogni essere umano porta dentro di sé. «Io avevo fame» vuol dire: c’è in ogni essere umano la fame dell’Io, la fame di essere un Io creatore, e tu questa fame di diventare un Io creatore non l’hai nutrita. «Avevo sete e non mi hai dato da bere»: in ogni essere umano che ti ha incontrato c’era la sete… In base a questi peccati di omissione tu, uomo, hai costretto gli Angeli a provocare una catastrofe di natura dietro l’altra, e hai omesso di capirne il significato. Questo Giudice Universale è pieno d’amore, non è un giudice inesorabile, e dirà: «Io non ti posso dare ciò che tu non hai costruito da solo. Se io potessi darti ciò che tu hai omesso nella tua libertà, la tua libertà sarebbe una farsa. Se io potessi creare pienezza dove tu hai creato il vuoto, non saresti libero, sarei io a decidere chi tu sei, cosa tu hai e cosa non hai. Sei libero soltanto se i buchi che crei dentro di te sono sacri al cospetto divino; soltanto in tal modo sei libero, e soltanto così puoi dire di essere veramente tu a decidere quanta pienezza e quanta povertà hai».

Può il singolo fare in modo che un maremoto non succeda? Sì! Può il singolo fare in modo che un fenomeno come il nazismo non succeda? Sì, se abbiamo abbastanza individui che non omettono tutto ciò che è possibile compiere nella libertà.

La libertà è fatta di due grandi sfere: ciò che possiamo compiere come evoluzione di coscienza, di conoscenza, di pensiero; ciò che possiamo compiere come evoluzione morale per metterci vicendevolmente a disposizione tutti gli strumenti necessari affinché ognuno possa camminare il più possibile.

Quando parliamo di libertà parliamo dunque di due realtà infinite:

1. evoluzione del pensiero – della coscienza e del conoscere – per capire sempre meglio come tutto funziona, e dove per conoscenza s’intende non solo quella della realtà materiale, ma anche quella degli Esseri spirituali. L’evoluzione del pensiero, dunque, è infinita.

2. Evoluzione dell’amore, della dedizione, di quello che possiamo fare gli uni per gli altri in modo da metterci vicendevolmente a disposizione tutti gli strumenti necessari perché ognuno viva nella pienezza della libertà.

Il materialismo è il più grande peccato di omissione perché significa ignorare lo spirito su tutta la linea. Materialismo è non sapere più cosa sia lo spirito, non dedicargli neanche cinque minuti nel corso della giornata perché tutte le forze, tutte le energie, tutto il tempo lo abbiamo dedicato al materiale, al corpo. È male il materialismo? Facciamo qualcosa di male? No, è un peccato di omissione. La cura che abbiamo per il corpo va bene, è il lato buono del materialismo. Ciò che omettiamo nei confronti dello spirito, nei confronti del cammino della conoscenza e dell’amore, quello è il male.

Se nel materialismo c’è l’amore al mondo della materia, quello è il bello, perché quell’amore c’è ed è qualcosa che proviamo! Se nel materialismo qualcosa manca, quello è il male. Cosa manca al materialismo? Manca la realtà dello spirito e il suo godimento, manca la forza dello spirito e la decisione dell’individuo di calare nella realtà gli ideali belli che porta in sé.

Siamo tutti fratelli e sorelle, dice la morale, l’idealità. Ora, però, mettiamo il caso che fuori dal portone ci sia una donnina che chiede un paio di soldini. Come caliamo nel concreto il: «Siamo tutti fratelli», di fronte a questa persona che vive nel bisogno? Qualcuno può affermare di non voler contribuire a che una persona poltrisca, bensì a che si dia da fare e si guadagni il suo pane. Il ragionamento fila. A un certo livello della nostra vita materialistica di cosiddetti benpensanti, va bene, non voglio dire che il ragionamento sia sbagliato, però aggiungo solo che forse accanto alla reazione che sorge spontanea – perché così ragioniamo in base al mondo che conosciamo – noi omettiamo di fare un altro ragionamento. Si tratta di integrare un altro polo, aggiunto il quale non sarà più possibile passare accanto a un mendicante illudendosi di avere la coscienza pulita. Questo è l’importante perché, se passiamo accanto a un mendicante e tiriamo dritto con la scusa di non voler contribuire alla sua pigrizia, non ci poniamo problemi di coscienza. Ma la cosiddetta coscienza pulita è la coscienza della persona interiormente morta. Chi di noi può dire di avere la coscienza pulita? Siamo tutti piombati in una compagine culturale materialistica dove lo spirito non sappiamo più cosa sia, e vogliamo continuare a credere di avere la coscienza pulita?

