Verso un'etica della liberta_FR.psd

Testo originale tedesco:

Wahrhaftigkeit, Liebe, Lebensweisheit

(Archiati Verlag e K., Bad Liebenzell)

Traduzione di Silvia Nerini e di Pietro Archiati

PD

L’editore e il redattore non esercitano diritti

sui testi di Rudolf Steiner qui stampati.

(Archiati Verlag e K., Bad Liebenzell)

ISBN 978-3-86772-602-3

www.liberaconoscenza.it

Rudolf Steiner

Verso un’etica
della libertà

Che cos’è la morale?

Logo_A.psd

Indice

Prefazione

Prima Conferenza

il povero enrico e francesco d’assisi:

il bene nella natura umana

• Predicare la morale è facile, il difficile è fondarla: ciò che occorre non sono principi teorici, ma forze reali

• Nell’antica India il bene morale era creato dalla devozione, nell’antica Europa dalla prodezza

• Nel povero Enrico e in Francesco d’Assisi la guarigione avviene grazie a una forza di amore in esubero: quando e come la si ottiene?

Seconda Conferenza

il coraggio si trasforma in amore:

Buddha e Cristo all’opera nell’uomo

• Dopo il diluvio le quattro caste superiori emigrarono in India, le tre inferiori si fermarono in Europa e in Africa

• È necessario distinguere fra sviluppo del corpo (delle razze) e sviluppo dell’anima. Il buddismo ha sottolineato per primo il diritto di ogni uomo al conseguimento del massimo

• La natura dell’uomo è buona: ogni decadimento morale può essere trasformato in un’ascesa dalle forze della fede, dell’amore e della speranza

Terza Conferenza

veracità, amore e saggezza di vita:

la ricerca continua di un equilibrio

• Per essere libero, l’uomo deve sempre poter diventare unilaterale in due sensi opposti: il bene sta nella ricerca del giusto equilibrio

• La saggezza si trova tra i due estremi costituiti dalla ottusità e dalla passionalità, e la si conquista con l’interesse e la veracità

• Il coraggio spontaneo si trasforma in amore liberamente esercitato e guidato dall’interesse e dalla comprensione, come equilibrio fra la temerarietà e la viltà

• La temperanza nei confronti del corpo, il giusto equilibrio fra ascesi e sregolatezza, diventa saggezza di vita in virtù della libertà

• Grazie alla scienza dello spirito, di fronte ad ogni fenomeno spirituale sorgono lo stupore (fede), l’amore e la coscienza morale

• L’impulso cristico è la fonte di tutta la moralità: mediante le forze della fede, dell’amore e della coscienza gli uomini creano tre involucri con cui avvolgere l’Io cristico

Quadro riassuntivo: l’evoluzione delle virtù-129

A proposito di Rudolf Steiner

Prefazione

Oggi molti preferiscono parlare di etica anziché di morale. Entrambi i termini si riferiscono però alla stessa domanda fondamentale: cos’è il bene e cos’è il male? Cosa favorisce l’evoluzione dell’uomo e cosa invece la ostacola?

Nei tempi antichi il fatto che il bene e il male fossero qualcosa di universalmente valido era assolutamente fuori discussione. Si era convinti dell’oggettività della natura umana e si riteneva buono ciò che la aiuta a progredire e cattivo ciò che la danneggia o la distrugge.

Al giorno d’oggi sono in molti a considerare dogmatica o intollerante la convinzione che la natura umana sia qualcosa di oggettivo, e che di conseguenza anche il bene e il male siano universalmente vincolanti. Per queste persone non esiste alcun “diritto naturale”, ma solo accordi, determinati dall’epoca e dalla cultura, su ciò che è permesso e su ciò che è vietato.

Oltre a quella sulla natura dell’uomo, un’altra questione fondamentale dell’etica è quella relativa alla libertà. L’uomo è libero o no nel suo agire? Può essere ritenuto responsabile delle sue azioni o in lui agiscono di necessità le forze della natura? Se un uomo non è libero di evitare un’azione distruttiva o proibita, essa non potrà essergli addebitata e neppure essere definita cattiva dal punto di vista morale. Un uomo che non sia libero di essere buono non può essere cattivo. Senza libertà sarebbe semplicemente un essere naturale, e parlare di morale o di etica non avrebbe alcun senso. In questo caso anche le regole di comportamento stabilite avrebbero a che fare con il diritto o la legislazione, ma non con la morale.

La domanda se l’uomo “sia” libero o no è posta nel modo sbagliato. Se fosse già libero, lo sarebbe per natura e quindi non lo sarebbe veramente. Posta nei giusti termini, la domanda sulla libertà chiede: l’uomo ha o no la capacità di diventare sempre più libero? E la risposta è: ce l’ha, ma deve esercitarla. Questo non significa che l’uomo è libero di fare qualunque cosa, ma che se esercita costantemente questa facoltà saranno sempre più numerose le azioni che potrà compiere in piena libertà. Per l’etica è importante definire buone o cattive soltanto le azioni liberamente compiute dall’uomo, vale a dire: il male è sempre l’omissione di un’esperienza di libertà che era possibile fare.

Se sviluppato fino in fondo, questo pensiero dà come risultato che la libertà non è una qualità marginale dell’uomo, ma la sua essenza più profonda. La libertà rappresenta la più intima e oggettiva natura dell’uomo. Ogni azione che realizza o favorisce la libertà è “naturale” per l’uomo e quindi moralmente buona, mentre ogni azione che lede o distrugge in qualche modo la libertà è contro natura, e quindi malvagia, cattiva.

Ne consegue che rispettare l’uomo equivale a rispettarne la libertà, e amare l’uomo significa amare la sua libertà. La dignità di tutti gli esseri umani consiste nel loro uguale diritto a vivere esercitando la propria libertà individuale: il rispetto per l’uomo è il fondamento di ogni vita giuridica o statale, di ogni legislazione. L’amore per l’uomo si esprime nel sostegno attivo alla sua libertà: l’aiuto reciproco è il fondamento della vita economica, dove ciascuno dipende dall’aiuto dell’altro, dalla “fratellanza”.

Per quanto riguarda l’etica della vita giuridica, della legge, si tratta di evitare o impedire tutto quello che contrasta la libertà dell’uomo. Una sana vita giuridica dovrebbe conoscere solo divieti e nessun precetto, dovrebbe limitarsi a proibire tutte le azioni che rappresentano un ostacolo o una restrizione alla libertà altrui. Anche i Dieci Comandamenti della Bibbia sono sostanzialmente dei divieti, delle proibizioni. Nessun legislatore al mondo ha il diritto di dire o ordinare a un uomo quello che deve fare. Il “dovere” di un uomo è del tutto individuale, poiché ogni essere umano ha un compito da svolgere completamente diverso da quello degli altri. Ognuno deve dare il proprio contributo, ognuno ha delle doti assolutamente individuali che se sviluppate liberamente gli consentono anche di soddisfare nel modo migliore i bisogni dei suoi simili.

Ben altra è la situazione della vita economica e professionale: qui va fatto tutto quello che rende possibile la libertà di ogni individuo, qui ad ognuno vanno messe a disposizione gli strumenti necessari – merci e servizi – a garantire una vita in libertà e nello sviluppo dei talenti individuali. Questo “amore per l’uomo” non può tuttavia essere trasformato da nessuna legge in un dovere, non può da nessuno essere fatto valere come un diritto. Nella vita economica la solidarietà fra gli uomini può essere vissuta solo nella misura in cui essi generano in sé a partire dalla propria libertà le forze dell’amore reciproco. Nessuna legge può ordinare all’uomo: “Devi amare il tuo prossimo come te stesso, altrimenti finisci in galera!”

La morale di Kant si limita a delle norme di validità generale, per questo tende anche a trasformare i divieti in ordini. Ma nessuna norma può imporre di fare il bene: il tralasciare il male, l’evitare tutte le azioni che compromettono la libertà, non è una cosa moralmente buona in senso proprio, ma costituisce solo la condizione necessaria per il bene morale, che consiste nell’agire in base alla propria libertà individuale, con puro amore all’azione che si compie. Solo nella misura in cui il dovere – il non fare ciò che è vietato – si mette al servizio della vita in libertà viene esso stesso “innalzato” all’esperienza della libertà, ne entra a far parte. Solo in virtù della libertà realmente vissuta anche il dovere diventa moralmente buono, mentre quando è fine a se stesso è moralmente “cattivo”, in quanto si rifiuta di servire lo sviluppo libero e del tutto individualizzato di ogni uomo.

Quando ha adempiuto a tutti i suoi doveri, un uomo non ha ancora fatto nulla che appartenga all’effettiva sfera morale. Il bene morale consiste nello sviluppo delle forze della fantasia dell’amore, che sono del tutto individuali: da questa fonte straordinaria nascono progetti di vita e di azioni che sono diversi in ogni uomo e che arricchiscono in modi vari l’umanità.

Alla base di questo corso fondamentale di etica c’è il peso morale della libertà umana. L’uomo diventa buono nella misura in cui individualizza le antiche virtù platoniche “universali”. Grazie alla libertà individualizzata del singolo uomo, l’antica virtù della sapienza si trasforma in veracità. Essere veraci vuol dire non solo comprendere intellettualmente la verità, i fatti oggettivi di una situazione di vita, ma anche assumersi la responsabilità individuale del proprio destino e del proprio agire. L’uomo verace risponde in prima persona della verità concreta della sua vita, della sua realtà e dei suoi effetti reali.

Lo stesso vale anche per l’antica virtù del valore o del coraggio: grazie all’esercizio della libertà da parte del singolo individuo si trasforma in forza di amore, quell’amore per l’uomo di cui si è appena parlato. Un amore di tal genere presuppone un interesse che nasce dal cuore, un interesse per l’altro che non può essere imposto dalla legge o dal dovere, poiché può scaturire solo da una forza del cuore traboccante, esercitata quotidianamente.

La terza virtù platonica è la temperanza, la moderazione, il giusto mezzo fra l’ascesi e la sregolatezza nel rapporto col proprio corpo. Questa virtù fa nascere la saggezza di vita, l’arte del vivere, nella misura in cui la libertà dell’individuo le imprime la sua caratteristica particolare. È l’arte di affrontare creativamente la propria vita, il destino individuale. Lì i consigli dall’esterno non valgono, e neppure la legge uguale per tutti, poiché il peso morale della biografia di un uomo consiste meno nelle leggi e nelle forze che ha in comune con quella di altre persone, e più nella sua unicità e irripetibilità.

La quarta virtù, la più importante di tutte, è quella che Platone chiama la giustizia. Essa consiste nella ricerca del giusto equilibrio fra gli estremi, un equilibrio a misura d’uomo. La caratteristica essenziale di ogni equilibrio è la sua precarietà: un equilibrio statico non esiste. Proprio questa “instabilità” esistenziale apre il campo di azione specifico della libertà. Essere liberi significa tendere costantemente a ristabilire di nuovo il giusto mezzo fra i vari estremi della vita.

In queste conferenze si parla molto di Francesco d’Assisi, che indubbiamente era un uomo “buono”. Ci si può solo stupire delle energie di amore e di compassione per il prossimo di cui disponeva. L’etica si domanda da dove provengano queste energie, come siano sorte in Francesco d’Assisi. Fa parte dei fondamenti di ogni morale o etica la convinzione che nel suo nucleo più profondo la natura dell’uomo sia buona. Ogni uomo cerca e vuole il bene, il che equivale a dire che ognuno cerca e vuole la libertà. L’atteggiamento moralmente buono nel senso più profondo del termine è quello della fiducia nella natura umana, nella libertà dell’uomo.

Chiunque nutra questa fiducia nella bontà originaria dell’uomo e la dimostri ai suoi simili la susciterà anche in loro, e questo è un bene! Non c’è niente di moralmente più buono della fiducia reciproca che favorisce il bene a cui ognuno nel proprio intimo è portato. In questo modo gli uomini non si limitano a predicare la morale, ma la fondano. L’uomo diventa buono quando dà fiducia al bene che vive in lui e nel suo prossimo.

Pietro Archiati

nell’estate 2007

Prima conferenza

Il povero Enrico
e Francesco d’Assisi:
il bene nella natura umana

Norrköping, 28 maggio 1912

Miei cari amici!

In questi giorni, secondo un impulso sorto in me e del quale forse si dovrebbe parlare ulteriormente, prenderemo in considerazione uno degli ambiti più importanti e significativi della nostra concezione scientifico-spirituale della vita.

Non di rado ci viene rimproverato di innalzarci volentieri al livello di mondi spirituali nell’osservazione del rapporto che c’è fra evoluzioni cosmiche lontane e l’uomo, di prendere in esame solo eventi di un remoto passato e prospettive future a lungo raggio, tralasciando quasi di occuparci di quello che dovrebbe riguardare l’uomo più da vicino, vale a dire la sfera della morale umana, dell’etica umana.

Nelle critiche che spesso ci vengono mosse una cosa è giusta, cioè di occuparci di quest’ambito importantissimo della vita animica e sociale umana meno di quanto ci occupiamo di altri argomenti lontani da noi, ed è che la sfera della morale umana dev’essere per noi di primaria importanza.

Ma ciò che va ribattuto a questa critica è che, proprio per il fatto che sentiamo tutta la portata del modo di pensare e di vivere scientifico-spirituale, possiamo accostarci a questa sfera solo con timore riverenziale, così da essere ben consapevoli che, se la si prende in considerazione nel senso giusto, essa tocca l’uomo da vicino più di ogni altra cosa e richiede la più degna e seria preparazione.

L’obiezione che ci viene fatta si può esprimere chiedendo: a che scopo prolisse riflessioni sul mondo? A cosa servono i racconti sulle numerose reincarnazioni di molti esseri, sui complessi rapporti karmici, se la cosa più importante nella vita sono le parole ripetute ai suoi seguaci da un saggio giunto al culmine dell’esistenza quando, ormai debole e malato dopo una vita all’insegna della sapienza, non era più in grado di muoversi da solo e diceva: “Figlioli, amatevi l’un l’altro”?

Come tutti sanno, così diceva in tarda età l’apostolo Giovanni, l’evangelista. Spesso si è sottolineato che le parole “Figlioli, amatevi a vicenda” contengono l’essenza della più profonda saggezza morale. Qualcuno potrebbe allora chiedersi: a che serve tutto il resto, se il bene, se i più sublimi ideali morali possono essere realizzati in maniera così semplice come indicano queste parole dell’evangelista Giovanni?

Miei cari amici, quando dall’episodio verissimo appena citato si deduce che agli uomini è sufficiente sapere che devono amarsi l’un l’altro, non si tiene conto di una cosa: colui al quale vengono attribuite queste parole le ha pronunciate al termine di una vita ricca di saggezza, di una vita in cui ha steso il più profondo e più importante dei Vangeli. Chi ha pronunciato queste parole si è acquistato il diritto di formularle solo avendo alle spalle quella vita pregna di saggezza che l’aveva portato a risultati così grandiosi.

Sì, miei cari amici, chi ha dietro di sé una vita come la sua può permettersi di riassumere tutto ciò che le anime umane colgono nella profonda saggezza contenuta nel Vangelo di Giovanni nelle parole appena citate come somma della sua sapienza, che da abissi imperscrutabili dell’anima fluiscono anche nelle profondità di altri cuori, di altre anime. Ma chi non è in condizioni analoghe deve prima guadagnarsi il diritto di esprimere in maniera così semplice le più alte verità morali, deve prima immergersi nelle profondità dell’universo.

Per quanto banale, la frase ricorrente secondo la quale “La stessa cosa detta da due persone non è la stessa” vale qui in misura particolare. Il caso di una persona che semplicemente si rifiuta di sapere qualcosa sui segreti del mondo, di sfiorarli, sostenendo che descrivere la vita morale è facilissimo, e usa le parole: “Figlioli, amatevi”, è ben diverso da quello dell’evangelista Giovanni che pronuncia le stesse parole, al termine di una vita così ricca di saggezza.

Per questo proprio chi capisce le parole dell’evangelista Giovanni dovrebbe trarne una conclusione completamente diversa dalla solita. Dovrebbe dedurne che prima occorre tacere e che parole così significative possono essere pronunciate solo quando si hanno la preparazione e la maturità necessarie.

Ma ora che abbiamo affrontato questo aspetto, facendo un’affermazione da cui alcuni non si sentiranno forse toccati nel profondo, nella nostra anima emergerà qualcosa di completamente diverso, qualcosa di infinita e fondamentale importanza. L’uomo si dirà:

«Certo, è ben possibile che i principi morali possano essere compresi nel loro significato più profondo solo al culmine di tutta la saggezza, ma l’uomo ne ha bisogno sempre. Come sarebbe possibile promuovere nel mondo una comunanza morale, un operare sociale morale qualsiasi, se per conoscere i massimi principi morali si dovesse aspettare di essere giunti al compimento della ricerca della saggezza? La morale è l’elemento più indispensabile per la convivenza umana, e adesso c’è chi sostiene che i principi morali si possono assimilare solo al termine della ricerca della saggezza»!

Qualcuno potrebbe dire che c’è da perdere ogni speranza nel saggio ordinamento del mondo se davvero la cosa di cui si ha più bisogno si può ottenere solo alla fine della ricerca umana.

La risposta a questi interrogativi ci viene fornita in abbondanza dai fatti della vita. Ci basta accostare due fatti a noi senz’altro noti nell’una o nell’altra forma per vedere immediatamente che può essere giusto

• sia il fatto che solo a conclusione della ricerca della saggezza giungiamo ai massimi principi morali, alla loro comprensione,

• sia il fatto che le cose a cui abbiamo appena accennato â€“ comunità e opere morali e sociali – non potrebbero esistere senza la morale.

Ce ne renderemo conto esaminando due realtà che nell’una o nell’altra forma abbiamo senz’altro ben presenti.

Chi non ha mai notato come un uomo molto evoluto culturalmente, il quale magari oltre ad aver coltivato una comprensione scientifica esteriore ha capito anche molte verità spirituali a livello teorico e pratico, possa essere una persona moralmente non tanto buona? Chi non ha constatato come certi uomini intelligenti e molto evoluti sul piano intellettuale si siano allontanati dalla via morale?

E chi non ha sperimentato l’altro fatto, dal quale possiamo trarre infiniti insegnamenti, di una bambinaia intellettualmente modesta e poco istruita, che ha allevato non i propri figli, ma quelli delle persone presso cui era a servizio, uno dopo l’altro dalle prime settimane di vita, ha contribuito alla loro educazione e magari fino alla propria morte ha sacrificato tutto ciò che aveva per quei bambini, in un modo assolutamente amorevole, nella dedizione più altruistica che si possa immaginare?

E se fosse stata avvicinata da qualcuno con principi morali tratti dai più sublimi tesori di saggezza, quella donna probabilmente non avrebbe mostrato nessun interesse particolare per quelle massime morali, ritenendole forse del tutto incomprensibili e inutili. Ma l’azione che ha esercitato a livello morale provoca ben più di una semplice teoria: un caso come questo ci fa spesso inchinare con rispetto davanti a ciò che tracimando dal cuore fluisce nella vita e compie una quantità infinita di bene.

Spesso fatti del genere danno una risposta molto più chiara agli enigmi della vita di quanto non facciano le discussioni teoriche: la creazione e l’evoluzione più sagge non hanno aspettato che gli uomini scoprissero i principi morali per attuare nel mondo l’agire in senso morale, il comportamento morale.

