fronte.jpg

Indice

26 dicembre 2002, sera
vv. 8,1 – 8,11

Capitolo 8

27 dicembre 2002, mattina
vv. 7,53 – 8,11

27 dicembre 2002, pomeriggio
vv. 8,12 – 8,16

27 dicembre 2002, sera
vv 8,17 – 8,20

28 dicembre 2002, mattino
vv 8,20 – 8,24

28 dicembre 2002, pomeriggio
vv 8,24 – 8,32

28 dicembre 2002, sera
vv. 8,33 – 8,36

29 dicembre 2002, mattina
vv 8,37 – 8,44

29 dicembre 2002, pomeriggio
vv.8,45 – 9,3

Capitolo 9

29 dicembre 2002, sera
vv. 9,3 – 9,6

30 dicembre 2002, mattino
vv. 9,5 – 9,7

A proposito di Pietro Archiati

Trascrizione integrale non rivista dal relatore
a cura di Fabio Delizia, Giovanni Guglielmotto, Letizia Omodeo

Cari amici,

il lavoro che vi proponiamo è una semplice trascrizione di tutto quanto è stato registrato durante il 4° seminario sul Vangelo di Giovanni, tenutosi a Rimini nel Dicembre del 2002.

Abbiamo scelto di rimanere il più fedelmente possibile aderenti al linguaggio parlato, con la sua immediatezza e vivacità, anche se questo comporta alcune ripetizioni o imperfezioni formali.

L¹integrità del testo consentirà a tutti i lettori di avere uno strumento per lo studio nel tempo, ma certamente non potrà mai sostituire una partecipazione diretta alle conferenze. Ognuno di noi riconosce infatti il lavoro di Pietro Archiati sul vangelo di Giovanni prezioso e insostituibile sia per i contenuti sia per il modo in cui tali contenuti vengono espressi.

Ci auguriamo che leggendo queste pagine possiate provare lo stesso piacere e lo stesso interesse che abbiamo provato noi...

Buona lettura

26 dicembre 2002, sera
vv. 8,1 – 8,11

Cari amici, do il benvenuto a tutti in questo luogo nel quale ci ritroviamo per la seconda volta, e soprattutto a coloro che tra noi sono nuovi e che, cominciando con l’ottavo capitolo, dovranno considerare che gli altri hanno già fatto tutti i sette capitoli precedenti.

L’ottavo capitolo comincia con il famosissimo episodio dell’adultera.

Famosissimo perché, soprattutto nei primi secoli e diciamo fino al X secolo circa, in tanti manoscritti non è contenuto, è stato tolto. Tanto è vero che gli esperti di esegesi del Nuovo Testamento sono scissi fra loro: c’è chi ritiene questo brano della adultera come non facente originariamente parte del Vangelo di Giovanni e che, in qualche modo, qualcuno lo abbia inventato. Per esempio il codice Sinaitico, uno dei codici più autorevoli, non contiene affatto questa pericope.

Io parto dal deciso presupposto - ma proprio deciso - che è impensabile che questo brano non abbia fatto parte del Vangelo di Giovanni fin dall’inizio e che è assurdo il pensare che qualcuno si sia messo in testa di inventare tutto un bel pezzo di Vangelo e metterlo là dove non c’era.

L’altra ipotesi è che questo brano fosse nel testo originario però, siccome comporta notevoli difficoltà di tipo morale, c’è stato chi, comprensibilmente -non dico giustamente, ma comprensibilmente- ha fatto di tutto per levarlo.

E in che cosa consiste la problematicità? La problematicità consiste nel fatto che c’è una legge mosaica e c’è un popolo ebreo che in buona fede vive in base ad essa.

La legge di Mosè diceva -per lo meno così veniva interpretata, ne parleremo- che una donna colta in adulterio doveva essere lapidata!

Arriva un Pinco Pallino qualsiasi e manda a ramengo la legge di Mosé...! Ma se il Cristo non condanna l’adulterio, allora ognuno fa ciò che vuole ...? questo discorso non garbava alla Chiesa che, con un certo tipo di legge cui attenersi, aveva interesse a tenere a bada le persone.

Il Cristo dice: “Nessuno ti ha condannata donna? Neanch’io ti condanno… vai, non peccare più..neanche io ti condanno”. Tutta la nostra giurisdizione allora, che cos’è?

Si capisce subito che in chiave di ordine sociale, o anche soltanto religioso, questo brano è un passaggio, una pericope, di estrema dirompenza; inoltre, la cosa interessante è la sua attualità.

Quello che qui viene chiamato adulterio, supponiamo che sia l’insieme di quelle forze con cui l’essere umano sempre si confronta: le leggi di natura, dell’istinto, delle brame, e di tutti quegli impulsi che hanno a che fare con la procreazione. Allora la domanda è: che tipo di società vogliamo instaurare, che tipo di accordo sociale, che tipo di leggi vogliamo instaurare per metterci d’accordo su come venire alle prese con queste forze della natura umana?

Ci accordiamo di lasciare fare ad ognuno ciò che gli piace, oppure ci accordiamo di intervenire perché certe cose non vengano fatte?

Una domanda certo non semplice. Dunque l’attualità di questo brano è chiarissima.

Io vi proporrei di leggere il brano in una traduzione, diciamo, tradizionale, che ha lo spirito di questi duemila anni di cristianesimo.

Adesso io non posso dimostrare o fondare tutte le mie affermazioni, ma la spiegazione verrà man mano che si procede nel cammino: questi duemila anni di cristianesimo sono l’infanzia, i primissimi passi che l’umanità ha fatto nel confrontarsi a livello di coscienza di fronte al fenomeno primigenio dell’umano.

Ciò che è avvenuto duemila anni fa io lo chiamo il fenomeno puro, nel senso di Kant, puro, semplice, dell’umano; quindi i vangeli, e soprattutto il vangelo di Giovanni, contengono la fenomenologia pura dell’umano, ma non dell’umano in quanto sub specie aeternitatis, bensì dell’umano in quanto fattore in evoluzione.

Se è vero che duemila anni fa si è resa storica la prospettiva evolutiva di ogni essere umano, cioè si è mostrato sulla scena storica di questo mondo tutto ciò che ogni essere umano è chiamato a diventare, tutte le potenzialità evolutive insite nella sua natura, allora qui sono squadernate con parole ben precise e dati archetipici ben precisi - in modo particolare, il vangelo di Giovanni contiene soltanto cose archetipiche - tutti gli aspetti essenziali che hanno a che fare con l’essenza della natura umana e che hanno a che fare, diciamo, con l’essenza dell’essere umano in tutte le sue manifestazioni.

Consideriamo l’evoluzione come fatta di due movimenti fondamentali: un movimento di discesa e la svolta cui segue una libera riascesa.

Il movimento di discesa parte dal paradiso - paradiso dove gli esseri umani erano pensieri dentro la divinità - per arrivare ad un taglio ombelicale che si chiama peccato originale. Chiamiamolo taglio ombelicale dell’umanità questo andare via dal seno, dal grembo materno e paterno della divinità, per diventare sempre più autonomi, per diventare sempre più un individuo, per diventare sempre più un Io che sa pensare in proprio e sa agire in proprio. L’elemento di individualizzazione per eccellenza è la materia, il mondo della materia, perché nel mondo della materia gli esseri sono distinti e separati.

Provate a pensare se ognuno di noi non fosse congiunto col suo corpo, non inabitasse il suo corpo: tutti i corpi, tutti i pezzi di materia che sono qui in questa sala… pensateli via; saremmo forse distinti, autonomi e separati gli uni dagli altri? No, avremmo qui tutta una pappardella di pensieri. Ciò che separa gli individui, li rende autonomi gli uni dagli altri, è la materia, l’elemento della materia.

Un adagio degli scolastici nel medioevo recitava: materia principium individuationis.

Quindi era necessario che gli esseri umani scendessero sempre di più nel mondo della materia per diventare sempre più individuali, autonomi, indipendenti, separati gli uni dagli altri.

E in che cosa consiste la svolta dell’evoluzione?

La svolta dell’evoluzione consiste nel fatto che l’individualizzazione ha un grande vantaggio: l’acquisizione dell’autonomia; ma ha anche un grande svantaggio, che è il viversi gli uni contro gli altri. La prima fase della libertà deve essere sempre quella negativa, una libertà egoistica se vogliamo, di affermazione di sé a scapito dell’altro, un liberarsi da - e nella biografia di ogni essere umano, nel passaggio della pubertà, si ripete in piccolo questa prima fase necessaria -.

Ciò che noi chiamiamo l’evento cristico -e nella misura in cui noi capiamo le cose avremo la sovranità di usare anche un’altra terminologia- è l’evento della svolta storica dell’evoluzione, l’evento che presenta tutti i fenomeni dell’inversione di marcia.

Il modo in cui la libertà dell’egoismo si trasforma nella libertà dell’amore, questa è la libertà positiva, è il liberarsi per. In altre parole, la svolta dell’evoluzione sta nel fatto di mantenere l’autonomia acquisita facendo uso di essa in modo tale che il vivere gli uni contro gli altri si trasformi sempre di più nel vivere gli uni per gli altri, senza perdere l’autonomia. La libertà positiva dell’amore, se vogliamo.

Ritorno al pensiero di prima: io parto dal presupposto che in questo grosso cammino i primi duemila anni di cristianesimo rappresentano l’infanzia del cristianesimo stesso, e che del senso di ciò che avvenuto duemila anni fa finora si è capito e si è attuato poco.

L’umanità, per una certa forza di inerzia, doveva scendere ancora più a fondo, ancora più profondamente nel materialismo, prima di poter riascendere.

In altre parole, duemila anni dopo l’evento cristico, l’umanità si trova ora al punto infimo dell’evoluzione, tant’è vero che nell’umanità di oggi l’uomo normale non ha più nessun tipo di esperienza di ciò che è spirituale: gli restano le parole di un’umanità passata, di tre o quattro, molti millenni fa, che viveva la realtà di ciò che è spirituale; parole che restano cristallizzate nel linguaggio, ma l’uomo d’oggi vive come reale soltanto il mondo della materia ed è convinto che tutto ciò che è di natura psichica, tutto ciò che è di natura spirituale non sia che un epifenomeno, quindi una specie di risultato, una specie di elaborato dei processi della materia.

Questo stato di coscienza è il punto infimo della cosiddetta caduta, perché più a fondo di così lo spirito non si può perdere; perché perdere ogni esperienza della realtà di ciò che è spirituale significa essere caduti nel punto più a fondo che si possa immaginare.

Ora leggiamo insieme nella traduzione, diciamo, del cristianesimo ufficiale, questo brano dell’adultera per poi commentarlo con l’intento di indicare in che modo si può compiere questa svolta.

La svolta, così come la caduta, non è preminentemente un fatto morale; la caduta, la cosiddetta caduta, è preminentemente un fatto intellettuale, di coscienza.

La caduta sta nel fatto che, congiungendosi con la materia sempre più profondamente, lo spirito umano perde la capacità di vivere ciò che è spirituale come una realtà. E questa non è una colpa morale!

Ci stavamo dicendo che congiungersi con la materia fino a identificarsi con la materia stessa è necessario per diventare autonomi; quindi una delle cose più fondamentali che vanno capite per superare, per fare evolvere ulteriormente il cristianesimo tradizionale, il primo grande passo da compiere è di correggere l’errore di interpretazione del peccato originale.

L’errore di interpretazione del peccato originale sta nell’aver fatto del peccato originale un fatto morale, e lo vedremo anche con l’adultera.

Il peccato originale, cioè lasciare la matrice primigenia per congiungersi sempre di più con la materia, quindi oscurando la coscienza della realtà di ciò che è spirituale, non è né bene né male moralmente: è la necessità evolutiva fondamentale, è il presupposto fondamentale per diventare individualizzati, per diventare individui autonomi.

Quindi la sorgente del moralismo -clericale se volete, però c’è un po’ in tutte le culture- sta nel voler ricattare l’individuo mettendo sotto sospetto l’individualizzazione acquisita, come se il fatto di essere diventati materialistici, nel senso di essersi uniti con la materia e di viversi come individui autonomi, fosse un male morale; ciò che è il bene primigenio dell’evoluzione viene presentato dal moralismo teologico come male morale Voi chiederete: ma allora, non esiste male morale?

Esiste, ma è di tutt’altra natura.

Nella misura in cui io comprendo non soltanto la necessità evolutiva, ma la volontà evolutiva dell’acquisizione dell’autonomia dell’individuo, nel momento in cui comprendo che per questa autonomia era necessario inserirsi nella materia, comprendo che il male morale comincia là dove io ometto di riconquistare la realtà di ciò che è spirituale a partire dalle forze della mia individualità e della mia autonomia acquisita. In altre parole, esiste soltanto un tipo di male morale per l’essere umano ed è l’omissione del bene.

Siccome in un cristianesimo bambino mancano ancora le forze di coscienza per capire quali conquiste spirituali sono offerte come bene morale all’individuo - e quindi quali enormi peccati morali di omissione di conquista dello spirituale - il cristianesimo tradizionale di questo spessore dello spirito non ha nessuna idea, si accontenta di moraleggiare, presentando come male morale l’individuazione, che è semplicemente la cosa più importante, il fondamento per ogni conquista di ogni tipo di bene morale che ci sia.

Se noi mettiamo sotto sospetto la libertà individuale, se presentiamo il peccato originale -cioè l’aver lasciato il grembo divino per diventare autonomi- se presentiamo la cosiddetta caduta come male morale, cosa si intende dire con questo?

Si intende: sarebbe meglio se non fosse successo; e dire “sarebbe meglio se non fosse successo” è come dire “sarebbe meglio se il Padreterno non avesse creato l’essere umano così come è e se l’evoluzione non fosse andata così come doveva andare...”

Si comprende il discorso? E’ fondamentale, perché l’essenza del moralismo è che predica di rimangiarsi l’individualità. Invece l’individualità deve andare avanti, non essere abolita; deve essere grata delle forze di autonomia acquisite e usare queste forze per conquistare, adesso, come individuo singolo -a partire dalle forze dell’autonomia e della libertà individualizzate- tutte le dimensioni dell’invisibile e dello spirituale che si squadernano davanti allo sguardo intellettuale dell’essere umano.

Leggiamo la traduzione così come viene tradita, tramandata...

I. Tradotta ...?

Archiati: Tradita! tradere... la tradizione ...trasmessa...tradita!

Ci riserviamo il commento dopo aver letto il modo in cui si è cristallizzata l’interpretazione. Nella traduzione si cristallizza il tipo di interpretazione, in questo caso, invalsa nella cultura italiana; in Germania le cose sono un po’ diverse nel senso che Martin Lutero nel XVI secolo, oltre le Alpi naturalmente, ha fatto una traduzione della Bibbia che, grazie ai presupposti della lingua tedesca, si è enormemente arricchita. Perciò, se noi partissimo dalla traduzione di Martin Lutero avremmo un altro punto di partenza; noi ci accontentiamo della traduzione italiana.

Questo aggancio alla traduzione tramandata è fondato anche nella mia biografia, nel senso che io non sono nato in una culla dove c’erano genitori che, ancora prima che io nascessi, coltivavano la scienza dello spirito di cui molti di voi sanno. Sono nato nel cristianesimo tradizionale; è scritto nella segnatura della mia vita questo gettare ponti, questo fare i passaggi da ciò che si è cristallizzato negli ultimi duemila anni con la domanda su cosa ci aspetta per il futuro...

Capitolo 8

8,1 - 8,11 Gesù si avviò allora verso il Monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio, e tutto il popolo andava da Lui, ed Egli sedutosi li ammaestrava. Allora gli Scribi e i Farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e postala nel mezzo Gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio; ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo, ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra, e siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei.” E chinatosi di nuovo scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno cominciando dai più anziani fino agli ultimi; rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Allora Gesù alzatosi le disse: “Donna, dove sono i tuoi accusatori? nessuno ti ha condannata?” Ed ella rispose: “nessuno Signore”, e Gesù le disse: “ Neanch’io ti condanno. Và e d’ora in poi non peccare più. “

8,12 Di nuovo Gesù parlò loro: “ Io sono la luce del mondo”.

Vedremo in che modo c’è il passaggio alla luce del mondo, la luce del mondo che prepara il nono capitolo dove c’è la guarigione del cieco nato.

Prima domanda: è mai possibile che la legge di Mosè ingiunga di lapidare una donna colta in adulterio?

I. ...nella legge di Mosè c’era non uccidere

Archiati: Brava, c’è non uccidere...

I ...e il maschietto?

Archiati: Il testo dice adulterio; per un adulterio ci vogliono due persone, un adulterio da solo non esiste. Le cose vanno spiegate anche storicamente, quindi psicologicamente bisogna che ci rendiamo conto di cosa può essere successo tra scribi e i farisei di fronte a questo rabbino di Nazareth e al modo in cui parlava.

Noi siamo partiti dal presupposto -lo ripeto per coloro che sono nuovi- che attraverso questo Gesù di Nazareth che è un essere umano, parli ed operi l’Essere spirituale chiamato il Cristo o il Logos, un Essere spirituale di portata macrocosmica, non microcosmica.

In altre parole, un Essere spirituale che abbraccia l’interezza di tutte le forze di tutti gli Esseri Spirituali del sistema solare; l’organismo spirituale complessissimo che comprende Angeli, Arcangeli, Principati, Virtù, Dominazioni, Potestà e addirittura Cherubini Serafini Troni....tutto questo organismo infinito di Esseri spirituali che conducono l’evoluzione della decima gerarchia spirituale che è l’Umanità; tutti questi Esseri Spirituali sono organizzati in un organismo spirituale il cui Io è il Logos, chiamato Cristo.

Cristo è una parola ebraica: Meshiah, il Messia, tradotta in greco.

Meshiah, che è un participio, significa l’Unto e Cristos in greco significa Unto.

E chi veniva unto con l’olio? L’olio sono pure forze solari...

A coloro cui veniva detto: tu non devi agire come un essere intriso di forze terrestri ma sei chiamato a far fluire dentro di te, attraverso di te, per tutta l’umanità le forze dell’Essere del Sole, del Logos, del Cristo...questi venivano unti. Venivano unti profeti, sacerdoti e re, cioè le persone che erano chiamate a mettere da parte tutto ciò che è individuale, personale, e prendere invece ciò che è valido per tutti gli esseri umani, nel senso che il Sole è una realtà universale che non fa distinzione di popoli o di razze o di culture. Quindi nel mistero del Sole c’è sempre il mistero dell’universale, che tuttavia non esclude l’individuale, perché essere individuali è la cosa più universale che ci sia. Tutto ciò che è di gruppo - nazione, razza... - non è né universale, perché non comprende tutti gli esseri umani, né individuale.

Invece ci sono due elementi fondamentali dell’umano: ciò che è universalmente umano -e ci comprende tutti - e ciò che è assolutamente individuale -che è specifico di ognuno -.

Quindi ci sono due dimensioni che valgono per tutti: l’universalmente umano e ciò che è specifico di ognuno.

Da un punto di vista psicologico gli scribi e i farisei si rendono conto che passano i mesi e questo rabbi di Nazareth raccoglie sempre maggior consenso tra la gente...

Proprio per il fatto che attraverso questo Gesù di Nazareth si esprime il Logos, si esprime il Cristo - il Messia che i loro profeti avevano annunciato, ma del quale essi non riuscivano più a capire quale sarebbe stata la natura - proprio per il fatto che il loro Messia parla e agisce in mezzo a loro anche se essi non lo riconoscono e tuttavia è lì, e nel popolo, in tante persone, c’è il sentore di essere in presenza di qualcosa di particolare, questi scribi e farisei si sentono minacciati e si chiedono: cosa possiamo fare per tendergli una trappola, mettergli un tranello o fargli fare uno sbaglio in modo da poterlo accusare?

E individuano nella donna colta in adulterio una buona occasione.

Questo significa che essi avevano problemi di coscienza con la loro interpretazione della legge mosaica, perché il ragionamento è: se Gesù - per non sobillare la ribellione contro la legge di Mosè - ci dice “uccidetela”, potremo accusarlo e prima di tutto contestargli che noi non abbiamo il diritto di uccidere una persona, lo possono fare solo i romani; quindi, se ci dice di fare da noi questa giustizia ebraica, lo possiamo accusare di andare contro i romani. Inoltre il fatto di ingiungere di ucciderla è un fattore puramente disumano e andrebbe contro tutto ciò che lui stesso ha detto sull’amore finora; quindi, probabilmente, non sarà in grado di dire “uccidetela”.

Se invece dice “non uccidetela” si mette contro la legge di Mosè e lo possiamo accusare di sobillare le persone a non rispettare la legge di Mosè.

Quindi, scribi e farisei sono convinti che sia una trappola tale che Gesù non avrà una via d’uscita. E come se la cava Lui?

Questo fenomeno del trovarsi in una trappola dove si intravedono soltanto due soluzioni è tra i fenomeni primigeni dell’umano. Quante volte ognuno di noi si è trovato in situazioni di vita - e più passano gli anni e più si fanno di queste esperienze, soprattutto in un mondo così complesso, moralmente così difficile da interpretare come il mondo in cui viviamo oggi- in cui si vedono soltanto due vie, però né l’una né l’altra convince...e significa allora che bisogna trovarne una terza...e però non la si vede ancora.

La terza via del Cristo è che non gliela imbecca Lui... La terza via sta nel rifiutarsi di prendere l’una o l’altra via in modo che vengano poste come due estremi da evitare: ecco il fenomeno cristico per eccellenza. Ci sono due estremi da evitare: un estremo, ucciderla; l’altro estremo, assolverla; bisogna evitare tutti e due gli estremi.

Quindi la forza del Cristo, la realtà del Cristo, è sempre, in qualche modo, l’intento di trovare la forza del centro che evita i due estremi, perché tutti e due gli estremi sono disumani, sono due unilateralità.

Se il Cristo dicesse che una scelta va evitata perché unilaterale, e l’altra va evitata perché unilaterale... se dicesse cosa va fatto, toglierebbe all’essere umano la possibilità di crescere conoscitivamente in modo da riuscire a trovare lui stesso qual’è la soluzione.

Qui abbiamo un evento archetipico, se vogliamo, però nella vita di ciascuno di noi la soluzione che crea l’equilibrio tra due unilateralità ognuno la deve trovare nella propria situazione di vita e nessuno gliela può indicare dal di fuori.

Un’altra riflessione: la legge mosaica è sorta per preparare in seno al popolo ebraico il tipo di corporeità necessaria per l’incarnazione del Verbo, per l’incarnazione del Logos, per l’incarnazione del Cristo, del Messia. Questa è stata la missione specifica nel popolo ebraico: preparare la corporeità adatta, necessaria.

Ora, quale tipo di corporeità è la più consona all’incarnazione dell’Io, all’incarnazione del Logos? E’ un tipo di corporeità nella quale gli elementi di determinismo cogenti, determinanti di natura, di istinto e di brame, si ritraggono e fanno posto all’elemento di libertà. Di una corporeità, di una natura fisiologica, di un organismo nel quale le forze istintive e delle brame sono esuberanti, lo spirito umano avrà meno possibilità di servirsi, di avvalersene come strumento per le conquiste del suo spirito: avrà molta più difficoltà; quindi capiamo subito che doveva esservi un’affermazione fondamentale della legge mosaica in tal senso. La legge mosaica è, in modo particolare, come trattare il corpo umano per portarlo al punto evolutivo da diventare ricettacolo dell’Io Sono, ricettacolo del Logos, ricettacolo del Messia; come trattare il corpo umano per farne, di generazione in generazione, il ricettacolo più idoneo del Messia, delle forze del Messia.

In questa legge mosaica deve esserci l’affermazione - perché ne fa parte - che, quando l’elemento maschile e l’elemento femminile si congiungono, l’ideale sarebbe che le forze istintive, le forze di non libertà, fossero il meno possibile cogenti, in modo che subentrino sempre di più le forze di libertà. Quando marito e moglie compiono l’atto di procreazione, questo atto ha la possibilità di essere compiuto in un modo abbastanza puro o del tutto puro per procreare, a servizio dello spirito che si vuole incarnare.

Quando invece le forze di procreazione vengono espresse con un’altra persona che non sia marito, o moglie, cosa subentra come elemento fondamentale? La brama. Non è più l’intento libero di procreare, quindi di dare, indipendentemente dalla brama, dall’elemento istintuale, il proprio sostrato corporeo. L’essenza del fenomeno procreativo è di offrire il sostrato corporeo all’individuo che si incarna; quando invece avviene in una situazione di adulterio è chiaro che è l’elemento della brama a sopravalere. Questo non vuol dire subito che è peccato o che è un male morale; è soltanto un constatare che tra due persone, il cui comune karma è di offrire il sostrato corporeo ad uno spirito che si incarna, c’è la possibilità di fare di questo fattore di servizio il fattore principale. In una situazione di adulterio invece, non è per questo motivo che si incontrano come uomo e donna; per natura, l’altro elemento di cogenza, l’altro elemento d’istintualità, quindi di non libertà, avrà un ruolo più importante.

E questo va detto come constatazione oggettiva dei fatti, prima ancora di farne una disamina morale. Un’affermazione morale, un giudizio morale, nei confronti di un adulterio - per sapere se hanno fatto bene, se hanno fatto male moralmente, o quanto bene o quanto male - presupporrebbe che noi sapessimo quanta capacità l’uno e l’altro avrebbero avuto di vincere o di opporsi a questo dato di natura. Siccome però nessuno di noi può conoscere le forze reali morali di un altro essere umano nei confronti dell’elemento di natura, un giudizio morale di un essere umano su un altro essere umano non è mai possibile. Nessun essere umano ha mai la possibilità di emettere un giudizio morale - un giudizio morale, intendiamoci bene !- neanche minimamente oggettivo su un altro, tant’è vero che uno dei detti del Cristo nel vangelo è: “non giudicare”, punto e basta; perché nessuno ha i presupposti per dare un giudizio morale sull’altro, per dire quanto l’altro sia buono o cattivo moralmente.

Quello che io sto facendo è una constatazione, se volete, di scienza naturale, dell’oggettività dei fenomeni.

Ora, Mosè deve necessariamente aver detto: se la missione di questo popolo è quella di creare, di far sorgere nell’umanità la corporeità più adatta come uno strumento musicale più idoneo alle forze del Messia, fa parte di questa missione che l’elemento di irruenza della natura, l’elemento di non libertà, l’elemento di cogenza degli istinti e delle brame venga sempre di più superato, altrimenti non si può far posto all’elemento messianico di libertà e di conquista, di spaziare, creare dello Spirito.

Come dire: caro popolo ebraico, quando come popolo ebraico invalgono dentro di te le forze di sopraffazione della natura rispetto allo spirito umano, il tuo compito, la tua missione, è di estinguerle, altrimenti diventi infedele alla tua missione...; altrimenti, tu estingui lo spirito umano. In altre parole: popolo ebraico, devi sapere che un individuo umano che in quanto tale si riduce ad impulsi, a pulsioni di natura, in quanto spirito umano è morto; in quanto spirito libero è morto.

Col passare del tempo quest’affermazione, che è una constatazione oggettiva dei fatti, è stata interpretata moralmente. Essa non è stata più compresa e si è cominciato a leggere: quando una donna viene colta in adulterio deve essere lapidata... Ma donna è un’immagine dell’anima umana, quindi si tratta dell’anima umana che, o si perde nella natura delle forze del corpo, oppure usa le forze del corpo come strumento per aprirsi verso lo Spirito; quindi considera l’anima umana - di uomini o donne non importa nulla - come morta nell’elemento minerale - che è quello che esprime le forze di natura in un modo puro - perché si è ridotta talmente alle leggi di natura, che non ha più nessuna capacità di aprirsi agli spazi di libertà dello spirito. Attraverso questa immagine della donna colta in adulterio, invece di capire che questa anima umana va considerata morta come le pietre, a livello conoscitivo è stato capito devi prendere delle pietre fisiche e lapidarla fisicamente.

Mi pare che sia ovvio, dopo duemila anni di cristianesimo in cui cominciamo a capire, che sia escluso nel modo più assoluto che Mosè abbia inteso le cose in questo modo.

Quindi, la caduta dell’umanità, di fronte alla quale il Cristo si è confrontato, è una caduta intellettuale. Un elemento fondamentale di questa caduta intellettuale è che la legge mosaica non si capiva più; questo non capirla più, o interpretarla in un modo del tutto errato, è il presupposto perché l’individuo possa riconquistare la giusta interpretazione.

Se l’interpretazione giusta fosse tramandata all’individuo singolo in chiave di gruppo, in chiave di ebraismo, in chiave di chiesa cattolica, l’individuo singolo non avrebbe il compito conoscitivo di conquistarsi individualmente e liberamente tutte queste scienze, tutti questi tesori di conoscenze spirituali. Il Cristo non dice “uccidetela”, non dice “ha fatto bene”, ma si china e scrive con il dito sulla terra.

Questo elemento del vangelo di Giovanni, cari amici, è uno dei più belli, dei più sublimi che ci siano, perché - e qui mi aggancio a quello che dicevo all’inizio - i duemila anni di cristianesimo passato sono stati un primo balbettio infantile sui misteri del cristianesimo; e fa parte di questo balbettio che la domanda delle ripetute vite terrene non sia stata neanche posta. E’ evidente il carattere di infanzia del cristianesimo tradizionale proprio se consideriamo il fatto che questa domanda fondamentale in tutto il cristianesimo tradizionale, in duemila anni, non è stata nemmeno posta: se è vero o no che ogni essere umano vive una volta sola, oppure se è una realtà oggettiva che la dovizia della grazia divina, la sovrabbondanza dell’amore divino, concede volentieri a ogni essere umano di partecipare in proprio a tutta l’evoluzione, dall’inizio fino alla fine e che quindi deve essere la legge evolutiva fondamentale il ritornare di volta in volta, ripetutamente, a costruirsi un corpo umano - una volta maschile, una volta femminile, una volta in una cultura, una volta in un’altra, una volta in una razza, una volta in un’altra, una volta parlando una lingua, una volta parlandone un’altra... - in modo da dare ad ogni essere umano la possibilità di partecipare e di far proprie tutte le tappe evolutive. Questa domanda -non parlo della risposta, ma come domanda - in tutto il cristianesimo tradizionale, in duemila anni, non è stata neanche posta.

Chi conosce la mia biografia sa che, in base a questa domanda, ogni tentativo per me di restare nella Chiesa Cattolica sarebbe stato una pura illusione... perché ho posto questa domanda.

Un cristianesimo degno del vangelo di Giovanni è un cristianesimo che si propone una sfida, che vede una sfida conoscitiva in questo gesto del Cristo che iscrive nel corpo della Terra le azioni degli esseri umani.

L’interpretazione di questo Suo gesto non la dà il Cristo; se Lui avesse dato l’interpretazione di questo gesto, essa sarebbe stata prematura perché avrebbe scavalcato la fase infantile, necessaria anche per il cristianesimo, e gli esseri umani l’avrebbero fraintesa.

Secondo me, la percezione di una soglia non soltanto di millennio - dal secondo al terzo millennio - ma di una soglia, diciamo, evolutiva, enorme del cristianesimo, consiste proprio nel fatto che noi siamo in grado di dimostrare che oggi, in base a questo mondo infinito che è la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner, c’è la capacità, la possibilità nell’umanità di affrontare, per esempio, questo gesto del Cristo, questo episodio dell’adultera, con pensieri del tutto nuovi. E vogliamo dimostrarlo, siamo venuti qui insieme apposta per far questo; per vedere se noi, umanità di oggi - per quanto chi vi sta qui davanti cerchi di articolare queste cose, magari balbettando - abbiamo la possibilità, la capacità di dimostrare che con pulizia intellettuale siamo in grado di affrontare, per esempio questo gesto del Cristo, questo episodio dell’adultera con pensieri del tutto nuovi; ma non nel senso di trovare un altro pensierino esegetico da aggiungere. No! nel senso di trovare una chiave interpretativa che proietti l’umanità per millenni verso il futuro. E l’unica chiave interpretativa degna, intellettualmente degna di questo episodio, l’unica interpretazione degna di questo gesto cosmico del Cristo che si china sul corpo della Terra come madre di tutti gli uomini, è l’interpretazione in chiave di ripetute vite di ogni essere umano sulla Terra.

Cari Giudei, appartiene ad uno stadio di coscienza infantile che va superato nel corso dell’evoluzione, pensare che sia il compito degli esseri umani fare giustizia. Non c’è bisogno. Il modo in cui questa donna sarà confrontata con le conseguenze del suo agire, questo adulterio se volete, questo gestire, questo confrontarsi con le conseguenze delle azioni umane, non tocca voi. C’è un mistero del karma, c’è un Signore del karma, che deve essere un Essere molto più vasto che non la piccola coscienza di falsa interpretazione, addirittura di una legge passata, il quale scrive nell’aura della Terra - nelle forze eteriche, astrali, della Terra - tutte le forze che vengono generate dalle azioni umane; e quando lo spirito umano ritorna sulla Terra, torna ad incontrare le forze che lui stesso ha generato nelle vite precedenti, e incontrandole, facendo i conti con ciò che ha fatto a se stesso, con ciò che ha fatto agli altri esseri umani e con ciò che ha fatto alla Terra, rendendosene conto - perché viene confrontato con l’oggettività di ciò che lui è divenuto - potrà fare passi ulteriori in avanti. La legge mosaica prescriveva qualcosa di valido per tutti, e i Giudei e la maggior parte dei cristiani oggi, la maggior parte degli uomini d’oggi, pensano che la legge sia fatta per sapere ciò che l’individuo deve fare.

Nulla può essere legge senza che valga almeno per un gruppo di persone; quindi ogni legge è un fenomeno di anima di gruppo. Tutto ciò che è generalizzabile, tutto ciò che è valido per più persone, non può mai essere morale, ma deve essere il fondamento della moralità; in altre parole le leggi che tutti dobbiamo rispettare non sono il bene morale, sono la condizione necessaria per il bene morale.

In che cosa consiste il bene morale? Nella realizzazione dell’individuo, nella sua unicità, nella sua irripetibilità. Non c’è nessun dovere per l’essere umano oltre quello di diventare ciò che è stato pensato per lui dall’Essere divino che lo ha pensato. Quindi l’unico vero dovere morale è l’autorealizzazione di quell’Essere Divino che sono Io e che la Divinità ha pensato pensando me, nel corso di tutta l’evoluzione terrestre.

Tutto ciò che è di gruppo, tutto ciò che è di popolo, tutto ciò che è di razza è strumento e diventa immorale se si rende scopo, se si rende fine, perché strumentalizza l’essere umano e lo rende un osservatore della legge. Rendere l’essere umano osservatore della legge significa uccidere l’essere umano, perché si uccide la sua individualità.

Osservare la legge è la conditio sine qua non della moralità, ma non la moralità. E nella misura in cui si capisce in che cosa consista ciò che è morale avremo in mano la chiave per sapere quali leggi - che concordiamo insieme - sono strumenti, favoriscono e vogliono la realizzazione di un’individualità, e quali leggi invece sono fatte apposta per proibirla, per impedirla. Cosa avreste fatto voi duemila anni fa con un signorino che viene a farvi questi discorsi?

Se noi fossimo stati là duemila anni fa -e a livello di coscienza eravamo là e oggi non è che siamo molto più avanti- una cosa è certa: l’avremmo fatto fuori. Oggi le cose non sono molto cambiate, è cambiato soltanto il modo di far fuori.

Riprendo dal versetto 8, 3

Agousin de oi grammateiV kai oi Farisaioi gunaika... (agusin dè oi grammatèis kai oi farisàioi gunaika...), conducono allora gli scribi e i farisei una donna...

Per chi conosce la scienza dello spirito i farisei sono l'elemento maggiormente luciferico e gli scribi l'elemento maggiormente arimanico; queste due unilateralità eterne dell'animo umano conducono l'anima umana verso il Cristo. In altre parole, scribi e farisei sono unilateralità, e qual'è lo scopo dell'unilateralità?

E' che vivendola, mi sento così male, così stretto, così sfasato, che nasce nella mia anima il desiderio di andare verso la forza Cristica.

Quindi possiamo tradurre il testo in questo modo qui: gli scribi e i farisei, tutto ciò che è unilaterale, che è estremo, serve a far sorgere nell'anima umana il desiderio della forza di mediazione; e la forza del mezzo è la forza di mediazione tra gli estremi, tra due unilateralità.

"Una donna colta in flagrante adulterio e, ponendola nel mezzo..." ecco il mezzo, "ponendola nel mezzo "... nel mezzo c'è il Cristo e pongono anche lei nel mezzo; quindi è proprio questo dinamismo evolutivo di trovare la forza di mediazione tra gli estremi, tra il disumano da una parte e il disumano dall'altra.

"...e dicono a lui: tu che sei maestro..." - Maestro, Didaskale (Didàscale) - tu, che da come la gente ti esperisce, da come la gente ti vive, sei uno che insegna, che fa camminare la coscienza umana; maestro significa tu che aiuti gli esseri umani a fare passi, nuove conquiste nel cammino della coscienza umana.

"...questa donna è stata acchiappata in flagrante adulterio. Nella legge Mosè ha ordinato - ha comandato, ha ingiunto - di lapidare costoro. Tu cosa dici? Questo dicevano per metterlo alla prova affinché avessero un capo d'accusa. Gesù chinandosi in basso, con il dito, scrisse dentro la terra. "Dentro la terra, eiV thn ghn (eis ten ghèn) accusativo.

Noi non siamo forse abituati a leggere questi testi, ma verrà un tempo in cui questo tipo di lettura diventerà sempre più spontanea.

Adesso faccio uno schemino: il sistema planetario, mettendo la Terra in mezzo... non vi spaventate, secondo Tolomeo la Terra è in mezzo.

fig 1.psd

Il Padre Celeste che, diciamo, sta nel regno della durata - i dodici segni dello zodiaco - ha mandato l’Essere Solare e gli ha detto: chinati sulla Terra, chinati sulla Terra e fa di essa il centro delle tue cure d’amore! Quindi questo gesto del Cristo di chinarsi sulla Terra è proprio un gesto karmico della Sua evoluzione. Sole e Terra erano un corpo solo all’inizio; per dare agli esseri umani sulla Terra la possibilità di diventare bravi egoici, di compiere la prima fase della libertà, che è quella della individualizzazione, separandosi gli uni dagli altri, Lui, che è pure forze d’Amore, si è tirato indietro, come i genitori che nell’età della pubertà dei propri figli si ritirano per far spazio alla prima fase della loro libertà. Terminata la prima fase della libertà, quando si tratta di invertire le forze di egoismo e trasformarle in forze d’amore, l’Essere del Sole si curva sulla Terra, ritorna sulla Terra e fa della Terra il Suo corpo. Quindi l’incarnazione del Logos è la decisione dell’Essere Solare di lasciare la corporeità solare e di intridere delle sue forze d’Amore tutta la Terra con la sua aura, in modo realissimo però; quest’affermazione non è soltanto un’affermazione spirituale, è anche un’affermazione astronomica, un’affermazione di scienza naturale, se volete.

Prima del Mistero del Golgota, prima dell’evento del Cristo, la Terra non era il corpo del Cristo perché lo Spirito della Terra era l’umanità senza il Cristo e il Cristo, prima del mistero del Golgota, aveva come corporeità il Sole. L’evento del Cristo sta nel fatto -reale, anche proprio nei termini di scienza naturale- che l’Essere solare ha lasciato la corporeità solare ed ha intriso delle sue forze d’Amore tutta la Terra con la sua aura, con tutto ciò che di aura c’è intorno alla Terra.

Tutta la Terra si è intrisa di forze cristiche.

Questo mistero viene espresso in questo passo: chinarsi e scrivere...Ha scritto!

E continua a scrivere, perché tutte le azioni umane vengono scritte nella realtà, non soltanto fisica naturalmente, ma nella realtà eterica, astrale e spirituale della Terra, che è il corpo del Cristo. Gli esseri umani vivono sulla Terra, quindi vivono in queste forze dove c’è anche ciò che ognuno di noi ha compiuto in vite passate; poi con la morte andiamo di pianeta in pianeta, dopo torniamo sulla Terra e cosa troviamo sulla Terra? Ciò che abbiamo compiuto nella vita precedente; ma in tutte queste forze c’è questo curvarsi d’amore del Cristo che, da duemila anni fino ad oggi, e poi per tutto il futuro, iscrive nell’aura della Terra tutte le azioni degli esseri umani.

In altre parole, far giustizia di questa donna partendo da una legge di popolo, da una legge di gruppo, sarebbe la più grande ingiustizia, perché le sue azioni sono individuali. Ora, l’unica vera giustizia che rende giustizia all’essere umano che è un individuo, è il karma individuale. L’unica giustizia che rende giustizia all’individuo in quanto individuo non può essere una giustizia di gruppo, che è uguale per tutto un gruppo di persone. L’unica giustizia che è giusta, è che ognuno si pigli le conseguenze individualissime delle sue azioni individuali: le conseguenze devono essere individuali! Non trattare tutte le adultere di questo mondo tutte allo stesso modo, lapidandole, perché allora le conseguenze non sono individuali.

Ed il Cristo dice: se le azioni sono individuali, anche le conseguenze devono essere individuali; e questo è il mistero del karma. Il mistero del karma significa che ognuno di noi lascia tracce -proprio forze, realtà sovrasensibili, individualissime - che portano l’impronta del suo essere e restano impresse nel corpo della Terra, ed egli le ritrova, individualissime, proprio col suo nome, con la fisionomia del suo essere, quando ritorna sulla Terra; e solo quella è la vera giustizia, perché viene confrontato unicamente con ciò che lui stesso ha fatto, non con ciò che gli altri arbitrariamente, oppure riducendolo a fenomeno di gruppo, gli fanno dal di fuori.

L’unica giustizia vera è quella che sorge dall’interiorità morale di ogni essere umano; l’unica giustizia vera è di venire confrontati individualmente con le conseguenze delle proprie azioni individuali. Ma questa è proprio la legge del karma.

Un cristianesimo che nei primi duemila anni non ha ancora avuto le forze conoscitive, o il gradino di coscienza necessario per porre queste domande, è un cristianesimo incipiente che diventa sempre più insufficiente per tante persone, e lo si capisce.

Provate ad immaginare una interpretazione del testo senza queste due chiavi: che la Terra è il corpo del Cristo e quindi il Cristo iscrive le opere umane, le opere di questa adultera, nella Terra, nel suo corpo, quindi Lui le conserva; e che Lui è l’Agnello di Dio che porta su di sé i peccati del mondo per ridarli agli esseri umani, in modo che siano provocazioni a camminare. Senza questa chiave di lettura macrocosmica, cosmica e macrocosmica - che la Terra, realmente, è il corpo del Cristo - e senza l’altra chiave di lettura - che ogni essere umano ritorna più volte sulla Terra - la spiegazione di questo duplice curvarsi del Cristo sulla Terra diventa così arbitraria che veramente non convince.

Leggete per esempio cosa avete nelle note: “...si è messo a scrivere sulla terra perché non voleva dare nessuna risposta “.

I. Io ho “ il senso di questo gesto resta oscuro...”

Archiati: Ah, ecco... “il senso di questo gesto resta oscuro”, almeno c’è l’ammissione del fatto che resta oscuro; oppure dicono: “siccome il Cristo sa che gli hanno posto una trappola, sa che qualsiasi cosa dica lo mettono alle strette, si è messo a scrivere per terra” e voglio dire, secondo me, un’interpretazione convincente non la troverete.

I. Qui dice: “non ci sono elementi per individuare un contenuto; se fosse stato importante, sarebbe stato fatto capire.”

Archiati: Eh, però è grave quest’affermazione, nel senso che allora dice che il vangelo di Giovanni scrive delle cose non importanti: questa affermazione è molto grave!

Ci sono domande, riflessioni?

Mi pare di aver detto un paio di cose abbastanza fondamentali questa sera, sentiamo un attimino cosa è stato recepito, non recepito, su cosa siamo d’accordo, non d’accordo...

I. Questo scrivere sulla Terra, io pensavo che alludesse al peccato cosmico che però il Cristo prende sulle sue spalle, per cui non è devoluto all’essere umano il pareggiarlo, perché non ne avrebbe la capacità; invece mi sembra, che qui, tu abbia dato una chiave di interpretazione diversa...

Archiati: No, le due cose vanno molto bene insieme e, prima di tutto, non si escludono.

In altre parole, una cosa abbiamo detto diverse volte, metodologicamente: questa adultera chi è? E’ sia un essere umano ben preciso, una donna di duemila anni fa, sia un archetipo.

Quindi la dimensione storica non va mai vanificata, va sempre presa sul serio; è una donna in carne ed ossa che gli hanno portato in quanto colta in adulterio e Lui deve prendere posizione di fronte a questo fatto, di fronte a questa donna. Però nel vangelo di Giovanni, nei vangeli, tutto è archetipico; qui c’è la realtà dell’anima umana, c’è che l’essenza dell’evoluzione è un adulterio cosmico; ma cosa ho detto all’inizio? Che bisognava mandare a ramengo il primo marito -che è lo Spirito- ed unirsi al secondo marito -che è il corpo-! Quindi l’anima umana è diventata adultera, dovette diventare adultera nei confronti del primo marito, altrimenti non si sarebbe mai individualizzata, e si è pigliata il secondo. Il fatto che questa donna concreta sia presa, subissata, nelle leggi del corpo, delle brame, degli istinti, è un evento storico preciso, concreto, che però in quanto evento storico concreto è contemporaneamente archetipico: è l’essere umano caduto nei meccanismi cogenti delle leggi di natura del corpo.

I. Si, scusa, volevo dire un’altra cosa io: il fatto di scrivere sulla Terra mi pareva che alludesse al peccato cosmico, cioè al peccato cosmico inteso quando dice “l’Agnello di Dio prende su di Se il peccato del mondo”; cioè è il Cristo che pareggia questo peccato che l’essere umano fa contro al mondo, perché l’essere umano non sarebbe in grado di farlo; mentre invece il compito dell’essere umano è quello che hai detto tu adesso, cioè la legge del karma: si ritrova con le conseguenze delle azioni e le pareggia; questo volevo dire. Questo scrivere sulla Terra lo dobbiamo leggere nei due significati sia del peccato del mondo, che è pareggiato dall’Agnello di Dio, sia in senso karmico

Archiati: Certo! Ma se non ci fosse il Suo pareggio cosmico, non avremmo i presupposti necessari per fare il pareggio karmico, usando adesso la tua terminologia...capito?

Quando noi facciamo una spiegazione non è necessario, ogni volta, metterci dentro tutto quello che tu vorresti. Un conto è se un tipo di spiegazione ne esclude altre -allora andremmo male- ma questo l’ho sempre detto, fin dall’inizio, però esplicitare tutto ciò che può essere messo in sintonia è impossibile !

I. E’ troppo!

Archiati: No ! E’ impossibile, semplicemente impossibile!

I. Nella legge di Mosè non si dice mai bisogna lapidare un’adultera...

Archiati: Come non si dice mai? Loro lo hanno interpretato così, stupidi non erano. Sta a te dire se è possibile che Mosè abbia fatto un’affermazione del genere...

I ...però non c’è, voglio dire nella Bibbia non c’è scritto...

Archiati: No, no, l’ebraico si può tradurre in questo modo; se non fosse possibile, come avrebbero potuto interpretarlo così, scusa?

I. Quindi, è un fatto di interpretazione.

Archiati: Ma certo! Tutto è un fatto di interpretazione!

I. Una seconda cosa: hai detto che per uccidere una persona bisognava chiedere permesso ai romani...

Archiati: ...tant’è vero che se arriviamo sino alla fine del vangelo di Giovanni, il grande problema è che loro Lo voglio uccidere, ma non possono; devono interpellare Pilato in modo che Pilato dia loro il benestare.

I. Un’altra cosa: siccome abbiamo sempre detto che ultimamente il Cristo non è mai presente fisicamente, qui continuiamo ancora a stare in questa situazione? Mi sembra che tu avevi detto che dal VI capitolo in poi, escluso l’ultima parte del vangelo di Giovanni, Cristo non è mai più presente fisicamente.

Archiati: No, no, non l’ho detto così tassativamente! Ho fatto la distinzione tra la Galilea e la Giudea: qui siamo in Gerusalemme.

I. Ah, quindi per la Galilea vale...

Archiati: Le cose sono più complesse.

I. Io avevo capito come se da quel momento in poi, tranne che alla fine, alla crocifissione, non fosse...

Archiati: No. C’era l’affermazione che da quel momento in poi la situazione diventa per Lui estremamente pericolosa. Quindi deve valutare bene -siccome Lui sa quando è la Sua ora- che la Sua morte non deve avvenire né un giorno prima né un giorno dopo, deve fare ciò che è necessario perché non lo uccidano prima e perché non lo uccidano più tardi. Cosa che fa parte del Suo karma naturalmente, e allora quando viene detto “sparì “dalla situazione perché non era ancora giunta la Sua ora, questo - il modo in cui sparisce - resta per gli esegeti una cosa molto difficile da spiegare, perché essi conoscono soltanto uno sparire fisico: era lì fisicamente ed è sparito fisicamente. Non conoscono un altro tipo di sparire: mentre il Cristo si esprime attraverso Gesù di Nazareth, questo essere umano visibile riluce, crea un’aura di forze - chiamale come vuoi - un operare proprio travolgente in un certo senso, senza ledere la libertà. Il Cristo si ritira da questo Gesù di Nazareth e... dov’è, dov’è? ...sparito! E Gesù di Nazareth è come un uomo qualsiasi; nessuno sa che questa forza enorme agiva come punto di inserimento nella realtà umana. Un fenomeno analogo lo si riscontra ad esempio nel settimo capitolo, dove abbiamo visto che certe parole non sono state dette fisicamente ma soprasensibilmente.

In altre parole, torniamo sempre di nuovo, da lati diversi, all’affermazione che i vangeli ci pongono di fronte a fenomeni che sono complessi, perché presuppongono una sfera che è eminentemente fisica, poi contemplano un secondo livello che è il primo sovrasensibile che però ha, diciamo, le leggi del vivente; poi un terzo livello, anch’esso sovrasensibile, che ha leggi non del vivente ma di ciò che è animico, psichico; e poi addirittura un quarto livello che è ciò che avviene nel mondo spirituale vero e proprio.

I. Qui siamo sempre nel periodo della Festa delle Capanne?

Archiati: E’ passato, stiamo andando verso l’inverno.

I. Non so se ho capito bene: allora, se noi parliamo della legge karmica si può parlare di questa legge a partire da questo livello qui, perché prima il Karma non esisteva...

Archiati: Perché? Il Buddha ne ha parlato cinquecento anni prima.

I. Per quel che ho capito io, il nostro karma viene inciso nel corpo della Terra, che prima era altro...

Archiati: Stai attento. Il fatto che il Cristo duemila anni fa, in questo episodio, fisicamente, compia questo gesto, non significa che ciò che questo gesto fisico evidenzia a livello sovrasensibile cominci adesso. Non è detto! Viene evidenziato. Vedi?...Tu hai pensato: comincia adesso... ma lo hai pensato tu!

I. Volevo sapere... il discorso delle leggi... ho capito bene che è solo il karma...

Archiati: Individuale! Tu intendi dire karma individuale? C’è il karma di popolo - così come c’è una legge di popolo, c’è un karma di popolo - c’è il karma dell’umanità, c’è un karma della Terra; ora tu intendi dire karma individuale...

I. Sì, ma le strutture delle leggi con cui noi viviamo, non servono a nulla?

Archiati: No, no. Nessun karma individuale può venire vissuto senza le condizioni necessarie. Ogni cosa che avviene ha le sue condizioni, ha i suoi presupposti. Quello che io ho cercato di dire è che, nella misura in cui il fattore morale vero e proprio diventa la responsabilità karmica nei confronti di essere colui che io sono nell’organismo dell’umanità, instauriamo un tipo di legge comune, ma secondo quale criterio? Un criterio che sia tale da permettere a ognuno, nel modo migliore, di esprimere il suo karma individuale.

I. Ma non esiste!

Archiati: Andiamoci piano. Prendiamo un esempio piatto, piatto, un esempio che ho portato diverse volte, ma va sempre rifatto come piccolo esercizio di pensiero: il traffico.

Il senso delle leggi del traffico è la loro osservanza? No, l’osservanza è puro strumento. Io non mi metto per strada allo scopo di osservare le leggi del traffico; le leggi del traffico non sono fatte per sapere come ci si deve comportare, sono fatte soltanto per sapere chi ha ragione quando succede un incidente. In un certo senso c’è la percezione, se vogliamo, più schietta, che le leggi non sono lo scopo, sono lo strumento. Io mi avvalgo di queste leggi per andare a visitare un amico, per far questo o quest’altro.

Sarebbe possibile spostarci nella complessità, diciamo, dell’umanità di oggi, senza concordarci sulle leggi dello spostamento che tutti dobbiamo rispettare? No, non sarebbe possibile! Però ci sono due modi di concordare le leggi del comportamento: un modo è quello che mira al massimo di libertà di ognuno; l’altro sarebbe quello che fa della legge un fine a se stesso e allora ti strozza!

Siccome noi conosciamo quasi soltanto una legge, un tipo di legge, che ha lo scopo di sottomettere l’essere umano, non abbiamo ancora neanche la più pallida idea di come siano, di come vengano architettate leggi per rendere sempre più liberi tutti gli esseri umani; perché abbiamo paura. In altre parole, tutto ciò che è di legge, il fattore di legge, è il fattore propedeutico verso la libertà; il senso della legge è la libertà.

La legge che favorisce la libertà è umana; la legge che uccide la libertà è disumana.

Funzione il discorso?

I. Si.

Archiati: Buona notte a tutti.

27 dicembre 2002, mattina
vv. 7,53 – 8,11

Le cose che dicevo ieri in un modo un po’ riassuntivo - e quindi forse non era facile per tutti affrontarle - le riprendiamo oggi analizzando il testo frase per frase; allora molte cose diverranno più facili.

Il vangelo di Giovanni è un vangelo impegnativo, nel senso che si rivolge non soltanto all’animo, diciamo, come il cristianesimo tradizionale che si è rivolto particolarmente o quasi esclusivamente alle forze dell’anima, al sentimento religioso; tant’è vero che noi attribuiamo la parola religione, il fattore religioso stesso, maggiormente al cuore, al sentimento, e non ci viene spontaneo di associare la parola religione con la parola conoscenza filosofica, scientifica, con la parola coscienza.

Il vangelo di Giovanni è un testo nel quale il fattore religione diventa un fattore di conoscenza e di coscienza, e soltanto come conseguenza di ciò che avviene nella testa si accende il cuore; il cuore vive una gioia senza fine e l’assunto che sta alla base di questo tipo di esercizio è che l’essere umano gode nel cuore, gode nel sentimento la metà, quando il cuore e il sentimento non vengono accompagnati dalla conoscenza. Quando invece, come dire, precede la conoscenza, precede la scienza e quindi l’attività pensante della testa, il cuore ed il sentimento vengono raddoppiati. Quindi una religione senza testa è una mezza religione, e una religione come conseguenza di un cammino di coscienza e conoscitivo è una religione che raddoppia anche la gioia, il calore.

Questo per dire che chi volesse costruire una specie di concorrenza o addirittura di incongruenza o di mutua esclusività tra la testa e il cuore, si sbaglia di grosso, perché l’essere umano è stato congegnato in modo tale che mente e cuore non possano che andare insieme.

In altre parole, abbiamo da tanti decenni un cristianesimo della fede che cerca la coscienza, la testa, per una umanità moderna che ormai da tanto tempo è stata elevata, diciamo allevata, con la scienza moderna; abbiamo un cristianesimo della fede che cerca di capire. Perché l’essere umano sa che se a questa fede incipiente -che è il gesto del bambino, il cuore bambino, nel quale non ci possono essere tutti e due subito, evolutivamente viene prima il sentimento, viene prima il cuore- sopravviene la conoscenza, essa non sminuirà la fede; in altre parole, la conoscenza è un fattore di conquista evolutiva che viene dopo, però quando noi osserviamo il bambino, sappiamo che col cammino evolutivo del bambino sopravvenendo al sentimento la conoscenza, non è che sparisca il sentimento stesso. Quindi l’essere umano che sente sanamente sa che un cristianesimo che aggiunge alla fede la conoscenza, non sminuirà la fede ma la renderà ancora più bella, più profonda, più gioiosa, più vasta. E coloro che mettono sotto sospetto la conoscenza, addirittura dicendo che un cristianesimo della conoscenza è un cristianesimo che fa perdere la fede, non possono che avere interesse a che le persone non capiscano, perché hanno interesse a mantenere un cristianesimo di dipendenza da coloro che sanno le cose. E il cristiano normale non le deve sapere… poi, salta fuori che non le sanno neanche loro, e questo è interessante; ma proprio questo è quello che non si vorrebbe far sapere.

Dico queste cose non per offendere nessuno -chi mi conosce lo sa- ma sono cose troppo importanti…

Il cristianesimo - e la cultura stessa - si trova a questa soglia immane dell’evoluzione dove, o il cristianesimo viene salvato, viene ripreso in chiave di conoscenza, oppure si perde; e perché si perde? Perché lo stampo di persona umana - e penso a mia mamma - che ha potuto vivere una vita intera, bella, con la forza della fede, questo tipo di essere umano non c’è più. Diventa sempre più raro: è una realtà evolutiva, basta osservare!

Così come mia mamma mi diceva a me basta la fede! così io, figlio suo, una generazione dopo, non tre o cinque, le dicevo: mamma, a me non basta la fede, io voglio capire le cose, questo anelito a capire non l’ho inventato io! lo sento dentro di me, quindi deve venire dal Padre eterno in qualche modo…Però per lei, l’affermazione che la fede bastava era papale, non c’era nulla da dire. Era vero. Quindi il discorso non è una teoria secondo cui “bisognerebbe”…No, constatiamo che il cammino evolutivo dell’umanità, l’anelito alla conoscenza, al capire, quindi al gestire in proprio, diventa negli esseri umani -per fortuna- sempre più grande. A meno che qualcuno di voi dica no, non è così, le percezioni che hai le interpreti in un modo sbagliato… Allora in una discussione provate a smontarmi; io dico sempre che non vi renderò facili le cose.

Il vangelo di Giovanni è quindi, per eccellenza, il testo fondamentale della conoscenza, del Logos. Il vangelo di Giovanni è un esercizio di pensiero dall’inizio alla fine. E quello che io faccio qui in italiano, un po’ balbettando, se volete, perché soffro un po’ del fatto di non esserci dentro in questa bella lingua - sono decenni che sono fuori e la mia conferenza autobiografica ve ne dà un’idea[1] - però a parte questo, avendo fatto studi classici in Italia bene o male me la cavo, quello che io faccio qui davanti a voi -ripeto, per quanto modestamente magari arrabattandomi - per quanto mi riguarda sono sempre esercizi di pensiero, di conoscenza, di pulizia intellettuale.

E la pulizia intellettuale sta nel fatto che ci si rimette in tutto e per tutto all’autorevolezza intellettiva di chi ascolta; in altre parole, ogni ascoltatore viene trattato come essere umano capace di prendere posizione conoscitiva in proprio nei confronti di ciò che si dice; quindi io non tollero che qui ci sia qualcuno che mi crede, che crede soltanto perché l’ho detto io; sarebbe una distruzione dell’esercizio che si fa. Parto da questo presupposto e mi aspetto che ci siano persone che bene o male capiscano quello che io dico - e sto parlando italiano non tedesco - e nel momento in cui lo capiscono lo facciano proprio e lo gestiscano.

Ognuno a modo suo. Questo mi interessa, e questo è bello.

Che poi uno arrivi gestendo certi contenuti a modo suo, ma a conclusioni diverse dalle mie, benissimo! Se poi sono conclusioni sbagliate, prima o dopo se ne accorgerà. O me ne accorgerò io, prima o dopo, se sono quelle giuste.

In altre parole, il presupposto che noi ci poniamo è la fiducia assoluta nella capacità pensante di ognuno, non di una qualche chiesa, il che sarebbe diverso. Il dogma dell’infallibilità del Papa è un’offesa anticristiana, assoluta, allo spirito umano, perché questo dogma dice: nessun essere, nessuno spirito umano ha la capacità di attingere direttamente allo spirituale, soltanto io.

E soltanto io non in base al fatto che io sono spirito, ma in base alla santa seggiola su cui sono seduto. Questo è l’abisso ultimo del cristianesimo o dell’anticristianesimo.

Queste forze-controforze sono necessarie nell’evoluzione perché l’individuo deve prendere posizione, deve rendersi conto in prima persona di che cosa si tratta; se questa controforza non fosse in un certo luogo sarebbe in un altro luogo, ma una rivoluzione senza forza e controforza non esiste; sta all’individuo prendere posizione e rendersene conto.

Così come, per coloro - e qui sono numerosi - a cui interessa questo fascicoletto sulla mia vita, dico che una delle altre grosse controversie della mia vita è stata quella con la Società Antroposofica, perché ho fatto l’affermazione che a Dornach è sorta un’altra Santa Sede; però tocca all’individuo rendersi conto se è così o se non è così. Tocca all’individuo, prima di tutto, occuparsi della percezione dei fatti. E il dover constatare che tante percezioni, tante informazioni non vengano messe a disposizione dell’individuo è un fatto molto grave; non meno grave del fatto del non dare all’individuo l’accesso conoscitivo ai testi dei vangeli.

E l’accesso conoscitivo sarebbe quello, per esempio, di aiutare attraverso la conoscenza del greco a capire come, in che modo, eccetera, una certa parola, una certa espressione ai quei tempi si intendesse: un conto è essere intrisi di amore per lo spirito umano tale da fare di tutto per rendere possibile ad ognuno, a ogni spirito singolo, l’accesso suo al testo del vangelo, al fenomeno cristiano o al fenomeno società antroposofica, e un conto è fare di tutto perché il singolo non prenda posizione. Dove si fa di tutto nell’amore allo spirito singolo per renderlo sempre più autonomo -e non si può renderlo tale dal di fuori- gli si danno le condizioni per diventarlo, mettendogli a disposizione tutte le percezioni di cui ha bisogno per farsi un giudizio; quindi a me interessa mettere a disposizione di ciascuno di voi tutte le percezioni possibili, anche della spiritualità della lingua greca, ma non mi interessa vendervi i miei pensieri. Mi interessa che poi, in base a tutte queste percezioni -anche i pensieri miei per voi sono percezioni- ognuno si riservi di creare i suoi concetti su tutte queste percezioni, perché un pensiero mio recepito tale e quale che diventa convinzione vostra, è un frammento di passività, di uccisione della libertà, della creatività dello spirito umano.

7, 53 - E ognuno andarono nella sua casa.

8, 1 - Gesù allora andò al Monte degli Ulivi.

E ognuno andarono -eporeuqhsan (eporéuthesan) verbo al plurale, e ekastoV (ecastòs) ognuno, al singolare- nella sua casa.

Vi ho detto che il testo è stato un po’ pasticciato perché la pericope dell’adultera in molti manoscritti è stata sbattuta fuori, ci siamo? Poi hanno pasticciato dividendo i capitoli, per cui non si sa bene se l’ultimo versetto del settimo capitolo sia il primo dell’ottavo.

Però, l’ultimo versetto del settimo capitolo va unito all’ottavo, perché uno si chiede: adesso che c’entra che ognuno se ne andò a casa sua, c’era bisogno del vangelo, di Giovanni addirittura, del vangelo del Logos, che ci dica che dopo essere stati insieme al tempio, che ne so, dopo ore, prima o poi ognuno se ne andò a casa sua….Lo sappiamo anche noi, no?

Quindi deve avere un altro significato, oltre al fatto che se ne andarono a casa loro.

Ci sono tre indicazioni:

1. in questo versetto, la casa;

2. nel versetto successivo, il Cristo che va sul monte degli ulivi;

3. nel versetto 2, il tempio.

In questo versetto, la casa; nel versetto successivo, il Cristo che va sul Monte degli ulivi: l’ulivo è una comparsa sulla terra, un operare sulla terra e dentro alla terra delle forze solari.

Andare sul monte significa sempre andare più vicino al mondo spirituale; a quei tempi naturalmente, anche geograficamente, c’era un tutt’altro tipo di esperienze quando si era sulla terra, un tutt’altro tipo di esperienze quando si era sull’acqua, un tutt’altro tipo di esperienza quando si era sul monte. Man mano che si sale di altitudine la componente di azoto nell’aria diventa sempre più forte; diventando sempre più forte e più consistente rispetto all’ossigeno, a quei tempi c’era molta più possibilità di diventare un pochino estatici, proprio in base alla composizione degli elementi dell’aria; noi oggi siamo diventati un po’ più duretti e quindi non usciamo dal nostro corpo fisico, vi siamo più inseriti in base alla carne che mangiamo, per esempio.

Salire sul monte, quindi, significa mettersi in comunione con forze anche geografiche, elementari, forze degli elementi che a quei tempi erano importantissime per l’autoesperienza dell’essere umano; forze che consentono maggiormente di fare delle esperienze spirituali.

Andare nella propria casa significa entrare nella propria casa; è un termine, come dire, è una dicitura tecnica che significa svegliarsi. Quando noi dormiamo siamo fuori dalla nostra casa. La casa non significa soltanto la casa; la casa che noi chiamiamo casa, per loro a quei tempi era la casa ampliata; invece la casa primigenia è il corpo, qui abitiamo noi! E la casa, quella che noi chiamiamo casa, è soltanto un corpo ampliato; l’abitazione reale primigenia dell’essere umano è il suo corpo. Siccome questo corpo, che è la sua casa spirituale, ha bisogno a sua volta di un involucro perché quando fa troppo freddo non sopporta il freddo estremo e quando fa troppo caldo deve proteggersi dal caldo, allora si crea una casa attorno al corpo. Noi, oggi, chiamiamo casa soltanto la seconda, quella ampliata; a quei tempi invece la parola casa significava, ancora prima, il corpo.

E cosa significa che l’operare del Cristo conduce, serve, o induce gli esseri umani a entrare nella casa?

Significa che il modo in cui il Cristo parlava, il modo in cui il Cristo operava, rendeva gli esseri umani sempre più autocoscienti.

Essere fuori dalla casa -il sonno, essere estatici- significa essere nel mondo spirituale, ma cosa vuol dire essere fuori casa? Vuol dire non servirsi del cervello fisico. Molto concreta la cosa.

Entrare in casa significa servirsi del cervello fisico per pensare. Quindi non soltanto pensare, ma sapere che si pensa, perché chi fa un’esperienza estatica fuori del corpo pensa, è tutto intriso di sapienza cosmica, il pensiero c’è dappertutto; quello che invece è sorto evolutivamente in base all’inabitazione del corpo umano è il pensare in base al cervello fisico, cioè avvalendosi del cervello fisico.

Quindi il portato fondamentale di questo congiungersi col cervello fisico è la coscienza dell’Io, l’autocoscienza; quindi non soltanto io penso, ma SO che io penso.

E questo essere consapevoli di sé, questa autocoscienza è l’essenza della libertà, l’essenza dell’autonomia. Il mistero, la dignità dell’essere umano, è proprio la sua autonomia: è dire “sono io che penso”; perché nessuno può dire Io senza essere connesso col cervello fisico.

Quando noi dormiamo siamo in grado di dire Io, Io, Io?

Perché nessuno di noi può dire “Io” quando dormiamo?

Perché abbiamo disconnesso il nostro processo spirituale o pensante dal cervello fisico. Vedete che abbiamo una religione che si è staccata completamente dalla scienza naturale e parla dello spirituale disattendendo tutta la realtà, tutta la realtà fisiologica, eccetera.

Invece questo testo -rientrarono nella propria casa- ci costringe a descrivere i fenomeni dello spirito senza mai lasciare la realtà incarnata dello spirito umano.

E quindi ad ogni frase ci rendiamo conto che o è scienza, arte e religione al contempo, oppure non è né l’una, né l’altra, né quell’altra.

Quindi questo testo presuppone l’unità di scienza, arte e religione, sempre!

Lo vedremo adesso.

Qui vengono di quelle botte… botte belle però, piene di amore.

Allora l’individuo singolo viene ricondotto nella sua casa, lo si aiuta a diventare sempre più conscio; l’Essere dell’Io che è il Cristo, l’Io dell’umanità intera, va sul Monte degli Ulivi, quindi opera suscitando autocoscienza in quanto Lui come essere solare resta congiunto col macrocosmo, con tutta la realtà del Padre.

E poi, al versetto 2 c’è un’altra indicazione di luogo; prima indicazione di luogo: la casa; seconda indicazione di luogo: il monte degli ulivi; terza indicazione di luogo: il tempio.

Cos’è il tempio? Il corpo la prima casa; la casa è la casa individuale ampliata; il tempio è la casa comune, dell’anima di gruppo.

I. Dell’anima di gruppo umana?

Archiati: No, dell’anima di gruppo giudaica in questo caso.

Il gruppo non è umano, il gruppo è un frammento dell’umano. E’ proprio l’essenza di ciò che è di gruppo che non è universalmente umano, perché ogni gruppo in quanto tale deve escludere almeno alcuni esseri umani, altrimenti non sarebbe un gruppo, sarebbe l’umanità. L’unico gruppo che non esclude nessuno e che include tutti è l’umanità e perciò non la chiamiamo gruppo; l’umanità non si può chiamare gruppo quindi è nel concetto stesso di gruppo che il gruppo non è né l’individuo singolo, né tutta l’umanità.

Quindi, qual’ è la funzione di ciò che è di gruppo? Di venire superato. Però se non ci fosse, l’essere umano non avrebbe nulla da fare, non avrebbe nulla da superare….però va superato.

Perché se io non supero la mia identificazione con un gruppo non divento né individuo singolo, né mi congiungo, diciamo, coscientemente con ciò che è universalmente umano. Quindi ogni forma di gruppo è la grande controforza, la grande tentazione e l’evoluzione sta nel superare, nel vincere, nel diventare sempre più individuali e sempre più universali.

8, 2 - Alla mattina presto entrò nel tempio e tutto il popolo veniva verso di Lui e sedutosi li ammaestrava.

Alla mattina presto entrò nel tempio e tutto il popolo -ecco l’anima di gruppo, quindi tutto il popolo -paV o laoV (pas o laòs) - veniva verso di lui -hrceto proV auton (ercheto pròs autòn)- e sedutosi li ammaestrava.