Torniamo all’esempio di prima: passo accanto a un essere umano che non ha nulla perché il mondo in cui viviamo ci costringe a vivere da ladri gli uni nei confronti degli altri. Ognuno, infatti, prende per sé più che può, e prendere per sé più che si può è il principio del ladro. Per capirlo basta riflettere sulla domanda: una persona, da dove ha preso tutto ciò che possiede? Dall’organismo dell’umanità. Gli organi dell’organismo, però, non possiedono il sangue: il sangue passa e continua a circolare. Quando una persona pensa di possedere qualcosa, nel suo cuore l’ha rubata agli altri, ne ha privato gli altri. La proprietà privata è la struttura mentale di chi vuol privare gli altri di qualcosa per tenerla soltanto per sé. Ogni proprietà privata priva gli altri di qualcosa. Il linguaggio non bara!

Dunque, passo accanto alla donna che mendica e magari non le do niente ma, alla luce di queste riflessioni, non le do niente per il motivo che non ho ancora la forza di darle qualcosa perché metterei in crisi tutto il nostro apparato sociale, e questo è pericoloso… Duemila anni fa un individuo è stato messo a morte perché era pericoloso! Sto parlando di quella forza per cui decido di coltivare il mio pensiero e la mia coscienza, decido di dedicarmi agli altri, di diventare pericoloso – finalmente! – rischiando qualcosa perché non voglio omettere e voglio provare, voglio imparare. Voglio smettere di continuare ad assicurarmi da tutte le parti con quella mentalità dell’assicurazione tipica di un’umanità insicura. Vivere in pienezza, questa è la sicurezza più bella che esista, e nessuno la può smontare!

E allora: dove e come trova questa forza, l’individuo? E ancora più concretamente: dove trovo io la forza per omettere il meno possibile? Quali aiuti posso avere a disposizione per non omettere? «Caro relatore, capisco ciò che mi dici, però poi mi scontro con l’ostacolo e non ce la faccio! Mi convince il discorso che la vita è bella nella misura in cui vivo in pienezza e non ometto quello che potrei fare per il mio cammino di conoscenza e d’amore, però avrei bisogno di un pochino di forza in più. Ma dove sono queste forze?».

A questo punto le cose diventano veramente concrete e la domanda vera è: da dove posso ricevere un aiuto che mi incoraggia a trovare l’entusiasmo?

La prima affermazione è che le forze reali non possono più venire dal di fuori – e questa è una fortuna, altrimenti resteremmo appendici delle autorità e delle chiese. Quindi non aspettarti un aiuto da autorità o da comandamenti esterni, perché quello è un “dis-aiuto”. Rivolgerti a qualcosa fuori di te è un indebolire la tua forza. Ogni volta che ti rivolgi al guru o al padre spirituale, ogni volta che ti rivolgi all’autorità o alla legge, ogni volta che ti rivolgi al comandamento o alla paura di andare all’inferno, lo fai verso qualcosa che è fuori di te e quindi indebolisci ciò che è dentro di te. Se è chiaro che le forze reali non vengono dal di fuori, come le genero dal di dentro?

Cari amici, a questo punto, è proprio importante capire che finora abbiamo sottovalutato la portata reale dello spirito, e abbiamo sottovalutato lo spirito perché non gli abbiamo mai dato la possibilità di dimostrare la sua forza! Si tratta di coltivare una consapevolezza dei destini dell’umanità. Allora mi rendo veramente conto, non per ricatto morale, ma con conoscenza scientifica delle leggi dell’evoluzione dell’umanità, che le sorti di tutta l’umanità dipendono davvero da me. Se veramente prendo consapevolezza che le catastrofi e la sofferenza avvengono soltanto finché gli individui omettono, e che io concorro alla pienezza o agli abissi dell’umanità nella mia evoluzione singola, man mano che coltivo queste convinzioni, man mano che capisco sempre meglio le leggi dell’organico dell’umanità, allora troverò la forza di dare il mio contributo.

La responsabilità dell’individuo nei confronti dei destini dell’umanità, coltivata a ragion veduta e scientificamente fondata, diventa una forza reale: la più grande che ci sia.