Per questo dobbiamo dire: lasciando per ora da parte le azioni immorali, delle quali conosceremo il motivo nel corso di queste conferenze, esiste nell’anima umana una specie di eredità divina, infusa come moralità innata e alla quale si può dare il nome di moralità istintiva, che permette agli uomini di vivere finché i principi morali non siano stati scandagliati.

È allora forse del tutto inutile preoccuparsi tanto dell’analisi dei principi morali? Non si potrebbe allora dire che la cosa migliore per gli uomini sia di abbandonarsi ai loro istinti morali originari, senza lasciarsi confondere da discussioni teoriche sulla morale?

Miei cari amici, queste conferenze hanno proprio lo scopo di dimostrare che le cose non stanno nemmeno così. Vogliono dimostrare che, perlomeno nell’attuale ciclo di evoluzione umana, dobbiamo cercare la morale in senso scientifico-spirituale, che tale morale è un compito che si manifesta come frutto del nostro anelito scientifico-spirituale, della nostra complessiva scienza dello spirito.

Schopenhauer, un filosofo moderno sicuramente conosciuto anche qui al nord, oltre ad alcune considerazioni filosofiche piuttosto errate, ha fatto anche un’affermazione molto giusta proprio per quanto riguarda i principi della morale, vale a dire: “Predicare la morale è facile, il difficile è fondarla.”

Questo aforisma è vero, poiché in effetti è facilissimo dire ciò che l’uomo deve o non deve fare per essere una brava persona, appellandosi ai principi più vicini alla sensibilità e al sentimento umani. Qualcuno si offenderà a sentir affermare che è facile, ma è così. E chi conosce il mondo e la vita, non ha dubbi sul fatto che non c’è altro argomento su cui si è discusso tanto come sui giusti principi della condotta morale.

E in particolare è vero anche che si incontra il massimo consenso fra i propri simili quando si parla di principi generali di una condotta morale. Si potrebbe dire che fa bene all’animo di chi ascolta, e che forte è il bisogno di trovarsi d’accordo con le parole dell’oratore quando questi espone i principi più generali della morale.

Ma con gli insegnamenti e le prediche sulla morale non si è ancora fondata la morale, proprio no. Se la si potesse fondare con gli insegnamenti e le prediche, allora oggi non ci sarebbe più immoralità, l’umanità dovrebbe per così dire essere straricca di azioni morali. In fondo a chiunque si è sempre presentata l’occasione di ascoltare i più bei principi morali, soprattutto perché alla gente piace tanto predicarli.

Ma sapere che cosa si deve fare, che cosa è giusto moralmente, è la cosa meno importante in campo morale. La cosa fondamentale a livello morale è invece che in noi possano vivere degli impulsi interiori che, grazie alla loro reale forza ed energia, si trasformano in azioni morali, manifestandosi quindi moralmente all’esterno. Si sa che questo non avviene affatto con le prediche o con i loro contenuti teorici.

Fondare la morale significa condurre l’uomo alle sorgive dalle quali attingere quegli impulsi che gli danno la forza di agire moralmente.

Quanto sia difficile attivare queste forze reali ce lo dimostra il semplice fatto che in effetti si è tentato innumerevoli volte – da parte della filosofia per esempio – di fondare un’etica, una morale. Infinite sono le risposte date alla domanda: «Cos’è il bene»? o «Che cos’è la virtù»?

Miei cari amici, provate un po’ a fare un elenco di tutto quello che hanno detto i filosofi, a partire da Platone e Aristotele, passando per gli epicurei, gli stoici, i neoplatonici, fino ad arrivare alle moderne concezioni filosofiche, riassumete tutto quello che è stato detto sulla natura e l’essenza del bene e della virtù da Platone fino a Herbert Spencer, e vedrete quante vie diverse sono state seguite per giungere alle sorgenti della moralità.

Queste conferenze vogliono mostrarvi che in realtà solo con l’approfondimento spirituale dell’esistenza, con l’addentrarsi nei segreti spirituali della vita, è possibile giungere non solo agli insegnamenti morali, ma anche agli impulsi morali, alle sorgenti morali della vita.

Ci basta un breve sguardo per capire che nel mondo questa morale non si manifesta affatto così semplicemente come si potrebbe credere. Lasciamo per un momento da parte ciò a cui oggi si dà il nome di morale e prendiamo in esame la vita dell’uomo in quegli ambiti che ci possono forse esser d’aiuto per una concezione morale della vita.

Fra le tante cose che la scienza dello spirito ci ha già dato, una delle più importanti, è la conoscenza del fatto che presso i vari popoli della Terra si sono affermate le più diverse concezioni, gli impulsi più molteplici. Cominciamo a confrontare fra loro due territori molto distanti l’uno dall’altro.

Andiamo indietro fino alla venerabile vita dell’antica India ed osserviamo come si è evoluta gradualmente fino ai giorni nostri.

Miei cari amici, sapete certamente che in nessun luogo della Terra quanto in India si è mantenuto fino all’era moderna ciò che era caratteristico per quei tempi remoti. Non c’è altra regione per cui questo valga di più che per la vita nella civiltà indiana e in alcune altre civiltà asiatiche. I sentimenti, i pensieri e i punti di vista che troviamo in questi insediamenti già in età antichissima si sono conservati fino ai nostri tempi.

La cosa che ci colpisce è che in quelle civiltà sia rimasto un riflesso di tempi remotissimi, che quando osserviamo quello che si è conservato fino ai nostri giorni è come se potessimo gettare uno sguardo in epoche antiche.

Ma occupandoci di certe zone specifiche non ci giova applicare il nostro criterio morale. Per questo vogliamo oggi metter da parte quel che ci verrebbe di dire sulle questioni morali di quei tempi e chiederci invece che cosa si è sviluppato dai tratti particolari dell’antica e veneranda civiltà indiana.

Dapprima vediamo che il valore che veniva maggiormente onorato e santificato era la devozione, la dedizione alla spiritualità.

E tanto più vediamo venerare e apprezzare questa dedizione allo spirito quanto più l’uomo è in grado di raccogliersi in se stesso, di vivere nel silenzio interiore e dedicare il meglio di sé alle cause prime che sono nei mondi spirituali â€“ indipendentemente da ogni attività nel mondo esterno e da ogni ruolo che l’uomo può avere sul piano fisico.

Riscontriamo questa dedizione devota dell’anima alle cause prime dell’esistenza come sommo dovere negli appartenenti alla casta più elevata della società indiana, nei brahmani.

Tutte le loro azioni, tutti i loro intenti sono improntati a questa devozione. E non c’è niente che tocchi l’animo e la sensibilità di quegli uomini più profondamente di questa dedizione al divino dimentica di ogni fisicità, in un’intensa e profonda introspezione e abnegazione di sè.

E come la vita morale di questi uomini fosse pervasa da quanto ho appena descritto lo potete desumere dal fatto che per chi in tempi antichi apparteneva ad altre caste era del tutto ovvio che la casta della devozione, della vita religiosa e rituale, fosse ritenuta eletta e degna di venerazione. Quindi la vita intera era pervasa dagli impulsi della devozione al divino, allo spirituale che vi ho appena descritto.

Con i principi morali generali fondati da una qualsiasi filosofia non è possibile capire ciò di cui stiamo trattando, perché in tempi in cui si sono sviluppati nell’antica India questi impulsi erano inimmaginabili presso altri popoli. Essi infatti avevano proprio bisogno del temperamento, del carattere particolare di quel popolo per potersi sviluppare con quell’intensità. Poi, con lo svolgersi della cultura, si sono da lì diffusi in tutto il resto della Terra.

Se vogliamo capire cosa si intende per divino-spirituale, dobbiamo risalire a questa fonte originaria.

Ed ora distogliamo lo sguardo da questa civiltà per rivolgerlo ad un’altra. Prendiamo in considerazione il territorio europeo e dirigiamo lo sguardo verso le popolazioni europee dei tempi in cui il cristianesimo non era ancora penetrato nella cultura europea ma si accingeva a entrarvi.

Voi tutti sapete che la civiltà europea ha per così dire contrapposto impulsi ben precisi, valori e forze interiori di un certo tipo, al cristianesimo che da est e da sud si inoltrava nel continente. Chi studia la storia dell’ingresso del cristianesimo in Europa, nell’Europa centrale e anche qui al nord, e soprattutto chi la studia con strumenti spirituali, sa quanto è costato nelle varie zone controbilanciare con certi impulsi cristiani ciò che l’Europa centrale e settentrionale portava incontro al cristianesimo.

E adesso, come abbiamo già fatto con la civiltà indiana, chiediamoci quali erano gli impulsi etici più elevati portati incontro al cristianesimo come tesoro morale, come eredità morale, dai popoli i cui discendenti costituiscono l’attuale popolazione dell’Europa settentrionale, centrale e dell’Inghilterra.

Ci basta nominare una sola delle virtù principali per sapere immediatamente che ci stiamo riferendo a qualcosa di tipico di questa popolazione nordica centroeuropea. Ci basta pronunciare le parole ardimento, valorosità, coraggio, l’entrare in campo con tutta la forza personale, per realizzare nel mondo fisico tutto ciò che l’uomo può volere a partire dai suoi impulsi più intimi.

E con ciò abbiamo nominato la virtù principale che gli europei hanno portato incontro al cristianesimo. E le altre virtù derivano in definitiva da questa – lo notiamo quanto più risaliamo alle epoche antiche.

Se prendiamo in esame la prodezza, il sincero ardimento in base alle sue caratteristiche fondamentali, vediamo che consiste in una esuberanza di vita interiore in grado di riversarsi al di fuori. È questa la caratteristica che più ci salta all’occhio nei popoli europei.

Un uomo che appartiene all’antica popolazione europea ha dentro di sé più di quanto gli occorra, distribuisce attorno a sé questa eccedenza perché sente il bisogno di farlo. Segue del tutto istintivamente l’impulso di dare ciò di cui dispone in sovrabbondanza. Si potrebbe dire che l’antico nord europeo in nulla fosse tanto prodigo come nell’elargire la propria esuberanza morale, la propria bravura e destrezza, nel riversare le proprie energie morali sul piano fisico.

Era veramente come se ogni singolo uomo dei primordi europei avesse ricevuto in dote una quantità di forze superiore al suo fabbisogno personale. Un’abbondanza di energia che l’uomo ha potuto irradiare e distribuire a profusione, che ha potuto utilizzare nelle sue imprese guerresche, per esempio, di quell’antichissima virtù, la cosiddetta “magnanimità”, che l’era moderna ha relegato fra i difetti.

• Agire con generosità è tipico della popolazione europea degli inizi, così come

• vivere con devozione è caratteristico dell’antica popolazione indiana.

I principi morali teorici non sarebbero stati di alcun aiuto alla popolazione europea dei primordi, dal momento che non sarebbe stata in grado di comprenderli. Fare prediche morali a un europeo di quei tempi sarebbe stato come consigliare a uno che non ama fare i conti di fissare con la massima precisione le entrate e le uscite. Se non gli piace farlo, basta semplicemente il fatto di non averne bisogno, cioè di possedere abbastanza denaro da spendere. Se ha una fonte inesauribile può evitare di tenere una contabilità meticolosa.

È una cosa tutt’altro che irrilevante, in teoria è assolutamente valida per tutto ciò che l’uomo considera prezioso per la vita in fatto di bravura individuale, di impegno personale.

Per l’organizzazione del mondo ciò vale circa i valori morali dell’antica popolazione europea. Ognuno aveva per così dire ricevuto la sua propria eredità divina, se ne sentiva stracolmo e la dispensava attorno a sé, ponendosi al servizio della propria stirpe, della famiglia, e anche di legami etnici più vasti. Così si agiva, si amministrava e si lavorava.

Ora abbiamo definito due aree di insediamento umano ben diverse fra loro, poiché la popolazione europea era del tutto priva del senso di devozione caratteristico degli antichi Indiani. Proprio per questo, per il fatto che le premesse erano completamente diverse, il cristianesimo ha fatto tanta fatica a trasmettere il senso di devozione ai popoli europei.

Dopo aver preso in esame queste cose, interroghiamoci sul risvolto morale – indipendentemente da ogni tipo di concettualità morale. Non occorre riflettere a lungo per rendersi conto che, laddove questi due orientamenti di vita e di sentimento si sono sviluppati nella loro forma più pura, l’effetto morale è stato quanto mai poderoso:

• il mondo ha ricevuto qualcosa di infinito grazie all’esistenza di una civiltà come quella indiana, con tutto il suo sentimento di devozione, col suo tendere verso le sfere più alte;

• e il mondo ha ricevuto qualcosa di infinito anche grazie alla valorosità, alla prodezza degli europei dell’epoca precristiana, affermazione che potremmo documentare nei particolari.

Entrambi gli elementi hanno dovuto agire, insieme hanno prodotto l’effetto morale che ancor oggi continua ad operare. L’apporto dell’uno e dell’altro è tornato utile non solo a una parte dell’umanità, bensì all’intero genere umano. In tutto ciò che l’uomo considera il sommo bene vive e opera:

• sia l’apporto dell’induismo

• sia quello proveniente dall’antico germanesimo.

Possiamo allora affermare senza esitazione che sia un bene ciò che produce questo effetto morale per l’umanità? Indubbiamente lo possiamo dire. In entrambe le correnti culturali deve esserci un bene, qualcosa che possiamo definire tale.

Ma se dovessimo chiederci che cos’è il bene come tale, ci troveremmo di fronte a un enigma: cos’è il bene che ha agito nell’uno e nell’altro caso?

Non ho intenzione di far prediche morali, poiché non ritengo questo il mio compito. Credo che il mio compito sia piuttosto quello di presentarvi i fatti che conducono ad una morale scientifico-spirituale, ed è per questo che ho cominciato col citarvi ad esempio due realtà note, pregandovi di tener conto unicamente che

• la realtà della devozione e

• la realtà della prodezza

hanno effetti morali sull’evoluzione culturale dell’umanità.

Ed ora rivolgiamo lo sguardo ad altri tempi ancora. Se prendete in considerazione la nostra vita presente con i suoi impulsi morali, vi direte naturalmente che al giorno d’oggi non è possibile – perlomeno in Europa – aderire al più puro ideale dell’induismo, dato che non si può instaurare la cultura europea con la devozione indiana. Ma sarebbe altrettanto impossibile raggiungere la nostra cultura odierna con l’antico e lodevole ardimento della popolazione europea.

Vediamo chiaramente che nel profondo del sentimento morale della popolazione europea c’è ancora qualcos’altro. Dobbiamo cercare qualcos’altro per poter rispondere alla domanda: che cos’è il bene? Cos’è la virtù?

Ho fatto spesso notare che dobbiamo distinguere fra l’epoca greco-latina, il quarto periodo culturale, e quella in cui viviamo attualmente, che consideriamo il quinto periodo culturale.

Di fatto quanto ho da dirvi a proposito della natura morale deve contraddistinguere la nascita del quinto periodo culturale dei tempi dopo il diluvio universale.

Cominciamo con una cosa che in un primo tempo potreste ritenere contestabile, dal momento che viene presa dal mondo della letteratura, delle leggende. Ma si tratta di qualcosa che caratterizza il modo in cui impulsi morali nuovi hanno cominciato ad agire, penetrando negli uomini man mano che prendeva piede l’evoluzione del nostro quinto periodo.

C’è un poeta vissuto tra la fine del dodicesimo e l’inizio del tredicesimo secolo: Hartmann von Aue, morto nel 1213. Questo poeta ha creato la sua opera più importante, Il povero Enrico, partendo dal modo di pensare e di agire del suo tempo, vale a dire dalla concezione che allora viveva in tutto il popolo.

Questo poema esprime in maniera sublime il pensiero che a quei tempi regnava in certe zone e cerchie riguardo agli impulsi morali. Il contenuto dell’opera è il seguente:

C’era una volta il povero Enrico, ricco cavaliere che in origine non era affatto “povero”, ma era noncurante del fatto che le cose del mondo materiale sono periture, effimere. Viveva alla giornata, procurandosi con gran rapidità un karma negativo. Viene poi colpito da una specie di lebbra, si rivolge ai più insigni medici del mondo allora conosciuto senza che nessuno sia in grado di aiutarlo. Si considera spacciato e mette in vendita i propri beni. Non potendo a causa della malattia stare fra la gente, vive appartato in una cascina gestita da un vecchio servitore devoto, che con la figlia lo accudisce fedelmente. Un giorno la famiglia del contadino, figlia compresa, viene a sapere che c’è una cosa sola che può salvare il cavaliere dal suo destino. Nessun medico e nessuna medicina lo possono aiutare: egli potrà guarire solo se una vergine pura offrirà la propria vita per amor suo. Nonostante tutti gli ammonimenti dei genitori e dello stesso cavaliere Enrico, nella figlia nasce la certezza di essere la persona chiamata a sacrificarsi. Enrico si reca allora a Salerno, dove ha sede la più famosa scuola di medicina di quei tempi, e la giovane non indietreggia davanti alle richieste dei medici: è disposta a sacrificare la vita. Il cavaliere però non le permette di arrivare a tanto, impedisce il suo sacrificio e torna a casa con lei. Ma il poema ci racconta che, una volta giunto a casa, il cavaliere cominciò a poco a poco a guarire e visse a lungo felice fino alla fine dei suoi giorni con colei che aveva voluto salvarlo.

Certo, potreste dire: si tratta di una invenzione poetica e non dobbiamo credere letteralmente ai fatti che ci racconta.

Ma le cose cambiano se confrontiamo ciò che il poeta medievale Hartmann von Aue ha scritto nel suo Il povero Enrico con un fatto realmente accaduto che ben conosciamo: con la vita di un uomo a voi ben noto e con le sue azioni. Intendo dire se paragoniamo ciò che Hartmann von Aue ha voluto descrivere alla vita di Francesco d’Assisi, nato in Italia nel 1182.

Ora, per descrivere quanto di morale personale si concentra nella particolare personalità di Francesco d’Assisi, lasciamo sfilare davanti all’anima le cose così come si presentano all’indagatore scientifico-spirituale, anche a rischio di passare per folli o superstiziosi. Prendiamo le cose sul serio, proprio come lo sono state realmente in quel periodo di transizione.

Sappiamo che Francesco d’Assisi era figlio del mercante italiano Bernardone, che girava in lungo e in largo la Francia per affari, e di sua moglie Pica. Sappiamo anche che il padre di Francesco teneva molto alla reputazione esteriore, e che la madre era una donna di pie virtù e preziose qualità del cuore, una donna che viveva secondo il proprio sentimento religioso.

Gli elementi che sotto forma di leggende aleggiano intorno alla nascita di Francesco e alla sua vita corrispondono in tutto e per tutto a realtà spirituali. Le immagini delle leggende usate dalla storia per avvolgere le realtà spirituali sono aderenti alla realtà stessa.

È quindi assolutamente vero che prima della nascita di Francesco d’Assisi un gran numero di persone ebbe rivelazioni in forma di visione, una specie di consapevolezza che sarebbe nato un grande personaggio. Dal gran numero di persone che hanno sognato, o meglio che hanno avuto la visione profetica del fatto che sarebbe nato un grande personaggio, la storia ha segnalato in particolare Sant’Ildegarda. Ancora una volta sottolineo la verità dei fatti emersi dalle ricerche nella cronaca dell’invisibile, che sono da considerare autentici.