Stavo dicendo che l'unico ammaestramento legittimo che si può fare a un gruppo di persone è di appellarsi all'individuo, in modo da aiutare, incentivare ogni individuo a vincere il gruppo stesso, rendendosi sempre più individuale e sempre più universale.

E in tutto il vangelo di Giovanni abbiamo visto come il parlare del Cristo, frase per frase -ogni volta che ci sono questi lunghi discorsi, lunghe diatribe- sia sempre, come dire, un ritornare alla carica per dire a questi giudei: guarda che il giudaismo in quanto fenomeno di gruppo, di popolo, può soltanto avere una funzione propedeutica e la sua missione viene compiuta quando sparisce come qualcosa di privilegiato e diventa proprietà, diventa patrimonio di tutta l'umanità.

In altre parole, il contributo specifico di ogni popolo, la legittimità della varietà -anche oggi- sta nel fatto che il contributo specifico di ogni popolo diventi patrimonio da godere per tutti. Naturalmente c'è una differenza tra generare "l'italianità" per esempio, e goderla dal di fuori; così come vedremo che tra poco arriverà il discorso "Io sono la Luce del mondo", poi addirittura "la Luce vivente" al versetto 13 -to jwV thV zwhV (to fos tes zoès) la luce della vita; riguardo la luce c'è una differenza tra generare luce (il sole) e venirne illuminati.

In fatto di italianità c'è una differenza tra generare italianità e godersela dal di fuori, e nessuno se la può godere se non c'è qualcuno che la genera.

Quindi il compito degli italiani è di generare l’italianità, e la generano soprattutto -non solo, ma soprattutto- nel modo di maneggiare la loro lingua.

Ma qual’è il senso per tutti gli altri esseri umani -che non sono meno esseri umani degli italiani- di questa italianità, di questa cesellatura specifica, proprio unica dell’essere umano che sorge soltanto in Italia? è forse di sentirsi migliori degli altri? …di essere razzisti e di dire noi siamo più belli? No. Il senso è che quello che viene originato qui possa essere fatto proprio da tutta l’umanità. Però gli altri possono solo farlo proprio, non lo possono generare; così come nell’organismo la funzione che esplica il cuore, per esempio, non la può esplicare l’occhio, però l’occhio la fa sua, gode e non può vivere senza il contributo che gli dà il cuore. In altre parole, il senso di ciò che è particolare è il servizio, il godimento dell’universale. L’essenza del razzismo invece è di mettersi gli uni contro gli altri; un gruppo contro l’altro: noi americani spacchiamo la testa agli iracheni… Invece di un arricchimento reciproco, spaccarsi la testa a vicenda. Questo è anticristianesimo. Cristianesimo è un arricchimento vicendevole.

Ma ci si può arricchire vicendevolmente soltanto se si resta diversi, se c’è multiformità, se c’è varietà naturalmente. Quindi, appiattendo, portando lo stesso tipo di democrazia dappertutto…ma questo è un impoverimento dell’umanità!

La varietà è la legge evolutiva dell’umanità, però è un conto se la varietà con struttura nazionalistica, con struttura razzistica, viene vissuta come io sono migliore di te, io sono contro di te e tu sei contro di me, o se invece questa varietà sta proprio a renderci tutti più ricchi.

E questi atteggiamenti fondamentali sono questione degli individui; di ogni individuo.

Ogni italiano deve sapere come lui vive l’italianità in seno all’umanità: se la vive come un dono da godere, da rendere accessibile a tutti, o se la vive invece come privilegio…noi siamo più belli. Tanti antroposofi in Italia, che io ho conosciuto, hanno proprio questa struttura mentale… che è una contraddizione con l’antroposofia di Rudolf Steiner. Proprio dall’esperienza che io ho fatto, la quintessenza è noi siamo pochi ma belli… e più siamo pochi e più siamo belli… Perché gli altri, avranno bisogno di altri millenni prima di essere evoluti abbastanza per capire le cose che invece noi già capiamo… Questa è anti-antroposofia, perché l’antroposofia è l’offerta conoscitiva messa a disposizione di ogni spirito umano.

Quindi questo “ammaestrava” - edidasken autouV (edìdaschen autùs) - non va inteso nel senso del propinare; gli scribi e farisei ammaestravano il popolo vendendo al popolo certe convinzioni, il Cristo ammaestra in un modo del tutto diverso.

Il Cristo ammaestra suscitando nell'ascoltatore le proprie capacità di pensiero e la capacità di prendere posizione. Quindi il modo di insegnare del Cristo mira a fare di ognuno un maestro; e soltanto quel maestro che trasforma ogni scolaro, ogni discepolo, in un maestro è un maestro degno del Cristo.

Perché un maestro che tiene totalmente dipendenti, che maestro è?

E' un maestro che mortifica, non che fa crescere.

Il Cristo scende giù dal Monte degli ulivi portando dentro al tempio il suo congiungimento con l'Essere del Padre, in quanto Essere Solare, in quanto Spirito del Sole che assomma in sé tutte le forze del sistema planetario.

In questa situazione spirituale di coscienza desta, di coscienza sveglia, dove ognuno è entrato nella sua casa, nel suo corpo per la stessa presenza del Cristo, il Cristo entra nel tempio dei giudei a Gerusalemme per portare a compimento la missione del popolo ebraico, che è quella di offrire a tutta l'umanità il decalogo mosaico delle dieci leggi dell'Io sono.

I dieci comandamenti non sono comandamenti, sono dieci leggi attraverso le quali si diventa un Io. Che poi l'umanità dapprima le capisca come comandamenti, per poi capirle come leggi evolutive, può andar bene; così come il Padre Nostro - il cosiddetto Padre Nostro - nel periodo dell’infanzia è stato trattato come preghiera, però man mano che si diventa adulti lo si trasforma in meditazione. Il Padre nostro contiene sette petizioni o contiene le sette leggi evolutive? Per il bambino contiene sette petizioni; e perché per il bambino contiene sette petizioni? Perché il bambino non è ancora capace di capire le sette leggi evolutive fondamentali. Se questo bambino cresce, sarà contento di scoprire che quello che aveva inteso come petizioni - dacci oggi il nostro pane quotidiano, eccetera - in effetti, viste in modo più maturo non sono petizioni; perché se io resto un mendicante per tutta la vita che chiede sempre, resto dipendente per tutta la vita; se invece riesco a capire che queste sette, che io prima capivo come petizioni, in effetti per una coscienza più matura, più autonoma, sono le sette leggi evolutive del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale, eccetera, eccetera… cosa avete voi contro il fatto che uno viva adesso in chiave di meditazione questo Padre Nostro dove lui medita e assimila spiritualmente nella sua coscienza le sette leggi evolutive fondamentali dell’essere umano?

Naturalmente, queste sette leggi evolutive devono essere presentate nella formazione del Padre nostro, per cui uno che le capisce dice…ah, la cosa mi convince. Però, tra i due atteggiamenti, di restare anche a cinquant’anni un bambino (che chiede ed è dipendente dal di fuori) ed il diventare un adulto (che gestisce in proprio le leggi evolutive) io vi domando: quale dei due è migliore? Pensate voi che trasformando le sette cosiddette petizioni del Padre nostro in sette coscienze evolutive, si sminuisca la venerazione nei confronti di questo testo del Padre nostro? No, no… chi pensa, chi dice che sminuisce la venerazione è soltanto colui che, lo ripeto, vuole proibire agli esseri umani di afferrare in chiave conoscitiva ciò che nella fase infantile si afferrava soltanto col cuore; perché non vedo come la venerazione -lo sprofondare in venerazione- di fronte a questi sette enunciati non debba essenzialmente rafforzarsi e approfondirsi se in queste sette diciture io, addirittura, ci vedo le sette leggi evolutive.

Ma è chiaro che la mia venerazione si amplia e si approfondisce all’infinito; mica mi si sminuiranno queste affermazioni se io, addirittura, ci vedo così amorevolmente che sono state coniate in un modo tale che per la fase infantile vanno bene anche come preghiera… un’arte somma!

Un’arte somma creare dei testi che vanno bene sia per i bambini che per gli adulti. E il fenomeno archetipico di ciò che va bene sia per i bambini sia per gli adulti sono le fiabe.

E il vangelo, gli altri vangeli soprattutto, sono pieni di fiabe.

Le parabole cosa sono?

Fiabe, fiabe… il bambino coglie le immagini e l’adulto ci aggiunge i concetti, tant’è vero che nei vangeli c’è questa duplice dimensione.

La dimensione essoterica è per tutti: Gesù quando parla alla folla usa parabole.

Il vangelo di Giovanni, invece, è un vangelo che privilegia l’aspetto concettuale del pensiero e dell’interpretazione, e quindi a differenza dei sinottici, è un vangelo senza parabole. Le parabole le lascia ai sinottici e lui ci mette i concetti; quindi è un vangelo più impegnativo; il Vangelo di Giovanni è un vangelo per adulti.

I sinottici sono vangeli sia per adulti sia per bambini: la parabola è per bambini, poi il Cristo si ritira coi dodici e dice: a voi posso spiegare la parabola perché avete i presupposti conoscitivi, di crescita interiore, per capire concettualmente la parabola. La parabola diceva: il seminatore uscì a seminare e sparse il suo seme…una parte cadde sulla strada, una parte tra i rovi, un’altra parte tra le pietre e una quarta in terreno buono. Io già da bambino, da figlio di contadini, mi dicevo: ma che seminatore è? Su quattro, se ne vanno tre!

La parabola vuol dire che la svolta della evoluzione, proprio la svolta, sta nel fatto che non è più il seminatore a decidere cosa avviene di questi semi, ma il terreno! La conduzione divina si rifiuta dopo la svolta evolutiva di decidere ciò che avviene nell’essere umano, lo lascia a lui, il terreno decide!

Voi pensate che in duemila anni di cristianesimo siamo arrivati a capire il senso dirompente, proprio rivoluzionario, di queste parabole?

No, ma neanche per sogno, perché questa parabola sta a dire chiarissimamente: d’ora in poi decide la libertà umana, non la Grazia; perché se decidesse la Grazia divina, deciderebbe il seminatore cosa avviene del seme, invece la parabola dice: no, il seminatore semina il suolo e colui che riceve decide se non viene fuori nulla o se viene fuori qualcosa.

Cosa ha capito la folla che ha ascoltato questa parabola?

Una bella fiaba, una bella immagine.

Adesso si ritira con i dodici e dice: voi avete i presupposti. Sono i presupposti di cammino interiore, se volete; il cammino interiore non è fatto soltanto di moralismi, di purificazione interiore; il cammino interiore, trattandosi del Logos, è principalmente un cammino di conoscenza, di presa di coscienza… a voi, visto che avete vissuto più vicino a me, quindi avete masticato maggiormente in chiave di pensiero, posso spiegare la parabola. Allora il seminatore è il Logos, i semi sono le parole che il Logos dice e i terreni sono i cuori e le menti, soprattutto le menti, degli esseri umani. Questo lato esoterico - esoterico significa che le cose si possono dire soltanto quando ci sono i presupposti per riceverle; essoterico è tutto ciò che si può dare senza presupposti - è ciò che viene dato all’individuo assumendo presupposti sia di natura intellettuale sia di natura morale; i due vanno insieme, perché il cammino intellettuale non può avvenire senza il corrispondente cammino morale e il cammino morale non può avvenire senza che congiuntamente cresca la capacità conoscitiva, la forza pensante dell’essere umano.

8, 3 - Portano a Lui gli scribi e i farisei una donna in adulterio agguantata e ponendola nel mezzo…

Letteralmente: portano a Lui -agousin de (àgusin dè)- gli scribi e i farisei -oi grammateiV (oi grammatèis) kai oi Farisaioi (oi farisaìoi)- una donna gunaika (gunàika), in adulterio epi moceia (epì moxeia), agguantata kateilhmmenhn (kateilemmènen)- il verbo kata-lambanw (kata-lambàno) significa proprio inchiodata, inchiodata su questo fatto, bloccata.

Dicevo ieri di questi scribi e farisei: scribi sono gli esperti della scrittura (scriba) di ciò che è fissato, oggettivato, nero su bianco; farisei è una polarità, deriva dall’ebraico “farisin-faras” che significa separarsi; una setta che si separa, una specie di atteggiamento interiore aristocratico, coloro che si ritengono migliori degli altri.

Scribi: l’occhio è rivolto verso l’esterno -la scrittura- ciò che si è sedimentato sulla pergamena del passato dell’umanità; farisei: l’interno. Per coloro che conoscono la scienza dello spirito farisei è l’elemento luciferico e scribi l’elemento arimanico, proprio in tutto e per tutto.

fig 2.psd

I. I saggi di allora…

Archiati: no, coloro che dicono noi siamo migliori, noi abbiamo la spiritualità giusta, questi sono i farisei.

E gli scribi dicono noi abbiamo la scrittura giusta.

Mondo interno, farisei; e mondo esterno, scribi.

Quindi nel caso degli scribi si tratta di interpretare rettamente la scrittura e di fare cosa dice la scrittura, quindi la legge; l’essenza della scrittura è la legge, osservare la legge; e nel caso dei farisei si tratta, come dire, di purificare -vi ricordate il fariseo nel vangelo di Luca[2] che va a pregare, si mette davanti e dice caro buon Dio ti ringrazio che io pago la decima, eccetera, eccetera e invece il pubblicano sta in fondo e dice, io sono un poveraccio…- il fariseo è la presunzione interiore di essere a posto, come se l’essenza dell’evoluzione fosse essere a posto.

I. Un atteggiamento falso

Archiati: E per forza! Perciò sono due estremi, due unilateralità; perché è falso?

I. ….lo diceva il mi’ babbo, te sei un fariseo, sei un falso!

Archiati: Ma perché è falso, strutturalmente falso, ritenersi a posto?

Ritenersi a posto è sempre un’affermazione errata, quindi falsa, perché soltanto colui che si rimette ogni giorno a posto può essere a posto; a posto non si è mai, bisogna sempre ridiventarlo; questa è la falsità!

Quindi non c’è mai una giustificazione acquisita.

I. E’ difficile….

Archiati: Sì, però si capisce secondo me, almeno in nuce; poi ognuno se lo deve masticare a modo suo, ripeto il concetto…non è più difficile di quanto tu pensi.

Ripeto il concetto: se io mi sento a posto e dico sono buono, ho osservato tutti i comandamenti… sono a posto; dicendo: sono a posto, mi fermo. Non cammino più, quindi termino di essere a posto, perché l’unico modo di essere a posto è di camminare, di crescere, di essere sempre in movimento.

“Io sono a posto, vado bene, sono buono ho fatto la confessione,… ho fatto la comunione…sono a posto, ho fatto pure l’elemosina, che vuoi di più?!

Sono a posto”. Questa è la struttura del fariseo, e sono migliore di quell’altro farabutto che non è a posto, perché quello ruba e io no….magari tutta la mia formazione l’ho fatta rubando a tutta l’umanità e non me ne accorgo…lui ruba! Un poveraccio che non riesce a campare se non va a prendere cinque euro dalle tasche di qualcun altro… lui ruba, io no.

Questa è la struttura del fariseo, ritenere di essere senza peccato.

E Cristo dice “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”… a questa gente qui, i farisei, capito? E gli scribi gli dicono: ma nella legge c’è scritto che questa donna va lapidata!

8, 4 - Gli dicono: “ Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio”

Gli dicono: “maestro” quindi concedono che il Cristo sia il maestro; cioè che non sia un tipo qualsiasi. Maestro significa: tu sei diventato per molte persone un punto di orientamento, ti ritengono maestro, allora noi vogliamo metterti alla prova per vedere se sei veramente un maestro, se te la cavi in un modo magistrale. Perché maestro è colui che se la cava in un modo magistrale; dove gli altri non trovavano la risposta, lui la trova, altrimenti non è un maestro.

E la trappola che gli fanno è: questa donna è stata acchiappata in flagrante - ep'autofwrw (ep'autofòro) -; in flagrante vuol dire: c'è la possibilità di dimostrare che è vero, perché se non fosse in flagrante, diciamo, il processo sarebbe molto più complesso perché allora ci vorrebbero i testimoni, eccetera…

Allora si parte dal presupposto che sia stata colta in flagrante e che quindi le percezioni ci siano: è stata colta in flagrante! Quindi si tratta soltanto di prendere posizione su un fatto che è oggettivo, su un fatto che non si può mettere in discussione.

8, 5 - Nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare cotali donne. Tu dunque cosa dici?

8, 6 - Ciò dissero per metterlo alla prova affinché avessero un capo di accusa per accusarlo, Gesù invece chinandosi verso il basso scriveva nella terra col dito.

Nella legge Mosè ci ha ingiunto, ci ha comandato, di lapidare costoro, cotali donne. Tu invece, tu dunque, cosa dici? Ciò dissero per metterlo alla prova, per porgli un tranello -peiraxw (peiràzo), peirasmoV (peirasmos) è la tentazione- per tentarlo; ma la tentazione del diavolo.... il diavolo è intelligente soltanto se la tentazione è sensata, è ben pensata.

E quando è ben pensata una tentazione?

Quando il tranello è tale che tu non lo noti e ci cadi dentro ... sennò è un tentatorello, non è un vero tentatore; quindi un vero tentatore è quello che ti pone una trappola tale che tu neanche la noti...capito? perché tu ci caschi dentro soltanto se non la vedi, la trappola!

Vi ricordate quando nei campi le talpe facevano un putiferio... tu la trappola come la mettevi? In modo che la talpa non se ne accorgesse... così ci andava dentro...

Dunque gli pongono una trappola... e gli pongono una trappola pensando: questa è una trappola e Lui ci cade dentro! Sono convinti.

E allora vediamo come Lui fa a non caderci dentro.

Quindi questo versetto 6 - che alcuni manoscritti, tra l’altro, hanno buttato fuori- ciò dissero per tentarlo, affinché avessero un capo di accusa per accusarlo è una glossa molto importante, perché in ogni essere umano ci devono essere delle forze che inducono in tentazione addirittura il Logos, addirittura il Cristo dentro di me. In ognuno ci sono delle trappole, ci sono dei tranelli, che provocano il Cristo in me.

Il Cristo in me è l’autonomia interiore; naturalmente i modi di dire il Cristo in me sono tanti; prendiamo quello centrale: il Cristo in me, il Cristo in te, è la chiamata all’autonomia interiore e il tranello che ognuno pone a questo Cristo in me, a questa chiamata all’autonomia, qual’è ?

Si bravo te! predichi, predichi, predichi...adesso ti dimostro io che questa autonomia interiore non esiste, né è possibile….Come risolvi tu, questo problema con la tua bella autonomia interiore? Perché io ti dimostro che se lo risolvi così, ti tagliano la testa e se lo risolvi colà, ti tagliano la testa comunque. Quindi questo tipo di tentazione, di tranello posto al Cristo, alla Forza Cristica per farla cadere in inganno, è la struttura psicologica che vive ognuno, quotidianamente.

E’ il tranello attraverso cui ognuno di noi potrebbe convincersi che la libertà non è possibile: se fai così ti tagliano la testa, se fai colà ti tagliano la testa; se dice sì, uccidetela, lo accusano; se dice no, non uccidetela lo accusano.

E perché l’essere umano trova sempre nuovi tranelli, nuove tentazioni, nuovi tentativi per discreditare la forza del Cristo dentro di sé? Per poter poltrire, per aver la scusa di non esercitare la libertà individuale. Quindi è importante che noi terminiamo di sentirci migliori di quegli scribi e di quei farisei, perché se noi pensiamo… quegli scribi e quei farisei sono quella gente là di allora… non abbiamo capito nulla del testo! Il testo è fatto apposta per farmi capire dove sta in me lo scriba, e dove sta in me il fariseo. Perché se io penso di non avere dentro di me lo scriba, di non avere dentro di me il fariseo, non ho capito nulla di me stesso! Perché non avrei né l’uno né l’altro da superare, non avrei nulla da fare e non sarei nulla!

Quindi la domanda è: dove e come faccio io il fariseo, continuamente, nella società in cui vivo, nel mondo del lavoro, in famiglia... e come e dove faccio io lo scriba, continuamente... Allora il testo funziona.

Perché questi scribi e questi farisei chi sono?

Ogni essere umano…ogni essere umano.

Come può la forza del Cristo venire coltivata, sorgere, diventar sempre più forte, senza che questa forza del Cristo dentro di me, una forza di mediazione -la forza del centro, di rifare sempre l’equilibrio tra unilateralità- come può questa forza di equilibrio tra unilateralità in me venire esercitata senza che ci siano in me tutte e due le unilateralità?

Quindi si tratta di conoscerle in me, non in quegli scribi e in quei farisei.

Quindi vedete, l’assunto fondamentale è che questo testo è un testo archetipico, in tutti i suoi aspetti; serve soltanto se io traduco ogni minimo particolare, che era storico allora, lo prendo nel suo contenuto archetipico che vale per me oggi, in questo momento, al 100%; allora mi serve.

“Gesù, per tutta risposta...” - de (dè) - Questo bellissimo de: Gesù invece... è un de consequenziale in greco: per tutta risposta!

Per non cadere in questa trappola (quella dei farisei), né in quell'altra (scribi), bisogna creare un mondo alternativo. Per tutta risposta, chinandosi verso il basso, verso la terra, scrive con il dito; il dito è nella mano l'atteggiamento del pensiero che indica: digitus, in tedesco denken, è la capacità di penetrare dentro qualcosa. Scrive nella terra col dito: quindi congiunge l’irradiazione delle sue mani con la Terra, e le mani stanno per l’operatività dell’essere umano.

Con la posizione eretta le mani hanno terminato di essere il terzo e il quarto arto metabolico e sono diventate espressione del linguaggio e dell’operatività umana; con le mani l’essere umano parla; con il gesto, con la gesticolazione esprime sé stesso, e con le mani fa tutto ciò che c’è da fare.

Quindi il Logos, l’autoespressione, l’irraggiamento della sua interiorità verso l’esterno viene iscritta nel corpo della Terra.

Il Logos, l’Essere del Cristo, l’Essere dell’Io che scrive col dito; la Sua mano, la mano orientata che diventa una indicazione -indice- indicazione della Terra, come oggetto dell’amore del Cristo, trasferisce nella corporeità della Terra tutto l’operare espresso nelle mani del suo Essere. Trasfonde nell’aura della Terra tutto il suo operare amoroso.

E’ un’immagine bellissima!

Questo mistero, uno potrebbe chiedersi: come mai non viene detto in concetti? Poi verrà un concetto: Io sono la luce del mondo.

Luce è un’immagine, però Io sono è un concetto.

Invece qui viene espresso in immagine: si curva e scrive col Suo dito nella terra perché qui, in questa immagine, sono raccolti tutti i misteri della reincarnazione degli esseri umani che al momento della svolta, duemila anni fa, sarebbe stato prematuro dare all’umanità in chiave di concetti; sarebbero stati, prima di tutto, non capiti, e poi sarebbero stati dogmatizzati, perché concetti che vengono offerti prematuramente devono venir recepiti passivamente e se ne fanno dei dogmi. Quindi le verità più profonde nel vangelo non vengono dette apertamente, altrimenti gli esseri umani le recepirebbero senza capirle; vengono dette occultamente e il modo classico di dire le cose in modo occulto è di dirle con immagini; tant’è vero che è cosi occulta questa immagine, che i commenti che abbiamo sentito ieri dicono: non si capisce cosa vuol dire. Non si capisce: ecco l’occultazione di una verità profonda che attende una certa evoluzione intellettiva affinché venga capita, e viene offerta dapprima come elemento di meditazione in chiave di immagine.

L’essere del Sole, l’Essere dell’Amore se vogliamo, il Logos, si curva, si congiunge amorevolmente con il corpo della Terra e scrive nella Terra.

8, 7 - Siccome persistevano nel chiedergli si rialzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Siccome -wV de (os dè)- persistevano, insistevano - epemenon (epèmenon) - nel chiedergli: tu cosa dici...si rialzò. Quindi, questo curvarsi verso la Terra è un rinunciare alla posizione eretta. Nell'immagine c'è moltissimo, c'è tantissimo: l'Essere dell'Io offre la sua posizione eretta, proprio la offre alla Terra, ci rinuncia Lui per infonderla nella Terra.

Siccome i giudei insistono che vogliono una risposta - una risposta a modo loro - si rierge, si rialza e dice loro: chi di voi è senza caduta, senza peccato, senza il karma della caduta dell'umanità... in altre parole, chi di voi non porta nulla dell'adulterio cosmico per cui l'anima umana si è separata, è diventata infedele al suo coniuge celeste, chi di voi ha un'anima che non è diventata adultera nei confronti dello Spirito, chi di voi ha un'anima che non ha partecipato alla caduta dell'umanità -e ieri vi ho detto che questa caduta è assolutamente necessaria- in altre parole, chi di voi è a posto ed è da sempre a posto, scagli la prima pietra. Se essi capiscono questa affermazione non possono scagliare la pietra, perché se capiscono l'affermazione, allora capiscono: faccio anch'io parte dell'umanità e il karma dell'umanità è la caduta. Il karma della prima parte dell'evoluzione è la caduta, il karma comune di tutti; e il karma comune della seconda parte dell'evoluzione è la risalita -per chi vuole- oppure la caduta nell'abisso. Per chi vuole, perché la seconda parte viene decisa dalla libertà... però partecipare alla prima parte dell'evoluzione non è un fattore di libertà; nessuno aveva la possibilità di tirarsi fuori dalla caduta, perché la caduta è avvenuta per decreto divino.

In altre parole, se c'è un terrorista che ammazza, se c'è una persona colta in adulterio, se c'è un farabutto, se c'è uno che ruba… nessun essere umano può dire io non ho nulla a che fare con questo. Ognuno, ogni essere umano, ha partecipato perché questo “terrorista”, questa persona è sorta, è cresciuta nel terreno comune dell’umanità; non c’è nessun frammento di umanità del quale anche un solo essere umano possa dire: io non ho contribuito a questo frammento.

Sarebbe come dire che nell’organismo un qualche organo possa dire: qui è andato qualcosa a male, ma io non c’entro nulla! Nell’organismo dell’umanità c’entriamo tutti con tutto.

Quindi se questi scribi e questi farisei -che siamo ognuno di noi- capiscono che cosa c’è dentro ogni essere umano, si diranno: questa donna non può aver vissuto le forze istintive con questa irruenza della natura -le forze della generazione, le forze della sessualità- con questa irruenza non libera, a meno che tutti noi abbiamo partecipato a questa caduta dell’umanità che rende possibili queste persone.

Quindi, la differenza è soltanto che lei forse l’ha fatto ed io no; la differenza non sta nel fatto che in lei ci siano queste forze ed in me no; ci sono in me tali e quali e forse se io non l’ho fatto finora è perché l’ho represso in me maggiormente di quanto abbia fatto lei, e questo non mi rende libero! In altre parole, di fronte al Cristo nessuno è peggiore e nessuno è migliore: siamo tutti solidali, perché siamo tutti organizzati in un solo organismo.

8, 8 - E di nuovo curvatosi scriveva nella terra.

E di nuovo curvatosi sulla Terra... Cosa sono queste due volte?

La prima volta è la prima metà dell’evoluzione e la seconda volta è la seconda metà dell’evoluzione. Si curva sulla Terra nell’evoluzione in chiave di grazia fino alla svolta, e si ricurva sulla Terra -quindi è un altro curvarsi sulla Terra, non è una continuazione del primo, c’è un’interruzione- dove Lui interpella gli esseri umani e li rende coscienti della caduta comune universale, che ci abbraccia tutti; e poi si ricurva sulla Terra per inaugurare, accompagnare, tutta la seconda parte dell’evoluzione, che è in chiave di libertà, non di grazia; la grazia si fa da fondamento, si fa da sostrato, però adesso -pensate alla parabola del seminatore- diventa determinante la libertà degli esseri umani.

E tra i due curvarsi, tra questi due rivolgersi amorevolmente alla Terra -la prima metà dell’evoluzione e la seconda metà- il Cristo si rierge, ed il senso di parlare in posizione eretta con l’Io umano è di rendere consapevole ogni io umano della solidarietà umana universale della caduta: chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra!.

Si ricurva sulla Terra per inaugurare la seconda metà dell’evoluzione in chiave di libertà; e qual’è la prima cosa che suscita in questo fariseo ed in questo scriba, dentro ogni essere umano? La consapevolezza della caduta.

Se ne andarono via, cioè decisero di non gettare le pietre, a partire dai più anziani: questo è interessante! Quindi l’unico fattore che ci differenzia è l’anzianità: si può sottolineare in modo più forte la comunanza?

Quindi siamo tutti peccatori, proprio tutti, ugualmente; e se c’è una differenza, sta soltanto in quelli che hanno avuto più tempo per vivere la realtà della caduta; questa è l’unica differenza: loro l’hanno vissuta più a lungo che non i più giovani. Una pulizia intellettuale strabiliante!

8, 9 - Essi allora uditolo se ne uscirono fuori, uno per uno, partendo dai più anziani e lasciarono sola anche la donna essente nel mezzo.

Se ne andarono via, uno per uno, partendo dai più anziani...sono botte, proprio sberle... perché da sempre, pensate al Senato (il Senato sono i seniores o i probiviri): il pensiero sarebbe che più uno diventa anziano, più diventa purificato e più diventa saggio, quindi migliore; qui invece, più uno diventa anziano, più scappa via perché ne ha combinate di più!

In altre parole il vangelo, sopratutto quello di Giovanni, è radicale, senza compromessi. Proprio radicale!

Questa specie di venerazione per la vecchiaia, nell’umanità moderna -non nella prima parte dell’evoluzione- è a livello molto più superficiale; a livello più profondo, uno ha il diritto di essere anziano soltanto nella misura in cui è cosciente del fatto di aver appesantito l’umanità più di uno che è giovane: soltanto questo gli dà il diritto di essere anziano; perché il giovane di trent’anni ha appesantito l’umanità soltanto per trent’anni, io che ne ho settanta ho appesantito l’umanità per settant’anni.

E a questo livello dell’evoluzione siamo tutti belli pesantini, per necessità evolutiva; basta che pensiamo al materialismo che è la pesantezza, la grevezza più grossa che ci sia.

Materialismo significa non avere più nessuna capacità di vivere la realtà dello spirituale e vivere come reale soltanto la materia. Però uno che ha trent’anni, ha posto nell’umanità questo abisso di tenebra soltanto per trent’anni, io che ne ho settanta ho posto per settant’anni questo abisso di tenebra. Questo è un livello di coscienza morale molto più profondo che non essere seduti nel Senato dove, in quanto probiviri, noi siamo più saggi degli altri.

Dunque, il versetto 8.8 dice: di nuovo - palin (pàlin) - quindi per la seconda volta, curvatosi verso la Terra, curvatosi di nuovo, scriveva, scrisse sulla Terra, dentro la terra - eiV thn ghn (eis ten ghen) - questo è accusativo di movimento.

Un piccolo esempio di che mondi diversi ci sono facendo il salto mortale da una lingua greca di duemila anni fa, all’italiano di oggi: eiV (eis) significa dentro (proprio movimento) entrare dentro una realtà thn ghn (ten ghen). Noi oggi, in base al materialismo moderno -che fa parte delle necessità evolutive- riteniamo impossibile scrivere dentro la terra: si scrive sulla terra; perché si scrive sulla terra? Perché della Terra conosciamo soltanto il corpo fisico materiale.

Se invece io parto dal presupposto che il nucleo centrale della Terra sia questa fisicità materiale che però ha un involucro di forze vitali, un involucro di forze animiche e addirittura una realtà spirituale, è possibile scrivere qualcosa dentro al corpo eterico della Terra, dentro al corpo astrale e dentro lo Spirito della Terra? Certo che è possibile ! E questa è una lingua che proprio nel suo modo di esprimersi, presuppone non soltanto una realtà fisica, ma anche la realtà - chiamatela come volete, la terminologia poi è questione di convenzione - che è un involucro di forze vitali che consente tutto il mondo vegetale, un involucro di forze psichiche che consente tutto il mondo degli istinti e delle brame degli animali, e un mondo di spiritualità che consente l’emergere del fattore umano.

Il Logos, l’Essere del Sole, quindi lo Spirito del Sole che sta diventando Spirito della Terra - l’incarnazione del Cristo è la decisione dello Spirito del Sole di diventare Spirito della Terra- scrive dentro la Terra i pensieri, i Suoi pensieri d’Amore, le Sue azioni d’Amore...

Il mio compito, se volete, qui lo si vede in un modo semplice però centrale: siccome non tutti hanno accesso al greco, il mio compito è di aiutarvi ad avere accesso a quello che c’è in greco; poi naturalmente, stiamo presupponendo che questi testi si possano affrontare soltanto con un minimo di scienza e conoscenza oggettiva di ciò che è spirituale; però, una volta che io vi ho indicato, per esempio, questo piccolo enorme particolare che in greco c’è che Lui scrive dentro alla terra, misurare la pesata di un’affermazione del genere è lasciato ad ognuno di voi. Allora non sottovalutate il fatto che qualcuno vi fa presente che in greco c’è: scrive dentro alla terra, non sulla terra. Capite che traducendo per terra o sulla terra la realtà, questa realtà sovrasensibile dentro alla quale Lui scrive, sparisce! Nella traduzione non c’è più; e rendersi conto di questo è molto importante, se vogliamo salvare conoscitivamente l’evento archetipico dell’umano di duemila anni fa e quindi capire sempre meglio cosa significa essere e diventare uomini.

Versetto 8, 9 - Loro -oi de (oi dè)- loro vengono presi come gruppo, non si tratta dell’individuo, loro uditolo - akousanteV (acusantes) - quindi diciamo, la spinta viene dal Logos, l'accensione dell'intuito conoscitivo viene dal Logos e noi siamo uditori del Logos; l'essere umano è uditore del Logos.

Non so se qualcuno di voi abbia sentito parlare di Carl Raner, il teologo forse più bravo, cattolico, nel XX secolo; io già da studente a Roma ne ero innamorato, lo leggevo in tedesco. Il suo testo di laurea era "Uditori del Logos": uditori della Parola, l'essere umano in quanto uditore del Verbo; loro, udendo, sentono sulla Terra le parole del Logos, del Verbo.

Qual'è la prima azione che l'essere umano compie nel diventare un uditore del Logos (il Logos è il verbo che parla)? E' che smettono di giudicare l'altro, fan cadere le pietre e cominciano a giudicare se stessi. In altre parole, la prima comunicazione del Logos è: guarda che se tu continui a giudicare l'altro, ad avere il tuo occhio rivolto verso l'altro, non camminerai mai; guarda a te stesso, allora camminerai.

Loro uditolo, udendolo - exhrconto (exèrchonto) - uscirono fuori uno per uno - eiV kaq'eiV (eis kath'eis) - processo di individualizzazione.

Escono da dove? Dal gruppo!

E cominciano a diventare singoli: uno per uno!

In altre parole, soltanto il potere di solidarietà di gruppo può uccidere l'individuo.

C'era il potere di solidarietà di gruppo con le pietre in mano per uccidere l'individuo; udendo, diventando uditori della Parola, del Logos, del Verbo, invertono questo cammino, invertono la caduta in un principio di riascesa; escono da questo potere che ingloba, che ingoia l'individuo e lo rende in grado di uccidere l'individualità, e uno per uno -quindi in questo processo di individuazione- -eiV kaq'eiV (eis kath'eis) uno per uno, cominciando dai più anziani, lasciarono sola - monoV (monos) - confrontata con se stessa, monoV (monos) la monade, l'individuo come monade; non più in balia, non più in preda di una mentalità di gruppo, ma lasciata a se stessa.

Anche la donna essente nel mezzo -en mesw ousa (en meso ousa).

E' una bella immagine questa che pongono la donna nel mezzo; quindi nel mezzo c'è il Cristo e c'è l'anima umana.

fig 3.psd

L’anima umana (disegnata in giallo) e il Cristo (disegnato in rosso), in mezzo.

Questa anima umana rimasta sola, in mezzo, viene affidata alle forze individuali che ricercano la forza di equilibrio tra estremi; e adesso l’anima è confrontata con lo Spirito. L’anima umana è l’anelito allo spirito umano e lo spirito umano è sempre la forza di mediare tra estremi, perché soltanto nella forza che media tra estremi c’è continua motilità.

Esiste un equilibrio stabile? Perché non esiste un equilibrio stabile?

Perché non sarebbe un equilibrio, sarebbe una stasi. Quindi è nel concetto di equilibrio che l’equilibrio sia sempre una riequilibrazione, sia sempre labile.

Ed il riequilibrare continuo è l’umano puro.

Se volete riassumere in due parole fondamentali il riequilibrare: essere uomini significa trovare e ritrovare, ricostruire sempre il giusto equilibrio tra testa e cuore, pensare ed agire. Se uno pensa, pensa, pensa... non fa mai nulla, è disumano perché è unilaterale, gli manca tutto lo spessore dell’agire; se uno fa, fa, fa... e non pensa mai, fa a vanvera, strafà, crea soltanto pasticci. L’umano è nella tensione interiore che ricrea sempre di nuovo l’equilibrio tra l’evoluzione intellettiva e l’evoluzione morale; perché non c’è evoluzione morale senza evoluzione intellettiva e non c’è evoluzione intellettiva senza evoluzione morale.

E questa polarità ognuno se la può centellinare, se la può sminuzzare, perché si esprime e viene vissuta in tantissimi riflessi, ma l’umano è sempre un fenomeno di combinazione e di abbraccio reciproco tra forze che nel disumano si combattono a vicenda.

E’ come quando la fede proibisce la conoscenza o quando la conoscenza disprezza la fede. Invece l’equilibrio sta nel fatto che la fede cerca e ama la conoscenza, e la conoscenza cerca e ama la fede. In altre parole, si approfondiscono a vicenda, si favoriscono a vicenda, un altro esempio per esprimere la polarità.

Ora qui abbiamo un fenomeno archetipico dell’umano: il passaggio dell’adultera è uno dei tanti fenomeni archetipici dell’umano.

E cosa ci consente di dire che è un evento archetipico dell’umano? Che non ci manca nulla: c’è un estremo, c’è l’altro estremo e c’è addirittura, in un modo bellissimo, la componente sia spirituale - il Cristo - sia animica - l’animico viene sempre espresso in modo archetipico con una donna -.

Vi chiedo: cosa ci manca qui degli elementi fondamentali, insindacabili, dell’umano? Nulla. Non ci manca nulla.

I. In una visione decaduta, di questa dialettica tra i due estremi... il cerchiobottismo lo chiamo io, l’atteggiamento pilatesco, in cui si dà un colpo al cerchio ed uno alla botte, che non ha molto a vedere con una terza via, una sintesi; quindi in una cultura specialmente cattolica - parlo della mia, non voglio accusare nessuno- sicuramente c’è questo atteggiamento pilatesco che non ha nulla a che vedere con questa mediazione evolutiva dell’uomo che cresce... bisogna stare un po’ attenti anche a questo tranello di non prendere una posizione...

Archiati: Il quesito che tu affronti è fondamentale, fondamentale. E cioè il rapporto tra l’alternanza degli opposti e la contemporaneità degli opposti. Se ben ricordo a Collalbo ho fatto una volta almeno due giorni su questo tema molto complesso. Un colpo alla botte ed un colpo al cerchio-correggimi se non ho capito bene- tu dici: è un’immagine non soddisfacente, nel senso che quando do un colpo alla botte sono unilaterale perché ci manca l’altro, quando do un colpo al cerchio sono di nuovo unilaterale.

I. No, il cerchio e la botte sono altro rispetto alla via di mezzo; che non è l’equilibrio inteso in senso del “volemose bene” e impariamo a convivere ma è, se vogliamo, una via verticale rispetto a quella del piano orizzontale, della dialettica degli opposti...

Archiati: Sì, tu presupponi adesso una certa interpretazione di questo detto, però questa immagine si può interpretare anche in un altro modo; diciamo che tu l’hai interpretata secondo il modo comune di interpretarla che non è a conoscenza di questo tipo di mediazione, perché lo specifico di questo tipo di mediazione è che i due estremi cessano di essere estremi soltanto se io li ho compresenti.

I....se li ho scissi sono estremi, se li ho insieme non sono più estremi...

Archiati: Esatto... proprio questo. Però adesso comincia il compito conoscitivo; adesso le cose diventano veramente, come dire, mastodontiche, e cioè: la perfezione dell’evoluzione, quindi il compimento ultimo dell’evoluzione, è il concetto di eternità. Il concetto di eternità è che le posizioni possibili non sono più una dopo l’altra -che è l’evoluzione nel tempo- ma sono una nell’altra. Quindi il concetto di eternità è un concetto di durata e di contemporaneità.

Gli esseri umani hanno espresso il concetto di durata attraverso i dodici segni dello zodiaco, le stelle fisse. C’è tutto, in questa dodecuplicità c’è dentro tutto, però è contemporaneo.

Se noi fossimo così saremmo nell’eternità, non saremmo nell’uno dopo l’altro dell’evoluzione. Il sistema planetario è una realtà di posizioni acquisite una dopo l’altra: Mercurio e la Luna possono essere in questa posizione uno rispetto all’altra, soltanto se hanno lasciato, quindi non hanno più, l’altra posizione. Quindi la legge dell’eterno è la compresenza e la legge dell’evoluzione nel tempo è il susseguirsi degli eventi uno dopo l’altro.

Ora, la polarità fondamentale dell’essere umano sta nel fatto che a livello conoscitivo noi abbiamo la possibilità di pensare, quindi di avere nella coscienza contemporaneamente due opposti, a differenza dell’operatività dove dobbiamo esercitarli uno dopo l’altro, perlomeno come preferenza, come mettere in primo piano l’uno o l’altro. Un esempio: a livello di conoscenza io posso pensare il maschile e il femminile; li posso pensare compresenti, interagenti, in quanto appartenenti tutti e due all’essere umano; non ho bisogno di lasciare la consapevolezza del maschile quando penso il femminile, anche perché il concetto di polarità mi dice che li posso pensare soltanto insieme. A livello operativo non posso essere contemporaneamente uomo e donna, maschio e femmina: mi tocca alternarli. Allora, la legge fondamentale dell’evoluzione consiste nel fatto che noi abbiamo uno spirito che vive di eternità - siccome nello spirito ciò che nel tempo viene uno dopo l’altro può essere compresente -, ma il nostro corpo vive di frammenti che si susseguono uno dopo l’altro; e il senso di questa acquisizione di elementi uno dopo l’altro, il senso di vivere una vita da maschio e una vita da femmina... vi domando, qual è il senso di ciò che viene vissuto uno dopo l’altro? E’ che vengano integrati nello spirito uno dentro l’altro.

In altre parole, il compimento dell’evoluzione nel tempo è l’eternità.

Però finché siamo nell’evoluzione nel tempo, il nostro spirito anticipa la compresenza di tutti i fattori, perché li compone insieme dove gli uni non possono essere senza gli altri; però il vissuto incarnato ce li fa sperimentare uno dopo l’altro, e questo è il bello perché se sperimentassimo tutto in una volta non servirebbe a nulla.

Allora per capire l’umano, si tratta di capire quali polarità sono polarità di sintesi, e quali polarità sono polarità di alternanza. E il pensiero è maggiormente in chiave di sintesi -oppure non è pensiero- e l’azione è maggiormente in chiave di alternanza; se io adesso uso la mano forte con questa persona, perché forse ha approfittato, non posso usare contemporaneamente la mano che accarezza: devo alternare.

Aiuta questa scena dell’adultera? Non ci manca nulla.

Qui c’è la matrice fondamentale della tentazione di alternare soltanto. La tentazione di alternare soltanto è la tentazione di viversi soltanto come operanti e di non pensare, perché pensare è la provocazione a non alternare, ma di avere la compresenza dei fattori. Perché pensare senza contesto, significa non pensare; pensare significa porre un elemento nel suo contesto. Quindi la sfida al pensare è sempre una sfida di compresenza e difatti tutte le parole coscienza, conoscenza:…co... co.. co... è la con-presenza di diversi fattori che vengono organati in un organismo di pensiero.

Quindi qui c’è la tentazione del diventare unilaterali anche nel pensiero e gli scribi non sono coloro che alternano nell’operare una cosa, perché non si può fare tutto in una volta; sono unilaterali nel pensiero. Lo scriba è colui che dice: l’interiorità umana non vale nulla, la Scrittura è importante per sapere cosa bisogna fare. Quello che tu pensi, quello che tu vivi dentro di te è nulla! I farisei dicono: la Scrittura non vale nulla, è fuori ! Ciò che l’essere umano vive dentro di sé, ciò che lui pensa, questo è importante! Due unilateralità.

Farisei: c’è soltanto lo spessore dell’interiorità e l’interiorità viene resa forte disdegnando l’oggettività. Scribi: l’oggettività viene resa forte disegnando l’interiorità, ciò che è personale, ciò che è soggettivo.

L’alternativa: l’interiorità, che è l’anima, diventa forte amando ciò che è oggettivo, e ciò che è oggettivo diventa umano amando l’anima umana. Quindi l’anima umana, l’adultera, è il fariseo cristificato ed il Cristo è lo scriba cristificato... e sto soltanto mettendo lì un paio di commenti estemporanei; mica è detto che questa sia la spiegazione!

I. ...puoi ripetere quest’ultima frase.?

Archiati: Vi ho sempre detto che non imparo a memoria le mie frasi…

Dicevo che l’anima umana è soggettività, è interiorità; questa adultera è l’interiorità su cui insistono i farisei, cristificata perché ama il Cristo; è Lui che la salva. E il Cristo che è l’oggettività del Logos, del Cosmo, è l’immagine cristificata di questa oggettività morta e fissa sulla legge.

Se uno lo capisce così, in questo episodio non manca nulla. La totalità del fenomeno umano viene espressa in questa immagine. Poi viene un’altra cosa: il cieco nato. Vedremo, sarà di nuovo con altri elementi dell’umano: partendo dalla realtà esistenziale di un essere umano nato cieco, si ripresenta in un altro modo, con tutti altri accenti, con tutta un’altra costellazione, però è sempre il fenomeno umano; perché se io non ho a che fare con il fenomeno umano, preso da tanti lati, eccetera, se tutti questi raggi non mi aiutano a ritornare al centro, all’essenza stessa del fenomeno umano, a che mi serve ?

Io non sono un Giudeo di duemila anni fa. O lo traduco in realtà che hanno a che fare con tutti gli uomini e sempre, oppure non mi serve a niente. Però letti così i Vangeli sono appassionanti, è come leggere la “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel... quindi botte di pensiero! E’ come leggere un testo d’arte, come contemplare un capolavoro d’arte, è come una preghiera... cioè il vangelo di Giovanni viene affrontato in un modo giusto soltanto se io vivo proprio lo spessore ultimo, sia della scienza, sia della religione, sia dell’arte, allora sì, il testo serve a qualcosa.

Un testo migliore non c’è nell’umanità.

Colui che ha scritto questo testo è l’unica persona che è stata iniziata dal Cristo stesso, alla quale il Cristo ha permesso di oltrepassare la soglia della morte con uno stato catalettico del corpo fisico, dove lo ierofante che inizia il neofita deve sapere esattamente quando, in quali ore, il corpo fisico comincerebbe la putrefazione, in modo da richiamarlo.

“Lazzaro vieni fuori” non significa vieni fuori dal sepolcro, perché se lui ha riafferrato il suo corpo, viene fuori da solo!

Vieni fuori dal mondo spirituale e riafferra il tuo corpo!

Quindi è l’unico essere umano che il Cristo ha accompagnato nell’esperienza di iniziazione assoluta, che è quella di morte e quindi di rinascita nel mondo spirituale, e l’ha richiamato dentro al corpo. Perché?

Perché il senso di questa iniziazione, il suo compito, era di dare all’umanità il vangelo di Giovanni. Quindi questo testo ha uno stato, uno statuto, diciamo, una posizione nell’umanità unica, e resterà unica per tutti i millenni dell’evoluzione.

Non c’è nulla dell’umano che non sia contenuto in questo testo.

8, 9 - “…e cominciando dai più anziani...” perché hanno avuto più tempo, portano in sé una esperienza realmente maggiore della caduta dell’umanità. Nessun essere umano è più buono o meno buono di un altro. Più buoni o meno buoni non si può essere, si può solo diventare.

Pensate che idea sbagliata ritenere che un qualsiasi essere umano possa essere già in partenza, migliore di un altro. Può soltanto diventare migliore, e diventa migliore nel momento in cui termina di paragonarsi all’altro.

Il primo passo è di smetterla di paragonarsi.

Gli esseri umani sono paragonabili?

No, gli esseri umani non sono paragonabili!

Gli animali sono paragonabili. Nel senso che tutti i leoni sono paragonabili in assoluto, nel senso che sono retti tutti dallo stesso istinto. Gli esseri umani sono stati concepiti in un modo ognuno così diverso che, già Aristotele, tutta la tradizione aristotelica, ci dice: ogni essere umano è una specie a sé.

Mi paragonate voi il leone con il topolino, che c’è da paragonare?

Soltanto il fatto di dire che sono due animali.

Mi paragonate voi un essere umano con un altro? Che c’è in comune?

Il fatto di essere umani. Ma tutto l’altro mondo, dove l’uno è un leone, l’altro il topolino - per restare nell’ immagine - tutto il mondo di diversità, tutto ciò che è individuale nell’uno e nell’altro, non è paragonabile!

Quindi non esistono esseri umani migliori o peggiori di altri, perché gli esseri umani non sono paragonabili.

E l’unico metro comune che abbiamo non è un metro di paragonabilità, perché è un metro di natura comune; ma la natura comune è soltanto la base, e la natura che abbiamo in comune non è un fatto di moralità: è un fatto di natura!

Il fatto di moralità, del bene e del male, si riferisce unicamente alla diversità, a ciò che è individuale; e ciò che è individuale ha soltanto un metro di bontà morale e di cattiveria morale e cioè che un essere umano è moralmente decaduto non nella misura in cui è qualcosa di diverso da quello che potrebbe essere -perché non potrà mai diventare qualcosa di diverso- ma nella misura in cui omette l’individualizzazione.

Quindi in che cosa consiste il male morale?

Il male morale è sempre una omissione dell’individuale possibile, di ciò che mi è reso possibile, in quanto io sono stato pensato come essere unico, diverso dagli altri. Questo è il male morale e nient’altro. Quindi il male morale non è mai nel fare, è sempre nell’omettere.

E dove si tratta di omettere o di compiere, quindi di portare all’essere, la propria individualità, ogni paragone, ogni paragonarsi, è assurdo!

Come faccio io a sapere qual’è il mio bene morale, del mio essere, che è unico, guardando ad un altro? Il topolino deve forse guardare al leone per sapere cosa significa essere un topolino?

Domanda: cos’è meglio, un topolino o un leone? La domanda è assurda.

Un topo è meglio come topo, un leone è meglio come leone.

I. Però si dice animale superiore, animale inferiore: è un paragone, no?

Archiati: E’ un paragone con gli animali! In che cosa consiste la superiorità dell’animale uomo rispetto agli animali animali?

I. Che pensa!

Archiati: Tu ritieni che gli animali non pensino? Che non ci sia saggezza negli animali?

Gli esseri umani non sono migliori degli animali, perché se fossero migliori degli animali noi diremmo che il Padreterno ha fatto qualcosa di peggiore...ma abbiamo concetti...abbiamo una mente bacata dall’inizio alla fine! Quindi c’è un elemento di diversità assoluta negli umani rispetto agli animali e questo elemento di diversità è l’individualizzazione; che ogni essere umano è diverso, nessuno leone è diverso da un altro leone.

I. ...ma io mi riferivo al termine comune; termine comune che va corretto, quando si dice animale superiore e animale inferiore; queste cose vanno concettualmente corrette!

Archiati: ...ci sono tante cose da correggere!

Allora, siamo alla fine del nono versetto. Questi sono spariti, sono andati via, scribi e farisei sono andati via; rimane l’anima umana. L’adultera è l’anima umana in ogni essere umano, oltre a quella donna di duemila anni fa, col Cristo nel mezzo, dice il testo, nel mezzo.

8, 10 - Gesù riergendosi le disse: “O donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”

8, 11 - Essa allora disse: “Nessuno Signore”. Disse allora Gesù “Neanche io ti condanno, va e non peccare più”.

Gesù riergendosi - AnakuyaV de o IhsouV (anakùpsas dè o Iesous) - Prima era curvato sulla Terra come fondamento dell’evoluzione umana. Ora si rivolge all’essere umano che è eretto, si erge anche Lui, manifesta le sue forze di erezione, parla da Io a Io: l’Io dello spirito parla all’Io dell’anima. L’anima è la somma di anelito evolutivo e lo Spirito è la proposta di tutta l’evoluzione; quindi l’anima è il desiderio dell’evoluzione e lo Spirito è l’evoluzione, l’anima lo desidera e lo Spirito lo compie.

Ora, lo Spirito umano, il Cristo, si pone di nuovo eretto e parla all’anima umana e dice: “ Gunai (Gùnai) O donna, anima umana..." quindi non sei ancora uno spirito, anima umana; quindi quest'anima umana non è una donna adesso, è l'anima di ognuno. "...dove sono i tuoi accusatori?". Tu, fino a poco fa, vivevi nella paura di pigliarti delle pietre in testa che ti uccidono; presa fisicamente è raccapricciante la cosa, però è chiaro che finché quelli lì non se ne sono andati via, viveva in questa paura. Ora il primo gradino di consapevolezza, di conoscenza di sé è che il Cristo le chiede: dove sono? Erano qui, a destra e a sinistra con le pietre in mano; tu tutta tremante: …ora mi ammazzano, …ora mi ammazzano...; adesso sono andati via, cominciando dai più anziani, sono andati via... supponiamo che le pietre siano lì per terra, i tuoi accusatori sono spariti... dove sono?

Il primo passo per diventare un Io è di dire a se stessi: nessuno ha il diritto di giudicarmi; perché nel momento in cui l’anima umana dice a se stessa nessuno ha il diritto di giudicarmi capisce di avere il diritto di rifiutare ogni giudizio che viene dal di fuori soltanto se si proibisce di giudicare gli altri...

E nel caso di questa adultera, qual’è quella posizione di assoluta ingiustizia? Che gli altri volevano giudicare lei, senza dare a lei stessa la possibilità di giudicare loro.

E chi, invece, è venuto a prendersi in mano la sua causa per giudicare gli altri? Il Cristo.

Il quale li giudica in che modo? Non dicendo nulla...dapprima.

Scrive nella terra; poi loro di nuovo vengono con la domanda. Lui non dà una risposta alla loro domanda cosa dobbiamo fare? dice: “chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Sono andati via, Lui si alza e chiede alla donna: dove sono?… Che è successo di questi scribi e farisei? Dove sono -pou eisin (pù eisin)- nessuno ti ha condannato -oudeiV se katekrinen (oudeis sé katékrinen)?

Katakrinw (Katàkrino) è un bellissimo verbo. Krinw (Krino) è il verbo che viene da krisiV (krisis); krisis è il sostantivo e krino è il verbo. Questo krino-krisis è un termine la cui origine è medica. Quando c’è una malattia, quando c’è una prova, quando c’è una sfida evolutiva, l’organismo arriva ad un punto di culminazione con dei ritmi, per esempio il ritmo della settimana, il ritmo dei sette giorni.

Molto importante è la crisi, è il punto in cui si decide: o guarisce o muore.

Questa è la crisi, il momento decisivo, di svolta. O va in su e di ora in ora migliora, oppure va in giù: krino. Aggiungendo katà, kata-krino è la crisi che porta alla morte. Invece di essere una crisi che si risolve in positivo è una crisi che si rivolge in negativo. Quindi le parole che qui sono presupposte non sono soltanto nessuno ti ha giudicato, un verdetto intellettuale. La domanda del Cristo è: “nessuno ti ha fatto fuori?”

Kata-krino è quando la crisi si risolve in un modo negativo e l’essere umano muore. Allora il Cristo porta a coscienza il fatto che se noi agiamo gli uni con gli altri, in un modo tale che ci facciamo fuori a vicenda, chi ci guadagna? Nessuno. Però questo va portato a coscienza. “ Nessuno ti ha fatto fuori ?”.

E lei deve dirsi: “…in effetti, nessuno mi ha fatto fuori.”

Va e impara a non far mai fuori nessuno. E questo impara a non far mai fuori nessuno viene detto: “Va e non peccare più”. Non continuare più nella direzione discendente, non prolungare la caduta ma inverti la caduta in un movimento di riascesa. Quindi il peccato è la caduta.

fig 4.psd

“Non peccare più” significa: comprendi ed attua l’inversione dell’evoluzione, da una direzione dove ci si distrugge a vicenda ad una direzione dove ci si costruisce a vicenda. Questa direzione dove ci si distrugge a vicenda, come viene espressa in immagine?

Con queste due istanze che sono lì, con le pietre in mano, per ucciderla.

Si può dire in modo più forte, come agiscono gli esseri umani gli uni nei confronti degli altri in modo distruttivo? Più chiaro non si può dire, sono lì fatti apposta per uccidersi.

Il Cristo inverte questa posizione e dice: le forze attraverso le quali gli esseri umani si uccidono a vicenda sono andate via, sono sparite... dove sono?

Non ci sono più! Nessuno ti ha ucciso? Neanch’io, neanch’io voglio farti fuori -Oude egw se katakrinw (Oudè egò sé katakrìno)- neppure Io, a minor ragione l'Essere dell'Io è venuto nel mondo per condannarti. Poreuou (Poreù) che viene tradotto con Va, significa: continua la tua evoluzione e non peccare più, adesso in chiave di riascesa, perché nella libertà ci deve essere anche la possibilità di andare nell'altra direzione. Si va nell'altra direzione quando si continua ad uccidersi a vicenda.

E l'inizio dell'uccidersi a vicenda qual'è? Il giudicarsi a vicenda. E' la prima uccisione; la prima uccisione avviene nella testa.

Va, continua ad evolverti; l'evoluzione in positivo comincia adesso addirittura; perché finora sono stati creati i presupposti per l'evoluzione nella libertà. Quindi adesso più che mai, dove ti sei liberata da ciò che ti determina dal di fuori, ti sei liberata addirittura da tutti gli esseri umani che vorrebbero determinarti dal di fuori - sono spariti…dove sono? - adesso sei tu, sei in mano a te stessa, adesso comincia l’evoluzione, la vera evoluzione umana, nella libertà.

Lo spessore di questo verbo viene tradotto: và. Certo che poreuou (poreù) significa anche va, però se ci resta soltanto l’ingiunzione fisica vattene mi capite che tutto lo spessore enorme, morale, intellettuale, conoscitivo è perso.

Ora prendi in mano tu la tua evoluzione e non peccare più! quindi non continuare nella direzione della caduta, del peccato, ma inverti la direzione e trasforma ogni frammento di caduta in un’esperienza di riascesa.

Va e non peccare più... la confessione e l’assoluzione… ma quello lo sa che ricomincia da capo, quindi questa mentalità infantile che era giustificata nella fase infantile non è consona, non è degna, di un testo di questo tipo qui; capite che proprio mortifica un testo che è di natura spirituale, lo rende del tutto animico.

Il Cristo non è venuto qui a dire all’adultera va e non peccare più nel senso in cui viene capito normalmente. E’ una baggianata, scusate. Però, questo non comprendere più di tanto va bene, era necessario, non c’erano altre possibilità nei primi duemila anni.

Ci rendiamo conto però, se vogliamo essere onesti, che questo tipo di approccio adesso non basta più; all’uomo d’oggi non dice più niente, soprattutto a chi ha avuto una formazione scientifica, tant’è vero che i vangeli non li legge più nessuno... giustamente... perché a me che mi dice Va e non peccare più ? Che mi dice? Va e non peccare più significa: sei diventata perfetta e non pecchi più. E’ una menzogna, intesa così è una menzogna!

Allora si capisce quello che dico?

Ditemi un po’ cosa avviene lì nel pensatoio....

I. Pietro, volevo chiederti se si può capire anche in questo modo: visto che si inchina - due volte - e poi due volte si mette in piedi, è come stabilire, è come vedere un’immagine di circolarità nel rapporto tra spirito e anima e tra il Cristo e l’anima umana. Il Cristo che inchinandosi, incide nella natura umana, aiutandola con il meccanismo karmico eccetera, eccetera e quando si rimette in piedi si aspetta, che il movimento si inverta e che sia l’anima umana ad andare verso di Lui. Si può vedere in questo modo?

Archiati: Ma certo! E’ molto bello quello che dici, perché è vero! Tutto ciò che è capibile, è vero, altrimenti io ti avrei detto: “non capisco cosa mi stai dicendo”. Se lo capisco, vuol dire che lo riferisco a dimensioni umane e allora... molto bello, perché hai tradotto fedelmente, tra l’altro, i movimenti che sono descritti nel testo, in passi evolutivi; e questi passi evolutivi, nella misura in cui io li ho capiti, dico: “sì, si è giusto!”.

Però sentiamo qualcun altro... chi vuol dire qualcosa su quello che io ho detto?

I. Avevo pensato mentre spiegavi, questo: il primo chinarsi e scrivere col dito, dentro alla Terra, è una risposta all’accusa dei farisei e degli scribi, che non capiscono...

Archiati: Non è che hanno accusato; loro hanno fatto una domanda: “Tu cosa dici?”

I. Si giusto, e Lui risponde con questo gesto quindi, occulto, misterioso.

Loro ripropongono la domanda, insistono; allora Lui si alza, nel mezzo, anche della scena, e dà la risposta verbale; però questa risposta non dice: “ è giusto, non è giusto” e questo è il bello! Lui dice, in pratica, se volete lapidarla lapidatela...

Archiati: No! No no, non dice così; sta’ attento! Non devi cambiare le parole nella bocca del Cristo; cioè, se tu fai un commento, non mettere il tuo commento nella bocca del Cristo! Capisci?

I. Sì, io volevo dire: Lui non gli dà un’indicazione, li lascia liberi...

Archiati:”Se volete lapidarla, lapidatela” è un’indicazione! Quindi non mettergli in bocca questa indicazione..

I. No, no, li lascia liberi...però c’è anche questo nella sua affermazione!

Archiati: Certo, certo. Non gli dà un’indicazione operativa! Perché dà soltanto contributi conoscitivi; questo è importante!

I. ...e si china di nuovo a scrivere, allora io ho pensato...

Archiati: Sì, ma qual’è il suo contributo conoscitivo? Dimmi la sua frase.

I. Chi è senza peccato...

Archiati Chi di voi...

I. Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra.

Archiati: Ecco. Perché è un contributo conoscitivo e non operativo?

I. Perché gli pone una domanda di autocoscienza...

Archiati: Perché rende dipendente lo scagliare la pietra dall’autoconoscenza, ecco il contributo conoscitivo! Nessuno ha il diritto di scagliare la pietra senza conoscere se stesso, in quanto senza peccato.

I. ...ed il fatto che si inchina di nuovo a scrivere...

Archiati: Dà loro tempo di vedere se sono senza peccato.

I. Sì, ma è anche pronto a scrivere se, per esempio, qualcuno tira la pietra! Come prima aveva scritto il karma della peccatrice dentro alla Terra, adesso lascia la possibilità aperta, di tirare o non tirare la pietra; e poi si china, intendendo che se qualcuno la vuole tirare, Lui è pronto a scrivere...questo volevo dire prima. Per questo, quando poi si rialza, chiede se nessuno ha tirato la pietra.

Archiati: ...quindi, lascia agli esseri umani la libertà di tirare o non tirare le pietre...Da allora non sono mai state tirate le pietre?

I. …certo, certi bernoccoli!

Archiati: ...perché la lapidazione non avviene solo materialmente...

I. Volevo dire che c’è oggi sul giornale la notizia che in Iran è stata abolita la lapidazione.

Archiati: Per un paese islamico questo è un passo enorme, perché ci sono forze molto immanenti che dicono che la lapidazione fa parte del Corano.

E c’è un enorme subbuglio, adesso, nel mondo islamico. Questa è una notizia grossa, perché adesso ci saranno forze nel mondo islamico che si faranno sentire contro. Interessante.

I. Gli anziani non se ne vanno via prima perché sono più avanzati nel processo di individuazione?

Archiati: Perché lo chiedi a me ? Dillo tu!

I. Visto che normalmente avviene nella persona, secondo la Scienza dello Spirito...?

Archiati: Allora mettici un minimo di processo di pensiero. Dove tu mi dici: guarda che tu l’hai messa così che, oggettivamente, essendo più anziani ne hanno combinate di più; quest’altra spiegazione... non è in contraddizione con la tua, però tu porti un altro fattore psicologico che li ha indotti ad andarsene via. Articola un po’ il pensiero, in modo che la mia mente possa dire sì, c’è qualcosa qui....

I. Io ho l’impressione che Gesù abbia superato l’antinomia mettendosi su un livello superiore. Dice: no, non bisogna mettersi con la logica del gruppo, in base alla quale è possibile, ed è, forse, anche necessario giudicare. Vediamo a livello di maggiore introspezione individuale... Adesso sto usando delle espressioni sbagliate....

Archiati: No, no, no, no quello che... volevo fermarti un momentino… se tu fai un processo di pensiero e disattendi il testo del tutto, allora stiamo facendo un dieci minuti di filosofia o psicologia, indipendentemente dal testo; se invece i tuoi pensieri tu li intendi come commento al testo, non devi staccarti troppo dal testo; devi spiegarmi perché Lui dice: “chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra” e la frase che dice “cominciando dai più anziani se ne andarono via” è come reazione a questa frase; quindi non disattendere del tutto il testo.

I. Cioè Lui, con questa espressione, ha proposto loro di guardare dentro se stessi. Ho l’impressione che gli anziani siano stati più abili in questo, siano stati più avanzati in questo...

Archiati: Non lo escludo. Lo sono per natura? Lo sono per forza, più saggi?

I. Tendenzialmente...

Archiati: Sta’ attento. Che una persona più anziana abbia maggiormente questa sapienza è possibile. Che abbia più peccati dei giovani, è necessario! E’ necessario, non solo possibile! Vedi che io ho portato un’argomentazione più micidiale della tua; la tua non è esclusa, però è un fattore non di necessità che mi lascia aperto per l’uno o per l’altro che potrebbe essere così, però non mi spiega l’assolutezza del fenomeno.

“Cominciando” lo pone come elemento di necessità, che è così; allora deve riferirsi a qualcosa che, di necessità, è presente più fortemente negli anziani che non nei giovani. Vedi che si tratta sempre di penetranza di pensiero; però questo tipo di pensiero non esclude il tuo, però tu hai portato un argomento non di necessità...

I. A me interessava capire se era in linea con la Scienza dello Spirito...

Archiati: Cos’è dalla Scienza dello Spirito?!

I. Non lo so.

Archiati: Neanche io lo so! Io so soltanto cosa c’è qui e come...

I. Volevo chiedere un’altra cosa, sul fatto che viene superato questo tranello che dovrebbe rendere necessario fare una scelta. Ho l’impressione che Gesù superi il problema ponendosi su un livello superiore; la sintesi è porsi su un livello superiore...

Archiati: ...e qual’è il livello superiore? Che Lui rifiuta di dover scegliere tra due cose alternative. Loro gli pongono un tranello di alternativa: o scegli questo o scegli questo. E Lui gli dice no, c’è un’altra soluzione!

I. A me sembra particolarmente suggestivo che tutto il problema sia relativo alla legge mosaica cioè, Lui supera, ponendo il discorso dell’individuazione; e mi veniva in mente che Mosè scende dal Sinai con la prima versione del decalogo, vede che i Giudei non sono abbastanza evoluti per quel tipo di legge e allora risale sul Sinai e propone una nuova legge, evidentemente meno evoluta...

Archiati: ...adesso entriamo nell’interpretazione del Vecchio Testamento... resta nel testo, resta a questo testo!

I. Mi viene il dubbio che la via suggerita da Gesù corrisponda alla prima versione della legge mosaica e corrisponde al fatto che ....

Archiati: Dovremmo avere due ore a disposizione e sapere da te cosa intendi per prima versione della legge mosaica, eccetera. Questi sono gli scribi e gli scribi si riferiscono alla legge; è molto complessa la cosa.

I. “E’ per la durezza dei vostri cuori che vi è stata data la legge”…

Archiati: Citare non ci dice nulla... cosa vuoi dire?!

I. Voglio dire: se non capite lo spirito, bisogna che io abbassi il livello e lo porti ad un livello più materiale, più percepibile, per cui voi da quello riuscite...

Archiati: No, io non ho capito quali sono questi due livelli; me lo dici?

I. Il livello dell’anima... l’adultera non rappresenta l’anima?

Archiati: Va bene, e cos’è questo livello?

I. Quello è il livello in cui uno vive l’esperienza di se stesso, propria; e il livello della pietra è quello in cui uno conosce attraverso un pregiudizio, cioè qualcosa che gli è dato...non riesce a dire io faccio questo, per cui comprendo anche l’altro, cioè non fa una sintesi ma viene...

Archiati: Tutti capiscono? Tutto chiaro? Io non capisco.

I. Va bé, aspetto... maturo il pensiero…

Archiati: Presupponi un sacco di cose... presupponi un sacco di cose... ripensaci.

Ci auguriamo buon appetito?

27 dicembre 2002, pomeriggio
vv. 8,12 – 8,16

L’essere che racchiude in sé le forze dell’Io, che dice di Sé Io sono, non è venuto a giudicare nel senso di condannare, ma è venuto ad aiutare gli esseri umani a trasformare la crisi, cioè la svolta, in una direzione che va verso l’alto anziché verso il basso; però questa direzione non la può imporre, perché l’essere umano deve restare libero.

Il senso della caduta non è l’umiliazione dell’essere umano, ma la sua esaltazione; il senso della caduta è di dargli la possibilità di risalire per forze proprie, e l’essere umano non può risalire senza essere caduto. In altre parole, il senso del fatto che ogni essere umano nel centro dell’evoluzione si viva e si senta intriso di forze di natura, è di diventare Signore; ma non potrebbe diventare Signore se non partisse da schiavo. Non avrebbe nulla da fare.

In altri termini, la caduta offre ad ogni essere umano il compito evolutivo di cui ha bisogno per la sua evoluzione in libertà.

Questa visione tutta positiva della caduta è naturalmente diversa dalla visione tradizionale, che l’ha vista solo in chiave negativa; perciò, per fare un processo, diciamo per sommi capi, io ho detto che era una visione un po’ infantile.