È una responsabilità che non si costruisce dall’oggi al domani, è un cammino di conoscenza scientifica del modo di funzionare dell’umanità, ed è un cammino fatto di prove giorno dopo giorno. Solo così questa forza diventa sempre più reale. Questa è la prospettiva propositiva e tutta positiva che la scienza dello spirito ha da proporre agli individui. È una prospettiva unica in tutta l’umanità moderna.

Se non solo a livello teorico, ma anche a livello del cuore, mi convincerò che la misura immane di sofferenza o il gaudio della pienezza dell’umanità dipendono da me, non avrò più il coraggio di gettare l’umanità – me stesso e i miei fratelli e sorelle – nell’abisso. Non sarò più capace di farlo. La legge fondamentale dell’organismo è questa: tutto ciò che avrai fatto al più piccolo degli uomini l’avrai fatto all’organismo intero dell’umanità, e tutto ciò che avrai mancato di fare al più piccolo avrai mancato di farlo all’umanità.

La donnina che mendica sulla strada, allora, cosa vuole da me? Vuole tutto, perché ognuno ha il diritto a tutto. Ogni volta che due esseri umani s’incontrano, lo fanno perché ognuno vuole tutto dell’altro. Passando accanto alla mendicante, e magari dandole solo uno spicciolo, l’atteggiamento dell’anima può essere quello che dice: «Ora non sono in grado di darti tutto perché siamo tutti imperfetti, c’è ancora tanto cammino da fare, ma forse verrà il giorno in cui tu non mendicherai perché tutto ti sarà dato nella libertà». Se penso questi pensieri non potrò più passarle accanto con la coscienza pulita. La coscienza pulita ce l’ha soltanto chi non ha coscienza.

Ora chiedo: è pericoloso vivere con una struttura interiore che coltivi la certezza per cui tutto è di tutti e i doni circolino come il sangue circola nell’organismo?

È pericoloso soltanto per chi vorrebbe avere più degli altri, però avere più degli altri è l’unico modo di essere meno degli altri. Si può avere più degli altri soltanto aggrappandosi ai possedimenti materiali ed essendo meno degli altri, cioè precludendosi un’osmosi che avviene a livello dell’anima sulle ali dell’amore, e precludendosi un’osmosi che avviene a livello dello spirito sulle ali del pensiero.

L’avere è l’omissione dell’essere.

Più una persona ha, più ha omesso ciò che può essere, ciò che può diventare; più una persona continua a essere, e meno ha interesse ad avere. L’avere è la controforza dell’essere, perché si può avere soltanto precludendone l’accesso agli altri. Si può avere soltanto escludendo, e siccome tutti vogliamo avere delle cose a disposizione, la domanda concreta è questa: è possibile avere qualcosa senza possedere? Sì, è possibile. Tutto dipende dalla struttura interiore, dipende dalla struttura mentale.

Con questo sto dicendo che quando in alcune persone esiste il talento, è importante che vengano dati loro mezzi e strumenti per esprimerlo. Ed è importante che, siccome queste hanno il talento per farli fruttare per tutta l’umanità, venga dato loro anche il diritto esclusivo a far uso di questi strumenti. Quando una persona ha modo di usare certi strumenti senza dover temere che altri le mettano i bastoni fra le ruote, quando c’è il diritto esclusivo alla gestione di certi mezzi in favore della comunità, cosa manca? Nulla. Il fatto di possedere ciò che si usa costituisce soltanto delle grane in più.

• Il possedere non è una realtà economica, è una struttura mentale.

Il possedere è una struttura mentale che spinge a dire: questo è mio e non è tuo, e ne faccio quello che voglio. Sarebbe come un rene che dicesse al fegato: questa parte di sangue è mia e non è tua, e ne faccio quello che voglio!

Termino i miei pensieri un po’ aforistici indicando un testo fondativo di questo convegno. Si tratta di Introduzione alla scienza dello spirito[29] di Steiner. Tre bellissime conferenze. Alla fine della seconda Rudolf Steiner parla in modo molto interessante del rapporto tra ordine naturale – la natura – e ordine morale, e dice che l’ordine morale sono i pensieri, gli ideali che gli esseri umani portano dentro di loro.

Per il materialismo l’ordine naturale è l’unica realtà, e l’ordine morale – gli ideali, i valori morali – sono soltanto “bolle di sapone”. Secondo il pensiero materialista, quando ci sarà la morte per entropia di tutto il regno della natura, anche queste bolle di sapone saranno sparite.