A Santa Ildegarda apparve in sogno una donna dal volto graffiato e grondante di sangue che le disse: «Gli uccelli hanno i loro nidi qui sulla Terra, le volpi hanno le loro tane, ma io di questi tempi non ho nulla, neppure una pietra su cui potermi riposare».

Quando si svegliò da quel sogno Ildegarda seppe che quel personaggio rappresentava la vera forma del cristianesimo.

Molte altre persone fecero quel tipo di sogno e capirono che la struttura e l’istituzione esteriore della Chiesa non potevano essere un involucro adatto per accogliere il vero cristianesimo. Di questo si resero conto.

Una volta, mentre il padre di Francesco d’Assisi si trovava in Francia per affari, un pellegrino – si tratta anche qui di un fatto reale – fece una sosta a casa di Pica, la madre del santo, e le disse esplicitamente: «Non devi partorire il bambino che aspetti in questa casa in cui c’è tanta abbondanza. Devi darlo alla luce nella stalla, dovrà giacere sulla paglia per seguire le orme del suo Maestro».

La madre di Francesco ha veramente ricevuto questa esortazione ed è anche vero che, essendo il marito in viaggio d’affari in Francia, ha potuto far sì che Francesco venisse al mondo davvero sulla paglia in una stalla.

E anche questo è vero: poco dopo la nascita del bambino, in quella cittadina di pochi abitanti apparve uno strano personaggio, un uomo che non s’era mai visto in paese prima di allora e che non fu mai più rivisto in seguito. Costui percorse ripetutamente le strade dicendo: “In questa città è nato un uomo importante.”

In quel periodo la gente, ancora in grado di condurre una vita all’insegna delle visioni, aveva anche sentito suonare le campane mentre veniva al mondo Francesco.

Potrei citarvi ancora tutta una serie di fenomeni, ma per il momento ci bastano questi per indicare il modo significativo in cui tutto ciò che proviene dal mondo spirituale si concentrava allora nell’apparizione di una singola persona. Tutto questo diventa particolarmente interessante per noi nel momento in cui osserviamo un’altra cosa ancora.

Secondo la madre il bambino avrebbe dovuto chiamarsi “Giovanni”, e così venne chiamato. Solo al ritorno del padre dalla Francia, dove aveva concluso buoni affari, questi gli impose il nome “Francesco” (francese), ma in origine il piccolo si chiamava Giovanni.

Ci basti ora sottolineare solo qualche aspetto della vita di quest’uomo straordinario, soprattutto la sua giovinezza. Che di tipo di persona vediamo in Francesco d’Assisi adolescente?

Ci si presenta come un discendente degli antichi cavalieri germanici, cosa che per via delle numerose mescolanze di popoli a seguito delle migrazioni dal nord non ci deve stupire più di tanto. Valoroso, ardimentoso, mosso dall’ideale di conquistarsi fama e onore in battaglia. Era questa la caratteristica nella personalità di Francesco d’Assisi come elemento ereditario, come caratteristica per così dire di razza.

Si potrebbe dire che in lui si manifestano in modo più esteriore quelle qualità presenti in modo più interiore, più intimo nell’animo ardimentoso negli antichi popoli germanici, dal momento che durante la sua gioventù Francesco non era nient’altro che quel che si chiama un prodigo, uno scialacquatore. Aveva le mani bucate riguardo alle ricchezze del padre, a quel tempo agiato mercante. Ovunque si recasse, dilapidava abbondantemente i beni, i frutti del lavoro del padre. Distribuiva a piene mani a tutti i suoi amici e compagni di gioco.

Non c’è allora da stupirsi se i suoi compagni lo sceglievano sempre come capo quando giocavano a darsi battaglia, e se lui poi è cresciuto in modo da sembrare in tutto e per tutto un ragazzo bellicoso, al punto da essere famoso per quello in tutta la città. Fra i ragazzi di Assisi e quelli di Perugia nascevano contese di ogni genere, alle quali anche lui prendeva parte. Gli capitò pure di venir catturato e tenuto prigioniero insieme ai suoi amici.

Non solo sopportò la prigionia come un cavaliere, ma incoraggiava i suoi compagni ad affrontare la situazione con altrettanta dignità finché, dopo un anno, poterono far ritorno a casa. E quando fu necessario intraprendere una spedizione bellica contro Napoli al servizio della cavalleria, quel giovane ebbe in sogno una visione:

Vide un grande palazzo pieno di scudi e armi, una sorta di edificio che conteneva ovunque ogni genere di armi.

Fece questo sogno, lui che nella casa di suo padre aveva visto solo stoffe di ogni tipo. E si disse: “Questa è una esortazione a diventare un guerriero.” Dopo di che decise di unirsi alla spedizione contro Napoli.

Già per strada e ancor più una volta raggiunto l’esercito, ebbe impressioni di tipo spirituale. Sentiva una specie di voce che gli diceva: “Non proseguire! Hai interpretato in maniera sbagliata l’immagine vista in sogno. Torna ad Assisi e saprai come decifrare la visione.”

Francesco diede ascolto a quelle parole, ritornò ad Assisi, ed ebbe una specie di dialogo interiore con un Essere che gli parlò spiritualmente dicendogli:

«Non è nel servizio esteriore che devi essere un cavaliere. Sei destinato a trasformare tutte le forze di cui disponi in forze dell’anima, in armi da usare per il cammino dell’anima. Tutte le armi che ti sono apparse nel palazzo rappresentano le armi dell’anima e dello spirito, le armi della misericordia, della compassione e dell’amore. Tutti gli scudi simboleggiano la ragione che devi usare per mantenerti saldo di fronte alle tribolazioni di una vita trascorsa all’insegna della misericordia, della compassione e dell’amore».

Questo episodio fu seguito da una breve ma pericolosa malattia, dalla quale comunque guarì. Dopo di che sperimentò per parecchi giorni una specie di visione retrospettiva della vita che aveva condotto fino ad allora.

Il cavaliere che nei suoi sogni più arditi aveva desiderato diventare un eroe di guerra era stato in un certo senso riplasmato e temprato in un uomo dedito alla ricerca assoluta di tutti gli impulsi della misericordia, della compassione e dell’amore. Tutte le forze che voleva mettere al servizio del mondo fisico si erano trasformate in energie morali della vita interiore.

Vediamo allora come in una singola persona sorge un impulso morale. Il fatto che stiamo prendendo in esame un grande impulso morale non è irrilevante: infatti, anche se il singolo non sempre riesce ad innalzarsi fino alle vette più alte della moralità, noi possiamo imparare da colui nel quale si esprime radicalmente e lo vediamo agire al massimo della sua forza.

Proprio nel momento in cui dirigiamo l’attenzione sui fenomeni estremi e osserviamo le cose piccole alla luce di quelle grandiose, possiamo avere una giusta visione delle leve morali della vita.

Ma cosa è successo a Francesco d’Assisi? Non occorre descrivere gli scontri che ha avuto con suo padre quando è passato a tutt’altro tipo di “prodigalità”. Il padre poteva ancora comprendere l’atteggiamento scialacquatore del figlio finché questo aveva procurato fama e lustro alla sua casa.

Non capiva invece come mai, dopo la trasformazione subita, il figlio si fosse privato dei suoi migliori vestiti, trattenendo solo il minimo indispensabile, per regalarli ai bisognosi. Non riusciva a rendersi conto perché mai suo figlio fosse stato preso da un impulso che lo portava a dirsi: “È pazzesco quanto poco stimati siano coloro grazie ai quali i valori cristiani hanno ottenuto risultati così grandi in Occidente.” Dopo di che si recò in pellegrinaggio a Roma e depose un’ingente somma di denaro sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Suo padre queste cose non le capiva.

Non ho bisogno di descrivervi gli scontri che ci sono stati, mi basta accennare che in Francesco si sono concentrati tutti quegli impulsi morali che hanno trasformato il vecchio coraggio in qualità dell’anima. Si sono evoluti al punto tale che nelle meditazioni si sono espressi in una rappresentazione particolare e gli sono apparsi sotto forma della croce con il Cristo crocifisso.

In quelle situazioni sentiva un rapporto intimo e personale con la croce e con il Cristo, e da lì gli provenivano le forze con cui aumentava all’infinito le energie morali che lo attraversavano.

Escogitò un modo singolare di far buon uso di ciò che si stava sviluppando dentro di lui. A quei tempi su molti paesi europei si erano abbattuti gli orrori della lebbra.

La Chiesa aveva ideato uno strano tipo di “terapia” per i lebbrosi, all’epoca così numerosi. Il sacerdote li convocava a sé e diceva loro: “In questa vita sei afflitto da questa malattia, ma proprio il fatto che tu sei perso per la vita terrena sei guadagnato per Dio, sei consacrato a Lui.” Poi però il malato veniva relegato in luoghi lontani dagli uomini, costretto a concludere la propria esistenza solo e abbandonato.

Non voglio biasimare questa “cura”, a quei tempi non se ne conosceva una migliore. Ma Francesco d’Assisi ne conosceva un’altra, e per questo motivo ne parliamo, perché seguendo l’esperienza diretta ci condurrà alle reali sorgenti della moralità. Nei prossimi giorni sarà sempre più chiaro come mai ci occupiamo di questi argomenti.

Le cose descritte hanno spinto Francesco a cercare ovunque i lebbrosi, a non provare nessun timore nell’entrare in contatto con loro. E di fatto quello che non poteva essere guarito dai rimedi allora noti e che rendeva necessario allontanare le persone dalla comunità, in moltissimi casi venne guarito da Francesco, poiché si accostava a quelle persone con la forza dei suoi impulsi morali, che non gli facevano aver paura di niente, ma gli infondevano invece il coraggio non solo di asciugare con cura le piaghe che affliggevano quei malati, ma anche di vivere insieme a loro, curarli intensamente, e addirittura baciarli, infondendo loro tutto il suo amore.

La guarigione del povero Enrico grazie alla figlia del servo fedele non è una pura finzione, ma esprime quanto accadeva a quei tempi in numerosi casi per opera di Francesco d’Assisi, che è un personaggio storico ben reale.

Cerchiamo di capir bene che cosa è successo: è accaduto che in un uomo come Francesco d’Assisi ci fosse un’enorme dovizia di vita psichica, ciò che nell’antica popolazione europea abbiamo trovato sotto forma di prodezza e forza d’animo, qualità che si sono trasformate in qualcosa di animico-spirituale e che poi hanno agito in quell’ambito.

Come nei tempi antichi la magnanimità e l’ardimento avevano portato allo sperpero di energie personali, che si erano ancora manifestati nella prodigalità giovanile di Francesco d’Assisi, così ora facevano di lui un uomo prodigo delle proprie forze morali.

Francesco traboccava di forza morale da tutti i pori, e quello che aveva dentro di sé si trasmetteva a tutte le persone a cui elargiva il suo amore.

Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una realtà simile a quella dell’aria che respiriamo e senza la quale non potremmo vivere!

Era una realtà di questo tipo quella che pervadeva tutte le membra di Francesco d’Assisi e da lì fluiva in tutti i cuori a cui lui si dedicava, poiché il santo distribuiva con generosità e in abbondanza le forze che emanavano dalla sua persona. E questo è qualcosa che è confluito in tutta la vita matura dell’Europa, si è trasformato in patrimonio dell’anima e ha in un certo senso agito nel mondo esterno.

Proviamo a riflettere su questi fatti che in un primo momento sembrano non avere nulla a che vedere con le attuali questioni morali.

Cerchiamo di capire cosa c’è

• nella devozione indiana e

• nella prodezza nordica.

Proviamo a considerare l’effetto risanante delle forze morali prodigate da Francesco d’Assisi, e così domani potremo parlare di quelli che sono i reali impulsi morali. Vedremo allora che non sono solo parole, ma realtà che operano nell’anima e danno un fondamento alla morale.

Seconda conferenza

Il coraggio

si trasforma in amore:

Buddha e Cristo all’opera nell’uomo

Norrköping, 29 maggio 1912

Miei cari amici!

Già ieri vi ho fatto notare che le affermazioni scientifico- spirituali che faremo in questa sede a proposito di principi e impulsi morali si devono fondare sui fatti. È per questo che abbiamo cercato di prendere in esame alcuni fatti in grado di mostrare gli impulsi morali nel senso più alto.

Era in una personalità come quella di Francesco d’Assisi che potenti energie morali hanno agito nel modo più evidente, perché in quella persona si compissero le azioni a cui era destinata.

Di che azioni si tratta, miei cari amici? Quelle di Francesco d’Assisi sono azioni che mostrano la moralità nel senso più elevato del termine.

Francesco era circondato da persone affette da malattie gravissime, per le quali a quei tempi il resto del mondo non aveva rimedi. Il suo dinamismo morale non faceva soltanto in modo che molti di quei malati gravi trovassero nella propria anima un sostegno morale, un grande conforto â€“ di sicuro per molti questa era la sola cosa possibile â€“, ma alcuni dotati di fede e fiducia a sufficienza ottenevano anche che le forze morali che emanavano da Francesco d’Assisi avessero addirittura sul corpo un effetto terapeutico, risanante.

Ora, per penetrare più a fondo nella domanda: “Come sorgono le forze morali?”, proprio nel caso di un personaggio così eccellente come Francesco d’Assisi dobbiamo chiederci come abbia potuto sviluppare simili forze morali. Che cosa si è effettivamente verificato nel suo essere? Se vogliamo capire che cosa ha agito di fatto nell’anima di quell’uomo straordinario, dobbiamo ampliare un po’ la nostra prospettiva.

Ricordatevi, miei cari amici, che presso l’antica civiltà indiana vi era una certa stratificazione delle persone, una divisione in quattro caste, e che presso gli Indiani la casta superiore era quella dei brahmani, i custodi della sapienza.

La separazione delle caste era nell’antica India talmente rigorosa che per esempio solo i brahmani potevano leggere i libri sacri, mentre gli appartenenti alle altre caste non avevano il diritto di farlo. La seconda casta, quella dei guerrieri, poteva soltanto ascoltare dai brahmani gli insegnamenti racchiusi nei Veda o nel loro compendio, il Vedanta. Solo i brahmani erano autorizzati a spiegare un passo dei Veda, ad avere un’opinione sul significato di quei testi. Agli altri uomini era severamente vietato avere un’opinione sul tesoro di sapienza contenuto nei libri sacri.

La seconda casta era composta dagli uomini che dovevano occuparsi dell’arte della guerra e dell’amministrazione del paese. Poi c’era una terza casta che doveva esercitare il commercio e le attività artigianali, e una quarta, la classe dei veri e propri lavoratori.

Infine esisteva però anche un ceto estremamente abbietto, quello dei paria, talmente poco stimati che un brahmano si sentiva contaminato col solo calpestare l’ombra proiettata da uno di loro. Solo per essere passato sull’ombra di un uomo impuro come un paria, il brahmano doveva sottoporsi a certe procedure di purificazione.

Vediamo quindi come in quel paese gli uomini fossero stranamente suddivisi in quattro caste riconosciute, più una che non era neanche riconosciuta. Se ci chiediamo se nell’antica India tali regole venissero anche rispettate rigorosamente, dovremo risponderci: sì, con estremo rigore. E ancora, ai tempi in cui in Europa regnava già la civiltà greco-latina, nessun membro della casta indiana dei guerrieri avrebbe osato farsi un’opinione personale sui contenuti dei libri sacri, dei Veda.

Come si era prodotta una simile discriminazione degli esseri umani? Per quale motivo al mondo si era creata una simile suddivisione fra gli uomini?

È strano trovare questa suddivisione in caste proprio nel popolo più evoluto dell’antichità, nel popolo che in tempi relativamente remoti era emigrato in Asia dall’antico continente atlantico, conservando la più grande saggezza, tutti i tesori di conoscenza dell’antica epoca atlantidea. Sembra proprio strano. Come possiamo capire una cosa simile?

Il fatto di selezionare un gruppo esclusivo di uomini con il compito di custodire il bene considerato sommo, mentre tutti gli altri erano destinati per nascita ad occupare posizioni subordinate, sembra quasi una contraddizione con tutta la saggezza e la bontà dell’ordinamento e dell’orientamento del mondo.

Lo si può capire solo entrando più a fondo nei segreti dell’esistenza.

Infatti il mondo e la sua evoluzione, miei cari amici, sono possibili solo grazie alla differenziazione, all’articolazione. Se tutti gli uomini avessero voluto giungere a quella sapienza conseguita dalla casta dei brahmani, non ci sarebbe potuto arrivare nessuno.

Non si può sostenere che il fatto che non tutti gli uomini possano giungere nello stesso modo e allo stesso tempo alla massima saggezza sia in contraddizione col divino e saggio ordinamento del mondo. Una simile affermazione infatti sarebbe insensata quanto la pretesa che la divinità sommamente saggia e onnipotente formi un triangolo con quattro angoli. Nessuna divinità potrebbe creare un triangolo se non dandogli tre angoli.

Ciò che è nello spirito intrinsecamente ordinato e predeterminato dev’essere rispettato anche dal divino ordinamento cosmico. Ed è una legge evolutiva altrettanto rigorosa di quella dei limiti spaziali, in base alla quale un triangolo può avere solo tre angoli, la legge secondo la quale l’evoluzione deve avvenire per differenziazione, che determinati gruppi di uomini devono essere separati dagli altri, affinché nell’evoluzione umana possa attuarsi un modo di essere particolare. Da questo gli altri esseri umani devono restare per un certo periodo esclusi.

Non è solo una legge dell’evoluzione umana in quanto tale, bensì una legge che vale per tutta l’evoluzione. Osservate la figura umana: ammetterete senz’altro che le sue parti migliori e più preziose sono le ossa del cranio. Ma come è stato possibile che solo queste ossa siano diventate gli involucri del nobile organo del cervello?

In potenza ogni osso del corpo umano può diventare un osso della testa. Affinché alcuni elementi del sistema osseo complessivo potessero raggiungere quella vetta evolutiva e diventare l’involucro frontale o occipitale, le ossa iliache o quelle articolari hanno dovuto rimanere indietro, ad uno stadio evolutivo “subordinato”, dato che ognuna di queste ossa è potenzialmente in grado di diventare un osso della testa come quelle che lo sono realmente diventate.

Lo stesso avviene anche nel mondo: ogni ulteriore sviluppo è possibile solo se un elemento resta indietro e l’altro va avanti e arriva perfino oltre un determinato punto dell’evoluzione. Per questo si può dire che i brahmani sono andati oltre un certo punto medio dell’evoluzione, mentre le caste inferiori sono rimaste indietro.

Quando si verificò il grande diluvio sull’Atlantide, gli uomini si spostarono gradualmente verso l’oriente. Lasciarono l’antico continente situato dove oggi c’è l’Oceano Atlantico, e popolarono le terre delle attuali Europa, Asia e Africa. Tralasciamo di occuparci del fatto che alcuni migrarono verso occidente e che i loro discendenti furono poi trovati in America dagli “scopritori” di questo continente.

Sull’Atlantide si abbatté la catastrofe, il continente non venne abbandonato solo dalle quattro caste che si stabilirono in India. Verso oriente non partirono soltanto le quattro caste che si differenziarono a poco a poco, bensì sette caste. E le quattro caste che si affermarono in India erano le quattro più elevate.