Il Cristo ha dovuto lavorare duemila anni nell’umanità per creare le forze conoscitive che consentono questo grado di coscienza, le forze di pensiero per affrontare il fenomeno evolutivo ed anche il fenomeno della caduta in un modo molto più positivo, più propositivo.

L’adultera dice: nessuno mi ha condannato, le contro-forze non sono riuscite a subissarmi.

OudeiV (udeis) nessuno, Kurie (Kyrie) Signore.

Kyrie in greco significa Signore, l’abbiamo già visto di sicuro.

Kyrios ha due significati fondamentali. Il significato essoterico è Signore; però c’è un significato esoterico e sono le forze dell’Io che domina il pensare, il sentire e il volere.

I pensieri, i sentimenti e gli impulsi volitivi sono le tre corde della lira di Apollo; sono le forze dell’anima, è la lira dell’anima. E Apollo stesso è l’Io germinante nella mitologia greca, che comincia a suonare su queste tre corde.

Questa istanza che opera su tutte e tre le corde, è un’istanza che le domina, un’istanza che le signoreggia. Quindi nel mito greco di Apollo c’è proprio la chiamata dell’essere umano a diventare uno spirito, un Io che signoreggia, che armonizza fra di loro i pensieri, i sentimenti e la volontà; un Io che sa quando è più importante mettere in primo piano i pensieri, quando ci vuole di più il sentimento e quando invece si tratta di volere qualcosa, di rafforzare gli impulsi volitivi e attraverso pensiero, sentimento e volontà andare più verso l’azione. L’azione diventa percezione, l’azione che interagisce col mondo esterno è il passaggio dal mondo interno - l’interiorità dell’essere umano- al mondo esterno.

Un Io, uno spirito, che ha nell’anima pensiero, sentimento e volontà, in base alla volontà vuole qualcosa; compie l’azione e l’azione interagisce, interviene sul mondo esterno. Quando io faccio qualcosa, l’azione compiuta fa parte del mondo esterno oggettivato che io posso percepire; con la percezione sorgono i nuovi pensieri, quindi la percezione è il passaggio dal fuori al dentro. La percezione mi fa sorgere il concetto; il concetto fa sorgere il sentimento; il sentimento fa sorgere l’impulso a reagire. Reagendo, agisco verso l’esterno e l’azione - la volontà e l’azione - è il passaggio dal dentro al fuori.

La percezione è il passaggio dal fuori al dentro. Quindi c’è proprio un ciclo, bellissimo, di interazione tra l’interiorità umana e l’oggettività del mondo.

fig 5.psd

Kyrios sono le forze dell’Io; è il Signore delle forze dell’anima, che signoreggia le forze dell’anima, nel senso più bello della parola.

Se non vengono signoreggiate, le forze dell’anima spadroneggiano a loro volta sull’essere umano e quindi uno è in balia dei suoi pensieri, è in balia dei suoi sentimenti, delle sue emozioni; è in balia delle sue brame, dei suoi impulsi volitivi e non ci può far nulla, e sono loro a decidere cosa avviene di lui.

Il concetto di Kyrios è la libertà interiore, la liberazione interiore, per cui sono Io a decidere cosa c’è nei miei pensieri, cosa c’è nei miei sentimenti, cosa c’è nella mia volontà; sono Io a creare e ricreare sempre di nuovo l’armonia tra queste tre dimensioni dell’anima.

Quindi, l’anima umana è l’adultera con i suoi pensieri, sentimenti e volontà che si rivolge all’Io, alle forze dell’Io; questo Kyrios è l’aspirazione dell’anima allo Spirito, a questa istanza di Io che signoreggia, che domina, che padroneggia le tre forze fondamentali dell’anima.

Il Cristo le risponde: meno di tutti è l’Essere dell’Io che è venuto per condannarti: “Neanch’io ti condanno”; traduciamolo in un modo maggiorato: se questi esseri umani non ti hanno subissato, meno ancora colui che è venuto apposta per rafforzarti nel tuo essere, meno che mai sarà Lui a volerti condannare, a volerti far andare in rovina.

Colui che massimamente vuole contribuire a che tu non venga condannata - cioè a che la tua evoluzione non vada in senso negativo, ma che la tua evoluzione vada in senso positivo - è proprio l’Essere dell’Io perché, nella misura in cui tu Lo accogli dentro di te, Lo coltivi dentro di te, sei salva nell’armonia del tuo essere. Va, continua ad evolverti, quindi non ti fermare, perché il fermarsi è proprio perdersi, ed il proseguimento della tua evoluzione consiste nel fatto che diventerai sempre di più un Io capace di signoreggiare, di padroneggiare tutte le forze della tua anima. Va e d’ora in poi non peccare più.

In che cosa consiste allora il peccato? La parola peccato – peccato, una parola italiana- è una parola intrisa di connotati emotivi pieni di cristianesimo incipiente molto primitivo, rudimentale. Quindi, bisogna sempre chiedersi: cosa c’è dietro questa parola “non peccare più”? Termina di essere in balia delle forze di natura!

Perché, qual’è l’essenza del peccato? Il prevalere della natura sullo spirito; e l’essenza della redenzione, l’essenza del riscatto dell’umano, è il prevalere dello spirito sulla natura. Perché il prevalere della natura, delle forze di natura - brame, istinti, passioni, eccetera - sullo spirito umano è peccato? Perché va persa l’essenza dell’umano, che è libertà.

Quando le forze di natura padroneggiano l’uomo, cosa c’è che non va bene?

L’uomo non è libero, quindi non è buono. Questo è un punto conoscitivamente essenziale, fondamentale, perché se io fossi in America e dicessi queste cose in americano, il 70-80% delle persone mi direbbero: l’uomo non deve andare contro la sua natura, quindi lasci lavorare gli istinti così come sono… La natura l’ha creata il Padreterno… quindi va benissimo! In questo concetto di natura umana viene disatteso ciò che è essenziale, che è la libertà.

Però non è sempre facile spiegare o far capire, o convincere, gli esseri umani di oggi che sono così abituati proprio ad essere subissati dalle forze di natura; non è facile far capire che un essere umano che viene subissato, che si riduce a forze di natura, si snatura del tutto perché l’essenza della natura umana è la libertà, non il determinismo di natura.

Però, se uno afferra questo concetto fondamentale e lo mette a fuoco anche soltanto una volta, lo capisce e dice: …ah, adesso ho veramente capito...

Magari poi, questo intuito gli si sfoca di nuovo… naturalmente, non è che uno ce l’abbia sempre a fuoco, però si ricorda che c’è stata una volta in cui l’ha capito ed in un modo così convincente che allora lo ricerca sempre di nuovo, e non sarà più capace di convincersi che un essere umano che si lascia andare alle forze di natura vive secondo la natura umana.

I. E’ uguale dire che si perde l’individualità?

Archiati: E’ lo stesso, è lo stesso. Perché è uguale?

I. …perché non si è più pecoroni!

Archiati: Chi può difendere la tua libertà in te? Chi può difendere la mia libertà in me? Soltanto io, ecco l’individualità! Quindi o c’è l’individualità e c’è la libertà; o c’è la libertà e c’è l’individualità; o mancano tutte e due. Può qualcuno essere libero per forza altrui?

No, altrimenti non è libero. Che poi questa forza altrui sia la forza di natura o la forza del gruppo, è sempre altrui....va bene? C’è adesso, questo pensiero?

Perché i pensieri vanno articolati. La cosa diventa convincente se si articolano i pensieri, se io dico salvare la libertà è lo stesso che salvare l’individualità, uno dice: sì sì, va bene, lo credo, sì, sì lo dici tu... però manca il processo di pensiero. Libertà significa che sono io, e soltanto io, a decidere cosa avviene nei miei pensieri, nei miei sentimenti e nella mia volontà; se non sono io a decidere in quanto individuo, è qualcos’altro o qualcun altro... però non sono io. Vengo gestito dal di fuori. Autogestione significa gestione individuale.

Quindi, termina di essere gestita dal di fuori, “non peccare più”: termina di essere gestita dalla natura, dalle forze di natura, dalla Chiesa, dallo Stato, dalla legge....Adesso qui c’è una specie di cesura nel senso che torniamo al testo recepito in quasi tutti i manoscritti; è finita la pericope che molti manoscritti avevano sbattuto fuori, in quanto scabrosa, problematica.

8,12 - Gesù parlò loro di nuovo dicendo: “Io sono la Luce del mondo”. Colui che mi segue, non camminerà nella tenebra, ma avrà la Luce della vita.

Gesù disse loro di nuovo, parlò di nuovo a loro, dicendo: “Io sono la luce del mondo”.

Adesso arriviamo ad una delle parole, papali papali, dell’Io sono.

Sono sette le parole dell’Io sono:

“Io sono il pane della vita” lo abbiamo visto nel VI capitolo, il più lungo di tutti;

“Io sono la luce del mondo” questa è la seconda parola dell’Io sono;

poi verrà il capitolo X -se mi lasciate fare, ci arriviamo al capitolo X- in cui sono due:

“Io sono la porta”, la soglia, il mistero della soglia, la porta è la soglia e poi:

Io sono il pastore”, il pastore buono... X capitolo;

Io sono la resurrezione e la vita” nell’XI capitolo, la quinta parola Io sono;

“Io sono la via, la verità e la vita” nel capitolo XIV, la sesta parola Io sono;

“Io sono la vite vera” nel capitolo XV, l’ultima parola Io sono.

Tutte le parabole, nei sinottici, sono comprese in un arco di attività solare, nei sei mesi se volete, in cui il Sole lavora sulla Terra:

fig 6.psd

Dunque, a quei tempi, la prima messe o mietitura avveniva a marzo: il grano d’orzo veniva già raccolto a marzo; veniva seminato in autunno, restava sotto terra tutti i mesi dell’inverno - anch’io da contadino, ho sempre detto che seminavamo ancora in autunno, in modo che il seme restasse sotto la neve, perché se passa l’inverno sotto la neve riceve tutt’altre forze di cristallizzazione dal Cosmo - e poi, dopo questo operare invernale del Sole dentro alla Terra, c’era in primavera la raccolta del frumento che veniva mietuto un po’ più tardi rispetto all’orzo che già a marzo, al più tardi ad aprile veniva mietuto.

Tutte le parabole - sono una trentina - vanno dalla parabola del seminatore -quindi la parabola del pane- fino alla parabola della vigna.

La prima parabola è quella del seminatore, quindi si riferisce al pane, l’Eucarestia cristiana: il pane ed il vino. Il pane è la prima metà dell’evoluzione che fa sorgere la corporeità terrestre ed umana; il vino è la seconda metà dell’evoluzione che, sul sostrato della corporeità, trasforma tutto ciò che è di natura corporea in sangue.

Quindi, il senso dell’evoluzione è di trasformare tutta la sapienza cristallizzata di ciò che è corporeo, di ciò che è forma, in amore umano. E il portatore fisiologico dell’amore umano, il calore dell’amore umano, è il sangue.

In ogni essere umano avviene continuamente un processo di eterizzazione del sangue che è il passaggio in forze d’amore; è una sublimazione reale, fisiologica, eterica e anche spirituale; diciamo che il senso di tutto ciò che è materia, il senso evolutivo di tutto ciò che è materia, è di trasformarsi in corpo umano in modo che tutto ciò che è corporeo nell’uomo si trasformi in sangue. Ed il sangue si trasforma in forze d’amore.

Queste sono affermazioni anche di scienza naturale.

Ora, come tutte le parabole sono da marzo a settembre -quando si raccoglie l’uva, cioè tutti i sei mesi, in cui il Sole dal Cosmo opera sulla Terra, e non nel seno della Terra- così le sette parole IO SONO, diciamo le sette caratteristiche fondamentali del diventare un Io, sono tra la prima parola che dice “Io sono il pane della vita” (nel VI capitolo) e l’ultima parola, che dice “Io sono la vite vera” (nel XV capitolo).

Queste armonie sono molto belle... non sono a caso!

E così i sette segni, i sette miracoli, nel vangelo di Lazzaro sono tutti racchiusi nella prima parte (le nozze di Cana; il figlio del servo del re; il paralitico; la moltiplicazione dei pani; il subbuglio sul mare; il cieco nato e Lazzaro, che è il settimo segno) e arriviamo all’XI capitolo; i sette segni sono nella prima parte del vangelo e si concludono all’XI capitolo dove c’è la cerniera tra la prima e la seconda parte; i sette gradini della passione del Cristo sono tutti nella seconda parte. Le sette parole IO SONO, invece, sono una cerniera tra la prima e la seconda parte, cominciano al VI capitolo e terminano al XV.

Questo per chi, naturalmente, studia e medita sul Vangelo. Avremmo bisogno di anni e anni, per esplicitare tutte queste cose.

fig 7.psd

• I sette segni sono le grandi offerte conoscitive per l’autoconoscenza dell’essere umano;

• le sette parole “Io sono” sono maggiormente in chiave di sentimento, di forza del cuore;

• i sette gradini della Passione sono indicazioni dei sette passi volitivi, per trasformarsi e far l’esperienza del mondo spirituale.

Quindi, in un certo senso, nei segni c’è il pensiero, diciamo la caratteristica fondamentale del pensiero; per le sette parole “Io sono” c’è la caratteristica fondamentale del sentimento; nei sette gradini c'è la volontà di ciò che c’è da fare.

Naturalmente, dove c’è il pensiero c’è anche il sentimento e la volontà; però ogni volta viene messo in primo piano l’uno o l’altro; non è che siano sempre tutti uguali.

Schemi di questo tipo lasciano il tempo che trovano, nel senso che se uno li usa bene, in un senso fruttuoso, allora portano frutti, ma se uno non li sa usare e impara lo schemino a memoria, non gli serve a nulla. Quindi, uno schema non ha nessun valore in sé; il valore salta fuori, di volta in volta, a seconda di come lo si usa. Se lo uso in un modo tale che mi fa scoprire tante, tante cose, allora lo schema mi serve; se invece, l'unica cosa che sono capace di fare è impararlo a memoria, che cosa ho? Niente.

Un poltrire della mente! Quindi non crediate che per me significhi qualcosa avere delle regolette... no, è come quando io compro una lavatrice, ci sono scritte le regole d’uso e imparo a memoria le regole d'uso! Che cosa ho? ...se poi non l’accendo, e non la uso... Capite?

Questa è una specie di regola d'uso del vangelo di Giovanni, ma se poi non la usate non serve a nulla; perché la Scienza dello Spirito di Steiner -per dire un esempio- è così complessa che molte persone, anche in Germania, pensano – ed è comprensibile, non è che io lo voglia criticare - che là dove Steiner dà degli strumenti d’uso che hanno un senso soltanto se li usi, basti impararli a memoria. E credono di essere più bravi degli altri.

Però, imparare a memoria cose che sono strumenti d’uso, che impressione fa a persone normali, intelligenti? ...Ancora di più che dogmatismo, perché uno è meno dogmatico se non impara a memoria certe cose; è contro natura farne dei dogmi.

Quando io uso il violino per suonare, sono forse concentrato sul violino?

Il violino ha quattro corde, io adesso suono; se io suono, voi siete concentrati sul violino?

No, sulla musica. Nella misura in cui io uso degli strumenti, spariscono come strumenti; non me ne accorgo neanche.

Adesso state attenti. Supponiamo che io - senza dirvelo però, così come non vi dico: guarda che qui ci sono quattro corde! e vi faccio sentire la musica senza dirvi niente - io tutti i pensieri che sto pensando li pensi sulle quattro corde... e dica quattro o cinque frasi che privilegiano la prospettiva del corpo fisico, poi dica quattro o cinque frasi che invece si riferiscono maggiormente al corpo eterico, poi dica quattro o cinque frasi che si riferiscono maggiormente al corpo astrale e poi altre frasi sull’Io. Voi vi siete forse accorti che io stavo parlando del corpo fisico, del corpo eterico, del corpo astrale e dell’ Io? No. Basta che io non dica i termini; però se poi io vi faccio vedere, e vi dico: adesso vai indietro con il magnetofono... risenti! Queste quattro frasi, se le capisci bene, si riferiscono al corpo fisico, e queste altre quattro, se ci pensi bene, si riferiscono al corpo eterico... ah, è vero!!

Così come io vi dico: guarda, adesso tu hai sentito la musica, però la musica è saltata fuori perché c’era questa corda, questa corda, questa corda... Arriva un antroposofo e ti dice: l’antroposofia consiste nel fatto che io so che esiste un corpo fisico, un corpo eterico, un corpo astrale e l’Io!... che cosa ha? Ha contato le corde del violino: la corda del re, la corda del mi... eccetera. E la musica? Mi sono spiegato? È comprensibile e non voglio criticarlo, ma è importante che ci rendiamo conto che c’è una differenza tra mettere in risalto le quattro corde del violino e suonarci sopra! A che ti serve continuare a dire che c’è corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed Io, se non ci suoni ?!

“Io sono la Luce del mondo”. Cristo dice “Io sono la Luce del mondo”

Vale la pena fermarsi un pochino su questa frase.

Fare l’esperienza di essere un Io…

Nessun essere umano può fare l’esperienza di essere un Io senza che sia il Cristo, senza che sia l’Essere Solare, senza che sia l’Essere del Sole che lo inabiti: è la stessa cosa! Perché queste forze, questa realtà, questa sostanzialità spirituale, interiore, che mi fa sentire un Io, nel senso migliore della parola -non soltanto, come dire, nel senso di arroganza, ma di responsabilità morale- questa sostanzialità di Io, sono io a fabbricarla? No, no, mi rendo conto che sono forze, sono forze pensanti che mi vengono messe a disposizione.

In altre parole, la natura umana non la crea l’essere umano.

La natura umana che si intride di luce… “Io sono la Luce del mondo” è l’essere umano che si intride di luce; non è lui che crea questa luce! Perché allora sarebbe lui a creare la natura umana e il fatto che nessuno di noi crei la natura umana, il cristianesimo attraverso questi testi lo riferisce all’Essere spirituale che è l’origine della luce: il Sole è l’origine della luce che noi chiamiamo fisica, ma che fisica non è.

L’Essere spirituale del Sole è la sorgente di ogni luce intellettuale, di ogni luce conoscitiva. In altre parole, è possibile agli esseri umani pensare pensieri che non siano stati già pensati dalla divinità? No, perché allora sarebbero gli esseri umani ad essere la divinità.

Quindi, partiamo dal presupposto che il mondo, la creazione in cui viviamo, è un mondo di luce; nel senso che tutte le cose, i concetti stessi sono raggi di luce, sono sprazzi di luce individualizzati. Tutti i concetti, tutte le illuminazioni possibili, sono promanazioni del pensiero divino. L’essere umano è chiamato ad illuminarsi della luce divina; e la luce divina in quanto è fuori dell’uomo è la luce del Padre; la luce divina in quanto si accende dal di dentro dell’uomo è la luce del Figlio. Il Figlio, il Cristo, è quell’aspetto della divinità che vuole accendersi dal di dentro dell’uomo; quindi la luce del mondo, che è il Cristo, non è la luce del mondo del Padre, è la luce dell’Io sono.

E chi dice “Io sono Luce del mondo”?

La divinità umanizzata.

Coloro che duemila anni fa hanno sentito questa frase, il vangelo lo sottolinea: Gesù lo dice, non il Cristo; perché il Cristo se si vuol far sentire fisicamente, lo dice attraverso il Gesù. Quindi chi fa risuonare queste parole nell’umanità? La divinità in quanto umanizzata, e l’umanità in quanto divinizzata.

Però queste parole: “Io sono, Io sono la luce del mondo” si possono dire soltanto dall’interiorità umana; e la prima interiorità umana che ha fatto risuonare queste parole è stata l’interiorità di Gesù di Nazareth, in quanto inabitata dal Cristo. E in questa affermazione c’è il compito, la chiamata evolutiva complessiva di ogni essere umano.

Tu, essere umano, sei essere umano in quanto sei chiamato a far risuonare dalla tua interiorità, in tutta verità, queste parole. Che tu possa dire sempre più veracemente queste parole “Io sono la luce del mondo”.

Adesso chiediamoci: a quale condizione ognuno di noi ha la possibilità, veracemente, di dire Io sono la luce del mondo? Perché “Io sono la luce del mondo”, finora è stato capito così - semplifico un po’ le cose - che Lui, Cristo, è la luce del mondo... io no.

Ma se Lui è la luce del mondo ed io no, a che mi serve?

Mi serve soltanto se, interiorizzando il Cristo, il Cristo lo dice dalla mia interiorità.

Il Cristo non può dire dentro di me “Io sono la Luce dal mondo”?

Certo che lo può dire, è il senso dell’evoluzione che Lui possa dirlo. Così come Lui ha espresso dall’interiorità di Gesù di Nazareth queste parole, inabitando Gesù di Nazareth -che è un uomo, come tutti noi... un uomo - inabitando Gesù di Nazareth il Cristo dice, dal di dentro di Gesù di Nazareth: “Io sono la Luce del mondo”.

La chiamata a diventare uomini è che l’Essere dell’Io termini di essere estrinseco a me, perché allora è una luce esterna, ma venga talmente interiorizzato che il Cristo sia in grado -e io stesso sia in grado- di far risuonare queste parole: “Io sono la luce del mondo” dalla mia interiorità. Allora sì che ha un senso, perché queste parole le ha fatte risuonare dall’interiorità di un uomo, che era Gesù di Nazareth.

In altre parole “Io sono la luce del mondo” è l’affermazione sull’evoluzione che risuona dall’interiorità di un essere umano; la luce divina che viene esperita dall’interiorità di un essere umano. Fare l’esperienza di essere un Io è fare l’esperienza di ricreare il mondo.

La luce che cosa è? È il capire.

“Colui che mi segue, non camminerà nella tenebra, ma avrà la luce della vita”.

La tenebra non è qualcosa che non si può illuminare; la tenebra si illumina.

La tenebra della notte quando viene il Sole, quando sorge il Sole, viene illuminata.

Quindi non è che la tenebra abbia il problema di non venire illuminata, basta metterci la luce. Il problema della tenebra è che può venire illuminata solo dal di fuori, cioè dalla luce. La luce della vita è la luce che non si riceve dal di fuori, passivamente, ma la luce che si genera. Quindi, ci sono due tipi fondamentali di luce: la luce che si riceve, e la luce che si genera.

Nel IV capitolo, nell’incontro con la Samaritana, abbiamo visto la stessa affermazione rispetto all’acqua, dove il Cristo parla di acqua viva.

La luce della vita, l’acqua della vita.

E là abbiamo distinto - mi pare che vi abbia citato anche Tommaso d’Aquino - che ci sono due tipi fondamentali di acqua: acqua sorgiva, quindi intrisa di forze eteriche, di forze proprio vitali, ed acqua stagnante. Quando l’acqua è rimasta per un certo tempo statica perde in buona parte le sue forze vitali; non voglio essere assoluto nell’affermazione; bisognerebbe fare questi studi di natura, di scienza naturale, in un modo molto più approfondito, ma comunque perde tantissimo.

Quindi ci sono due tipi fondamentali di acqua: acqua vivente ed acqua morta.

Ci sono due tipi fondamentali di luce: luce che viene prodotta (irradiare luce), e farsi illuminare. Il concetto di Terra è quello di venire illuminata dal Sole. Il concetto di Sole è quello di sprigionare luce. Traduciamo la luce: Platone ha delle riflessioni bellissime proprio su questi due aspetti della luce... traduciamo la luce, che è un’immagine della luce del pensiero, dello spirito.

Nello spirituale ci sono due tipi di luce: capire qualcosa è la luce riflessa; intuire qualcosa, inventare qualcosa, è produrre luce.

In altre parole, lo spirito umano vive due tipi fondamentali di luce: la luce morta è la luce che mi illumina, quindi i concetti, la conoscenza che è stata prodotta da qualcun altro, magari dalla divinità, dalla rivelazione, e mi illumina; è la luce che mi illumina, cioè le cose che io sento, che cerco di capire, ma che non ho “fabbricateio.

Fare l’esperienza dell’Io sono la luce della vita significa che più una persona fa l’esperienza di essere un Io, e più si trasforma da Terra che riceve la luce dal Sole, in un essere solare che produce la luce, che irradia luce. Da un essere illuminato, l’essere umano diventa sempre di più un essere irraggiante... e la differenza è enorme!

Tra esporre il mio spirito alla luce, quindi i pensieri, le verità fabbricate da altri spiriti (dalla divinità o da un altro essere umano, eccetera), venirne illuminato e dire ah sì, capisco, oppure generare dal di dentro frammenti di verità, c’è molta differenza.

L’evoluzione umana è fatta di due stadi fondamentali: il primo stadio che è quello della caduta è di venire illuminati per imparare sempre meglio a generare luce.

L’Essere dell’Io è l’ Essere che produce vivacemente la luce, che non ha bisogno di venire illuminato dal di fuori. Pensate al Sole che ha bisogno di venire illuminato dal di fuori... non sarebbe il Sole! L’essere umano inizia da essere terrestre illuminato dal Sole e si trasforma nel crogiuolo dell’esperienza terrestre in essere solare che genera e irradia luce. Nella prima parte della sua evoluzione si vive come un essere terrestre che riceve la luce dal Sole, e la luce in questo caso sta per i pensieri, la verità, la saggezza, eccetera; l’essere umano viene talmente conquiso, diciamo, convinto - con-vinto - da questa verità, da questa luce che riceve dalla divinità, questa verità lo vince talmente, lo trasforma talmente, che lui diventa sempre più capace di generare verità dal di dentro; diventa lui stesso il Sole spirituale che genera luce.

Ieri ho comprato a Bologna il Paradiso di Dante; poi da Bologna fino a qua mi sono beato dell’ultimo canto: la preghiera di Bernardo; poi ho saputo che Roberto Benigni si bea di questo... bene, bene.

Mi interessava adesso una terzina della quale io, già da studente - tra l’altro io ho fatto il liceo a Firenze - ero innamorato; in tutte le lingue tra quelle che io conosco, che io sappia in questa terzina c’è il commento più bello di questa frase del Cristo “Io sono la Luce del mondo”.

Quest’ultimo canto, prendetelo come mio modo italiano di commentare proprio questa frase. In quest’ultimo canto, Bernardo rivolge a Maria la preghiera, supplica Maria che aiuti Dante a rivolgere, a penetrare lo sguardo nel mistero della divinità, che poi intravede, proprio baluginando, tra Unità e Trinità. E poi dice: “è impossibile raccontare ciò che ho vissuto...”, in un modo poetico, dove la lingua italiana assurge ad altezze che proprio intrinsecamente, immanente, non si possono più oltrepassare...

E una delle ultime esclamazioni che fa è proprio una delle più belle meditazioni che si possano fare su questa fase “ Io sono la luce del mondo”... forse, come preparazione, la definizione “Io sono la luce del mondo” significa che far l’esperienza dell’ IO SONO significa fare l’esperienza di essere divini, creatori.

E qual’è la definizione che Aristotele dà del Creatore? GnoesiV gnoseoV (Gnoesis gnoseos), il pensare del pensare. L'esperienza di massima concentrazione divina dell'essere umano è che nell' IO SONO vengono concentrate, viene concentrata nell'Unità, la Trinità. E qual'è la Trinità?

fig 8.psd

Il pensatore primigenio è il Padre; è la definizione del Padre, prima di Lui non c’era niente. Cosa pensa questo Dio Padre? Il pensato. E cos’è il suo pensato? Il Figlio.

E’ tutto? No, c’è l’attività del pensare: il pensare.

Quindi non soltanto c’è un pensatore, non soltanto c’è un pensato, ma c’è il pensare, l’attività del pensare. E questa attività del pensare, che è puro amore, è lo Spirito Santo.

Ci siamo? Ora, per esempio, c’è tutta una conferenza di Steiner... anzi, anzi è proprio la conferenza che ha tenuto a Bologna, al congresso degli psicologi a quel tempo, nel 1911, dove si rifà ad Aristotele e dice: l’esperienza dell’Io è massimamente concentrata, massimamente divina, quando Io sono colui che pensa, Io sono il pensato e Io sono il pensare. È possibile questa esperienza? Certo che è possibile.

Noi a questo stadio evolutivo la cogliamo soltanto a livello incipiente, ma si tratta di rafforzarla questa esperienza. Io sono, che significa Io sono? Sono colui che pensa. Quando penso a me stesso in quanto IO SONO, sono il pensato e sono questo processo di pensiero.

Il pensatore sono Io, il pensato sono Io, il pensare sono Io (vedi schema).

Paradiso, canto 33 (versetto 124-26)

O Luce eterna, che sola in Te sidi,

sola Ti intendi e da Te intelletta,

e intendente Te ami e arridi.

- O luce eterna che sola in Te sidi - sola in te sidi, significa che non c’è nessuna esteriorità, pura immanenza, sola in Te sidi: non c’è nulla di esterno, non c’è nessuna estraniazione; fino a questo punto la Luce è immanente nella divinità;

- sola Ti intendi - sei colui che pensa;

- e da te intelletta - sei il pensato. Sei tu stessa colui che pensa e tu stessa il pensato;

- e intendente - in quanto pensante il pensato;

-Te ami - lo Spirito Santo - e arridi - questo arridi lo aggiunge Dante alla teologia, perché è l’irradiazione della creazione. L’irradiazione... proprio arridi... irradiare, questo ridere verso fuori; perché ridere è proprio l’irradiazione verso l’esterno. Qui sorge la Creazione. La Creazione è l’irradiare; in altre parole, questo arridi è la Luce in quanto viene comunicata alla Creazione.

Luce eterna che sola in Te sidi, sola ti intendi sei colui che pensa,

e da Te intelletta sei l’oggetto del pensiero, l’oggetto del pensiero divino

e intendente l’attività del pensare - participio, è l’attività del pensare -

te ami, quindi, passa dal pensiero alla volontà, perché pensare la Luce significa amare la Luce, perché non c’è niente di più bello.

Quindi la Divinità non è soltanto una attività intellettuale, di pensiero, di Luce, ma anche Amore. Essendo l’immanenza pura, di pensiero, di luce di pensiero, di calore e di amore.

arridi - spandi luce e calore, perché dove c’è luce c’è calore in tutte le azioni.

Noi riceviamo questa luce dal di fuori, questo arridere, che è la Creazione della Divinità, e nella misura in cui capiamo la natura di questo arridere, capiamo che la Creazione è l’arridere di una luce che però non è soltanto riflessa, ma è immanente; comprendiamo sempre di più il mistero del generare luce e diventiamo noi stessi generatori di luce, sempre più divini.

Non conosco in tutta l’umanità un commento più bello, anche teologicamente, filosoficamente più profondo, e poi artisticamente più bello, di questa terzina di Dante su questa frase del Vangelo “ IO SONO la Luce del mondo, colui che segue...”

Quindi il seguire significa... lo faccio adesso in uno schema:

fig 9.psd

C’è il centro della luce, dove la luce si origina, lo faccio rosso; poi l’irradiare invece è una luce che viene, diciamo, ricevuta. Che differenza c’è fra questa luce ricevuta e l’origine della luce? Sono due aspetti fondamentalmente diversi della luce. Noi riceviamo la luce, la vediamo nelle cose, la vediamo rilucere nelle cose; capiamo le cose e seguendo questi raggi diventiamo noi stessi, sempre di più noi stessi, originatori di luce. Questo diventare originatori di luce è il processo di divinizzazione dell’essere umano che Dante chiama indiarsi... un verbo bellissimo che è andato perso.

8, 13 Gli dissero i farisei: “ma tu porti testimonianza di te stesso, la tua testimonianza non è verace “

Gli dissero i farisei: “ma tu porti testimonianza di te stesso, la tua testimonianza non è verace”. Uno dei tratti fondamentali della legge mosaica è che la testimonianza di una persona sola non è valida; uno doveva portare un altro. Le donne non c’entravano... non potevano testimoniare, solo i maschietti potevano; però un maschietto solo non bastava, bisognava portarne almeno un altro che dicesse: si, si, ho visto anch’io, le cose sono andate così. Che gradino evolutivo è questo? Questo, dove l’essere umano non è in grado, non è credibile se testimonia da solo? Ha bisogno di almeno un altro che gli dia ragione…?

I. Il gruppo...

Archiati: E’ uno dei tratti fondamentali della non autonomia del singolo; per essere credibile ha bisogno di essere confermato dal di fuori. Uno pensa una cosa e dice ...però non sono sicuro... dimmi te, mi confermi? E’ giusto quello che sto dicendo? cerca la testimonianza di un secondo. Allora, che fa l’altro?

Dice Si, si, è giusto. Adesso è convinto! Perché è la testimonianza di due.

Questa posizione non può essere, diciamo, la meta del cammino umano; è il punto di partenza. E’ il punto di partenza perché è proprio ciò che va superato, perché essere dipendenti da una testimonianza aggiuntiva che viene dall’esterno significa non essere autonomi. Facciamo adesso l’altra ipotesi. Chiediamoci in che cosa consiste la testimonianza che non ha bisogno di un altro, di un secondo, perché loro dicono tu testimoni da te stesso, testimoni da solo. Che cosa avviene quando uno testimonia da solo? Come la chiamano gli scolastici la testimonianza che non ha bisogno di un secondo, di un terzo…?

I. L’evidenza.

Archiati: L’evidenza; proprio l’evidenza. Sono contento, pensavo che nessuno ci arrivasse, invece... Quando uno fa l’esperienza e dice: “ma è evidente!” ha bisogno di una conferma?

Se ha bisogno di una conferma, non è evidente. L’esperienza dell’evidenza è l’esperienza che io non vengo illuminato dal di fuori, ma produco la luce : “Io sono la luce della vita”.

Loro dicono: ma tu dai testimonianza da solo; eh no, non esiste, non va, non è credibile la testimonianza! Perché dicono che non è credibile? Perché loro, l’esperienza non l’hanno fatta. Questo tipo di esperienza non l’hanno fatta.

I. Che differenza c’è tra evidenza e percezione allora?

Archiati: La percezione viene dal di fuori, l’evidenza viene dal di dentro... detto, adesso, per sommi capi. Mica è una differenza da nulla...

I. Ma io ho sentito tante volte come espressione: una falsa evidenza cioè una prova costruita.

Archiati: No, una falsa evidenza... non c’è l’evidenza; quindi una falsa evidenza è un concetto ibrido.

I. E’ una cosa che si vuol far passare per un’evidenza, ma evidenza non è.

Archiati: Una volta fu chiesto a Hegel - Hegel era un pensatore proprio di quelli che vivevano quasi costantemente nell’evidenza - “ signor Hegel, come fa ad essere così sicuro?” E lui rispose: “Questa domanda la può fare soltanto uno che non ha mai fatto l’esperienza dell’evidenza!” Poi un altro giorno gli fu chiesto - perché lui disse in una delle sue affermazioni: “Tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale è reale” - gli chiesero: “...ma signor Hegel, e se la realtà non fosse come dice lei?” e la sua risposta fu: “Tanto peggio per la realtà!”.

Quindi doveva essere uno spirito umano che si illuminava, cioè viveva totalmente in questa luce sorgiva, proprio genuina, che se uno ne fa l’esperienza sa che non si può mettere in questione... si può soltanto non averla; che ogni tentativo di convincere altri è destinato a fallire, perché ogni tentativo di convincere è un dare luce dal di fuori, quando invece si tratta che la Luce si accenda dal di dentro.

“Tu dai testimonianza da solo” quindi è una testimonianza che sorge dal di dentro, e loro dicono: “Noi conosciamo soltanto un tipo di testimonianza che viene confermata da un secondo e da un terzo, dal di fuori. Conosciamo soltanto un tipo di certezza che riceve una conferma da fuori”, perché la Legge diceva loro: credete soltanto alla testimonianza di due, di tre, di quattro maschi, nel senso che si intendeva che le donne non avessero nessuna capacità di oggettività.

Come risponde il Cristo a questa incapacità degli esseri umani? ...E i farisei rappresentano ogni essere umano che non ha fatto l’esperienza di una testimonianza immanente che non può essere messa in questione, che non ha bisogno di una conferma dal di fuori; perché ogni conferma dal di fuori sarebbe una non-conferma; una conferma dal di fuori sarebbe una conferma che dipende, invece si tratta di un illuminarsi che è assoluta indipendenza spirituale; il Cristo risponde...

8, 14 - Gesù rispose e disse loro: “anche se Io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è verace poiché Io conosco da dove sono venuto e dove vado. Invece voi non sapete da dove vengo e dove vado”.

Anche se l’Io testimonia dell’assoluta autonomia dell’Io, che non ha bisogno di puntelli, non ha bisogno di ammennicoli dal di fuori... quindi traduciamo questo “anche se Io do testimonianza di me stesso…”: anche se l’Io da un tipo di testimonianza che sorge dall’interno dell’Io - che è proprio parte del fare l’esperienza di essere un Io, è la testimonianza stessa di fare l’esperienza di essere un Io - se è la testimonianza di fare l’esperienza di essere un Io, sarebbe una contraddizione andare a cercare una conferma dal di fuori. Anche se l’esperienza dell’Io è un tipo di testimonianza che sorge immanentemente, immanente nell’ Io individuale, è verace la testimonianza... è verace la mia testimonianza. In altre parole, dice loro chiaro e tondo: c’è un altro tipo di testimonianza; voi conoscete il tipo di testimonianza della legge mosaica che vi diceva: “Una testimonianza è credibile soltanto se viene confermata da un secondo, da un terzo maschio; almeno da uno”. Il Cristo dice: anche se qui, adesso, voi sentite un tipo di testimonianza che si fonda sulla certezza immanente dell’Io, dovete capire - e arriverete a capire nel corso dell’evoluzione - che questo tipo di testimonianza non soltanto è altrettanto credibile, ma è molto più credibile, perché il cercare una testimonianza significa voler arrivare alla certezza.

Quindi, il quesito che stiamo affrontando è: come arriva l’essere umano alla certezza?

Loro conoscevano soltanto un tipo di certezza: una persona che dice qualcosa ed un altro che conferma. Il Cristo dice loro: c’è un altro tipo di certezza che parte dall’interno, proprio immanente, dall’illuminarsi dell’Io pensante; e questo tipo di certezza, questo tipo di testimonianza, non è meno verace di quella che voi conoscete; anzi, poi andando avanti col discorso, cercherà di far capire che questo tipo di testimonianza è molto più verace, perché è molto più convincente.

Adesso chiediamoci, che cosa è più convincente: un pensiero che io ho e per il quale ho bisogno di una conferma dal di fuori, o è più convincente un pensiero del quale sono convinto al punto che non ho nessun bisogno di una conferma dal di fuori?

Quale dei due è più convincente?

Allora, due tipi di convinzioni: un tipo di convinzione dove io divento convinto di qualcosa in base ad una conferma che mi viene da di fuori; e un tipo di convinzione -sono convinto di qualcosa- senza bisogno di una conferma da fuori, non la cerco neanche questa conferma.Voi mi dite, il secondo tipo è più convincente; perché?

Il primo tipo di convinzione è dipendente da una luce che viene dal di fuori; il secondo tipo di convinzione è un tipo di convinzione dove la luce della conoscenza viene generata dal di dentro. La luce che viene generata dal di dentro è massimamente convincente perché è sempre il prodotto del mio Spirito, la conosco in tutti i suoi minimi particolari.

In altre parole, ciò che il mio Spirito genera creativamente non ammette dubbi. Io posso dubitare soltanto su ciò che viene dal di fuori, ma nessuno può dubitare su ciò che crea lui stesso, perché la sua creazione è tale e quale come lui stesso l’ha creata; per quanto riguarda lui non c’è nessun dubbio, gli altri posso dubitare.

“ Se anche Io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è verace poiché...” - qui dà la ragione - “ poiché Io conosco, Io so da dove sono venuto e dove vado. Invece voi non sapete...” non dice: non sapete da dove voi venite, dice: “ non sapete da dove Io vengo e dove Io vado”. In altre parole, la testimonianza di un tipo di convinzione, di un tipo di evidenza, che si genera dall’Io è convincente, è una testimonianza verace cioè convincente, nel senso che è generata dall’ Io. L’Io stesso sa da dove viene e dove va, perché la crea Lui; invece voi che siete il non-Io, essendo il non-Io non sapete, non avete l’esperienza di dove l’Io viene e dove l’Io và. L’Io viene dal Creatore e va verso il Creatore.

In altre parole, l’Io è stato creato dal Creatore; è stato creato per diventare sempre più Creatore. Da dove viene l’Io umano? Da un creatore divino.

Dove va, verso dove va, l’Io umano? Verso il diventare sempre più un creatore divino.

Se voi dite che la testimonianza che dà l’Io umano, lo Spirito umano creatore, non è credibile, è perché non avete mai fatto questa esperienza, quindi, non sapete da dove viene l’ Io sono e verso dove va l’Io sono. Da dove viene è la prima metà dell’evoluzione, e dove va è la seconda metà dell’evoluzione; è dinamicamente, evolutivamente, rivolto verso il Creatore divino: diventare sempre di più un Creatore divino.

L’Io umano è lo Spirito umano individualizzato. La provenienza dello Spirito umano è la divinità Creatrice; e il punto di arrivo, quindi, diciamo l’intenzionalità evolutiva dello Spirito umano individualizzato, è di ritornare a diventare uno Spirito divino Creatore.

Il Cristo dice di sapere da dove viene e verso dove va; è la conoscenza, la consapevolezza della provenienza dell’evoluzione umana e del punto di destinazione: provenienza e destinazione.

fig 10.psd

Da dove e verso dove: da dove è il mondo spirituale;

L’ IO SONO sa... essere un Io, fare l’esperienza dell’Io, fare l’esperienza di essere uno Spirito, fare l’esperienza per cui l’essere umano si dice “io sono un Io”,... che significa fare questa esperienza di essere un Io? Significa fare l’esperienza di essere uno Spirito pensante. Essere uno Spirito pensante significa, sapere da dove si viene - vengo dal mondo dello Spirito, perché sono uno Spirito- e sapere verso dove sono destinato a riconquistarmi l’autonomia, la creatività del mio Spirito, a partire da zero in un certo senso; perché se non fossi stato messo in una condizione di estraniamento da me stesso, l’essere uno Spirito non potrebbe diventare la conquista della libertà. In altre parole, lo Spirito umano è uno Spirito che si è perso per avere la possibilità di ritrovarsi, liberamente.

Come comincia la consapevolezza di sé? Nel capire che mi sono perso, quindi capire da dove vengo. Nel momento in cui capisco da dove vengo...sono uno Spirito, che originariamente viveva nel mondo spirituale, mi sono perso nella materia... dal momento in cui capisco da dove vengo, capisco verso dove vado.

Tento di ridiventare uno Spirito creatore grazie all’attivazione della mia libertà, non soltanto per grazia ricevuta. La perdita, cioè il senso dell’oscuramento dello Spirito, è la sua illuminazione libera. Il senso dell’oscuramento dello Spirito umano è la libera autoilluminazione. Nel momento in cui capisco che la libera autoilluminazione è il punto verso dove tendo, capisco da dove vengo.

Quindi capire da dove vengo e verso dove vado significa capire il tutto, il senso globale dell’evoluzione: vengo dal mondo divino e vado verso il mondo divino.

8,15 -Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno.

Questo voi rappresenta tutti gli esseri umani nello stato della caduta.

La caduta, lo stato della caduta, è il giudicare secondo la carne cioè ritenere reale soltanto ciò che è materiale. La carne - sarx (sarchs) - sta per tutto ciò che è materiale, tutto ciò che è visibile. Quindi voi avete dei criteri, conoscete dei criteri, soltanto in base a ciò che è visibile. Io non giudico nessuno... voi giudicate secondo la carne, Io non giudico nessuno.

Poi c'è una specie di revisione, che sembra essere una contraddizione...

8, 16 E se Io giudico, il mio giudizio è verace poiché Io non sono solo, ma sono Io e Colui che mi ha mandato, il Padre.

La parola per giudizio qui è krisiV (krisis). Krisis è il punto critico. Il punto critico è la svolta dell’evoluzione. La svolta dell’evoluzione è il punto critico nel senso che qui può andare sia in su, sia in giù, perciò è il punto critico.

Questo punto critico l’umanità, come realtà totale, lo vive al centro dell’evoluzione.

Però la crisi, quindi il momento in cui si decide se io vado, come dire, verso la creatività del mio Spirito o se io mi perdo nelle leggi di ciò che è materia, questa crisi -che in quanto umanità si compie nell’insieme al centro dell’evoluzione e noi siamo ancora, duemila anni dopo il fenomeno Cristico, al centro dell’evoluzione- nel singolo, nell’individuo, questa crisi si compie ogni volta, ogni giorno mille volte, ogni volta che uno si trova a dover scegliere tra essere creatore, esercitare la libertà, o lasciarsi andare.

Vivere da uomini significa vivere sempre in questa crisi, cioè vivere sempre la duplice via aperta alla libertà. Possiamo vivere come esseri liberi soltanto se, continuamente, abbiamo due possibilità fondamentali: o di lasciarci gestire o di gestirci. Quindi, ogni piccola decisione, nella quale io decido di lasciarmi gestire o decido di gestirmi, è una piccola crisi. Vivere da uomini è vivere nella crisi.

Un’altra traduzione di krisis è il discernimento degli spiriti: chi va di qua e chi va di là.

E’ sempre questa scelta fondamentale tra confermare o omettere la libertà.

Ogni momento ognuno di noi, nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti, nei suoi atti volitivi, nelle sue azioni, tutto quello che noi facciamo, tutto quello che noi pensiamo o è un atto di libertà, di liberazione e dunque siamo creativi, oppure omettiamo la libertà.

Sarà magari in piccolo, però siamo sempre in questa decisione: o di attuare la libertà e quindi di viverci attivi, vivaci, creatori, oppure di omettere una possibile creatività, per quanto piccola, che però sarebbe stata possibile.

Quindi vivere da uomini è vivere nella libertà; è vivere sempre nel bivio di questa duplice possibilità: o di afferrare il pensabile, il vivibile, il fattibile dal lato attivo, oppure di lasciarmi andare, di lasciarmi fare, di lasciarmi pensare, di recepire i pensieri degli altri -dai giornali, dalla televisione, dalla radio-.

Se uno chiede, come si fa a essere sempre attivi?

Su una scala metto da 0 a 100 -parlo adesso del momento presente perché queste affermazioni, queste riflessioni, riguardano proprio il vivere umano, ogni momento -

fig 11.psd

Nessuno di noi vive, nessuno di noi è - anche soltanto un momento - al punto 0, perché allora dovrebbe essere addormentato, oppure morto; quindi nessuno di noi è del tutto passivo, è del tutto un essere di natura.

Nessuno di noi è al 100% creatore in tutti i suoi pensieri, in tutte le volizioni, in tutte le sue azioni, perché al 100% sarebbe il compimento dell’evoluzione un umana. Per l’essere umano sarebbe, se vogliamo, lo stato angelico: sarebbe diventato un angelo.

L’umano è tra questi due estremi, però è un conto, in questo momento, sentirmi attivo, desto - dove desto significa sono presente con la mia coscienza al mio processo di pensiero - al 10%, per fare un esempio, e un conto è essere all’80%. C’è una bella differenza.

Allora, quando uno chiede: ma come si fa ad essere sempre così attivi?

No... guarda che è un continuum questo da 0 a 100.

Tu in questo momento ti senti 20? L’affermazione è soltanto che sentirai più gioia, come dire, ti piacerà di più sforzarti ad andare verso 25, che non diventare pigro e vedere che vai giù a 15. Prendiamo una persona che è a 30 e supponiamo che dica: se mi sforzo un pochino arrivo a 35, se mi lascio andare arrivo a 25. Che tipo di crisi è questa?

La crisi è lo spartiacque che mi fa andare di qua o di là...

Quando uno dice: ma chi me lo fa fare di sforzarmi, chi me lo fa fare...?

Basta dirgli che è una cosa che deve? Basta il comandamento? No, non convince, perché uno chiede: perché devo? O faccio l’esperienza che lo voglio io perché mi piace, allora lo faccio perché mi piace, perché ci sono in me le forze che lo desiderano; oppure, se non faccio l’esperienza che mi piace, che lo voglio io, nessuna testimonianza dal di fuori potrà convincermi di questo incrementare le forze di attività, di creatività. Ecco la testimonianza dal di dentro. Quindi l’unica testimonianza convincente è di fare l’esperienza che lo voglio io di vivere così, perché mi dà gioia, mi dà beatitudine, mi dà pienezza; quindi l’essere umano è stato creato per fare ciò che vuole, non ciò che deve.

I. Prescindi qui dal contenuto di questa azione, perché stiamo concentrando l’attenzione, evidenziando il fatto che deve essere la libertà a farci muovere. Però non tocchi minimamente il contenuto di questa azione, perché sarebbe poi un codice,....

Archiati: Fammi un esempio concreto.

I. Hai detto: perché se esercitiamo la libertà, ci deve piacere esercitare questo impulso volitivo, tradurlo in realtà -così mi sembrava di capire- perché hai detto: “stiamo meglio, siamo più beati, eccetera”. Ora, l’azione umana io non riesco a spiegarmela, che è sempre indirizzata in questo; quindi ho capito che poi bisogna prescindere dal contenuto di questa azione, perché non mi stai evidenziando che cosa poi si faccia, in quello che dovrebbe essere il fare la libertà... non so se... non c’è codice... non c’è...

Archiati: Cerchi la testimonianza dal di fuori; il codice che ti dice che cosa è bene, che cosa è male...

I. Ci sono persone che ci appaiono, perché noi siamo fatti così, malvagi; io vedo una persona e mi appare, la penso, come malvagia, perché fa, commette, un’azione che a me appare malvagia...

Archiati: Perché è malvagia? Che criterio hai? Questo è il punto fondamentale.

Il criterio che io ti ho dato è questo: diventare più attivi, diventare più creatori, o diventare meno creatori. Il malvagio... o tu mi convinci che essere malvagi significa diventare maggiormente schiavi del dato di natura, allora io ti dico: non va bene perché è diventato più passivo, ma per questo è malvagio, non perché fa questo, questo o quest’altro... quella è la conseguenza. Quindi, il contenuto dell’azione del malvagio è malvagio perché lui è diventato meno libero; perché se lui diventasse più libero, farebbe tutt’altre azioni. Fa queste azioni proprio perché è spinto dalle forze di natura... ci siamo?

C’è adesso l’intuito?

I. ...è sempre così, quindi ?

Archiati: Certo, è sempre così; se lo capisci, allora dici: “...ah, adesso l’ho capito”... cinque minuti dopo è andato via, però.... poi lo riprendi ...ci sei questo momento?

I. Sì.

I. Però non sempre siamo a 80...

Archiati: Perciò ho preso come esempio 30.

I. no, ma uno può essere 80 e ...

Archiati: Conta nulla! Allora devi fare il discorso concreto! Il discorso diventa concreto quando tu mi descrivi 81 e mi descrivi 79... soltanto allora il discorso diventa concreto.

Lui cercava la concretezza del discorso; lui in fondo diceva: il tuo discorso Pietro, può andar bene... però è un po’ troppo per aria. Lo rendi concreto soltanto se mi descrivi cosa combina quando sulla nostra scala riportata nell’esempio diventa di 1 più creatore -che è possibile-; e cosa combina quando diventa di 1 meno creatore.

Non esiste da 80 a 20 di botto! Da 80 si passa a 79, proprio questa è la concretezza!

Nessuno arriva da 80 a 20 senza passare tutti gli altri numeri, perché 80 è una persona fortemente creatrice, e 20 è una persona fortemente non creatrice. Vedi che il discorso deve diventare concreto, non campato per aria... ed il discorso, quello che io vi sto dicendo, è concreto, molto concreto, nella misura in cui si capisce; ed è pulito! Perché se io non pongo le azioni malvagie come conseguenza - che sono malvagie perché lui è diventato meno libero - se io non capisco che il male morale sta nel fatto che lui è diventato meno libero, ho bisogno della malvagità intrinseca delle azioni - che non c’è - che sarebbe una testimonianza dal di fuori. C’è un’azione intrinsecamente nel suo contenuto malvagia? Non c’è. Ditemi un’azione intrinsecamente, indipendentemente dall’attore, che è malvagia.

I. ...uno che ammazza un ragazzino...

Archiati: La persona che è stata uccisa duemila anni fa...è stata un’azione così buona, che è stata la redenzione dell’umanità; dov’è la malvagità?

I. Ma tu hai preso l’esempio estremo...

Archiati: Ma nella domanda si è detto l’uccidere, il fatto di essere ucciso, ed io ho preso un esempio di uccidere.

I. è un esempio di azione in se stessa, tu l’hai concretizzata.

Archiati: Si, ma se non è concreto di cosa stiamo parlando, scusa? Se non è concreto stiamo parlando di nulla... Oppure, l’altro esempio che hanno fatto riferito anche a Gandhi, tu intendi l’uccidere soltanto le persone o uccidere anche gli animali, per esempio? Anche gli animali?

Ma vi ho portato spesso l’esempio... Tu hai detto: uccidere è in sé male... Ho portato l’esempio di due amici che stanno parlando tra di loro; uno sta pulendo il fucile, non sa che il fucile è caricato... salta fuori la cartuccia ...ed il suo amico casca per terra!

I. Allora, uccidere i bambini per il commercio degli organi?

I. O torturare una persona?

Archiati: ...dunque i due casi... la pedofilia è un po’ più complesso...

Comunque il caso classico che si pone qui è la tortura, quello è proprio un caso limite.

Fammi capire, quindi non basta che tu lo dica, poi lasci a me il compito di... fammi capire perché tu intendi che la tortura è in sé intrinsecamente male.

I. Qualsiasi tipo di tortura che mi possa venire in mente è atto ad infliggere del male, del dolore fisico e morale ad un altro essere umano.

Archiati: Questo è successo anche duemila anni fa, nel caso di cui stiamo parlando; era male? E’ stata inflitta sofferenza fisica. Era male?

I. Porta un altro caso più quotidiano...

Archiati: Questo tipo di esercizio di pensiero va fatto unicamente sulla tortura e, se vogliamo, bisogna avere il coraggio di farlo; però soltanto la tortura ci porta avanti nel pensiero; ogni altro fenomeno non è così centrale, così micidiale, al punto che il pensiero è proprio provocato ad andare fino in fondo.

I. Negli stadi meno evoluti l’essere umano trae piacere dal provocare sofferenze, o addirittura uccidere era funzionale alla sopravvivenza dell’individuo; adesso che procediamo verso una maggiore consapevolezza dovremmo superare questa...

Archiati: ...dovremmo? E’ perché tu metti questa legge morale per cui gli esseri umani riescono?

I. Bèh, al momento in cui io divento più consapevole che questo automatismo era fisiologico, era necessario… quando io non avevo questo mio grado di consapevolezza... già lo fa superare... se io invece continuo ad innescare questo meccanismo per trarne piacere, allora rinuncio a questa mia consapevolezza.

Archiati: No, vieni fuori dall’essenza del fenomeno. A quel punto lì pensavo che saresti entrato nel fenomeno, invece ne sei uscito fuori. Perché guarda che tu vuoi portarci non all’essenza della tortura -lì non veniamo a capo- tu vuoi portarci all’essenza del torturare, che è tutt’altro fenomeno; quindi dimmi cosa avviene nel torturare?

I. Il torturare è il male.

Archiati: Perché? Ti sto chiedendo il perché. Proprio questo è il punto; perché è male?

I. Perché il torturare infligge dolore fisico e morale...

Archiati: No, no sei uscita fuori.

Torturare significa intrinsecamente distruggere la propria libertà; perciò è male morale. La propria, di chi tortura! E perciò è intrinsecamente male morale, ma unicamente per questo!

Quindi il male morale può riferirsi soltanto alla libertà, soltanto ciò che lede la libertà è male morale. Quindi se io voglio dimostrare che il torturare è intrinsecamente un male morale, devo poter dimostrare che chi tortura è intrinsecamente non libero...e per questo è un male morale, non perché infligge dolore; perché il fatto di infliggere dolore, può darsi che se l’altro ne fa occasione di crescita, sia un bene per l’altro!

Perché torturare è intrinsecamente distruzione della propria libertà, di chi tortura, è intrinsecamente male morale indipendentemente dagli effetti. Cioè, il male morale deve essere intrinsecamente male non in base agli effetti… allora sono male gli effetti, allora devo analizzare gli effetti... capisci? Ma gli effetti del torturare possono essere i più disparati a seconda di chi riceve la tortura; quindi devi lasciar perdere gli effetti e tornare a ciò che avviene nell’essere di chi tortura. Il torturare è per essenza un fenomeno assoluto di istintualità, questo è il male morale! Perché la libertà viene distrutta nel modo più assoluto. E un altro fenomeno di assoluta distruzione della libertà non c’è neppure nelle forze sessuali che, nel momento dell’orgasmo in cui si pone l’atto di procreativà, non sono così distruttrici della libertà perché sono, come dire, la decisione di offrire, di sospendere la propria coscienza, per mettere a disposizione le forze vitali ad una individualità che nasce. Quindi non posso dire che intrinsecamente sia male questo obnubilamento di coscienza. Invece, l’obnubilamento di coscienza di chi tortura è male morale intrinsecamente, perché lui liberamente distrugge la sua libertà senza fare di questa distruzione della libertà uno strumento per la libertà altrui. Quindi non c’è mai bisogno di dire che qualcosa è male senza riferimento alla libertà.

Qui tutto il discorso dell’ IO SONO che testimonia dal di dentro, io ve l’ho tradotto dicendo: se io non ho un criterio immanente del bene del male, ho bisogno o di una Chiesa o di una legge mosaica, eccetera, che mi dica dal di fuori che cosa è bene e che cosa è male; ecco la testimonianza dal di fuori! Invece il Cristo è venuto per farci capire che questa testimonianza dal di fuori è un’alienazione dell’essere umano, perché ci dice dal di fuori che cosa è bene e che cosa è male. Invece dice: Io, la mia testimonianza, la testimonianza dell’Io, è verace perché viene dal di dentro. Ma allora che testimonianza è? E’ la testimonianza che dice: tutto ciò che diventa più libero è moralmente bene, perché la libertà è la somma totale del bene; tutto ciò che mi rende meno libero è moralmente male, perché mi rende meno libero. Quindi l’unico criterio del bene e del male è la libertà dell’individuo umano; ed è un criterio immanente, non di alienazione, di una testimonianza che deve arrivare, perché una persona che ha bisogno della testimonianza che viene dal di fuori non ha capito cos’è la libertà.

Questo ci dice quanto fondamentale sia un testo come il vangelo di Giovanni, solo che finora non s’è capito quasi nulla! ...convince il discorso?

Bene morale non sono i risultati delle azioni; bene morale è tutto ciò che rende colui che agisce più libero. E allora anche le azioni creano libertà se lui diventa più libero nelle azioni che fa; è chiaro che per conseguenza le azioni creano, aprono libertà...quella è conseguenza. Tutto ciò che rende l’uomo meno libero è un male morale perché distrugge la libertà. Certamente la libertà non si crea tutta in una volta, e non si distrugge tutta in una volta; quindi bisogna creare un criterio immanente, che il Cristo chiama testimonianza immanente dell’Io, che sa osservare in un modo più minuto e più concreto, quando, come e dove (a centellini, nelle faccende della giornata quotidiana) io divento più libero -che è il bene morale- e che cosa concretamente di ora in ora, di minuto in minuto, mi rende meno libero -che è il male morale-. Un altro criterio del bene e del male morale non c’è.

Gli altri criteri sono tutti di alienazione e di asservimento dell’essere umano; sono tutti tentativi di una testimonianza dal di fuori che vogliono, come dire, soggiogare l’individuo, perché dicono: è presunzione credere che tu abbia una testimonianza dal di dentro e che quella basti... e allora ti dicono gli altri, ti dice l’autorità, che cosa è bene e cosa è male.

E qual’è la prima affermazione che fa l’autorità che dice che cosa è bene e cosa è male?

La prima affermazione è che il criterio del bene e del male non è soggettivo, ma si deve guardare all’oggettività dell’azione. Quello è il punto di partenza dell’alienazione dell’essere umano!

Il criterio del bene e del male morale non è né soggettivo né oggettivo: è tutt’e due!

Il criterio del bene e del male morale è l’IO! Tutto ciò che rende più creativo l’Io umano è bene morale; tutto ciò che lo rende meno creativo, meno libero, è male morale.

I1. Però anche l’esperienza della non-libertà è necessaria...

Archiati: Tu intendi dire che non basta non essere liberi per non essere liberi.

Bisogna saperlo. Che differenza c’è tra non essere liberi senza saperlo, e non essere liberi sapendolo? Tu hai detto: l’esperienza della non libertà è necessaria. L’esperienza è intendibile in quanto io ho coscienza di non essere libero, e allora vi chiedo: che differenza c’è tra non essere libero senza saperlo, e non essere libero sapendolo? Che differenza c’è?

I1. C’è una scelta di non essere libero.

I2. Nel momento in cui lo sai, sei libero...

Archiati: Sta’ attenta. Essere non liberi senza saperlo significa che io non so, non ho mai fatto l’esperienza di essere libero. Nel momento in cui comincio a far l’esperienza di essere libero, posso paragonare. In altre parole, posso sapere, aver coscienza di cosa significhi non essere liberi, soltanto se ho fatto l’esperienza, almeno iniziale, di cosa significhi essere liberi. Supponiamo che tu abbia fatto in qualche modo l’esperienza di tutte e due le condizioni, dimmi la differenza.

I1. Quando sono libera sono cosciente...

Archiati: E quando non sei libera, non sai di non essere libera? No, no, non basta...

I1. Però, se sono cosciente di non essere libera mi serve per potermi conquistare la libertà...

Archiati: No, hai rimescolato le carte...

I1. Cioè, in poche parole: tu hai detto che lo spartiacque che mi fa distinguere il bene morale dal male morale è l’esperienza della libertà; allora quello che voglio dire io è che se noi mettiamo il discorso della libertà in quell’asse che tu hai fatto, io ho bisogno anche di sperimentare la poca libertà per poter capire la libertà. Cioè, io posso capire la libertà soltanto se prima ho fatto l’esperienza della non-libertà; era questo il discorso.

Archiati: Viene prima?

I1. Beh, la luce illumina la tenebra...

Archiati: Le puoi avere tutte e due insieme.

Allora, nello stadio infantile l’essere umano è pura natura... capito? E non puoi dire che non sia libero perché manca la coscienza della libertà. Nel momento in cui sorge una prima esperienza di libertà ha tutte e due, perché può sentirsi libero soltanto se ha un termine di paragone precedente in cui non era libero, sapendo cos’è non essere liberi. In altre parole, tu metti uno dopo l’altro due cose che possono essere comprese soltanto insieme. Sarebbe come volere avere un bicchiere mezzo pieno d’acqua, senza avere la metà vuota!

I1. Sì, però l’hai detto tu che l’essere umano ha bisognoio ho detto prima il mezzo bicchiere pieno, e poi quello mezzo vuoto...

Archiati: No, no. Capisco sempre meglio il mistero del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto; non prima l’uno e dopo l’altro. La comprensione di tutti e due può aumentare sempre di più. Ma, o ce li ho tutti e due o non ho nessuno dei due.

Riprendo dal versetto 8,16: E se Io giudico, la mia krisis, se Io faccio fare l’esperienza della crisi, questa esperienza è verace. Letteralmente: Se Io giudico, il mio giudizio è verace, poiché Io non sono solo, ma sono IO (Io Sono) e Colui che mi ha mandato, il Padre.

Cristo dice: Io non giudico da solo, non decido da solo cosa è bene e cos’è male; giudicare significa discernere, distinguere ciò che è bene e ciò che male. Dice: Anche se Io giudico: anche se l’Io diventa un criterio del bene e del male è un criterio convincente, perché non è mai solo, ma è sempre insieme con il Padre. Il Cristo dice: l’esperienza di essere uomo è convincente, quindi il criterio, il giudizio, è verace; si tratta del giudizio su ciò che è umano e su ciò che è disumano. Quale giudizio è verace? Quello che non viene prodotto soltanto dall’uomo, ma combacia con il giudizio del Padre; ed il giudizio del Padre cos’è? La Natura. Il Padre sta sempre per il dato di natura.

Quindi il Cristo dice: il mio giudizio è convincente, è verace, perché Io mi attengo alla veracità, alla verità, alla oggettività della natura, che è il Padre; il Padre sta per la natura. Ripeto. L’unico criterio convincente del bene e del male morale per l’uomo può essere soltanto la natura umana. Se si tratta dell’uomo, dobbiamo attenerci alla natura umana, dobbiamo sentire normativa la natura umana; se non è normativa la natura umana, per il bene e per il male, quale norma abbiamo? Nessuna, soltanto una norma estrinseca all’essere umano, quindi fabbricata, inventata dagli esseri umani.

L’unica norma verace, cioè convincente, del bene e del male morale per l’uomo è la natura umana. Tutto ciò che conferma la natura umana è moralmente bene; tutto ciò che distrugge la natura umana, o la diminuisce, è moralmente un male. Ci siamo fin qui? Quindi il criterio deve essere la natura umana, perché stiamo parlando del criterio del bene e del male umano.

Passo successivo: se l’unico criterio pulito -Lui dice verace, quindi convincente perché è vero - del bene e del male morale per l’uomo è la natura umana, dobbiamo chiederci qual’è l’essenza della natura umana, allora sapremo ciò che la conferma e ciò che la distrugge. Se ci accordiamo, se siamo d’accordo, che l’essenza della natura umana è la libertà, allora tutto ciò che conferma, che aumenta la libertà interiore è bene morale, e tutto ciò che diminuisce la libertà è, per natura, male morale. Col presupposto però che la libertà sia l’essenza della natura umana.

Allora, tu hai portato l’esempio del torturare: o articoliamo il pensiero dicendo che colui che tortura è intrinsecamente non libero, allora diciamo che è intrinsecamente un male morale, ma se non riusciamo a dimostrare che lui è intrinsecamente non libero, non possiamo dimostrare che è intrinsecamente un male morale. Fila il discorso adesso?

I. ...me lo dimostri?

Archiati: Piano, piano. Qui entriamo in complessità abissali, non soltanto spirituali ma psicologiche. Naturalmente un quesito è che, probabilmente tutti noi qui presenti, parliamo di un tipo di autoesperienza che non abbiamo mai fatto.

I. Posso fare un esempio? E’ una storia che ha vissuto un mio amico che è rimasto torturato, per sette mesi, in una prigione del terzo mondo. E’ una vicenda che spiega il rapporto torturatore-torturato. Per quanto riguarda il torturato, lui né è uscito fuori; questi sette mesi di tortura hanno interrotto la sua spirale materialista, questa è la sua esperienza. Il torturatore invece si è suicidato dopo cinque mesi.

Archiati: Va bè, questo è un elemento aggiuntivo, però affronta adesso la sua domanda. La sua domanda era: in che modo posso articolare l’esperienza del torturare, mostrando - non è che si possa dimostrare metafisicamente, ma mostrare in modo convincente, ecco la testimonianza dal di dentro che io mostro, in un modo convincente - che l’attività del torturare è immanentemente, per natura, distruttrice della libertà di colui che tortura. Questo lei ci ha chiesto di fare.

I. Dovresti vivere l’esperienza del torturatore.

Archiati: Ecco, allora io dicevo: prendiamola ad un livello di centellini, un pochino più modesti, dove tutti siamo torturatori in quanto... e qui davanti era stato colto un elemento essenziale: godere della sofferenza altrui. Ho fatto la proposta conoscitiva che il godere della sofferenza altrui è ciò che, tra tutte le esperienze umane, è massimamente istintuale. Quindi non libero. E io lo so che quando godo di infliggere sofferenza all’altro mi degrado. E questa esperienza, che mi degrado, è la dimostrazione che è intrinsecamente un male morale perché mi diminuisco nella mia libertà.

I. L’omicidio?

Archiati: No, l’omicidio non è un omicidare.

I. …uccidere.

Archiati: Noi parliamo dell’uccidere, però l’uccidere ha forme talmente diversificate che non riesci a, come dire... L’unico fenomeno - da che mondo è mondo, da che l’umanità pensa queste cose e il vangelo le pone in chiave di testimonianza dal di dentro e testimonianza dal di fuori - è l’azione del torturare; l’azione dell’infliggere coscientemente, volutamente, sofferenza fisica all’altro.

I. Solo fisica?

Archiati: Il torturare è sofferenza fisica; il torturare cos’è? Tu non parti dal presupposto di poter gestire l’anima o i pensieri dell’altro. Il lavaggio del cervello può al massimo raggiungere che porti via il suo processo pensante; ma non è che puoi sostituirne un altro. Quindi l’elemento, diciamo l’esperienza limite, dove noi capiamo nel modo più chiaro cosa significa diventare più liberi, o diventare meno liberi, è l’amore o l’opposto dell’amore. L’amore è il godere della libertà altrui e l’opposto dell’amore è il godere di rendere l’altro schiavo del corpo. Questo godere di rendere l’altro schiavo del corpo con la sofferenza fisica, questo godere del dolore fisico è il massimo di degradazione dell’essere umano, perché è il massimo di istintualità, di non libertà. Quindi il criterio del bene e del male resta la libertà. Siamo lontani da questo tipo di criterio immanente se tutte le autorità di questo mondo, le chiese, gli stati ecc. continuano a venire con una legge dal di fuori che ti dice: questo lo devi fare, questo non lo devi fare...

Cosa dice il Cristo all’adultera o a coloro che avevano le pietre in mano pronti a scagliarle? Che tipo di criterio offre il Cristo del bene del male?

Perché loro vengono e dicono: questa ha fatto male, ha trasgredito la legge di Mosè e nella legge c’è scritto che va lapidata; tu che ne dici? Tu che ne dici significa: che criterio hai tu del bene e del male? E’ bene o è male per te?

Il Cristo che criterio gli dà?

I. Giudica secondo quello che tu sei in quel momento e se ti trovi senza peccato scaglia la pietra, perché in quel momento ha il diritto di scagliarla; se invece trovi in te il peccato, sappi che tu e questa donna avete qualche cosa in comune e tu non ti puoi ergere a giudice.

Archiati: E lei ha fatto male o ha fatto bene?

I. Lei lo sa... dopo dice non peccare più... quindi...

Archiati: Dice: “non ti hanno condannato”; in altre parole il Cristo dice: un giudizio dal di fuori non esiste, non è possibile; ecco la testimonianza dal di fuori. Non si può giudicare dal di fuori se lei ha fatto bene o ha fatto male.