L’essenza del cosiddetto cristianesimo e l’essenza della scienza dello spirito stanno nell’affermazione che risponde a questa domanda: cosa è reale di una bella pianta che alla fine dell’estate si presenta nel culmine massimo della sua vegetazione e dei suoi frutti? Guardandola superficialmente verrebbe da dire che è reale ciò che ci si presenta agli occhi. Invece questa bella pianta, visibile e materiale, è la cosa più irreale che ci sia, perché tra un mese sarà sparita! E che cosa è reale a un livello molto più forte, perché adesso è invisibile ma poi farà spuntar fuori una nuova pianta che ora non c’è? Più reale è il seme. Il seme che ora è invisibile tra qualche mese diventerà più reale della pianta che ci sembrava reale e che in seguito sarà sparita.

Il mondo della natura, della materia, è il mondo così come appare un’ora prima di morire; e in questo cosiddetto mondo reale, che cosa è super-reale quale seme di nuovi ordini naturali, di una nuova Terra? Il seme nascosto: quel seme che farà sorgere una nuova natura è la moralità che esiste negli spiriti degli uomini.

Schiere infinite di Esseri spirituali creatori, con una coscienza più vasta di quella dell’uomo, prendono la moralità o la mancanza di moralità degli esseri umani e attraverso processi complessi – che la scienza dello spirito comincia appena a spiegare – trasformano la moralità che è puramente spirituale e invisibile in materia: lo spirito crea la materia.

Noi stessi, con le nostre idee, cosa facciamo? La tecnica come è arrivata? La tecnica è una natura creata dai pensieri dell’uomo. Quando erano pensieri non erano visibili. Lo spirito dell’uomo in chiave di coscienza e di moralità decide della natura intorno a lui. La natura che oggi ci circonda è stata creata in tutto e per tutto, così com’è, comprese le catastrofi di natura, dalla moralità passata degli esseri umani.

Duemila anni fa, la Terra, la natura, aveva raggiunto uno stadio primaverile che si avviava già verso l’estate. La Terra era diventata matura a un punto tale che in essa è stato seminato un seme di luce, di coscienza, un seme di moralità, di forze di amore.

• L’evento Cristo è il seme di moralità seminato nel grembo di una Terra destinata a morire, e questo seme, accompagnato dalla moralità di tutti gli uomini, farà sorgere una Nuova Terra, un nuovo ordine naturale.

La scienza dello spirito è il coraggio dell’individuo di dire a se stesso: ciò che è spirituale crea e determina le sorti della natura. Non viceversa. Non è la natura a determinare le sorti della moralità, è l’evoluzione intellettuale e morale degli uomini a determinare le sorti della natura. Nell’individuo che si illumina di conoscenza e si riscalda di amore, l’invisibile, lo spirituale, diventa così forte, così reale, che comincia a entrare nel mondo fisico della cosiddetta vita reale e la trasforma in modo tale da far sorgere addirittura una natura, una Terra nuova.

Cari amici, non si può immaginare una responsabilità posta nelle mani dell’individuo che sia più grande e più gioiosa, ma anche più carica di conseguenze. È bello vivere con la consapevolezza di avere in mano nei propri pensieri e nel proprio cuore le sorti di tutta l’umanità e della Terra!

Dibattito

Intervento: Due anni fa ho tradotto un quaderno di Flensburg che s’intitola Riflessioni sull’Islam e mi ha molto colpito un capitolo in cui un musulmano interpreta una sura del Corano alla luce della scienza dello spirito. Visto quello che succede nel mondo, mi sono chiesta molto profondamente, ma ancora non ho trovato una risposta, se la scienza dello spirito possa diventare un puro strumento di interpretazione prescindendo però dall’esperienza del Cristo che è così centrale. Questa è la mia domanda.

Archiati: Per un argomento di questo tipo dovremmo avere a disposizione un convegno intero, ora si possono dare solo avvii di pensiero. La scienza dello spirito, l’antroposofia, non è qualcosa. Nel momento in cui la si “cosifica” diventa dogmatica. Diciamo che è un metodo dell’evoluzione dell’individuo, e quindi tutto dipende da quello che un individuo ne fa. Le conferenze di Steiner diventano qualcosa in mano a una persona e diventano tutt’altro in mano a un’altra persona e quindi non si può dire cos’è l’antroposofia. L’antroposofia è ciò che gli uomini ne fanno, però il suo intento è di mettere in mano a ogni individuo che ne voglia godere, un metodo di evoluzione della coscienza. La scienza dello spirito è il metodo dell’evoluzione della coscienza pensante e poi sta a ognuno vedere che cosa vuole farne.