Oltre alla quinta, quella dei paria, che in India veniva del tutto detestata e costituiva per così dire una “sostanza connettivale” della popolazione, esistevano altre caste che non si sono spinte fino in India, ma sono rimaste indietro in vari luoghi dell’Europa, dell’Asia anteriore e soprattutto in Africa. Le cose stavano dunque così: solo le caste più nobili si stabilirono in India, mentre in Europa rimasero uomini con caratteristiche completamente diverse da quelli che erano stati condotti fino all’India.

Possiamo capire quello che in seguito è successo in Europa solo se sappiamo che le parti allora più eccellenti dell’umanità si erano spinte fino in Asia e che in Europa erano rimasti gli appartenenti alla gran massa della popolazione che si prestavano a incarnazioni del tutto particolari. Se vogliamo capire che genere di incarnazioni di anime assolutamente speciali ci siano state ai primordi dell’Europa presso la gran massa della popolazione, dobbiamo ricordarci di un avvenimento particolare avvenuto nell’epoca atlantica.

In un certo periodo dell’antica evoluzione sull’Atlantide era successo che i grandi misteri, le grandi verità dell’esistenza – verità molto più importanti di tutte quelle a cui si è innalzata l’umanità a partire da allora – invece di essere tenuti segreti all’interno di cerchie o scuole ristrette, come sarebbe stato doveroso a quei tempi, furono rivelati a grandi masse della popolazione, vennero cioè traditi.

Le grandi masse della popolazione ricevettero così dai centri misterici la conoscenza di verità spirituali per le quali non erano ancora moralmente mature. Le loro anime furono travolte da un vortice di decadenza morale, al punto che sulla via del bene e della moralità rimasero solo quelli che in seguito si trasferirono in Asia.

Ma anche questo fatto, miei cari amici, non deve farci credere che l’intera popolazione europea fosse composta solo da uomini le cui anime appartenevano agli individui che avevano subito un decadimento morale ai tempi della tentazione nell’Atlantide; al contrario, in quella popolazione europea si erano disseminati ovunque anche altri uomini che durante la grande migrazione verso l’Asia erano rimasti indietro, per assumere un ruolo di guida.

Le cose stavano dunque così: su tutto il territorio dell’Europa, dell’Asia anteriore e dell’Africa abbiamo uomini che per così dire appartenevano a caste o razze che permettevano che nei loro corpi vivessero solo anime corrotte. Ma erano rimasti indietro anche degli individui che non avevano seguito i loro compagni fino in Asia e che erano in grado di assumere la direzione, essendo dotati di anime migliori, più evolute.

Nei tempi antichi in cui si stavano sviluppando la civiltà indiana e quella persiana, i luoghi migliori per le anime che dovevano assumere il comando erano le regioni più settentrionali dell’Europa, le zone in cui sono esistiti anche i più antichi misteri del nostro continente.

Lì furono prese misure di protezione con lo scopo di evitare ciò che un tempo era accaduto nell’antica Atlantide, dove per le anime che abbiamo descritto la tentazione era consistita nel fatto che erano stati loro svelati elementi di saggezza, misteri e verità spirituali per i quali non erano ancora mature. Per questo nei misteri europei il bene della sapienza dovette essere ancor più rigorosamente salvaguardato e protetto.

Perciò coloro che in epoca postatlantica erano in Europa le effettive guide sagge evitavano di mettersi in mostra e custodivano come un segreto inviolabile ciò che avevano ricevuto, al punto che possiamo dire: anche in Europa c’erano uomini paragonabili ai brahmani dell’Asia. Ma questi brahmani europei non erano conosciuti esteriormente come tali da nessuno, essi tenevano i sacri segreti racchiusi nei centri misterici nel senso più rigoroso del termine, affinché con la popolazione fra cui erano distribuite queste guide non si ripetesse ciò che era già successo una volta sul continente atlantico.

Solo grazie al fatto che i tesori della sapienza vennero custoditi e protetti nella maniera più rigorosa, alle anime fu in un certo senso possibile progredire. La differenziazione infatti non avviene in modo che una parte dell’umanità sia destinata fin dal principio ad assumere una posizione inferiore rispetto a un’altra; al contrario, quello che in un dato periodo viene per così dire spinto verso il basso, in un altro potrà riprendere a svilupparsi verso l’alto.

Ma affinché questo avvenga è necessario creare le condizioni adeguate. Per questo in Europa erano presenti anime cadute in tentazione, che avevano perso l’orientamento morale, e in mezzo a loro agiva una saggezza proveniente da fonti profonde e nascoste.

Ma anche le altre caste trasferitesi in India avevano lasciato una parte dei loro membri in Europa. Furono soprattutto gli appartenenti alla seconda casta indiana, i guerrieri, ad appropriarsi del comando in Europa: mentre i saggi, cioè quelli che corrispondevano ai brahmani in India, si ritiravano in luoghi appartati da cui fornivano i loro consigli, i guerrieri andavano a vivere in mezzo al popolo per migliorarlo in base alle direttive di quegli antichissimi sacerdoti europei. Quelli che avevano un’indole battagliera vivevano in mezzo al popolo.

Questa seconda casta deteneva il massimo potere in Europa nei tempi antichi, ma riceveva le direttive dai saggi che restavano nel retroscena. Avvenne dunque che le personalità più influenti e importanti in Europa fossero proprio quelle che brillavano per le qualità di cui abbiamo parlato ieri, il coraggio e la prodezza. Quindi,

• mentre in India la saggezza risplendeva al massimo nei brahmani per via della loro capacità di interpretare le sacre scritture,

• in Europa le qualità massimamente apprezzate erano la prodezza e l’ardimento.

• e gli uomini sapevano dove attingere i segreti divini dai quali poi dovevano far fluire il valore e il coraggio.

Così vediamo scorrere per migliaia e migliaia di anni la civiltà dell’Europa e come le anime a poco a poco migliorano e si elevano.

Ma in Europa, dove c’erano anime che in fin dei conti discendevano dalla popolazione che aveva vissuto la grande tentazione, non si poteva instaurare una divisione in caste come quella dell’India. Le anime si mescolavano fra loro; non si verificò una stratificazione, una divisione in caste come in India.

Subentrò piuttosto una distinzione fra quelli che erano alla guida e costituivano un ceto superiore, di comando, e che in seguito come tale si ramificò nelle più svariate direzioni, e quelli che venivano comandati, che formavano un ceto subordinato. Quest’ultimo era formato prevalentemente da anime che dovevano lottare per innalzarsi.

Se cerchiamo le anime che hanno lottato per elevarsi a poco a poco da quello stadio inferiore, che da anime corrotte si sono trasformate in anime superiori, le troviamo soprattutto in quella popolazione europea di cui oggi la storia parla poco, di cui non si legge molto nei libri. Quella popolazione si è sviluppata per secoli e secoli per salire ad un grado più alto, per riprendersi in un certo senso dal contraccolpo subito nell’antica epoca atlantidea.

In Asia si aveva a che fare con una civiltà in costante progresso, mentre in Europa si aveva maggiormente a che fare con un miglioramento, con la graduale trasformazione di una sconfitta morale in un risanamento morale.

Le cose rimasero a lungo così, questo miglioramento si verificò soltanto perché nelle anime umane c’era uno straordinario istinto d’imitazione e perché coloro che agivano da valorosi fra il popolo venivano visti come modelli da seguire. I “primi”, quelli che primeggiavano, venivano perciò chiamati “principi” e venivano imitati dagli altri. Fu quindi grazie a queste anime umane che come condottieri si erano mescolate al popolo che venne sollevata la moralità di tutta l’Europa.

Ma per questo era diventato necessario anche qualcos’altro nell’evoluzione europea. Per capirlo dobbiamo distinguere nettamente fra

• l’evoluzione delle razze (dei corpi) e

• l’evoluzione delle anime.

Questi due tipi di evoluzione non vanno assolutamente confusi fra loro.

Un’anima umana può evolvere in modo da reincarnarsi in una certa vita in una determinata razza. Dopo essersi procurata certe caratteristiche, può successivamente incarnarsi in una razza, in un tipo di corpo completamente diverso. Oggigiorno nella popolazione europea sono incarnate anime che in esistenze passate hanno vissuto in India, in Giappone o in Cina.

Le anime non si incarnano sempre nella stessa razza. L’evoluzione dell’anima è del tutto diversa da quella del corpo fisico, che va avanti per la propria strada.

Nell’evoluzione dell’antica Europa, le anime che non si potevano incarnare in corpi asiatici vennero trasferite nelle razze europee. Per questo a quei tempi le anime erano costrette ad incarnarsi continuamente in razze europee.

Ma diventarono sempre migliori e questo permise loro di passare gradualmente in tipi di corpi migliori, così che anime in precedenza incarnate in tipi di corpi del tutto subordinati poterono evolversi fino a raggiungere uno stadio più elevato e in seguito si incarnarono nei corpi dei discendenti della popolazione che deteneva il comando in Europa.

I discendenti corporei della popolazione dominante aumentarono, divennero più numerosi di quanto fossero in origine, poiché le anime si moltiplicavano in quella direzione. Dopo essere migliorate, le anime si incarnavano nella popolazione che guidava l’Europa. E l’evoluzione proseguì in maniera tale per cui la forma corporea in cui si era incarnata originariamente l’antichissima popolazione europea si estinse in quanto costituzione fisica, così che le anime abbandonarono i corpi che erano formati in un certo modo, e questi finirono per scomparire del tutto.

È per questo che nelle corporeità di tipo inferiore ci furono sempre meno discendenti, mentre divennero sempre più numerose le costituzioni superiori. A poco a poco gli strati inferiori della popolazione europea si estinsero completamente.

Si tratta di un processo ben preciso che dobbiamo capire bene: le anime sono in continua evoluzione, i tipi di corpi sorgono e scompaiono. Per questo dobbiamo distinguere fra evoluzione delle anime ed evoluzione delle razze. Le anime ricompaiono più tardi in corpi che discendono da razze superiori.

Un simile processo non è privo di effetti. Quando si verifica la scomparsa di qualcosa su vasti territori, quel qualcosa non svanisce nel nulla, ma si decompone per poi assumere un’altra forma.

Capiamo in che forma si conserva se teniamo presente il fatto che in sostanza nei tempi antichi, con l’estinzione della popolazione peggiore di cui vi ho parlato, l’intero territorio si andò gradualmente riempiendo di esseri demoniaci che rappresentavano il prodotto della decomposizione, della putrefazione di ciò che si era estinto.

Tutta l’Europa e anche l’Asia anteriore erano quindi infestate dai prodotti spiritualizzati della decomposizione dei corpi della popolazione peggiore che si era estinta. Questi demoni della putrefazione ebbero una lunga durata ed agirono in seguito sugli uomini.

Avvenne quindi che questi demoni della putrefazione, presenti in un certo senso nell’atmosfera spirituale, poterono esercitare il loro influsso sugli uomini, facendo in modo di pervaderne i sentimenti e le sensazioni.

Lo vediamo chiaramente nel fatto che più tardi, all’epoca delle invasioni barbariche, grandi masse di popolo, fra cui Attila e le sue orde, giunsero in Europa dall’Asia gettando il nostro continente nel terrore, un terrore che rese gli uomini adatti ad entrare in relazione con ciò che già da tempo era presente sotto forma di entità demoniache.

A poco a poco, attraverso quelle entità demoniache, si sviluppò, come conseguenza del terrore suscitato dalle orde provenienti dall’Asia, quella che sarebbe diventata l’epidemia del Medioevo, la lebbra.

Questa malattia altro non era che la conseguenza dello stato di terrore e paura in cui vivevano gli uomini di allora. Ma quello stato di terrore e paura poté raggiungere il suo scopo solo nelle anime che erano state esposte alle forze demoniache nei tempi passati.

Ora vi ho descritto in che modo gli uomini furono colpiti da una malattia che in seguito venne sostanzialmente estirpata dall’Europa, e come mai tale malattia fosse così diffusa proprio nell’epoca di cui vi ho parlato ieri.

Vediamo così come in Europa si fosse estinto un certo sostrato fisico della popolazione dato che le anime si erano evolute verso l’alto, ma come esso continuasse ad agire sotto forma di forze demoniache che causavano le malattie che andavano a colpire gli uomini. La malattia in questione, la lebbra, si presenta come conseguenza di cause animico-spirituali.

A quel punto era necessario porre rimedio alla situazione, che poté subire un’ulteriore evoluzione solo con la completa rimozione dall’evoluzione europea di quanto abbiamo appena descritto.

Ieri abbiamo portato un esempio di come ciò sia stato eliminato, mostrando come da un lato vi fossero gli effetti dell’immoralità sotto forma di demoni della malattia e dall’altro i forti impulsi morali che si manifestavano in Francesco d’Assisi. Grazie alle forti energie morali di cui era dotato, radunò intorno a sé altri uomini che, seppure in misura minore, agivano nel suo stesso senso. In effetti a quei tempi ci furono parecchie persone che si comportavano come lui, solo che la cosa non durò a lungo.

Com’era entrata in Francesco d’Assisi una simile forza animica?

Dato che non ci siamo riuniti per occuparci di scienza in termini esteriori, ma per comprendere la morale umana partendo dai suoi fondamenti spirituali, dobbiamo prendere in esame alcune verità spirituali.

Dobbiamo chiederci da dove provenga un’anima come quella di Francesco d’Assisi.

Possiamo capire un’anima come quella di Francesco solo scrutandola un po’ nelle sue profondità nascoste.

A questo proposito devo ricordarvi che l’antica suddivisione in caste dell’India ha subito un primo colpo, una prima scossa ad opera del buddismo, che fra i vari contributi dati alla vita asiatica ha portato anche il fatto di non riconoscere una legittimità alla divisione in caste, riconoscendo invece, nella misura in cui era allora possibile per l’Asia, il diritto di ogni uomo al conseguimento del massimo a cui si può aspirare.

Miei cari amici, sappiamo anche che ciò è stato possibile solo grazie alla personalità del Buddha, straordinariamente grande e possente.

E sappiamo anche che, secondo quanto ci viene narrato di solito, il Buddha è diventato tale nel corso dell’incarnazione in cui prima era un bodhisattva, che rappresenta il grado di dignità immediatamente inferiore a quello di Buddha. Per il fatto di essersi risvegliato nel suo ventinovesimo anno di età e aver sentito dentro di sé la grande verità della vita e del dolore, quel figlio del re Suddhodana raggiunse la grandezza che gli permise di annunciare al mondo asiatico quello che noi conosciamo come buddismo.

Ma a questa evoluzione da bodhisattva a Buddha era collegato qualcos’altro che non dobbiamo perdere di vista: il fatto che quell’individualità che in qualità di bodhisattva aveva attraversato numerose incarnazioni fino ad assurgere alla dignità di Buddha, diventando Buddha era destinata a vivere per l’ultima volta sulla Terra in un corpo fisico. Quindi chi da bodhisattva si eleva al rango di Buddha vive la sua ultima incarnazione.

Da quel momento in poi una simile individualità agisce solo da altezze spirituali, opera soltanto a livello spirituale. Vediamo dunque che a partire dal V secolo prima della nostra era l’individualità del Buddha ha agito solo da altezze spirituali.

Ma il buddismo continuò ad agire, esercitando la propria influenza non solo sulla vita dell’Asia, ma anche sulla vita spirituale di tutto il mondo allora conosciuto.

Sapete come il buddismo si è diffuso in Asia, sapete quanto è grande il numero dei suoi seguaci in quel continente. Ma esso si diffonde anche all’interno della vita spirituale europea, in forma più nascosta e velata.

E soprattutto dobbiamo far notare che proprio ciò che del grande insegnamento del Buddha è relativo all’uguaglianza di tutti gli uomini era particolarmente adatto ad essere accolto dalla popolazione europea, che non era ordinata secondo una divisione in caste, ma si fondava di più sull’assenza di ogni differenza, sull’uguaglianza fra gli uomini.

Nei secoli che si estesero fin nell’era cristiana, venne fondata sulle rive del Mar Nero una specie di scuola misterica.

Questa scuola era diretta da uomini che si erano posti come ideale sommo proprio ciò che dell’insegnamento del Buddha vi ho appena descritto, ma nei secoli successivi all’avvento del Cristo ebbero la possibilità di dare una nuova luce a quanto il Buddha aveva portato agli uomini, per il fatto di aver contemporaneamente accolto l’impulso cristico.

Per descrivervi come lo scienziato dello spirito vede la scuola misterica sul Mar Nero in maniera che lo comprendiate al meglio, ve la presento così:

Là si erano radunati degli uomini che in un primo tempo avevano maestri esterni nel mondo fisico e venivano istruiti negli insegnamenti e nei principi che, pur avendo avuto origine dal buddismo, erano anche pervasi dallo spirito giunto al mondo grazie al cristianesimo.

In seguito, dopo essere stati adeguatamente preparati, venivano messi in grado di far sprigionare le profonde forze di saggezza insite in loro, così da raggiungere una visione chiaroveggente del mondo spirituale, da poter indagare nei mondi spirituali.

La prima conquista degli allievi di quella scuola misterica consisteva nel fatto che, dopo essere stati educati dai maestri incarnati sul piano fisico, sapevano riconoscere anche quei maestri che non scendevano più nel mondo fisico, come per esempio il Buddha. Gli adepti di quella scuola misterica venivano a conoscere soprattutto il Buddha faccia a faccia, se ci si può esprimere in questo modo a proposito di un Essere spirituale.

In tal modo egli continuava ad agire spiritualmente nei discepoli della scuola misterica. Agiva quindi sul mondo fisico attraverso la propria forza, poiché non vi scendeva più per incarnarsi fisicamente.

I discepoli di quella scuola misterica si dividevano in due gruppi a seconda della maturità raggiunta. Venivano scelti solo quelli che avevano una preparazione più profonda, una maggiore maturità.

Per questo la maggior parte di quei discepoli poteva conseguire una chiaroveggenza tale da conoscere un Essere che cercava con tutte le sue forze di far giungere i propri impulsi nel mondo fisico, pur senza scendervi più: potevano conoscere il Buddha in tutti i suoi segreti e in tutto ciò che voleva. Un numero cospicuo di quei discepoli rimaneva a quel livello di chiaroveggenza.

Altri però, oltre alle doti di conoscenza e chiaroveggenza psichica, avevano sviluppato anche l’elemento spirituale che non è separato da una certa umiltà, da una certa facoltà di devozione altamente evoluta. Proprio in quella scuola misterica costoro giunsero a poter ricevere l’impulso cristico in misura straordinaria, acquisendo anche una chiaroveggenza tale da renderli seguaci particolarmente eletti di Paolo e in grado di accogliere l’impulso cristico direttamente nella vita.

Quindi da quella scuola emersero per così dire due gruppi:

• uno mosso dall’impulso di portare ovunque gli insegnamenti del Buddha, anche senza nominarlo, e

• l’altro che accoglieva inoltre le forze operanti del Cristo.

La differenza fra questi due tipi di discepoli non si è manifestata tanto nettamente in quell’incarnazione quanto in quella successiva.

Quelli che erano arrivati solo alla dottrina del Buddha, senza accogliere l’impulso cristico, diventarono maestri dell’uguaglianza e della fratellanza fra gli uomini. Quelli invece che avevano accolto anche l’impulso cristico, nell’esistenza successiva ebbero una trasformazione tale per cui quell’impulso continuò ad agire permettendo loro non soltanto di insegnare, compito per loro secondario, ma anche di operare realmente per mezzo della loro forza morale.