C’è soltanto un giudizio interiore, di se stesso, in base a quale criterio?

Che devo vedere se io, in quanto donna o anche uomo, facendo ciò che ho fatto sono diventato più libero o meno libero. Se sono diventato meno libero dico: è stato un male morale, non totale, ma un male morale, perché sono diventato meno libero. Ne faccio adesso la partenza di qualcosa che mi rende più libero? Posso creare del bene anche dal male; ma ciò che mi ha reso meno libero è, e resta, moralmente male perché mi ha reso meno libero. Posso dimostrare che non è vero che mi ha reso meno libero? Allora non dimostro che è male. E quale sarebbe la dimostrazione che è un male? Perché ha trasgredito legge di Mosè? Di sicuro no, perché è estrinseco.

Perché Mosè ha il diritto di dire che è male soltanto se mi dimostra che la persona che compie questa azione diventa maggiormente istintuale, e quindi meno libera; ma allora il motivo per cui è un male morale è che diventa meno libera. Quindi il male dell’istintualità non è che si trasgredisce una moralità, ma è che lede la propria libertà e perciò è un male morale. Quindi soltanto ciò che lede la libertà umana è un male morale, e lo è soltanto perché lede la libertà umana e per nessun altro motivo. E se qualcosa lede o non lede la mia libertà - la mia libertà - lo posso dire soltanto io!

Supponiamo che questo maschietto l’abbia acchiappata mentre dormiva... è adulterio? Supponiamo -proprio escluso non è, a quei tempi era ancora più possibile- supponiamo che lei abbia compiuto ciò che noi chiamiamo adulterio senza presenza della sua coscienza: adulterio? Perché no?

I. Perché non lo ha fatto volontariamente, ma ha subito un’azione di un’altra persona.

Archiati: No, non ha subito nulla perché non era neanche presente; quindi ciò che le è avvenuto non ha nulla a che fare con la sua libertà, perciò non è né bene né male. E’ un nulla perché non è né un aumento, né una diminuzione di libertà; quindi, moralmente per lei, se è avvenuto nel sonno, moralmente è neutra la cosa.

I1. Adesso io non voglio provocare nessuno, ma sembra che il criterio del bene o del male sia il grado di libertà nei miei confronti; quindi la mia libertà. E com’è con la libertà degli altri?

Archiati: No, ognuno di noi può ledere la libertà altrui soltanto se lede la sua!

Nessun individuo che, compiendo un’azione, aumenta la sua libertà lede quell’altrui. Può ledere la libertà altrui soltanto se agisce istintualmente. Allora ripetiamo il fenomeno, è una domanda molto importante.

I2. E’ il concetto di libertà probabilmente che non abbiamo, e allora facciano fatica...

Archiati: Comunque questo testo qui è il testo più adatto, perché il Cristo continua a dire IO SONO. Quindi continua a picchiare su questo IO SONO. Noi traduciamo IO SONO con l’esperienza della libertà; ma è la stessa cosa! Cosa intende dire quando dice IO SONO? Parla della libertà, dell’autonomia. Però tocca a noi, proprio in base a queste domande qui, e se non facciamo quattro capitoli non fa niente, queste cose sono molto più importanti.

Allora tu hai detto: se io prendo come criterio della libertà soltanto il mio, e l’aumento della mia libertà o la diminuzione della mia libertà, non pongo la domanda della libertà altrui.

I1. No, non ho detto questo. Io ho detto solo: sembra che l’unico criterio sia la mia libertà. È lei che ha parlato dell’amore, che vuole la libertà altrui. Ma se mi rivolgo sempre a me, faccio un po’ fatica a vedere, perché è facile diventare un po’ egocentrico in questo contesto.

Archiati: E tocca a me, non dico dimostrarti, ma mostrarti che altro non è possibile. Che ogni tentativo di spostare il centro fuori di me è pura illusione. L’ IO SONO è puro egocentrismo, solo che ti mancano alcuni legami di pensiero, alcuni passi di pensiero.

I3. Anche a me dà l’impressione di una certa insufficienza, perché oltre all’esigenza di realizzare la propria libertà, questa aspirazione fondamentale, io ci vedo anche una aspirazione fondamentale di universalità. Per cui, nel momento in cui cerco di non fare del male ad un altro è anche perché io ricerco questa universalità, anche nel riconoscere nell’altro qualcosa di molto prossimo a me.

Archiati: Sta’ attento. Fare del bene all’altro è un’astrazione stratosferica perché io non posso mai sapere cosa è bene per l’altro; io posso soltanto sapere - e tra l’altro sperimentando sempre, ulteriormente - cosa è bene per me. Ora il problema è che noi siamo abituati a pensare gli individui umani come isole. Invece la mia matrice di pensiero è che io vedo gli individui umani come membri di un organismo spirituale. Immaginiamo ora che l’occhio si ponga il problema e dica: non basta che io abbia il criterio di essere un bell’occhio, di funzionare bene come occhio; devo preoccuparmi del resto dell’organismo… Perché, cosa sarebbe se io mi preoccupassi di essere schiettamente, genuinamente, un occhio e poi facessi male al resto dell’organismo? La libertà non è arbitrio; libertà significa essere sempre più schietti, sempre più veraci. Perciò da qui, il discorso della veracità.

La testimonianza dell’Io è verace nel senso che il criterio della libertà è la schiettezza del mio essere.

I. Essere se stessi.

Archiati: Che vuol dire essere se stessi?

I1. ... quindi libertà e amore è la stessa cosa...

Archiati: Ma certo che è la stessa cosa! Ma certo che è la stessa cosa! Però un conto è che tu lo dica senza l’intuito conoscitivo, e un conto è che tu lo dica in questo momento dove si vede che tu adesso...ah, si è accesa la luce, posso capire la libertà, soltanto se capisco che la libertà è la stessa cosa dell’amore! Però se io parlo dell’amore dimenticando la libertà, o se parlo della libertà dimenticando l’amore, non ho né l’uno né l’altro. E io te li metto insieme dicendo che l’amore e la libertà diventano una cosa sola nella schiettezza, nella veracità.

Più l’occhio è schietto, in quanto occhio, e più favorisce tutto l’organismo. Quindi il mio concetto di libertà è la purezza della realizzazione del mio essere. Se io realizzo il mio essere in modo puro, sono pura salute per tutta l’umanità; perché sono stato pensato come un membro vivente nell’organismo dell’umanità. Quindi l’unico modo che c’è di amare gli altri è di amare se stessi in un modo sempre più genuino.

I1. Questo sé stesso, non è dentro…

Archiati: Come non è dentro?

I1. Se comprende tutto il mondo è anche fuori…

Archiati: Fuori o dentro è un’immagine spaziale; ma “Cristo in me” cos’è?

E’ in me.

I1. Io ho in un certo modo abbandonato quello che tutti i giorni chiamo Io.

Archiati: Che è l’Io non libero.

I1. Però è quello che ho in coscienza.

Archiati: Lì ognuno può parlare solo per sé stesso.

I1. E’ lei che dice che la coscienza è dovuta alla materia; il mio Io lo sento come coscienza perché sono dentro ad un corpo… quell’Io non è l’Io allora?

Archiati: No, è la coscienza dell’Io che devo alla materia, non l’Io. E diventando cosciente dell’Io divento cosciente della mia chiamata evolutiva.

I1. Se non ho coscienza dell’Io, di che cosa stiamo parlando?

Archiati: Siccome siamo incarnati in un corpo abbiamo la coscienza dell’Io, ma coscienza dell’Io non è l’Io. Così come l’immagine nello specchio non è la realtà che si rispecchia.

I1. Su questo sono d’accordo, ma se presuppongo un Io al di fuori della mia coscienza allora è un postulato.

Archiati: Cerco di rendere la cosa non troppo filosofica; la testa tedesca porta una struttura mentale e linguistica in una sfera più filosofica e metafisica. Ognuno di noi fa l’esperienza di non essere perfetto, ma di essere in evoluzione per diventare sempre migliore, e questa libertà, questa apertura, sia per una maggiore armonia con noi stessi, che per una maggiore disarmonia, la chiamiamo libertà. Libertà significa che siamo per strada, in via di costruzione. Quali sono le due vie aperte alla libertà? Perché se la libertà non ha almeno due vie fondamentali diverse, non esiste la libertà. Allora, in quali due direzioni fondamentali può andare la libertà? Quali sono secondo te, così usiamo le tue categorie, le due possibilità fondamentali aperte alla libertà umana?

I1. Coscienza e non-coscienza.

Archiati: Coscienza e non-coscienza, quindi una possibilità della libertà è di coltivare sempre più la coscienza e diventare sempre più cosciente, l’altra possibilità è di omettere di coltivare la coscienza. Va bene?

I1. Fin qui sì.

Archiati: Sei d’accordo col passo successivo, che più io divento cosciente più divento libero, e meno divento cosciente meno sono libero, anche fin qui sei d’accordo?

I1.

Archiati: Allora ho vinto.

I1. Ma se la coscienza è dovuta al fisico mica posso dire più divento fisico più divento cosciente.

Archiati: No, no. L’accensione della coscienza dell’Io è dovuta al fisico, il punto di partenza! In altre parole io prendo coscienza del fatto che posso diventare sempre più dipendente dal fisico, o sempre meno dipendente. Questo è il punto di partenza della coscienza. Grazie all’essere inserito nel corpo divento consapevole che io posso diventare sempre più dipendente dal corpo o sempre meno dipendente. Va bene adesso, ci siamo? Però questo punto di partenza è possibile soltanto se io nel corpo ci sono entrato, sennò non l’avrei questo punto di partenza.

I1. Ora mi è più chiaro.

Archiati: Bene, allora torniamo al criterio della libertà.

I. La schiettezza è la stessa cosa della spontaneità?

Archiati: la schiettezza è tutt’altro concetto della spontaneità. La spontaneità è una parola che viene quasi sempre fraintesa. Per spontaneità si intende, soprattutto in italiano, un lasciarsi andare, quindi l’opposto della libertà.

E siccome non si vuole essere sinceri con se stessi si bara: quando mi lascio andare perdo la mia libertà e la chiamo spontaneità per illudermi che sia una forma di libertà.

I. E invece schiettezza?

Archiati: Schiettezza è terminare di abbandonarsi alla natura; il vangelo usa la parola AlhqinoV (Alethinòs) che vuol dire verace. Il mio essere verace, vero, lo vivo, lo esperisco quando sono in preda della natura o quando divento sempre più libero? Quando sono in preda della natura mi esperisco come un animale; può mai essere il mio essere verace in quanto uomo? No. Il mio essere verace in quanto uomo, lo vivo quando sono libero nei confronti del dato istintivo di natura. Il discorso è abbastanza semplice, tornano i conti?

Tornano, perché ora ci diciamo buon appetito.

27 dicembre 2002, sera
vv 8,17 – 8,20

Teniamo conto del fatto che, soprattutto all’inizio di ogni incontro, si suppone di ricominciare sempre daccapo; tante cose si dimenticano, quindi consideriamo in particolare ieri sera e questa mattina come un tentativo di riporre e ricostruire alcuni fondamenti.

Inoltre non è da sottovalutare anche quello che abbiamo detto questo pomeriggio sulla libertà, soprattutto questa provocazione ultima - proprio al limite del pensare umano - di ciò che noi abbiamo chiamato l’azione del torturare.

Io uso spesso la parola libertà, solo che è una parola problematica, nel senso che nell’umanità di oggi va sempre più specificato cosa si intende per libertà. La si può intendere in tantissimi modi; soprattutto c’è la tendenza - mancando l’esperienza della positività morale della libertà- a capire la libertà nel senso di arbitrio, di libertinismo, di fare ciò che mi piace, che in effetti non è libertà. Fare quello che mi piace significa lasciarmi andare a ciò che mi dà un certo piacere, che però è un dato di natura e quindi, anche se non nega del tutto la libertà, paragonato alla forza che mi consente di prendere in mano io stesso tutti i fattori di pensiero, di sentimento e di volontà, è come una libertà al 10% paragonata con una libertà al 90%. Quindi, questi discorsi -e il vangelo di Giovanni è fatto proprio per questo- servono a precisare sempre meglio, anche con esempi, che cosa intendiamo con questa lettura della natura umana, in cui l’essenza della natura umana è la libertà.

Una delle provocazioni del pensiero più assolute che ci siano è che, vi dicevo, quando io parlo di libertà intendo che lo strumento totale, globale, cristallizzato della libertà umana è la corporeità. In altre parole, tutta la creazione, tutta l’evoluzione del minerale, l’evoluzione del vegetale, l’evoluzione dell’animale, tutta questa triplice corporeità di forme fisse, di metamorfosi viventi e di animicità animale, serve a permettere il fenomeno umano, serve a creare per l’uomo lo strumento complessivo e totale della sua libertà, quindi della sua creatività in quanto spirito umano.

Ora, l’esercizio che abbiamo fatto questa sera prima della cena era di capire che il male morale consiste nel mortificare, nel diminuire in qualche modo la libertà; ed il bene morale è che qualsiasi cosa è moralmente buona nella misura in cui favorisce la libertà umana. Quindi vi ho proposto come chiave di interpretazione la libertà, l’esperienza della libertà, della creatività, della responsabilità individuale nei confronti dell’umanità e anche della Terra, come criterio assoluto del bene e del male.

Ci siamo posti poi la domanda: ci sono delle azioni che per natura snaturano l’uomo, che per natura, se uno le compie, lo rendono meno libero?

In fondo abbiamo individuato un tipo solo di azione, quello che noi chiamiamo torturare. La qual cosa, lo vedete, ci mette a disagio già il parlarne; questo dovrebbe indicarci che qui c’è un mistero molto grosso e cioè che si tratta di un’azione che lede direttamente lo strumento cristallizzato, totale, della libertà dell’essere umano.

Torturare una persona significa rovinarle, almeno in parte, lo strumento globale della libertà. E proprio perché colui che lo fa costringe l’altro ad essere meno libero, per natura compiere quest’azione imbestialisce l’essere umano, lo rende bruto. Perché, per natura, questa azione limita, restringe la libertà dell’altro, momentaneamente o per tutta una vita se la corporeità viene, diciamo, compromessa a un punto tale che poi non c’è più un ritorno.

Ed è questa l’essenza del male morale: la lesione della libertà.

Se qualcosa è per natura lesivo della libertà, è per natura moralmente male.

Allora, dicevamo, la testimonianza del Figlio è la testimonianza dell’autoesperienza dell’uomo. Il Cristo dice: se volete, visto che voi giudei siete abituati a un tipo di testimonianza dove non concedete al singolo, all’individuo, di testimoniare da solo, ma volete anche una testimonianza collaterale che corrobora, allora io vi dico che non sono io da solo a dare questa testimonianza, ma siamo Io e il Padre.

Il Padre significa la natura umana.

Tutto ciò che è di natura viene riferito al Padre.

Allora, io dicevo, non basta semplicemente affermare che la libertà è il criterio del bene o del male: ci vuole la testimonianza della natura. Devo fare l’esperienza che la libertà - e la non libertà - è l’essenza della natura umana, allora ho la testimonianza anche della natura. Adesso, quali sono i due testimoni del bene e del male morali?

Sono la mia autocoscienza, la coscienza, e la natura. Nella coscienza interpreto la realtà della natura e nella natura ne faccio l’esperienza. In altre parole, devono combaciare il pensato - questo è il Logos, il Figlio, l’esperienza dell’Io sono - e il vissuto. E il vissuto viene chiamato il Padre, il dato di natura. Quando il pensato combacia con il vissuto e il vissuto combacia con il pensato, la loro testimonianza concorda.

Allora, qual’è l’affermazione che io ho fatto sul pensato, qual è il pensiero fondamentale sulla natura umana che io ho espresso? Che l’essenza della natura umana è la libertà. Questo è il pensato. Guardiamo al vissuto: cosa ci dice il vissuto? Cosa ci dice l’autoesperienza? Io ho sostenuto che una persona che si interpreta rettamente - e quindi che non fa uno sbaglio di pensiero nell’interpretare la sua esperienza, il suo vissuto - dovrà dire che quando vive la libertà, quindi la creatività, si vive come un artista che crea mondi, si sente maggiormente uomo; quando si vive meno libero si vive mortificato nella natura umana.

Quindi, sia il pensiero sia l’esperienza - il pensato ed il vissuto - sono due testimonianze del Figlio e del Padre che combaciano, a dirci: la libertà è l’essenza della natura umana e la natura umana è il criterio della moralità. Ciò che è secondo natura è moralmente bene, e ciò che è contro natura è moralmente male. Se l’essenza della natura umana è la libertà ciò che favorisce la libertà è bene morale, ciò che lede la libertà è moralmente male.

Il versetto 16 ci diceva se io giudico, e abbiamo parlato del giudizio, del discernimento di cos’è la natura umana, di un primo giudizio fondamentale su cos’è la natura umana, cos’è l’essenza dell’uomo.

Secondo giudizio fondamentale, cosa è bene e cosa è male.

Quindi il discriminare, lo sceverare, il distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male sono i giudizi fondamentali che ogni essere umano, facendo l’esperienza dell’Io sono, è chiamato a dare.

“Se Io giudico - Io, in quanto essere dell’Io, giudico - il mio giudizio è verace perché non sono solo, il mio giudizio non è campato in aria, ma viene corroborato e si attiene alla congruità col giudizio di un altro che è quello del Padre. Io non sono solo, ma Io sono insieme a colui che mi ha mandato.”

8, 17- E nella vostra legge c’è scritto che la testimonianza di due uomini è verace.

Due istanze che in quanto istanze di testimonianza, due istanze diverse, danno la stessa testimonianza. Io ho chiamato le due istanze il pensato e il vissuto; ciò che noi pensiamo sull’uomo e come ci autoesperiamo.

Prendiamo adesso due istanze che non combaciano, quindi parliamo adesso di ciò che viene pensato sul bene e sul male e di ciò che noi viviamo come bene e come male. Prendiamo una morale campata per aria che non si riferisce, non cerca la consonanza con l’altra testimonianza che è quella dell’autoesperienza e che instaura una morale fatta di concetti, un criterio del bene e del male che disattende l’autoesperienza.

Se disattende l’autoesperienza quale sarà il criterio del bene e del male

La legge, la legge. Una convenzione arbitraria, per esempio.

Ci convincerebbe una legge che dice ciò che è bene e ciò che è male, la legge mosaica, per esempio? L’accetteremmo noi come ultima istanza? No.

Una persona degna di chiamarsi essere umano, dice prima di tutto: mi riprometto io di usare il mio pensiero per vedere se sono d’accordo che questo è bene e questo è male; e se uso il mio pensiero, cosa ho io a disposizione per decidere nel mio pensiero cosa è bene e cosa è male per l’essere umano? L’autoesperienza.

Devo in qualche modo fare l’esperienza che certe cose mi fanno bene e certe cose mi fanno male. Soltanto ciò che fa bene all’essere umano è bene, e quello che fa male è male.

Allora ritorno alla domanda fondamentale: ditemi voi, che cosa è bene e che cosa è male per l’essere umano? Oggi viviamo in un’umanità dove tante persone umane ritengono che non ci sia un bene e un male oggettivo. Questo è il problema, il pasticcio della Political Correctness, della falsa tolleranza, eccetera: che molte persone pensano che chi ritiene che ci sia un bene e un male morale oggettivo sia un dogmatico, un fanatico, un intollerante. Vediamo che questo tipo di domanda appartiene alle questioni più fondamentali che ci siano.

D’altra parte consideriamo, rendiamoci conto di cosa significa se noi rinunciamo oppure se ci accordiamo, se siamo tutti d’accordo, che un bene e un male morale oggettivo non esiste.

Se fossimo tutti d’accordo che un bene e un male morale oggettivo non esiste - questione di opinione, ognuno ha la sua opinione - cosa seguirebbe?

I1. L’anarchia.

Archiati: Perché l’anarchia?

I1. La legge del più forte.

Archiati: Resta soltanto la legge del più forte, quindi brutalità pura. L’umanità di oggi ci è vicina. Se guardiamo quello che avviene sulla scena di questo mondo, è proprio questo. Neanche le chiese cristiane che, secondo il mio concetto di cristianesimo, dovrebbero avere la funzione di dire, almeno per quanto riguarda l’essenziale, ciò che è bene e ciò che è male, non parlano. Non hanno più nulla da dire.

I1. Non hanno mai avuto niente da dire

I2. …lo dicono i potenti della terra, l’America. Sulla scena del mondo noi siamo i buoni e chi non la pensa come noi, sono i cattivi.

Archiati: No. Bush ha formato questo concetto dell’asse del male; e qual è il suo concetto di male? Il male sono i terroristi; cosa vuol dire terroristi?

I. Coloro che non accettano le sue regole

Archiati: E’ chiaro quindi quanto fondamentale sia che ci sia l’accordo sul fatto che o siamo del convincimento che c’è un bene e un male morale oggettivo… e che l’umanità vive tutt’altre realtà se nella maggior parte delle persone c’è il convincimento che un bene e un male morale oggettivo non ci sia.

Se siamo d’accordo che esiste un bene e un male morale oggettivo, è fondamentale che ci siano persone che hanno il coraggio di dirlo…

Io penso che ciò che manca nell’umanità di oggi siano persone, per esempio, che dicano con tutta chiarezza che ogni tipo di guerra non può mai essere un bene morale.

I1. Gandhi diceva che quando bisogna scegliere tra la codardia e la violenza -la codardia di fronte a un fatto- bisogna scegliere la violenza, quindi non è pacifismo…

Archiati: Perché? Che ragione ha dato? Che criterio ha dato?

I1. Il criterio è che non esiste una verità assiomatica, perché tutte le contingenze sono diverse e sono diverse anche tutte le reazioni che vengono eventualmente richieste.

Archiati: …e Gandhi può avere inteso questa affermazione soltanto in questo modo: che dove io sono confrontato con un essere umano che lede direttamente la libertà di un altro essere umano, e se ho soltanto due possibilità - di essere codardo o di intervenire con violenza -, se sono codardo contribuisco maggiormente alla non libertà sia mia che dell’altro, che non diventando violento; quindi il criterio resta la libertà umana.

I1. Comunque lo strumento non è il diavolo di per sé; io con la pistola posso fare anche tiro a segno, non è che le pistole siano malvagie per natura e… nel momento in cui c’è un genocidio e io da solo faccio il soldato contro gli usurpatori…

Archiati: Quella non è una guerra! Quella non è guerra. Tu porti tutti casi che non hanno nulla a che fare con una guerra; addirittura una guerra preventiva come sta succedendo adesso…

I2. Comunque una guerra giusta non esiste! Una guerra giusta non esiste…

Archiati: Tutti i casi che tu porti, giustamente, col concetto di guerra, non hanno nulla a che fare.

I1. Il relativismo culturale, tutte queste cose che fanno molto comodo, a me fanno un po’ paura, perché sono pilatesche … se Hitler non fosse stato sconfitto, adesso sarebbe al posto di Bush, eccetera, eccetera.

Archiati: Senza dedicarci due ore, però quello che tu dici è così fondamentale che non è onesto fare finta di niente; tutti i casi che tu hai portato sono ben precisi, circoscritti, non impersonali… certo che è convincente quello che tu dici. Prendiamo allora l’archetipo di questo tipo di scena che c’è nei vangeli, e cioè: questo Cristo - che noi chiamiamo Cristo da duemila anni - viene catturato e, da come sono andate le cose negli ultimi tre anni, Pietro sa… qua se non faccio qualcosa, l’ammazzano! Tant’è vero che l’hanno ammazzato, quindi questo pensiero è giusto, e tira fuori la spada; noi diremmo, ed è il tuo ragionamento: è una situazione in cui questo tipo di violenza non è violenza, ma è difesa dell’essere umano buono per eccellenza che viene sopraffatto.

Quello che ci interessa però, da un punto di vista di lettura della natura umana - che in Pietro si manifesta giustamente a livello di natura umana caduta e che nel Cristo si manifesta in chiave di natura umana redenta - è che la natura, dal punto di vista della natura umana caduta, è proprio la reazione di Pietro; e Pietro la può sentire come doverosa, come diceva Gandhi, giustamente. Ma questo non vuol dire che ciò che è giusto, o addirittura doveroso fare in una situazione di natura umana caduta, sia l’ideale dell’umano. Allora prendiamo la reazione del Cristo che proibisce a Pietro di fare ciò che la sua coscienza gli dice che deve fare, e gli dice rimetti la spada nel fodero perché ogni violenza genera altra violenza; chi di spada ferisce, di spada perisce.

Io proporrei che un modo di pensare non dogmatico ci consente di capire la legittimità di tutte e due le posizioni. Però di tutte e due, non soltanto quella di Pietro e non soltanto quella di Cristo, e se abbiamo l’apertura mentale, quindi un certo sguardo sovrano, allora le possiamo capire tutte e due soltanto mettendole in chiave di evoluzione.

C’è un gradino evolutivo del tipo tale che non c’è nulla di meglio che agire come fa Pietro, però questo gradino evolutivo non è l’ultima parola perché non è l’ideale dell’umano; e poi c’è il gradino evolutivo ideale, che è l’ultimo, che è il tipo di azione proposta dal Cristo.

Che cosa propone il Cristo come ideale dell’umano? Che, se questo tizio qui è al punto di volermi ammazzare, è più importante che sia concesso a lui di continuare a vivere su questa terra, di continuare ad evolversi, anziché a me. Se è vero che io sono più evoluto di lui, lo dimostro con la mia gioia e libertà di entrare nella morte; perché non è che muoia, come Socrate il quale - visto che non lo volevano più vedere in Atene - se ne va volentieri nel mondo spirituale, perché è assolutamente convinto di stare meglio senza il corpo che non con il corpo. Così il Cristo dice: tra i due mali, dei quali uno è quello di ledere la sua libertà o addirittura di uccidere lui - perché Pietro che sfodera la spada, che significa? Io ti impedisco di ammazzare Lui perché uccido te - quale dei due è meglio: che venga ammazzato il Cristo o che venga ammazzato il carnefice? Da una certa prospettiva di idealità di evoluzione, di sicuro è meglio che muoia colui che è più evoluto, perché all’altro viene data la possibilità di venir confrontato con le conseguenze di ciò che ha fatto e di camminare ancora. In altre parole, chi è più perfetto nella propria evoluzione preferisce andare egli stesso nella morte che non mandarci l’altro.

Si può fare di questo tipo di libertà interiore, vertiginosa, addirittura una legge morale che ti dice devi? No. Ed era questo che tu volevi dire: bisogna accettare il gradino evolutivo di Pietro. Quindi il Cristo non sta dando una ingiunzione operativa che dice a Pietro ciò che deve e ciò che non deve fare. Cristo non lo fa mai, quindi dobbiamo capire la frase del Cristo come una frase conoscitiva che dice: Pietro, ad un certo gradino evolutivo si agisce come fai tu, però sta’ attento che questo gradino evolutivo non è quello più perfetto; il gradino evolutivo più perfetto consiste nel fatto che tu sei più contento che sia l’altro che ti uccide a continuare a vivere, e che sia tu ad entrare nella morte, se è vero che con questa libertà interiore dimostri di essere più evoluto.

Allora, cosa deve fare l’essere umano?

Ognuno a seconda del proprio gradino evolutivo.

C’è un’altra questione fondamentale che trova una risposta soltanto individuale, che tu dici: posto di fronte a due persone che si picchiano a vicenda, dove uno è la vittima e l’altro è il soverchiatore, quale criterio ho io per sapere se è mio compito karmico o addirittura mio dovere karmico intervenire - perché di sicuro non posso, e non è mio compito karmico intervenire dappertutto - che criterio ho per sapere se io devo intervenire?

I. Questo non lo so, sto dicendo che non posso dire a uno che fa le fosse comuni che è uguale a uno che sistema l’arco delle freccette…

Archiati: No, in chiave di coltivare la coscienza, la conoscenza, è proprio quello che facciamo, ci stiamo scalmanando tutto il giorno… però le tue riflessioni si riferivano non soltanto a una disamina conoscitiva di ciò che è bene e di ciò che è male… è molto complesso…

Tu eri partito dalla codardia e dall’aggressività: come faccio a sapere quando un mio non intervenire è codardia? O se la cosa non mi riguarda?

Che criterio ci dai?

Il vissuto. Lo vivi dentro di te che sei un codardo; o intervieni.

Il criterio del vissuto l’ho detto all’inizio, vedi? O Pietro che è lì, di fronte a questo Cristo che viene catturato e adesso lo portano a morte, sente il dovere morale di intervenire - il vissuto significa sente il dovere morale di intervenire - allora questo è il vissuto come criterio del bene o del male; se non c’è questo vissuto, non esiste una legge che gli dica devi o non devi. E tu, dopo questa riflessione molto complessa, sei ritornato al vissuto: “lo sento” se non intervengo per codardia o se non intervengo perché la cosa non mi riguarda. Il vissuto, e il vissuto eminentemente anche individuale.

Così come il pensato, diciamo, è il carattere oggettivo, universale della morale, così il vissuto è il suo polo massimamente individualizzato.

Quindi la morale è proprio ritrovare, ricostruire sempre e di nuovo, l’equilibrio tra ciò che è di natura oggettiva -quindi il pensato, di natura oggettiva per tutti, il bene o il male- e ciò che è bene e male nella mia situazione vissuta, nel senso che mi interpella direttamente. Questo è il vissuto, ciò che del bene e del male che ci sono in tutto il mondo m’interpella direttamente, perché lo vivo io karmicamente; interpella la mia presa di posizione reale, non soltanto conoscitiva.

E tu hai detto “lo sento”, vedi? Il vissuto.

Ciò che complica la situazione - ecco perché io sono felice che ci siano persone che veramente, anche se ci sono momenti magari un po’ teorici o difficili, si occupano di questi testi - ciò che complica la situazione nel mondo di oggi dicevo, è che le forze della coscienza (cioè il vissuto che dice a una persona “guarda che tu fai male se non intervieni”), la coscienza stessa come vissuto interiore si affievolisce sempre di più nell’umanità; e questo è per me l’elemento più pauroso del materialismo, della caduta, della degenerazione dell’umanità; che la cosiddetta voce della coscienza si affievolisca sempre di più in tante persone. A quel punto lì… si salvi chi può.

A quel punto lì, diventa fondamentale la domanda: come si fa a coltivare la voce della coscienza? Come si fa a far si che venga sentita più forte, che questo vissuto non venga, come dire, subissato da tutto il frastuono che c’è intorno, ma che questa voce venga sentita un po’ di più? Questo è il cardine morale della giustificazione di incontri di questo tipo qui.

Ed è questo che salva l’umanità. Immaginate un’umanità piena di persone la cui coscienza non dice nulla. Io ho passato cinque anni in Sud Africa e una delle cose che ho dovuto imparare, ricredendomi su certe cose che io avevo generalizzato, teorizzato troppo sulla coscienza (pensavo che certi elementi della coscienza fossero universalmente umani) e che ho dovuto accettare perché la realtà me l’ha posto davanti in maniera brutale, è ciò che io non ritenevo possibile nella natura umana: che ci sono a questo livello evolutivo - e forse non c’erano duemila anni fa - persone (e cominciano a diventare sempre più numerose) che sono capaci di fare ciò che, secondo me, è intrinsecamente male, ciò che dovrebbe suscitare una reazione nella voce della coscienza, senza sentire nulla.

Io mi sono posto la domanda: a quel punto lì, che fai? Sei inerme, perché a quel punto lì ti resta solo la via lunga della coscientizzazione, e ci vuole un cammino molto lungo prima che in base ad un cammino di coscienza e di conoscenza la voce della coscienza cominci a parlare di nuovo.

8, 17 - Nella vostra legge c’è scritto che la testimonianza di due è verace.

8, 18 - Io sono colui che testimonia su di me e testimonia di me colui che mi ha mandato.

Io sono - egw eimi (egò eimi) - colui che testimonia di me; e colui che mi ha mandato.

Allora, dicevo, il fatto di coscienza e il fatto di natura; colui che mi ha mandato, il Padre, è il fatto di natura; il combaciare tra l’interpretazione conoscitiva e il vissuto naturale, quando ciò che io sento nel mio vissuto e ciò che il mio pensiero mi dice combaciano, bastano come testimonianze.

Che voglio di più?

Il modo in cui io vivo la mia natura e il modo in cui io capisco la mia natura, quando queste due testimonianze parlano lo stesso linguaggio, è convincente.

Non esiste una testimonianza maggiore del combaciare del processo di pensiero - l’interpretazione pensante della natura umana - e il combaciare di ciò che io sento - il vissuto.

8, 19 - Gli dissero: dov’è il tuo padre? rispose loro Gesù: voi non conoscete né me né mio Padre. Se conosceste Me conoscereste anche mio Padre.

Dal punto di vista culturale, proprio di popolo ebraico, è una botta; già ne abbiamo parlato in altri incontri. Praticamente il Cristo sta dicendo: voi, Dio Padre non lo conoscete. Ha parlato di suo Padre in un modo tale che si capisce che si riferisce a Dio, alla divinità.

I giudei conoscevano questo Padre di cui il Cristo sta parlando?

No, perché la divinità somma, l’essere divino sommo che i giudei conoscevano, il loro Jahvè è uno Spirito della Forma. Se noi prendiamo l’essere uomo, il fattore umano, l’uomo sarebbe, diciamo, sulla soglia tra il divino e l’umano:

Nello schema, in basso c’è il sotto-umano, in alto c’è il divino.

fig 12.psd

Divino significa creatore; sotto-umano significa creatura; l’uomo è nella sfera intermedia, perché è in transizione, sta diventando sempre più da creatura a creatore, co-creatore.

Da un punto di vista reale, al di sopra dell’uomo abbiamo gli Angeli come primo gradino divino; l’Angelo è un essere divino sovrumano, se vogliamo parlare così, che è preposto all’evoluzione del singolo. Poi ci sono gli Arcangeli, potete usare anche altre terminologie, comunque l’Arcangelo regge l’evoluzione di un gruppo di persone (famiglia, popolo, eccetera); poi ci sono i Principati - in italiano - o Arcai (Arcai) -in greco-. Poi ci sono le Potestà, in latino vengono chiamate Potestas, in greco Exusiai (Exusiai), Steiner le chiama Spiriti della Forma, la Bibbia li chiama Elohim.

Arriva uno Steiner e ti dice: Jahve, non è la divinità somma! Oltre Potestà, Virtù e Dominazioni, ci sono Troni, Cherubini e Serafini e poi viene la Trinità! Quindi il Figlio del Padre è nella Trinità (poi c’è lo Spirito Santo); di questo Dio, del Padre che è la divinità somma, gli ebrei non hanno la minima idea perché il loro Jahvè è uno Spirito della Forma!

In altre parole, c’è uno Spirito del Tempo, c’è uno Spirito di Popolo, c’è lo Spirito del singolo e c’è lo Spirito della Forma che li regge tutti e quattro.

Lo Spirito della Forma è al quarto livello però regge anche il terzo, il secondo e il primo, ma non è a livello delle Virtù, delle Dominazioni, di Troni, Cherubini e Serafini.

In altre parole Jahve non è la divinità universale. Jahve regge un contributo che non è la totalità dell’umano-divino, ma un contributo specifico nell’evoluzione umana destinato a preparare la venuta nella Terra dell’Essere Solare.

Se vogliamo, Jahvè è lo Spirito della Luna, perciò l’ebraismo e l’islamismo hanno il simbolo della Luna. Quindi, come entità lunare fa sorgere nell’umanità il pensare astratto, riflesso, come presupposto della coscienza dell’Io; così come la Luna non vive di luce propria, ma riflette la luce del Sole, così Jahve ha fatto sorgere nell’umanità attraverso Abramo un tipo di pensare con il cervello che è un pensare ri-flesso, di riflessione, un pensare cioè che ha soltanto immagini prive di realtà. Se le rappresentazioni della nostra fantasia, se le immagini mnemoniche fossero intrise di forze di volontà, noi non potremmo essere liberi.

La libertà sta nel fatto che tutto ciò che noi abbiamo in questo pensiero “Jahvitico”, in questo pensiero lunare, in questo pensiero di immagini riflesse senza realtà, tutto ciò non fa nulla; la libertà sta proprio nel fatto che tutte queste immagini di fantasia, immagini di rappresentazione, immagini di memoria, non fanno nulla! Altrimenti non saremmo liberi.

E le possiamo gestire con la libertà, perché sono immagini ri-flesse, immagini vuote, così come l’immagine che io vedo nello specchio. Cosa ha l’immagine di ciò che si rispecchia? Tutto e nulla. Come immagine ha tutto, come realtà dinamica, operante, non ha nulla.

Quindi, l’impulso di Jahvè non riguarda il tutto dell’evoluzione umana; è questo contributo specifico di far sorgere la coscienza riflessa, il pensiero riflettente. Il pensiero riflettente come fondamento, come conditio sine qua non della libertà umana.

Una volta acquisito questo pensiero astratto, questo pensiero speculare - la speculazione... speculum è lo specchio - una volta acquisita la libertà, si tratta di ricercare e ritrovare la realtà sostanziale che si riflette nello specchio. In altre parole noi, grazie a Jahve, abbiamo la coscienza riflessa della realtà dello Spirito, ma non abbiamo la realtà dello Spirito. Abbiamo l’idea dello Spirito, ma non la realtà dello spirito.

L’idea dello Spirito sta alla realtà dello Spirito, come l’immagine nello specchio sta alla realtà che si rispecchia. Ora a cosa è servito far nascere nella coscienza umana l’idea dello Spirito? Per farci venir voglia di riconquistare la realtà dello Spirito. Però, riconquistare la realtà dello Spirito in base al fatto che siamo diventati coscienti che c’è lo spirito, il riconquistare la realtà stessa dello Spirito viene lasciato al cammino della libertà individuale.

Nella svolta il Cristo dice: il vostro Jahve non è la divinità somma; è una divinità di rango intermedio, di stampo lunare, di una coscienza riflessa e riflettente che serve a renderci consci di qualcosa, ma non perché io sono conscio di qualcosa ho la realtà di cui ho la coscienza.

Che differenza c’è tra la rappresentazione di un piatto di spaghetti e la realtà di un piatto di spaghetti? C’è una differenza. Le realtà ci sono tutt’e due: c’è la realtà immaginata, quindi diciamo, di rappresentazione, di fantasia, del piatto di spaghetti - è una realtà speculare, è una realtà di coscienza - e c’è la realtà dinamica che combina qualcosa nel mio corpo.

La rappresentazione non mi sazia! Che cosa mi fa il piatto reale di spaghetti in più, che non la rappresentazione? Che cosa fa in più?

I. Mi sazia.

Archiati: Che vuol dire soddisfa la mia fame? Io posso anche rappresentarmi la soddisfazione della fame, la sazietà. Quindi se io mi rappresento la sazietà, nella fantasia, ho soddisfatto la mia fame.

I. ...’na parola!

Archiati: ...si, ma io nella fantasia questa nutrizione la immagino reale, concreta! Che differenza c’è?

I. ...che mori de fame...

Archiati: O distinguiamo tra il pensato ed il vissuto oppure non ci capiamo, perché io nel pensato posso pensare a tutto il vissuto. Capito?

Io posso pensare la sazietà, posso immaginarla.

I. Il vissuto lo vivi.

Archiati: Sì, ma che differenza c’è? Intendo dire, non crediate mica che queste cose si possano dire con una frasetta! Sono cose a cui lavorare col pensiero...

I. Comunque il vissuto ti modifica... la nutrizione ti modifica: passi da uno stato di fame a uno stato di sazietà.

Archiati: Sì, ma io nella fantasia penso questa modifica...

I. Sì, la pensi ma non la vivi, non la senti, non la esperisci!

I2. Devi far tutti e due.

Archiati: Adesso andiamo vicini... Adesso cominciamo a toccare la differenza. Lui dice: devo fare l’esperienza di qualcosa che è polarmente opposto al processo di coscienza... che è il vitale. Quindi devo fare l’esperienza che, nella misura in cui è forte il processo vitale, si affievolisce il processo di coscienza. Vedi che ci sei arrivato? Tu pensi che la scienza moderna ci sia arrivata?

No, no perché la scienza moderna ti dice che ogni fattore di coscienza è un continuare della vitalità del corpo, è un risultato. Non ha ancora capito che invece sono due forze, due realtà, polarmente opposte: più è forte l’una e più è debole l’altra; più è forte l’altra e più è debole la prima. La scienza naturale mica ci è arrivata perché non ha ancora capito, non ha ancora interpretato, il pensare ed il vissuto, il pensare e il vivere, come polarmente opposti, che si escludono a vicenda. E se si escludono a vicenda, io vivo il vissuto come obnubilante il pensiero! Allora lo vivo; e vivo il pensare, come consumante le forze vitali. Devo far l’esperienza che sono polarmente opposti.

La scienza naturale non è ancora neanche arrivata al punto dell’esperienza, il vissuto, che l’essere umano fa ogni giorno; lo interpreta in un modo del tutto errato.

Gli chiedono dov’è il tuo Padre? Né conoscete me, né il Padre mio; se conosceste me conoscereste anche il Padre mio.

Diciamo che il Padre si pone a livello della Trinità e gli ebrei conoscono soltanto Jahvè, come processo di coscienza.

fig 13.psd

Il Cristo dice: o si conoscono tutte e due, perché sono polarmente interagenti fra loro, o non si conosce nessuno dei due. In altre parole, ciò di cui l’essere umano deve diventare consapevole è l’interazione polare tra tutti i fatti di coscienza e tutti i fatti di vita, il vitale.

Nella misura in cui devo ricostruire le forze vitali del mio organismo, si deve affievolire il processo di coscienza; nella misura in cui sono in piena esplicazione di processi di coscienza, consumo il vitale.

Voi non conoscete il Padre mio, perché non conoscete me. Non conoscete me, l’IO SONO, in quanto fatto di coscienza perché non conoscete il Padre mio che interagisce con questo fatto di coscienza, perché se conosceste la natura del vitale, la natura del fatto di natura dentro l’essere umano, conoscereste che il fatto di natura è polarmente opposto al fatto di coscienza. Allora nello schema scrivo natura e libertà.

Chi conosce la libertà conosce la natura dell’essere umano; e chi conosce la natura dell’essere umano sa che la natura dell’essere umano è la libertà.

La libertà qui viene chiamata Figlio, e la natura viene chiamata Padre. La natura dell’essere umano è di non essere un essere naturale; è di non essere un essere di natura.

La natura dell’essere umano è di non essere un essere di natura.

Ci rendiamo conto che questa affermazione così paradossale - il mistero dell’uomo, lo si può dire soltanto in un modo paradossale - siamo agli inizi del poterla capire, con tutti gli strumenti che adesso, all’inizio del III millennio, abbiamo a disposizione.

Ovviamente il Cristo, duemila anni fa, ha detto nell’umanità parole che Lui stesso non si riprometteva, neanche si sognava, di dire in un modo tale che le capissero subito; perché ci vuole tutta l’evoluzione per capirle sempre meglio, e per attuarle sempre di più.

Quindi, partiamo dal presupposto che, soprattutto nel vangelo di Giovanni, ci sono affermazioni così fondamentali che abbracciano tutto il divenire, che sono delle provocazioni al pensare umano.

“Chi conosce il Padre, conosce il Figlio; chi conosce il Figlio, conosce il Padre”: o si conoscono tutti e due, o non si conoscono né l’uno né l’altro. Chi conosce la natura umana sa che l’essenza della natura umana è la libertà, e chi capisce la libertà capisce la natura umana.

Detto in un modo ancora più paradossale - perché natura e libertà sono l’una l’opposto dell’altra - è l’affermazione: la natura dell’essere umano è di non essere un essere di natura.

I. E l’affermazione che Io e il Padre siamo uno, in questo schema che cosa significa?

Archiati: Che libertà e natura dell’uomo sono una cosa sola.

I2. Non si possono scindere.

Archiati: Non si possono scindere.

O ce le hai tutte e due, o non hai nessuno dei due. Chi conosce Me, conosce anche il Padre. Chi conosce il Padre, conosce anche Me significa: chi ha Me ha anche il Padre, quindi conoscenza; quindi chi conosce Me conosce anche il Padre; chi vive Me, vive anche il Padre.

I3. Alcune religioni che non ammettono l’esistenza del Figlio non conosco neanche il Padre?

Archiati: Che significa il “Figlio? Te l’ho messo tra virgolette, che significa Figlio? Perché il Figlio e il Padre sono due immagini prese, diciamo, dal mondo materiale degli esseri umani; quindi se tu adesso vuoi articolare a livello di pensiero, devi tradurmi queste immagini in concetti. Tu hai detto ci sono religioni che non hanno il Figlio?

I3. No, che non lo ammettono.

Archiati: Che vuol dire questo? Cos’è che non hanno? Cos’è che non ammettono?

I3. ...il fattore di libertà del singolo individuo. Ci sono religioni che non lo credono; una in particolare, forse...

I4. Si sta riferendo all’Islam.

I3. Sì, lì ci sono proprio alcuni tratti, alcune sutre, dove c’è scritto non c’è il Figlio... non esiste questo fattore di libertà.

Archiati: Allora, diciamo così: l’Islam è l’unica cosiddetta religione sorta dopo l’evento cristico che noi - perlomeno io - poniamo come svolta. Tutte le altre religioni - eccetto l’Islam - sono sorte prima di Cristo. Se sono sorte prima di Cristo, l’affermazione fondamentale è che le forze della libertà erano al massimo incipienti, incipienti, incipienti... perché siamo prima della completezza... della pienezza dei tempi... Cristo è venuto nella pienezza dei tempi. Il concetto di pienezza dei tempi è che tutte le condizioni necessarie per l’esercizio della libertà ci sono. Questo è il concetto di pienezza dei tempi, ed è il concetto di svolta. Fino a quel punto lì, fino alla pienezza dei tempi, devono venir poste altre condizioni per la libertà umana.

Dopo Cristo salta fuori un tipo di religione con un tipo di sacre scritture, che è il Corano, dove un elemento caratteristico, fondamentale del Corano, che si ripete più di una volta è: “Allah è il solo e non ha Figlio”. Certe versioni dell’arabo dicono: “ E non si addice a Lui di avere un Figlio”. Naturalmente poi, viene interpretato così, che la divinità mica può generare un figlio come fa un padre umano. Certo che si può fraintendere anche in quel modo lì.

Negli ultimi mesi io ho tenuto conferenze pubbliche in Germania, dove ho espresso questo pensiero che ha a che fare con il Figlio - chi conosce il Padre, conosce il Figlio - quindi è un commento diretto su queste affermazioni del vangelo di Giovanni.

Ho distinto tra ciò che Maometto ha pensato, quando scriveva queste frasi “Allah è l’unico e non ha figlio” e le intenzioni che ha avuto questo Arcangelo Gabriele, dettando a Maometto questa stessa sentenza.

Maometto è un essere umano, ed in quanto tale Maometto può avere avuto, come dire, la preoccupazione che il cristianesimo tornasse nel politeismo; e difatti tendenze politeistiche dovute alla Trinità ci sono sempre state nel cristianesimo; ‘sto Padre, ‘sto Figlio e ‘sto Spirito Santo sono tre dei o è un Dio solo? Si fa presto a dire è un Dio solo, però sono tre! Quindi, il problema del pericolo del politeismo in base alla Trinità c’è sempre stato nel cristianesimo; quindi, può darsi benissimo che Maometto, in quanto essere umano, abbia voluto ritornare al monoteismo delle tre religioni abramitiche, giudaismo, cristianesimo, e islamismo che sono le tre religioni monoteistiche dell’uomo; tutte le altre religioni hanno una pluralità di divinità. Però ciò che è importante nel dettato del Corano, non è ciò che ha pensato Maometto, perché Maometto stesso dice di avere una sorgente ispirativa che chiama Gabriele, e quindi di scrivere ciò che Gabriele gli detta. E allora la domanda fondamentale è: cosa ha voluto, che intenzioni ha avuto, questo Arcangelo Gabriele dettando a Maometto questa sentenza che dice: Allah è l’unico e non ha figlio? Dove Allah - Eloah o Allah è lo stesso - è una variazione araba di Elohim.

Che intenzione ha avuto questo Gabriele ispirando questa frase?

L’intenzione di questo Arcangelo non può essere stata che quella di cancellare nell’umanità la coscienza del Figlio, perché è chiarissimo che questa affermazione si riferisce al Cristo, che si è chiamato – sopratutto nel vangelo di Giovanni - Figlio di questo Padre.

Tra l’altro, come piccola aggiunta conoscitiva, potete leggere in Steiner cose importantissime per capire l’evoluzione dell’umanità. Se è vero che l’evento del Cristo, tra le altre cose, ha creato una scissione degli spiriti - perché tutte le gerarchie celesti, poste di fronte al mistero del Golgota, poste di fronte alla morte del Cristo in croce, sono state tutte costrette a prendere posizione nei confronti del Cristo, nei confronti di questo rischio assoluto della divinità sulla libertà umana, perché Cristo che muore in croce è la divinità che si fa impotente e pazza per permettere la libertà umana - a livello di tutte le gerarchie (quindi Angeli, Arcangeli...) c’è stata una parte che ha rischiato col Cristo - quindi è andata col Cristo mettendo al centro dell’evoluzione il grosso rischio della libertà umana - e c’è stata una parte che invece è inorridita di fronte a questo rischio ed è rimasta veterotestamentaria.

Quindi, questo Gabriele che ha ispirato Maometto è un Arcangelo che si è rifiutato di andare col Cristo e che è rimasto all’Antico Testamento, e perciò il suo compito è quello di negare il Cristo. Se tutto questo è vero, se risulta a livello conoscitivo -a me interessa conoscere l’oggettività dei fatti, io non mi sogno neanche di dire alle persone quello che devono fare (questioni di ognuno), invece mi interessa la conoscenza oggettiva dei fatti- se le cose stanno così, allora questo Gabriele ha avuto il compito di essere una delle più fondamentali, necessarie, evolutivamente necessarie, controforze all’impulso del Cristo; e se è così, capisco il fenomeno Islam.

Non dirò che è l’unica controforza all’essere Cristo, ma certamente è una delle più fondamentali perché ha creato un miliardo e duecento milioni di persone, di esseri umani, che vivono in questa negazione del Figlio, chiarissima nel Corano. Ciò non vuol dire che, avendo questa chiave di lettura del Corano, adesso io sappia come interagire col mio fratello umano che è cresciuto nell’Islam; questa è tutta un’altra questione, perché io non ho il diritto di identificare questo essere umano col Corano.

Quindi le affermazioni che io ho fatto, sono affermazioni che riguardano questo Gabriele e la sua funzione - tra l’altro necessaria - di forza opposta al Cristianesimo.

Tu parlavi delle religioni che non ammettono il Figlio. Quindi il Corano che nega il Figlio...

I3. ...non conosce neanche il Padre; neanche il Dio che loro dicono di conoscere.

Archiati: ...quindi non conoscono la natura umana; manca la consapevolezza dell’essenza della natura umana, perché si può conoscere il Padre, quindi l’essenza della natura, soltanto se si conosce il Figlio.

I2. Lo stesso vale per la scienza naturale...

Archiati: Lo stesso vale per la scienza. Quindi la scienza, che è una scienza di onnipotenza di natura, che nega la libertà… la scienza naturale del mondo occidentale è puro islamismo.

Non soltanto non ha nulla a che fare con il cristianesimo, ma è una negazione diretta del Figlio. Quindi il compito dell’islamismo, sorto nel VII secolo, è quello di far sorgere in occidente, con la scienza naturale degli ultimi secoli, la controforza necessaria, ma la più micidiale che si possa immaginare, contro il Cristo.

I. …ma non conosce neanche il Padre.

Archiati: Certo, non conosce la natura umana, perché cosa dice sulla natura umana?

I. Dice che è puro determinismo.

Archiati: Che è puro determinismo. E’ un disconoscere completo, totale, della natura umana.

I. Pietro, volevo dire, il Cristo sta dicendo loro: voi non riconoscete il senso dell’evoluzione, perché se non riconoscete Me non riconoscete nemmeno il progetto di chi mi ha mandato.

E Lui sta dicendo lorosiccome tutto è partito dall’affermazione Io Sono la Luce e chi segue Me fa il percorso evolutivo verso la Luce, gli viene detto: ma tu come fai a dire queste cose? Lui risponde dicendo Io lo dico perché so da dove vengo e dove vado. Tutto questo discorso fino a qui è fondamentale perché Lui dice: se non riconoscete me, non capite nemmeno in quale direzione stiamo andando; e quindi se non riconoscete me non capite perché il Padre ha fatto il progetto; che cosa sto facendo Io nella conduzione dell’evoluzione eccetera, eccetera.

Archiati: Allora, chiamiamo la prima parte dell’evoluzione determinismo di natura. Una delle affermazioni fondamentali del vangelo di Giovanni è che il Padre manda il Figlio. Quindi non si ferma a se stesso, il senso del Padre è che c’è un Figlio.

Il Padre manda il Figlio ci fa porre la domanda: qual è il senso del determinismo?

La liberazione dal determinismo. Ci può essere libertà senza liberazione? Sarebbe una libertà già bella e data, non conquistata, quindi non sarebbe libera. Quindi ogni libertà è liberazione dal non libero.

La liberazione dal non libero cosa presuppone? Che ci sia il non libero.

Quindi l’affermazione globale sull’evoluzione è che il senso del determinismo è la liberazione; e la liberazione è l’esperienza del Figlio.

Chi fa l’esperienza della liberazione quale esperienza fa, per forza?

I3. Della non-liberazione?

Archiati: di ciò che lo rende non libero. Quindi, o io faccio l’esperienza di tutte e due, della liberazione e quindi faccio l’esperienza di ciò che mi determina, oppure di nessuno dei due. Quindi queste due testimonianze vanno sempre insieme. Chi conosce il Padre conosce anche il Figlio; voi non conoscete Me e quindi non conoscete neanche il Padre: non conoscete il Padre perché non conoscete Me, non conoscete Me perché non conoscete il Padre.

Credete che il vostro Jahve sia il Padre, ma se Jahve fosse il Padre divino riconoscereste anche il Figlio, perché l’uno non si può capire senza l’altro.

I2. Quindi queste persone che vivono adesso nell’Islam... c’è proprio questa discrepanza assoluta perché loro, in quanto esseri umani, nel vissuto queste cose le vivono ben bene, però a livello di teoria, della loro interpretazione della realtà, nella misura in cui si fanno possedere dalla loro religione vanno fuori; c’è proprio una discrepanza assoluta...

Archiati: E adesso ti chiedo: e noi? Siamo molto meglio?

I2. No, no anche per noi, perché il materialismo è la stessa cosa; l’abbiamo detto prima.

Archiati: però un conto è avere in mano, come strumento di coscientizzazione, questo tipo di testo che fa questo tipo di discorso, il discorso che stiamo vedendo -traducendo dal greco, non è che io mi stia inventando le cose, sono scritte- e un conto è avere come testo fondamentale religioso, come sacra scrittura, un testo che ti dice: Dio non ha Figlio.

Dio non ha Figlio. Qui sentiamo continuamente il Figlio parlare di suo Padre.

Te li trovi lì tutti e due e il Cristo ti dice: guarda che l’uno non lo puoi avere senza l’altro, e l’altro non lo puoi avere senza il primo. Questa è la differenza.

Non è tanto il fatto che noi siamo cresciuti molto di più che gli altri. In altre parole, si potrebbe dire che i nostri peccati di omissione sono molto più gravi che non quelli delle persone nell’Islam, perché noi abbiamo avuto gli strumenti per accedere ad un gradino di coscienza di tutt’altra natura, e non siamo neanche all’inizio.

Vedete che è finita con il senso di superiorità? Chiaro?

Allora il discorso è pulito.

Perché ci sono tanti cristiani che si ritengono migliori?

Perché loro sono cristiani e quegli altri sono musulmani… capito?

No, in realtà tu, se sei uno scienziato di scienza naturale, il tuo gradino di coscienza è ancora più micidiale; perché loro conoscono l’onnipotenza di Allah, ma lo scienziato naturale nell’occidente cristiano è ancora più anticristico perché pone un determinismo, un’onnipotenza assoluta della natura e nega del tutto la libertà.

Quindi lo scienziato occidentale nel mondo cristiano, il vero scienziato materialista, è molto più mussulmano che non il credente normale nel mussulmanesimo il quale vive in questa contraddizione un po’ bambina, dove la teoria gli dice che Allah è onnipotente, ma fa l’esperienza della libertà, e continua a dire: se Allah lo vuole, allora c’è la libertà.

Allora la negazione più micidiale, più assoluta, più sistematica della libertà non è nell’Islam, è nella scienza materialistica in occidente. Però, storicamente, si può ricostruire e si può dimostrare che la scienza naturale occidentale è una propaggine, è sorta sul filone dell’Islam... con l’esclusione del cristianesimo, il cristianesimo non ha nulla a che fare con questo tipo di evoluzione. Cose che Steiner descrive in un modo molto esteso e convincente, soprattutto nei sei volumi sui nessi karmici[3], conferenze che ha tenuto verso la fine della sua biografia.

I. Si può dire che l’Islam ha islamizzato la Chiesa Cattolica?

Archiati: No, non tanto la Chiesa Cattolica, la scienza occidentale.

I. E la Chiesa Cattolica di conseguenza...

Archiati: No, no, la Chiesa Cattolica non ti nega la libertà...ha un Tommaso d’Aquino, ha un Aristotele. Il cattolicesimo non ti viene a dire l’uomo non è libero in un modo così rudimentale... capito?

I. La scienza te lo dice matematicamente?

Archiati: No, la scienza te lo dice dogmaticamente. C’è molto più dogmatismo nella scienza che non nella teologia. La teologia non ha più nulla da dire, quindi non ha più dogmi, perché a quelli che aveva prima non ci crede più nessuno, invece la scienza moderna si presenta con dogmi scientifici.

I. C’è molta fede in questi dogmi senza conoscenza.

Archiati: Ma certo, ma certo. Quindi se noi ci chiediamo: chi è più dogmatico, il teologo medio o lo scienziato medio? La risposta è: lo scienziato medio è molto più dogmatico.

Perché il teologo normale non ha più niente da dire, invece se io mi presento in Germania, per esempio, e affermo che l’essere umano ha la capacità di essere libero -non è che lo sia per natura, altrimenti non sarebbe libero, ma ha la capacità di vincere il determinismo di natura- t’arrivano gli scienziati che ti dicono: tu sei un cretino!

Questo è dogmatismo; ma il teologo non viene a dirmi che sono un cretino, sta zitto. Quindi il dogmatismo più feroce, più intollerante, si trova nella scienza non nella teologia. I teologi non li legge più nessuno, non li ascolta più nessuno.

Dov’è il Padre tuo? La visibilità, la percepibilità del Padre è la natura. Lui parla di questo Padre però gli dicono: faccelo vedere, di chi stai parlando? dov’è tuo padre? Loro pensano a Giuseppe nato in Nazareth.., nato a Betlemme... poi salterà fuori: ma noi il padre di questo lo conosciamo. Di chi parla, quando parla di questo padre? Quindi il mondo, la creazione, è la visibilità di Dio Padre. L’umanità è l’incarnazione del Figlio; nell’umanità si incarna il Figlio ma nel mondo delle pietre, delle piante, degli animali, si rende visibile, si rende percepibile il Padre.

Perciò, come semplificazione, vi dico: il Padre lo traduciamo con tutto ciò che è natura. Vedremo che poi uno degli Apostoli dirà: Mostraci il Padre tuo, e allora finalmente avremo capito... e non è che gli si possa tirar fuori una fotografia e dire: eccolo qua!...

8, 20 - Queste cose disse nel luogo del tesoro del tempio insegnando nel tempio. E nessuno lo agguantò, perché non era ancora giunta la sua ora.

Diciamo che si rende occulto. Come fa a sparire? Questa aura...

Allora gli esseri umani, molti - non tutti, molti - avevano la possibilità di vivere quest’aura di luce, questo parlare, questo riecheggiare spirituale potente delle parole; questo Gesù di Nazareth, mentre il Cristo parla attraverso di lui, mentre il Cristo riluce attraverso lui, come dire, è come una presenza visibilissima di luce. Nel momento in cui il Cristo - come quando ci si addormenta - si ritrae un pochino dalla connessione diretta con il corpo del Gesù di Nazareth, si guardano in giro e vedono che... non c’è più nessuno che si distingue dagli altri! Questo significa forse che mentre il Cristo si manifesta con la visione, con la parola, loro riescono chiaramente ad individuare chi è il portatore del Cristo? No, no, non è detto. A maggior ragione quando si ritira, resta loro la domanda: attraverso chi si è manifestato?

Questo mistero, questo tipo di spiegazione che dà Steiner - non la dà la teologia, perché la teologia non ha queste chiavi di conoscenza - ci fa capire e ci spiega in un modo convincente perché il traditore fosse necessario. Ma se l’identificazione fisica di Gesù di Nazareth fosse stata così facile - che tutti sapevano chi era questo tizio che ha fatto tutte queste gesta poderose, addirittura di risvegliare il Lazzaro - avevano bisogno di uno che dicesse loro chi è? Perché hanno bisogno di uno che dica loro chi è?

I. Perché non riuscivano a riconoscerlo.

Archiati: Perché hanno paura di acchiappare quello sbagliato. In altre parole, soltanto i dodici, diciamo, in base ad una dimestichezza di tutt’altra natura con Gesù di Nazareth, col Cristo, sono in grado di sapere con precisione E’ quello lì! Colui a cui io darò il bacio, è Lui.

Qui i teologi si trovano di fronte ad un enigma, perché devono spiegare: ma se è un personaggio pubblico, che addirittura è diventato così pericoloso che lo vogliono far fuori... addirittura nella Pasqua, nella festa di Pasqua, dove c’è tutto il popolo che va a Gerusalemme... adesso non sanno chi è? E hanno bisogno di uno che dica loro chi è? Ah,... ma perché era notte e non ci si vedeva… è l’argomentazione, ma allora non ci vedeva neanche Giuda! Che poi loro sono andati con le lampade e con le torce, non Giuda…

I1. Si, questo è convincente, ma il soma lo hanno visto in tante occasioni pubbliche...

Archiati: Cosa hanno visto?

I1. Gesù di Nazareth

Archiati: No, no, no.

I1. Gesù di Nazareth, lo sanno chi e?

Archiati: No, non tutti. Non tutti.

I1 ...anche perché poi, scribi e farisei volevano ammazzare Gesù di Nazareth, mica il Cristo, che non conosco neanche!

Archiati: Ma loro il concetto di Gesù di Nazareth non c’è l’hanno; non sanno chi è, non sanno di chi si serve questo Essere così potente, spirituale, per agire sulla terra. Non lo sanno! Altrimenti qui lo acchiapperebbero, per esempio.

I. Si manifesta anche attraverso i dodici?

Archiati: Certo, certo, in via eccezionale, però questo te lo dice Steiner.

E’ una spiegazione che conferma ulteriormente il fatto che non fosse semplice l’identificazione.

I. Queste cose che dice Steiner, leggendo il vangelo ad un certo punto te le chiarisci.

Archiati: Si però, devi leggerli tutti e quattro, con molta attenzione. Io questo l’ho fatto e ci sono alcune cose, anche nei sinottici, dove mi sono detto: ah, ah.... questo si spiega soltanto se il Cristo si è manifestato qualche volta, in via eccezionale, non soltanto e sempre attraverso Gesù di Nazareth, ma anche attraverso uno dei dodici.

I. Allora, nel fatto dell’adultera... non l’hanno riconosciuto?

Archiati: Non si è manifestato con potenza divina: si è piegato a terra, è stato zitto. Siccome loro insistevano, ha detto: chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra. E’ un momento in cui il Cristo trattiene al massimo la sua potenza divina, e quindi questo ci consente di dire che è Gesù di Nazareth, maggiormente. Qui, dove c’è questa rivelazione così potente del Padre e del Figlio: Io sono la Luce del mondo… chi parla, chi può dire questo?

Mai un Gesù di Nazareth. Soltanto il Cristo può dire Io sono la luce del mondo.

In altre parole - però è una semplificazione, quindi prendila come un avvio su cui poi lavorare - possiamo partire dal presupposto che dobbiamo accettare che ci sono certi momenti, per natura di ciò che viene detto e viene fatto, dove è Gesù di Nazareth, diciamo, maggiormente in primo piano, e altre transazioni con gli esseri umani dove è il Cristo in primo piano. Nell’affermazione Io sono la luce del mondo sono confrontati col Cristo, perché nessun uomo, neanche Gesù di Nazareth, può mai dire Io sono la luce del mondo.

Nell’affermazione che dice chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra, che cos’è che ci dà la legittimità di vedere il Cristo che pone in primo piano il Gesù di Nazareth?

Il fatto che questa affermazione è una bella, intelligente, pensata umana!

Ogni essere umano che fosse stato messo in quella trappola e fosse stato intelligente e desto, per trovarsi un modo per cavarsi d’impiccio avrebbe detto una frase del genere. Perché lui, dicendo una frase del genere - ecco il lato di intelligenza anche umana di Gesù di Nazareth, che partecipa naturalmente alla realtà del Cristo - sta a dire: io vi do un tipo di risposta che non cade né nell’uno né nell’altro tranello; non vi dico né di ucciderla, né di non ucciderla, ma vi rimando alla domanda se è legittimo uccidere un’altra persona a causa del suo peccato, sapendo di essere io stesso peccatore. Questa pensata la può fare soltanto un essere divino, o la può fare anche un essere umano? La può fare anche un essere umano.

I. E lo scrivere dentro la terra?

Archiati: Questa è un’altra cosa, è un’altra cosa! Qui non dice nulla.

I. Ma fa!

Archiati: Si, fa, però non è una manifestazione di potenza del Cristo!

Per chi non capisce il gesto, domando: è un gesto di teofania? No.

Invece l’affermazione Io sono la luce del mondo è per essenza l’affermazione teofanica! Questa è la differenza.

Cioè, bisogna sapere distinguere tra automanifestazioni di Gesù Cristo che sono, per essenza, riferite al suo Essere divino come l’affermazione che dice Io sono la luce del mondo, e altre automanifestazioni che non costringono chi vede e chi sente a riferirsi all’Essere divino.

Scrivere per terra, non ti costringe a pensare all’Essere Divino; scrivere per terra lo può fare anche un essere umano!

I1. Io non capisco come nei vangeli, dove ci si riferisce ai farisei che interloquiscono con Gesù di Nazareth, questi poi non lo riconoscano. Se due parlano, a botta e risposta come stiamo facendo noi, com’è che poi non si riconoscono? Questa forza travolgente, questo lo posso capire -una forza che prima c’era e poi non c’è, questo lo comprendo... - però mnemonicamente magari me lo ricorderei chi è questo Gesù, il portatore di questa forza che come viene sottolineato è Gesù...

I2. Completo la domanda: tu hai detto anche altre volte, che il vangelo di Giovanni dice Gesù per sottolineare l’incarnazione del Cristo.

Archiati: Ma sempre dice Gesù!

I2 …e appunto, allora come fanno a non riconoscerlo?

Archiati: Se il Cristo si rende acusticamente udibile, perché questi giudei non erano Angeli, con quale voce si rende acusticamente udibile? Con quella di Gesù. Ma la questione è un’altra. Lui sta parlando del Padre e dice voi non lo conoscete, non è il vostro Jahve, come fanno loro a capire di che si tratta? Forse lo capiamo meglio noi, oggi? No.

Poi ti arriva con l’affermazione fondamentale - parla del Padre suo e Lui è il Figlio - e poi Io sono la luce del mondo, che ci capisci? E anche a duemila anni di distanza, i teologi che ci capiscono? Cominci a capirlo soltanto se riprendi tutta la tradizione greca, la filosofia del Logos, quindi la sapienza cosmica, però individualizzata e quindi che diventa sempre più intelligenza gestita dall’essere umano - altrimenti la chiamerebbero Sofia - con l’affermazione che questo Essere del Logos, che è l’Essere del Sole, lo Spirito del Sole che noi chiamiamo l’incarnazione del Cristo, è il Logos… Quindi è lo Spirito del Sole che diventa Spirito della Terra. Però presuppone un minimo di fondamenti di ciò che noi chiamiamo Scienza dello Spirito, che la teologia non ha.

Allora, se io so che colui che dice Io sono la luce del mondo è lo Spirito del Sole, comincio a capire cosa intende dire; ma una teologia che non sa neanche che esiste lo Spirito del Sole, che pensa che il Logos greco sia una categoria filosofica ma non un Essere, non può pensare che si sia incarnato, non può pensare che parli dall’interiorità di un essere umano e non può capire cosa significhi quando dice Io sono la luce del mondo.

I2. Sì, ma la domanda era: com’è possibile che questi che interloquiscono fisicamente con Gesù e poi non lo riconoscono? Ci parlano, ci dialogano, ci discutono, è una persona fisica che sta parlando e poi non lo riconoscono?

Archiati: Si, e Lui parla del Padre suo, che loro non conoscono… quelli che devono capire?

I2. …si, tutto quel discorso è perfetto, ma noi diciamo: come fanno a non riconoscerlo se ci hanno parlato fino a cinque minuti prima, detto molto elementarmente!

Archiati: Perché noi viviamo in tempi di materialismo per cui non riusciamo ad immaginare, e guarda che è una questione di fantasia. Adesso tu seguimi: non riusciamo ad immaginare che - supponiamo che ci siano una cinquantina di persone - loro sentono questa voce, che è umana, ma non sanno da quale corpo venga. Non sanno proprio da quale corpo viene!

Anche qui, quando uno parla - per dirlo proprio concretamente - io stesso dovrei usare gli occhiali: capisco che uno sta parlando, ma non si capisce da che parte provenga la voce; questo tipo di fenomeno allora era comune! Invece tu parti dal presupposto che, siccome noi sappiamo da quale corpo viene la voce, dovessero saperlo anche loro. Steiner continua a dirci: guarda, non sottovalutare i mutamenti psicologici enormi dell’essere umano, ed è questo che bisogna capire; non tutti sapevano - o la maggior parte - da quale corpo venisse la voce.

I3. Si potrebbe anche citare l’episodio di quando arrestano Gesù, in cui chiedono: Chi è Gesù di Nazareth? Lui dice: Io sono, e tutti cadono per terra…

Archiati: No, chiedono: chi cercate? !

E loro dicono: cerchiamo Gesù di Nazareth , e Lui dice Io sono! Ja-hve, egw eimi (egò eimì).