In chiave di islamismo, cristianesimo e giudaismo – le tre religioni monoteistiche – ora vi riassumo quanto trovate anche in Scena e retroscena,[30] una conferenza che ho tenuto in Germania. Si tratta di un’interpretazione in nuce di queste tre religioni che, ormai da duemila anni, ci danno parecchio filo da torcere e che sono le uniche tre religioni, risalenti ad Abramo, decisamente e veramente monoteistiche. L’affermazione che hanno in comune è che Dio è unico, altrimenti avremmo il politeismo dei greci.

Supponiamo che gli Dei degli antichi greci siano Gerarchie angeliche. Il monoteismo riconduce tutti gli Esseri divini a un’unità, per cui, rispetto al politeismo della grecità, il monoteismo aggiunge l’affermazione che la pluralità può sorgere soltanto se scaturisce da un’unità, e ha senso soltanto se viene ricondotta a un’unità. Ogni uomo è politeista – cioè è una pluralità di impulsi – nella sua anima, però, nel suo Io è monoteista: fare l’esperienza di essere un Io significa fare l’esperienza del monoteismo. Nessuno di noi dice: «io sono due io», «io sono tre io». L’Io è uno, però è vero che nella mia anima c’è una molteplicità di impulsi: c’è la rabbia, ci sono le passioni, i desideri. L’Io, l’esperienza dello spirito è invece del monon, ecco il monoteismo. Una volta affermato che la Divinità nella prima origine, a livello supremo, dev’essere unitaria e non già una pluralità, ci si deve chiedere: da dove viene questa pluralità?

Jahvè o il Dio – il Padre dei Cieli – o Allah sono tutte parole che si riferiscono al Dio supremo, alla divinità unica, e nel giudaismo, nel cristianesimo e nell’islamismo è sorta la domanda: questa origine prima e unitaria di tutta la pluralità che chiamiamo Dio, ci tiene a essere Lui solo uno spirito creatore, oppure è così colmo d’amore da godere di rendere partecipi altri spiriti all’essere anch’essi creatori? Questo Dio Padre ha un Figlio, divino come Lui, creatore come Lui, o non ammette nessun Figlio?

Ora chiedo: chi è il Figlio di Dio? Se l’uomo non lo genera, il Figlio di Dio non ci sarà mai. E dove viviamo noi la realtà dello spirito creatore? Nel nostro Io. Per illazione noi diciamo: se io come spirito sono un’unità e sono creatore, a maggior ragione lo è Colui che mi ha creato. Tuttavia quest’affermazione su Dio la facciamo per illazione, ovvero a partire dalla nostra auto-esperienza. Quindi la grossa domanda che lacera l’umanità di oggi, è: il Dio comune alle tre religioni monoteistiche, è Lui solo lo spirito libero creatore, oppure ha creato delle creature – per esempio l’uomo – dando loro la potenzialità e la capacità di diventare Figli di Dio?

Le tre religioni, a questo punto, fanno tre affermazioni fondamentali.

L’ebraismo parla del Messia. Il Messia è la pienezza dell’umano. Nel Messia si esprime la pienezza dell’umano in quanto l’umano è del tutto “jahvizzato”, del tutto compenetrato dallo spirito di Jahvè. Quindi il concetto ebraico del Messia è l’uomo tutto compreso di forze divine, è l’uomo tutto dentro a Javhè! L’ebraismo sostiene che questo fenomeno umano non sia ancora avvenuto. Il Messia non è ancora venuto perché quando il Messia giunge, cioè quando l’uomo si “jahvizza” perfettamente, quando l’uomo diventa divino, è la fine dei tempi, è il compimento dell’evoluzione nel tempo. Quindi il Messia verrà alla fine dei tempi.

Il Cristianesimo, invece, dice che è venuto duemila anni fa: il Figlio di Dio si è fatto uomo duemila anni fa.

E la terza affermazione, quella dell’islamismo, sostiene che Allah non ha nessun Figlio, e quest’affermazione è ripetuta diverse volte nel Corano.

Ribadisco che il Figlio di Dio, per quanto ci riguarda, è l’uomo, perché se il Figlio di Dio non lo vediamo nell’umano, dove lo vediamo? Possiamo allora sintetizzare le tre affermazioni così: il Figlio di Dio non si è ancora verificato, verrà alla fine dei tempi; il Figlio di Dio è venuto nell’umanità duemila anni fa; il Figlio di Dio non c’è e non esiste, Allah è il solo, onnipotente, e non partecipa la sua potenza con nessuno. Ho cercato di spiegare a un livello semplice che spero sia accessibile a tutti, che queste tre affermazioni:

• il Figlio di Dio non è ancora venuto (Ebraismo),

• il Figlio di Dio è già venuto (Cristianesimo),

• il Figlio di Dio non c’è (Islamismo),

sono giuste tutte e tre e le mancanze del giudaismo, del cristianesimo e dell’islamismo consistono nel fatto di aver assolutizzato una delle tre affermazioni escludendo le altre due – ecco un peccato di omissione macrocosmico!