Uno di questi discepoli della scuola misterica del Mar Nero nacque nella sua incarnazione successiva come Francesco d’Assisi. Non c’è quindi da meravigliarsi se in lui viveva la sapienza che aveva accolto – la saggezza della fratellanza umana, dell’uguaglianza di tutti gli uomini, della necessità di amare tutti gli uomini allo stesso modo –, se la sua anima era pervasa da questo insegnamento e corroborata inoltre dall’impulso cristico.

Come agì dunque l’impulso cristico in quell’incarnazione successiva? Agì in modo tale che nell’incarnazione seguente Francesco d’Assisi fosse inserito in una popolazione in cui erano particolarmente attivi gli antichi demoni della malattia di cui abbiamo parlato prima, in modo che grazie a lui l’impulso cristico giungesse a questi demoni, assorbendone la sostanza cattiva e liberandone gli uomini.

Prima di far questo, l’impulso cristico si incarnò in Francesco in forma di visione:

• la visione in cui gli apparve il palazzo e

• la visione in cui ricevette l’esortazione a prendere su di sé il peso della povertà.

A quel punto l’impulso cristico aveva ripreso a vivere dentro di lui e dal suo interno si riversava all’esterno agguantando quei demoni. Le sue forze morali diventarono talmente potenti da riuscire ad eliminare le sostanze nocive a livello spirituale che la malattia descritta comportava.

Solo così si creò la possibilità di portare ad un’evoluzione superiore quello che vi ho descritto come strascico dell’antico elemento atlantideo, di spazzar via dalla Terra le sostanze negative, di depurare il mondo europeo da quegli elementi demoniaci.

Osserviamo la vita di Francesco d’Assisi, il suo particolare svolgimento. Nacque nel 1182. Sappiamo che i primi anni di vita servono fondamentalmente allo sviluppo del corpo fisico, nel quale assistiamo all’evoluzione di ciò che si manifesta esteriormente come elemento ereditario. Per questo in lui si presenta ciò che deriva dall’eredità esteriore della popolazione europea.

Le qualità interiori emersero a poco a poco perché anche lui, come ogni uomo, sviluppò il corpo eterico, il corpo delle forze vitali, fra i sette e i quattordici anni. Da questo corpo eterico venne alla luce la caratteristica che aveva agito direttamente in lui come impulso cristico nei misteri del Mar Nero.

Quando poi, dai quattordici anni, si manifestò la sua vita astrale, la vita dell’anima, allora l’energia cristica si fece particolarmente viva in lui, dato che nella sua anima era entrato ciò che in seguito all’evento del Golgota è rimasto unito all’atmosfera terrestre. Francesco d’Assisi era una personalità pervasa anche dall’energia cristica, perché nella sua incarnazione precedente l’aveva cercata dove era possibile trovarla: in quel particolare luogo di iniziazione.

Vediamo quindi come agiscono nell’umanità le differenziazioni. Differenziare è necessario, ma ciò che è stato spinto verso il basso dagli eventi passati verrà risospinto verso l’alto da altri particolari avvenimenti nel corso dell’evoluzione umana.

In un altro luogo si è già verificato un “innalzamento” del tutto particolare che da un punto di vista puramente esteriore resterà sempre incomprensibile. Per questo gli uomini hanno in realtà rinunciato a rifletterci sopra. Ma a livello spirituale tale fenomeno può essere spiegato perfettamente.

Quelli che più rapidamente si sono evoluti dagli strati inferiori della popolazione occidentale, che a poco a poco hanno superato il passaggio attraverso i ceti più bassi senza aver fatto grandi progressi nello sviluppo intellettuale, rimanendo uomini relativamente semplici – per così dire gli eletti che a suo tempo poterono essere elevati solo grazie a un potente impulso che si rifletté in loro –, furono poi coloro che vengono presentati come i dodici apostoli del Cristo.

Erano l’essenza prescelta delle caste inferiori che non erano arrivate in India. Da esse si doveva prendere la sostanza per l’ingresso del Cristo.[1]

Ecco allora che in un certo senso abbiamo trovato l’origine della forza morale nell’eccellente personalità di Francesco d’Assisi.

Miei cari amici, non dite che rispetto alla media dell’umano sarebbe pretendere troppo il proporre a tutti l’ideale di un Francesco d’Assisi. Di certo con questo non si vuol chiedere a nessuno di diventare un Francesco d’Assisi. L’intenzione non è affatto questa.

Si è voluto semplicemente mostrare, servendosi di un esempio particolarmente spiccato, il modo in cui le forze morali afferrano l’uomo, da dove possono avere origine e come possono essere considerate qualcosa che vive in lui fin dalla nascita.

Ma dallo spirito di quanto ho esposto finora potete dedurre quel che abbiamo già sottolineato a proposito di altre forze evolutive, vale a dire il fatto che l’umanità era decaduta ed ora ha ripreso ad elevarsi.

Se percorriamo a ritroso l’evoluzione dell’umanità, dall’epoca postatlantica risaliamo al diluvio universale, all’epoca atlantica e infine a quella lemurica.

Se ci poniamo al punto di partenza dell’umanità terrestre, ci ritroviamo in un’epoca in cui gli uomini possedevano delle qualità spirituali che li rendevano vicini alla divinità e si evolvevano non solo a partire dalla vita spirituale ma anche dalle sorgenti della moralità. Agli inizi dell’evoluzione terrestre non troviamo quindi immoralità, bensì moralità.

La moralità è in origine una dote divina insita nella natura umana, non meno di ogni altra forza spirituale vi venne infusa quando l’uomo non era ancora caduto in basso. In fondo gran parte dell’immoralità ha fatto il proprio ingresso nell’umanità nel modo descritto, con la rivelazione alle masse immature di profondi segreti nell’antica epoca atlantidea.

Non si può quindi dire che la moralità si sia formata nell’umanità solo in un secondo tempo. Essa è riposta nel fondo dell’anima umana, ed è stata offuscata e repressa dalla “cultura” successiva.

Se osserviamo le cose sotto la giusta luce, non possiamo dire che l’immoralità sia penetrata nel mondo per oscuramento intellettuale. Al contrario, ci è arrivata perché agli uomini sono stati rivelati a tradimento i segreti della saggezza quando non erano ancora maturi per riceverli. Proprio in questo consiste la tentazione a cui gli uomini soggiacquero e che causò la loro rovina.

Per risalire occorre dunque soprattutto eliminare ciò che nell’anima umana si è depositato contro gli impulsi morali. Proviamo a dirlo anche in un’altra forma.

Supponiamo di avere davanti a noi un delinquente, un uomo che definiamo immorale, cattivo nel senso peggiore del termine. Non per questo dobbiamo credere che in lui siano del tutto assenti le forze della moralità. Esse ci sono e le potremo trovare nel profondo della sua anima.

Non esiste anima umana in cui non ci siano le forze del bene morale. Quando un uomo è cattivo, lo è perché ciò che è subentrato in lui nel corso del tempo come errore spirituale si sovrappone al bene morale.

La natura umana non è cattiva, in origine era del tutto buona. Un’osservazione attenta della natura umana ci mostra che nella sua essenza è buona, e che sono state le aberrazioni spirituali ad allontanare l’uomo dal sentiero della moralità. Per questo nel corso del tempo fu necessario porre rimedio al traviamento morale dell’uomo. Sono le aberrazioni e i loro effetti che vanno riparati, non la natura dell’uomo.

Dove le conseguenze del male morale sono tali da aver già prodotto veri e propri demoni della malattia, è necessario che entrino in azione anche delle forze morali del tutto particolari, come quelle all’opera in Francesco d’Assisi. Ma ovunque alla base del miglioramento di un essere umano c’è l’eliminazione del suo errore spirituale. E cosa ci occorre per farlo?

Riassumete quanto vi ho esposto in una impressione generale, lasciate parlare i fatti, i vostri sentimenti e le vostre sensazioni, e cercate di sintetizzarli in un sentimento di fondo, dopo di che vi chiederete: di che cosa ha bisogno l’uomo nel suo rapporto con l’altro uomo?

Ha bisogno di questo: della fede, della fiducia nella bontà originaria degli uomini, di ogni natura umana.

Questa è la prima cosa che dobbiamo dire se vogliamo parlare di morale: che al fondo della natura umana c’è un bene incommensurabile.

Questo si diceva Francesco d’Assisi. E quando veniva accostato da persone affette dalla terribile malattia che abbiamo descritto, da buon cristiano di quei tempi Francesco si diceva più o meno queste parole:

Una simile malattia è in un certo senso una conseguenza del peccato. E poiché il peccato è un fuorviamento spirituale, esso va fatto scomparire per mezzo di una grande forza che gli si contrapponga.

Perciò Francesco d’Assisi vedeva come sotto un certo aspetto nell’uomo “peccatore” si manifesta esteriormente il castigo del peccato. Vedeva però anche la bontà intrinseca della natura umana, vedeva le forze divine spirituali presenti nell’intimo di ogni natura umana. La formidabile fede nella bontà di ogni natura umana, anche di quella messa a castigo, era ciò che distingueva l’animo di Francesco d’Assisi.

Questo ha reso possibile l’irradiarsi nella sua anima della forza opposta, della forza dell’amore, di un amore che elargisce, che aiuta e perfino guarisce. Chi nutre in sé la fede nella bontà innata della natura umana fino a farla diventare una forza morale non può far altro che amare la natura umana in quanto tale.

Sono queste le prime due forze fondamentali che possono creare una vita veramente morale:

• in primo luogo la fede nel divino insito nel fondo di ogni anima umana;

• in secondo luogo lo smisurato amore per l’uomo che scaturisce da questa fede.

Solo quell’amore smisurato ha potuto condurre Francesco d’Assisi dai malati, dai deboli, dai lebbrosi.

Un terzo elemento che si aggiunge e si basa necessariamente sui primi due consiste nel fatto che un uomo dotato della fede nella bontà della natura umana e dell’amore per l’anima dell’uomo non può che dirsi: ciò che vediamo scaturire dall’interazione fra il fondo originariamente buono dell’anima umana e l’amore attivo autorizza ad avere per il futuro una prospettiva che rende possibile recuperare alla vita spirituale ogni anima, per quanto essa se ne sia allontanata.

Questa è la terza forza: la speranza, riguardo a ogni anima umana, che sappia ritrovare la via verso il divino, verso il mondo spirituale.

Possiamo dire che Francesco d’Assisi ha sentito infinite volte parlare di questi tre impulsi durante la sua iniziazione ai misteri della Colchide. Essi gli sono comparsi innumerevoli volte davanti agli occhi dell’anima. Nella vita che ha condotto come Francesco d’Assisi ha però poco predicato la fede e l’amore, essendo egli stesso l’incarnazione, la personificazione di quella fede e di quell’amore.

Egli incorporava per così dire quei due impulsi, che in lui si manifestavano al mondo di quei tempi come un simbolo vivente. Al centro di tutto si trova l’elemento che agisce, che opera:

• non è la fede ad agire,

• e neppure la speranza, pur essendo entrambe necessarie.

• Attivo, operante è solo l’amore.

L’amore sta nel mezzo ed è quell’impulso che nella vita di Francesco d’Assisi ha condotto verso il divino l’evoluzione dell’umanità in direzione del bene morale.

Come abbiamo visto avvicinarsi a lui e svilupparsi in lui questo amore che sappiamo essere un risultato della sua iniziazione ai misteri della Colchide?

Abbiamo visto che in lui sono affiorate le virtù cavalleresche dell’antico spirito europeo. Era un giovane cavaliere: nella sua individualità, permeata dall’impulso cristico, prodezza e valorosità si sono trasformate in amore attivo, efficace. In Francesco vediamo così in un certo senso risorgere nell’amore l’antico coraggio.

L’antico coraggio, l’antica prodezza spiritualizzati, trasposti nello spirito, diventano amore.

È interessante vedere in che misura quanto ora è stato detto corrisponda anche allo svolgimento storico esteriore dell’evoluzione umana.

Se torniamo indietro di qualche secolo prima della nascita del Cristo, fino agli antichi Greci, il popolo che ha dato il nome al quarto periodo di cultura, troviamo il filosofo Platone.

Fra le altre cose Platone ha scritto anche sulla morale, sulla virtù dell’uomo. E ha scritto sulla virtù in modo tale che possiamo riconoscere che, pur non sbilanciandosi a rivelare le cose superiori, i veri e propri segreti, ha messo in bocca a Socrate ciò che poteva dire.

In un’epoca dell’evoluzione europea in cui l’impulso cristico non aveva ancora agito, Platone ci descrive le massime virtù da lui riconosciute, le virtù che secondo i Greci dovevano essere perseguite al di sopra di ogni altra cosa dall’uomo morale.

All’inizio Platone descrive soprattutto tre virtù – in seguito ne conosceremo una quarta. Platone indica tre virtù.

La prima è la “sapienza”, Platone considera una virtù la sapienza in quanto tale. Abbiamo giustificato nei modi più svariati la necessità di porla a fondamento della vita morale. In India c’era alla base della vita umana la sapienza dei brahmani.

In Europa passò effettivamente in secondo piano, ma visse nei misteri nordici, nei quali i brahmani europei dovettero porre rimedio a ciò che era stato danneggiato per via del tradimento dei misteri nell’antica epoca atlantica. Come vedremo domani, la sapienza si pone alla base di ogni moralità.

Conformemente ai suoi misteri, Platone descrive come seconda virtù la “fortezza”, il coraggio, la virtù caratteristica della popolazione europea.

Come terza virtù indica la “temperanza”, l’assennatezza, cioè l’opposto dell’abbandono sfrenato agli istinti inferiori.

Le tre virtù cardinali platoniche sono quindi:

• sapienza,

• fortezza o coraggio e

• temperanza o assennatezza – vale a dire il dominio delle pulsioni dei sensi che agiscono nell’uomo.

Poi, come quarta virtù, Platone descrive il giusto equilibrio delle prime tre, a cui dà il nome di giustizia (V. Appendice).

Ecco che uno dei più eccelsi spiriti europei dell’era precristiana ci fornisce la descrizione di quello che allora era considerato l’aspetto più importante della natura umana.

Per la popolazione europea la prodezza e il valore vengono compenetrati dall’impulso cristico, da quello che chiamiamo l’Io. Quella che in Platone appare come la virtù della fortezza viene qui spiritualizzata e trasformata in forze dell’amore.

La cosa fondamentale è vedere come gli impulsi morali fanno il loro ingresso nel genere umano, come ciò che un tempo godeva di così grande considerazione, come è stato descritto oggi, diventa qualcosa di completamente diverso.

Se non vogliamo traviare la morale platonica, dobbiamo evitare di elencare le virtù in questo modo: sapienza, fortezza e temperanza, poiché si potrebbe rispondere: “Se aveste tutte queste virtù ma non l’amore, non entrereste mai nel regno dei cieli.”

Teniamo a mente il tempo in cui, come abbiamo visto, nell’umanità venne riversata una corrente, un impulso tale per cui la sapienza e la fortezza sono diventate spirituali e sono riapparse sotto forma di amore.

Ma vogliamo anche accostarci alla domanda: come si sono formate la sapienza, la fortezza, la temperanza e la giustizia? Vedremo allora qual è oggi la particolare missione morale del movimento scientifico-spirituale.

Terza conferenza

Veracità, amore,

saggezza di vita:

la ricerca continua di un equilibrio

Norrköping, 30 maggio 1912

Miei cari amici,

ieri abbiamo riconosciuto gli impulsi morali presenti nella natura umana. Partendo dai fatti citati in precedenza, abbiamo cercato di mostrare che la natura interiore degli esseri umani racchiude in sé un fondo di moralità, un fondo di bontà, e che in realtà è solo nel corso dell’evoluzione che l’uomo, passando da un’incarnazione all’altra, ha deviato dalla sua innata, oserei dire istintiva, predisposizione al bene, e che solo in tal modo “il male”, l’errore, l’immoralità si sono insinuati nell’umanità.

Se realmente è così, allora dobbiamo davvero stupirci del fatto che il male sia possibile, che possa nascere. E a questo punto urge una risposta alla domanda: come è diventato possibile, come è sorto il male nel corso dell’evoluzione?

Possiamo rispondere in modo esauriente soltanto rivolgendo lo sguardo all’insegnamento morale di base impartito agli uomini già nell’antichità.

I discepoli delle scuole misteriche, il cui sommo ideale era quello di penetrare sempre più nella verità e nelle conoscenze spirituali, dovevano partire da una base morale ovunque si lavorasse a giusto titolo nel senso dei misteri, così che a loro in particolare veniva presentata in maniera quanto mai incisiva proprio la moralità innata della natura umana.

Volendo caratterizzare brevemente come ciò avveniva, possiamo dire che al discepolo dei misteri veniva insegnato

• che la natura umana può provocare male e devastazione in due direzioni opposte;

• che l’uomo è in grado di sviluppare il libero arbitrio soltanto perché è capace di errare in entrambe le direzioni;

• che la vita “buona” sta nel considerare i due estremi come i piatti di una bilancia che si alzano e si abbassano alternativamente. Il giusto equilibrio si instaura quando il giogo della bilancia è in posizione orizzontale.

Dunque ai discepoli dei misteri veniva detto che non si può spiegare il buon comportamento dell’uomo dicendo: questo è giusto e questo è sbagliato. L’uomo può imparare a comportarsi nel modo giusto soltanto venendosi a trovare, in ogni momento della propria vita, nella situazione di propendere per l’una e per l’altra parte e di poter sempre di nuovo ristabilire lui stesso l’equilibrio.

Prendiamo, come esempio delle virtù di cui abbiamo parlato, la fortezza, il coraggio. Il lato estremo verso il quale la natura umana può oscillare è quello della temerarietà, dell’avventatezza, della spavalderia, cioè il dispendio sfrenato delle energie di cui si dispone, mettendole in gioco nella maniera più inconsulta. Questo è un estremo, quello della temerarietà. L’altro estremo, l’altro piatto della bilancia è la viltà, la tapineria, la codardia. L’uomo può per così dire diventare unilaterale sia nell’una sia nell’altra direzione.

E ai discepoli dei misteri veniva insegnato che se degenera nella temerarietà l’uomo si perde, si spoglia del proprio Sé e viene stritolato dalle ruote dell’esistenza. Se si comporta con temerarietà, la vita lo dilania.

Se invece prende la direzione della viltà si indurisce e si estrania dal contesto delle cose e della vita. Diventa un essere chiuso in se stesso, un emarginato che non sa armonizzare i propri gesti e le proprie azioni con il tutto.

Questo veniva mostrato ai discepoli dei misteri in rapporto ad ogni cosa che l’uomo è in grado di fare. Egli può degenerare al punto da essere dilaniato, stritolato dal mondo esterno fino a smarrire il proprio Sé; e se eccede nell’altro senso, non solo nel coraggio ma in ogni tipo di azione, può degenerare fino a indurirsi e a chiudersi in sé.

Per questo nel codice morale dei misteri era in auge la massima:

«Devi trovare il centro, il giusto mezzo, se vuoi agire in modo da non perdere te stesso nel mondo e che il mondo non perda te».

L’uomo può incorrere in due situazioni:

• perdere sé nel mondo: il mondo lo afferra e lo riduce allo stremo come nel caso della temerarietà;

• oppure perdere il mondo in sé perché si chiude in sé, si indurisce nel proprio egoismo come nel caso della viltà.

Così ai discepoli dei misteri si diceva: non ci può essere un unico e scontato bene al quale aspirare. Il bene nasce invece solo quando l’uomo può oscillare di continuo come un pendolo da un estremo all’altro, ritrovando sempre l’equilibrio, il giusto mezzo, grazie alla propria forza interiore.