I3... e cadono tutti quanti per terra, e lì si potrebbe dire che lo dovrebbero riconoscere subito; e invece, a maggior ragione, quella caduta sta ad indicare che c’è un fatto straordinario.

I4. Pietro, c’è stata tutta una preparazione per avere un corpo idoneo a ricevere il Cristo, e adesso questo Cristo me lo collochi altrove, sembra che si incarni anche nei dodici Apostoli...

Archiati: No, no, qui ti stai riferendo alla posizione di Maria Valtorta.

Steiner distingue tra due fenomeni del tutto diversi. Un fenomeno che chiama incarnazione e un fenomeno che chiama incorporazione. L’incorporazione è una presa di possesso, un avvalersi della realtà fisica di un essere umano da parte di un essere spirituale, a carattere transeunte, passeggero, che dura un’ora, una giornata. Invece, l’incarnazione consiste nel fatto che uno spirito si congiunge con un essere umano con tutta la sua corporeità, fino alla morte, e allora si chiama incarnazione. Quindi il Cristo si è incarnato SOLTANTO nel Gesù di Nazareth, però non vuol dire che tutti i minuti di quei tre anni debba stare congiunto con Gesù di Nazareth, tant’è vero che il nostro spirito, ogni notte si separa…

I4. Però, vedi, io lo prendo come una forzatura questo modo di Gesù di apparire e sparire, non lo sento tangibile e reale...

Archiati: Parli di Gesù o del Cristo?

I4. Parlo del Cristo che si presenta, lo vedono, non lo vedono e non viene colto nella sua essenza, nella sua sostanzialità. So che è un problema mio.

I2. …non è solo un problema tuo....

Archiati: Queste cose sono così fondamentali… e non dico cose per accattivarmi la tua simpatia; adesso ti chiedo, se vuoi essere così gentile, di prender in mano il testo evangelico e di leggerci l’ultimo versetto dell’VIII capitolo.

I4.…non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico, prima che Abramo fosse, Io sono” allora raccolsero pietre per scagliarle contro di Lui, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio”.

Archiati: Cosa è accaduto?

I4. Io vedo che ha annunciato una verità talmente grande per loro, che a questo punto per loro è una bestemmia e vogliono ucciderlo.

Archiati: …e sono lì, con le pietre: sono pietre fisiche o metafisiche?

I4. Dentro nel tempio sono metafisiche, se fossero fuori potrebbero anche essere vere.

Archiati: No. Se vogliono lapidarlo non possono essere pietre metafisiche. Sono pieni di ira contro di lui, è talmente visibile perché è al centro della situazione e sparisce… come fa a sparirgli?

I2 si nasconde.

Archiati: Come fa a nascondersi?

I4. Io ho letto quanto dice Maria Valtorta: è riuscito a ripararsi con Pietro e in mezzo ad altre persone, e c’era una porta lì vicino…

Archiati: No, no, questa è una falsificazione.

Questa è una interpretazione falsifica del vangelo; questa persona falsifica il vangelo perché è un’interpretazione così materialistica che non conosce un modo reale, possibilissimo, di rendersi occulto e il termine tecnico, in greco ekrubh (ecrube), significa si rese occulto.

Quindi, se Maria Valtorta dice queste cose non capisce nulla.

I4. Io ho visto anche altre cose nel testo di Maria Valtorta…

Archiati: Perché allora il vangelo non vi dice che Nicodemo lo protesse, lo nascose, eccetera?

I4. Perché in Maria Valtorta ho una lunga descrizione di dieci libri; qui ho una descrizione molto rapida e dice solo il fenomeno per cui Lui va via, insomma, non si fa catturare.

Archiati: Tutto quello che tu dici è in contraddizione con ciò che il testo originale dello scrittore di questo vangelo ti dice. Può darsi che la Valtorta non abbia la minima idea del greco, non lo so. Letteralmente, dal greco: Presero dunque delle pietre -hran oun liqouV (éran ùn lìtos) affinché le scaglino su di lui -ina balwsin ep'auton (ina bàlosin ep'autòn)- letteralmente, Gesù si rese criptico - IhsouV de ekrubh (Iesùs dè ecrube).

I2 Ah ecco… perché invece si nascose, uno si nasconde... così invece torna!

Archiati: La teologia ha condannato, ha, come dire, ostracizzato proprio questo tipo di discorso; la lingua italiana ha proprio una parola tecnica per dire questo: si occultò! ekrubh! E il termine tecnico, che si occultò, vuol dire terminare di essere…

I. …visibile, percepibile…

Archiati: …esteriormente!

I2. Ma il verbo greco risolve il problema, perché il “si nascose”, come viene tradotto, può essere anche un nascondersi fisico, materiale...

Archiati: ekrubh, ecrube, divenne criptico! Ma un parlare criptico, cosè? Stiamo barando o vogliamo essere onesti? Prendiamo questo “si nascose” fisico, come fece? Se erano lì che lo volevano lapidare, come fa? Fuggendo? Ma dove? Sono tutti lì che lo circondano! Non si può fisicamente, è inconcepibile che si nasconda fisicamente!

Se vogliamo essere onesti… un minimo di onestà intellettuale! Quindi la teologia, che non conosce questi fenomeni, non può essere onesta di fronte a questi fenomeni. Oppure, ditemi voi se questo nascondersi fisico è possibile? Ma no, è una baggianata.

I4. Però Gesù in quei momenti lì, non era mai solo. Era sempre circondato da numerose persone… In quel momento lì, Lui è scappato protetto dai suoi apostoli, per una porta che Nicodemo Gli ha indicato...

Archiati: Sia chiara una cosa, che io non ti detto ciò che tu devi pensare, però ti dico e ti ripeto con tutta chiarezza che questo tipo di interpretazione io la ritengo del tutto aberrante. E voglio che questo sia chiaro.

Questo tipo di interpretazione distrugge tutto l’evento del Cristo e dimostra il materialismo raddoppiato, al quadrato, di una Maria Valtorta che ha bisogno di questo tipo di spiegazione aberrante per spiegarmi come è scappato via.

Non ha la minima idea.

Ci auguriamo una buona notte?

28 dicembre 2002, mattino
vv 8,20 – 8,24

Ieri siamo arrivati al versetto 20, cosa non da poco fare in una giornata venti versi.

8, 20 - Queste parole disse nel luogo del tesoro insegnando nel tempio e nessuno lo agguantò perché non era ancora giunta la sua ora.

Queste parole - tauta rhmata (tàuta rémata) - disse -elalhsen (elàlesen): disse in un modo umano, comprensibile all’essere umano; il Logos è il Verbo, quindi è la capacità di articolare il pensiero con la parola. Nella stessa parola logos ci sono tutte e due le caratteristiche fondamentali dell’essere umano, presupponendo naturalmente che sia eretto: essere capaci di pensare ed essere capaci di comunicare all’altro il proprio pensiero, parlando.

La parola greca logoV (logos) contiene tutti e due.

E' la logica immanente, il verbus interior: la parola interiore è il pensiero e questo pensiero si esprime comunicandosi con la parola.

E logos contiene entrambi: il pensiero e il pensato che si comunica con la parola.

Legein (leghein) significa parlare, significa anche raccogliere, in tedesco zusammenlesen, mietere; ciò che era disperso nel campo viene mietuto.

I. Legare in italiano, viene da li?

Archiati: No, non legare, raccogliere; in tedesco lesen significa leggere, ma significa anche raccogliere. Cosa si raccoglie quando si legge?

Le lettere sono disperse, le parole sono una accanto all’altra, ma io posso leggere per capire il significato di quello che leggo soltanto se raccolgo in una unità le parole che sono una accanto all’altra.

In altre parole, cos’è una frase?

E’ una raccolta di parole, ma raccolta significa che le devo vedere nella loro struttura unitaria. Pensare significa unificare, creare, trovare i nessi.

Le parole che sono una dopo l’altra, disperse, come faccio a sapere che sono una frase, che è finita la frase?

I. C’è il punto.

Archiati: Ah! perché c’è il punto? Non lo sapevo!

Lo so col pensiero che queste parole vanno insieme e le altre dieci vanno pure insieme, ma non le mischio però! L’italiano purtroppo, nel leggere ha soltanto la raccolta che facciamo pensando quando leggiamo il testo scritto, e non ha l’altro significato di raccogliere in generale che c’è in greco e in tedesco, tale e quale; si capisce? Naturalmente in tedesco, quello di raccogliere, viene usato un po’ meno: auserlesen.

Eletto… che cosa vuol dire eleggere? Eccolo l’altro significato, è lo stesso verbo: leggere.

I. Anche erbsenlesen, raccogliere

Archiati: Quando io raccolgo le spighe - da bambini l’abbiamo fatto tante volte - ogni raccogliere è un raccogliere perché si lascia qualche cosa; quando si raccolgono le spighe, cosa si lascia? La paglia. Quindi ogni lesen comprende che qualcosa si lascia, quindi lascio via quello che non appartiene.

Se faccio il punto vuol dire che quello che viene dopo non appartiene più, quindi il logos è un processo di discernimento: leggere ed eleggere; il pensare significa discernere e per discernere bisogna capire le cose. Devo capire cosa appartiene e, tra l’altro, ogni parola è un conglomerato, se vogliamo, una raccolta di lettere. Se scrivo COM, vi basta? Cosa ci manca?

I. Il resto

Archiati: E perché non ti basta?

I. Perché non ha un significato.

Archiati: E chi ti dice che non ha un significato? Come fai a saperlo?…

Col pensiero!

Tu pensi che un gattino che vede questo si ponga il problema?

Perché il gatto non ha questo problema? Perché non pensa.

I. C’è anche un vissuto

Archiati: E cosa vivi qui?

I. Che manca qualcosa…

Archiati: Incomprensione e insoddisfazione; c’è l’aspettativa di ricerca, quindi il vissuto è molto più complesso che non il dire non significa nulla, capito?

Allora, queste parole - rhmata (remata) - disse. Ero partito dal logos: legein (leghein), ma c’è anche il verbo lalhin (làlein), questo verbo che qui si ripete; in italiano, la lallazione.

Diciamo, sono due forme fondamentali di uso del linguaggio: il linguaggio balbettante del bambino che sta cominciando - sta cominciando lo stadio incipiente dell’uso del linguaggio, dunque il balbettare, il lallare del bambino - poi c’è un continuum, però c’è un uso del linguaggio di una certa perfezione dove il linguaggio sgorga da un tipo di pensiero che comprende le cose. Per cui non è più un balbettare, non è più una lallazione, ma è un parlare pensato. Ora, nell’evoluzione uno dei caratteri della svolta è che la rivelazione divina, che caratterizza la comunicazione tra il divino e l’umano fino alla svolta (questo è l’evento del Cristo duemila anni fa, e vi siamo ancora immersi) si ritrae per far posto ad un uso del linguaggio a partire dal pensare umano.

Se uno legge la Bhagavad-Gita, questa ha un’articolazione del linguaggio perfetta, divina, perché non è fabbricata dal modo incipiente, infantile degli esseri umani di articolare il linguaggio. Uno dei caratteri fondamentali della svolta, e lo abbiamo visto al III capitolo, è che questa rivelazione divina che usa il linguaggio con la perfezione del Logos, di un pensare divino, si ritrae per far posto ad un uso del linguaggio a partire dal pensare umano, e questo nuovo inizio dell’uso del linguaggio non può iniziare già perfetto.

Deve cominciare daccapo.

Quindi, diciamo, la perfezione linguistica della Bhagavad-Gita sta proprio ad indicare che è un fenomeno anacronistico, perché era consono allo stato di sviluppo tre, quattromila anni prima di Cristo; questo modo di rivelarsi la divinità stessa smette di metterlo in atto per far posto, adesso, al verbo che nasce dall’interiorità umana, e l’essere umano comincia da bambino.

Quindi una delle differenze fondamentali tra la Bhagavad-Gita e le Lettere di San Paolo sta nella perfezione dei pensieri, la perfezione linguistica della Bhagavad-Gita, e l’imperfezione assoluta delle Lettere di San Paolo.

Rudolf Steiner ha fatto una piccola serie di conferenze proprio su questo argomento -”La Bhagavad-Gita e le Lettere di Paolo”[4]- e dice: una delle differenze fondamentali è la perfezione assoluta di pensiero e anche di linguaggio, verbale, della Bhagavad-Gita, però come conclusione, come ultima manifestazione di una condizione divina dell’umanità; adesso questo deve smettere per far posto ad un modo di gestire la parola, ad un modo di gestire i pensieri che parte dalla libertà, dalla creatività dell’essere umano.

E questo essere umano è all’inizio.

Da un punto di vista di perfezione del linguaggio, Paolo è molto imperfetto: è personale, si arrabbia, però tutto quello che lui scrive è generato a partire dallinteriorità umana. Quindi al fatto che un induista venga a dire, ma questo è il vostro cristianesimo, i testi sacri sono così imperfetti...invece noi abbiamo una rivelazione così divina, così profonda, così bella… o si risponde in chiave di evoluzione - che ciò che divinamente era perfetto diventa anacronistico proprio perché il senso dell’evoluzione è il ritrarsi della divinità per far posto alla libertà umana - oppure c’è soltanto la nostalgia di ritornare a questa dipendenza rivelatoria della divinità, per cui l’essere umano non arriverà mai a conseguire la propria autonomia pensante e parlante.

Questo è il verbo che qui viene usato: la lallazione. Cioè come dire: “dopo che aveva detto queste parole...” dove il verbo usato non è legein (leghein), ma lalhin (lalein) per indicare il parlare in modo accessibile agli esseri umani. Quindi non è il Logos che rivela con un modo perfetto di rivelazione e compito dell’essere umano è soltanto di recepirla, di impararla a memoria e di dire non è cosa mia e poi sottomettersi, ma è un tipo di comunicazione che pretende che l’altro capisca e faccia suo; però, a quel punto, il linguaggio deve diventare molto più modesto, deve diventare argomentativo, deve diventare, come dire, umano; deve lasciar perdere la tentazione di voler essere perfetti e di operare suggestivamente attraverso la perfezione della forma.

Questo è il sacrificio, sacrificius intellectus, di rinunciare alla perfezione della forma che si impone suggestivamente in base alla sua squisita perfezione, per mettere in primo piano la possibilità di ogni individuo -per quanto modesto sia il suo pensiero- di afferrare il significato, di dire ci capisco, capisco di che si tratta…” e poi di masticarlo e farlo suo e di riesprimerlo a modo suo, con parole sue. E le parole sue, che usa per esprimere questo pensiero, sono più preziose proprio perché sgorgano da lui. Moralmente sono più preziose, hanno un peso morale maggiore.

Il pensiero più modesto che ci sia, più incipiente che ci sia, ha un peso morale maggiore in una evoluzione che apprezza la libertà umana, che non un pensiero perfetto che non sia la creazione dell’essere umano.

Domando: che cosa ha un valore morale maggiore, cosa di queste due è moralmente più buona, quale di queste cose ha una bontà morale intrinseca maggiore: un contenuto di pensiero perfetto che l’essere umano recepisce passivamente come rivelazione perché non è in grado lui stesso di produrlo, di crearlo, e vi si sottomette perché si sente schiacciato da questa perfezione, oppure un contenuto di pensiero, un dettato modestissimo, proprio terra terra, semplice, incipiente che però viene prodotto, creato, a partire dall’interiorità umana?

Ho posto la domanda: non che cosa è meglio, ma quale dei due ha moralmente nell’evoluzione un peso maggiore. Il peso morale maggiore è del secondo, non del primo, perché la perfezione divina c’è sempre stata e il bene morale dell’evoluzione non è la perfezione divina, perché per quella non c’è bisogno dell’evoluzione, c’è sempre stata!

Il peso morale dell’evoluzione è la creatività libera dell’essere umano, e quella è il bene morale dal primo momento in cui parte, in cui incomincia, e cioè dal primo momento in cui comincia a balbettare, semplicissimo, modesto, imperfetto.

Quindi l’imperfezione della libertà umana è moralmente più importante che non tutta la perfezione divina, perché tutta la perfezione divina non è cosa nostra; mentre l’imperfezione nostra è il bene morale nel senso che prima di tutto è l’inizio della nostra libertà e poi, facendo l’esperienza che è imperfetta, ci sentiamo accattivati a continuare a renderla sempre più bella.

In altre parole, per il bambino che cresce - non per i genitori, non per la mamma - cosa ha più valore? Tutte le parole perfette del linguaggio che la mamma sa, o i primi balbettamenti del bambino?

Per il bambino hanno più valore i primi balbettamenti. Viviamo in un mondo nel quale la divinità ha deciso di dare più peso morale all’imperfezione assoluta della nostra libertà che non a tutta la perfezione della divinità.

Questo vuol dire che la forza primigenia della divinità è l’amore, l’amore per l’essere umano… questo testo è intriso di questo pensiero fondamentale.

Se uno lo afferra è di una liberazione, di una bontà, di una gioia prorompente, perché non soltanto afferma il peso morale della responsabilità individuale, della libertà e della creatività dell’individuo, ma benedice l’imperfezione dell’inizio, perché l’inizio vuol dire imperfezione. Imperfezione è già moralismo, chiamarla imperfezione è già un moralismo.

Perché, quando il bambino comincia a balbettare, io dico che parla imperfettamente? No, dico che è l’inizio.

In altre parole, siamo abituati ad umiliare l’essere umano perché ci siamo messi in testa queste astrazioni di perfezione.

L’imperfezione dell’inizio è la sua perfezione, sennò non sarebbe l’inizio. In altre parole siamo pieni di categorie mentali: non va bene, non va bene, è imperfetto…

I. Però è giusto che ci sia l’insoddisfazione…

Archiati: L’insoddisfazione è tutt’altra cosa che il giudizio negativo.

La Chiesa è piena di giudizi negativi, no, no, questo è male, questo è male…avesse mai detto che cosa è bene!

E quando uno balbetta, invece di dire: che bello! bene che comincia a parlare!

Ti dice: è imperfetto, stai zitto… io ho le rivelazioni divine, io sono infallibile… Vedi? Vedi l’atteggiamento interiore moralistico che continua a mettere sotto sospetto, addirittura a tacciare di moralmente negativa la libertà, che non può neanche cominciare, perché appena comincia manifesta la sua incipienza.

In altre parole, il concetto moralistico della perfezione è che è perfetto, è buono, soltanto ciò che è già arrivato.

Bisogna cambiare completamente il concetto di perfezione, perché perfetto per l’uomo non è ciò che è arrivato; ciò che è arrivato si ferma e comincia ad essere del tutto imperfetto, invece è perfetto ciò che è per strada. La perfezione specifica dell’essere umano è di essere per strada, cioè di tenersi in movimento.

Su una linea che va 0 a 100 - ma a 0 non ci siamo più perché l’abbiamo già lasciato e a 100 non ci siamo ancora - supponiamo il caso di uno che sia a 20 e di uno che sia a 80: è più perfetto chi è a 80 che non chi è a 20?

Non si può dare una risposta, perché manca il criterio della perfezione.

Il criterio della perfezione non è se si è più avanti o più indietro, il criterio della perfezione è se si è fermi o se ci si muove. Se quello che è a 80 si ferma e quello che è a 20 si muove, quello che è a 20 è più perfetto; anzi quello che è a 20 ha la perfezione specifica dell’umano, e quest’altro che è a 80 diventa imperfetto, perché si ferma.

Quindi la perfezione specifica dell’umano è il camminare, non ne esiste un’altra.

Parlando della custodia del tesoro nel tempio: la custodia del tesoro è la facoltà del pensiero; il tempio è la corporeità umana come quintessenza della corporeità squadernata delle forze della terra. Il senso di tutte le forze corporee della Terra è di sublimarsi in questa corporeità sintetica dell’essere umano, che sintetizza tutte le forze naturali: le forze fisiche, le forze vegetali, animali e umane, per creare questa corporeità dell’essere umano, abitacolo dello spirito umano, come tempio dell’Io, intriso di divinità, perché si incarna per diventare creatore nel mondo della terra. In questo tempio c’è un tesoro, un luogo dove è raccolto il tesoro del tempio, che è il pensiero, il cervello come luogo fisico, e i pensieri che si pensano in connessione con questa cameretta che è il cervello, sono il tesoro stesso.

Se voi ora dite, ...si, però i tesori del cuore sono ancora più importanti… il cuore, senza la mente è nulla! Tant’è vero che quando ci addormentiamo, disconnettiamo il processo del pensiero dal nostro cervello fisico, e dove va a finire il cuore? Sparisce anche lui.

L’amore è una forma di pensiero; l’amore è una delle due forme fondamentali di pensiero, stiamo parlando del tesoro nel tempio.

Il Cristo dice queste parole in questo luogo del tempio di Gerusalemme dove veniva custodito il tesoro; tutte immagini naturalmente, che indicano il tempio del corpo, lo spirito umano che inabita il tempio, con la domanda: cos’è il tesoro?

E’ lo spirito, quello è il tesoro, ciò che è spirituale; la materia non è il tesoro, la materia non è preziosa, il tesoro è ciò che vi è di più prezioso. La materia non è preziosa perché sparisce, è peritura, quindi prezioso è lo spirito; e il corpo -questo tempio- è fatto apposta per custodire questo tesoro!

Ora dicevo, il pensiero ha due forme fondamentali: il pensiero intellettivo in quanto genera intuiti conoscitivi, e l’altra forma fondamentale che genera intuiti amanti volitivi, operativi. Sono due forme di amore, due forme di amore che però sono possibili solo col pensiero.

In Germania, forse, queste cose sarebbero meno problematiche perché la lingua stessa parte decisamente dal pensiero, quindi è scontato che ciò che noi chiamiamo amore è una forma di pensiero; in Italia la dimensione del pensiero va maggiormente conquistata; è una bella cosa, perché allora uno ci deve mettere più forza, più creatività, più libertà. Voglio dire, quando io penso per conoscere qualcosa, che tipo di amore è questo?

Che voglio conoscere. Voler conoscere è un tipo di amore perché soltanto se conosco posso poi sapere che cosa fa bene e cosa fa male a questo essere che io conosco; però l’intuito conoscitivo, l’amore conoscitivo, non è ancora incentrato sul voler fare qualche cosa, ma prima di voler qualcosa, vuole conoscere. Prima forma di pensiero e di amore: conoscere. Nella misura in cui conosco, pongo la domanda: che devo fare?

Perché non sono soltanto un pensante, sono anche un agente; in quanto agisco, mi chiedo in che cosa posso contribuire, che cosa posso fare, qual’è il mio compito, chi sono io nell’organismo del mondo?

Allora l’intuito conoscitivo suscita l’eros dell’intuito morale.

L’intuito conoscitivo è meno amore dell’intuito morale, di ciò che devo fare?

L’intuito conoscitivo -ve la metto in modo un po’ paradossale, se volete, calcando le tinte per farvi capire la cosa- l’amore conoscitivo è un amore molto più profondo che non l’amore, che non l’intuito morale di sapere che cosa devo fare.

L’intuito conoscitivo è puro amore nel senso che l’essere che io voglio conoscere viene posto al centro; quando invece, io pongo la domanda di cosa devo fare, pongo me stesso al centro, questo è inevitabile; non è che uno sia moralmente migliore dell’altro, però l’amore conoscitivo è amore puro, perché s’incentra sull’essere umano: chi sei tu?

C’è una specie di sospensione del proprio essere, e questo è puro amore. Noi invece, siamo abituati a chiamare amore l’altro, che è quello di fare qualcosa, dove sono io, ciò che faccio, in primo piano. In questo tipo di amore subentra di necessità l’amore anche di sé; quindi l’amore del prossimo presuppone l’amore di sé, perché si tratta di sapere qual’è il mio contributo.

Quindi puro è soltanto l’amore conoscitivo. L’amore conoscitivo rende importante l’altro, non se stesso; l’amore operativo deve rendere importante se stesso, perché deve sapere che cosa fa, deve preoccuparsi di saperlo fare, di procurarsi gli strumenti di cui ha bisogno per farlo, eccetera.

Perciò, se è vero che nel mondo c’è poco amore, è perché c’è poco amore al pensiero, non perché si faccia poco gli uni per gli altri; si fa troppo! Per amore proprio inevitabilmente, e questo come commento al tesoro del tempio.

Il pensare è il tesoro primo perché è amore puro, e l’agire è il tesoro secondo perché è un amore propedeutico al primo; la divinità ama più puramente perché non ha bisogno di agire. Non fraintendete questo paradosso, eh? Prendetelo dalla parte giusta. La divinità non ha la possibilità di agire nel mondo e perciò il suo amore è puro.

Insegnando nel tempio, quindi questo tipo di interazione del Logos, del Cristo, con l’umanità è il suo insegnamento, quindi un insegnamento che non ammaestra nel senso di rendere dipendenti; lo specifico, il modo di insegnare del Cristo è che mira a rescindere ogni tipo di dipendenza. Il maestro è un maestro moralmente buono se si rende superfluo; quindi l’arte di ogni pedagogia è di diventare superflua, cioè che la conduzione dal di fuori non sia più necessaria. E architettare, articolare l’arte del maestro, cioè degli impulsi che vengono dati dal di fuori in modo tale che siano digeribili, masticabili, che siano assimilabili dall’altro, è un’arte non da poco. Perché mettere lì delle cose belle e perfette che però non sono masticabili è più facile, è molto più facile…basta goderci un bel canto della Divina Commedia, è bello sì, però il problema è: quanto mastico io adesso di questo?

Al Cristo interessa insegnare in modo tale che anche il contenuto dell’insegnamento sia costruito, articolato, in modo tale che sia massimamente masticabile e digeribile; quindi probabilmente deve rinunciare, amorevolmente, ad un tipo di perfezione che ti schiaccia.

Immaginiamo, psicologicamente, che reazione devono avere avuto gli scribi e i farisei che reggevano il popolo in base a questa pappardella di rivelazioni del Vecchio Testamento -la Legge, i Profeti, eccetera, eccetera- e il popolino andava là a Gerusalemme… mi spiega Isaia. Lui capisce, io non capisco nulla… Ti arriva ‘sto pinco pallino da Nazareth che parla in modo che tutti capiscono e tutti gli corrono dietro… e ora che facciamo? Restiamo senza clienti? E i soldi? O ci fa fuori noi, o facciamo fuori Lui! Cioè, rendiamoci conto che cosa ha combinato, che tipo di interazione deve avere instaurato per farsi sbattere fuori! Col rischio, tra l’altro, di sobillare tutto il popolo contro di loro.

Il fenomeno Cristico è stato addomesticato dalla borghesia da duemila anni ad un punto tale che non ci si riconosce più nulla; è un fenomeno puro, di amore assoluto dell’essere umano bambino che comincia….perché fino alla svolta era stato rimbambolato di rivelazioni divine, si beava…Adesso ti arriva questo Gesù e ti dice: cosa fa a te ‘sta perfezione divina!? È bravo lui questo Dio, ma a te, che ti serve...? Una bella rivoluzione!

La prima parabola che racconta, quella del seminatore, la sapienza, che semina… mica decide lui cosa salta fuori! Una volta, in passato, decideva lui; adesso ‘sto povero seminatore semina e una parte va a finire sulla strada, una parte va a finire sui rovi… chi ascolta dice: ma che divinità è questa che non è neanche capace di decidere delle sorti del suo seme! E il Cristo dice, sì, è una divinità che ha deciso, vuole lei non decidere più delle sorti; è la sua decisione di non voler essere più decisiva; è la sua decisione di rendere decisivo, a partire da adesso, l’essere umano.

In altre parole, voglio dire: la perfezione di Dio -da pregare, da adorare- a me, che mi fa? Ci siamo trascinati per duemila anni una religione di matrice alienante con questo Dio fuori, ma non c’è un Dio fuori! Non esiste, è un’invenzione della casta che vuole mantenere gli esseri umani al guinzaglio, quando qui ti si dice continuamente: “guarda che l’unica cosa importante è quello che tu capisci, per quanto modesto, non importa!

La prima parola di un bambino: mamma… comincia a parlare! Vale forse di meno di tutta la perfezione del linguaggio dell’adulto? Non vale di meno, per quanto riguarda lui vale mille volte di più. Perché, a che serve a lui la perfezione del linguaggio della mamma? A lui, che gli serve?

Il massimo godimento della divinità, il massimo godimento che la divinità ha deciso di avere è di permettersi la libertà umana, ma la divinità non è così bacata da pensare che la libertà umana debba partire già perfetta. Non è stupida la divinità, sa che se si parte si parte all’inizio, non alla fine, però gode! Perciò è amore, gode dei primi passi della libertà umana, dove si fanno più sbagli che non cose giuste, infinitamente.

Per cominciare a essere liberi bisogna provare, provare, provare e fare un sacco di sbagli.

Il problema degli sbagli non è farli, è ripeterli, e li ripete chi non impara nulla.

Uno sbaglio che non si ripete è una fortuna, perché mi ha fatto imparare qualcosa; se non lo ripeto è perché mi ha fatto imparare qualcosa, perché allora lo chiamo sbaglio? Moralismo! Qualcosa in cui mi cimento, non posso in partenza sapere come andrà a finire; devo vedere come reagisce tutto il mondo, eccetera, eccetera, mica sono il Padre Eterno, già da sapere! Tra l’altro Lui si proibisce di sapere già in partenza come reagiranno gli esseri umani, altrimenti non sarebbero liberi, no? Lui si proibisce di sapere come reagiranno gli esseri umani, e io, per non fare sbagli, dovrei già sapere tutto quello che salterà fuori!

Ma è da stupidi… essere uomini significa provare ! E quando io provo dico che non va... Dire che è uno sbaglio è un moralismo, significa voler continuamente umiliare gli esseri umani e portarli a un punto tale da essere così impauriti, che non provano più niente.

Abbiamo una religione, una morale, di impaurimento… sbagli, sbagli, sbagli. Ma no! Gli esseri umani sono fatti per provare e si tratta di guardare come il mondo reagisce in modo da sapere di darsi una regolata e mantenersi in movimento.

Quando una nave ha fatto 30 chilometri e ci si dice ci siamo spostati un po’…che bisogna fare? Rettificare! No, sbaglio, è sbagliato! Come se la vita fosse fatta per non sbagliare.

Se la vita fosse fatta per non sbagliare, il Padreterno ci avrebbe tenuto nel paradiso, il che sarebbe stato uno sbaglio dall’inizio alla fine perché non saremmo mai diventati uomini. Vivere significa godersi i propri errori, perché si impara! Da che cosa si impara?

Quando s’impara una lingua… per esempio certi tedeschi non dicono una parola finché non sanno la lingua alla perfezione… ma anche certi italiani, naturalmente. Certe persone che imparano una lingua straniera prima vogliono saperla alla perfezione e poi cominciano a parlarla, perché non sopportano di fare degli errori; ma se non è la tua lingua materna, chi pretende da te che tu non faccia gli errori? Fai i tuoi sbagli, godili, perché gli altri, soltanto se tu li fai, se sono amorevoli te li correggono, e man mano che te li correggono impari, impari, impari.

Imparare una lingua significa godersi gli sbagli che uno fa all’inizio, perché se uno se li gode si accorge che sono sbagli; se uno non si accorge che sono sbagli non se li può godere. Avete mai sentito dalla Chiesa Cattolica un tipo di moralità di questo tipo?

Questo ti fa bene, questo no… ma allora non mi posso più muovere, e se non mi posso muovere da nessuna parte sto fermo. E’ ancora peggio, no? Star fermi è la cosa peggiore che ci sia. Invece il Cristo dice, muoviti! prova! Guarda il mondo, conoscilo! Prova di qua, prova di là,…. a forza di provare, qualcosa salta fuori sempre meglio.

In tante cose si vorrebbe essere perfetti per non tirarsi addosso lo strapazzo di diventarlo.

Il divenire è la perfezione dell’essere umano.

Poi abbiamo detto: 8, 20 - nessuno lo agguantò, perché non era ancora giunta la sua ora - e ci siamo chiesti in che modo avviene questo non riuscire ad agguantare il Cristo, e ho espresso abbastanza veementemente -non è una cosa personale - il mio principio di salvare o di compromettere il fenomeno Cristo: se noi abbiamo bisogno, perché il Cristo diventi occulto, di metterci attorno un Nicodemo e i suoi discepoli che lo nascondano fisicamente in modo che lui vada via, questo per me è puro materialismo, puro materialismo!

Significa cioè non avere in mano nessuna capacità di cogliere ciò che viene vissuto a livello dell’eterico, dell’astrale e dello spirituale.

Ieri sera vi ho detto che il Cristo termina di operare, quindi di manifestarsi e di parlare attraverso il Gesù di Nazareth; l’ho espresso dalla parte del Cristo che diventa occulto, nel senso che l’interazione tra il Cristo, il Logos, e il Gesù di Nazareth, per l’uomo d’oggi materialista è già una realtà di una notevole arduità da conquistarsi. Questo terminare, che è paragonabile all’addormentarsi dove lo spirito nostro si tira fuori dal corpo, rende il portatore del Cristo, come dire, privo di questa aura, per lo meno momentaneamente; lo disconnette da questa aura così umanamente conquidente, non però suggestivamente, e per chi guarda dal di fuori, le persone sono tutte uguali.

Poi, l’altra metà del fenomeno è che mentre il Cristo parla, coloro che ascoltano non è che vengano resi estatici - perché allora sarebbe l’antica rivelazione - ma anzi il modo di parlare del Cristo - e adesso dico le cose in modo che noi uomini d’oggi dovremmo capirle - è assolutamente logico (del Logos). Questo ti costringe ad una concentrazione, ad una attività tua tale che o tu stesso diventi più attivo nel modo di porti in rapporto a questo parlare Suo - che è un parlare umano, comprensibile a tutti - oppure non fai parte di quest’evento. Quindi, sei in questo tipo di concentrazione, termina la Sua automanifestazione, le persone presenti diluiscono la concentrazione del loro spirito e subentra la percezione normale che non percepisce più nulla di particolare… e Lui è sparito!

Quindi dobbiamo comprendere anche questa soglia, questo mutamento psicologico e spirituale interiore di chi ascolta. In altre parole, essere sottoposti all’autorivelazione del Cristo è una provocazione a concentrarsi in un modo molto più forte che non quando smette di provocare.

Adesso sono fuori da questa concentrazione… dov’è? dov’è? Non c’è più

E’ la concentrazione che non c’è più!

E’ come pensare che cosa ci succede - capita a tutti- quando ci capita di capire una cosa: ah! adesso capisco! E poi dopo… ce l’avevo… e dov’è il Logos? Ce l’avevo… dov’è? Dobbiamo usare questo tipo di esperienza, che è così reale, per capire questi fenomeni, altrimenti non li capiamo; altrimenti dobbiamo ricorrere a queste soluzioni che io ho chiamato aberranti – l’ho detto ieri e lo ripeto oggi - di questo materialismo che per spiegare il terminare di questo tipo di interazione deve fare venire un Nicodemo, deve far venire i dodici tutti attorno a Lui che lo nascondano fisicamente, in modo che Lui se ne vada via fisicamente e non lo vedano più. E’ puro materialismo, se volete, materialismo al quadrato, così come lo spiritismo è materialismo al quadrato nel senso che il materialismo normale ignora lo spirito, invece lo spiritismo vorrebbe dimostrare la materialità dello spirito; perciò è molto più nocivo all’umanità.

I. Riesco a seguire il suo pensiero in quanto a questa idea che si ha e poi non si ha più, però non riesco a capire come in questo stato d’animo uno abbia il desiderio di prendere delle pietre e scagliarle…

Archiati: Io non ho detto che queste pietre fossero di necessità fisiche e materiali, minerali...

I. Però bisogna essere molto scontenti di quello che si riesce a capire…

Archiati: Ho detto la scontentezza. Se sempre più gente va dietro a Gesù noi dobbiamo chiudere baracca e burattini… più scontenti di così! E ho detto: o facciamo fuori lui o Lui fa fuori noi… ecco le pietre, vedi? L’ho detto prima.

I. Si però, se ragioniamo in questo modo, non siamo molto concentrati; siamo emotivi, la difficoltà è di mettermi in una situazione di concentrazione massima e avere questa voglia!

Archiati: Si, si, vedete che è tedesco e non molla!

Se proprio vuoi è un bell’esercizio questo - se vuoi, ma non per farti contento, per pulizia mentale visto che tu vuoi una pulizia mentale - bisogna distinguere tra la concentrazione di sintonia di coloro che lo cercano, di coloro che sono i suoi discepoli, di coloro che dicono questo ho sempre cercato! e il tutt’altro tipo di concentrazione su di Lui di coloro che vedono soltanto minacciata la loro posizione. Se non fai questa distinzione è un presupposto tutto sbagliato che la reazione al Cristo sia tutta uguale, di una sola natura.

No, invece il fenomeno è che di fronte a Lui si reagisce o pro o contro. Allora, mi descrive in questo momento concreto qual’è la concentrazione su di Lui di chi è contro di Lui - e deve essere contro di Lui - e qual’è il tipo di concentrazione di chi è pro, di chi è con Lui.

Sono due tipi di concentrazione del tutto diversi.

Io prima ho descritto il tipo di concentrazione di chi era concentrato sui contenuti.

Tu adesso parli del tipo di concentrazione di chi è concentrato sulle conseguenze per la sua seggiola, che possono derivare da quello che Lui sta dicendo. Ma allora è concentrato sulle conseguenze per la sua seggiola, non su quello che sta dicendo. Allora tu dici: “ma per chi è concentrato sulla sua seggiola Lui non sparisce… No! Si rendono conto che l’effetto corroborante sugli altri adesso finisce, e questo conferma loro che c’era.

I. Comunque, il fatto che siano concentrati sulla loro seggiola, non vuol dire che non capiscano…

Archiati: Può darsi, un fatto non esclude l’altro. Però un conto è godere delle cose che sta dicendo e un conto è arrabbiarsi delle cose che sta dicendo.

I. Può anche darsi che non si arrabbi, ma che abbia fatto una scelta…

Archiati: E le pietre per lapidarlo? In altre parole tu stai dicendo che la rabbia non esiste.

I. No, non che non esiste; erano ugualmente concentrati ma hanno scelto con chi stare.

Archiati: In altre parole, il vangelo lascia aperta tutta la gamma dell’umano nel rapporto all’automanifestazione del Cristo, e questa gamma viene espressa nei due estremi di coloro che godono, perché si sentono confermati nel loro essere, e di coloro che vorrebbero ucciderlo perché sentono minacciata la loro sedia. Una volta che ti da, diciamo, questi due estremi della gamma umana, tutto il resto in mezzo tocca a te…

Se il Vangelo esplicitasse tutto avremmo bisogno di una biblioteca.

8, 21 -Disse loro di nuovo “Io me ne vado e mi cercherete e morrete nel vostro peccato. Poiché dove io vado, voi non potete venire”.

Io me ne vado -upagw (upàgo)- Upago significa andare nella morte, adesso annuncia la sua morte. Il senso della nascita è la morte: io sono venuto per morire.

L’essere umano nasce, viene al mondo per consumare, costruire.

Perché -anche giorno per giorno, nell’infanzia- costruiamo il nostro corpo?

Per poterlo consumare. Lo scopo non è il consumare, lo scopo è che soltanto consumando il corpo - e la somma integrale delle consumazioni del corpo è la morte - soltanto mortificando il corpo, consumandolo, possiamo esplicare, far sprigionare… come la candela dove la fiammella può accendersi, illuminarsi e riscaldare, fare luce e calore soltanto consumando la cera stessa, così, usando questa immagine, il senso della costruzione del corpo è di poter dare allo spirito la “cera” da consumare.

Allora dice: io non sono venuto con la clonazione per poter vivere in eterno, ma io sono venuto per morire volentieri, quindi il mio problema non è che farò di tutto per campare, per scampare ai vostri tranelli; annuncia già in partenza che ha intenzione di morire. L’unica cosa è che questa morte venga all’ora giusta, perché il male sono sempre le cose giuste fatte al momento sbagliato. Cose in sé cattive, l’abbiamo detto ieri, non ce ne sono. Diventano cattive perché il tempo non è quello giusto o il luogo non è quello giusto. Quindi il tempo e lo spazio, i due fattori di incarnazione, di evoluzione, sono quelli che danno la qualità morale al bene e al male. Il male è sempre un tipo di bene, perché se fosse metafisicamente male indipendentemente dallo spazio e dal tempo, sarebbe un bene.

Cioè, guai pensare che il male sia una realtà metafisica intrinseca in sé. No!

Il male è un qualche bene che agisce negativamente, che influisce negativamente, per il fatto che questo bene è stato compiuto, è stato messo al tempo sbagliato e al posto sbagliato. Se si trovasse il tempo giusto e il posto giusto sarebbe un bene, perché in sé non è male.

Io vado, upagw: ho intenzione di passare per la morte, questa è la mia volontà; quindi la morte non mi viene imposta, perché l’ho scelta io. Vivere da persone che vogliono la morte vuol dire vivere da persone libere; vivere da persone che rifiutano la morte significa essere massimamente non liberi, perché la morte viene a centellini, non viene soltanto in un colpo; il colpo ultimo è il fine del morire.

La morte, quella che noi chiamiamo la morte, è il terminare del morire, altro che la morte! Perché la morte, quella vera, la viviamo a centellini nel quotidiano, oppure ne affermiamo la positività, nel senso che facciamo qualcosa di positivo da queste morti continue, dove ci consumiamo, diventiamo più anziani, diventiamo sempre meno vitali, eccetera, perché allora, proprio da questo consumarsi del fisico, facciamo sprigionare il tesoro del tempio, infinitamente più prezioso, che è quello della creatività - come scienza, nell’arte e nella religione -, allora viviamo da persone che vogliono questa morte.

Io vado verso la morte, mi cercherete e voi morrete nel vostro peccato.

Cosa significa morire nel peccato? Morire nel peccato significa morire non volendo morire. Morire deve ognuno, invecchiare deve ognuno -non si scappa- perché il morire è la legge fondamentale, il perire è la legge fondamentale di tutto ciò che è di natura, perché è perituro, quindi è nella sua essenza stessa di perire.

Se io vivo il perituro rifiutando, quindi opponendomi alla legge sua immanente del morire, sono massimamente non libero; quindi la libertà, l’unica libertà che c’è, è quella di morire quotidianamente, ma nessuno può morire volentieri se non fa l’esperienza della resurrezione del morire, perché allora fa l’esperienza che il morire è la conditio sine qua non di qualcosa di infinitamente più prezioso.

Il materialismo, l’edonismo se volete, è il rifiuto culturale della morte, la repressione della morte, cioè una cultura di non libertà, perché rifiuta la realtà più fondamentale.

Vivere in contraddizione con la realtà significa non essere liberi, perché la realtà non si orienta secondo me: o io mi oriento volentieri secondo la realtà, allora sono libero perché lo faccio volentieri; oppure sono non libero.

Un essere umano che subisce il morire quotidiano è massimamente non libero perché subisce; un essere umano che gioisce del morire quotidiano è libero, perché non si lascia imporre nulla. Però, quotidianamente, morire si deve; lo deve ognuno, non si può scappare e, ripeto, amare questo morire quotidiano non può essere un comandamento che dice devi amare la morte, perché sarebbe un’altra mortificazione: non soltanto me tocca, ma pure devo!

Un raddoppiamento della non-libertà: non soltanto mi tocca, ma addirittura lo devo! Quindi la morale tradizionale, detto per sommi capi, è un radicamento della non libertà. Sono libero soltanto quando lo voglio, quando mi godo! Mi godo da morire il consumarsi della candela fisica, e il godimento sta nel vedere cosa salta fuori, nel vedere cosa io stesso tiro fuori.

Questa è l’essenza della libertà!

“Voi mi cercherete e morrete nel vostro peccato.”

Allora che concetto c’è qui di peccato? Morrete nel vostro peccato, morrete nel vostro rifiuto della morte. Una persona che muore quotidianamente, rifiutando la morte, quindi non facendone nulla di positivo, non trasformando la morte quotidiana in una resurrezione… cosa dice la lingua italiana: che peccato! Questo è il vero significato del peccato. La lingua italiana ci salva dal moralismo - proprio la lingua italiana, in tedesco non c’è, in altre lingue non c’è - col fatto che ci dà la possibilità dopo la parola peccato di metterci un bel punto esclamativo: che peccato!

Che accezione di peccato è questa? È un peccato morale?

E’ un’occasione persa, evidenzia che l’essenza del peccato è l’omissione… che peccato! Cioè il non trasformare ogni morte in resurrezione, e la morte come tale non la puoi godere.

I. Ma dal testo dove lo deduci questo rifiuto della morte?

Archiati: Dice “morrete nel vostro peccato”. Ti sto chiedendo: cosa vuol dire morrete nel vostro peccato?

I. Tu dici il peccato è il rifiuto della morte.

Io non ce lo trovo nel testo il rifiuto della morte…

Archiati: Ti sto chiedendo, che significa “morrete nel vostro peccato”? Cos’è il peccato qui? Ti ho proposto di vederlo in chiave di rifiuto della morte.

I. Me lo proponi, ma io non lo vedo nel testo.

Archiati: Ma scusa, se tu mi dai il diritto di usare soltanto le parole che sono nel testo, allora leggi il testo per conto tuo e vai a casa… Una spiegazione significa che si usano tante altre parole attorno a quelle che ti dà il testo. Allora, dimmi a modo tuo cosa significa morire nel proprio peccato; perché quando ti faccio una proposta, io non ti sto dicendo che questa è l’unica che ci sia. Tu mi dici non l’ho capito! Ma è un problema tuo se non l’hai capito.

I. Questa omissione che noi siamo portati a fare come esseri umani, svolgere questo sforzo intellettuale anche nell’ascoltare il Cristo nel tempio… è uno sforzo; all’uomo gli costa fatica e allora, per me, la Chiesa ha giocato su questo, cioè si rinuncia ad essere uomini, la Chiesa ci governa e tutto va bene… e perché ci costa così tanto se fa parte della natura, della bellezza, dell’uomo? Perché il Creatore ci ha fatto fare questa fatica che è più forte della fatica fisica?…

Archiati: Il peccato col punto esclamativo sta proprio nel fatto che tu continui a sottolineare la fatica. Guarda cosa è successo nel campo dell’essere creativi e attivi nel mondo materiale fisico; prendi la struttura psicologica di un imprenditore.

Se è un imprenditore e ti dice: devo fare questa impresa, mi costa fatica, meglio non far niente… è forse questa la sua struttura interiore?

Più ti costa fatica e più ti senti che c’è gusto!

Tu ci trovi gusto quando una cosa non ti costa niente? In altre parole, chi sottolinea la fatica, lo fa perché non ha mai trovato il gusto, perché l’esperienza del gusto sta nel fatto che il gusto aumenta con la fatica.

I. Quindi è un atteggiamento mentale…

Archiati: Se porti via la mente all’essere umano, cosa resta? Nulla.

I. Allora anche le persone che hanno paura di sentirsi brutte e fanno operazioni estetiche hanno paura di morire!

Archiati: Per esempio! E perché hanno paura della morte? Perché non si sono mai goduti il morire. Per vincere la paura della morte bisogna far l’esperienza di godere il morire quotidiano! Non c’è l’esperienza della resurrezione -usa i termini che vuoi-, della vita maggiorata, quindi la paura è il sottolineare la fatica; questa è la paura.

L’essenza della paura è la psicologia che sottolinea la fatica.

I. Per negligenza.

Archiati: Il fenomeno psicologico è complesso, perché è totale, non basta tirare fuori un piccolo elemento; gli elementi vanno presi insieme, quindi le affermazioni dovrebbero tendere sempre insieme. Possono partire da un punto della periferia, però per l’intelletto sono giovevoli, sono fruttuose, soltanto se, da qualunque punto partano, mirano verso il centro, perché allora nel centro tu puoi ripartire e spiegare un altro fenomeno alla periferia; se rimane soltanto alla periferia, manca il Logos che rifà di nuovo il contesto, ricostruisce in che modo questo elemento stesso si pone nel contesto totale. E il contesto totale è il rifiuto di morire.

Voi mi cercherete, significa continuerete a cercarmi a livello fisico, continuerete a cercare la percezione sensibile perché non avete fatto abbastanza l’esperienza -e la svolta consiste in questo- che la percezione sensibile di tutto ciò che è materiale non è scopo a se stessa.

Il morire di una cosa fisica non è scopo a se stesso; il senso del morire è la resurrezione.

Il senso della percezione fisica -voi mi cercherete per avere la percezione fisica- non è la percezione fisica ma è il concetto che io creo grazie alla percezione fisica.

I. Lui ha detto “Io sono la Luce del mondo”, quindi il mondo senza me è oscuro e se mi cercate nel mondo che è oscuro non mi trovate…

Archiati: Tutte le frasi, sono frasi che articolano lo stato di oscurità della coscienza umana, ecco la chiave che riconduce al centro; quindi anche la paura -che è la pigrizia che tu sottolineavi- la devo capire come una conseguenza dell’oscuramento di coscienza; manca la presa di coscienza di quello che io potrei fare dal morire quotidiano, e quindi ho paura.

In altre parole, ogni fenomeno va ricondotto alla sua origine di coscienza perché da lì parte tutto, perché se non ha origine dalla coscienza è un puro fatto di natura, e va bene. Va bene così com’è, quindi va ricondotto ad un fenomeno di coscienza, ma ricondurre la paura a un fenomeno di coscienza è complesso, non si può fare…

Facciamo una breve pausa e poi finirò senza permettere interruzioni tutto l’VIII capitolo!

Vado a morte, voi mi cercherete nel mondo fisico e morrete nel vostro peccato.

Ho proposto di capire, di comprendere il cosiddetto peccato.

Peccato è una parola italiana, si riferisce maggiormente al lato morale; in greco c’è amartia (amartia), e amartia è un concetto maggiormente di coscienza.

Ho commesso un peccato, vuol dire ho commesso un peccato; invece amartia, l’immagine di amartia è l’erranza dal sentiero dritto; e la linea tracciata, la traiettoria del divenire sempre più umani - perché se cammini lungo di essa diventi sempre più umano - implica il concetto di amartia, l’erranza: si è perso… la devianza, l’errare.

Chi erra ha commesso un peccato? Ha sbagliato strada… basta correggere.

I. Ha a che fare con la parola martire, il testimoniare?

Archiati: Avevamo detto che non avremmo fatto interruzioni, perché ogni processo di interruzione vuol dire che tu, adesso, sei dentro un processo di pensiero che è così esile, così poverello, che io ora ti chiedo di aggiungere qualcosa… aggiungi questo, aggiungi questo, e alla fine cosa abbiamo? Confusione.

Amartia: un fenomeno preminentemente di coscienza, l’errore, e il moralismo lo decurta, come dire, lo stravolge chiamandolo peccato, che ha fatto qualcosa di sbagliato. No, manca la via giusta. Quindi l’erranza è un’omissione della via giusta, è una omissione della via giusta nella coscienza che non ha ancora compreso qual’è la direzione giusta.

Nel momento in cui mi rendo conto che sono in errore, correggo l’errore.

Ma l’opposto dell’errore è la verità, quindi il concetto greco di erranza, si riferisce alla coscienza, non alla moralità dell’agire; quella è una conseguenza.

Qual’è l’essenza del peccato? “Voi morrete nel vostro peccato” è l’errore di coscienza che ritiene reale ciò che è materiale. Un essere umano che ritiene reale ciò che è materiale e che non vive più la realtà di ciò che è spirituale, quando questi muore cosa resta di lui? Nulla! Perché ciò che è materiale perisce. Morrete nel vostro errore di coscienza.

L’errore di coscienza è la caduta della coscienza umana; la coscienza umana è decaduta da uno stadio in cui, come coscienza umana, viveva la realtà di ciò che è spirituale; è decaduta a uno stadio di coscienza in cui vive come reale solo ciò che è materiale, e vivere come reale solo ciò che è materiale è la morte dello spirito umano in quanto spirito, perché non ha più coscienza della realtà stessa dello spirito.

Morrete in questa erranza di coscienza, quindi l’errare della coscienza porta lo spirito umano alla morte perché identifica la realtà, il reale, con ciò che è materiale.

Riprendiamo dal versetto 21: …poiché dove io vado, voi non potete venire”: Io vado nel mondo spirituale – Lui è sempre dentro al mondo spirituale, però facendo morire il corpo fisico dimostra, anche percepibilmente, che non c’è più nulla di fisico, quindi Lui rientra in tutto e per tutto nel mondo spirituale - Dove io vado, cioè ritorno allo stadio, alla realtà puramente spirituale, voi che siete nel peccato di coscienza, di una coscienza decaduta che ritiene reale solo ciò che è materiale, non potete venire. Non potete venire dove sono Io.

Cioè, chi ritiene reale solo ciò che è materiale, non può entrare; restando in questo tipo di peccato non può entrare nella realtà di ciò che è spirituale.

Come si entra nella realtà di ciò che è spirituale? Soltanto facendo un cammino di evoluzione di coscienza, per cui prima di tutto ci si accorge dell’errore fondamentale della caduta della coscienza: mi rendo conto che ritenere reale ciò che è materiale è l’errore di tutti gli errori.

Nella misura in cui mi rendo conto di questa erranza, correggo questa direzione e comincio a rendere sempre più reale ciò che è spirituale, tanto è vero che devo ricominciare da capo. In altre parole chi ha reso reale soltanto ciò che è materiale, non può in un colpo solo entrare, venire là dove sono Io. Dove vado Io, non potete di primo acchito venire anche voi; c’è bisogno di tutta un’evoluzione che riconquista brano a brano la realtà di ciò che è spirituale.

8, 22 - Gli dissero i giudei “ma che vuol uccidere se stesso che dice dove io vado voi non potete venire?”

Dimostrano di non capire nulla! Dimostrano di non capire nulla…

In che modo, come si fa a capire di essere decaduti? Come faccio a capire che ho lasciato la realtà dello spirituale? Rendendomi conto che non ci capisco nulla. Quindi, il primo movimento terapeutico del Cristo è di parlar loro dello spirituale in un modo tale che si rendano conto di non rendersene conto; e capiscono di non capire. Questo è il primo passo.

Il primo passo è quello di rendermi conto della mia caduta, e mi rendo conto della mia caduta - che ho lasciato il mondo spirituale - soltanto se capisco di non capire.

Soltanto chi sa di non sapere si mette per strada per imparare. Il materialismo, diciamo la caratteristica fondamentale del materialismo, è una umanità che non sa di non sapere, che non è consapevole di non sapere nulla della realtà vera che è lo spirito.

Perché nel momento in cui mi rendo conto che il problema vero è che non so nulla, cioè comincio a sapere di non sapere, mi metto alla ricerca, comincio a imparare; e perciò, di tutte le affermazioni di Socrate, trecento, quattrocento anni prima dell’entrata definitiva -il Logos c’era sempre, era sempre presente, ma alla svolta dei tempi si è manifestato attraverso l’umano, proprio attraverso le parole, i gesti, il camminare di un essere umano, ma presente era sempre- l’affermazione fondamentale di un Socrate è: so di non sapere nulla.

L’affermazione fondamentale di un Socrate come preparazione alla venuta diciamo reale, incarnatoria, del Logos è che io so di non sapere nulla (Socrate è uno dei primi uomini, il primo che l’ha espresso in modo così chiaro).

Con ciò non è che Socrate intenda dire soltanto che lui è il più modesto, il più, come dire, squattrinato degli altri… intende dire: io so di non sapere; gli altri non sanno più di me, però non sanno di non sapere.

Quindi, il sapere di non sapere è la consapevolezza della caduta. Chi non sa di non sapere non ha ancora neanche la consapevolezza della sua caduta; e gli esseri umani si dividono soltanto in chi sa di non sapere e chi non sa di non sapere.

Esseri umani che sanno non ci sono ancora, perché il sapere reale presuppone proprio gradini evolutivi successivi. Alla fine dell’evoluzione avremo esseri umani che sanno.

Alla svolta, proprio nella lacuna dell’universo - questo punto infimo, e vi siamo ancora, proprio il punto più basso - ci sono o solo esseri umani che non sanno di non sapere - non sanno di essere decaduti - oppure esseri umani che sanno di non sapere.

Un’altra alternativa non c’è. Qualcuno, un antroposofo, adesso qui direbbe… però Steiner non è soltanto uno che sa di non sapere, dimostra anche di sapere… non è vero! Se uno legge certe affermazioni, scarse, che Steiner fa su di sé… tutte le affermazioni che Steiner fa su di sé sono che in lui stesso, proprio per il fatto di saperne un po’ di più, gli orizzonti del possibile, del sapere, sono molto più vasti che non in una persona ordinaria.In altre parole: più una persona sa, e più la sua percezione di quello che ancora non sa si moltiplica in progressione aritmetica.

Quindi una persona dimostra di essere progredita nella misura in cui si sente sempre più piccola. Ma questo sentirsi sempre più piccolo non è un barare, è proprio una realtà, perché il sentirsi sempre più piccolo dimostra che la percezione indiretta di tutto ciò che io ancora non so diventa sempre più grande.

Ma noi immaginiamo veramente che Steiner avesse nella coscienza ordinaria, di un uomo incarnato - benché iniziato, eccetera - tutto ciò che c’è da penetrare conoscitivamente nel cosmo? Ma lo immaginiamo? No, aveva soltanto una coscienza maggiore di quanto ancora c’è da fare; quindi Steiner dimostra la sua grandezza perché si sente molto più piccolo di fronte al cosmo che non l’essere normale che non ha la minima idea di quanto sia piccolo.

8, 22 - I giudei dissero: “ma forse vuole uccidersi che dice dove io vado voi non potete venire? “

Se si ammazza noi non vogliamo suicidarci, quindi non vogliamo andare dove va Lui, e se Lui vuole morire adesso noi non vogliamo andarci adesso; più tardi è meglio è.

8, 23 - E disse loro: “ Voi siete da sotto, io sono da sopra, voi siete da questo mondo io non sono di questo mondo”.

Voi siete dal di sotto -ek twn katw (ek ton kàto)- voi che traduzione avete?

I. Di quaggiù.

Archiati: Sotto. Le due proposizioni sono sotto e sopra; mondo inferiore e mondo superiore, il mondo della materia e il mondo dello spirito.

Voi avete una matrice di pensiero che si orienta in tutto e per tutto a ciò che è materiale, a ciò che è di quaggiù, la pesantezza di ciò che va verso il basso.

Una della caratteristiche fondamentali, una delle leggi fondamentali di ciò che è materiale è la grevezza, la gravità che tende verso il basso.

Psicologicamente, spiritualmente, che tipo di differenza c’è tra gravitazione (andare verso il basso) e levitazione? Non è più bello essere ben radicati?

Quindi, chiaramente, le due immagini stanno a dire ciò che è materiale e ciò che è spirituale: voi siete a casa vostra nel mondo materiale, io sono a casa mia nel mondo spirituale. Le due immagini che vengono usate sono il mondo di giù e il mondo di sù. Sono immagini però. Il problema nostro, di uomini nel materialismo, è che quando noi diciamo il mondo di quaggiù, il mondo della materia, crediamo tutti di sapere di cosa si tratta; e lo sappiamo… anche se poi articolarlo, tirarlo fuori è in effetti difficile, però lo conosciamo; è un mondo che ci è familiare. Oppure, facciamo questo piccolo esercizio.

Adesso io dico le cose una dopo l’altra e invito ognuno di voi a fare un’osservazione introspettiva, cioè ad osservare cosa avviene in lui o in lei, sentendo l’una parola o l’altra parola. Il piccolo esercizio è questo: che grado di realtà ha l’uno e che grado di realtà, di concretezza, ha l’altro e ognuno osservi interiormente cosa gli succede; come prima cosa dico:

il mondo della materia... eh sì, ha un certo grado di realtà, un certo grado di concretezza… il mondo della materia; siamo in questo atteggiamento introspettivo? Cosa avviene in me? Eh sì, mi è familiare questo mondo.

Adesso guardate cosa avviene quando io dico:

il mondo dello spirito… aria fritta!

Che roba è? E’ vero?... E’ vero. Ecco cosa intendevo dire che il punto di partenza è capire che non capisco! Che c’è il vuoto!

Proprio il vuoto… di che parli?

In inglese non c’è nemmeno la parola spirit… pensano all’alcool, oppure ai folletti.

Questo è lo stato del peccato, la caduta; mica niente di male… è una necessità evolutiva, però il senso positivo di questa necessità evolutiva, dell’essere caduti giù avendo perso il mondo di sù, il primo passo per svolgere in positivo questa caduta è di capire di non capire lo spirito, cioè di capire di essere caduti. Chiamiamola la decisione interiore di ammetterlo: si devo ammettere… sono un essere umano che di spirito non ci capisce nulla.

Nel momento in cui lo ammetto, sono onesto con me stesso perché accetto la mia situazione di essere umano caduto. Questo è il primo passo; primo passo importantissimo, tutti gli altri non possono venire senza questo.

Però il Cristo continua a tornare all’attacco, proprio nel vangelo di Giovanni, una frase dopo l’altra: “Io sono da sopra e voi siete da sotto” “Dove Io vado voi non potete venire”…cosa significa non potete venire?

Non si può, come dire, reinvertire la marcia in chiave volitiva, non si possono compiere i passi che sono da fare, senza capire che non li si è ancora fatti. Quindi, se voi volete venire dove Io sono, senza rendervi conto del vostro punto di partenza, non potete venire.

Si tratta di capire la differenza; prima bisogna capire la differenza dei due punti o dei due mondi e poi ci si mette per strada.

Voi siete da sotto, Io sono da sopra, voi siete da questo mondo – lo dice in un modo più chiaro - Io non sono di questo mondo. L’Io, l’Essere dell’Io è l’autoesperienza di essere un essere spirituale: è l’essere umano che si vive come un Io, che si vive come un essere spirituale, che si vive come cristificato nel senso che fa l’esperienza dell’Io sono.

Fare l’esperienza di essere un Io significa sapere che sono nel mondo ma non del mondo! Quindi, vengo da un mondo spirituale perché sono spirito, vengo dentro al mondo materiale, ma non sono dal e non sono del mondo materiale. E così come decido di entrarci dentro, posso anche decidere di ritirarmi fuori e poi ritornare dentro; in altre parole mi esperisco come essere spirituale autonomo nei confronti di tutto il mondo visibile.

Ci entro dentro liberamente, ne esco liberamente, e quando ci sono dentro mi muovo e agisco come essere spirituale, non come essere che subisce in tutto e per tutto le leggi di ciò che è fisico, perché allora sarei il risultato del mondo fisico; non sarei un essere spirituale.

In altre parole, tutto il mondo materiale è per me un mondo di abitazione e di operazione, ma non mi identifico in questo mondo perché sono spirito e il mondo è materiale. Come dire, il mondo materiale è il luogo cosmico dal quale l’operare divino si è ritratto per far posto all’essere umano.

8, 24 - “Vi ho detto che morrete nei vostri peccati poiché, se non crederete che Io sono, morrete nei vostri peccati ”.

Vi ho detto che morrete nei vostri peccati”: se restate in questo stato di caduta, di autoidentificazione col mondo della materia, per cui se continuate a interpretare l’uomo come risultato delle leggi del mondo materiale, vi toccherà vivere il perire, la morte del corpo materiale, come morte dell’essere umano. “Morrete nei vostri peccati” cioè morrete nella vostra coscienza decaduta, perché la morte dell’essere umano è che manca la coscienza di essere uno spirito. Nel momento in cui sorge la coscienza di essere uno spirito, l’essere umano si vive come spirito, diventa spirito e quando il corpo muore resta spirito. Tutto inteso in chiave di evoluzione, di divenire.

…poiché, se non crederete che Io sono, morrete nei vostri peccati: se non vi rafforzerete - credere è rafforzarsi, dar fiducia - se non darete fiducia alle forze dell’Io Sono, se non vi rafforzerete nell’esperienza dell’Io Sono, se non darete fiducia alla creatività sovrana vincente le leggi di natura dello spirito umano, morrete nei vostri peccati.

Questa risurrezione dello spirito umano che, come dire, carpisce il suo risorgere proprio nel vincere tutte le forze di morte, viene espresso qui col credere in me.

Credere in me: questo rimasuglio di traduzione, credere in me, che vuol dire in bocca al Cristo? Se non crederete che Io sono, letteralmente - oti egw eimi (oti egò eimi) - che vuol dire? Che: oti (oti); Io Sono: egw eimi (egò eimi); credere: pisteuhn (pistèuen). Non è un esercizio puramente intellettuale; che vuol dire credere per l’italiano normale di oggi?

Il credere è l’ultima diluizione dello spirito umano. Quando ci manca il capire, quando ci manca la penetranza del pensiero, quando ci manca la coscienza… ci resta soltanto il credere. Quindi il credere, come è capito oggi, è l’ultimo rincaro dello stato di caduta della coscienza umana.

I. In che senso rincaro?

Archiati: La diluizione massima, che più diluito non può essere lo spirito umano. Il credere così come normalmente viene inteso è il nulla dello spirito. E’ il nulla dei credenti. Non è una esagerazione, è una realtà.

Invece tornando al versetto, il Cristo non parla di questa diluizione ma parla di un rafforzamento: se non. Cioè questo se non che Lui dice significa -siccome c’è la libertà- un affermare la libertà; non è che si debba fare, lui non dice ci sono doveri, ci sono leggi morali, eccetera. Se non, cioè la libertà ha queste due possibilità: o fai questo, o se non fai questo muori; se fai questo risorgi a vita eterna, e ciò che va fatto per risorgere a vita eterna, cos’è? È il credere nell’Io Sono, che Io sono; avere la convinzione fortissima che il senso dell’evoluzione è diventare un IO! Come faccio a credere che è possibile?

Come faccio a capire di che si tratta? O si riferisce a qualcosa che è immanente, per lo meno embrionale, per lo meno potenziale in ogni essere umano, e allora ogni essere umano è in grado di capirlo, oppure di che parla? Nulla! Quindi chiaramente fa appello a qualcosa che è potenzialmente, embrionalmente, insito nella natura umana, però la cui esplicazione evolutiva non è già data, altrimenti l’essere umano non avrebbe nulla da fare.

In altre parole, l’uomo è stato creato dalla divinità come spirito in potenza. Fare l’esperienza che sono uno spirito in potenza è l’acquisire fiducia nell’Io. Bello! Bello…Se si capisce è la chiave di tutto, perché non è che sono uno spirito già fatto; in potenza, quindi sono e non sono.

I. Per il momento non sono niente

Archiati: No, no, dunque, la differenza tra un pollastrello e un bambino piccolo… anzi ciò che hanno in comune è che né il bambino piccolo appena nato, né il pollastrello sanno pensare e volere; però il pollastrello non è un pensatore o un volitore in potenza, mentre ogni bambino lo è; e allora la potenza è qualcosa o non è nulla? E’ qualcosa, è la natura, la natura dell’uomo; è la potenzialità evolutiva insita nel suo essere; e essere fatti di potenzialità significa essere intrisi di libertà, perché la potenzialità è aperta all’attualizzazione o all’omissione.

E’ bello avere un testo così… sono affermazioni anche filosofiche fondamentali: “se non crederete che Io sono” cioè se non acquisirete fiducia nel dinamismo potenziale evolutivo insito nella natura umana, che è una potenzialità verso l’autoesperienza di essere un Io spirituale creatore, morrete nei vostri peccati. Morrete nel vostro omettere di diventare.

Fatti non foste a viver come bruti - cioè come “pollastrelli” - ma per seguir virtude e conoscenza. Che significa “seguir”?

I. Sviluppare, conseguire

Archiati: Se ci fosse già non sarebbe qualcosa che devo seguire.

Seguir virtude e conoscenza, ma c’è o non c’è?

Virtude è la moralità; conoscenza è l’evoluzione intellettiva.

Quindi l’evoluzione intellettiva, intellettuale, è conoscenza; virtude è l’evoluzione morale. Fatti non foste a viver come bruti cioè esseri di natura, ma come esseri, come potenzialità evolutiva intellettiva e morale; ma per seguir virtude e conoscenza… che significa seguir? Cercare, dar fiducia e godere di questa capacità di tirar fuori sempre di più.

Educare significa tirar fuori, rendere esplicito ciò che è implicito.

Questo mistero dell’autoesperienza, di vivere se stesso come dinamismo potenziale, il greco di allora lo esprime con la parola pistiV (pistis), la fiducia. La fiducia, il credere. PistiV, (Pistis) e pouV - podoV (pus-podòs): il vocabolo pistis è imparentato con l’essere radicato, proprio ritto in piedi; la fiducia nell’umano, la fiducia nell’esperienza dell’Io. Cos’è la fiducia nell’umano? Come si acquisisce, come si rafforza la fiducia nell’umano?

Naturalmente, per avere fiducia nell’umano devo scoprire, vivere, esperire la positività, perché nella negatività non posso avere fiducia. Quindi la negatività è l’opposto della fiducia. La positività mi genera fiducia; quando io vedo che una persona ha un certo talento, che c’è la positività operante, in questo momento le do fiducia. Se vedo che non sa fare una cosa perché ci ha provato due o tre volte, non le posso dare fiducia; quindi la fiducia nell’umano presuppone che l’umano abbia qualche positività, sennò come facciamo a dargli fiducia.

Ritorno alla domanda: cos’è la fiducia nell’umano e come si fa questa esperienza?

La fiducia nell’umano è l’uovo di colombo: sta nel fare l’esperienza che qui -nella testa! - c’è un mondo che non finisce più e qui -nel cuore! - c’è un altro mondo che non finisce più.

Io sono capace di pensare e di amare! Ma voi conoscete forse qualcosa di meglio?! Ma che, voi conoscete qualcosa di meglio?!

Angeli, Arcangeli, eccetera, sono tutte astrazioni… guardiamo il mondo dove abbiamo percezioni: ci sono pietre che sono capaci di pensare e di amare?

Ma se lo sognano! Piante capaci di pensare e amare?

Neppure gli animali non sono capaci di pensare e amare.

L’essere umano è capace di pensare e di amare. Che cosa abbiamo noi, in tutto il mondo che conosciamo, a cui poter dare fiducia?

L’umano! Degno di fiducia senza fine!

Perché l’essere umano è capace di pensare e di amare, e di meglio non c’è.

Neanche la divinità ha qualcosa di meglio; sa pensare e amare meglio di noi, ma non ha altro! Quindi non c’è niente di meglio dell’umano, non c’è, non esiste.