A questo punto sarete curiosi di sentire da me come si possano conciliare affermazioni così opposte quali: «È già venuto!»; «No, non è venuto, deve ancora venire!»; e addirittura: «Non c’è!».

Un’affermazione sembra escludere l’altra, no?

Il Figlio di Dio, l’essere umano in quanto chiamato a divinizzarsi sempre di più, cioè a diventare uno spirito creatore, è un fattore di evoluzione che va analizzato nella sua complessità: una complessità trinitaria. Tutto ciò che non vogliamo esporre in un modo semplicistico, omettendone la complessità, va espresso in termini trinitari. Grandi pensatori del calibro di Tommaso d’Aquino, o Hegel, dicono: Omne trinum est perfectum. Dobbiamo imparare a pensare trinitariamente, cioè a vedere un aspetto e poi, subito dopo, riconoscere che esso dev’essere unilaterale e allora aggiungervi l’aspetto opposto; e dopo aggiungere il terzo aspetto che è la sintesi dei primi due: tesi, contro-tesi, sintesi.

La venuta del Figlio di Dio in ogni uomo, quindi il diventare Figlio di Dio da parte di ogni uomo, ha due dimensioni fondamentali. La prima è la capacità (le forze reali), ciò che Tommaso e Aristotele chiamerebbero la potenzialità. In quanto potenzialità a diventare Figlio di Dio, bisognava che la divinità portasse nell’umano tutte le forze che rendono ogni uomo capace di vivere da spirito creatore. E questa potenzialità deve precedere la realizzazione, perché soltanto se ho le forze posso esercitare questa capacità.

La verità fondamentale del cristianesimo si riferisce all’amore di Dio che, in questo Figlio dell’uomo – il Cristo si chiamava Figlio dell’Uomo – in cui vi sono le forze migliori dell’umano, ha portato nell’umanità delle forze reali, cioè ha portato in ogni uomo la capacità, la potenzialità, di diventare Figlio di Dio. Quindi sul piano della potenzialità il Figlio di Dio è già giunto nell’umanità.

Rendere reale dentro di me questa potenzialità, trasformare questa facoltà in una realtà, viene lasciato alla mia libertà. In altre parole, duemila anni fa il Figlio di Dio è venuto nell’umanità per ogni essere umano, ma il fatto che venga nel singolo viene lasciato alla libertà dell’individuo, non viene imposto. Il singolo ha la libertà, a livello di coscienza e a livello di trasformazione interiore, di diventare quell’espressione del divino che il Figlio dell’Uomo, giungendo nell’umanità, gli ha dato la possibilità di diventare.

Per quanto riguarda la libertà di ciascuno di diventare individualmente Figlio di Dio, ci vuole tutta la seconda metà dell’evoluzione: per diventare e per agire sempre più come spirito creatore, per questa interiorizzazione e individualizzazione del Figlio dell’Uomo, ci vuole tutta la seconda metà dell’evoluzione, e questa è la seconda venuta del Cristo, del Figlio dell’Uomo. Per questo il cristianesimo parla di due venute. La venuta del Figlio di Dio, che è lo Spirito Santo dove in base alla libertà dell’individuo il Figlio di Dio diventa reale nel singolo, è la seconda venuta. E la domanda da porsi è: questa seconda venuta è già accaduta o deve ancora succedere? Siamo fortunati se appena appena cominciamo a capire qualcosa! Quindi, per quanto riguarda la venuta reale nella coscienza del singolo, l’affermazione fondamentale dell’ebraismo è giusta: la divinizzazione del singolo si realizzerà in futuro, ed è il compito evolutivo di tutta la seconda parte dell’evoluzione.

Il cristianesimo e il giudaismo hanno perciò entrambi ragione nella loro affermazione fondamentale:

il cristianesimo ha ragione in quanto fatto storico, in quanto fatto universale di forze messe a disposizione di ogni essere umano, perché l’evento è già avvenuto duemila anni fa. Cosmicamente, in quanto offerta evolutiva, questo fenomeno è successo storicamente duemila anni fa;

il giudaismo ha ragione in quanto non siamo neanche all’inizio di una comprensione del fenomeno. Il recepirlo nella coscienza del singolo, il trasformare un mondo di egoismo in un mondo d’amore e di esuberanza dove vige il vivere gli uni per gli altri, non è neanche al suo inizio.