Ora abbiamo tutti gli elementi che ci consentono di comprendere la libertà del volere e l’importanza della ragione e della saggezza nell’agire umano.

Se all’uomo toccasse osservare degli eterni principi morali non avrebbe altro da fare che appropriarsene, e potrebbe in un certo senso attraversare la vita seguendo pacifico un itinerario prestabilito. Ma la vita non è così: la libertà consiste proprio nel fatto che l’uomo ha sempre la possibilità di deviare nell’una o nell’altra direzione.

Quindi ha anche la possibilità di scegliere il male. Ma che cos’è allora il male?

Il male è ciò che nasce

• o quando l’uomo perde sé nel mondo,

• o quando il mondo perde l’uomo.

Ciò che possiamo definire il bene consiste nell’evitare sia l’uno che l’altro.

Nel corso dell’evoluzione, durante la quale l’uomo è passato da un’incarnazione all’altra, il male è diventato possibile per il fatto che gli esseri umani hanno imboccato ora una direzione, ora quella opposta. Non avendo trovato subito l’equilibrio, in un periodo successivo sono stati indotti a pareggiare il proprio karma.

Ciò che non si riesce a ottenere in una vita, poiché non sempre si centra l’obiettivo, lo si raggiunge nel corso dell’evoluzione. Se si sbaglia direzione si è poi costretti, forse in una vita successiva, a eccedere nell’altro senso e quindi a controbilanciare.

Quello che vi ho riferito era una regola aurea degli antichi misteri: in medio stat virtus, la virtù sta nel mezzo.

Come spesso accade, anche in questo caso troviamo una reminiscenza, un’eco di questo principio misteriosofico nei filosofi dell’antichità. Dove Aristotele parla della virtù troviamo una massima che, alla luce di ciò che sappiamo e abbiamo appena detto, non possiamo considerare altro che un antico principio misterico che gli era stato tramandato e che lui aveva integrato nella sua filosofia.

Ecco come si spiega la sua singolare definizione di virtù:

«La virtù è un’abilità umana determinata dalla ragione, che, riferita all’uomo, consiste nella via di mezzo fra eccesso e difetto».

In effetti Aristotele dà una definizione della virtù che nessuna filosofia ha mai in seguito eguagliato. Aristotele si ispirava alla tradizione dei misteri, per questo è riuscito a colpire nel segno.

Questa è dunque la celebre “medietà” o via di mezzo da seguire se l’uomo vuole davvero essere virtuoso, se la forza morale deve agire nel mondo.

Ma adesso possiamo anche rispondere alla domanda: perché ci dev’essere la morale?

Che cosa accade se il bene viene meno, se si verifica il male, il troppo o il troppo poco, se l’uomo si perde dilaniato dal mondo o il mondo perde l’uomo che si chiude in sé?

In ogni caso viene distrutto qualcosa. Ogni malvagità, ogni immoralità è una distruzione, un processo distruttivo. E non appena l’uomo si rende conto che quando fa del male non può che distruggere, che sottrarre qualcosa al mondo, allora la forza del bene agisce su di lui in modo quasi irresistibile.

È proprio questo il compito della concezione scientifico-spirituale che comincia a fare il suo ingresso nel mondo: spiegare che ogni male provoca un processo di distruzione, porta via al mondo qualcosa di cui esso ha bisogno.

Se ci atteniamo al principio ora formulato nel senso della nostra visione scientifico-spirituale, ciò che sappiamo sulla natura dell’uomo ci porta anche a considerare il bene e il male in maniera particolare.

Sappiamo che l’anima senziente si è sviluppata durante l’antica epoca caldea, nel terzo periodo di cultura. La vita odierna non ha idea di cosa fosse allora quell’epoca evolutiva. La storia esteriore risale a malapena fino al tempo degli Egizi.

Sappiamo che l’anima razionale si è sviluppata nel quarto periodo, durante l’epoca greco-latina, e che noi attualmente stiamo sviluppando l’anima cosciente. Il Sé spirituale emergerà soltanto nel sesto periodo dell’evoluzione postatlantica.

Proviamo a chiederci: come può l’anima senziente deviare dalla retta via in un senso o nell’altro?

L’anima senziente è ciò che rende l’uomo capace di sentire le cose del mondo, di viverle in sé, di prendervi parte, di non andare in giro per il mondo e restare ignoranti riguardo alle cose, bensì di entrare in rapporto con esse. Tutto questo è opera dell’anima senziente.

Per trovare una delle due deviazioni dell’anima senziente, ci dobbiamo chiedere: che cosa consente all’uomo di entrare in rapporto con le cose che lo circondano? È quello che noi chiamiamo l’interesse per le cose.

Con la parola interesse o interessamento esprimiamo qualcosa di straordinariamente significativo in senso morale. È molto più importante soffermarsi sul significato morale dell’interesse anziché abbandonarsi alle migliaia e migliaia di principi morali, belli sì in teoria, ma in fondo spesso ipocriti e gretti. In effetti nulla meglio dell’interessamento autentico che proviamo per le cose e per gli esseri è in grado di guidarci sulla via del bene morale.

Ci sia chiaro una volta per tutte: nella conferenza di ieri abbiamo trattato a fondo l’argomento dell’amore in quanto energia interiore, per cui non ci si fraintenderà se diciamo che neppure il declamare mille volte amore, amore e amore come facciamo di solito può sostituire il bene morale contenuto in ciò che si indica con la parola interesse.

Supponiamo di trovarci davanti a un bambino. Qual è la premessa per dedicarsi a lui, per aiutarlo a crescere? La premessa consiste nel provare interesse per il suo essere.

Ci vuole un’anima umana malsana per ritirarsi di fronte a qualcosa che interessa. A mano a mano che ci avvicineremo alle vere sorgenti della moralità – senza voler semplicemente predicare la moralità – ci accorgeremo sempre più che l’impulso dell’interesse è particolarmente prezioso in senso morale.

Ampliare i nostri interessi, immedesimarci con comprensione nelle cose e nelle creature risveglia nel nostro intimo delle forze morali, anche nei confronti degli uomini.

Perfino la compassione viene suscitata nella maniera giusta quando ci interessiamo a qualcuno. E se in qualità di scienziati spirituali ci assumiamo il compito di accrescere sempre più il nostro interesse, di ampliare e ampliare ancora il nostro orizzonte, anche la fratellanza umana in generale ne otterrà un forte incremento.

Non con le prediche sull’amore per il prossimo riusciremo a progredire, bensì interessandoci in misura sempre crescente anche delle anime con i temperamenti più diversi, con le indoli più disparate, con le più svariate particolarità etniche e nazionali, che professano religioni e filosofie differenti, e avendo comprensione nei loro riguardi. La giusta comprensione e il giusto interesse fanno scaturire dall’anima il giusto comportamento morale.

Anche qui l’uomo deve mantenere l’equilibrio fra due estremi. Uno è il disinteresse, l’ottusità, l’accidia che ignora tutto quanto causando molta infelicità nel mondo, dato che vive solo per se stessa e si ostina a ribadire i propri principi, non facendo altro che dire: “Questo è il mio punto di vista.”

La chiusura mentale è qualcosa di brutto dal punto di vista morale. L’essenziale per noi è essere aperti a tutto ciò che ci circonda. L’ottusità ci estranea dal mondo, mentre l’interessamento ci rende partecipi ad esso. Il mondo ci perde a causa della nostra indifferenza e noi diventiamo moralmente cattivi.

Dunque vediamo che l’accidia, la mancanza di interesse per il mondo è un male morale estremamente grave.

La scienza dello spirito è proprio ciò che ravviva sempre più lo spirito, che ci aiuta a pensare ciò che è spirituale e ad assimilarlo sempre meglio. Come è vero che il fuoco genera calore quando accendiamo la stufa, è altrettanto vero che se facciamo nostra la saggezza della scienza dello spirito si risveglia in noi “l’interesse” per tutti gli esseri umani e tutte le creature.

La saggezza è la legna da fuoco dell’interesse. E possiamo semplicemente affermare, anche se a prima vista non sembra così, che quando la scienza dello spirito studia quelle cose lontane, la dottrina di Saturno, Sole e Luna, il karma e via dicendo, in noi si ridesta proprio questo interesse.

Accade veramente che le conoscenze scientifico-spirituali in seguito a un processo di trasformazione producano interesse, mentre il prodotto delle nozioni materialistiche è ciò che purtroppo vediamo dilagare al giorno d’oggi e che dev’essere definito come disinteressamento: se fosse l’unico valore al mondo provocherebbe immani sventure.

Guardiamo un po’ a quanti vanno in giro per il mondo, incontrano questa o quella persona, ma in fondo non imparano a conoscere gli esseri umani perché restano chiusi in se stessi.

Quante volte veniamo a sapere che due persone che sono amiche da molto tempo improvvisamente rompono la loro amicizia. Questo significa che gli impulsi che hanno dato luogo all’amicizia erano di tipo materialistico, e soltanto dopo molto tempo ci si rende conto di non aver notato i lati antipatici dei rispettivi caratteri.

Oggi sono ben poche le persone che sanno percepire ciò che parla da uomo a uomo, ma proprio questo deve fare la scienza dello spirito: ampliare i nostri sensi per aprirci gli occhi dell’anima a tutto ciò che di umano ci circonda, per vivere nel mondo con vero interesse e non con indifferenza.

Anche qui, per non cadere nell’altro estremo, dobbiamo distinguere fra l’interesse vero e quello falso – e scegliere la giusta via di mezzo. Il gettarsi subito fra le braccia di ogni essere che incontriamo non è vero interesse, ma inconsulta passionalità, un infatuamento che ci fa perdere noi stessi, che ci fa inghiottire dal mondo.

• Con l’ottusità il mondo perde noi;

• con la passionalità sfrenata che si annebbia nell’esaltazione perdiamo noi stessi nel mondo;

• con un sano interessamento ci manteniamo moralmente ancorati al centro, in posizione di equilibrio.

Nel terzo periodo culturale postatlantico, quello egizio-caldaico, la maggior parte della popolazione aveva ancora in sé una certa forza, che possiamo definire l’impulso al mantenimento dell’equilibrio fra ottusità e frenesia. È questo ciò che nell’antichità e poi ancora in Platone e Aristotele veniva chiamato saggezza.

Ma gli uomini la ritenevano un dono elargito da Esseri sovrumani, perché gli impulsi della saggezza fino a quei tempi si erano mantenuti vivi. Quindi da questo punto di vista, soprattutto riguardo agli impulsi morali, possiamo definire il periodo culturale egizio-caldaico come l’era in cui la saggezza operava istintivamente.

Per questo motivo, tornando a quel periodo, abbiamo questa sensazione: è vero quello che l’anno scorso, con tutt’altra intenzione, è stato trattato nelle conferenze di Copenaghen e raccolto nel libretto intitolato La guida spirituale dell’uomo e dell’umanità. È vero quello che lì si dice, che gli uomini allora erano ancora più vicini alle potenze spirituali divine, e questo nella terza epoca postatlantica avveniva grazie a una saggezza naturale, spontanea.

Il saper trovare nell’azione la giusta misura fra chiusura mentale e incontrollata passionalità era dunque un dono divino adeguato a quel tempo, e questo pareggio, questo equilibrio, allora veniva inculcato dalle istituzioni esterne.

Non esisteva ancora la mescolanza che fu causata dal processo di migrazione dei popoli nel quarto periodo di cultura. Gli uomini vivevano ancora all’interno di sistemi tribali chiusi. Gli interessi erano per natura regolati saggiamente ed erano abbastanza vivi da poter essere compenetrati da veri impulsi morali. D’altro canto la consanguineità all’interno della stirpe metteva un freno naturale alla passione insensata.

Riflettendo un poco sulla vita, vediamo che ancora ai nostri giorni è più facile provare interesse per ciò che riguarda la consanguineità o la stirpe, senza però andare all’estremo opposto della passionalità sfrenata. Durante il periodo egizio-caldeo era naturale trovare il giusto equilibrio perché gli uomini erano riuniti su un territorio più ristretto.

Ma è proprio questo il senso del progresso dell’umanità: la graduale scomparsa di ciò che in origine era istintivo, che proveniva dal mondo spirituale, per far posto all’autonomia nei confronti degli Esseri divino-spirituali da parte degli uomini.

Vediamo quindi che nel quarto periodo culturale greco-latino i filosofi Platone e Aristotele, ma anche l’opinione pubblica in Grecia, non consideravano più la saggezza come un dono di natura, bensì qualcosa a cui si doveva tendere, qualcosa da conquistare liberamente.

Per Platone la prima virtù è la sapienza, e moralmente cattivo è colui che non aspira ad essa.

Ora siamo nel quinto periodo di cultura, e ancora molto lontani dal giorno in cui l’umanità tornerà ad essere consapevole della saggezza un tempo inculcata istintivamente come impulso divino.

Per questo motivo, specialmente nel nostro tempo, gli uomini hanno la possibilità di deviare nelle due direzioni di cui abbiamo parlato. È allora particolarmente necessario contrastare attraverso una concezione scientifico-spirituale del mondo i gravi pericoli che incombono, affinché la saggezza istintiva posseduta un tempo dagli uomini si trasformi in saggezza consapevole e libera.

Questa è l’essenza del movimento scientifico-spirituale: la conquista consapevole del patrimonio di saggezza che una volta gli uomini possedevano istintivamente. Ciò vuol dire che un tempo gli dei hanno dato una saggezza innata all’anima umana incosciente, mentre noi adesso siamo chiamati a conquistarci la saggezza sui misteri del mondo e sull’evoluzione dell’umanità.

Anche le antiche usanze del resto si conformavano ai pensieri degli dei. Vediamo la scienza dello spirito nel modo giusto se la consideriamo una ricerca dei pensieri degli esseri divini, pensieri che un tempo si infondevano istintivamente negli uomini, mentre oggi li dobbiamo esplorare liberamente, elevandoli alla nostra conoscenza. Sotto questo aspetto dunque la scienza dello spirito dev’essere per noi qualcosa di divino.

Il fatto che i pensieri che ci vengono trasmessi attraverso la “teosofia” (saggezza divina) siano veramente divini ci deve incutere rispetto. Sono i pensieri che a noi uomini è consentito avere, su cui ci è dato riflettere dopo che sono serviti a organizzare il mondo.

Se questa per noi è la scienza dello spirito, allora possiamo rapportarci alle cose in maniera tale da capire che ci sono state date allo scopo di compiere la nostra missione. Se studiamo gli insegnamenti che ci sono stati trasmessi sull’evoluzione di Saturno, del Sole e della Luna, sulla reincarnazione, sull’evoluzione delle singole razze e così via, allora potremo accedere a una infinità di conoscenze.

Ma di fronte a tutto questo l’unico atteggiamento giusto consiste nel dirsi: i pensieri che cerchiamo sono i pensieri in base ai quali gli Esseri divini hanno diretto l’evoluzione. Noi pensiamo l’evoluzione architettata da loro. Se la comprendiamo veramente, allora in noi si infonde qualcosa di profondamente morale. Non può non accadere.

Allora ci diciamo: nei tempi antichi gli uomini hanno ricevuto dalle Entità divine una saggezza istintiva. Gli dei li hanno dotati della stessa saggezza con cui essi hanno plasmato il mondo, e in tal modo è stato possibile agli uomini agire in modo morale.

Però noi adesso con la scienza dello spirito ci procuriamo consapevolmente la saggezza, quindi possiamo essere fiduciosi che questa saggezza si trasformi dentro di noi in impulsi morali, in modo da assimilare non solo la saggezza scientifico-spirituale, ma anche le forze dell’agire morale.

In quali impulsi morali si trasformerà l’anelito scientifico-spirituale proprio nell’ambito del saggio vivere?

Qui dobbiamo toccare un punto di cui lo scienziato spirituale può prevedere l’evoluzione, del quale deve perfino prevedere il profondo significato morale, la portata morale, un punto ancora molto lontano da quello raggiunto oggi: quello che Platone ancora definiva l’ideale della saggezza.

Questa definizione era adeguata ai tempi in cui gli uomini si portavano ancora dentro la saggezza, perciò sarebbe bene sostituirla oggi con un’altra parola. Noi siamo diventati più individualisti, ci siamo allontanati dal divino e quindi dobbiamo tornare ad aspirare ad esso liberamente e individualmente.

Dobbiamo allora imparare a sentire tutto il peso della parola “veracità”. Dal punto di vista morale sarà questo il risultato del pensiero e della concezione scientifico-spirituale: attraverso la scienza dello spirito gli uomini impareranno a vivere la veracità (V. immagine in fondo al libro).

I moderni scienziati dello spirito capiranno la necessità di vivere la morale della veracità in un’epoca in cui il materialismo è riuscito a far sì che la vita culturale, anche se parla ancora di veracità, è in genere ben lontana dal percepire, dal sentire ciò che è giusto e verace. Oggi non può essere diversamente.

Per via di una ben precisa configurazione che essa ha assunto, la cultura attuale non può che essere in larga misura priva di autenticità e di veracità.

Chiediamoci: che cosa prova oggi una persona quando scopre che determinate notizie lette su un giornale o su una pubblicazione qualsiasi risultano non vere? Riflettiamoci seriamente: si può dire che succede non solo ogni tanto, ma addirittura a ogni piè sospinto.

Dove è presente la vita moderna, anche la menzogna, la falsità è diventata una caratteristica della nostra attuale era culturale. È impossibile dire che la veracità sia una qualità del nostro tempo.

Prendiamo un individuo di cui sappiamo che ha detto o scritto falsità e proviamo a rimproverarglielo: ci accorgeremo che al giorno d’oggi di regola costui non avrà la sensazione di essere nel torto. Troverà subito questa scappatoia: “Be’, l’ho detto in buona fede.”

Lo scienziato spirituale deve considerare non morale il fatto che qualcuno sostenga di aver detto delle falsità in buona fede. Gli uomini impareranno a capire sempre più che ci si deve assicurare che quanto si afferma è accaduto davvero.

Quindi è lecito dire o riferire qualcosa soltanto dopo aver sentito e adempiuto al dovere di verificare che è vero â€“ con gli strumenti che abbiamo a disposizione per fare un confronto. Solo quando si interiorizza questo dovere è possibile vivere la veracità come impulso morale.

Allora nessuno dirà più dopo aver divulgato cose non vere: “Intendevo dire questo, l’ho detto in buona fede”, perché imparerà che non si ha solo il dovere di dire ciò che si crede o si riconosce come vero, ma che si ha l’obbligo di dire solo ciò che è vero, ciò che è oggettivamente esatto.

È inevitabile che nella nostra vita culturale per certi aspetti debba avvenire a poco a poco un cambiamento radicale. La velocità del traffico, la voglia della gente di sensazioni forti, tutto ciò che un’epoca materialistica comporta contrasta col senso della verità.

In campo morale la scienza dello spirito educherà gli uomini al dovere della veracità.

Non è compito mio dire in che misura la veracità si sia già oggi realizzata nella “Società Teosofica”, ma va affermato che in linea di principio ciò che abbiamo detto deve essere un alto ideale scientifico-spirituale. L’evoluzione morale all’interno del movimento scientifico-spirituale avrà molto da fare se l’ideale morale della verità verrà approfondito, interiorizzato e vissuto in tutte le direzioni.