Il divino è soltanto la perfezione dell’umano. Solo questo concetto del divino è pulito. Ogni concetto sul divino che estrapola e si mette fuori dell’umano è fatto per manipolare l’uomo, per sottometterlo, per impaurirlo, per proibirgli di diventare sempre più divino col suo pensare, col suo amore.

Queste frasi del Cristo: se non acquisterete sempre più fiducia nell’esperienza di essere un Io sono, di essere un Io pensante, un Io amante, che ha intuizioni conoscitive e intuizioni morali, vi toccherà morire come muore il cagnolino. Da queste frasi -che sono proprio lapidarie del divenire umano “se non crederete in me”!- cosa deduce il cattolico?

Siccome non valgo nulla, devo credere in Lui. Alienazione totale, che è il disumano totale. Devo credere in Lui! Cristo mi salva. Non valgo niente ma Cristo mi salva… Lui mi salva è poltroneria su tutta la linea. Se fa tutto Lui…

E’ ritenuto presunzione il credere che possa fare qualcosina anch’io… presunzione.

In Germania - i protestanti poi! - guai a mettere accanto alla Grazia un minimo di concorrere di collaborazione dell’essere umano: la natura umana, l’essere umano è per natura corrotto! Ma allora la divinità ha creato una mela marcia! Affari suoi, allora, se è per natura corrotto…vuol dire che il Creatore ha creato una mela marcia. Ma se ha creato una mela marcia ha fatto qualcosa di sbagliato lei, non la mela, perché il concetto di sola grazia significa che tu sei per natura corrotto e non ci puoi far nulla.

E’ una bestemmia contro il Creatore affermare che la natura umana, in quanto natura, in quanto creata da Lui sia corrotta! La natura umana in quanto natura umana è PURA potenzialità divina a livello di coscienza e conoscere a livello dell’amore: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza.

I. Che cos’è la Grazia?

Archiati: La sola grazia significa che l’essere umano si salva soltanto per mezzo della Grazia Divina e che ogni mettersi in testa di poter fare qualcosa, o di concorrere, è presunzione, è un’illusione. Non tutto il mondo protestante, ma c’è un filone maggiormente ortodosso che segue in modo abbastanza forte questa linea; poi ci sono tutte le variazioni, naturalmente ci si rende conto che l’essere umano è chiamato a fare qualcosa anche lui.

Ma il fare dell’essere umano viene spiegato come aprirsi alla Grazia - non più di questo - lasciare che la grazia entri, però la trasformazione dell’essere umano non è per nulla opera dell’essere umano stesso, è in tutto e per tutto opera della Grazia. Quindi il fare umano è puramente in negativo; il togliere gli ostacoli, tutto il positivo è attributo di Dio perché l’umano non si sa dove stia di casa. Cos’è Dio fuori dell’uomo? Nulla, proprio nulla! Il problema è che noi, per dire che Dio è dentro l’uomo, pensiamo a questa cassa toracica; ma perché una realtà sia dentro il mio spirito, basta che il mio spirito si ampli da abbracciare tutto il mondo. Dove sono i confini dell’uomo?

I confini dell’uomo sono i confini della sua coscienza: più la amplia e più c’è dentro. Ciò che io di Dio capisco, non è fuori di me, è dentro di me; altrimenti non lo capisco.

Quindi le cose, le realtà, diventano reali soltanto nella misura in cui vengono pensate; il pensare è la realtà del cosmo, perché il pensare è la realtà dello spirito. E pensare è la forma più intensa e più pura di amore.

Mi trovate voi una forma più pura di amore del pensare?

Non la troverete mai!

Perché pensare significa sospendere del tutto me stesso, pensare è la forza dell’amore di diventare il pensato. Quindi il pensare è la perfezione ultima dell’amore. Ogni altra forma di amore è meno amore del pensare.

Concretamente, una persona che mi vuol bene -mettiamoci in questo contesto- non soltanto mi pensa perché mi scrive una cartolina, ma si sforza di capirmi; è in questa posizione del pensiero che cerca di afferrare nel pensiero il mio essere, vuol capirmi e comprendere chi io sono; vuole comprendere non soltanto alcune manifestazioni del mio essere ma la sorgente intrinseca da cui sgorga tutto ciò che io faccio, quindi sta cercando di afferrare conoscitivamente il mio Io: questa persona mi pensa.

Pensa il mio essere nel desiderio di conoscermi nella mia realtà oggettiva.

Allora la domanda che ponevo è: conoscete voi una forma di amore più perfetta di questa? Non c’è. Non c’è. Quando faccio l’esperienza che l’altro è in questa tensione dinamica del suo spirito di conoscermi nel mio essere, mi sento massimamente amato; quando esce da questo sforzo di conoscermi per fare qualcosa, lo sentirò come un co-gestire il mio essere e questo è un depotenziamento del mio essere, inevitabile naturalmente, perché non si può restare sempre e solo in questo amore qui.

Il pensare è amore puro, l’agire è un compromesso tra l’amore di sé e l’amore altrui. E proprio perché nell’agire non è puro né l’amore di sé, né l’amore altrui, sentiamo il desiderio di ritornare sempre di nuovo a fare l’esperienza di questo amore puro che si fa solo nel pensiero.

La perfezione dell’amore è conoscere l’altro senza voler nulla da lui, perché il conoscere basta.

28 dicembre 2002, pomeriggio
vv 8,24 – 8,32

L’affermazione del versetto 23 nell’VIII capitolo in cui il Cristo dice: “Voi venite da sotto, io vengo da sopra” …voi venite da giù, io vengo da su... questo tipo di affermazioni, naturalmente, si possono spiegare in un modo abbastanza diffuso dicendo: Lui è divino noi siamo umani.

E come inizio di spiegazione può anche andare; uno deve vedere in che modo trova l’accesso a questo tipo di affermazione.

Man mano che l’essere umano individuale -questo è un tipo di cammino che si può fare soltanto individualmente- gode sempre di più di un cammino di conoscenza e gode di sentirsi, di viversi come artista nei vari mondi (nel mondo del visibile, del mondo dell’anima, nel mondo dello spirito) gli è dato di conferire a questo tipo di affermazioni una scientificità sempre maggiore, cioè una comprensione sempre meno diffusa e sempre più precisa.

Allora, nella misura in cui noi volessimo rendere conto di ogni frase, di ogni parola a livello scientifico-spirituale con una certa assolutezza, è chiaro che dovremmo andare ancora più lentamente; quindi prendiamo le cose che qui vengono dette come esempi di dimensioni, di aspetti, di commenti che si possono fare. Mai viene inteso da parte mia che questa sia la spiegazione, ma che ogni frase, ogni parola ha risvolti infiniti e quindi sono vie aperte, cammini aperti, offerti a questa potenzialità di cui parlavamo questa mattina.

Nella filosofia scolastica si parla di intenzionalità dello spirito umano, cioè questa tensione evolutiva che fa trapassare incessantemente un elemento di potenzialità in attuazione.

Prendiamo l’immagine del bambino: il bambino che cosa ha dell’umano? L’essenza dell’umano è ridotta a due dimensioni fondamentali: il pensare ed il volere (l’agire). Che cosa ha il bambino del pensare e del volere individualizzato e autoconscio? Nulla, però potenzialmente tutto.

E questa è la differenza tra il bambino e il pollastrello.

Ora, essere qualcosa in potenza è un mistero grosso per l’uomo materialista nella condizione di caduta, perché ciò che è presente in potenza è in potenza soltanto a livello fisico, a livello dell’esplicazione, dell’espletazione fisica, ma in quanto essere spirituale questo bambino piccolo appena nato ha già dentro di sé, in quanto spirito, millenni di evoluzione, altro che potenzialità!

Quindi, cosa intendiamo quando parliamo di potenzialità e di attuazione della potenzialità? Parliamo del mondo di sopra e del mondo di sotto.

Nel mondo di sopra, cioè nello spirituale, è già presente, non è potenziale, e noi parliamo di attualizzazione perché ci sembra che le cose siano reali soltanto quando si attuano nel mondo fisico e diventano visibili, percepibili. Quindi la differenza tra un bambino piccolo e un adulto, è che il bambino piccolo vive ancora tutto nel mondo di sopra, del Cristo; e noi siamo già caduti nel mondo di sotto perché abbiamo attualizzato un sacco di cose qui nel mondo fisico; il bambino le ha attualizzate nel mondo spirituale.

Cosa vuol dire il Cristo quando dice io vengo da sopra e voi venite da sotto? Intende dire -adesso un tantino di più di scientificità, di spiegazione scientifico spirituale di questa affermazione- intende dire che Lui non appartiene alla corrente evolutiva della caduta; tutti gli esseri umani -e il Cristo non è in questo senso un essere umano- partecipano della caduta nel senso che, diciamo, di millennio in millennio, di volta in volta, se volete di vita in vita, sono scesi sempre più profondamente nel mondo della materia.

E con la nascita, la partecipazione, la determinazione che entra nell’essere umano viene dal mondo della materia. Questo vale per tutti noi.

Voi siete del mondo di sotto, dal di sotto, intende cioè dire in altre parole: ciò che vi ha determinato nel vostro essere, la componente ereditaria, la componente di leggi di natura qui, nel mondo inferiore -non inferiore in senso morale, ma in senso di determinismo di natura-, viene dal mondo della materia; voi siete intrisi di leggi di natura che vengono dal mondo della materia, mentre il Cristo è un essere puramente spirituale, e questa è un’affermazione scientificamente pulita e precisa perché è vera, e va capita.

Gesù di Nazareth, il portatore del Cristo, è un essere umano, però questo Gesù di Nazareth non ha un Io. L’Io che c’era in Gesù di Nazareth è uscito fuori al momento del battesimo nel Giordano; quando Gesù di Nazareth aveva trent’anni il suo Io si è tirato fuori dalle tre corporeità per fare il posto al Cristo, quindi il Cristo è un Io cosmico, l’Io solare, l’Io di tutta l’umanità, l’Io della Terra, lo Spirito della Terra e Lui dice: in me, nel mio essere non c’è nessuna componente ereditaria. E’ un essere puramente spirituale, ecco perché dice: “vengo da di sopra”.

Letteralmente: voi siete di quaggiù: umeiV ek twn katv (umeis ek ton kato), dalle cose di sotto, plurale, voi siete dalle cose di sotto; io sono dalle cose di sopra e va inteso scientificamente, con precisione.

E’ un’affermazione oggettiva, reale.

Quindi questa Entità che noi chiamiamo Cristo - è una parola oramai molto fraintesa, possiamo usare anche altre parole, perciò dico l’Io del Sole, l’Essere del Sole che sta diventando l’Essere della Terra- nella Sua realtà, alla Sua realtà, non partecipa nessuna legge di ereditarietà; invece per l’umanità lo stato di caduta sta proprio nel fatto che il peccato originale -in tedesco lo chiamano erbsuende - è, come dire, la separazione dallo spirito che viene tramandata per ereditarietà; quindi il concetto tedesco di caduta, del peccato originale, lo riferisce all’ereditarietà: nessun essere umano può dire io non vengo da sotto, o dire che non c’è nessuna componente terrena da sotto, ereditaria.

L’unica eccezione, l’unico essere che può dire Io sono dalle cose di sopra, dal mondo di sopra, è il Cristo. E’ reale, realissimo. Leggendo, masticando, approfondendo la Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner - che è l’unica, e il Cristo ha il diritto di avvalersi di un Rudolf Steiner per porre i primordi di una scienza dello spirituale nell’umanità - man mano che uno la mastica - quest’unica Scienza dello Spirito, che poi è l’inizio di cammini che l’umanità potrà fare - man mano che la mastica, capisce queste affermazioni del vangelo di Giovanni a livelli sempre più tecnici, sempre più scientifici.

E scioglie questa impressione proprio di vaporicità - dove le frasi, sì, vengono prese più o meno - e diventano sempre più precise. La spiegazione diventa sempre più convincente.

Ora qui, chi mi conosce sa che sono molto allergico al fattore aristocratico, perché lo spirito cristiano, lo spirito umano è proprio un esercizio di comunanza, perché più ci si rifà al comune umano e più si va a fondo.

Ciò che accomuna tutti è proprio l’essenza dell’umano, quindi io non presuppongo di parlare a fior di antroposofi, cerco di dare un tipo di spiegazione che dovrebbe essere accessibile un po’ a tutti. Però vi faccio presente, soprattutto a chi si aspettasse da me un piccolo incoraggiamento a studiare la Scienza dello Spirito, che il senso di questa Scienza dello Spirituale, oltre a tutta la beatitudine che uno si può godere, è di capire e di spiegare un testo come il Vangelo di Giovanni in un modo sempre più scientifico.

E uno si strabilia nel vedere quanta precisione scientifica ci sia in un testo del genere, presupponendo naturalmente che uno abbia una minima idea del testo originale perché abbiamo visto che certe traduzioni sono fatte apposta per portarti fuori strada.

8, 24 - Vi ho detto infatti che voi morrete nei vostri peccati. Se infatti non crederete che Io Sono morirete nei vostri peccati.

Il concetto di peccato è il venir determinati da sotto, ma il venir determinati da sotto senza saperlo; uno viene determinato da sotto fino alla svolta senza saperlo. Finché uno viene determinato dalla materia senza saperlo, niente di male; il peccato comincia quando uno lo sa di essere diventato un po’ pesantino e omette di ridiventare leggero.

Quindi il concetto morale di peccato: il peccato non è quello di essere venuti giù, quello era necessario sennò non ci sarebbe nulla da fare; il concetto di peccato in termini di scienza spirituale pulita, e non di moralismi, è omettere di risalire, di ricongiungersi con ciò che è spirituale. Allora uno dice che peccato! ci sarebbe tanto da godere, da fare, da creare, da riscoprire, da capire… Quindi morrete nei vostri peccati: …se continuate così, se non cercate lo spirito, la pesantezza delle leggi di materia vi tirerà sempre più in giù e ciò che era una necessità di caduta - la caduta in quanto necessità evolutiva - si trasforma in disgrazia morale della libertà.

In altre parole, la caduta fino alla metà dell’evoluzione è un fatto di necessità; a metà dell’evoluzione, dove il bivio si apre, dove c’è la possibilità di andar su o di andar giù, soltanto a partire da qui diventa un fatto morale; soltanto col sopravvenire della libertà c’è il sopravvenire della moralità.

Se non c’è libertà, non c’è moralità. Dove non c’è libertà, non c’è moralità. Perché moralità significa poter scegliere il bene o il male e quindi il male morale è di scegliere il male dove si potrebbe scegliere il bene.

Il male non è il fare qualcosa di brutto ma è l’omettere il bene; e quando uno fa qualcosa di brutto -picchia un altro, lo ammazza o lo tortura addirittura come dicevamo ieri- non è quello il male: è diventato brutto, cattivo, come conseguenza del fatto di avere omesso di diventare buono, quindi nessuno può diventare cattivo se non per conseguenza di omettere il bene.

Quindi la soluzione non è mai di dire smetti di fare il cattivo! Se non crei altre forze, restano quelle. Aver cosificato il male, aver detto che il male consiste in qualcosa di oggettivo, che c’è qualche cosa di male che si può fare, è l’essenza del moralismo, perché si è disatteso, non si è capito - ecco l’omissione di coscientizzazione di pensiero - che l’origine del male è sempre l’omissione di un bene; e che quando io ometto il bene e faccio qualcosa di negativo, questo far qualcosa di negativo è sempre conseguenza di aver omesso il bene. Quindi, la soluzione del male non è mai negativa: non devi fare, no, no.

I comandamenti del “non” sono i comandamenti del Vecchio Testamento, della prima metà dell’evoluzione. La prima metà dell’evoluzione è proibitiva, è una morale proibitiva: non uccidere, non ammazzare, non rubare, non, non, non… perché? Perché non poteva essere ancora propositiva.

Invece la morale dopo la svolta - e in questo consiste la svolta - dopo la svolta la morale diviene tutta propositiva: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero ignudo e mi avete vestito: propositivo. E quegli altri che vengono sbattuti a sinistra, i cattivi, cosa hanno combinato i cattivi? Nulla di male, hanno omesso il bene.

Tutti i peccati nel Giudizio Finale che vengono elencati sono tutti peccati di omissione: avevo fame, non mi avete dato da mangiare; avevo sete, non mi avete dato da bere; non... non… E quelli che fanno? …Quando ti abbiamo visto che avevi fame? Ogni volta che un poveraccio, l’ultimo degli esseri umani che aveva fame e aveva sete e non gliene avete dato, avete omesso di farlo a Me. E quelli dicono …ma guarda un po’, ci sbatte via perché non abbiamo… non abbiamo… avessimo fatto qualcosa di male…

Il male morale sono i buchi! Nella mente e nel cuore dell’uomo: i buchi!

Le botte sono meno male che non i buchi, perché le botte uno le nota…dove ci sono botte, uno le nota. Se io picchio, il mondo circostante si fa sentire…no eh, mi fai male. Prendiamo ad esempio uno che nel suo karma, nel suo destino, ha il compito di fare un tavolino per una persona che ne ha bisogno: lo fa, e il tavolo ha quattro gambe, ma le due gambe opposte le fa con cinque centimetri di meno, che traballa tutto.. quando quello beve il caffè metà se lo beve il tavolino; ha fatto qualcosa di sbagliato e si nota subito; se invece il tavolino proprio non lo fa, a far notare il buco non c’è nemmeno il caffè che cade.

Quindi per notare i peccati di omissione ci vuole una svegliezza molto maggiore, questo è il mistero del male come omissione del bene.

In tutta la tradizione occidentale tra l’altro, da Aristotele ad Agostino, Tommaso d’Aquino, eccetera, si è sempre detto: il male non è qualcosa, perché se fosse qualcosa sarebbe un bene; il male sono i buchi del bene, il male è una carenza o al massimo, lo dicevo stamattina, il massimo che il male può raggiungere è di essere un bene al tempo sbagliato e al posto sbagliato. Ma allora era un bene, se lo mettiamo al posto giusto e al tempo giusto è un bene.

I. Puoi fare un esempio?

Archiati: Di un bene al posto sbagliato?

Stai attento: un bambino di due anni, la mamma prende tutte le decisioni per lui, eccetera, o prendiamolo anche a cinque anni: è bello questo modo, questa premura e la mamma sa che deve fare tutto lei, decide tutto lei, eccetera.

E’ buono questo comportamento?

I. Certo

Archiati: Vent’anni dopo (adesso il bambino ha venticinque anni): è buono questo comportamento? Cos’è che non funziona? Che è al tempo sbagliato.

Il fattore tempo è fondamentale per sapere quando e dove una cosa è al tempo giusto e al suo posto giusto, eccetera, eccetera.

Adesso uno si prende un’arrabbiatura e fa parte dell’arrabbiatura che uno vorrebbe almeno godersela un pochino, no? Se quello mi ha fatto arrabbiare, almeno che mi possa godere l’arrabbiatura…quello però ha bisogno di venire subito dopo mezzora, a riconciliarsi con te. Lui ha bisogno della riconciliazione, invece tu sei ancora in quella fase che vuoi goderti l’arrabbiatura e… cosa c’è che non va? Che è venuto troppo presto. Vedi?

La riconciliazione è una cosa bella, però quando è al tempo giusto, eccetera. Quindi il bene, l’armonia di un rapporto sta non soltanto metafisicamente nel sapere quali sono le cose buone, ma nel conoscere l’altro ad un punto tale da conoscere i tempi giusti, i momenti giusti: quando è troppo presto, quando è troppo tardi. Perché, quando tu la rabbia te la sei sbollita, desideri tu che l’altro venga a riconciliarsi… e quello aspetta ancora altri cinque giorni e ti arrabbi… adesso è troppo tardi, vedi? Perché dopo esserti goduto la rabbia, volevi goderti la riconciliazione, però se viene troppo tardi, non c’è più godimento. Quindi le cose vanno pensate veramente, non per sommi capi. Avendo instaurato una morale negli ultimi duemila anni, una morale moralistica che identifica il male, lo cosifica e dice: il male è questo, non farlo, questo è male, questo è male, questo è male… invece di ricordarci che il male non è qualcosa, ma che esiste soltanto il bene! E che la forza della nostra coscienza sta nel capire dove! e come! e con chi! collocare questo bene.

Ma il male non è qualcosa; e abbiamo visto, abbiamo fatto l’esercizio che c’è soltanto una situazione limite dove il bene e il male si incontrano in un modo tale che abbiamo detto: il torturare è intrinsecamente un’azione malvagia. Però se siamo sinceri ci tocca dire che l’individuo che compie questa azione si è condotto a porre quest’azione come risultato di ENORMI omissioni, perché se non avesse fatto queste enormi omissioni non sarebbe arrivato al punto di torturare altri esseri umani.

Quindi, la soluzione è di guardare alla somma cristallizzata, infinita, di omissioni compiute nel passato; in altre parole, abbiamo un esempio di un’azione, di un tipo di comportamento che di necessità ci conduce a grandissime omissioni; perché nessun essere umano può mettersi in condizione di compiere questo al suo fratello senza avere omesso infinite possibilità di evoluzione in senso positivo. E questo fa capire perché l’animo umano su questo argomento si senta così a disagio che ha paura di parlarne, …l’abbiamo visto ieri sera… si vedeva, è vero.

8, 25 - Dissero dunque a Lui: “Tu chi sei?”Disse loro Gesù: “il Principio, di cui io dico a voi” .

Dissero dunque a lui - su tiV ei (su tis ei) - tu chi sei; disse loro Gesù: il principio - thn archn ( ten archèn) -

I. Nel mio testo c’è “proprio”

Archiati: Ci sarà la parola “principio”

I. No, c’è: ”proprio ciò che vi dico”

Archiati: In nessuna traduzione c’è “da principio”?

I. C’è: “quello che vi ho detto fin da principio”

Archiati: Ecco, questa traduzione ha avuto il coraggio di non sbattere via la parola “principio”.

I. La mia dice “per l’appunto”

Archiati: Il problema è che ci sono tante frasi… questo è un esempio classico ma è importantissimo, il vangelo di Giovanni comincia dicendo: en arch hn o LogoV (en archè en o Logos), il principio, e il Cristo dice: Io sono il principio, cioè sono l’Essere primordiale, l’Essere da cui sprigionano tutti gli esseri.

E' difficile naturalmente, se uno non ha un minimo di concetto del Cristo come, prima di tutto un Essere divino, secondo come un Essere macrocosmico e non soltanto microcosmico come ognuno di noi, poi come Spirito del Sole quindi Entità sintetica e globale di tutto il sistema solare; nella misura in cui tutte queste conoscenze spirituali vanno a ramengo, certe espressioni che poi non si capiscono più vengono usate anche in greco - magari nel greco più tardo - con altri significati.

Adesso mi è venuto in mente un esempio: l’esempio di Nicodemo.

Se vi ricordate, nel III capitolo il Cristo dice: se non rinascerete, le traduzioni dicono “di nuovo”; Nicodemo capisce che bisogna nascere di nuovo e dice: “ma dimmi un po’, io ho una certa età, come si fa a rinascere, cioè a rientrare nel grembo di mia madre per nascere di nuovo?”

Allora: anwthn, anw (anoten, ano) significa sopra, che poi c’è anche qui, egw eimi ek twn anw (egò eimì ek ton ano) dice il greco - il versetto 23, chi ha il testo in greco lo guardi - anw (ano) significa sopra e il greco thn (ten) è l’origine; quindi anwthn (anoten) significa da sopra, dall’alto, perché anw-ana (ano-anà) è da sopra, dall’alto.

Quindi il Cristo dice a Nicodemo: se non rinascerete dall’alto, dal mondo spirituale, se non vi lascerete forgiare da ciò che è spirituale, resterete determinati dalle leggi della materia.

Ora, il quesito linguistico che ci occupa in questo momento è: com'è successo che questa parola che naturalmente, abbastanza chiaramente, significa dall’alto, Nicodemo già allora la capisca da capo, di nuovo?

Domanda: ma allora questa preposizione greca significa dall’alto o significa di nuovo? Significa tutti e due e adesso attenti a cosa succede; diciamo nell’evoluzione di una lingua, l’umanità è in evoluzione, anche la lingua greca era in evoluzione. Se voi studiate Omero - con Omero andiamo indietro ottocento, novecento anni prima di Cristo - a quei tempi, quindi nei primi tempi della lingua, (Eschilo, eccetera) vedete che questa preposizione non significa mai “da capo” o “di nuovo”, perché da capo o di nuovo è in riferimento al tempo.

Invece “da sopra” e “da sotto” è in riferimento allo spazio: sopra lo spirito e sotto la materia. Quindi rinascere da sopra, rinascere di nuovo, è tornare indietro, rifare il percorso.

Ai tempi più antichi la realtà dello spirituale era una REALTA’ e quindi si sapeva benissimo cosa significava nascere dall’alto, venire giù dall’alto, Deus ex machina: che veniva giù dal cielo.

Man mano che passano i secoli - arriviamo verso Platone, verso Aristotele - la realtà dello spirituale, del mondo di sopra diventa sempre più evanescente e questa stessa preposizione acquisisce sempre di più un’altra connotazione, un altro significato. Tanti scrittori cominciano a usare questa preposizione per dire “da capo”. In questa trasformazione di significato c’è il cammino dell’umanità che ha lasciato sempre di più, sempre maggiormente, l’esperienza reale dello spirituale perché, finché si viveva lo spirituale come una realtà, si capiva cosa significava nascere dall’alto; man mano che questa realtà dello spirituale svaniva, diventava evanescente, questa stessa preposizione cominciava a significare da capo, di nuovo: ricominciare da capo. Quindi se uno chiede a un grecista: ma anwthn (anoten) cosa significa?

La risposta dovrebbe essere: ha tutti e due i significati, però nei tempi più antichi prevaleva in un modo chiarissimo il significato dall’alto -nascere dall’alto, venire giù dall’alto, quindi dal mondo spirituale verso il mondo della materia- e man mano che passano i secoli significa da capo.

Questa espressione che abbiamo qui, thn archn (ten archèn) in tempi più antichi, magari quattro, cinquecento anni prima di Cristo, prima che il Cristo dicesse queste parole in Palestina a Gerusalemme, sarebbe stata intesa: Io sono il principio. Questa stessa espressione (che è stata poi tramandata) è stata capita, interpretata e anche usata per dire cosa?

Per dire: ve l’ho detto fin da principio, ve l’ho detto fin dall’inizio.

Chi sei tu? Ma è tanto tempo che ve lo dico, ve l’ho detto fin dall’inizio; mentre il significato originale è: Io sono il principio, Io sono l’inizio.

Adesso, la stessa espressione significa: ve l’ho detto fin dall’inizio.

Io sono il principio spirituale che scende sempre e di nuovo, con i suoi impulsi spirituali sulla terra, questo è trasformato nell’espressione temporale: ve l’ho detto fin dall’inizio.

I. Cosa dice tutta la frase? En archè, e poi?

Archiati: o ti kai lalw (o ti kai lalò) questa frasetta qui, siccome è di notevole difficoltà di accesso, in vari manoscritti alcuni hanno levato o ti (o ti), alcuni ci mettono archn (archèn), altri ci mettono thn archn (ten archen), perché non s’è capito più.

I. Strano che non si capisca questo vangelo quando comincia proprio con quelle parole…

Archiati: Si però vedi, ti ricordi che noi ci siamo chiesti perché non dice “all’inizio”, ma “nell’inizio”? Quindi se dice nell’inizio, vuol dire che questo inizio è una realtà, è dentro a questa realtà; allora finché tu capisci che questo archè è una realtà e dentro a questa realtà è operante il Logos, allora capisci che è una realtà; se questo en “nell’inizio”, lo trasformi con “all’inizio”, è sparita la realtà e ti è rimasto solo il tempo.

La maggior parte di manoscritti, qui ha: thn archn o ti kai lalv umin (ten archèn o ti kai lalò umìn) Io sono il principio, la realtà di cui vi sto parlando a modo umano, lalw (lalò), in modo da rendervela accessibile.

Certo che il Cristo ha espresso queste cose duemila anni fa, naturalmente non pretendendo che i poveri ebrei - giudei di allora che ci rappresentano tutti o magari anche noi eravamo presenti - capissero di botto quello che voleva dire; dice queste cose, esprime le leggi di riascesa dell’umanità, le leggi di ricongiungimento col principio che è il Logos, le esprime nel mezzo dell’evoluzione, al punto infimo della caduta, come prospettiva evolutiva, quindi dice delle cose ben sapendo che dopo duemila anni, se gli esseri umani sono bravi, cominceranno a capirci qualcosa, e sa che intanto l’unico effetto di queste parole è che lo faranno fuori… ma non è una sorpresa per Lui, lo sa qual’è la condizione degli esseri umani.

Quindi, noi dobbiamo leggere il vangelo partendo dal presupposto che il Cristo non può dire soltanto ciò che i suoi uditori erano in grado di capire, altrimenti farebbe un torto a noi; perché se avesse detto soltanto ciò che i suoi uditori erano in grado di capire, cosa avrebbe fatto, cosa avrebbe dovuto fare? Tenere la bocca chiusa. E difatti ci rendiamo conto che con un po’ di buona volontà riusciamo appena appena adesso a cominciare.

E ci rendiamo conto ad ogni piè sospinto che la teologia tradizionale non ha in effetti ancora le chiavi di lettura. Io sono convinto, per quanto mi riguarda, che non basterebbe affatto tutto lo studio della teologia, dell’esegesi, del greco se non fosse sopravvenuto il contributo specifico della Scienza dello Spirito; per quanto modesta, ma se non ci fosse quello….l’accesso al testo è precluso, perché è un testo di Scienza dello Spirito di una precisione vertiginosa.

8, 26 - Io ho tante cose su di voi da dire e da giudicare ma Colui che mi ha mandato è verace e Io le cose che ho udito presso di Lui, queste dico nel mondo.

Io ho tante cose da dirvi, da raccontarvi - peri umvn (perì umòn) circa di voi - avrei tante cose da dirvi sulla condizione umana, avrei tante cose da dirvi sulla realtà umana, sull’essere umano… avrei non è giusto… HO tante cose da dirvi: polla (pollà) tante cose, tante cose ho su di voi, circa voi, da dire e da giudicare.

Quindi il dire è il lato conoscitivo e il giudicare è il lato morale; avrei tante cose da dire in fatto di intuizioni conoscitive sull’essere umano e ho tante cose -il principio, il Logos ha tante cose- infinite cose da dire in fatto di giudizio; Giudizio significa discernere il tipo di comportamento. Questo è il giudizio. Cosa vuol dire: “ho tante cose da dire su di voi e da giudicare su di voi”? Significa che è all’inizio del Suo dire e del Suo giudicare.

Avevo appena anticipato quello che adesso dice.

Se è vero che Lui ha tante cose da dire e da giudicare su di noi, vuol dire che il Cristo comincia adesso, fa un primo principio del comunicare con l’umanità, e continuerà a dire e giudicare perché ha tante cose da dire e giudicare.

Ha tante, cioè infinite, intuizioni conoscitive e intuizioni morali, e ce le ha da dire; se ce le ha da dire, Gli riuscirà o non Gli riuscirà di dirle?

E certo che Gli riesce di dirle, se no non sono cose che ha da dire.

Vedremo nel XII capitolo, dove dice: ho ancora tante cose da dirvi, ma non le potete portare ora, non le potete sopportare ora, non siete in grado di recepirle ora… Queste frasi del vangelo di Giovanni, tra l’altro, sono affermazioni importantissime perché, - perdonatemi il modo succinto di dire la cosa… detta così, soprattutto come affermazione un po’ sommaria su duemila anni di cristianesimo sembra un po’ soverchia, ma prendetela nella sua realtà oggettiva - una delle affermazioni fondamentali del cristianesimo tradizionale (che forse con lo spirito del Cristo ha poco a che fare), è che il Cristo tutto quello che aveva da dire l’ha detto allora. E con l’ultima pagina del Nuovo Testamento è conclusa la rivelazione che il Cristo aveva da fare.

In altre parole, uno dei tratti fondamentali del cristianesimo romano, se volete, è di aver chiuso la bocca al Cristo perché gli si è detto: “tu, tutto quello che avevi da dire l’hai detto allora, e da allora in poi esiste soltanto la NOSTRA interpretazione, ex cathedra; tra l’altro, una interpretazione di ciò che tu hai detto che spetta solo a noi”. Questo elemento di potere della Chiesa invece fa a calci e pugni con queste affermazioni così palesi del vangelo di Giovanni, dove il Cristo dice: ho tante cose da dirvi in chiave conoscitiva e in chiave morale; e ripete poi più tardi: ho ancora tante cose da dirvi ma ora, a questo gradino evolutivo, non siete in grado di portarle e quindi si tratta di aspettare quando gli esseri umani saranno in grado.

Ma Lui, il Cristo, dice: “ho tante cose da dirvi”... si lascia imporre dagli esseri umani se dirle o no? Se si lasciasse imporre dagli esseri umani se dirle o meno e se gli esseri umani non fossero in grado di riceverle, allora non avrebbe cose da dire. Se Lui dice: ho ancora tante cose da dirvi ma ora non siete in grado di portarle, significa che si riserva di dirle più tardi… mi pare così chiaro. Quindi il problema è di chi vorrebbe tenere sotto controllo gli esseri umani, quindi deve proibire loro l’accesso individualizzato allo spirito, deve proibire l’autonomia spirituale mettendola sotto sospetto come se fosse per natura peccato di superbia, di arroganza, viversi come spirito individualizzato, come Dio comanda con la gioia di capire sempre meglio le cose dello spirito.

I. Che mezzo usa per dire queste cose?

Archiati: Uso un’immagine: la Chiesa ha sempre detto di essere una mamma: la Madre Chiesa. Supponiamo che mille anni fa (e penso che sia vero, basta che entriamo nell’oggettività della storia), quindi intorno all’anno 1000 per dire un punto dell’evoluzione, gli esseri umani in media avessero uno spirito così bambino che di questa mamma ce ne fosse bisogno. E finché ce n’era bisogno, la mamma era una buona mamma… mille anni fa. Dicevamo prima che col passar del tempo le cose cambiano; stiamo facendo un altro esercizio come risposta alla tua domanda. Se tutto è in evoluzione, io chiedo adesso a te: qual’è la legge evolutiva di ogni mamma di questo mondo? Che col passar del tempo, se non muore prima, diventi nonna. E la legge evolutiva dei figli non è di continuare a dire peste e corna sulla gonna della nonna perché non sono capaci di staccarsi; se ne devono andare via dalla gonna!

Quando il bambino aveva zero anni la mamma aveva venticinque anni; adesso che il bambino ha cinquant’anni, che età ha la mamma diventata nonna: settantacinque anni, e tu stai chiedendo a me: pensi tu Archiati che a cinquant’anni sarebbe forse ora di divenire autonomi? Te lo devo dire io?

Non lo sai?

E chi ha bisogno ancora della gonna è un bambino e a quel punto lì vale soltanto la tolleranza e il rispetto reciproco, però nessuno ha il diritto di dire peste e corna della gonna semplicemente perché non è capace di rendersi autonomo. Si renda autonomo; una nonna ha il diritto di essere nonna.

I. Io ho capito che la domanda era diversa, cioè: il Cristo che mezzo usa adesso?

Archiati: Era questa la domanda? Io avevo capito come fa adesso la Chiesa a controllare gli individui, perché era quello il contesto… Mi sto dando un paio di secondi… Si tratta di individuare un tipo di risposta che colga nel segno. Rifai la domanda.

I. Io ho chiesto quale mezzo usa il Cristo oggi per parlarci; ha tante cose da dirci, quindi usa un mezzo, duemila anni dopo, che noi dobbiamo ascoltare; che tipo di mezzo usa, oggi come oggi? E poi ho detto: nella percezione individuale ci dobbiamo mettere noi in uno stato di domanda per cui le risposte ci arrivano attraverso la vita, praticamente?

Archiati: Vedi che se prendi il tuo discorso, tutte le immagini, le categorie che hai usato, presuppongono una matrice vecchia, stravecchia, se vuoi, di un Cristo estrinseco: è lì, fuori da qualche parte, che mezzo usa per parlarmi…

Se tu parli in questo modo, siamo fuori. I pensieri che tu pensi sono le parole che il Cristo parla in te e attraverso di te! E tutto quello che ti viene dal di fuori, non è il Cristo per quanto ti riguarda.

Quindi vedi che il discorso della mamma c’entrava, eccome!

Riprendiamo da 8, 26 - “…ho tante cose da dire e da giudicare su di voi” - ho tante cose da dire, tante affermazioni conoscitive da fare sull’essere umano e ho tante cose di giudizio morale, di decisione - krinw (krino) significa decidere, il krino è sempre la decisione di andare di qua o andare di là. Quindi il dire è un’affermazione conoscitiva non è una decisione, mentre decidere… che significa decidere? De-cidere?

I. Tagliare.

Archiati: Tagliare. Quindi il decidere è sempre un fatto morale: io mi trovo qui e ogni decisione morale è una scelta fatta di fronte a un bivio.

Se io non sono posto di fronte a un bivio -cioè che ho almeno due possibilità, questo o quest’altro- non è una scelta morale; quindi ogni scelta morale è una crisi, devo de-cidere: o vado di qua o vado di là. Qui c’è un bivio.

Allora il Cristo dice: ho tante cose da dire per conoscere l’essere umano.

Nella misura in cui mi conosco, vi conosco, conosco sempre meglio la sorgente del mio Io superiore, del Cristo in me, ogni volta che devo de-cidere, il Cristo ha ancora tante cose da giudicare, come dire la forza della crisi, Krino.

I. Infatti c’è il crinale

Archiati: Certo, il crinale. Quindi le due cose che dice sono: Io vi accompagnerò - il principio, la forza del principio, l’arché-tipo umano, l’Io Sono è l’archetipo umano – e congiungersi con l’archetipo umano significa sapere sempre meglio cosa è l’uomo. Con intuizione conoscitiva sapere sempre meglio chi Io sono nell’umanità, e nella misura in cui mi conosco sempre meglio, conosco sempre meglio l’essere uomo, conosco sempre meglio chi io sono nell’organismo umano, e in base all’autoconoscenza so in chiave morale, ho le intuizioni morali di volta in volta posto di fronte a una scelta: vado di qua anziché di là. Questa è la crisi, il krino, il giudizio morale.

Giudizio conoscitivo: ho tante cose da dire su di voi.

Giudizio morale: ho tante cose da giudicare; però questo giudicare è il krino, il verdetto in chiave operativa.

Queste frasi del vangelo di Giovanni sono molto incisive… se avessimo una traduzione fatta… però è difficile fare una traduzione che si capisca senza un minimo di parafrasi, di spiegazione. In Germania mi hanno chiesto tante volte di tradurre, di fare una bella traduzione del Vangelo di Giovanni, ma io ho detto che non serve a nulla; bisogna fare un sacco di spiegazioni. E allora tanto vale fare le spiegazioni e lasciare a ognuno di fare la propria traduzione.

“…ma Colui che mi ha mandato è verace e Io le cose che ho ascoltato, che ho udito presso di Lui, queste dico nel mondo“

Dico nel mondo, nel mondo di sotto, nel mondo della Terra, nel mondo degli uomini sono venuto a dire le cose che ho ascoltato dal Padre, quindi il Cristo è l’articolazione logica, è il Logos che articola in termini di verbo umano, comprensibile agli esseri umani, il decreto divino del Padre sulla natura, ciò che il Padre ha pensato creando la natura umana.

Perché dice questo “ma”? Perché ha ancora tante cose da dire e giudicare: ho tante cose da dire e da giudicare su di voi, ma colui che mi ha mandato è verace, anche se tante cose non vengono ancora dette perché sono ancora da dire; resta che Colui che mi ha mandato è verace.

Quindi fa parte della verità di ciò che si dice il conoscere il tempo giusto per dirlo. E quindi anche dire le cose giuste prima del tempo giusto è un far torto alla veracità del Padre, che accompagna gli esseri umani di gradino evolutivo in gradino evolutivo.

“…e io ho ascoltato...”, ho udito da Lui, le cose che ho ascoltato, queste narro, queste dico in un modo accessibile agli esseri umani - lalw (lalò) - dico - eiV ton kosmon (eis ton kosmon) nel mondo degli uomini, nel mondo della Terra.

8, 27 - Non capirono che parlava del Padre suo.

Non capirono, non compresero, che parlava del Padre suo.

Ci siamo detti che gli ebrei, i giudei di duemila anni fa, con tutta la buona volontà non hanno il concetto della divinità suprema nel senso che pur essendo un popolo monoteistico, il loro Jahve non è la divinità suprema.

Jahve è un’entità lunare, che è al contempo lo spirito del popolo ebraico.

Il Padre della Trinità divina di cui il Cristo parla - continuando a dire che Lui è il Figlio di questo Padre - nella realtà della conoscenza spirituale del popolo ebraico, non era conosciuto. Gli ebrei di allora non conoscevano questo Padre.

Quindi Lui dicendo loro che non lo conoscono, dice una cosa oggettiva.

Che poi essi facciano fatica ad accettare che adesso qui viene una persona -un rabbino, un Gesù di Nazareth, che poi non ha neanche fatto la scuola normale dei rabbini- che addirittura si dice la Luce del mondo - l’ha appena detto - che si dice Figlio del Padre, e si capisce sempre di più che questo Padre è qualcosa ancora più alto, più eccelso di Jahve, se non ci fosse il piccolo pasticcio o il grosso pasticcio che sempre più gente va dietro a Lui, basterebbe dire questo ha le traveggole e lo si potrebbe ignorare. Ma il problema invece è che sempre più gente, in base al fatto che il Suo modo di parlare, il Suo modo di operare è convincente… sempre più persone hanno un sentore di essere in tempi messianici, in tempi propri del Messia, e si trovano di fronte ad una realtà dove devono prendere posizione. Non capirono, non sapevano, non intesero che parlava loro del Padre, del suo Padre.

8, 28 - Disse loro Gesù: “quando innalzerete il Figlio dell’uomo allora comprenderete che Io Sono e che Io da me stesso non faccio nulla ma così come mi ha insegnato il Padre, queste cose dico”.

Disse loro Gesù: quando innalzerete il Figlio dell’uomo allora comprenderete -capirete, conoscerete- che Io Sono e che Io da me stesso non faccio nulla - kai apemautou poiv ouden (kai ap'emautù poiò udèn) da me stesso non faccio nulla - ma così come mi ha insegnato il Padre, così parlo; le stesse cose che il Padre mi ha detto, così parlo.

In altre parole, la redenzione - per usare un termine tradizionale - deve corrispondere alla caduta; la rigenerazione della natura umana deve corrispondere alla natura umana; il Padre si esprime nella natura; in che modo il Figlio rigenera la natura? In corrispondenza con la natura, cioè la rigenerazione deve corrispondere alla natura.

“Il Padre ha combinato la caduta dell’umanità”, usate queste parole tra virgolette, la caduta è l’opera del Padre; qual’è il senso della caduta?

La riascesa, la salita. Se aiuta gli esseri umani a risalire, cosa è venuto a fare il Figlio? E’ venuto a fare la Volontà del Padre, perché il senso della caduta è la salita, quindi la volontà del Padre è la risalita; in altre parole il senso del determinismo di natura è la liberazione. Ci siamo?

Il senso compiuto dei meccanismi dei determinismi di natura è la libertà.

Se capiamo questa frase -che il senso della non libertà è di trasformarsi in libertà, e il controsenso è di restare nella non libertà- allora capiamo il modo religioso di dire la stessa cosa: il senso della natura non libera è di diventare sempre più libera, che il linguaggio religioso esprime dicendo “il Padre manda il Figlio”. Ogni frammento di non libertà è una aspirazione alla libertà.

… Si capisce o dico cose troppo difficili? Si capisce.

Ogni tanto ritorno al nocciolo della questione perché il testo ripete: “il Padre manda il Figlio”. Ma che vuol dire? Ora mi trovavo ad un punto in cui mi dicevo: glielo faccio capire che significa “il Padre manda il Figlio”, lo traduco in linguaggio bello pulito, non teologico trito e ritrito… però mi interessa sapere se si capisce o non si capisce nulla!

Il Padre sta per tutto ciò che è di natura; il Figlio sta per tutto ciò che è esperienza di libertà, di liberazione. Libertà è sempre liberazione, perché una libertà che rimane tale e quale ridiventa un automatismo.

Quindi una continua liberazione; e una continua liberazione cos’è?

Creatività.

Una continua liberazione è la forza di non ripetersi mai.

Certo che questa creatività vertiginosa che non si ripete mai ha bisogno di un sostrato di natura che è costante. Però l’essenza dell’umano non è il sostrato di natura che è costante; il senso del sostrato è ciò che si fa sulla base di questo sostrato. Perché se non nasce la creatività dello spirito umano a che è servita tutta una vita? Tutta ‘sta sudata di tutti ‘sti esseri divini..?

Restano lì a guardare l’essere umano che fa una poltrita… e si dicono: “ma chi ce l’ha fatto fare! Per millenni ci siamo dati da fare per rendere possibile, per creare le condizioni necessarie, tutti gli strumenti della creatività agli esseri umani e quelli che fanno? dormono! Che facciamo… li costringiamo a diventare liberi? Allora non sarebbero liberi.”

Che devono fare ‘sti esseri spirituali? Come una mamma, che quando il figlio proprio dà fuori… siete tutti contro la mano un po’ pesantina?

Genitori che non hanno mai il coraggio di usare, per amore naturalmente, un pochino la mano pesantina con il figlio, lo rovinano. Perché la libertà incipiente, la libertà profittevole è il tipo di libertà che non ha più bisogno degli scossoni, perciò è più forte.

L’essenza della libertà incipiente è proprio che ha bisogno di qualche aiuto, e in che cosa consistono gli aiuti? In scossoni. L’umanità, se non viene fuori da questo materialismo, mandiamole un paio di guerre… ben venga un Bush che picchia di qua, picchia di là… può darsi che si diano una svegliata ‘sti esseri umani… sennò che devono fare ‘sti esseri spirituali?

Quindi il materialismo è un peccato di omissione su tutta la linea! Gli esseri spirituali stanno lì a guardare e dicono “che facciamo?”

I. Una parte di esseri spirituali, abbiamo detto questa mattina, invece parteggiano in campo avverso… quindi vogliono che niente cambi.

Archiati: Ah, lo vedi che quelli dicono agli altri: eh, siamo più bravi noi a far perdere tutti i colpi, che non voi a farglieli prendere.

E perché sono più bravi loro? Perché per perdere i colpi basta lasciarsi andare! Quindi è molto più facile perdere i colpi che non perderli.

In altre parole la non libertà è automatica, invece la libertà non è automatica, ci può essere e ci può non essere.

Quantitativamente, il cosiddetto male deve essere sempre più forte, quindi uno dei peccati di omissione dello spirito umano è di non capire - ecco l’omissione - che il bene è questione di qualità, non di quantità; e l’essenza del cristianesimo, l’affermazione fondamentale, centrale del cristianesimo è che l’umanità è già stata SALVATA perché in Uno - il Cristo - non c’è stato nessun peccato di omissione; e questo Uno vale qualitativamente di più che non tutto il resto dell’umanità!

Il male si fa forte della quantità, perché gli manca la qualità. Chi non ha pensieri interessanti, si accontenti almeno dei soldi; i soldi sono un fattore di quantità, i pensieri belli sono un fattore di qualità.

I. Questo Figlio dell’uomo è il risultato di ciò che l’essere umano farà di se stesso; innalzare il Figlio dell’uomo, per l’esegesi corrente, è un richiamo alla crocifissione…

Archiati: E perché no? Perché vuoi escluderlo, scusa?

I. Anche, però voglio dire anche l’altro: cioè capire il senso del Padre che ha mandato il Figlio. Mandare il Figlio è produrre il Figlio dell’uomo, o no?

Archiati: Letteralmente la frase dice: 28 - disse loro Gesù, quando innalzerete il Figlio dell’uomo allora conoscerete che l’essenza dell’uomo è l’esperienza dell’essere un Io, Io sono.

Che significa innalzare il Figlio dell’uomo?

Come runa storica, sta di fatto, fu innalzato sulla croce, è morto in quel modo lì; però va presa come cifra storica di una realtà spirituale.

Ora l’innalzare: se è vero che noi siamo del mondo di sotto, nella misura in cui innalziamo il Figlio dell’uomo, entriamo nella realtà dell’Io sono.

In altre parole, nella misura in cui ci innalziamo in quanto uomini e entriamo sempre di più nell’esperienza delle realtà di ciò che è spirituale - e materia e spirito vengono espressi con queste immagini spaziali, sotto e sopra, quindi innalzare, però devi trasporre lo spaziale in realtà spirituali - man mano che l’essere umano si eleva a esperire la realtà sostanziale creante dello spirito, si vive come un Io creatore e viene all’essere in quanto Io.

I. Infatti quello che ti volevo dire è proprio quello che tu, molto meglio di me, hai detto, nel senso che non ha solo il significato storico, ecco, il primo annuncio della crocifissione; io dico che il senso più pregnante è proprio quello che hai finito di dire.

Archiati: Che vuol dire più pregnante?

I. Che se tu dici solo quell’altro, dimentichi un significato più importante…

Allora, ci stiamo avviando verso la fine dell’VIII capitolo, siamo al versetto 28: “...Io non faccio nulla da me stesso, ma così come mi ha insegnato il Padre, tali cose dico”.

Interessante che prima dice: non faccio nulla da me stesso, ma così come mi ha insegnato il Padre, così dico. “Io non faccio nulla da me stesso” significa che il principio Cristo, l’elemento, l’esperienza dell’Io Sono non può mai essere arbitraria; in altre parole o è intrinseco alla natura umana di diventare sempre più creatori, oppure questo non sarebbe nemmeno possibile.

Io non faccio nulla da me stesso significa che l’esperienza dell’Io, l’esperienza della creatività umana non salta fuori dal nulla ma si orienta secondo la natura umana; mi attengo alle indicazioni evolutive della natura - il Padre sta per natura; il Padre indica sempre il dato di natura -.

In altre parole il Cristo dice: le affermazioni che faccio sull’essere umano non sono campate in aria, sono una lettura fedele della natura umana.

Se non fossero una lettura convincente, fedele della natura umana, riuscirebbe a convincerci il Cristo? No… gli diremmo, guarda che sbagli.

Che criterio avremmo noi per dirgli guarda che sbagli?

L’autoesperienza, cioè il modo in cui facciamo l’esperienza della natura umana. Il criterio dell’autointerpretazione dell’essere umano è la sua natura. D’accordo? Perché se non avessimo il criterio assoluto oggettivo della natura umana che tutti abbiamo in comune, non avremmo nessuna base comune, neanche la possibilità di un linguaggio accessibile a tutti; e l’articolazione dell’umano più convincente è quella che ha la capacità di essere il più fedele alla natura che tutti ci accomuna. Più è fedele alla natura che tutti ci accomuna e la interpreta in modo genuino, e più ognuno dice: si, si, è così; non soltanto è così, ma lo capisco!

Oppure vedo davanti a me un sacco di cose, e la gente dice: ma di che sta parlando? È così in questo momento?

La verità che il Cristo dice: non sono venuto a dire cose campate per aria - non mi capirebbe nessuno e non convincerei nessuno – ma sono venuto a porre il fenomeno archetipico di autointerpretazione e di autorealizzazione dell’umano, della natura umana, presuppone però che ci sia un Creatore che l’ha creata questa natura umana.

In altre parole, il Cristo dice: io non sono venuto a crearla la natura umana, c’è già! Mi attengo alla creazione del Padre, mi attengo a ciò che il Padre ha iscritto nella natura umana.

Qual’è allora l’essenza normativa della natura umana? Un’aspirazione infinita, mai finita, alla libertà! Questa è l’essenza della natura umana.

Ogni altra affermazione sarà per natura più parziale o addirittura sbagliata.

Perché questo tipo di affermazione è talmente essenziale, che comprende tutto. La natura umana è l’intenzionalità evolutiva che fa trapassare sempre di più da essere creatura ad essere creatore. Questa è la natura umana.

Diventare sempre più creatore, che poi uno dica la libertà, la creatività… basta che ci capiamo. Questo mistero che è così globale, così centrale dell’essere umano, ognuno lo può sminuzzare, lo può dire con parole sue; è questione anche di linguaggi, di popoli, eccetera.

Più le cose diventano complesse più è necessario ritornare all’essenza. Viviamo in una umanità squadernata nella pluralità che diventa sempre più razzista, proprio perché l’essenza del razzismo è l’incapacità di dar peso morale a ciò che ci accomuna tutti. Questa è l’essenza del razzismo: l’incapacità di dar peso morale a ciò che tutti ci accomuna, quindi alla natura umana che abbiamo tutti in comune; ed è questo che va riconquistato, altrimenti sarà un mondo degli uni contro gli altri dove ci distruggiamo a vicenda.

A maggior ragione l’urgenza di un testo di questo tipo, che è un testo classico, proprio il più pulito, di universalità umana, perché il Cristo è per eccellenza l’archetipo dell’umano.

Io non dico nulla da me stesso significa io mi attengo alla natura umana, non invento nulla, il mio compito è questo qui: fare l’ermeneutica della realtà oggettiva iscritta nella mente e nel cuore di ogni uomo, indipendentemente dalla sua cultura, religione o razza, colore della pelle, eccetera, per il fatto stesso di essere uomo. E così come la natura paterna mi insegna, mi lascio insegnare; mi lascio ammaestrare dalla natura, mi lascio ammaestrare dalla saggezza della natura. Così come mi parla la saggezza della natura, così parlo.

Il Cristo dice: tutti i concetti che Io creo sono fedeli alla percezione.

E la natura umana deve essere un dato di percezione, altrimenti non ci possiamo capire se noi non abbiamo un dato di percezione - percezione è l’elemento oggettivo -; e il pensiero è il modo di individualizzare, interiorizzare in chiave creativa propria il contenuto di saggezza divina della percezione. Ora la percezione, il percepibile dell’umano, è quella natura che è accessibile a tutti; e nella misura in cui la nostra interpretazione pensante della natura è fedele, si attiene, è capace di non sgarrare ma di seguire la saggezza del dato di percezione, avremo la capacità di intenderci sempre di più perché interpreteremo sempre più giustamente ciò che è stato iscritto oggettivamente nella natura umana.

E’ tutto un lavoro da fare, perché non è stato fatto finora né dalla morale tradizionale né dalla teologia, meno ancora dalla scienza naturale che disattende del tutto la realtà dello spirito.

E’ tutto un lavoro da fare… ben per noi!

Ce n’è di lavoro da fare, ma è una cosa bella da fare; però va fatta, se continuiamo a perdere colpi, lo vediamo cosa avviene nella umanità…

Perché adesso sto Pinco Pallino degli Stati Uniti che crea tutto un putiferio… mica le cose sono diventate migliori, mica siamo così stupidi da pensare che le cose siano andate meglio… che si viva meglio oggi in Afghanistan… e adesso anche una botta all’Iraq… succede un incendio mondiale…

Dove sono gli spiriti umani che hanno la forza di dire NO, non sono d’accordo, questo non fa andare avanti l’umanità?! Ma siamo tutti impauriti di fronte al potere di questo mondo? Ma che uomini siamo? Le cose diventano molto concrete. E quando uno dice cose del genere… ah, allora adesso sta facendo politica…come se il commento sul vangelo dovesse dire soltanto cose che non hanno nulla a che fare con la vita. Appena hai a che fare con la vita reale… no, no, adesso stai facendo politica, quindi si è instaurata una religione che è bella, perché non ha nulla a che fare con la vita.

Tempi antichi: la religione si faceva in chiesa; tempi moderni: si fa in sacrestia, basta che non abbia nulla a che fare con la vita.

Un vangelo di questo tipo qua… questi pensieri, o entrano in tutte le fessure, in tutti gli aspetti della vita, oppure non servono a nulla; è una liberazione interiore che dà all’individuo la capacità di dire i suoi pensieri e di pagare qualcosa per le sue convinzioni; un essere umano che non ha la forza di pagare qualcosa per le sue convinzioni non vale nulla, perché non ne ha di convinzioni.

Avere delle convinzioni significa godere di pagare qualcosa per le proprie convinzioni. Andare in brodo di giuggiole… allora sì che la vita vale qualcosa.

8, 29 - E Colui che mi ha mandato è con me, non mi ha lasciato da solo, poiché Io compio sempre ciò che piace a Lui.

Colui che mi ha mandato è con me, non mi ha lasciato da solo, poiché Io compio sempre - pantote (pàntote) sempre - ciò che piace a Lui, ciò che è gradito a Lui. L’esercizio della libertà, l’esercizio della creatività, trasformare l’universale umano in una individualizzazione unica, è passare dal Padre al Figlio: il passaggio dal Padre al Figlio.

Il Padre sta per ciò che è comune a tutti, la natura in quanto comune a tutti; l’esperienza del Figlio è il lavoro artistico infinito che individualizza l’universale umano, in modo che l’universale umano in me si esprima in sfumature del tutto uniche; però queste sfumature del tutto uniche sono sfumature dell’umano, non sono in contraddizione con l’umano.

Allora cos'è che piace al Padre che ha creato l’essere umano?

Qual è la volontà del Padre? È il Figlio.

Quindi il dinamismo evolutivo dell’universale umano è l’emergenza dell’individuo unico, dell’unicità dell’individuo.

In altre parole, l’arte di essere uomini è di prendere l’argilla non ancora individualizzata dell’umano e di dargli una forma del tutto unica e irripetibile, in modo che chi la guarda, chi la contempla, dica: questo essere umano sei tu e solo tu. Sono io e solo io, però l’argilla di partenza era quella che avevamo a disposizione tutti.

Che bella frase questa: colui che mi ha mandato è con me”; l’argilla ce l’abbiamo sempre a disposizione, quindi il pensiero del Padre, del Creatore della natura umana non è che scappa via, è sempre con noi.

Il Creatore della natura umana è sempre con noi, siamo sua creatura.

Colui che mi ha mandato è con me.

Il Padre manda noi, non resta Lui padrone. Egli dice: adesso io ho fatto il mio lavoro, adesso tocca a te. Io ho fatto la natura umana, adesso tocca a te, al Figlio, che è il Cristo, che è l’Io sono in ogni essere umano.

Il Padre manda il Figlio significa che la natura umana universale anela ad individualizzarsi. Traduco “Il Padre manda il Figlio”: l’universale umano vuole individualizzarsi in ognuno, quindi il Figlio è il mistero dell’individualizzazione dell’umano, in modo che questo umano universale si esprima in ognuno in una sfaccettatura, in un modo del tutto diverso.

E’ come un grande tema, una sinfonia con infinite variazioni e ognuno è una variazione tutta sua.

“Colui che mi ha mandato è con Me; non mi lascia da solo” in altre parole noi non veniamo mai lasciati in asso dalla natura umana, che è la volontà del Padre. La natura umana ci è sempre accessibile, non siamo mai da soli; siamo sempre accompagnati - perché è il nostro essere - dalla natura umana, dal Padre; quindi il punto di riferimento non lo perdiamo mai.

Non siamo mai da soli, piantati in asso dalla natura umana: la natura umana ci accompagna, non è come un vestito che adesso abbiamo e poi non lo mettiamo più.

Che bello! Che belle espressioni ci sono nel vangelo di Giovanni!

“Non mi lascia da solo perché Io compio ciò che piace a Lui sempre” …quindi non sentirsi soli è proprio per il fatto che ciò che l’essere umano compie lo percepisce come eseguire sempre il desiderio del Padre; ed il desiderio del Padre è il Figlio. Il dinamismo intrinseco della natura universale è di diventare diversa, individuale, è proprio di sfaccettarsi all’infinito in ogni modo diverso in ogni essere umano.

Il tuo modo di essere uomo o donna, cioè di essere un essere umano, lo devi dire tu qual’è; nessuno ti può dire dal di fuori quale sfaccettatura dell’umano sei chiamato ad evidenziare, a realizzare. Perché l’altro ti potrà dire soltanto quali sfaccettature dell’umano lui o lei è chiamato a realizzare.

L’ Io Sono si può dire soltanto dal di dentro; per tutti gli altri io sono un tu, non sono un Io. Ognuno è un Io soltanto per se stesso.

Tutte le parole del linguaggio - eccetto una - tutte le altre parole del linguaggio, hanno un significato oggettivo uguale per tutti: patata, minestra, gazzella… un significato oggettivo uguale per tutti; c’è soltanto una parola che ha un significato che vale soltanto per uno, ed è la parola IO.

Il mistero dell’Io è il mistero della chiamata all’individualizzazione, ad essere unici. L’essenza dell’immoralismo è l’adeguamento, è la sottomissione, perché preclude, uccide l’Io.

Ce n’è di strada da fare se pensiamo alla morale tradizionale che ci vuol convincere che il bene è proprio nella sottomissione. Il bene morale non è la sottomissione dell’Io, ma l’emergenza dell’Io. Che paradossi! Ma che paradossi! Poi in contesti del genere, con vangeli del genere, come se il bene consistesse nel cancellare la propria peculiarità e di diventare secondo la legge comune. Ma questo è cancellare l’Io unico in ciascuno: uccidere il Cristo unico in ciascuno. E’ l’essenza dell’immoralità!

Si capisce? …O non siete d’accordo?

8, 30 - Lui dicendo queste cose, tanti credettero in Lui.

Chi è che diceva che la gente allora non capiva nulla?

In altre parole, allora, alla svolta, eravamo tutti presenti, tutti noi abbiamo sentito queste parole; e se anche non le avessimo sentite fisicamente - perché non eravamo presenti fisicamente - le abbiamo sentite perché eravamo presenti spiritualmente.

Voi direte: non necessariamente eravamo disincarnati, forse eravamo incarnati in India, eccetera… E quando si dorme non si è forse nel mondo spirituale? Quindi è molto importante, tra le altre cose, richiamarci sempre a questo pensiero: che quando il Cristo, proprio anche storicamente, duemila anni fa, dice queste parole, TUTTI gli esseri umani le sentono; tutti gli esseri umani le hanno sentite, anche noi!

Sia che fossimo tra i Giudei di allora, presenti fisicamente; sia che fossimo escarnati tra una morte e una nuova nascita e quindi spiritualmente eravamo ancora più presenti; sia che fossimo incarnati in altre culture, perché ci sono sempre, diciamo, le ore di sonno dove l’Io spirituale è in connessione diretta con l’Io del Cristo.

Quindi noi stiamo rammemorando, in questo momento noi stiamo rammemorando ciò che abbiamo già sentito, perché altrimenti non potremmo sentire la connaturalità con queste cose.

E allora, quello che dicevo è che se il Cristo avesse detto allora -e le ripetesse adesso- delle cose che non hanno nulla a che fare con la natura umana, non avrebbe convinto nessuno.

Ora la domanda successiva è: per dire che molti credettero in Lui non dice molti capirono metafisicamente tutto quello che stava dicendo, no, non lo dice. Dice molti episteusan (epìsteusan), molti sentirono una connaturalità di natura con quello che stava dicendo. Non vuol dire che lo capirono intellettualmente, perché questa è una dimensione, se vogliamo, riduttiva.

L’uomo moderno, in base alla scienza, ha bisogno della porta della comprensione intellettiva per convincersi, tanto è vero che oggi noi intendiamo ciò che convince nel senso che lo capiamo e diciamo: mi convince, l’ho capito.

Invece il convincere di allora, di una umanità un pochino più infantile, duemila anni prima, non era un convincere che partiva dalla porta dell’intelletto. Convinceva direttamente attraverso il cuore, per cui l’esperienza di questo tipo di convinzione -con-vincere- viene espressa con questa parola che si continua a ripetere, che è la pistiV (pistis).

Molti credettero in Lui significa: molti fecero l’esperienza, mentre parlava… Quando io dico che qualcosa è bello intendo dire che ho capito metafisicamente tutto? No intendo dire: sento a livello di sentimento una connaturalità, mi fa bene… sì, sì.

In altre parole, dal modo in cui Lui parlava (questo Cristo che poi è il fenomeno archetipico dell’umano) molte persone - e cioè quelli che erano liberi, che non avevano seggiolini da difendere, perché quelli prima di convincerli bisogna dar loro l’assicurazione della sedia - furono convinte.

Che significa furono convinti, credettero in Lui?

Significa che sentendo, vedendo ciò che faceva, ciò che diceva, dicevano: è bello essere così, sì, è bello, è bello!

L’essere umano è chiamato… “sì, mi piace”… molti credettero in Lui.

Cosa vuol dire essere credibili? Cosa vuol dire che una persona è credibile? Coerente con la natura, che vuol dire coerente?

I. Testimone della natura.

Archiati: Testimonia della natura, cioè mi conferma della mia esperienza di uomo. Non mi mette in questione, non mi presenta soltanto la negatività, mi conferma, e allora uno fa l’esperienza che dice: è bello essere uomini!

Ed è questo che ognuno ricerca. L’esperienza che dice è bello essere uomini!

Che volete di più? Se uno fa l’esperienza che dice: “è bello essere uomini!” di meglio non c’è; noi siamo uomini, quindi meglio che fare l’esperienza che è bello essere uomini non c’è. Più convincente di questo non c’è.

Quindi messi, esposti al parlare, all’operare del Cristo, la pistis, cioè il credere in Lui, l’essere convinti da Lui significa: facevano l’esperienza che è bello essere uomini! E solo questo è convincente; però è convincente!

E quando io dico è bello, nel bello c’è il vero ed il buono.

Tra l’altro, noi abbiamo a che fare con un testo che è in greco.

Questa esperienza della positività dell’umano noi, poi, la sminuzziamo in tre:

fig 14.psd

La natura umana, essere uomini, è vero, è la nostra verità; però non basta che sia vero, perché se è vero devo imparare la filosofia e la metafisica, devo imparare la verità sulla persona umana… Non basta.

E’ bello!

Da dove si parte?

Dal bello! Da qui si parte.

E da qui si va verso il vero e il buono (vedi schema sopra - NdR).

Sì è bello, perciò è vero.

Quindi è vero perché è bello.

Il moralismo ha invertito le due cose: tu hai il diritto di dire che è bello soltanto se è vero; ma come faccio io a sapere se è vero, se non faccio l’esperienza che è bello? E se è bello è anche buono. Perché mi fa bene.

Buono è ciò che mi fa bene.

Perché altrimenti i moralisti dicono: basta che sia buono, anche se non ti fa bene! No, no, come può essere buono se non mi fa bene?

Non sarà mica buono soltanto perché fa bene a te!...

Goethe era un tipino proprio perché il mistero dell’uomo, il mistero dell’umano, lui l’ha preso a partire dalla bellezza, come chiave per sapere cos’è vero, cos’è genuino, cos’è autentico; perché il vero è genuino ed autentico. Come faccio io a sapere ciò che è genuino ed autentico, se non faccio l’esperienza del bello?

In Italia c’è una specie di passo in avanti… Insomma, essendo un popolo, una lingua, che è vissuta per secoli di arte, questo discorso lo si dovrebbe capire; in Germania è un po’ più difficile farlo capire, perché il tedesco t’arriva e prima vuole sviscerare metafisicamente la verità sull’essere umano, e dopo un paio di secoli di questo svisceramento salterà fuori, forse, che è anche bello! ...sto esagerando eh!

La difficoltà del fenomeno religioso tradizionale è che si è voluta instaurare una morale che vuol saper cosa è buono - cosa è il bene per l’essere umano - o cosa è il vero, disattendendo il bello.

Perché l’esperienza del bello è l’esperienza della gioia e l’esperienza della gioia è l’esperienza della pienezza: quella è la porta. Quella è la porta!

Il bambino che cresce, che esperienza fa?

Se fossimo già a livelli di perfezione dell’evoluzione, potremmo affrontare direttamente il vero e direttamente il buono; ma siamo agli inizi, proprio nella fase infantile della libertà, quindi della creatività. Nella fase infantile il bambino, che esperienza fa?

Non può fare l’esperienza del vero, non capisce ancora! E non può fare l’esperienza o capire che è moralmente buono… Fa l’esperienza del bello!

Gli piace… è bello, è gioia!

Il veleno della morale tradizionale è il disdegno dell’infanzia. La vergogna, la paura di essere felici, della gioia. Abbiamo perso la capacità di essere come bambini… “se non diventerete come bambini…”

…L’ha detto Lui: Io faccio le cose che piacciono…mica dice le cose vere… o le cose che sono buone… no! Le cose che Lui trova belle, gli piacciono!

I. Che piacciono al Padre…

Archiati: E’ la natura! E’ la natura! Quindi faccio le cose che piacciono alla natura umana. Quali sono le cose che piacciono alla natura umana? Sono le cose dove l’essere umano dice: mi piace, mi piace, mi piace! Bello!

Perché si è avuto paura del bello e della gioia? Perché?

Perché si è avuto paura della libertà, perché la libertà non si può più gestire.

E c’è chi ha paura di un mondo di esseri umani che non si può gestire. Ha paura che succeda soltanto caos! In altre parole: assoluta sfiducia nell’essere umano… altro che la fede e la fiducia! Sfiducia!

Lui dicendo queste cose, tanti ebbero fiducia, sentirono fiducia; dissero: mi fa bene, è bello!

8, 31 - Disse Gesù a coloro che avevano creduto, ai Giudei: “Se voi restate nella parola dell’Io siete veracemente dei discepoli dell’Io”.

Disse Gesù a coloro che avevano manifestato questa fiducia, a coloro che avevano creduto, ai Giudei che avevano creduto in Lui.

In altre parole, adesso Lui si rivolge non a tutti quanti, si rivolge a coloro che fanno questa esperienza del bello, che credono, che hanno questa fiducia.

Perché lascia perdere gli altri? Sarebbe voce sprecata, fiato sprecato.

Gli mancherebbe il criterio della fiducia, perché se andasse a predicare agli altri lederebbe la loro libertà e loro gli dovrebbero dire: ma guarda che noi la fiducia in te non te l’abbiamo mica dichiarata. Che ci vieni a disturbare? Sarebbe lesivo della loro libertà. Invece, coloro che hanno acquistato fiducia cosa gli dicono? Ancora, ancora, ancora! E allora Lui rincara la dose.

A Coloro che avevano acquistato fiducia in Lui disse: se voi restate nel Logos dell’Io, se voi permanete nella mia Parola, se voi fate della Parola dell’Io la vostra abitazione spirituale, se fate di una intuizione sfuggevole una capacità costante di abitare, di sentirvi a casa nella sorgente bella, artistica dell’essere creatura del Logos – Logos, la Parola dell’Io, che parla dell’Io- sarete discepoli veraci dell’Io. In altre parole, avrete ad imparare che non finisce più.