Adesso vediamo la prospettiva dell’islamismo. Per quanto riguarda l’individuo, e più concretamente per quanto riguarda me, se il Figlio di Dio ci fosse già, a me non resterebbe nulla da fare! Gabriele ha ispirato il Corano e può darsi che questo Gabriele sia la controforza – come nel Faust di Goethe lo è Mefistofele – che vuole cancellare la coscienza del giudeo e del cristiano del Figlio di Dio. È possibile che questo Gabriele, dicendo: «Allah non ha Figlio», intenda cancellare la coscienza ebraica e la coscienza cristiana del Messia per dare all’individuo una controforza che lo porta a dire: «Se il Figlio di Dio non c’è, esiste soltanto Allah!». A questo punto, l’individuo può affrontare questo Gabriele, come fa Faust con Mefisto, e dirgli: «Tu, Gabriele, vorresti dirmi che non esiste il Figlio di Dio, e che non potrà mai venire creato? Bene, se per quanto mi riguarda il Figlio di Dio non esiste ancora, sarà compito del mio cammino crearlo dal nulla. E posso creare dal nulla solo quello che non c’è. Tocca a me dare ad Allah un Figlio, quel Figlio che non può esserci fin dall’inizio, altrimenti io non avrei nulla da fare. Io non sono già divino, non sono Figlio di Dio, di Allah, in partenza. E questo Figlio non ci sarà se non lo creo io!».

• Per quanto riguarda il singolo, il diventare Figlio di Dio, il diventare creatore a immagine di Dio, è una creazione dal nulla perché prima non c’era e perciò il Corano nella sua affermazione ha ragione. L’uomo è chiamato a concorrere alla creazione dal nulla. L’essere umano, da un punto di partenza in cui non è Figlio di Dio, crea dal nulla il vivere e l’essere come Figlio di Dio, come spirito creatore.

La tragedia delle tre religioni monoteistiche è che si sono combattute a vicenda perché ognuna ha pensato che la propria affermazione escludesse le altre due. Il grande dilemma dell’umanità è l’omissione del pensiero, è l’aver pensato che un’affermazione sia vera e l’altra falsa. Le tre affermazioni, invece, diventano vere soltanto se prese tutte e tre insieme.

È importante saper dire che il Figlio di Dio nell’umanità è già venuto, altrimenti non avremmo in noi le forze; è importante saper dire che il Figlio di Dio in me non è ancora venuto ed è compito mio farlo venire; ed è importante saper dire che il Figlio di Dio in me o è una creazione dal nulla o non esiste.

La scienza dello spirito è un metodo di cammino della conoscenza che vede le tre religioni monoteistiche come vere solo a condizione che ognuna si integri con le altre due. Se la scienza dello spirito mi dà la possibilità di vedere questo fenomeno in questo modo, ben venga, è una gran bella cosa! È una gran bella cosa dare ragione a tutte e tre le prospettive a ragion veduta!

La scienza dello spirito è quell’arte del pensiero che non va per sommi capi, ma diventa sempre più scientifica in un processo di distinzione sempre più sottile. Il dilettante in un campo preciso è colui che va per sommi capi: essere scientifici in un certo ambito significa distinguere sempre meglio!

[1] Nella stesura di questo testo, nonostante gli adattamenti resi necessari per lo scritto, abbiamo scelto di rispettare la freschezza e la vivacità espressiva del relatore, e mantenuto le ripetizioni che spesso caratterizzano il parlato. Per agevolare la lettura, si è creduto opportuno rimuovere parti del dibattito ritenute secondarie rispetto al tema centrale. La versione integrale del convegno si trova nel Cd audio allegato al libro La scienza dello spirito per tutti – Ed Archiati

[2]R. Steiner, Chi è il figlio dell’uomo? – Ed. Archiati

[3] P. Archiati, Angeli e morti ci parlano – Ed. Archiati

P. Archiati, La vita dopo la morte – Ed. Archiati

[4] Per approfondimenti sulla percezione, V. P. Archiati, La percezione, un inganno da superare, vol. 4 – Ed. Archiati

[5] Per approfondimenti, V. P. Archiati, Il mondo dei sentimenti, vol. 6 – Ed. Archiati