Oggigiorno questo ideale morale della veracità farà sorgere nel modo giusto la virtù nell’anima senziente dell’uomo.

Nella scienza dello spirito la seconda componente dell’anima da citare è quella che di solito chiamiamo anima razionale o affettiva. Come sapete, essa si è messa in luce soprattutto nel quarto periodo culturale, nell’epoca greco-latina.

Abbiamo spesso ripetuto che la virtù determinante per questa componente animica è la fortezza, l’ardimento, il coraggio, mentre i suoi due lati estremi sono la temerarietà e la viltà. Il coraggio, l’ardimento, la forza d’animo costituiscono la via di mezzo fra l’avventatezza temeraria e la vile codardia.

La parola “animo” esprime di per sé il rapporto che c’è tra la parte centrale dell’anima umana e la forza del coraggio – parola che viene da cuore –, che la contraddistingue.

Anche per Platone e Aristotele era la virtù “mediana”, quella virtù che ancora nel quarto periodo culturale era presente negli uomini come dono divino, mentre la saggezza era stata una dote istintiva soltanto fino al terzo periodo culturale, quello degli Egizi e dei Caldei.

La fortezza e la prodezza istintive, lo potete desumere dalla prima conferenza, erano state donate dagli Esseri divini agli uomini appartenenti al quarto periodo culturale che dal nord dell’Europa sono andati incontro alla diffusione del cristianesimo, dimostrando che il valoroso coraggio era in loro ancora un dono divino.

Mentre la saggezza, la sapiente penetrazione nei misteri del mondo, era per i Caldei un dono divino, qualcosa di ispirato, gli uomini del quarto periodo culturale, i Greci, i Romani e anche i popoli ai quali era stata affidata la divulgazione del cristianesimo, erano naturalmente dotati di esuberante coraggio. Questo valore si è perduto più tardi rispetto alla saggezza.

Se ora noi, nel quinto periodo culturale, ci guardiamo intorno, dobbiamo dire che in rapporto a questo coraggio ci troviamo nella medesima situazione in cui erano i Greci nei confronti dei Caldei e degli Egizi, cioè riguardo alla saggezza. Noi guardiamo indietro a ciò che nel periodo immediatamente precedente era un dono divino e a cui dobbiamo ora in un certo modo tendere liberamente.

Tuttavia proprio le due conferenze precedenti ci hanno mostrato che questa libera conquista sotto certi aspetti comporta anche una trasformazione.

In Francesco d’Assisi abbiamo assistito alla trasformazione del coraggio, che in quanto dono divino aveva assunto prima una connotazione esteriore. Abbiamo visto la sua trasformazione in una forza morale interiore, che ieri abbiamo individuato come la forza dell’impulso cristico, come la forza dell’amore.

La trasformazione del coraggio fa sorgere vero amore, il quale tuttavia dev’essere guidato dall’altra virtù, dall’interessamento, dalla partecipazione alle vicende dell’essere per il quale proviamo amore.

Nel suo Timone di Atene Shakespeare ha mostrato come l’amore o la bontà d’animo possano nuocere quando sono dominati dalla passione, quando si manifestano come semplice caratteristica della natura umana senza essere guidati dalla saggezza e dalla veracità. Vi troviamo descritta una persona che sperpera a piene mani i propri beni. La generosità è una virtù, ma Shakespeare ci mostra anche che gli sperperi possono anche creare una miriade di parassiti.

Quindi dobbiamo dire: così come la prodezza e il coraggio nell’antichità erano guidati dai brahmani europei, dai saggi che vivevano appartati nelle sedi dei misteri, anche nella natura umana ci dev’essere una guida, un’armonia fra saggezza e interesse. L’interessamento, che ci collega nella maniera giusta con il mondo esteriore, ci deve far da guida quando noi riversiamo su di esso il nostro amore.

In fondo questo risulta anche dall’esempio tipico, seppure sommo, di Francesco d’Assisi. In lui non c’era quel tipo di commiserazione per gli esseri umani che può facilmente assumere una connotazione insistente o offensiva. Non sempre infatti le persone che vogliono riversare sugli altri la loro compassione sono animate da veri impulsi morali. Quante persone non vogliono lasciarsi dar niente per commiserazione!

L’andare incontro agli altri mostrando vera comprensione non ha invece nulla di offensivo. La persona sana rifiuta per lo più di venir commiserata, mentre nessun essere di buon senso può rifiutare la sincera comprensione altrui. Perciò non si può biasimare il comportamento di chi, sotto questo aspetto, agisce nel modo giusto.

È questa comprensione dell’altro che ci può guidare all’amore, la seconda virtù che attraverso l’impulso cristico è diventata la virtù dell’anima razionale o affettiva. È quella virtù che possiamo definire amore umano illuminato dalla comprensione umana.

Il saper soffrire e gioire con l’altro è quella virtù che in futuro farà sbocciare i fiori più belli e incantevoli nella convivenza umana. E in un certo senso in colui che comprende nel modo giusto l’impulso cristico sgorgheranno di conseguenza questa compassione e questo amore, questa condivisione della sofferenza e della gioia altrui, perché si trasformeranno in profondo sentimento. Proprio il comprendere l’impulso cristico a livello scientifico-spirituale farà in modo che diventino un modo di vivere.

Con il mistero del Golgota il Cristo dall’alto è entrato nell’evoluzione terrena. I suoi impulsi, i suoi doni sono qui, sono dappertutto. Perché è sceso sulla Terra? Affinché per mezzo di ciò che ha da dare al mondo l’evoluzione proceda nella giusta direzione, affinché l’evoluzione terrena, assimilando l’impulso cristico, possa compiersi nella maniera giusta.

Se, ora che l’impulso cristico fa parte del mondo, distruggiamo qualcosa con l’immoralità, con l’indifferenza verso i nostri simili, allora priviamo di una delle sue parti il mondo in cui è confluito l’impulso cristico. Distruggiamo direttamente qualcosa dell’impulso cristico, perché ormai esso è con noi. Se invece al mondo diamo quello che può essere dato attraverso la virtù, che è creante, allora edifichiamo. Edifichiamo donando.

Non a caso è stato detto più volte che il Cristo, dopo essere stato crocifisso sul Golgota, continua ad essere crocifisso dalle azioni degli uomini. Poiché con l’azione compiuta sul Golgota il Cristo si è riversato nell’evoluzione terrena, con l’immoralità causata dalla nostra mancanza di amore e di interesse contribuiamo in ogni momento ai dolori e alle sofferenze inflitte all’impulso cristico venuto sulla Terra.

Per questo da sempre si dice che finché esistono l’immoralità, la mancanza di amore e di interesse, il Cristo continua ad essere crocifisso. Dato che l’impulso cristico ha compenetrato il mondo, è a questo impulso che viene fatto del male.

Come è vero che con il male che distrugge priviamo l’impulso cristico di qualcosa e rinnoviamo la crocifissione sul Golgota, è anche vero che se agiamo con amore, se prodighiamo questo amore, valorizziamo l’impulso cristico e lo aiutiamo a vivere. “Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”: ecco l’espressione più alta dell’amore, che non può che trasformarsi nel più profondo impulso morale se la comprendiamo a livello scientifico-spirituale.

La comprendiamo così quando assumiamo un atteggiamento comprensivo verso i nostri simili e facciamo loro questo o quello mossi dalla comprensione del loro essere, il quale determina le nostre azioni, le nostre virtù, il nostro comportamento nei loro confronti. Il comportamento che adottiamo nei confronti degli uomini è quello che riserviamo all’impulso cristico stesso.

È un forte impulso morale, che fonda realmente la moralità, quando sentiamo che il mistero del Golgota si è compiuto per tutti gli uomini e che da esso si sono irradiate forze reali in tutto il mondo.

Quando ti trovi davanti ai tuoi simili cerca di comprenderli in tutte le loro diversità, siano esse dovute alla razza, al colore della pelle, alla nazionalità, alla religione o alla concezione del mondo e via dicendo. Quando sei con loro e fai loro questo o quello, lo fai al Cristo. Qualsiasi cosa tu faccia agli uomini, nel periodo attuale di evoluzione terrena lo fai al Cristo.

La frase: “Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” diventa una forte spinta morale per colui che comprende l’importanza fondamentale del mistero del Golgota. Possiamo quindi dire che mentre gli Esseri divini nei tempi precristiani hanno dato all’uomo una saggezza e una prodezza istintive, dal simbolo della Croce sgorga l’amore – quell’amore che si edifica sull’interessamento reciproco da uomo a uomo.

In tal modo questo impulso cristico avrà un effetto potentissimo sul mondo. Il giorno in cui il brahmano non capirà e amerà soltanto il brahmano, il paria solo il paria, l’ebreo solo l’ebreo, il cristiano solo il cristiano, ma quando l’ebreo saprà comprendere e amare il cristiano, il paria il brahmano, l’americano l’asiatico in quanto essere umano riuscendo a immedesimarsi in lui, allora si saprà anche vivere in modo profondamente cristiano la massima che dice: fra gli esseri umani deve regnare la fratellanza indipendentemente da qualunque appartenenza religiosa esteriore.

Non dobbiamo dar troppa importanza a ciò che ci lega per sangue, a padre, madre, fratello e sorella. Perfino alla nostra vita dobbiamo dare meno importanza rispetto a ciò che parla da anima umana ad anima umana. “Chi in questo senso non tiene in scarsa considerazione ciò che ostacola l’appartenenza all’impulso cristico che appiana le umane diversità, chi non attribuisce poca importanza alla parentela fisica non può essere mio discepolo.

Questo è l’impulso dell’amore che irradia dal mistero del Golgota, da noi in questo senso percepito come il rinnovamento di ciò che era stato donato all’uomo come virtù originaria.

Adesso non ci resta che analizzare ciò che possiamo definire la virtù dell’anima cosciente: la temperanza, la moderata assennatezza.

Finché eravamo nel quarto periodo culturale, queste virtù continuavano ad essere istintive. Platone e Aristotele le hanno definite le virtù principali dell’anima cosciente, avendole concepite come posizioni di equilibrio – il baricentro di ciò che alberga nell’anima cosciente.

L’anima cosciente esiste per il fatto che l’uomo con la propria fisicità diventa consapevole del mondo esteriore. Il corpo sensibile è in primo luogo lo strumento dell’anima cosciente, che all’uomo permette anche di giungere alla coscienza dell’Io, ragion per cui va conservato. Se il corpo fisico dell’uomo non fosse conservato per la missione sulla Terra, tale missione non potrebbe compiersi.

Ma anche qui c’è un limite. Se l’uomo utilizzasse tutte le proprie energie soltanto per godere, finirebbe per chiudersi in se stesso e il mondo lo perderebbe. L’edonista – così dicono Platone e Aristotele – che usa tutta l’energia che ha dentro per procurarsi godimento, si emargina dal mondo, il mondo lo perde.

Invece l’uomo che rinuncia a tutto diventa sempre più debole e alla fine viene sommerso nei processi del mondo esteriore, logorato dall’andamento del mondo esterno. Colui che abusa delle forze idonee alla sua condizione di uomo, che esagera nell’ascesi, viene logorato dai processi di natura. Ciò che l’uomo ha sviluppato per formare l’anima cosciente può anche essere mortificato, così che egli viene a trovarsi nella situazione di perdere il nesso col mondo.

La virtù che evita di cadere in questi due estremi è la “temperanza”, la moderazione. Temperanza significa dunque evitare sia l’ascesi, sia la sregolatezza, seguendo la giusta via di mezzo fra le due. É la virtù specifica dell’anima cosciente.

Anche riguardo a questa virtù non abbiamo ancora superato il livello istintivo. Basta riflettere anche solo un po’ per capire che gli uomini in fondo tendono molto a sperimentare, a oscillare avanti e indietro tra due estremi.

A parte le poche persone che oggi già si sforzano di raggiungere la consapevolezza in questo campo, ci accorgiamo che la maggior parte della gente vive secondo un criterio specifico, che nell’Europa centrale può essere descritto in questo modo: a Berlino ci sono persone che durante tutto l’inverno si danno agli stravizi, si rimpinzano di cibi prelibati, di leccornie di ogni genere, e poi in estate vanno a far le cure a Carlsbad per eliminare con metodi altrettanto drastici i malanni che si sono procurati.

Ecco allora che i piatti della bilancia oscillano nell’uno e nell’altro senso. Si tratta di un caso estremo, ma anche se non dappertutto avviene così, è chiaro che questo oscillare fra godimento e privazione è abbastanza diffuso. A eccedere in un senso gli uomini ci pensano da soli, poi si fanno prescrivere dai medici le cosiddette cure disintossicanti, vale a dire l’altro estremo, al fine di rimediare ai propri eccessi.

Ciò dimostra che gli uomini in questo campo sono ancora molto istintivi, e dunque possiamo dire che nell’uomo esiste una specie di dono divino che gli fa sentire istintivamente di non dover eccedere.

Ma così come sono andate perdute le altre qualità istintive dell’uomo, passando dal quinto al sesto periodo culturale anche questa andrà perduta – andrà perduta come attitudine naturale. Ciò ci fa capire quanto la concezione scientifico-spirituale del mondo dovrà contribuire a raggiungere gradatamente la consapevolezza in questo campo.

Forse oggi abbiamo ancora pochi scienziati spirituali abbastanza evoluti da capire che la scienza dello spirito è come un prontuario per conseguire la consapevolezza anche in questo campo. Ma se la scienza dello spirito riuscirà ad affermarsi, allora si verificherà un fatto che possiamo descrivere così: gli uomini a poco a poco aspireranno sempre più ardentemente alla conoscenza delle grandi verità spirituali.

Anche se oggi la scienza dello spirito viene ancora derisa, non sarà sempre così. Si diffonderà, sconfiggerà tutti gli avversari esterni e tutto ciò che ancora la ostacola.

E gli scienziati dello spirito non si accontenteranno di predicare l’amore per il prossimo. Gli uomini capiranno che apprendere la scienza dello spirito in un solo giorno è altrettanto impossibile quanto nutrirsi in un giorno per l’intera vita. Bisogna continuare a impadronirsene a brano a brano.

All’interno del movimento scientifico-spirituale sarà sempre più raro sentir dire: «Questi sono i nostri principi, e se abbiamo questi principi significa che siamo dei bravi scienziati spirituali». Sentirsi inseriti in una comunità, sentire e sperimentare la vitalità della scienza dello spirito, viverla insieme: questo atteggiamento sarà sempre più diffuso.

Che succede però quando gli uomini elaborano dentro di sé i pensieri, le sensazioni e gli impulsi caratteristici derivanti dalla saggezza scientifico-spirituale? In realtà noi sappiamo bene che gli scienziati spirituali non potranno mai avere una concezione materialistica delle cose: la pensano proprio in senso opposto.

Pensa materialisticamente chi dice: quando l’uomo ha questo o quel pensiero, è perché si mettono in moto le molecole o gli atomi del cervello. É a causa del loro movimento che l’uomo ha questo pensiero. Il pensiero esce dal cervello come un sottile filo di fumo, non diversamente che la fiamma dalla candela.

La visione materialistica è diametralmente opposta a quella della scienza dello spirito che dice: sono i pensieri, le esperienze animiche che mettono in moto il cervello, il sistema nervoso. Il modo in cui si muove il nostro cervello dipende dai pensieri che abbiamo, e questo è proprio il contrario di ciò che afferma il materialismo.

Se vuoi sapere come è fatto il cervello di un uomo, devi indagare quali pensieri ha concepito, poiché, proprio come la scrittura, i movimenti del cervello non sono altro che l’effetto, la conseguenza dei pensieri.

In questo momento stiamo pensando dei pensieri scientifico-spirituali: non è forse vero che i nostri cervelli funzionano diversamente da come funzionerebbero se ci trovassimo in un circolo in cui si gioca a carte? Nelle nostre anime si svolgono processi diversi da quelli che sperimenteremmo giocando a carte oppure guardando un film al cinema.

Nell’organismo umano non vi è nulla di isolato, tutto è collegato e in interazione. I pensieri agiscono sul cervello e sul sistema nervoso, e quest’ultimo è collegato al nostro intero organismo. Anche se adesso per molti uomini non è ancora evidente, quando un giorno saranno superate le caratteristiche ereditarie tuttora presenti nel corpo succederà la cosa seguente.

I pensieri si manifesteranno a partire dal cervello e passeranno allo stomaco, e di conseguenza alle persone che hanno assimilato i pensieri scientifico-spirituali non piaceranno più certi cibi che invece oggi trovano ancora gustosi. In compenso i pensieri assorbiti dagli scienziati spirituali sono pensieri divini, ed essi lavorano sull’organismo in modo da fargli desiderare le cose giuste. L’uomo percepirà come maleodorante e sgradevole ciò che non gli si addice, ciò che non è sano.

È una prospettiva davvero singolare – che potrebbe essere definita materialistica. In realtà è proprio il contrario.

Questa sorta di “gusto” che ci fa preferire un cibo e rifiutarne un altro sarà dunque la conseguenza dell’operato scientifico-spirituale. Possiamo constatarlo su noi stessi osservando che forse oggi certe cose ci disgustano, mentre non era così prima che ci occupassimo della scienza dello spirito.

Questo fenomeno si diffonderà sempre più se l’uomo si dedicherà con altruismo alla sua evoluzione superiore, affinché il mondo possa ricevere da lui le cose giuste. Però non bisogna giocare a nascondino con le parole “altruismo” ed “egoismo”, perché è davvero facile abusarne.

Non è puro altruismo quando l’uomo dice: “Mi voglio adoperare per il mondo e nel mondo, che importanza ha la mia evoluzione spirituale? Io voglio solo lavorare per gli altri e non ambire egoisticamente a qualcosa.” E non è solo egoismo quando l’uomo tende ad evolversi, perché in tal modo si rende più idoneo a partecipare attivamente all’ulteriore evoluzione del mondo.

Chi non coglie l’occasione di evolversi si rende inadeguato al mondo, priva il mondo della propria energia. Occorre impegnarsi nel modo giusto al fine di sviluppare ciò che la divinità ha previsto per noi.

Così attraverso la scienza dello spirito si sviluppa un genere umano, o meglio, un nucleo dell’umanità che non si limita a vedere la temperanza come ideale da seguire istintivamente, ma è consapevole di provare simpatia per ciò che fa dell’uomo un degno elemento costitutivo dell’ordine cosmico divino e antipatia per ciò che distrugge l’uomo in quanto componente dell’ordine cosmico.

Dunque vediamo che gli impulsi morali sono presenti anche nel lavoro interiore dell’uomo, e troviamo la temperanza trasformata in quella che possiamo definire “saggezza di vita”. L’ideale della saggezza del vivere da mettere in pratica nella prossima era, nel sesto periodo culturale, sarà quella virtù ideale che Platone chiama “giustizia”, l’armonizzazione di tutte le virtù.

Dato che nell’umanità le virtù si sono modificate, anche ciò che nell’epoca precristiana veniva considerato una virtù è cambiato. Allora non esisteva una virtù in grado di produrre quella giusta armonia che si prospetta agli uomini come ideale di un futuro ancora lontano.

La fortezza è un impulso morale che, come abbiamo visto, si è tramutato in amore. E abbiamo visto anche che la saggezza è diventata veracità, che si manifesta come la virtù che consente agli uomini di rapportarsi degnamente e adeguatamente al mondo esterno.