Letteralmente: siete veraci discepoli miei.

I. Ah, non davvero, “siete davvero discepoli miei…”

Archiati: No, no alhqwV (alethòs) è veracemente -alhqwV maqhtai mou este (alethòs mathetaì mù este) siete veraci discepoli miei-.

Che vuol dire essere veracemente discepoli dell’IO? Imparare essenzialmente l’arte di essere individuali. Come si impara l’arte di essere sempre più individuali, sempre più creativi? Esercitandola, restandoci dentro, cioè non uscendo fuori enormemente; si tratta di non mollare.

Se voi resterete nella parola dell’Io, nella parola, nel verbo che individualizza l’essere umano -in altre parole se voi non mollate alla prima difficoltà , ma se perseverate- sarete veracemente dei discepoli dell’IO.

Perseverare è una questione di evoluzione.

I. Sarete miei discepoli.

Archiati: Si, discepoli dell’Io. Io ho tradotto discepoli dell’Io.

Che significa miei discepoli? Discepoli dell’Io Sono. Imparo sempre di più dall’esperienza di essere un individuo e non soltanto una pecora.

I. Si, però letteralmente in greco c’è: “miei discepoli”.

Archiati: Ma che significa essere Suoi discepoli? Essere pecore?

Essere Suoi discepoli significa diventare sempre più autonomi. Come fai tu a saperlo che essere Suo discepolo significa terminare di seguire qualcun altro? Come fai tu a saperlo? Come fai a sapere che essere Suo discepolo significa terminare di seguire qualcun altro e diventare sempre più autonomo?

Come fai a saperlo?

I. Nel momento in cui uno è originale è se stesso.

Archiati: Te lo dice la tua esperienza della natura umana!

La tua natura cosa ti dice? Cosa è bello? Seguire un altro o essere autonomi?

I. Essere autonomi.

Archiati: Come fai a saperlo? Come fai a sapere che è più bello essere autonomi che non la pecora di un altro?

I. Per esperienza. Lo provo, lo sperimento.

Archiati: Quindi il desiderio di essere autonomi, di diventare sempre più autonomi è l’essenza della natura umana! Capito? Solo allora è convincente il discorso. Perché se tu mi dici: è così perché l’ha detto il Cristo, non è che mi serva, l’ha detto Lui.

I. Però questa traduzione va molto di più verso…

Archiati: Sì però è una traduzione letterale…capito? Come fai tu a sapere che questa traduzione letterale significa quell’altra cosa o significa quello che tu stai dicendo? Lo puoi sapere soltanto partendo dalla tua autoesperienza. Perché il greco ti dice: ean umeiV meinhte (eàn umeis meìnete) se voi permanete, en tw logw tw emw (en tò logo to emò) nella parola, la mia, alhqwV (alethòs) veracemente, maqhtai mou este (mathetaì mù este) siete discepoli miei; ancora più alla lettera, discepoli di Me.

Allora tu dici: che vuol dire? Lo devi sapere tu! Che criterio hai per sapere cosa vuol dire? La tua autoesperienza!

I. Sembra uno slogan: si può dire autonomo è bello!

Archiati: Lo riferisci al modo di osservare le leggi del traffico, o che tipo di autonomia intendi dire? Perché essere autonomi nel modo di osservare le leggi del traffico non sempre è bello.

I. Nell’osservanza delle leggi del traffico vado dove voglio io.

Archiati: No, no, questo non c’entra nulla con le leggi del traffico. Quella è la tua destinazione…

I. Rispetto i segnali!

Archiati: Si, rispetti le leggi del traffico! Che vuol dire autonomia?

I. La direzione la scelgo io, se è destra o sinistra.

Archiati: No, stiamo parlando delle leggi. Autonomia nei confronti delle leggi del traffico. In altre parole, quando tu mi porti uno slogan “autonomo è bello” ti devo chiedere cosa intendi per autonomo… capisci?

Cosa intendi per autonomo?

I. Le leggi del traffico in questo caso potrebbero rappresentare la natura?

Archiati: Il dato comune!

I. Il dato comune!

Archiati: …e perciò le possiamo prendere come esempio! Le leggi del traffico sono leggi uguali per tutti, però io ho la possibilità di prendere posizione in un modo autonomo, perché ho due possibilità fondamentali -e quindi sono libero- : di rispettarle per costrizione e di rispettarle per convinzione.

Che io faccia l’uno o faccia l’altro fa parte della mia autonomia; decido io se le rispetto per costrizione, imprecando tutti i santi di questo mondo, o se le rispetto per convinzione, volentieri.

I. Sì, ma io parlavo di una ulteriore autonomia…

Archiati: Quale?

I. Rispettando le leggi del traffico - perché ne sono convinto della loro utilità e non perché ne sono costretto - io, volendo arrivare ad una destinazione…

Archiati: Ma di quello ne abbiamo parlato. Non ci interessa dove tu vuoi arrivare; alle leggi del traffico non interessa nulla dove tu vuoi arrivare con la tua macchina. Non c’entrano nulla le leggi del traffico; le leggi del traffico sono che devi guidare a destra e non a sinistra.

I. Sono d’accordo.

Archiati: Sei autonomo, lì, tra guidare a destra e guidare a sinistra - in Italia eh, non in Inghilterra - Sei autonomo? Hai autonomia rispetto alla tua posizione interiore. Hai autonomia, sei autonomo, sei libero di guidare a destra - e a destra devi, sennò ti ammazzano - quindi guidare a destra devi, però hai autonomia, hai libertà nel guidare a destra sentendoti costretto, o di guidare a destra sentendoti libero; questa autonomia c’è l’hai.

Perché tu decidi.

I. Sì, e non c’entra niente l’autonomia con la libertà?

Archiati: L’autonomia è libertà! E’ la tua libertà di sentirti costretto o di sentirti libero. E’ la tua libertà di scegliere uno o scegliere l’altro. Ma dove tu vuoi andare con la tua macchina con le regole del traffico non c’entra nulla!

Le regole del traffico sono le regole che devi osservare; che tu arrivi ad un incrocio e devi sapere se hai tu la precedenza o se la devi dare all’altro. Che vuol dire a quel momento lì autonomia?

Lo sapevate che adesso sarebbe arrivata una delle frasi più famose di tutta l’evoluzione umana, però arriva nel contesto di quello che abbiamo detto, della sudata che mi sono fatto… bella, me la sono goduta!

8, 32 - E conoscerete la verità e la verità vi libererà.

E conoscerete la verità e la verità vi libererà - non vi farà liberi” - eleuqerwsei (eleuteròsei) non eleuqeroutai (eleuterutai) nella forma passiva.

In altre parole la libertà non è nella volontà, la libertà è nel pensiero.

L’essenza del mistero della libertà è l’autonomia del pensiero. Libero è colui che ha pensieri propri; non-libero è colui che dipende dai pensieri altrui.

E la qualità di libertà o di non libertà della volontà o delle azioni, dipende in tutto e per tutto dalla qualità di libertà o di non-libertà dei pensieri.

Essere liberi nel pensiero significa capire perché faccio ciò che faccio.

Soltanto con il pensiero posso capire che è vero, perché corrisponde al mio essere; è bello perché fa vivere il mio essere nella pienezza; ed è buono perché mi fa bene.

Con quale facoltà capisco che mi fa bene, quindi è buono; che mi fa vivere nella pienezza, quindi è bello; che è verace perché è schietto, è genuino?

Col pensiero. Vero è ciò che è schietto, ciò che è genuino; bello è ciò che dà gioia; buono è ciò conferma tutto ciò che fa bene.

Con quale facoltà vengo a sapere ciò che è vero per il mio essere, ciò che è bello per il mio essere, ciò che è buono per il mio essere? Col pensiero. Conoscerete la verità -col pensiero- la verità in quanto bellezza; la bellezza e la verità in quanto bontà; e la conoscenza della verità, bellezza e bontà vi renderà liberi. Perché a questo punto prende la libertà e non la bellezza? Perché non dice: conoscerete la bellezza?

I. Volevo fare una domanda. Tu hai detto che usi il pensiero per trovare la verità , il bello e il buono. A me sembrerebbe che il pensiero si rifà di più alla verità, il cuore più al bello e la volontà più al buono. Tant’è vero che poi Lui dice subito dopo la verità vi farà liberi e tu, giustamente, parlavi di pensiero; quindi il cuore, in un inizio di evoluzione mi aiuta…forse è per questo che tu dicevi dal bello vado al vero e al buono, perché è un momento evolutivo, iniziale, ma andando avanti nel tempo, quello che mi convince di più è la verità.

Archiati: Hai fatto un piccolo esercizio di pensiero ma vedi tu stessa che è un tentativo.

Il vero

Il bello

Il buono

Adesso ho preso le tue categorie. Che cosa hanno in comune? C’è soltanto una cosa che hanno in comune… che sono tutte e tre pensabili!

Sono tutte e tre sentibili? No. Il vero non si può sentire.

Sono tutte e tre vivibili? No, il vero non lo si può vivere se non lo si pensa. Quindi il pensare è l’unica esperienza che abbraccia tutto!

Non tutto è esperibile, non tutto è vivibile, ma tutto è pensabile.

“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

E perciò il nome del Cristo non è Amore, ma è Logos.

Conoscerete la verità sulla natura umana, e qual’è la verità sulla natura umana?

Se è la verità, va conosciuta, va pensata. Conoscerete col pensiero la verità sulla natura umana; qual’è la verità di ogni verità sulla natura umana? Qual’è la veracità della natura umana?

La libertà.

E la verità sull’uomo vi porterà alla libertà, perché la libertà è la verità.

Allora la frase dice: “Conoscerete la verità ; conoscere è il pensare, si conosce col pensare...

I. Conoscerete… è futuro.

Archiati: Sì è futuro, perché è tutta la prospettiva di tutta la seconda metà dell’evoluzione. Siete chiamati a conoscere: conoscerete sempre di più la verità, conoscerete sempre di più la totalità della verità e, in ultima analisi, conoscerete tutta la verità, però come prospettiva evolutiva.

Man mano che conoscerete la verità, la verità vi farà liberi.

La verità vi libererà - eleuqerwsei (eleuteròsei) - al futuro: vi libererà.

Perché è liberante la verità? Perché non c’è altra verità sull’essere umano che la libertà. Se la verità dell’essere umano, la schiettezza, la natura genuina è la libertà, la verità porta libertà.

Si capisce no? Vedi che l’intuito c’è, poi scappa via.

Conoscerete la verità sulla natura umana, sull’uomo; conoscerete la verità su voi stessi. Se la verità ci rende liberi, qual'è la verità sulla natura umana?

La libertà.

Cosa sarebbe se dicesse: conoscerete la verità e la verità vi renderà buoni?

E’ lo stesso?

I. Se si è liberi si è anche buoni.

Archiati: Vale anche viceversa? E’ questa la domanda.

I. …si può essere costretti ad essere buoni.

Archiati: Quindi non si è buoni, perché l’unica bontà dell’essere umano è la libertà, quindi non si può invertire.

Allora di nuovo, di nuovo questo esercizio: supponiamo che dicesse “conoscerete la verità e la verità vi farà buoni”, perché non funziona?

I. Perché non sarebbe libera la cosa.

Archiati: …e perché deve essere libera?

I1. Per scegliere, cioè la verità mi dà la possibilità di scegliere…

I2. Una bontà è un aspetto della vita.

Archiati: E non viceversa! Perché?

I2. Perché la libertà contiene la bontà.

Archiati: Sì, ripeti la stessa affermazione, ma dammi la spiegazione.

Perché è così?

La libertà è l’apertura della natura umana, l’apertura… nel momento in cui la chiudiamo, perché la vogliamo buona, la uccidiamo. Essere uomini significa essere aperti in tutte le direzioni. Quale facoltà è per natura aperta in tutte le direzioni? Solo il pensare! Perché il pensare può pensare tutto.

Tutto è pensabile, non tutto è bello, ma tutto è pensabile. Soltanto il pensare si riferisce a tutto e quindi è l’esperienza massima di libertà; perché io il mio pensare, il movimento del mio pensiero, lo posso rivolgere in tutte le direzioni che io voglio. L’unica facoltà che non ha nessuna direzionalità di natura è il pensare. Quindi il pensare è l’unica attività assolutamente libera.

I. Anche perché buono e bello sono concetti relativi

Archiati: Sono relativi, non sono assoluti.

I. Scusa, un giorno ci hai mostrato i dodici gradi del pensare; quando tu dici che il pensare può essere libero in tutte le direzioni, intendi in ciascuno di questi dodici gradi?

Archiati: Sì, sono dodici modi fondamentali, sono dodici generalizzazioni che possono servire quando l’apertura assoluta diventa un po’ troppo difficile. Adesso sta’ attento: qui c’è il centro - dove io mi trovo - il mio pensiero in che direzione può andare? Tutte le direzioni.

fig 15.psd

Che poi io dica: le direzioni, siccome sono infinite le sfumature, sono infinite; quanti raggi posso fare? Infiniti. Che poi io dica, per sommi capi, si possono individuare quattro direzioni fondamentali: due opposte e due opposte, significa che riduco l’infinità di direzioni a partire dal centro? No.

Quindi i movimenti che io posso fare partendo da questo centro, che è l’Io Sono, che è l’individuo pensante, le direzioni che io posso dare al mio pensiero sono infinite, sono libero in assoluto!

Queste dodici sono soltanto a posteriori; al constatare che siccome si tratta di un cerchio (quindi di una infinità) ci si può raccapezzare sul pensato umano individuando dodici tipi di filosofia. Ma quello è il pensato, a posteriori.

Siccome il pensato è andato in tutte le direzioni possibili, non potendo dire il tutto possibile, si semplificano le cose, ma colui che pensa è al centro!

Non è fissato in un punto o in un altro: pensare significa essere al centro dell’universo. Perché è l’esperienza di libertà assoluta che decide in quale direzione andare e tutto è pensabile, da me. Quindi l’esperienza della libertà diventa assoluta nel pensare e solo nel pensare: conoscerete la verità.

E in questa esperienza di conoscere la verità, che è l’esperienza del pensare, questa esperienza del ricavare la verità pensando, è l’esperienza della libertà; non è che vi farà liberi come altra cosa, vi libererà! Quindi vi libererà, perché se noi traducessimo vi farà liberi è una conseguenza, quindi un’altra realtà, come conseguenza di questa; no, è la verità, l’esperienza della verità, che libera. Quindi, è l’esperienza del pensare, l’esperienza del liberarsi.

Che vuol dire pensare?

I1. Diventare la cosa pensata.

I2. Tuttavia questo pensare, noi come uomini avendo un’anima, lo riceviamo un po’ dalla periferia più che dal centro, cioè voglio dire, nel cammino di un uomo questo pensare non deve essere forse equilibrato, mettendo al centro il sentire dell’essere umano, che in qualche modo governa il pensare da una parte e il volere dall’altra? Questo sentire può anche fare da equilibrio… come troviamo l’equilibrio secondo te?

Archiati: L’esercizio che tu hai fatto è un esercizio di autoinganno, nel senso che tu hai pensato sull’importanza del sentimento. E cosa hai espresso sull’importanza del sentimento? Pensieri. Mica ci hai buttato lì pezzi di sentimento. Cosa hai espresso tu sul sentimento?

I2. Sì, sì ho adoperato il pensiero per sviscerare tutta la composizione dell’anima umana, però siamo mossi anche da passioni, da istinti…

Archiati: Cos’è l’anima? Cos’è l’anima?

I2. Forse non mi sono spiegato…

Archiati: L’anima è un concetto del pensiero. Che altro? Cosa intendi tu per anima? E’ un concetto del pensiero. In altre parole tu stai cercando di scappar fuori dal pensiero e continui a dimostrare che non si può scappar fuori dal pensiero se non pensando

I2. Se tutto nasce dallo spirito, certamente anche l’anima deriva dal pensiero…

Archiati: Cos’è l’anima?

I3. Cos’è il pensiero?

Archiati: Cos’è il pensiero? L’anima è un concetto creato dal pensiero perché se tu non mi dici cos’è l’anima, se non pensi nulla quando dici anima, non è nulla! Cos’è il pensare? Il pensare è spirito come realtà suprema nel mondo in cui viviamo, tant’è vero che Aristotele definisce la divinità, il Creatore come pensare il pensare. Chi è Dio? Il pensiero del pensiero - GnwsiV-gnwsewV (gnosis, gnoseos) - un pensare che sa di pensare, un creatore che sa di creare.

Il nostro compito in questo momento è di chiederci insieme: abbiamo a che fare con questo enunciato del Vangelo di Giovanni, cosa vuol dire conoscerete la verità e la verità vi libererà. Questo è il compito a cui stiamo lavorando, e dopo cena ripartiremo da lì.

28 dicembre 2002, sera
vv. 8,33 – 8,36

Ci eravamo soffermati su questa frase così famosa, nota, del vangelo di Giovanni: conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi, vi libererà.

I risvolti di una affermazione di questo tipo sono infiniti.

Conoscerete la verità significa che l’essere umano è uno spirito pensante, uno spirito che con la facoltà del pensiero è capace di conoscere la verità, cioè l’essenza oggettiva di tutte le cose. La verità è l’essenza vera di tutte le cose. Cos’è la verità di una mela? È il concetto di mela.

Il concetto di mela è la verità della mela perché è il pensiero che la divinità ha pensato. Facciamo un passo indietro.

Come sono sorte le mele nel mondo? Da dove sono partite?

Da un pensiero divino. E come si arriva dal pensiero, che è puramente spirituale, alla mela che è materiale? Bisogna che ci siano almeno due stadi intermedi tra ciò che è di natura spirituale e ciò che è materiale:

fig 16.psd

il pensiero è di natura spirituale, spirito;

la mela percepibile è materia.

Non si passa senza gradini intermedi dallo spirito alla materia, quindi il pensiero dello spirito divino pensa la mela, la forma, le leggi di crescita del melo poi diventano oggetto di desiderio dell’anima, quindi: dallo spirito passiamo all’anima - c’è il desiderio, la gioia di realizzarla nel mondo umano- e poi c’è la vita -le forze di vita, le correnti di vita -.

Una mela è un pensiero divino, diventato una gioia dell’anima, diventato correnti di vita le quali intridendosi di materia minerale diventano visibili.

Intridendosi di materia minerale diventa visibile.

Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi significa che c’è il pensiero umano, quindi il sentimento, poi la vita e poi la realtà materiale (che possiamo chiamare percezione, la percezione materiale, mentre lo spirito è il concetto).

Dalla percezione si risale al concetto divino, al pensiero divino, mentre nell’anima c’è la rappresentazione; quindi la rappresentazione è l’elemento animico: la rappresentazione della mela è la mela nella nostra anima.

Il concetto di mela è la mela nel nostro spirito e la vita della mela è il pulsare di etericità -Steiner chiama l’elemento vitale l’etere del cosmo- che intridendosi di materia minerale, diventa visibile.

Però, cosa decide in che modo gli atomi di materia minerale si dispongano?

Le forze vitali, così come le forze magnetiche, sono invisibili, ma sono le forze magnetiche invisibili a decidere come si dispongono i pezzettini di limatura di ferro; non sono i pezzettini di limatura di ferro a decidere che forma prendono, ma sono correnti di forze invisibili.

Così tutto ciò che è visibile, tutto ciò che è materia, prende forma e metamorfosa in base a correnti e a forze di tipo magnetico, di tipo elettrico, di tipo vitale che determinano in che modo la materia si disponga e cambi la sua disposizione.

I. Quando tu dici vitale, intendi che non è né elettrico, né magnetico, è qualcosa di differente?

Archiati: E’ qualcosa di differente, perché tu con tutte le forze elettriche e magnetiche di questo mondo non avrai mai una pianta.

I. ...esiste indipendentemente dal fatto che si renda visibile?

Archiati: Certo. Come sorge una rosa?

Presupponi che prima fosse invisibile, perché se prima non fosse invisibile, come fa? Se non c’è nulla che si intrida di materia, può intridersi di materia? No, quindi si presuppone che ci sia una realtà non intrisa di materia che a un certo punto si intride di materia. E questa realtà vitale, nell’animico è un’altra realtà ancora, e nello spirito è il pensiero, il concetto.

Conoscerete la verità significa che l’essere umano è dotato di pensiero, e il pensiero gli dà la capacità di cogliere l’essere vero di tutte le cose, cioè i concetti schietti, veraci.

Cosa significa vero? Che corrisponde al suo essere.

La verità della mela è il concetto di mela.

La verità sull’uomo cos’è? Quando diciamo una verità sull’uomo?

Quando cogliamo l’essenza genuina dell’uomo. L’errore è dire la non verità. Se io dico l’uomo è un ferro di cavallo, non è la verità sull’uomo.

Se io dico l’uomo è l’essere della libertà, ho detto la verità sull’uomo?

È l’essenza dell’uomo, è l’essenza verace dell’uomo?

Supponiamo che lo sia: se lo è, è la verità sull’uomo, circa l’uomo.

Conoscerete la verità, cioè siete chiamati a conoscere in chiave evolutiva -quindi futuro. La vostra chiamata, il vostro dinamismo evolutivo è di conoscere la verità; quindi conoscerete sempre più verità, conoscerete sempre più concetti di sempre più cose; conoscerete la verità, il concetto vero, schietto e genuino di tutte le cose. E perché ci rende liberi questo conoscere la verità?

Che vuol dire che ci rende liberi?

Vuol dire che questo conoscere la verità (quindi l’essenza vera delle cose) è una creazione nostra, libera; nessuno ci può costringere a questa gioia del pensiero di conoscere la verità; conoscerete la verità, e nel fare l’esperienza della verità l’essere umano è massimamente libero, perché nel pensare è massimamente libero.

Nel sentimento è meno libero, perché il sentimento mi viene indotto dalla realtà di natura. Quando io mi sento stanco, il sentimento di stanchezza è del tutto libero? No, perché è determinato, almeno in parte, dalla mia fisiologia, dalla mia costituzione fisica. Io sento qualcosa, mi sento stanco, non sono del tutto libero. Io penso qualcosa… perché sono del tutto libero?

Perché il pensare è una attività unicamente mia, tutte le altre attività non sono solo mie, c’è il concorrere di altri elementi, chiamiamoli così.

Soltanto nel pensare, e parliamo naturalmente di un pensare attivo, non di rappresentazioni indotte -quello non è il pensare, stiamo parlando di un pensare attivo- soltanto nel pensare l’essere umano è del tutto creativo, del tutto attivo, del tutto libero.

I. Ma lei non parte dal pensare, lei parte dal concetto, cioè il risultato del pensare.

Archiati: L’affermazione è sul conoscere: conoscerete la verità; nello schema il concetto l’ho messo dopo, prima c’è il pensare; come risultato del pensare il concetto.

I. Quindi c’è un pensiero attivo e un pensiero che viene indotto? Condizionato?

Archiati: Quando uno sta fantasticando, cosa avviene? Non è attivo.

Le percezioni inducono automaticamente rappresentazioni. Invece è possibile afferrare, prendere in mano e gestire il proprio pensiero in un modo del tutto libero. Però del tutto libero l’uomo, l’essere umano, può esserlo soltanto nel pensiero, nel pensare…

I. Hai fatto due esempi, la rosa e la mela, che fanno parte del mondo vegetale; e gli oggetti, quelli che ha “inventato” l’uomo, tra virgolette perché mi sembra che non abbia inventato niente…

Archiati: No, prendi l’orologio, che centra? Cos’è l’orologio?

Conoscerete la verità dell’orologio, la verità vi farà liberi… cos’è la verità di un orologio? I pensieri che l’hanno architettato. I pensieri dell’orologiaio.

I. In questo caso sono dell’uomo…

Archiati: Ma questa affermazione è sull’uomo: conoscerete la verità e la verità vi farà liberi, è un’affermazione sull’uomo, non vale soltanto per Dio; è un’affermazione sull’uomo, cioè l’uomo è capace di diventare così creatore nel suo pensare, così, diciamo, artefice, artista, che può fare l’esperienza nel suo pensare, nel suo processo creante del pensare, che è del tutto libero.

I. Nello schema, nella colonna di destra hai fatto delle frecce che vanno in giù e invece nella colonna di sinistra hai fatto una freccia che va in su. Quest’andare in su cos’è?

Archiati: E’ la liberazione. Quando io sono nella percezione sono nel dato di natura, nella necessità massima, perché la percezione è così com’è, non come voglio io. Per semplificare facciamo la trinità di corpo anima e spirito.

La percezione: adesso ho visto un animale, ho la percezione. Rivolgo lo sguardo altrove, la percezione è sparita, cosa mi rimane? La rappresentazione. La rappresentazione è un elemento animico, perché io non posso decidere arbitrariamente quale rappresentazione mi resta, perché la rappresentazione è un ricalco animico della percezione sensibile.

In base alla percezione e alla rappresentazione creo il concetto di animale.

Il concetto cos’è? E’ una creazione del pensiero.

I. Non parti dalla percezione come necessità? Se io devo farmi il concetto di mela non avendo mai avuto l’esperienza della mela, la percepisco, mi faccio una rappresentazione, arrivo al concetto come processo umano..

Archiati: In base a cosa, tu dici che l’essere umano è capace di creare solo concetti a partire dalla percezione?

I. Mi riferivo alla mela; è chiaro che posso creare anche altri tipi di concetti non legati a qualcosa di percepibile, creare pensieri strutturati in un certo modo, però rispetto a ciò che vive, che mi è esperienza quotidiana, io parto dalla percezione, sennò come me la faccio io l’esperienza?

Archiati: Il problema è che adesso noi vorremmo fare tutta la “Filosofia della libertà” di Steiner…. Nessuno può avere la rappresentazione del leone senza la percezione, però si può avere il concetto di leone senza la percezione.

Una approssimazione: costruire concetti per l’umanità di oggi -in fase di materialismo, che conosce quasi soltanto percezioni e rappresentazioni- è una delle cose più difficili, quindi possiamo fare un minimo di esercizi, ma non di più, altrimenti dovremmo dedicare tutto questo seminario alla differenza tra percezione, rappresentazione e concetto.

Prendiamo l’esempio del cerchio: tutta hanno una rappresentazione di che cosa è un cerchio, ma nell’umanità di oggi - e ve lo dice un Rudolf Steiner, non è che ve lo dica soltanto io - non c’è quasi nessuno che abbia il concetto puro di cerchio senza rappresentazione. Concetto puro senza rappresentazione. Allora, prendiamo l’esempio del leone, è una piccola approssimazione, perché poi tu mi dirai: ma tu ci hai messo dentro degli elementi che sono rappresentazione, io ho l’immagine… quindi tu non guardare a questi elementi, perché se io usassi puri concetti anche solo per un minuto (a parte che tutte le parole sono immagini, ogni parola è un’immagine), ma se usassi per un minuto puri concetti, tutti voi mi direste: hai parlato di aria fritta!

Quindi facciamo una cosa intermedia:

il concetto di leone è quell’animale - già animale è una rappresentazione -

il cui elemento essenziale – ecco l’essenziale, il concetto mira all’essenza -

che - a differenza di tutti gli altri animali -

costituisce la specificità assoluta e unica del leone nei confronti di tutti gli altri animali - per cui io dico che se c’è quell’elemento specifico essenziale è un leone, e se ci manca quell’elemento specifico ed essenziale non è un leone -

è la corrispondenza assoluta e precisissima tra il ritmo del sangue e il ritmo della respirazione.

Nell’uomo il ritmo del sangue e della respirazione è di circa 4 a 1 e in tutti gli animali è più o meno questo; solo che il concetto di leone è che tutta la sua costituzione, tutto il suo modo di mangiare è in relazione a questo rapporto: il leone non mangia perché ha fame, il leone sbrana quando il rapporto - supponiamo che sia 4,0001 a 1,0003 (il rapporto deve essere proprio preciso) - tra respiro e circolazione si sposta anche minimamente.

Il leone allora si sente debole, non sente più la sua forza e deve sbranare, e certo che si nutre, ma lo scopo dello sbranare del leone è ristabilire la precisione assoluta di quel rapporto; allora lui si sente forte e si sente nel suo elemento.

Ho cercato di dire l’elemento specifico, essenziale, quel pensiero, quel concetto specifico che il Creatore ha coniato per il leone.

Voi avete avuto davanti agli occhi la figura del leone?

I. No.

Archiati: Vedi che non centra la rappresentazione?

I. Uno del cerchio deve dare la definizione matematica.

Archiati: Cosa non facile, perché devi vedere se continui a far saltar fuori la rappresentazione del cerchio. Quella ce l’hanno tutti. Dovete dar atto del fatto che la concettualità che io ho sviluppato non sia pura concettualità; questo nell’umanità di oggi non sarebbe possibile, però vi ho evitato per sommi capi di farvi sorgere la rappresentazione del leone.

I. Però una volta che vedo il leone, anche se io conoscessi questa cosa, io non lo riconosco attraverso questa formula matematica.

Archiati: Esatto. Per avere il concetto del leone la percezione non è necessaria, però nessuno può avere la rappresentazione del leone senza avere la percezione, quindi questo ti conferma che il concetto non dipende dalla percezione e quindi siamo liberi nel pensare, perché non dipendiamo da essa. Perché se il Padreterno fosse stato dipendente dalla percezione per potere pensare l’essenza delle cose, la creazione non sarebbe una attività libera.

La creazione è una attività libera, la creazione nello spirito quindi nel pensare, è un’attività libera proprio perché è indipendente dalla percezione. Che poi, per noi incarnati, il processo di pensiero, il processo di liberazione parta dalla percezione…parte dalla percezione proprio per andare via dalla percezione, per liberarsi dalla percezione, per diventare sempre più liberi dalla percezione.

Questa frase del vangelo su cui si può meditare, si può usare come meditazione per anni e anni... Conoscerete la verità: vi eserciterete, siete chiamati per tutto il futuro dell’evoluzione a esercitare il pensare puro che non dipende dalla percezione, che crea concetti puri, e questo creare concetti puri, questo pensare che è un creare, un operare, un aprire mondi nello spirituale è l’esperienza della libertà.

La verità vi farà liberi: il conoscere col pensiero, l’intuire col pensiero i pensieri divini -la verità delle cose sono i pensieri divini- intuire col pensiero umano i pensieri divini è entrare nella libertà creatrice, fare l’esperienza della libertà creatrice della divinità stessa.

Però questo è possibile soltanto nel pensiero, nell’attività del pensare. Nell’attività del sentire sono dipendente, essenzialmente dipendente, dall’elemento naturale; e nell’attività del volere sono ancora più dipendente. Perché nell’attività del sentire sono in piena interazione con la mia organizzazione e nell’attività del volere sono addirittura in piena interazione con l’organizzazione di tutta la realtà, anche esterna; sono ancora meno libero. Quando io, come dire, diminuisco la mia libertà, lo posso fare per amore; allora dove diminuisce la libertà nel sentimento e nella volontà può aumentare l’amore, quindi offro; rinuncio come offerta di amore alla mia libertà per fare qualcosa per gli altri. Voglio ritornare - è come una lemniscata - nell’esperienza della pura libertà, lo posso fare solo nel pensiero, nel pensare; però questo mi stacca dal mondo visibile. Allora, poi, mi rituffo nel mondo visibile, però devo rinunciare alla pura libertà dello spirito.

E il vivere è proprio questo oscillare tra il pensare e l’amare (l’amare come lo intendiamo noi normalmente, non l’amare dentro al pensiero, perché nel pensare amiamo la libertà, tra l’altro).

Il pensare è l’amore della libertà propria, ciò che noi chiamiamo amore è l’amore della libertà altrui.

Nel pensare faccio l’esperienza della libertà del mio spirito.

Nell’agire rendo possibile all’altro, metto a disposizione dell’altro gli strumenti per esperirsi, perché si esperisca anche lui come spirito creatore, perché fare l’esperienza di spirito creatore presuppone tanti strumenti; non salta fuori dal nulla, presuppone tutta la creazione così com’è: presuppone la corporeità con un cervello che ci consente di liberarci sempre di più dal pensare dipendente dal cervello.

Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi, vi libererà.

Lui sta dicendo loro: soltanto nel fare l’esperienza di essere uno spirito che conosce la verità -quindi uno spirito pensante, non che coglie, ma che crea l’essenza vera, quindi la verità delle cose- soltanto in questo esercizio del pensare vivete la libertà.

Allora quelli Gli dicono: ma come, noi siamo sempre liberi, siamo figli di Abramo; gli altri popoli non sono liberi, ma noi, figli di Abramo non siamo mai stati schiavi perché da quando Abramo è uscito da Uhr in Caldea, gli egiziani hanno tentato di renderci schiavi, ma siamo andati via. Noi siamo un popolo libero… tu ci dici conoscerete la verità, la verità vi farà liberi…è ancora a venire la vostra libertà. Ma noi siamo già liberi.

8, 33 - Gli risposero: “Siamo seme di Abramo e non abbiamo mai servito a nessuno. Come tu dici che diventeremo liberi?”

Gli risposero - sperma Abraam esmen (sperma Abraàm esmen) - siamo seme di Abramo -kai oudeni dedoleukamen pwpote (kai udenì dedoleukamen pòpote) e non abbiamo mai servito a nessuno, non siamo mai stati servi di nessuno - pvV su legeiV (pòs su legheis) come tu dici - come puoi tu mai dire che diventeremo liberi?

8, 34 – 36 - Gesù rispose: “Amen, amen, io dico a voi ciascuno che fa il peccato è servo del peccato e il servo non resta nella casa in eterno; invece il Figlio resta in eterno. Se il Figlio vi libererà sarete liberi”.

(8, 34) Gesù rispose: amen, amen, io dico a voi - l’Io, l’essere dell’Io, dice ad ogni Io umano - ciascuno che fa il peccato, che compie il peccato, è servo, schiavo del peccato e il servo (8, 35) non resta nella casa in eterno; invece il Figlio resta in eterno. (8, 36) Se il Figlio vi libererà, soltanto se il Figlio vi libererà, veracemente, veramente, ontologicamente sarete liberi - ontwV (ontos), essenzialmente, ontologicamente - sarete liberi.

Facciamo una specie di piccolo orientamento generale per non perderci:

fig 17.psd

Capitolo VIII: siamo seme di Abramo, identità dell’uomo seme di Abramo;

capitolo IX: tutto il capitolo IX è incentrato, va verso l’affermazione fondamentale di autoidentità dei giudei che dicono noi siamo discepoli di Mosè.

Noi siamo seme di Abramo, che tipo di identità è questa?

Identità corporea; l’essere umano si identifica con la realtà del suo corpo: noi siamo seme di Abramo. Dove sono essi seme di Abramo?

Di sicuro non nello spirito! Nel corpo.

Noi siamo discepoli di Mosè, in altre parole portiamo nella nostra anima i comandamenti della legge di Mosè, quindi l’identità è l’anima.

Corpo e anima sono prima di tutto fattori assolutamente non individuali, ma di gruppo, perché la corporeità di Abramo ce l’hanno tutti i giudei, quindi non è un fattore individuale.

La legge di Mosè non è una cosa individuale, anche questo è un fenomeno di gruppo, quindi tutti e due fanno parte di una realtà di gruppo.

In quanto identificato con un gruppo l’essere umano è ancora a venire, non c’è ancora, perché l’essenza dell’essere umano è l’individualità.

Ciò che è comune è la natura in lui, ma non l’essenza dell’essere umano. Quindi queste sono le due forme fondamentali di razzismo: identificarsi con la realtà del corpo, dell’eredità corporea, e identificarsi con l’eredità animica. La legge Mosaica non è qualcosa che l’individuo crea lui stesso come creazione sua, del tutto individuale, no; viene tramandata di generazione in generazione. Quindi non soltanto una realtà di gruppo, ma una realtà passiva, che si riceve. Passività presuppone passività: se io nasco in questo popolo, ricevo questo tipo di tradizione, legge, usi e costumi. Io li ricevo.

Il capitolo decimo culmina nella frase del Cristo che dice: voi siete dei -Qeoi este (Teoi este). Lo spirito umano in quanto essere divino: voi siete dei, la sua identità non è in una realtà corporea, non è più in una realtà animica, ma è in una realtà dello spirito. E questa realtà dello spirito non può essere né di gruppo né passiva, ma è individuale e attiva, creatrice.

Questa struttura, tra l’altro, si ritrova tale e quale nella “Filosofia della libertà” di Steiner. Tre capitoli, uno dopo l’altro, che seguono esattamente questa struttura, per cui i conti tornano: o sono giusti o è sbagliato il tutto.

In altre parole, l’essenza dell’umano è che ci sono due sostrati, due strumenti che non sono l’essenza dell’umano: uno strumento corporeo e uno strumento animico, e sia il corporeo sia l’animico sono il precipitato del passato, come presupposto per ciò che si crea nel presente, attivamente e individualmente.

Noi siamo seme di Abramo: quando una persona dice io sono un italiano, che mi dice di sé? Non mi dice nulla di ciò che lui è, mi dice ciò che ha.

Il corpo e l’anima è ciò che l’uomo ha. Ogni uomo ha un corpo e ha un’anima, ma lo spirito non si può avere, lo spirito è ciò che l’uomo è.

Quindi se uno mi dice io sono italiano, io gli rispondo: non dirmi ciò che hai, ti ho chiesto chi sei; e l’unica risposta giusta e vera, alla domanda chi sei? è di dire: io sono IO. L’essenza dell’umano è l’individualità unica, specie a sé. Ogni individuo umano è una specie a sé. Già Aristotele lo diceva, è un’affermazione ripresa da tutta la tradizione scolastica nel Medio Evo: ogni essere umano è una specie a sé. Questo è il mistero dell’Io.

Allora, loro dicono: noi siamo seme di Abramo,… siamo ancora lontano dall’essenza, dalla verità sull’uomo. Dicendo noi siamo seme di Abramo, dicono la verità su di sé? Perché l’affermazione era: conoscerete la verità - quindi conoscerete la verità anche sull’uomo che è la verità più fondamentale di tutte - conoscerete la verità sull’uomo e la verità vi farà liberi.

Loro dicono: noi apparteniamo ad un popolo che non è mai stato schiavo degli altri popoli, quindi siamo liberi. Pensano che l’essere umano possa essere libero grazie a ciò che ha, perché non hanno ancora colto che oltre ad avere qualcosa l’essere umano può essere qualcosa.

...Noi siamo seme di Abramo e non abbiamo mai servito nessuno, non siamo mai stati servi di nessuno; come dici tu diventerete liberi? Presupponi che non siamo ancora liberi?

8, 34 - Gesù rispose e disse: Amen amen io vi dico - L’Io del Cristo dice all’Io di ogni essere umano - che ognuno che compie il peccato è servo del peccato. Cosa significa compiere il peccato, poivn thn amartian (poiòn ten amartìan). Compiere il peccato significa lasciarsi fare dalla natura, dalla natura corporea e dalla natura animica. E perché questo è compiere il peccato?

Perché manca l’essenza dell’umano, quindi, dove si manca di diventare individualmente creatori, l’essenza dell’umano viene uccisa.

E’ questo il peccato, l’uccisione, la distruzione dell’essenza dell’umano; se non è peccato questo… peccato significa il male morale, l’erranza.

L’erranza consiste nell’omettere o uccidere l’essenza dell’umano; e l’essenza dell’umano è ciò che è individuale e ciò che è attivo. Ridursi a corpo e a anima, significa fare ciò che oblitera l’essere umano, fare il peccato.

Ridursi a una realtà di corpo e a una realtà di anima, che sono tutte e due di gruppo e tutte e due passive, significa compiere il peccato, cioè omettere l’umano o precluderlo, o addirittura ucciderlo. E chi compie il peccato non può essere libero perché è schiavo del peccato, cioè l’essenza del peccato è la schiavitù; l’essenza del peccato è essere determinati da una realtà di gruppo, quindi sono schiavo.

Essere determinato da una realtà di gruppo significa: io sono schiavo di questa realtà di gruppo; quindi colui che compie il peccato, colui che si riduce a una realtà di gruppo è schiavo. Quindi l’essenza dell’umano è uscire dalla schiavitù, è liberarsi: è creare oltre a ciò che in me è di gruppo (ed è passivo in quanto corporeo e in quanto animico), una sfera che è una creazione mia, del tutto individuale e del tutto creatrice, dove devo essere del tutto attivo; allora non sono più schiavo.

…Amen amen, io vi dico che ciascuno che compie il peccato è schiavo del peccato (8, 35) e colui che è schiavo non ha casa comune col padrone che è libero; il Figlio ha casa comune col padrone che è libero, non lo schiavo.

I. Il padrone che è libero, chi è? Il Padre?

Archiati: anche il Figlio. In altre parole la differenza tra lo schiavo e il Figlio è che lo schiavo è per natura un esecutore, gli si dà una legge e deve seguire una legge; gli si dà una legge del corpo e lui segue la legge del corpo; gli si dà una legge dell’anima e lui segue una legge dell’anima.

Al Figlio invece non si dà una legge, il Figlio è colui col quale il Padre parla (parlano insieme), si consulta eccetera; il Figlio capisce, conosce - conoscerete la verità - il Figlio è chiamato a capire che cosa il Padre vuole, capendolo lo fa proprio e diventa libero. Tant’è vero che nel XV capitolo, nell’ultima cena, una delle frasi più importanti che il Cristo dirà agli apostoli, però ai dodici è: non vi chiamo più servi - douloi (duloi) - non vi chiamo più schiavi perché vi ho detto tutto quello che ho voluto, tutto quello che avevo da dire; adesso lo sapete voi cosa si tratta di fare e quindi vi chiamo amici. Perché vi ho detto tutto quello che c’era in me quindi non siete più dipendenti da me, perché io vi dico cosa dovete fare senza dirvi perché e per come.

In altre parole, dove il Padre comunica al Figlio le sue intenzioni - quali sono le intenzioni del Padre? Le creature che ha creato - al Figlio comunica i concetti; quindi il Figlio è chiamato a conoscere la verità.

Il servo non ha bisogno di capire, conoscere lui stesso di che si tratta… basta che esegua; quindi il servo è colui che deve sapere ciò che deve fare.

Invece il Figlio vuol capire il perché e il per come, e allora diventa libero; in altre parole, è il capire che ci rende liberi.

Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi.

Si resta schiavi nella misura in cui si sa cosa si deve fare, senza capire perché. Quando capisco io perché? Quando capisco che la cosa che voglio fare corrisponde alla verità del mondo in cui io agisco, favorisce questa o quella persona; nella misura in cui capisco la bontà o la necessità o la giustezza di un’azione non la faccio più perché devo, ma la faccio perché voglio.

Quindi essere liberi significa terminare di agire perché si deve e cominciare ad agire perché si vuole. Però non si può volere una cosa senza ragion veduta. Volere significa capire perché.

I. Il Figlio e lo schiavo ubbidiscono tutti e due al Padre…

Archiati: No, non ubbidiscono, il problema è che tu usi la stessa parola.

Fanno tutti e due la volontà del Padre ma il Figlio non ubbidisce; il Figlio fa la volontà del Padre ma non ubbidisce, perché fa anche la sua.

Il problema sta proprio nel fatto che si usa la stessa parola per tutti e due.

I. Dagli atti che compie una persona, che poi sono degli effetti, si può conoscere chi uno è.

Archiati: No, si può conoscere chi è stato. Un pensiero che io penso, mentre lo penso è una attività spirituale; nel momento in cui io l’ho pensato è una realtà animica. Quando tu sei confrontato con la cristallizzazione, col precipitato di tutto il mio corporeo e di tutto il mio animico, sei in grado di dire chi io sono stato finora. Chi io sono stato finora non è la mia essenza, perché la mia essenza è sempre la mia presenza di spirito.

In altre parole la mia essenza è ciò che io creo in questo momento: è proprio questo il punto fondamentale. E siccome questa esperienza si fa troppo poco, nel mondo d’oggi si riduce l’essere umano a corpo e anima, al punto tale che adesso stiamo togliendo anche l’anima. Vediamo soltanto corpo e anima, soltanto il passato, perché la presenza di spirito, quindi la creazione vivace del pensare nel presente, la esercitiamo quasi per nulla.

Allora ripeto, supponiamo che tu sapessi tutto di me fino a questo momento: è tutto il mio passato corporeo e tutto il mio passato animico, ma è il mio passato, perché mi riduci al mio passato?

Tu stavi dicendo: io posso risalire dall’anima e dal corpo all’identità individuale dell’essere umano…

I. Mi posso avvicinare all’identità, dagli atti posso riconoscere…

Archiati: …conoscere ciò che è avvenuto finora.

Tutto un capitolo della “Filosofia della Libertà” di Steiner dice in sostanza… adesso faccio un ricamo sulla tua considerazione, prendo un esempio più grosso però: qui ci sono i minerali, poi i vegetali, gli animali sempre più eretti e poi le scimmie, siamo all’evoluzione delle forme animali. Tu cosa stai dicendo: che da quanto è stato compiuto finora, io posso dedurre cosa?

I. Non ho capito la domanda…

Archiati: Qui è il momento presente, da tutti i passi compiuti nel passato non puoi dedurre nulla che ancora non c’è, perché non sai in che direzione andrà d’ora in poi. Puoi conoscere l’identità passata di uno, ma non quello che lui creerà oggi e domani. Quello non lo sai.

E la domanda era: che cosa è più essenziale, cos’è che costituisce maggiormente l’essenza dell’uomo, ciò che ha fatto finora o ciò che fa nel presente e che tu non puoi sapere, perché di volta in volta il presente non c’è ancora?… L’essenza dell’umano è la creatività presente dello spirito, presuppone come substrato il passato corporeo e il passato animico, però non si evince, non si deduce da essi; essi non causano nulla rispetto allo spirito, perché lo spirito può usare questo sostrato corporeo e questo sostrato animico in tutte le direzioni possibili, che sono libere, perciò è libero. Questa è la libertà.

I. Però se non avesse il corpo e l’anima non potrebbe andare in nessuna direzione.

Archiati: …sì, ma perché ti preme sottolineare l’importanza del corpo e dell’anima in un mondo umano che conosce solo quello?!

I. No, no, infatti sono fondamento, non l’essenza…

Archiati: Non la causa!

I. Va bene, non la causa

Archiati: Quindi sono la conditio, la condizione di ciò che il mio spirito crea in questo momento, ma non sono la causa. La causa sono IO, lo Spirito.

Quindi tu, dall’avere compreso tutta la mia condizione corporea finora, e tutta la mia condizione animica, non sei in grado e non sarai mai in grado di dire ciò che io, in quanto spirito, causo in questo momento.

I. Ma se una persona ha le gambe lunghe, può correre meglio di uno che non ha questa condizione…

Archiati: Stai parlando di una funzione corporea, non stai parlando dello spirito!

I. E’ una immagine

Archiati: No, correre è una attività corporea, non è un’immagine.

Una attività corporea non è solamente libera; soltanto un’attività spirituale è per natura libera.

I. Facciamone un’altra: uno che non ha problemi economici può dedicarsi a una attività intellettuale, per esempio;uno che sta in galera può viaggiare di più col pensiero, sta in uno stato di “grazia” stando in galera… può realizzare di più a livello del pensiero proprio perché è costretto in una realtà fisica.

Archiati: No, no, tu attribuisci alle condizioni necessarie lo stato di causa.

La potenzialità vera dell’essere umano è il gradino evolutivo del suo spirito mentre il gradino evolutivo del suo corpo e il gradino evolutivo della sua anima restano condizioni, condizioni necessarie, ma non la causa.

I. Posso dire che il suo Io lascia una traccia nel suo percorso..

Archiati: No, è già avvenuto… è passato, questo sto dicendo; ma quello che lui è stato finora non mi dice cosa deve essere d’ora in poi, perché allora l’essere umano non sarebbe libero.

I. Però il condizionamento c’è.

Archiati: Dipende quanto uno si lascia condizionare! Questo è individuale: uno si lascia condizionare di più, un altro si lascia condizionare di meno.

Le varie riflessioni che vengono fatte sono tutte variazioni sul dogma feroce della scienza naturale che ti dice: la libertà umana non c’è; sono ricami su questo dogma che ha stabilito gente che non ha mai esercitato la libertà.

E se non la eserciti… la libertà non può esserci per forza, altrimenti non sarebbe libera. Quindi ciò che è libero è per natura omissibile.

Abbiamo un’umanità che per secoli ha omesso la libertà, quindi la creatività dello spirito, quasi su tutta la linea, e invece di dire l’abbiamo omesso, dicono non c’è, non esiste, non è possibile! No, questa non è pulizia intellettuale; non è pulizia di pensiero.

Allora, si ribellano tutti i veri creatori, un Dante, un Aristotele, un Tommaso d’Aquino, uno Steiner, dicono: ma come, noi ci lasciamo imporre il dogma che la creatività, la libertà dello spirito non esiste, da quelli che hanno poltrito! Devono essere quelli la matrice, quelli che comandano che non si può essere liberi?... Il comando che la libertà non c’è, l’abbiamo avuto già da Roma; l’infallibilità del Papa è il comando, il potere, per cui nessuno può avere l’accesso individuale, libero, allo spirito; solo il Papa è infallibile perché è seduto sulla seggiolina giusta.

I. A proposito del karma…

Archiati: La legge del karma è il precipitato di ciò che c’è nel mio corpo, il precipitato di ciò che c’è nella mia anima e gli eventi karmici, di destino. Questo triplice precipitato karmico: ciò che io sono diventato nel mio corpo, ciò che io sono diventato nella mia anima e ciò che mi viene incontro come destino, non ha NULLA a che fare con la mia decisione libera di farne quello che voglio! E ti arriva la scienza naturale che ti dice: no, tu non sei libero, sei determinato anche nella reazione.

Ma chi ti dice che sei determinato anche nella reazione? Chi te lo dice?

Forse non hai mai provato a reagire, a porti di fronte ad una malattia che è karma (quindi il karma vuole che te la pigli), ma il karma non ti dice mai come devi reagire! Quello non c’è nel karma. Quella è libertà; come l’affronti? Stramaledicendola o facendone un’occasione.

Il tipo di reazione, dove c’è scritto che è determinato?

Quindi il fatto di dire che i fatti karmici, cioè ciò che karmicamente mi capita sia determinato, siamo d’accordo, ma la libertà non sta in quello che mi capita ma nel modo in cui io reagisco. E’ ben diverso! Dire che io non sono libero disattende che io sono sempre libero di decidere il mio modo di reagire.

Ho scritto tutto un libro su questo tema[5], uno dei pochi libri che ho scritto veramente cercando di strutturare.

Chi lo determina il mio modo di reagire?

Arriva lo scienziato e ti dice: la tua biologia! La biologia può determinare la quantità di forze fisiche che io ho a disposizione per reagire, però io non reagisco soltanto con le mie forze fisiche, reagisco anche con i miei pensieri.

E tu, biologo, mi dici che anche i miei pensieri vengono determinati dai geni, dalle molecole, eccetera? Lo dici tu, perché tu lasci determinare i tuoi pensieri dalla tua biologia, ma il fatto che tu ti lasci determinare dalla tua biologia -il che è possibile- non ti autorizza a dire che non sia possibile per nessun essere umano pensare anche pensieri che non sono determinati dalla biologia.

Chi è capace di dimostrare che non è possibile un argomento per impossibilità, è del tutto antiscientifico perché non si può mai dimostrare che una cosa non è possibile; si può soltanto dimostrare una cosa reale, quindi la scienza col suo dogmatismo materialistico è diventata così dogmatica, intollerante, razzista, che proprio ti comanda a non aver nulla di libero, di creativo nel tuo pensiero… altro che schiavitù della Chiesa Cattolica, questa è proprio l’uccisione assoluta dello spirito.

Senza la creatività dell’Io mi devo lasciar fare. Soltanto se esperisco il Cristo in me, che è l’attività del mio spirito, posso fare qualcosa; se non faccio questa esperienza, mi lascio fare…. è questo che stiamo dicendo.

I. Come dire senza il Suo Io…

Archiati: Ma se è il Suo e non il mio, a che mi serve? E’ un altro frammento di schiavitù. Se è il Suo Io, non è il mio, è un altro frammento di schiavitù!

Il Cristo diventa vero, diventa autentico - l’esperienza del Cristo nell’essere umano diventa autentica - soltanto nella misura in cui l’esperienza del Cristo diventa una cosa sola con l’esperienza del mio Io. Che me ne faccio di un Cristo che non sia Io? Ce ne ho già abbastanza di cose che non sono IO. Quindi la Chiesa ha strumentalizzato perfino il Cristo per rendere schiavi gli esseri umani anche del Cristo, che è una assurdità, una contraddizione assoluta, una bestemmia contro il Cristo!

Perché il Cristo dice, nel discorso dell’ultima cena: Io devo sparire, devo andarmene, sennò non può venire lo Spirito Santo! E lo Spirito Santo cos’è?

Lo Spirito Santo è lo spirito del Cristo, non è un altro spirito, però Lui ti vuol dire che c’è un modo di vivere il Cristo ab extra (dove tu il Cristo lo vivi come qualcosa fuori di te) e il Cristo ti dice: guarda che se tu vuoi restare a questo livello, non hai capito nulla, perché questo livello deve essere propedeutico per arrivare all’altro. Quindi, il Cristo che è ancora lì -non sparito- perché non deve restare a questo stadio? Perché ti parla dal di fuori, parla allo stesso modo per dodici apostoli e per cinquecento persone, quindi ci manca l’individuazione. Questa forma dove il Cristo è ancora un fenomeno di gruppo ed è esterno, quindi passivo, che lo ricevo dal di fuori, deve sparire perché il suo operare è fatto apposta per aiutare ciascuno a fare l’esperienza dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è il Cristo interiorizzato e individualizzato!

E perciò doveva sparire quello fuori, e abbiamo un sacco di cristiani, e di antroposofi anche, che aspettano che il Cristo ritorni fisicamente… Questo è l’abisso ultimo, una bestemmia contro il Cristo. Significa non avere capito NULLA, ma proprio nulla!

L’essenza dell’operare del Cristo è di terminare il più presto possibile di essere una istanza esterna per diventare l’Essere del mio essere.

Lo Spirito Santo, lo ripeto, è il Cristo in quanto da me interiorizzato, quindi diventa l’essere del mio essere, è individualizzato; per cui il Cristo, in quanto Spirito Santo, parla in Bartolomeo e attraverso Bartolomeo in modo diverso in quanto attraverso Pietro o attraverso Tommaso, allora sì che è lo Spirito Santo. E la funzione del Figlio è proprio di portare all’esperienza dello Spirito Santo. Di questo mistero dell’interiorizzazione e dell’individualizzazione dello spirito del Cristo, il cristianesimo tradizionale non ha capito quasi nulla, e per ciò è cristianesimo petrino e non giovanneo.

La seconda venuta del Cristo è una venuta in forma di Spirito Santo, cioè il modo di esperire il Cristo degli esseri umani deve essere tutto diverso. Duemila anni fa il Cristo è stato esperito come qualcosa di fuori, di percepibile, che mi parla dal di fuori, che mi dà impulsi conoscitivi da fuori. Ma a che mi serve questa esteriorità se non la vinco e se non la trasformo?…

Se io, questi pensieri che il Cristo duemila anni fa ha espresso, se io ne faccio una creazione del mio spirito, perché li capisco, li posso riprodurre con parole mie, a modo mio, in un modo del tutto individuale, cosa è avvenuto a questo Cristo? E’ divenuto Spirito Santo.

Però allora non continuiamo a dire Cristo mi salva.

I. Quindi la morte ha anche questo senso, di sparire per farci vivere…

Archiati: Di fare sparire l’esteriorità; perché se Lui fosse da qualche parte visibile, tutti direbbero là.., là.., là. Infatti ti dice: verranno falsi profeti che ti diranno … là.., là.., là. Ma cosa vuol dire ? Fuori.

Allora c’è chi ti dice: a Roma, a Roma c’è lo spirito. Poi arriva un altro che ti dice: no, a Dornach, a Dornach! Là, là, là».

L’essenza del falso profeta… ma l’ha detto il Cristo duemila anni fa! Verranno persone che vi diranno là, là. Non ci credete! Perché il regno di Dio è dentro di voi. Ma sono parole che sono state scritte duemila anni fa… non abbiamo capito nulla.

I. …allora l’affermazione che noi siamo i tralci, la periferia, e Lui la vite…

Archiati: No! No! Tu non sei mai stato contadino se dici che i tralci sono la periferia della vite! I tralci sono la realtà della vite. Togli alla vite i tralci, cosa ti resta? Guarda che metafore usi: i tralci come periferia… un contadino, guarda che ti dà una sberla se gli dici che i tralci sono la periferia della vite!

Una periferia è una realtà marginale, allora il Cristo starebbe dicendo: IO sono importante, voi siete marginali! E’ forse questo che sta dicendo?

I. Questo è quello che ho sempre inteso.

Archiati: Purtroppo, purtroppo…

Biologicamente, è giusta l’affermazione? I tralci sono la periferia della vite?

Tu hai mai visto un grappolo nascere sul tronco?

No, non è possibile, devi avere un minimo di tralcio per avere il grappolo! Quindi tutte le affermazioni: Lui è il corpo e noi siamo le membra; chiedo: le membra sono la periferia del corpo?

Tutte le immagini di immanenza che ci sono nel Nuovo Testamento… un cristianesimo bacato, che è diventato più materialistico ancora di tutta la scienza materialistica, tutte le immagini di immanenza te le ha fatte immagini di esteriorità. E Lui ti dice: io sono il corpo e voi siete le membra.

Che differenza c’è tra il corpo e le membra?... Cos’è il corpo senza le sue membra? Nulla. E guarda che Lui non dice Io sono il tronco e voi siete i tralci, dice Io sono la vite! Perché se dicesse Io sono il tronco e voi i tralci, in effetti le due cose sono diverse, ma non lo dice e non sia mai che lo dica perché allora l’affermazione sarebbe errata. E tra l’altro in greco, i tralci sono tutti gli elementi singoli: nella parola tralci c’è anche il tronco; in altre parole il Cristo vuol dire: Io sono il tutto e voi siete le parti, i vari aspetti, quello che vuoi… le membra.

Sentiamo un pochino ora, che cosa vive nell’assemblea.

I. Si lavora spesso con la biografia per capire, ma ha un senso o è qualcosa che non ci aiuta?

Archiati: E’ un po’ la domanda che faceva lui prima. La biografia è il corso della vita dell’uomo.

La biografia ha dei tratti universali, validi per tutti; ha certi tratti che cambiano da gruppo a gruppo, e ha dei tratti del tutto individuali.

In quanto nella mia biografia - e nella biografia di ogni persona - è compresa la realtà del corpo: la realtà del corpo soggiace a certe leggi di natura che sono uguali per tutti, per esempio la necessità di nutrirsi, di dormire, di stancarsi, il diventare vecchi, quindi in ogni biografia c’è il fatto insindacabile che man mano che passano gli anni si diventa tutti più vecchi.

Questo non cambia da una biografia all’altra. Siccome il dato corporeo è così scontato, noi tendiamo a disattenderlo e a non cogliere abbastanza quanto c’è di comune; per esempio, questa legge fondamentale che vale per tutte le biografie: che se uno non muore prima, diciamo, un movimento fondamentale della vita di ogni essere umano è un crescere delle forze vitali - e anche della statura - fino a un certo punto e poi c’è una inversione di marcia. Cose che ho descritto nel libro “Le chiavi della vita”.

In quanto realtà corporea ci sono delle leggi fondamentali di natura che valgono per tutti; però questo corpo qui ha avuto tutt’altre malattie che non quell’altro. Ciò che nel corpo di una persona è diverso che non nel corpo dell’altro, è il precipitato, sono gli effetti, i risultati dentro al corpo di una diversità che è successa nell’anima e nello spirito. Quindi, certo che anche nel corpo ci sono delle diversità individuali, però non sono dovute al corpo, non sono dovute alle leggi del corpo; nel corpo sono il risultato, gli effetti di qualche cosa che è avvenuto nell’anima e nello spirito.

Se lo spirito ha fatto un passato tale che adesso, ancora prima di nascere, ha deciso di nascere cieco - lo vedremo domani il cieco nato, nell’VIII capitolo - il fatto che sia nato cieco, è stato forse il corpo la causa della cecità?

No, è stato lo spirito e l’anima. Questa cecità è un elemento biografico, individuale, ma questo elemento non è creato dal corpo, perché il corpo ha soltanto leggi universali, però si riversano nel corpo i risultati dell’evoluzione sia dell’anima che dello spirito.

Quindi bisogna distinguere tra ciò che nel corpo è una legge immanente -di natura del corpo- e ciò che nel corpo è il precipitato, il risultato di una evoluzione di gruppo dell’anima o addirittura individuale dello spirito: la realtà corporea nella sua realtà causante (in quanto leggi che appartengono al corpo, quindi che valgono per tutti i corpi) e nella sua realtà di effetto dell’evoluzione dell’anima e dello spirito.

La caratteristica fondamentale di ciò che è corporeo è di essere universale perché le leggi corporee valgono per tutti.

Poi in ogni biografia c’è l’anima.

L’anima è un fenomeno di gruppo e lo spirito è un fenomeno individuale. Nella biografia, l’anima è il luogo delle simpatie o delle antipatie, e le simpatie e le antipatie che sono nell’anima di una persona, sono il risultato di tutta l’evoluzione di quest’anima. L’evoluzione di questa anima è stata determinata non dall’individuo in quanto tale, ma dall’essere inserita una volta in questo popolo, una volta in quest’altro, aver avuto questa lingua e quest’altra; è l’anima che dice: io queste simpatie le ho già vissute, adesso mi rivolgo ad altri hobby, eccetera.

La realtà del corpo è, diciamo, il benessere o il malessere generale del corpo, la realtà karmica del corpo; la realtà karmica dell’anima sono il mondo delle simpatie e delle antipatie; la realtà karmica dello spirito sono gli eventi della vita, gli accadimenti. Gli accadimenti non sono né simpatie mie che mi porto dentro, né la realtà del corporeo, ma da dove vengono? Il mio spirito li attira.

Allora la biografia è fatta di karma, una prima sfera: karma del corpo come benessere o malessere, come sostrato, più malattie o meno malattie;

karma dell’anima, le simpatie e le antipatie;

e karma dello spirito sono gli eventi, gli accadimenti, gli incontri.

Questa triplice sfera è la metà della biografia.

L’altra metà è la libertà: come io gestisco la realtà del mio corpo, come io gestisco la realtà della mia anima e come io gestisco gli eventi di natura spirituale nella loro realtà -ciò che questi eventi vogliono fare perché li attira il mio Io superiore, ciò che io ne faccio-. Ciò che l’individuo ne fa è la parte più interessante, più importante, della biografia.

Ora, la grossa tentazione di chi fa studi di biografia è di fissarsi talmente su questa realtà karmica - perché qui c’è qualcosa da studiare, qui ci sono leggi, realtà - che ci si comporta come se questa triplice realtà mi determinasse, e si disattende la parte più importante che è la libertà.

E’ come lo scienziato che ti viene a dire: la natura sì che fa qualcosa! La libertà è un’illusione.

Quindi, a trentasette anni il secondo nodo lunare (dovuto al fatto che per la seconda volta Sole, Luna e Terra hanno la stessa posizione oroscopica di quando sono nato) significa per tutti -in tutte le biografie- che verso il trentasettesimo anno c’è una possibilità di rinascita, nel senso che i fattori determinanti si tirano un pochino indietro, perché il Sole, la Luna e la Terra sono di nuovo allo stesso punto di quando sono partito e quando sono partito era ancora tutto da fare. In altre parole, verso il trentasettesimo anno in tutte le biografie c’è un momento di maggiore sospensione dei fattori che mi determinano, il che significa che ho maggiore possibilità di fare un nuovo inizio, però lo posso omettere.

Posso omettere di fare un nuovo inizio, o posso farlo. In altre parole, come io subentro in questa maggiore libertà (perché certe forze che mi conducevano più fortemente allentano un po’ le redini), come io gestisco queste redini allentate non c’è scritto da nessuna parte. Ma quella è la cosa più importante!

Che le redini si allentino è una legge di ogni biografia, ma il fatto che le redini si allentino non è la cosa più interessante; la cosa più interessante è cosa ne faccio io di questo maggiore spazio di libertà. Dopo alcuni mesi è passato. Allora ti arrivano quelli che studiano la biografia e ti dicono: a trentasette anni succede questo, questo e questo. Come se questa fosse l’essenza del fenomeno! No. L’essenza è una cosa più importante, è quello che tu ne fai, e quello è individuale ed è libero. Sei libero di ometterlo e quello non è una regola, è del tutto individuale. Grazie allo studio della biografia, che ha la sua legittimità, sai che questa maggiore libertà ce l’hai verso il trentasettesimo anno, esattamente lì, e non un anno prima. Devi soltanto saperlo.

I. Ho sempre pensato che lo studio della biografia servisse per usare gli eventi che sono capitati e che poi sono intrecciati con le reazioni rispetto al corpo, tipo malattie o roba del genere, o anche rispetto all’anima, per avere una sorta di tracciato che possa rendere maggiormente intelleggibile o comunque anche come evitare certe scelte piuttosto che altre, rispetto alla questione del destino, della missione che una persona ha, per esempio, nel campo della professione.

Archiati: No, le cose sono così soltanto in una umanità fissata sull’elemento deterministico. Se io studio, soprattutto in base agli eventi della mia vita, che tipo di biografia il mio Io superiore ha architettato, so che cosa ha combinato finora, ma non saprò mai cosa vuol farne d’ora in poi. E allora, cosa mi serve?

I. Per avere un orientamento, per esempio posso cogliere certi segnali in base ad avvenimenti che sono successi, per quanto riguarda la professione, certi accidenti che mi indicano che mi devo muovere in un certo modo…

Archiati: No, perché dal passato non puoi mai dedurre una affermazione sul futuro. E’ proprio questo il punto, in altre parole il possibile errore di prospettiva è di non assurgere abbastanza a livello universale e di restare troppo a livello animico, di volersi conoscere nell’isolamento.

Io posso conoscere la verità del mio essere soltanto nella misura in cui io conosco l’organismo in cui mi trovo, quindi l’unico criterio per sapere se sono schietto è di guardare sempre all’interazione che avviene ora tra il mio essere e quello degli altri e non guardare al mio passato.

I. Però se una cosa si è ripetuta e si ripete ora, un determinato fenomeno mi si ripete ora…

Archiati: Perché sono fissato sul passato. Perciò mi sono ripetuto…

I. Allora guardare al passato, nel senso degli eventi non mi aiuta…

Archiati: No, no, rincari la ripetizione; la ripetizione di sé avviene proprio sottolineando il passato, perché che significa ripetere? Ripetere il passato.

I. Certo, e come se ne accorge uno che è una ripetizione? Guardando al passato.

Archiati: Ma perché un’ennesima ripetizione deve essere non giusta? Chi te lo dice? Può darsi che sia giusta. Il vero problema è che io voglio capire chi io sono senza guardare all’organismo in cui io sono inserito.

Chi io sono per gli esseri umani: per sapere chi io sono non mi serve sapere chi io sono stato! E non mi serve neanche sapere chi io sono stato un’ora fa, perché ciò che io sono stato un’ora fa non interessa a nessuno.

Nessuno vive un’ora fa, capito? Il problema è che noi esercitiamo troppo poco la vivacità creante del presente, quindi devo stare attento adesso.

Questa gente mi sta mandando a ramengo perché vuole andare a dormire... a che mi serve sapere chi io ero un’ora fa quando la gente era ancora bella fresca? Vedi che non mi serve? Proprio non mi serve; non è esagerata la cosa, non mi serve, non mi serve a nulla perché un’ora fa tutti mi volevano sentire e ora tutti vogliono andare a dormire. A che mi serve sapere chi io ero nell’umanità un’ora fa? Nulla. Però, per sapere chi io sono devo guardare non solo a me, ma anche all’umanità, a tutt’e due; all’interazione presente, perché l’interazione che c’era un’ora fa, anche mezz’ora fa, non centra più nulla!

Cioè, noi ci siamo abituati talmente ad una passività indotta - dalla Chiesa, dallo Stato… - che non sappiamo dove stia di casa la presenza di spirito. Proprio non sappiamo dove stia di casa. Allora studiamo la biografia proprio per rimbambolarci di leggi deterministiche e di passato anche a livello della biografia. La biografia è la creatività dellIo, ma la creatività dell’Io non sta in quello che ha creato, ma in quello che crea!

Io mi lascio sorprendere dalle creazioni del mio Io superiore soltanto nella misura in cui non mi congiungo con lui; nella misura in cui mi congiungo con lui, creo assieme a lui; nella misura in cui non sono congiunto con lui mi tocca, sorpreso, dire ... ah, adesso vedo cosa ha combinato.

Se io lo combino con lui divento vivo, è proprio questo il punto. Se invece io sto soltanto a guardare, posso guardare soltanto dopo che ha fatto.

I. Puoi ripetere?

Archiati: La coscienza ordinaria ha due possibilità fondamentali -poi le categorie di pensiero che usiamo sono diverse, la terminologia bisogna cercarla, se poi uno dice no, non mi piace, non ti capisco, eccetera, insomma, cerchiamo attraverso le parole di arrivare alla realtà- quindi parlo di Io inferiore e Io superiore, nel senso dell’Io dell’anima e dell’Io dello spirito.

L’Io dell’anima è la percezione del passato; l’Io dello spirito è il creare, ciò che fa adesso. Lo crea però, perché non c’è nel passato, e nel creare, ciò che l’Io superiore fa adesso, non c’è una norma perché non si orienta sul passato, perché se il passato gli dicesse che cosa deve fare adesso, non sarebbe libero. L’Io superiore crea da Signore, fa cose nuove, non gli interessa niente cosa ha fatto prima, sennò non sarebbe libero.

Allora la coscienza ordinaria ha due possibilità: una è di restare passiva, di NON darsi da fare per entrare in questa struttura mentale creativa che vive nel presente, nell’Io superiore; oppure di quest’altra istanza, e allora viene a sapere ciò che quello ti combina soltanto dopo che l’ha combinato.

I. Però ci deve essere un senso, inteso come direzione, come progetto; tutti gli eventi che accadono, che l’Io superiore crea, hanno una finalità.