[6] Per approfondimenti sulla purificazione delle porte della percezione, V. P. Archiati, Cammini dell’anima. La realtà dello spirito nella vita di oggi – Ed. Archiati

R. Steiner, La via dal sensibile al sovrasensibile – Ed. Archiati

[7] P. Archiati, Libertà senza frontiere – Ed. Archiati

[8] R. Steiner, Cristo e l’anima umana – Ed. Archiati

[9] R. Steiner, Catastrofi naturali come responsabilità morale – Ed. Archiati

[10] Lc 23,34

[11][…] La tempesta che si è abbattuta sul nord della Francia è la più forte e la più grave degli ultimi dieci anni [...] La situazione è drammatica in tutta Europa. La bufera si è estesa a buona parte del continente con una violenza definita da Météo-France: «Ai limiti del possibile per l’Europa». [...] È stato registrato il record assoluto di 173 chilometri orari all’aeroporto parigino di Orly [...] in città le raffiche a 160 all’ora. (Dalla p. 3 del «Corriere della Sera», 27 dicembre 1999).

[12]La lunga vicenda di Marie Schindler Schiavo che in seguito a danni cerebrali ha vissuto per molti anni dipendendo da un tubo di alimentazione. Il caso è stato alla ribalta dell’opinione pubblica per sette anni

[13] R. Steiner, La filosofia della libertà – Ed. Antroposofica

[14] La Chiesa cattolica, nell’interpretare le parole: «Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa» asserisce che la pietra, cioè il fondamento della Chiesa, è Pietro. Da qui l’aggettivo “petrino” usato da Archiati [NdR].

[15] 1Cor 2,14

[16] Lc 15,7

[17] La frase di Paolo (Gal. 4,4) recita: «Ma quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò suo Figlio…»

[18]V. P. Archiati, «Voi siete dèi. L’uomo in cammino» vol. 2 – Ed. Archiati

[19] Sull’esperienza dello spirito, V. P. Archiati, Pensare sul pensare, un’esperienza straordinaria vol. 2 del seminario su La filosofia della libertà di Rudolf Steiner – Ed. Archiati

[20]Approfondimenti in: P. Archiati, Maschere di Dio, Volti dell’Uomo. Le grandi Religioni vie di ogni uomo verso l’umano, cap. 4, p. 137 – Ed. Archiati

R. Steiner, La riscoperta dell’anima, Ed Archiati

[21] Il 23 aprile 2005 a Roma è stata celebrata la messa di inizio pontificato di Benedetto XVI

[22]Per approfondimenti sul Nominalismo, V. R. Steiner, Il pensiero nell’uomo e nel mondo. Dodici modi di pensare, sette modi di vivere –Ed. Archiati

[23] Mt 25,35

[24] Lc 15,11-32

[25]Approfondimenti in: P. Archiati, Maschere di Dio volti dell’uomo. Le grandi religioni vie di ogni uomo verso l’umano, p. 105 – Ed. Archiati

[26] Gv 13,27

[27] 1Cor 12,12-27

[28] Mt 25,31-46

[29] R. Steiner, Introduzione alla scienza dello spirito – Ed. Archiati

[30]Attualmente pubblicato in: P. Archiati, La forza della positività – Ed. Archiati

A proposito di Pietro Archiati

Pietro Archiati è nato nel 1944 a Capriano del Colle (Brescia). Ha studiato teologia e filosofia alla Gregoriana di Roma e più tardi all’Università statale di Monaco di Baviera. È stato insegnante nel Laos durante gli anni più duri della guerra del Vietnam (1968-70).

Dal 1974 al 1976 ha vissuto a New York nell’ambito dell’ordine missionario nel quale era entrato all’età di dieci anni.

Nel 1977, durante un periodo di eremitaggio sul lago di Como, ha scoperto gli scritti di Rudolf Steiner la cui scienza dello spirito – destinata a diventare la grande passione della sua vita – indaga non solo il mondo sensibile ma anche quello invisibile, e permette così sia alla scienza sia alla religione di fare un bel passo in avanti.

Dal 1981 al 1985 ha insegnato in un seminario in Sudafrica durante gli ultimi anni della segregazione razziale.

Dal 1987 vive in Germania come libero professionista, indipendente da qualsiasi tipo di istituzione, e tiene conferenze, seminari e convegni in vari Paesi. I suoi libri sono dedicati allo spirito libero di ogni essere umano, alle sue inesauribili risorse intellettive e morali.

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