Se però vogliamo giungere all’autenticità riguardo alle cose dello spirito, come dobbiamo comportarci? Tendendo alla veracità, alla virtù che può infiammare la nostra anima senziente per mezzo della partecipazione che scaturisce dalla giusta comprensione e dal giusto interesse. Che cosa rappresenta questa partecipazione se riferita al mondo spirituale?

Se ci vogliamo confrontare con il mondo fisico, e innanzi tutto con l’uomo, dobbiamo aprirci a lui, dobbiamo indagarne l’essenza. Ma come facciamo ad avere uno sguardo aperto per il mondo spirituale?

Riusciamo a farlo sviluppando un tipo particolare di sentimento, che è emerso quando l’antica saggezza, la saggezza istintiva, è precipitata nelle profondità della vita animica. È quel genere di sentimento che i Greci descrivono col detto: “Ogni pensiero filosofico inizia con lo stupore, con la meraviglia.”

Affermare che dalla meraviglia e dallo stupore ha inizio il nostro rapporto con il mondo sovrasensibile è in effetti un’affermazione importante anche dal punto di vista morale. L’uomo primitivo e incolto in un primo tempo non prova molto stupore di fronte ai grandi fenomeni dell’universo, ma con il progredire spiritualmente comincia a individuare degli enigmi nei fenomeni quotidiani e a intuire la spiritualità che li sottende.

È lo stupore a condurre la nostra anima nei luoghi dello spirito. Possiamo conseguire una vera conoscenza solo nella misura in cui la nostra anima viene attratta dagli oggetti da conoscere. È questa attrattiva che suscita la meraviglia, lo stupore, la fede.

In effetti, a orientarci verso il sovrasensibile sono sempre questa meraviglia e questo stupore, e anche ciò che comunemente viene chiamata “fede”. Fede, meraviglia e stupore sono le tre forze animiche che ci conducono oltre il mondo materiale.

Quando ci stupiamo di fronte all’uomo cerchiamo di comprendere il suo essere, e attraverso questa comprensione giungiamo alla virtù della “fraternità”, che a sua volta potremo realizzare al meglio provando rispetto per la persona umana. Vedremo che sarà indispensabile rispettare ogni uomo, e se lo facciamo, diventeremo sempre più autentici: la verità diventerà per noi un dovere.

Se intuiamo l’esistenza del mondo spirituale saremo propensi a conoscerlo, e attraverso la conoscenza conseguiremo quella saggezza che vive nelle regioni inconsce dell’anima. Solo dopo la sua scomparsa è stato affermato che la filosofia inizia con lo stupore e la meraviglia.

Questa espressione ci fa capire che stupore e meraviglia hanno fatto il loro ingresso nell’evoluzione del mondo soltanto ai tempi in cui si è diffuso l’impulso cristico.

Ora, dopo aver già detto che l’amore è la seconda delle virtù, andiamo ad occuparci di quella che nei tempi a venire sarà saggezza di vita, arte del vivere, e che attualmente è ancora temperanza istintiva. Queste virtù inducono l’uomo a confrontarsi con se stesso: egli per così dire agisce, e mediante le azioni che compie nel mondo provvede a se stesso. Quindi deve poter disporre di un parametro oggettivo, anche nei confronti di sé.

A questo punto assistiamo alla nascita e alla crescita continue di una realtà di cui ho parlato spesso in altri contesti, che ha origine dapprima nell’epoca greco-latina, nel quarto periodo di cultura. Possiamo addirittura dimostrare quanta importanza rivestissero nell’antica drammaturgia greca, per esempio in Eschilo, le Erinni, le Furie, che in seguito nelle opere di Euripide ricompaiono sotto forma di coscienza morale.

Da questo deduciamo che nell’antichità ciò che noi chiamiamo coscienza non esisteva ancora. La coscienza morale è una specie di elemento regolatore delle nostre azioni, soprattutto quando abbiamo pretese esagerate e pensiamo troppo al nostro tornaconto personale. A questo punto la coscienza agisce da elemento regolatore intervenendo nelle nostre antipatie e simpatie.

In tal modo acquistiamo maggiore obiettività, maggiore capacità di esternare virtù come la veracità, l’amore e la saggezza di vita.

• L’amore sta nel mezzo e pervade tutta la vita, anche tutta la vita sociale, fungendo da regolatore anche per gli impulsi interiori dell’uomo.

• Ma ciò che l’uomo ha sviluppato come veracità si rivelerà nella fede, nella fiducia in un sapere spirituale.

• La saggezza di vita, ciò che deriva da noi stessi, la dobbiamo sentire come un regolatore divino-spirituale simile alla coscienza, una guida sicura verso la giusta via di mezzo.

Sarebbe molto facile rispondere alle varie obiezioni che potrebbero essere sollevate a questo punto, se solo ne avessimo il tempo. Esaminiamone almeno una più da vicino.

Per esempio qualcuno potrebbe obiettare: “Ecco che si sostiene che la coscienza e lo stupore sono subentrati in un secondo tempo nell’umanità, mentre invece si tratta di caratteristiche eterne della natura umana.”

Invece non lo sono. Chi intendesse affermare che sono caratteristiche eterne della natura umana dimostrerebbe di non sapere come stanno le cose.

Risulterà sempre più evidente che nei tempi antichi gli uomini non erano ancora scesi completamente sul piano fisico, ma erano ancora connessi agli impulsi divini: l’uomo era in uno stato a cui aspirerà tornare consapevolmente quando in lui prevarranno

• la veracità, l’amore e l’arte del vivere in relazione al mondo fisico, e

• la fede nel mondo sovrasensibile in relazione alla conoscenza spirituale.

Non sarà necessariamente la fede a far ascendere al mondo sovrasensibile, ma alla fine essa si tramuterà in conoscenza sovrasensibile. Lo stesso avviene con l’amore, che agisce esteriormente. La coscienza interverrà nell’anima cosciente fungendo da regolatore.

• Fede,

• amore,

• coscienza:

queste tre forze saranno le tre stelle fisse della moralità che si insedieranno nelle anime umane particolarmente attraverso la concezione scientifico-spirituale del mondo.

La prospettiva morale del futuro potrà aprirsi soltanto a coloro che siano in grado di pensare ad un potenziamento sempre maggiore delle suddette virtù. La visione scientifico-spirituale del mondo presenterà la vita morale alla luce di queste virtù, ed esse in futuro diventeranno forze che edificano.

Concludo le mie considerazioni con qualcosa che potrebbe diventare certezza soltanto nell’ambito di considerazioni più ampie, e che quindi mi limito ad accennare.

Vediamo l’impulso cristico penetrare nell’evoluzione dell’umanità attraverso il mistero del Golgota. Sappiamo che con l’evento del mistero del Golgota l’organismo umano costituito dal corpo fisico, dal corpo eterico e dal corpo astrale ha assorbito dall’alto come forza cristica l’impulso dell’Io.

Questo impulso cristico è stato accolto dalla Terra ed è confluito nella vita delle civiltà terrene. Era presente in essa come l’Io del Cristo.

Sappiamo inoltre che sono rimasti il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale di Gesù di Nazareth – l’impulso cristico vi abitava in qualità di Io. Sul Golgota l’impulso cristico si è separato da Gesù di Nazareth ed è poi confluito nell’evoluzione terrena. Nella sua evoluzione questo impulso equivale all’evoluzione stessa della Terra.

Prendiamo sul serio le cose di cui parliamo più volte in modo da comprenderle più facilmente: il mondo visibile è maya, è illusione, sentiamo dire spesso, ma l’uomo a poco a poco deve giungere alla verità, alla realtà di questo mondo esteriore.

In sostanza l’evoluzione della Terra consiste nel fatto che nella seconda fase, in cui ora ci troviamo, riguardo alle cose esteriori dell’evoluzione si dissolve tutto ciò che si era formato nella prima fase. Quindi l’evoluzione umana si spoglierà di tutto ciò che vediamo esteriormente a livello fisico, così come l’uomo si libera alla morte del corpo fisico.

Che cosa rimane? Potremmo rispondere: rimangono le forze reali assunte dall’uomo lungo il cammino dell’umanità sulla Terra. E l’impulso in esse più reale è quello confluito nell’evoluzione terrena attraverso l’evento cristico.

Ma sulla Terra questo impulso cristico non trova in un primo tempo nulla con cui “rivestirsi”, deve quindi procurarsi un involucro grazie al corso dell’ulteriore evoluzione della Terra. E quando la Terra sarà giunta alla meta, allora il Cristo pienamente sviluppato sarà “l’ultimo uomo” così come Adamo è stato “il primo uomo” intorno al quale si è raggruppata l’umanità nella sua molteplicità.

L’espressione: “Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” contiene un’indicazione importante per noi. Che cosa abbiamo fatto per il Cristo? Le azioni compiute nel senso dell’impulso cristico

• sotto l’influsso della coscienza,

• sotto l’influsso dell’amore e

• nel senso della fede e della conoscenza

si staccano dalla vita terrena svoltasi fin lì. E l’uomo che mediante le sue azioni, il suo comportamento morale, dà qualcosa ai “suoi fratelli”, lo dà contemporaneamente al Cristo.

Questo ci deve servire da norma: dedicando all’Io cristico le energie, gli atti di fede e di fiducia che creiamo, le azioni dettate dalla meraviglia e dallo stupore vanno a formare una specie di involucro che racchiude il Cristo e che può essere paragonato al corpo astrale dell’uomo.

Mediante le azioni morali dettate dalla meraviglia, dalla fiducia, dal rispetto, dalla fede, in breve da tutto ciò che crea i presupposti per giungere alla conoscenza spirituale, formiamo il corpo astrale intorno all’impulso dell’Io cristico.

Mediante ogni gesto di amore – è stato già detto con l’affermazione: “Quello che avete fatto a uno dei miei fratelli lo avete fatto a me” – forgiamo al Cristo il corpo eterico.

E mediante l’azione esercitata sul mondo dagli impulsi della coscienza morale plasmiamo per l’impulso cristico quello che corrisponde al corpo fisico dell’uomo.

Quando la Terra sarà giunta al termine del suo percorso, quando gli uomini comprenderanno i giusti impulsi morali che sono l’origine di ogni bene, allora verrà liberato quello che come un Io è confluito sotto forma di impulso cristico nell’evoluzione dell’umanità grazie all’evento del Golgota.

Il Cristo sarà allora avvolto

• da un corpo astrale formato dalla fede, da tutte le azioni dell’uomo dettate dalla meraviglia e dallo stupore;

• da qualcosa di simile al corpo eterico, formato da tutti gli atti di amore;

• da qualcosa che lo avvolge come un corpo fisico, formato dalle azioni dettate dalla coscienza morale.

L’evoluzione futura dell’umanità si compirà dunque attraverso la collaborazione degli impulsi morali degli uomini con l’impulso cristico.

L’umanità ci appare in prospettiva come un grande organismo unitario. Gli uomini che sapranno inserire le proprie azioni in questo grande organismo e mediante le loro opere forgiare intorno ad esso i propri impulsi come se fossero degli involucri, creeranno attraverso l’evoluzione terrena la base di una grande comunità pervasa dall’impulso cristico, che potrà allora essere completamente cristianizzata.

Vediamo quindi che la morale non ha bisogno di essere predicata, ma può essere fondata mostrando ciò che realmente avviene, ciò che è avvenuto veramente e che rende vere le cose intuite dalle persone particolarmente inclini alla spiritualità.

Si resta sempre particolarmente toccati quando si pensa che Goethe a Weimar, nel momento in cui moriva il suo amico, il duca Karl August, scrive una lunga lettera piena di tante cose e poi nello stesso giorno – era il 1828, tre anni e mezzo prima della sua morte, per così dire al termine del suo percorso terreno – nel suo diario annota una frase meravigliosa, importante: “Il mondo intelligibile va visto come un grande individuo immortale che crea inesorabilmente tutto il necessario e in tal modo riesce a vincere perfino la casualità.”

Come potrebbe assumere una tale concretezza un pensiero simile se non per il fatto di immaginare questo grande “individuo” che crea e agisce in mezzo a noi e pensare noi come esseri che agiscono in sintonia con lui?

Mediante il mistero del Golgota l’Individuo più grande si è inserito nell’evoluzione umana, e gli uomini, organizzando volutamente la propria vita nel modo descritto prima, si articoleranno intorno all’impulso cristico così che si formi una specie di involucro che ne racchiude l’essenza, il nucleo.

Avrei ancora molto da dire sulla virtù in quanto essa deriva dal coltivare la scienza dello spirito. In modo particolare si potrebbero fare lunghe e importanti considerazioni sulla veracità nel suo rapporto col karma.

Grazie alla visione scientifico-spirituale del mondo l’idea del karma dovrà affermarsi sempre più nell’evoluzione dell’umanità. L’uomo dovrà imparare a considerare e a organizzare la vita in modo che le sue “virtù” siano in sintonia con il karma.

Grazie all’idea del karma, dovrà imparare che non deve smentire le azioni passate con quelle successive. Dall’evoluzione dell’umanità dovrà risultare una certa coerenza della vita, un assumersi la responsabilità di ciò che si è fatto in passato.

Quanto sia ancora lontana questa meta lo vediamo osservando da vicino gli esseri umani.

Che un uomo si realizzi nelle azioni che compie è un fatto noto a tutti. Quando però un’azione sembra non esserci più, si fa spesso quello che in realtà si potrebbe fare solo se la prima azione non fosse stata compiuta.

Potrebbe pure emergere come oggetto di riflessione il fatto che l’uomo si senta responsabile di ciò che ha fatto, che accolga la realtà del karma nella propria coscienza pensante.

Ma con le linee tracciate in queste tre conferenze riuscirete a scoprire da soli tante altre cose, per esempio quanto possano diventare fecondi questi concetti se li sviluppate ulteriormente.

Il fatto che l’uomo continui a reincarnarsi per il resto dell’evoluzione terrena gli dà il compito di plasmare in piena libertà tutto ciò di cui è stato dotato nell’uno o nell’altro senso riguardo alle virtù descritte, al fine di trovare un equilibrio, lo stato intermedio, per raggiungere gradualmente la meta che è stata caratterizzata con la descrizione della formazione di involucri da dare all’impulso cristico.

Non ci troviamo di fronte a un astratto ideale di fraternità universale, per quanto anch’esso riceva forti impulsi sulla base della concezione scientifico-spirituale, ma vediamo che nella nostra evoluzione terrena c’è qualcosa di reale, un impulso venuto al mondo mediante il mistero del Golgota.

Però ci troviamo anche nella necessità di influire sull’anima senziente, razionale e cosciente in modo che questa Entità ideale diventi per noi una realtà, così che noi possiamo congiungerci con questo Essere come con un grande individuo immortale.

L’idea che questa sia l’unica opportunità di continuare ad evolversi, la possibilità di compiere la missione della Terra – formare un tutto con questo grande Individuo – si realizza nel secondo principio morale: “Ciò che fai come se fosse nato soltanto da te ti respinge, ti allontana dal grande Individuo, in questo modo distruggi qualcosa. Ma quello che fai per edificare nella maniera descritta questo grande Individuo immortale, lo fai affinché tutto l’organismo cosmico continui a vivere e ad evolversi.”

Basta tener presente questi due pensieri per avere la dimostrazione che essi non si limitano a predicare la morale ma la fondano realmente.

Infatti il pensiero, orrendo e agghiacciante: “Con le tue azioni distruggi ciò che devi costruire” fa tacere tutte le voglie che vanno in direzione opposta, mentre il pensiero: “Stai edificando questo Individuo immortale, fai di te stesso un membro di questo Individuo immortale”, incita a compiere azioni buone, suscita dei forti impulsi morali.

Con questo non ci si limita a predicare la morale, ma si indicano dei pensieri in grado di essere di per sé delle forze morali che fondano la morale.

Una tale morale diventerà tanto più presto concezione e attitudine scientifico-spirituale quanto più verrà coltivata la verità. Esprimere tale concetto con queste tre conferenze è il compito che mi ero prefisso.

È pur vero che alcune cose hanno potuto essere solo accennate, ma le vostre anime continueranno ad approfondire le idee sfiorate in queste tre serate. Così sentiremo anche la più profonda sintonia su tutta la Terra.

Quando ci riuniamo come abbiamo fatto adesso per riflettere insieme in qualità di scienziati spirituali dell’Europa centrale e del nord, quando lasciamo riecheggiare in noi i pensieri emersi nel corso di tali incontri, allora realizziamo al meglio il compito della scienza dello spirito, che consiste nel fondare la vera vita spirituale anche nel presente.

Anche se dobbiamo lasciarci, sappiamo però di restarci vicini nei nostri pensieri scientifico-spirituali, e questa consapevolezza è al contempo un impulso morale. Sapere di essere uniti dallo stesso ideale a persone che vivono lontano ma che possiamo ritrovare in occasioni particolari, è un impulso morale ancora più forte dello stare sempre insieme.

Il fatto di concepire in questo modo il nostro incontro e le nostre comuni riflessioni pervade anche la mia anima, in particolare al termine di queste conferenze, di un sentimento con il quale desidero rivolgervi il saluto di commiato, e sono convinto che se sarà compreso sotto la giusta luce fonderà anche spiritualmente la vita scientifico-spirituale che si sta svolgendo.

Con questi pensieri e con questi sentimenti vogliamo oggi concludere queste considerazioni.

[1] A questo punto la trascrizione aggiunge le seguenti osservazioni redazionali in una nota a piè di pagina: Con ciò non si intende dire niente sulle incarnazioni precedenti o anche successive delle individualità degli apostoli, ma semplicemente sulla genealogia fisica dei corpi in cui si sono incarnate le personalità degli apostoli. È necessario tenere sempre separate la linea delle incarnazioni e quella dell’ereditarietà [aggiunta a mano: fisica]. In OO 155: Cristo e l’anima umana, (Editrice Antroposofica 2005, pag. 89) questa nota a piè di pagina è stata inserita nel discorso di Rudolf Steiner senza nessuna indicazione in merito.

Verso un'etica della libertà_H.jpg

A proposito di Rudolf Steiner

Rudolf Steiner (1861-1925) ha integrato le moderne scienze naturali con una indagine scientifica del mondo spirituale. La sua antroposofia rappresenta, nella cultura odierna, una sfida unica al superamento del materialismo.

La scienza dello spirito di Steiner non è solo teoria. La sua fecondità si palesa nella capacità di rinnovare i vari ambiti della vita: l’educazione, la medicina, l’arte, la religione, l’agricoltura, fino a prospettare l’idea di una triarticolazione dell’intero organismo sociale che riserva all’ambito della cultura, a quello della politica e a quello dell’economia una reciproca indipendenza.

Fino a oggi Rudolf Steiner è stato ignorato dalla cultura dominante. Questo forse perché molti uomini indietreggiano impauriti di fronte alla scelta che ogni uomo deve fare tra potere e solidarietà, fra denaro e spirito. In questa scelta si manifesta quell’interiore esperienza della libertà che è stata resa possibile a tutti gli uomini a partire da duemila anni fa, e che porta a un crescente discernimento degli spiriti nell’umanità.

La scienza dello spirito di Rudolf Steiner non può essere né un movimento di massa né un fenomeno elitario: da un lato, infatti, solo il singolo individuo, nella sua libertà, può decidere di farla sua; dall’altro questo singolo individuo può mantenere le sue radici in tutti gli strati della società, in tutti i popoli e in tutte le religioni egli sia nato e cresciuto.

Foto di Steiner
Verso un'etica della liberta_RE.jpg