Archiati: La finalità è che lui vuol farne quello che vuole! Questa è la finalità!! Lo capisci? Lui si è scelto: “a quel punto della mia vita mi deve capitare questo e quest’altro…” e qual è la finalità? Che mi deve dare una botta in testa in modo che io non sono libero… è questa la finalità? Qual è la finalità dell’Io superiore, nel volere questo accadimento al tal anno di vita?

I. Ma se stiamo dicendo che per la libertà l valore più grande è di aiutare l’essere umano a conquistarla questa libertà.

Archiati: Stai parlando dell’Io inferiore o dell’Io superiore?

L’Io superiore ha scelto per esempio - e gli capiterà - nel quarantesimo anno di vita di avere un bell’incidente stradale, e tu hai posto la domanda: qual è la finalità? Cosa ha voluto, ponendo tutte le condizioni perché a quarant’anni gli capiti un incidente? L’incidente non è il voluto: l’incidente è la condizione necessaria per ciò che l’Io superiore si ripromette di farne, e ciò che l’Io superiore si ripromette di farne è pura creatività, perché ne fa quello che vuole lui. Dice: andrò all’ospedale finalmente! Manderò a farsi benedire il mio padrone d’azienda che non mi ha mai dato un paio di giornate, starò all’ospedale due mesi e coltiverò il mio pensiero, potrò leggere Steiner eccetera … finalmente! Questa è la finalità dell’incidente stradale…ma questa è pura libertà, è pura creatività. Se io nel mio Io inferiore mi abituo a capire la struttura mentale dell’Io superiore - che è pura creatività, che fa lui quello che vuole di ciò che gli accade - divento anch’io nella mia coscienza ordinaria talmente d’accordo, talmente unito col mio Io superiore, che comincio a godere di tutto ciò che mi accade, perché l’ho voluto io.

E perché l’ho voluto io?

Perché voglio farne quello che voglio Io, e ne faccio quello che voglio Io… e mi godo questi due mesi all’ospedale… finalmente posso leggere quattro o cinque volumi di Steiner… me lo vuoi proibire tu?

L’alternativa è un Io normale, una coscienza normale che dice: porca miseria ci voleva pure questo incidente! E adesso sta all’ospedale, stramaledice e non legge Steiner; e moralmente, in quanto andare avanti come spirito umano, nella sua qualità di conoscenza e di amore, va indietro.

Però questa è la reazione dell’Io normale, non è mai la reazione dell’Io superiore. E l’Io superiore dice: ma guarda ho fatto di tutto per dargli la possibilità di darsi una mossa…peggio di prima! Ma non lo può costringere, altrimenti non saremmo liberi.

I. Ma il come reagire ad un determinato evento lo decide l’Io inferiore…

Archiati: No, l’Io superiore vorrebbe, può soltanto auspicarsi che l’Io normale non sia stupido del tutto, ma non gli può imporre di essere intelligente, perché la reazione intelligente è quella di farne il meglio.

I. Sì, però la domanda che ti pongo è: il come lo decide l’Io cosciente o lo decide l’Io spirituale?

Archiati: Se lo decidesse l’Io spirituale non saremmo liberi! Però tu non puoi togliere all’Io spirituale, all’Io superiore, la libertà di aver scelto questo tipo di evento sperando che l’Io inferiore reagisca in modo intelligente.

Non gli puoi proibire di averlo fatto così, ma la reazione intelligente non gliela può imporre, perché allora non sarebbe libera.

La reazione che ne fa il meglio per la propria crescita è una reazione intelligente; la reazione che non ne fa il meglio è una reazione stupida, perché allora quell’incidente non è servito a nulla e costringi l’Io superiore a cercarne un altro un pochino più efficace.

I. Sì però, scusami, mi sembra un moralismo dire che è intelligente o stupido…

Archiati: E’ un modo di esprimermi. Te l’ho detto, prendi la terminologia dalla parte giusta, non dalla parte sbagliata.

Dunque, ad uno succede qualcosa: avrebbe la possibilità di farne l’occasione per fare passi enormi in avanti e invece fa passi indietro.

Come la chiami tu, questa reazione? Dimmelo tu, usa le tue parole.

I. La chiamo la reazione di un’anima che ha bisogno di fare quell’errore.

Archiati: L’omissione non è mai un bisogno.

Auguro a tutti una buona notte.

29 dicembre 2002, mattina
vv 8,37 – 8,44

Ogni capitolo del vangelo di Giovanni -e soprattutto dove ci sono queste cosiddette diatribe- ha una sua struttura che si evince man mano che l’individuo approfondisce, medita e mastica il testo: il vangelo di Giovanni è tutto da masticare; meditare è l’inizio, ma poi bisogna proprio masticarlo.

Nell’VIII capitolo abbiamo indicazioni di struttura che sono indicazioni di lavoro, e non servono a nulla se uno non le prende come tali:

1a unità di discorso: 12 – 20 disse loro

2a unità di discorso: 21 – 30 disse loro di nuovo

3a unità di discorso: 31 – 47 a coloro che credettero in Lui

4a unità di discorso: 48 – 59 gli risposero i Giudei

Nell’VIII capitolo ci sono quattro unità di discorso.

• La prima unità di discorso va dal versetto 12 al 20; il versetto 12 dice: Egli disse di

nuovo a loro - a loro, autoiV (autoìs) -. Egli parla a tutti -disse loro- non è una categoria specifica quindi la prima struttura è una unità di discorso detta agli esseri umani in generale, non vengono specificati; questa è proprio una unità conclusa.

• la seconda unità va dal versetto 21 al 30; il versetto 21 dice disse loro di nuovo.

Quindi è un rinnovato ripartire, è un riprendere il discorso in un’ottica diversa. E ognuno può vedere che è così, può constatare che è articolato in questo modo. Una prima lettura non serve a nulla, ma via via che si studia il vangelo ci si rende conto di queste unità di discorso;

• la terza unità va dal versetto 31 al 47; il versetto 31 dice: a coloro che credettero in Lui.

Questo è importantissimo. Il tipo di comunicazione, il tipo di argomentazione, come dire, il tipo di unità di pensiero viene comunicato a coloro che credettero in Lui; ma cosa vuol dire, che credevano in Lui? Sono persone che hanno già fatto una prima esperienza di connaturalità nei confronti di questa persona che “sta dando fuori”, quindi l’umanità si è già scissa in due: coloro che credettero in Lui sono le persone che non avendo, supponiamo, seggiole da difendere sentono la fiducia… si, mi dice qualcosa; quindi, se questo discorso (v.31 - v.47) viene fatto a coloro che credettero in Lui, allora ci sono dei presupposti per la comunicazione che nelle unità precedenti non c’erano; nelle prime due unità di discorso il Cristo non può alzare il tiro più di tanto perché parla anche ad esseri umani che non hanno ancora fatto nessuna esperienza di connaturalità - ...mi attira, parla di me, mi dice qualcosa che mi convince o per lo meno comincia…-.

Tuttavia, coloro che credettero in Lui non significa che abbiano capito quello che Lui sta dicendo; il capire viene un po’ alla volta. E’ l’adesione del cuore che va avanti, è il cuore che decide: sì, qui c’è qualcosa di autentico, qui c’è qualcosa di bello.

Ieri parlavamo del bello come porta al vero e porta che apre anche al buono, quindi coloro che credettero in Lui sono coloro che fanno questa prima esperienza di sintonia dell’animo; nella terza unità il Cristo può presupporre tutt’altre cose e perciò, anche da un punto di vista di strutturazione, il vangelo di Giovanni è molto bello: essendo così sovrano nei contenuti, anche se la struttura non viene messa in primo piano, la si evince.

E’ come una partitura secondo i piano, forte, fortissimo, eccetera, poi c’è la modalità maggiore, minore, eccetera;

• poi c'è la 4a unità, dal versetto 48 fino all'ultimo versetto, il 59, e qui parla ai Giudei:

Gli risposero i Giudei e gli dissero… Quindi parla agli esseri umani in quanto identificatisi con la spiritualità di un popolo, in quanto giudei…in quanto greci... Qui parla agli esseri umani in quanto giudei, parla all’essere umano identificato con l’anima di popolo: i giudei.

Nella terza unità - a coloro che credettero in Lui - i credenti in Lui sono coloro che fanno una prima esperienza dell’Io Sono; nella prima invece dice loro, sono tutti gli uomini.

Questo come prospettiva, e naturalmente all’inizio questi elementi strutturali non sono importanti più di tanto.

Noi eravamo arrivati al versetto 37, quindi nel pieno di questa terza unità di discorso. Abbiamo visto che dal 31 fino al 37 hanno introdotto il discorso noi siamo seme di Abramo.

8, 37 - lo so che siete seme di Abramo- e un po’ più tardi verrà figli di Abramo.

seme di Abramo sperma (sperma), realtà corporea

figli di Abramo tekna (tecna), realtà animica

Seme di Abramo è la realtà corporea (seme è proprio il corporeo), viene messo in primo piano il corpo; figli di Abramo, ciò che viene messo in primo piano è l’anima. Però, per l’essere umano chiamato a diventare sempre di più una individualità autonoma, chiamato ad esperirsi sempre di più come spirito, sia il corpo (ciò che è di natura corporea) sia l’anima (ciò che è di natura animica) diventano sostrato, diventano condizione necessaria, diventano strumento necessario, ma non sono l’ESSERE dell’uomo, non sono l’identità dell’uomo. Nella misura in cui l’essere umano si identifica con ciò che è corporeo (quindi il corporeo che ha le sue funzioni, le sue leggi, i suoi determinismi) e con ciò che è animico il quale è omissibile a metà (nel senso che l’animico oscilla tra corpo e spirito), fraintende la libertà. Ciò che è spirituale invece è omissibile per eccellenza perché è libero; quindi ciò che è spirituale, lo spirito, non ci deve essere, ci può essere; è proprio il compito della libertà di costruire sempre di più ciò che è di natura spirituale, che è di natura individuale.

Lo spirito è individuale ed è libero. Se ci intendiamo, naturalmente, sulla parola libero…Certo che la parola libero - o libertà - si può fraintendere, è chiaro che si può fraintendere: quali sono i due grandi fraintendimenti o travisamenti, i due grandi tradimenti della libertà? Sono nel vedere la libertà nell’animico e nel corporeo.

La libertà dell’animico in italiano la chiamerei spontaneità. La spontaneità è una mezza libertà, perché è un lasciare andare l’anima come vuole lei, ma quando io lascio andare la mia anima come vuole lei non significa che io sia libero, perché c’è una forma di libertà molto più libera ed è quella di fare andare l’anima come voglio io, non come vuole lei. Allora la spontaneità sta nel lasciare andare la mia anima come vuole lei, e la libertà sta nel fare andare la mia anima come voglio io. Però molte persone, forse la maggior parte di uomini e donne di oggi, forse perché non conoscono questo tipo di libertà dello spirito che consiste nel fare andare, nel fare esprimere la mia anima come voglio io, non conoscendo questo tipo di libertà specificamente spirituale, individuale, conoscono soltanto l’altro tipo di libertà depotenziata, che è una mezza libertà, che è la spontaneità. Però non vi sto dicendo che la spontaneità non sia una libertà: è una mezza libertà, così come l’anima è a metà strada tra il corpo e lo spirito.

Poi c’è un altro tipo di travisamento, molto più tragico, come dire demonizzante l’essere umano e cioè popoli o persone che non sono capaci neanche di permettersi la spontaneità, che è la libertà specifica dell’anima, dicono: no, essere liberi significa lasciarsi andare alle leggi del corpo, agli istinti, alle passioni... eccetera, eccetera.

Quindi abbiamo spontaneità e istintualità. Ci sono tante persone che si danno da fare proprio per dimostrare - non è che vivano così, ma lo vogliono dimostrare - che tutti coloro che non mettono in primo piano questo tipo di libertà, che poi è fraintesa, non sono liberi e che soltanto colui che è istintivo è libero. Vuoi tu andare a rompergli la testa?

Vuoi tu andare a dirgli che questa è la libertà massimamente depotenziata di chi non conosce altri tipi di libertà? E se non conosce altri tipi di libertà, non li conosce!

Come si fa a farglieli conoscere? Il predicare non serve a nulla, perché il predicare… smetti... fai male… sortisce l’effetto opposto, perché quello ti dice chi sei tu, per dirmi cosa devo fare? Una persona intelligente non si fa comandare da un altro ciò che deve fare, né si fa dimostrare da un altro che ciò che lui ritiene la cosa più bella è peccato, è male…

Per lui è il bene più grande che ci sia. Allora che si fa?

A quel punto lì serve soltanto la tolleranza: se quello non sa godere altro, si tenga quello che ha. Se io ho bisogno di cambiare lui e non mi sta bene che sia come è, è perché io stesso godo troppo poco di questa libertà. Perché se io, per quanto mi riguarda, godo della libertà dello spirito, mi sta bene che l’altro non se la goda se non sa far altro. Mica gli vado a rompere la testa…

…e se lui facesse qualcosa per ledere la mia libertà?

Certo che questo avviene… quando l’altro mi si impone si chiama potere; questo è l’esercizio del potere: la non libertà altrui che viene ad infrangere la mia libertà; e di fronte al potere, all’esercizio del potere che si fa? Io ho avuto la fortuna di avere un papà contadino che, quando ancora ero piccolo, mi ha detto: tu davanti al potere hai due possibilità: o diventare più forte, più potente dell’altro -però pensaci prima perché può essere uno strapazzo che non finisce più- oppure avere buone gambe! Io allora non avevo capito, però man mano che capivo, ho detto: si, si, tornano i conti, e sono scappato parecchie volte...anche dalla Chiesa cattolica. Mi sono fatto gambe buone.

8, 37 - Lo so che siete seme di Abramo, ma voi cercate di ammazzarmi perché il Logos mio non trova posto in voi.

Lo so che siete seme di Abramo, lo so che la vostra corporeità viene da lì, ma la domanda è: vi identificate con ciò che il corpo ha, oppure c’è qualcosa di più oltre il corpo stesso?

Seme di Abramo, Figli di Abramo e, come dire, il terzo - lo spirito - è Figli di Dio.

Lui è Figlio del Dio. Lo vedremo poi, questo Dio è lo spirito individualizzato che diventa sempre più creatore; ma voi, lo so che la vostra corporeità, il vostro corpo, viene da Abramo, siete giudei, non c’è bisogno che me lo veniate a dire, ma voi - alla zeteite (allà zetèite) - cercate di ammazzarmi - me apokteinai (me apòktèinai) - cioè vi date da fare per ammazzarmi: me apòktèinai. Quindi la discussione non è soltanto teoretica, teorica; si tratta di confrontarsi col potere: loro, seme di Abramo, sono al potere, tu non sei d’accordo e ti uccidono: “voi volete uccidermi…

Tra l’altro mi sono sempre chiesto come sia stato possibile fare di questo testo, che è una sberla dopo l’altra, sentimentalismi…

E’ un testo così fondamentale, va proprio alle cose più essenziali che ci siano: voi volete uccidermi perché il logos mio - o LogoV o emoV (o Logos o emòs) - non trova posto in voi - ou cwrei en umin (u corei en umìn) -.

La mia parola, il mio spirito, i miei pensieri, il mio modo di pensare, il modo di concepire l'uomo, non trova posto in voi: non ci troviamo, non siamo d'accordo sul modo di concepire, di capire l'essere umano; voi la pensate in un modo, io la penso in un altro; ma non in cose di secondaria importanza, non ci troviamo sul modo di interpretare l'essere umano perché voi identificate l'essere umano con la corporeità, che è l'essenza del razzismo. Il razzismo è sempre un qualche modo di identificare l'essere umano col dato biologico, di ereditarietà. Che poi il dato biologico sia di razza, di popolo, di etnia, sempre di razzismo si tratta.

Allora Lui dice: o logoV o emoV (o logos o emòs), il MIO logos, la mia logica, il mio modo di pensare, la mia visione dell'uomo... abbiamo due visioni dell'uomo completamente diverse, io identifico l'uomo con il suo spirito, voi lo identificate col suo corpo.

Però, il Cristo, cosa sta facendo? Il Cristo non sta facendo loro un rimprovero, non va capito così il testo! Il Cristo incontra l’essere umano al punto della caduta, al punto massimo della caduta. Quando il Redentore, il Cristo, viene a redimere l’umanità? Quando l’umanità ha bisogno della redenzione, quindi quando è caduta; se l’umanità non fosse caduta Lui aspetterebbe un po’, oppure non ci verrebbe affatto, quindi deve sapere che Lui porta tutti i pensieri di redenzione, di riascesa dell’umano, quindi riporta l’archetipo dell’umano e deve partire da nulla proprio perché l’umanità è caduta; la caduta sta proprio nel fatto di avere perso di vista l’archetipo dell’umano, di essersi intrisi, appesantiti, identificati con la materia ad un punto tale che l’essere umano non ha più neanche la più pallida idea dello spirito.

Allora il Cristo non sta facendo un rimprovero: sono tutti tentativi, frasi, pensieri collegati, ben collegati uno dopo l’altro, amorevolmente buttati lì per aiutare gli esseri umani a capire in che cosa consista lo stato di caduta, l’identificazione con la materia, e in che modo si risale. Il Cristo sa già in partenza che questa svolta, questa rigenerazione dell’essere umano, non si può fare in un attimo: Lui sa già in partenza che per ora, per questa volta, lo faranno fuori ma non Gli importa nulla.

Che significa mi faranno fuori…? Significa: mi fanno ritornare a casa mia…

Può mai essere un problema per il Cristo morire? No, ritorna a casa Sua.

Lui sa già in partenza e conosce la Sua ora, conosce quando dovrà, come dire, esporsi a chi lo uccide, però il senso dei discorsi che il Logos compie è di offrire agli esseri umani - che poi ci mediteranno per millenni, millenni e millenni- tutti i passi di pensiero, tutti gli strumenti di pensiero che servono loro per capire sempre meglio chi è l’essere umano; per capire che è uno spirito: che l’essere umano ha un corpo, ha un’anima, ma è uno spirito. E’ uno spirito incarnato, quindi non può esprimersi come spirito umano senza un corpo -non può!- pertanto ci vuole un corpo; non può esprimersi come spirito incarnato senza un’anima quindi ci vuole l’anima, ma guai se l’essere umano si identificasse, si riducesse a corpo e anima senza costruire sopra il corporeo e sopra l’animico ciò che è specificamente umano. E questo specificamente umano non ci deve essere di necessità perché è libero, e l’unico peccato morale è quello di omettere l’evoluzione in positivo che viene offerta, quindi ridursi a corporeità, lasciarsi andare: l’istintualità.

In che cosa consiste il male dell’istintualità? Non nell’istinto stesso. Il male morale dell’istinto, dell’istintualità, non è l’istinto che c’è; il male morale è in ciò che manca, ed è questo che la morale tradizionale veramente non ha ancora capito. La morale tradizionale pensa che sia male la cosa compiuta, il sesso per esempio; il sesso è istintualità, sono forze istintive... come se l’esplicazione di queste forze, che fanno parte della natura, fosse un male morale, questo pensiero è una bestemmia contro il Padre che ha creato questa natura.

Se c’è un male morale, il male morale è sempre l’omissione del bene; quindi, quando si tratta di generare - e si deve generare perché c’è uno spirito che vuole incarnarsi - la stessa istintualità è buona, è moralmente buona. Quindi il bene e il male morale non stanno nel dato di natura; ed è tutt’altra cosa argomentare dicendo che il male dell’istintualità è in ciò che manca! Se uno è pura istintualità, allora il problema è di essere pura istintualità, nel senso che ci manca tutto il resto: è stato omesso il bene.

Invece una morale moralistica rivolge l’occhio… dice che è male ciò che uno fa.

Il male, invece, è omettere l’individualizzazione, è omettere ciò che è spirituale, omettere la libertà. Soltanto questo è male. Soltanto se io riesco a dimostrare che in una certa azione, in un certo comportamento, è stata omessa o lesa o offuscata la libertà, cioè lo spirito, soltanto allora posso dimostrare che è male; però una dimostrazione che pone l’occhio su ciò che manca è più ardua per il pensiero, che non il guardare a ciò che c’è, e dire: che brutto! Torna il discorso? Si capisce? È molto importante.

Lui dice: voi volete uccidermi... Il corporeo, il male del corporeo non sta nel fatto del corporeo, sta nel fatto che uccide lo spirito, ecco l’omissione dello spirito. Volete uccidermi. L’uomo che assolutizza il corporeo, che identifica l’essere umano col corporeo, cosa fa? Uccide lo spirito, omette lo spirito, non lo vede neanche magari, e in questo è il male. Perché loro poi diranno: ma chi ti vuole ammazzare..; e Lui dice: identificandovi col corpo, noi siamo seme di Abramo, siete talmente razzisti che ognuno che non abbia il corpo di Abramo non vale nulla, lo ammazzate, lo annullate.

Quindi è chiaro che identificarsi col corporeo, qualsiasi modo di identificare in toto l’essere umano col corporeo uccide, diciamo, il peso morale di ciò che è spirituale, di ciò che è individuale.

La mia parola, il mio Logos, il mio modo di interpretare l’essenza dell’umano così come io la vedo, non ha posto in voi: ou cwrei en umin (u chorei en umìn) voi non gli fate posto, proprio non c'è posto in voi per il tipo di Logos che vede l'essenza dell'umano nello spirito, perché identificate l'umano nel corporeo.

Dicevo che nel vangelo di Giovanni non c’è nulla di secondario, è un testo essenziale dall’inizio alla fine; di volta in volta dice soltanto cose essenziali e perciò è un testo così fruttuoso. Non conosco altri testi, e in chiave moderna l’unico testo che metterei accanto al vangelo di Giovanni è la Filosofia della Libertà di Rudolf Steiner. Ogni versetto, ogni frase è piena di contenuti, basterebbe avere la gioia di dedicarci un po’ di tempo.

Dicevamo che c’è anche il problema di avere accesso al testo originale, quindi prendete il mio compito, il mio contributo, come un mio sforzo di dirvi un pochino cosa c’è in greco; poi, in che modo il pensatoio di ciascuno si mette in moto, quelli sono fatti vostri.

Se invece avessimo un testo in italiano allora ognuno potrebbe dire io il testo lo capisco, ho accesso diretto al testo; ma il problema dei vangeli è che non abbiamo più accesso diretto al testo, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Però questo qualcuno non basta che abbia fatto l’esegesi, la teologia e abbia imparato il greco. Non basta, perché questo linguaggio non è soltanto greco, è linguaggio cifrato dell’esoterismo, quindi bisogna conoscere, almeno, anche i fondamenti del linguaggio esoterico.

In tutto il mondo antroposofico - che io conosco bene - anche in quello di lingua tedesca, non c’è quasi nessuno o nessuno che abbia da tutte e due le parti i presupposti per aiutare i propri fratelli e sorelle, esseri umani, ad avere un accesso al testo.

Ci sono tante persone che conoscono bene la Scienza dello Spirito di Steiner ma non hanno la minima idea del greco, non hanno la minima idea della storia dell’esegesi che è molto complessa; oppure abbiamo teologi che sanno bene il greco, che conoscono l’esegesi, eccetera, eccetera, ma non hanno la minima idea della Scienza dello Spirito.

Perciò sento una certa responsabilità nei confronti di questo testo che salviamo, recuperiamo, soltanto se lo affrontiamo con tutti e due i presupposti.

8, 38 - Le cose che io ho guardato presso il Padre queste cose io dico e voi le cose che avete udito presso il vostro padre, fatele.

Le cose che io ho guardato -ewraka (eoraca)- le cose che io ho contemplato, le cose che io ho visto spiritualmente, naturalmente- presso il Padre -para tw Patri (parà to patrì)- queste cose io dico: invece di dire le cose che ho sentito, queste dico, dice: le cose che ho veduto, l’elemento immaginativo, l’elemento di visione precede l’elemento ispirativo.

Le cose che ho visto spiritualmente, queste dico; quindi il Logos è l’ispirazione dell’umanità, il Logos è colui che ispira l’umanità perché è stato da sempre il contemplante del Padre, quindi il mondo delle Sue immaginazioni, il mondo delle Sue visioni diventa la sorgente d’ispirazione per tutte la parole che il Logos dice nell’umanità.

Questa frase è bellissima! Dice le cose che io ho visto, contemplato, guardato presso il Padre.

Il Padre è il mondo divino, spirituale; è il mondo dello zodiaco, di queste dodici sorgenti paterne che hanno generato tutto il contenuto del cosmo.

Tutte queste cose che ho guardato le traduco in linguaggio per bambini -lalw (lalò)-, la lallazione, perché gli esseri umani nello stato di caduta sono bambini, sono bambini perché devono cominciare da capo, da zero, il linguaggio dello spirito.

L'altro verbo greco è legw (lego) invece di lalw, ma se lui dicesse legw il senso sarebbe: queste cose sono così divine, così perfette che io non posso far altro che dirle a voi con le parole del Logos e poi arrangiatevi voi se ci capite qualcosa.

No, non dice lego, dice lalò: mi sono incarnato, ho fatto l’esperienza di essere uomo proprio per avere la possibilità io stesso di tradurre la perfezione del Logos, il modo perfetto di strutturare il linguaggio proprio del Logos, di tradurlo nel balbettio necessario perché l’essere umano che sta cominciando a risalire dalla caduta possa capirlo.

v. 8, 38 “…E voi le cose che avete udito presso il vostro padre, fatele”.

Allora, Lui ha guardato -le cose che ha guardato presso il Padre- voi le cose che avete udito, voi che avete udito presso il mio Padre o presso il vostro padre: qui i manoscritti fanno un putiferio di questo versetto, c’è una variazione perché uno la mette così, l’altro la mette colà. Naturalmente, si potrebbero addurre delle ragioni che rendono comprensibile una versione, altre ragioni che ne rendono comprensibile un’altra; non si dice che sia chiarissimo che questa versione è sbagliata e quest’altra è giusta…

Questi signorini che hanno scritto nello scriptorium questo manoscritto non erano degli stupidi, soprattutto nei primi secoli, quindi ognuno nelle variazioni che ci ha introdotto ha pensato: no, quell’altro che ha scritto così non ha capito, e perciò va cambiato e va messo così. Allora il testo dice: e anche voi - kai umeiV (kai umeis) - dunque, ciò che avete udito - a hkousate (a ecùsate) - presso il padre - para tou patroV (parà tu patròs) - ...

Io direi, se il Cristo sta lallando – lalò - non può presupporre, non può pretendere di catapultare ‘sti poveri e malandrini esseri umani al momento in cui anche loro hanno udito in paradiso le parole dal Padre divino, non capirebbero nulla, altrimenti non sarebbero lì ad ammazzarlo. Allora io vi propongo di aggiungere qui il “vostro” padre; loro hanno detto: “il nostro padre è Abramo”, e lì li deve pigliare…

I. Nella nostra traduzione abbiamo: vostro padre

Archiati: In tutte le traduzioni avete vostro padre?

I. No, dal Padre, maiuscolo

Archiati: Padre maiuscolo, e loro gli direbbero: e quando lo abbiamo sentito? Cambiano i manoscritti, capito?

I. In latino c’è “vedeste”

Archiati: No, non in tutti manoscritti latini; anche i manoscritti latini, alcuni hanno udiste e altri vedeste. In altre parole, facciamo una piccola parentesi: non possiamo fare per tutti i versetti un tipo di discussione così minuta, si andrebbe all’infinito; quindi una volta per tutte ci rendiamo conto che questo testo è un testo di tale difficoltà, è così impegnativo, che il povero amanuense, uno l’ha messa così e l’altro l’ha messa colà…

L’altra volta vi ho spiegato come era nel Medio Evo, quando non c’era ancora la stampa: prima che ci fossero gli scrittori, c’erano gli scribaccini nello scriptorium e si poteva fare solo una copia per volta perché c’era uno che aveva una copia e la ricopiava; però questo copiare produceva solo una copia in più; poi, secondo un modo invalso più tardi, uno dettava ad una decina di persone e dava la possibilità di fare contemporaneamente dieci copie da quell’unica copia che aveva in mano; di botto si producevano dieci copie in più che venivano vendute. Però, vi dicevo l’altra volta quali fossero le condizioni: cominciavano alle sette, sette e mezzo di mattino e chi cominciava a dettare, supponiamo che avesse dormito bene, allora leggeva fedelmente… Ma non è detto, perché può darsi che lui stesso leggendo si dicesse: no, qui deve essere sbagliato e leggeva in un altro modo, dunque ci metteva la sua testolina fra questo testo e quello che dettava; poi tra queste dieci persone: uno ha studiato e pensa di capire bene il testo, l’altro è un amanuense, ha imparato più o meno a scrivere, sa far bene il falegname ma poi non sa scrivere; l’altro non ha dormito tutta la notte perché ha mangiato il maiale... quindi su tre frasi sta attento a mezza frase… l’altro si crede più intelligente dell’autore del vangelo di Giovanni e cambia... quindi, pensate voi che da questa copia le dieci copie che saltano fuori siano tutte uguali? E questi sono i manoscritti che noi abbiamo in mano. Molto umana la cosa…

Allora come ci si salva? Da un lato con il pensatoio che dice: un momento, adesso io cerco di capire che il Cristo, se è il Logos, deve avere veramente una certa logica, allora se io vado a suon di logica, almeno di alcune cose mi rendo conto che qui è stato cambiato perché non s’è capito; cioè, il modo più sicuro che esista è di essere un Rudolf Steiner che vede, osserva nella Cronaca dell’Akasha com’era originariamente. Ma finché noi non arriviamo a vedere nella Cronaca dell’Akasha come fosse originariamente il testo del vangelo di Giovanni, cosa ci resta come seconda migliore possibilità? La testa!

Convince il discorso? Quindi sta a voi, sta ad ognuno decidere se secondo lui qui c’è il vostro padre o il Padre, con la P maiuscola. La differenza è abissale perché il vostro padre è Abramo, il Padre con la P maiuscola è il Dio Padre.

I. Per me è il Padre

Archiati: con la P maiuscola? Si? Perché?

I. Perché quadra così.

Archiati: Quadra così per te? Quindi mi stai dicendo che quello che dico io non ti convince per niente… lui era uno dei dieci scribaccini, uno di quelli che stavano dormendo…

Questa frase al versetto 38 diventa un po’ difficile: …e anche voi dunque, le cose che avete udito dal padre vostro (Abramo, il padre vostro), fatele. Oppure: anche voi fate le cose che avete udito dal padre vostro. Può essere l’uno e l’altro, quindi: anche voi non potete fare altro che le cose che avete udito dal padre vostro. Se nessuno può fare altro che le cose che ha udito dal padre suo, perché tale il padre e tale il figlio, allora salterà fuori che il loro padre non è Abramo, ma il diavolo.

Quindi tenete presente questa direzione dell’argomentazione del Cristo, la direzione dell’argomentazione è che salterà fuori che sono figli del diavolo, cioè sono risultato, sono condotti, sono diretti dalle forze dell’ostacolo. Il diavolo sono le controforze.

La Chiesa Cattolica ha demonizzato il diavolo, ma il diavolo non ha bisogno di essere demonizzato, il diavolo è necessario, sono le controforze. Il vostro padre non è Abramo, perché Abramo non è fatto soltanto di seme; quindi, se voi vi ritenete il risultato del seme di Abramo, quindi delle leggi corporee di Abramo, il vostro padre è il diavolo, cioè il vostro padre sono le controforze; chi vi determina sono le controforze; non siete figli di Abramo nel senso dell’anima di Abramo, perché se foste figli dell’anima di Abramo vi aprireste allo spirito.

Allora le tre figliolanze sono:

• essere figli di Dio: vivere come spirito;

• essere figli di Abramo: vivere come anima di gruppo;

• essere figli del diavolo: lasciarsi andare alle leggi dell'ostacolo, del corpo;

A proposito delle leggi dell'ostacolo: è una mezza moralizzazione chiamarle dell'ostacolo; se vogliamo togliere del tutto la moralizzazione, il moraleggiante, dobbiamo dire: sono le controforze necessarie; questo è il diabolos, la controforza.

Allora il Cristo dice: voi siete figli del diavolo, non avete capito che le controforze, i determinismi di natura, non sono fatti per lasciarsi andare ad essi; qual’è invece il senso della controforza? Che io rafforzo la mia forza: la molla per rafforzare i muscoli, e la molla è la controforza. Allora quale è il senso della controforza? Che io mi faccia vincere?

Se uno si lascia andare e dà libero corso alle controforze, che fa? Diventa sempre più debole, quando invece il senso della controforza è proprio di rafforzare la forza.

Voi siete figli del diavolo: vi siete lasciati andare alle controforze, invece di usarle per rafforzare la forza dello spirito, invece di venire alle prese con le leggi di natura per vincerle, per superarle. Quindi il concetto di diabolos (poi salterà fuori siete figli del diavolo) è il concetto di controforza necessaria. Sennò, come si rafforza il muscolo se non c’è un ostacolo, se non c’è la controforza?

I. E qual’è la differenza tra il diabolos e il daimon?

Archiati: diabolos è quello che ti mette i bastoni tra le ruote fuori, e daimon è quello che ti mette i bastoni tra le ruote dentro; il daimon sarebbe la versione luciferica, se sei un cultore della Scienza dello Spirito di Steiner, e diabolos la parte arimanica, però poi nei vangeli si complica nel senso che diabolos sono i risultati interni, l’annientamento interiore come risultato del lasciarsi andare alle controforze, invece l’essere spirituale che dal di fuori combatte l’uomo viene chiamato satanas.

Nel linguaggio vangelico satanas è Arimane - per chi conosce il linguaggio della scienza dello spirito - e diabolos è Lucifero; e tutti e due insieme, quando lavorano in combutta si chiamano anti-cristos: la totalità delle forze contro l’Io, contro il Cristo in me, che è l’esperienza dello spirito dell’Io individualizzato.

8, 39 - Gli risposero e gli dissero “il nostro padre è Abramo”. Dice loro Gesù “se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo”.

Gli risposero e gli dissero “il nostro padre è Abramo”, prima avevano detto “noi siamo seme di Abramo”, adesso dicono “il nostro padre è Abramo”; allora siamo figli di Abramo, non soltanto seme di Abramo, il nostro padre è Abramo.

Dice loro Gesù, se foste figli di Abramo, - adesso siamo passati dal seme di Abramo a figli di Abramo - se foste figli di Abramo, portereste in voi la figliolanza di Abramo - quindi l’anima di Abramo, l’anima di gruppo di Abramo, in quanto padre del popolo - fareste, compireste le opere di Abramo. Quindi adesso è qualcosa di più che non essere seme di Abramo, adesso siamo arrivati alla figliolanza: figli di Abramo.

L’altro passaggio sarà figlio di Dio.

Seme di Abramo, viene posto al centro il corpo;

Figli di Abramo, sono le opere di Abramo, l’animo di Abramo, l’anima di Abramo;

Figli di Dio, c’è un altro tipo di figliolanza: figli di Dio, e questo tipo di figliolanza loro non la conoscono. Conoscono soltanto essere seme di Abramo e al massimo essere figli di Abramo. Se foste figli di Abramo fareste le opere sue. Che vuol dire?

Che non siete figli di Abramo, siete soltanto seme di Abramo, perché sareste figli di Abramo soltanto se faceste le opere di Abramo; ma siccome Abramo non ha ucciso l’Io Sono e voi invece volete uccidere l’Io Sono, siete persone che non fanno le opere di Abramo, quindi non siete figli di Abramo.

Se foste figli di Abramo (che significa non lo siete) - ei tekna tou Abraam este (ei técna tu Abraàm estè) - fareste, compireste le opere di Abramo - ta erga tou Abraam epoieite (ta érga tu Abraàm epoiéite) -.

8, 40 - Voi ora invece cercate di uccidere me, un uomo il quale vi ha detto la verità che ha udito dal Dio; questo Abramo non l’ha fatto.

Letteralmente: voi ora, invece - nun de (nun dè) mentre, all'incontrario - cercate di uccidere me - zeteite me apokteinai (zeteite mè apoktéinai) cercate, fate di tutto, come dire volete uccidere me - un uomo, l'uomo - anqrwpon (àntropon) - il quale vi ha detto la verità che ha udito dal Dio.

Volete uccidere me che sono un uomo che vi dico la verità che ho udito dal Dio.

I. Da Dio.

Archiati: dal Dio, perché il Dio è il Padre. Dio sono tutte le gerarchie angeliche, anche il daimon di Socrate è una entità divina; quindi in greco, soprattutto nel Nuovo Testamento, quando si vuole contraddistinguere la divinità suprema che è il Padre del Logos, del Cristo, viene chiamata il Dio.

Vi ricordate l’inizio del Vangelo di Giovanni: En arch en o LogoV kai o LogoV hn proV ton Qeon (en archè en o Logos kai o Logos en pros ton Teon); hn proV ton Qeon (en pros ton Teon) era verso il Dio.

I. Anche qui c’è l’articolo...

Archiati: Certo che c’è l’articolo, è importantissimo, si riferisce al Padre, a Dio Padre; perché dio sono tutti, anche gli esseri umani sono dei; tutto questo VIII, IX e X capitolo culminano nella frase del X capitolo Qeoi este (Teoi estè), voi siete Dei! (v.10, 34).

Guardatelo subito, come orientamento generale: voi siete dei! Qeoi este: Dei siete, proprio letteralmente, quindi la parola dio viene usata per tutti gli esseri che partecipano allo spirito, alla dimensione dello spirito. Ora, essere dio o essere divino ha tanti gradini, se volete ha dieci gradini; il primo, il più modesto di tutti, il più incipiente, è il gradino umano, la decima gerarchia; poi ci sono nove gradini di dei, quindi di esseri divini che vanno dagli angeli fino ai troni, cherubini e serafini e poi c’è il Dio, che è la Trinità, cristianamente vista la Trinità, ma che è il Padre quindi il Dio, l’essere divino alla potenza somma. Troni, cherubini e serafini sono esseri divini ad una potenza un pochino più modesta; l’essere umano è un essere divino all’ultima potenza, incipiente, però ha la stoffa, ha la potenzialità di diventare sempre più divino.

Cosa è successo, in questi duemila anni, che una parola – Dio - che aveva il plurale senza nessun problema - Dio e Dei, anche nei testi cristiani e non soltanto nel politeismo greco - ora è priva del plurale, in italiano, in tedesco, eccetera? Cosa è successo?

I poteri di questo mondo hanno avuto interesse a proibire agli esseri umani di mettersi in testa di essere chiamati a diventare sempre più divini, altrimenti non è più possibile controllarli, tenerli a bada. Allora di dio ce n’è uno solo. Uccisione dello spirito su tutta la linea: scritto nel linguaggio... e li chiamiamo linguaggi cristiani? Una volta!

Quindi è importantissimo capire che nel Nuovo Testamento, nel Vangelo di Giovanni, la parola dio ha il plurale, e quando si tratta di Dio alla somma potenza, viene messo l’articolo indicativo: il Dio. E il Cristo dice degli uomini: voi siete dei. Ma non dice voi siete il Dio. Ce ne vuole ancora un pochino... quando saremo alla fine dell’evoluzione terrestre, se tutto è andato bene, coloro i quali hanno fatto andare tutto bene arrivano diciamo al livello divino degli Angeli; quindi ce ne vuole ancora per arrivare a finire, e poi quando arriviamo a il Dio, va a vedere dove sarà arrivato quello che adesso è il Dio.

Quindi è sempre un gioco del rincorrersi.

I. Non si finisce mai.

Archiati: Perché tu godi di più il finire del giocare, che non il giocare? Io godo di più il giocare… capito? Quindi mi sta bene che non finisca mai. Di meglio non c’è!

Di meglio non c’è.

Voi ora cercate di uccidermi, un uomo – antropon - che vi ha detto, vi ha narrato - lelalhka (lelàleca) - che ha cercato di sminuzzarvi, di farvi capire la verità che ha udito presso il Padre; ciò Abramo non l'ha fatto, di ammazzare un uomo che è venuto a dire la verità che ha udito presso il Padre celeste. Da quando in qua Abramo ha ucciso uno che è venuto a dire la verità? Voi dite di essere figli di Abramo e volete ammazzarmi, volete ammazzare uno che è venuto a dirvi la verità, allora non siete figli di Abramo.

Ciò Abramo non l'ha fatto - ouk epoihsen (uk epòiesen) - una sberla dopo l'altra!

Ma sono sberle amorose però, sono di una pulizia di pensiero vertiginosa.

8, 41 - Voi fate le opere del vostro padre. Gli dissero: “Noi non siamo nati in adulterio, un solo padre abbiamo, il Dio”.

Voi fate, compite, le opere del padre vostro; se non compite le opere di Abramo - che non ha ucciso uno che è venuto a dire la verità e che voi invece volete uccidere - allora non siete figli di Abramo, perché anche voi - come tutti - compite le opere del padre vostro, dunque il vostro padre è un altro.

Il vangelo di Giovanni è uno dei testi più micidiali, è un testo che fila, è logica: è il Logos che parla. Tra l’altro chi di voi condivide il concetto che io ho di Rudolf Steiner, una delle cose più belle che mi pare di aver letto sulle testimonianze riguardo a Rudolf Steiner è questa: Friedrich Rittelmeyer un giorno gli disse: “Ma dottore, i sinottici mi danno l’impressione che lì c’è un po’ di storia, che raccontano cosa ha fatto, dove è andato, eccetera...ma il vangelo di Giovanni...’ste diatribe, ‘sti lunghi discorsi che non finiscono più... è storico?”

E il dottore gli rispose: “Caro Rittelmeyer è proprio l’opposto; il vangelo di Giovanni è quello che più fedelmente di tutti dà proprio un’idea del modo in cui il Cristo ha cercato di rendere accessibile al pensare degli uomini di allora, il suo mistero. E queste frasi – dice - sono abbastanza fedeli, il più fedeli possibile, proprio le frasi del Cristo”.

Il giorno in cui ho letto questo ero felice. Sapere che proprio queste formulazioni sono la resa il più fedele possibile delle frasi che il Cristo ha usato... e uno si dice: che fortuna!

Una Grazia più grande non ci può essere, che avere accesso - attraverso l’oculare, diciamo, della lingua greca - al modo addirittura di coniare le frasi, di argomentare del Cristo, di argomentare l’umano, con esseri umani.

E nei sinottici non c’è; i sinottici non erano partecipi del Logos come lo è l’autore del vangelo di Giovanni. Quindi questo vangelo è più storico; storicamente è più fedele. Quindi l’essenza di quei tre anni sono state queste faticate di ragionamento che ha fatto con i Giudei. Che altro può essere? Mica va a dire loro cosa devono fare, o a fare un rimprovero... L’essenza dell’operare del Logos quale deve essere?

Logica, logica, logica... quelli non ci capiscono nulla e allora proviamo da un’altra parte, caliamo il tiro.

I. Aggiustiamo il tiro.

Archiati: Sì, aggiustiamo il tiro; aggiustiamo calando però, non alzando, quindi “voi fate le opere del padre vostro” se vogliamo l’implicazione logica, diciamo, la sfumatura logica è: anche voi non potete far altro che le opere del padre vostro, e se le opere vostre non sono abramitiche, il vostro padre è un altro.

I. Cosa dice al versetto 40?

Archiati: Un uomo - anqrwpon (àntropon) - il quale oV (os) vi ho detto - thn alhqeian umin lelalhka (tèn alèteian umìn lelàleka) - ha detto a voi, la verità che ha udito presso il Dio.

I. Stavolta dice “ ha udito”.

Archiati: Stavolta qui non c’è stato nessuno che ha variato.

I. ...avevi evidenziato che Lui aveva visto delle immagini, volevo sapere se questo udito è una variante...

Archiati: Sta’ attento però, al v. 8, 38 c’era le cose. Allora, se sono le cose, sono cose viste o udite? Qui c’è la verità... tu hai mai visto la verità? E allora, scusa... un testo da non prendere alla leggera, da masticare... Qui è la verità, la verità non si vede...

Voi fate le opere del vostro padre. Gli dissero: “Noi non siamo nati in adulterio, un solo padre abbiamo, il Dio.

Noi non siamo nati in adulterio, dalla prostituzione, fornicazione, un solo padre abbiamo, il Dio. Prima erano seme di Abramo, poi sono figli di Abramo, adesso sono figli del Dio!

8, 42 - Disse loro Gesù: se il Dio fosse il padre vostro amereste me, poiché Io dal Dio sono venuto e vengo, infatti Io non sono venuto da me stesso, ma Lui mi ha mandato.

Da Dio sono venuto e vengo, e vengo tuttora. Originariamente sono venuto e vengo da Dio, cioè tutto quello che di me si manifesta viene da Dio. Infatti Io non sono venuto da me stesso, ma Lui mi ha mandato. Dice: se Dio fosse il vostro padre, se voi aveste la capacità vera di sentire la vostra figliolanza nei confronti dello spirito, addirittura dello Spirito Supremo, quindi se voi vi sentiste spiriti come figli dello Spirito Supremo, che è lo Spirito Divino del Padre, non potreste essere contro di me, amereste me perché Io sono colui che per eccellenza viene dal Padre.

Racconta ciò che ha visto verso il Padre, tutte le immaginazioni dell’umanità.

Racconta ciò che ha sentito presso il Padre, tutte le ispirazioni dell’umanità.

Racconta e fa la volontà del Padre, tutte le intuizioni dell’umanità.

Se voi foste veramente figli di questo Padre mi amereste. Quindi intende dire, detto in modo semplice, si fa presto a dire “noi siamo figli di Dio, l’essere umano è figlio di Dio “ si fa presto a dirlo! Ma un conto è dirlo e un conto è esserlo.

E lo si è soltanto nella misura in cui si interpreta l’essere umano come un essere divino e ci si comporta come un essere divino. Lo si è soltanto nella misura in cui io interpreto, capisco col pensiero, e il mio pensiero sull’uomo è intriso di divinità perché penso in che modo, come e perché l’uomo è figlio della divinità, e mi comporto -quindi non soltanto a livello del pensiero ma a livello della bontà, a livello dell’operatività- mi comporto come uno spirito; figlio dello Spirito Supremo.

Dire: “siamo figli di Dio “ senza capirci nulla e comportarsi nella direzione opposta è una menzogna. E allora salta fuori che siete figli del menzognero, perché dite una cosa ed invece siete un’altra.

Gli agganci logici ci sono, sono molto importanti. Salta fuori la finzione, la menzogna, farisaismo: dite una cosa e ne fate un’altra. Dite di essere una cosa ma vi comportate nel modo opposto.

Infatti Io non sono venuto da me stesso ma Lui, Colui, mi ha mandato.

8, 43 - il motivo per cui non conoscete il mio discorso, è che non potete ascoltare la mia parola.

Il motivo per cui non conoscete, non riconoscete il mio discorso, la mia logica, il mio modo di parlare, lo spirito delle mie parole - dia ti thn lalian (dià ti tèn laliàn) perché non capite ou ginwskete (u ghinoschete), perché non comprendete - Ginwskw (Ghinosco) è proprio il capire, il comprendere – il perché non afferrate conoscitivamente il mio discorso a livello umano - thn lalian (tèn laliàn) - è che non potete ascoltare la mia parola.

Di sicuro, a metà di questo versetto, quasi tutte le vostre traduzioni riportano un punto interrogativo. Questo punto interrogativo io lo ritengo un'assenza di comprensione del testo. Andrebbe levato.

Il pensiero dice: il motivo per cui voi non conoscete il mio discorso è che non potete ascoltare la mia parola. Prima c'è thn lalian (tèn laliàn) e poi, nella seconda parte del versetto c'è ton logon (ton logon).

I. Quindi togliendo anche il perché, potrebbe essere scritto: “non comprendete il mio parlare perché non potete dare ascolto alla mia parola”?

Archiati: oti (oti) è sia interrogativo, sia preposizione in greco. E' questione di interpretazione. Se uno la interpreta in un modo ci mette il punto interrogativo a metà frase; se uno la interpreta in un altro modo non ci mette il punto interrogativo.

Tra l’altro, visto che le cose sono così fondamentali e che il Cristo -il Cristo è puro amore- sta veramente facendo di tutto per creare un minimo di accesso perché lo spirito umano possa capire, se veramente pone loro una domanda, deve dar loro la possibilità di dare una risposta... se veramente pone una domanda. Perché, cosa vuol dire una domanda retorica? Una domanda retorica non è pulita.

I. Perché non è pulita?

Archiati: No, è pulita a livello di comunicazione nostra, dove siamo tutti sullo stesso piano. Allora è pulita, a livello di un oratore che è uno di noi, e lui come oratore si fa la domanda e si dà la risposta. Qui non siamo in una situazione dove il Cristo e questi esseri umani sono sullo stesso livello e lui come oratore - che potrebbe anche essere un altro - fa una domanda retorica cui dà la risposta. No, non è questo; il livello è veramente del Figlio del Padre celeste, del Logos che sta sminuzzando il pensare divino, il pensare cosmico a bocconcini per adattarlo ai denti degli esseri umani.

Una domanda retorica non ci calza, non ha nessun senso. Perché, se pone una domanda, che significa la seconda metà della frase, tra l’altro?

Quindi, il motivo per cui non conoscete il mio discorso - thn lalian thnemhn (tèn laliàn tèn emèn) - è che - oti (oti), poiché - è poiché non potete, essendo nello stato della caduta... Tutti i pensieri del Cristo sono contributi di autocoscienza, il Cristo non fa rimproveri.

A che sarebbe servito far rimproveri? Gli esseri umani sono caduti e la caduta è una necessità evolutiva, non è un male morale; omettere di riascendere diventa un male morale, ma il fatto di cadere era necessario, sennò non ci sarebbe nulla da fare.

Quindi, i contributi del Cristo sono contributi di conoscenza di se, di capire in che cosa consista lo stato di caduta e in che cosa consista il riascendere. Quindi non fa mai rimproveri, aiuta a capire cos'è, com'è fatto l'uomo, la natura umana caduta.

Il motivo per cui - sono tutti contributi di autoconoscenza - non conoscete, non capite, non afferrate conoscitivamente -per afferrare conoscitivamente bisogna esperirsi come spirito, l'uomo della caduta invece si è ridotto a seme di Abramo- allora, il motivo per cui tu, caro essere umano, in quanto natura umana caduta, non afferri il mio discorso -che è il discorso che parla della rigenerazione- il motivo per cui non capisci la natura umana perfetta è che ce l'hai decaduta.

Un conto è capire che è così; un conto è riconoscersi così; ed un conto è non avere la minima idea. Tanto è vero che loro adesso diranno: ma come siamo decaduti? ma come, ma come..? L’ebreo è il meglio che c’è nell’umanità e siamo addirittura figli del diavolo?...

Adesso arriva...adesso arriva, perché il Cristo i colpi più belli non li dà all’inizio...sennò non c’è gusto.

8, 43 ...il motivo per cui non capite il mio discorso è che non potete ascoltare... non c’è l’organo di percezione... non potete ascoltare - ton logon ton emon (ton logon ton emòn) - il mio Logos.

8, 44 - Voi siete dal diavolo e volete fare le brame del vostro padre. Colui è un uccisore dell’uomo fin dall’inizio e non si è mai posto nella verità, poiché non c’è verità in lui. Quando dice la menzogna, parla dal proprio poiché è menzognero ed è il padre della menzogna.

Voi siete, provenite dal diavolo... e alcuni manoscritti ci hanno messo dal padre: voi venite dal padre del diavolo.

I. dice: “Voi che avete per padre il diavolo...”

Archiati: Sì, però letteralmente, voi siete, venite, dal padre del diavolo - ek tou patroV tou diabolou (ek tù patros tù diabòlu) -.

Se voi cari amici, pure al diavolo volete dare un padre...

I. Cioè il testo greco dice così?

Archiati: ...il testo greco. Non esiste il testo greco! Una variante di manoscritti dice: voi siete dal diavolo; un’altra variante dice: voi siete dal padre del diavolo. Queste sono le due possibilità.

I. No, non necessariamente, può essere specificativo; siccome sono tutti e due genitivi potrebbe essere una posizione del primo termine: il padre, il diavolo...

Archiati: No, sta’ attento: questa possibilità c’è logicamente, ipoteticamente, ma non realmente, non può essere reale. Allora, il padre del diavolo genera il diavolo e il diavolo genera...?

I. ...i diavoletti...

I2. I figli del diavolo.

Archiati: Vo antri!....

Allora tu dici: sono figli direttamente del padre del diavolo.

No, il passaggio è che sono figli del diavolo e non direttamente del padre del diavolo, perché se fossero figli direttamente, non del diavolo ma del padre del diavolo, a che ci serve il diavolo?

Se siete figli del padre del diavolo, allora il diavolo non serve a nulla. Il discorso è: o siete figli del diavolo o siete nipoti del padre del diavolo! Queste sono le due alternative.

Questo sta a dirci che è un testo di impegno enorme. E’ anche bello renderci conto che l’umanità cristiana, per duemila anni, si è arrovellata con questo testo: e chi l’ha cambiato così, e chi l’ha cambiato colà, e chi ci ha messo addirittura il padre del diavolo, altri invece il padre del diavolo lo lasciano via... “voi venite dal diavolo”...

I. Voi avete per padre il diavolo...

Archiati: Sì, ma questo è un modo della traduzione di sgattaiolare, capito? Il testo dice: voi siete - este (estè) - non avete per... dice siete! Dice: o voi siete dal diavolo oppure, l’altra possibilità, voi siete dal padre del diavolo. Il testo greco non ammette altre traduzioni letterarie.

Facciamo una pausa?

Prima di riprendere, due notizie: ieri e oggi sono giornate importanti, nel senso che nell’umanità sono successi due avvenimenti che sono unici.

Primo avvenimento: è nata Eva, la prima bambina clonata… bisogna vedere fino a che punto sia vero, comunque la notizia è entrata nell’umanità.

Noi siamo seme di Abramo. Clonare vuol dire prendere un corpo già esistente, con tutte le sue realtà biologiche, eccetera, eccetera, prendere un frammento di questo corpo e farne una copia. Quindi, in questa copia c’è soltanto quello che c’era prima. Gli esseri umani sono arrivati al punto abissale da pensare che per avere un essere umano basti il corpo. Questo è un elemento assolutamente raccapricciante; questo è l’ultimo punto infimo della caduta.

I. Chi si incarna in un corpo clonato?

Archiati: Queste sono domande che poni tu, se hai la convinzione che ci sia qualcosa d’altro nell’uomo. Capisci? Tu dici: “chi si incarna?”. Secondo il pensiero scientifico corrente non c’è mai stato nessuno che si incarna: c’è sempre stata soltanto una compagine biologica che a seconda di com’è tira fuori elementi psichici; solo che finora padre e figlio - Abramo e i figli di Abramo -, la corporeità generata non è mai stata uguale - per quali motivi tu forse lo sai - comunque non è mai stata uguale.

Quello che è nuovo, assolutamente nuovo, è che qui viene fuori una corporeità del tutto uguale! Con l’aspettativa che tutti gli aspetti psichici saranno in tutto e per tutto uguali.

I. E’ poi vero?

Archiati: Sono veri i pensieri abissali degli esseri umani! Questi sono più importanti.

Cioè, io vi sto presentando l’evento, non i pensieri che voi pensate sull’evento.

Sono pensieri che arrestano l’evoluzione, perché si copiano sempre uguali, non vanno più avanti. Arrestano l’evoluzione al punto infimo della caduta, dove tutto ciò che c’è nell’essere umano è il risultato del corpo, della natura, delle funzioni della natura.

fig 18.psd

Usando questa traiettoria che vi ho tracciato, sarebbe come arrivare nel punto infimo e qui fermarsi. E continua sempre a ripetere questo (vedi schema - NdR). Tale e quale; ma non va avanti, si ripete. Cioè, secondo questo modo di pensare, l’evoluzione d’ora in poi diventa puramente quantitativa. L’elemento qualitativo non c’è più.

Ieri è successo un altro evento, non in California ma nel nord della Svizzera, di uguale natura e di uguale importanza per portata morale nell’umanità.

Il modo di vivere e di collaborare insieme, concepito secondo l’impulso dello Spirito Santo - in quanto risultato dell’operare del Figlio, del Cristo -, il tipo di comunità umana che si fonda su una conoscenza dello spirituale, su una scienza dello spirituale, il tipo di società umana, di collaborazione umana concepita da Rudolf Steiner, fu concepita da lui come un modo che, come dire, vanificava i diritti e i doveri delle cariche, in un certo senso come opposizione e come superamento del potere terreno della Santa Sede stessa. Ebbene, ieri – vi do la mia lettura - è avvenuto il tradimento, il compimento del tradimento di questo spirito, perché questa Società Antroposofica - che si ritiene la prosecutrice di questo tipo di spirito -, ieri per la prima volta è diventata una società giuridica terrena secondo il diritto svizzero delle associazioni; cosa che fino a ieri non esisteva. Questo avveniva ieri e avviene oggi; qui la clonazione dell’individuo, qua la clonazione della comunità: noi siamo la copia, la ripetizione fedele, di ciò che ha fatto Steiner. Io lo ritengo un evento di enorme portata nell’umanità, paragonabile alla clonazione di Eva.

Questo è il corporeo -la clonazione di Eva - ; questo è l’animico -la clonazione del convegno di Natale-. Corporeo e animico fatti apposta per non permettere lo spirituale.

Questo non vuol dire che le persone sappiano ciò che fanno.

Dunque siamo arrivati al versetto 8, 44: voi siete dal diavolo, voi provenite dal diavolo.

Dobbiamo chiederci cosa è il diabolos? Il Cristo adesso introduce il diabolos; deve presupporre che i suoi ascoltatori abbiano un minimo di idea di cosa sia questo diabolos, sennò glielo deve spiegare.

Partiamo dal presupposto che ogni essere umano abbia una qualche idea di cosa sia il diavolo, cioè di cosa sia antiumano, di ciò che si oppone all’umano.

Il diavolo: diavolo significa cattivo... il male; cos’è il male? Il male è ciò che ci fa diventare meno umani, ciò che si oppone all’umano, detto in un modo semplice, generico, così che uno possa comprendere. Naturalmente, la discussione concreta - che cosa sia male veramente, cioè che cosa renda l’uomo meno umano e cosa no - diventa complessa perché qualcuno dice: questa cosa qui va bene per l’uomo... l’altro dice: no, no, no, no...

Quindi il concetto di diavolo è l’insieme delle controforze. Il diavolo è cattivo?

Il diavolo è buono soltanto se è cattivo. È un buon diavolo soltanto se è cattivo abbastanza da non mollare, perché se molla... allora, bisogna prenderne un altro.

La controforza è buona soltanto se è cattiva, se fa il suo dovere. Mefisto è un bravissimo diavolo perché non molla mai; perché, se mollasse allora il Padre Eterno dovrebbe trovarne un altro...

Cosa è successo, psicologicamente, in un cristianesimo che ha demonizzato il diavolo?

Si è omesso di capire che il male non è in quello che fa il diavolo, ma sta nel modo in cui l’essere umano interagisce. Quindi il compito del diavolo è quello di fare di tutto per abbindolarti: è il suo compito. Perché se tu non hai qualcuno che fa di tutto per abbindolarti, non ti svegli mai; il male sta nel lasciarsi abbindolare: questo è male!

Questo è male. Questo è peccato, che lui, così astuto, ha fatto di tutto per farti svegliare e tu ti sei fatto abbindolare: peccato! Omettere di svegliarsi.

Siccome l’umanità si è abituata a dormire, invece di dire che il male sta nel dormire, si è detto il male è il diavolo, il cattivo è il diavolo. Dire che il diavolo è cattivo è una abbindolata, la più grossa che ci sia; perché allora, una volta che ho demonizzato lui, io mi sento a posto: il problema è lui, non io. E’ diabolica la cosa. E’ veramente diabolica, cioè aver demonizzato il diavolo è la cosa più diabolica che ci sia, perché è una abbindolatura su tutta la linea. Significa rimbambolarsi su tutta la linea, perché se tu dici: la colpa è sua, il diavolo è cattivo... .allora io sono buono.

I. Vuol dire che lavora bene.

Archiati: Ha lavorato bene... No, non è che lui ha lavorato bene; gli esseri umani hanno perso tanti di quei colpi, che alla fine non sono neanche più capaci di dare un colpetto. Sono pensieri semplici, però siamo ad un punto dell’umanità dove vanno pensati, perché oggi non vengono pensati. Neanche in campo di antroposofia la cosa viene automatica; no, va conquistata. Perché arriva gente che dice: no, noi non parliamo di diavolo, di demonio, eccetera... si chiamano Lucifero e Arimane! Lucifero è brutto e cattivo in questo modo e Arimane è cattivo in questo modo: tutti e due demonizzati di nuovo.

Siamo punto e da capo. Bisogna, come dire, acquisire questa pulizia mentale di dire: Lucifero ha questo compito, di offrirmi questo tipo di ostacolo; e Arimane ha quest’altro compito. Che poi io lo chiami Lucifero o Arimane, non importa nulla: è questione di terminologia. Quando noi le cose le conosciamo nella loro essenza, tutte le lingue di questo mondo hanno la libertà di chiamarlo così o così; non è il nome, non è la terminologia che conta, è la realtà che conta.

Allora nel Padre Nostro, tra le petizioni ce n’è una che riguarda il diavolo: non ci indurre in tentazione ma liberaci dal maligno!

Se non ci induce in tentazione e ci libera dal maligno, che ci resta da fare? Nulla.

Può mai essere che il Padre Nostro dica così? Risparmiaci la tentazione. Può mai essere la dicitura originale?

Ma Lui stesso, il Cristo, manco è arrivato in Terra che la prima cosa che incontra sono le tentazioni!

Se fosse meglio risparmiarsi la tentazione, perché Lui è stato tentato dal diavolo?

La prima cosa: va nel deserto e viene tentato dal diavolo; e noi vogliamo essere meglio di Lui. In greco c’è:

kai mh eisenegkhV hmaV eiV peirasmon (kai mè eisenenkes emàs eis peirasmòn)

c‘è due volte eiV (eis) che significa dentro, due volte dentro: non ci far cadere nella trappola! Per non cadere in una trappola, cosa ci vuole?

La trappola! Perché se la trappola non c'è, non ho la possibilità di non caderci dentro. Aiutaci a non cascare, aiutaci a non farci abbindolare... ma bisogna che la tentazione ci sia. In altre parole, aiutaci a non caderci dentro: ma io posso stare attento a non caderci dentro, soltanto se il tranello c'è. Invece la maggior parte dei cristiani, finora, ha pensato risparmiaci la tentazione. Immaginate voi, sarebbe come dire che vivere da uomini significa non venire mai tentati: vedo diecimila euro che qualcuno ha dimenticato, mica sento voglia di... no, no; vedo una bella donna ... no, mi passa la voglia!

La preghiera è non ci esporre mai alla tentazione... Ma che mentalità è?

Vivere da uomini è, dalla mattina alla sera, venire tentati; sennò non c’è nulla da fare.

Che significa non ci indurre in tentazione? Non ci indurre in tentazione significa non ci far nascere, tienici in Paradiso, lì non c’è la tentazione... Venir sulla Terra significa invece godersi la tentazione dall’inizio alla fine, ed imparare come venire alle prese con la tentazione. Sennò, non c’è nulla da fare.

In altre parole abbiamo un cristianesimo d’infanzia. Duemila anni sono stati un primo inizio e adesso ci troviamo al punto di dover cominciare a pensare un po’ da adulti, non da bambini.

Il concetto del diavolo qui è importantissimo, perché adesso fa tutto un discorso, svolge il concetto del diavolo non subito dal lato della morale del fare, del male...

Il diavolo che ti tenta subito a fare il male, è un bravo diavolo? No, perché ti accorgi che è male; cosa deve fare prima? Deve ingannarti.

Quindi, se è un bravo diavolo, prima ti acchiappa dalla parte della mente e poi dalla parte dell’azione; quella viene da sé. Quindi qui viene presentato non come il maligno, ma come il menzognero: un testo pulito, veramente! Allora dice:

8, 44 Voi siete dal diavolo e volete fare le brame del vostro padre; volete esplicare le brame, le passioni - epiqumiaV (epithumìas) i desideri... epiqumew (epitumeo) desiderare, qumoV (thumòs) è proprio la sfera del sentimento, perché la sfera del pensiero la devi obnubilare. Il vostro padre, il diavolo, obnubila e non lascia che venga chiarezza nel pensiero, perché altrimenti è finito; in tal caso lo conosci, lo guardi in faccia e dici: no, no, tu sei il diavolo, io devo fare l'opposto di quello che tu mi dici. Allora lui, la testa la porta via e resta qumoV (thumòs), cioè resta tutta la sfera delle passioni, dei sentimenti, dei desideri, eccetera...

Voi fate, compite, vi lasciate guidare dai suoi desideri, dai desideri che lui vi mette dentro. Colui - ekeinoV (ekeinos) - è un uccisore dell'uomo - anqrwpoktonoV (antropoctonos) - fin dall'inizio, e non è mai stato posto, non si è mai situato nella verità, poiché non c'è la verità in lui, poiché dice la menzogna.

Quindi vedete che il discorso morale del male, dell’azione cattiva, non c’è; c’è il fatto che lui dice la menzogna. Ti inganna. Ti dice: guarda che quella è una bella cosa; questa mela... se tu mangi questa mela... diventi come Dio! Mangiando dall’albero della conoscenza siamo diventati sempre più esseri divini, perché essere divini significa pensare in proprio; dove sta allora la menzogna? E’ vero che mangiando la mela si diventa dei, ma non ha detto che ci vogliono millenni! E che prima bisogna scendere! Questo non l’ha detto!

E allora Eva ha pensato: ah, se si fa così presto, mangio la mela! Se il diavolo dicesse una bugia evidente, che proprio si vede che è una bugia, allora sarebbe un diavoletto, non un diavolo. Ti deve dire una verità, ma presentartela in modo tale che è una verità se tu la capisci bene, ma se la capisci male è una menzogna. E’ raffinato, sottile, astuto.

La tentazione più efficace non è la menzogna totale, sono i quarti di verità; le mezze verità. La dicitura del serpente, la frase del serpente, non è una menzogna in toto: è una mezza verità, perché la parte più importante non te la dice.

I. Nel vangelo viene detto: siate astuti come serpenti...

Archiati: La tua traduzione è una mezza verità. Attento, io ti cambio una parola... è la stessa frase, lo stesso enunciato però cambiando una parola. Tu hai detto: siate astuti come i serpenti. Diventare astuti come i serpenti. Cosa è cambiato? Vedi che differenza enorme? Però tu non puoi dire che la frase “siate astuti come serpenti” sia del tutto falsa, no, non puoi; però ti nasconde la parte più importante, che è quella del divenire.

I. Se non ricordo male, il vangelo dice: siate prudenti come serpenti, non astuti...

Archiati: Sia prudenti sia astuti sono italiano; il vangelo non è in italiano!

In altre parole la frase[6] del vangelo - una frase estranea al vangelo di Giovanni - non dice soltanto “diventare astuti come i serpenti” perché sarebbe un’altra cosa... è finita lì la frase? Dice anche: “Semplici come colombe”. Semplici e molteplici.

La colomba, il simbolo della colomba, sta per la capacità sintetica e unificante del pensare umano, e il Cristo ti dice: questa è una polarità; e devi usare tutte e due le polarità, devi muoverti continuamente tra la semplicità che riporta la complessità all’unità, ma poi devi avere la capacità di tornare dall’unità alla complessità.

Se tu avessi soltanto l’unità faresti grandi astrazioni; ciò che vedi unitario devi avere altrettanta capacità di sminuzzarlo, devi avere la capacità anche di vedere, penetrare, nella complessità del reale. Devi muoverti tra la complessità - che richiede astuzia, richiede sagacia, richiede penetranza, richiede una capacità di muoversi nel complesso - e devi avere la forza dell’unità. In altre parole la forza del Logos nell’essere umano è una forza che si muove tra il gesto sintetico e quello analitico del pensiero; quest’ultimo viene espresso nel serpente (la serpe della fiaba di Goethe); la serpe è in questo tastare il mondo orizzontale di tutte le percezioni: ecco la complessità. Siate complessi, svariati all’infinito come fa la serpe che tasta tutta la realtà della terra, e poi siate semplici come la colomba, che vola e guarda le cose dall’alto. Quando le cose diventano troppo complesse, che ci si perde, bisogna fare la sintesi; ma se uno ha solo la sintesi fa grandi astrazioni, gli manca la concretezza. Nella concretezza bisogna avere la forza della complessità, come dire: l’atomismo ed il monadismo. L’atomismo, se è unilaterale, si perde nella complessità; certo che il reale è complesso: è infinito, le sfaccettature sono infinite, quindi ci vuole il monadismo.

E il Cristo dice: l’Io Sono è tutte e due, cioè movimento: analisi e sintesi, analisi e sintesi.

Adesso a questa spiegazione, viene fatto di dire: ma sarà questo il significato di questa frase? La spiegazione che io vi ho dato è di una tale vastità, che non troverete mai un’altra spiegazione che sia fuori da questa. In altra parole, tutte le altre spiegazioni che troverete saranno più parziali di questa; perché nella spiegazione che io vi do c’è tutto. Perché, oltre al cammino sintetico, di sintesi, del pensare umano, e al suo cammino di analisi cosa c’è?

L’analisi è il peso morale della percezione, la sintesi è il peso morale del concetto.

Vivere tutte le percezioni possibili immaginabili e creare tutti i concetti possibili e immaginabili... Mi vuoi tu trovare un tipo di spiegazione alternativa a questo tipo di spiegazione? No, è così universale che abbraccia tutto.

E’ così che vanno spiegati i vangeli, perché i testi dei vangeli sono l’operare del Logos.

In altre parole il diavolo, il menzognero non è mai quello che ti fa sbagliare in toto, perché per sbagliare in toto dovremmo essere privi di cervello. Quindi le grandi menzogne sono unilateralità di pensiero; e allora in cosa consiste la menzogna? In cosa consiste il male della menzogna? Nell’omissione di ciò che manca quindi, diciamo, il micidiale di una mezza verità non è la mezza verità che c’è, ma quella che manca; perché quella che c’è va bene, invece quella che ti manca... lì cadi nel vuoto, perché non ce l’hai, te la devi conquistare. Quindi il male è sempre un’assenza di bene.

Il male del pensiero è una verità che diventa dogmatica perché si ferma; e il male di questa verità dogmatica è che ci manca, ci manca, ci manca... quindi, il bene del pensare è una integrazione che non finisce mai.

Quindi la verità è un cammino di integrazione all’infinito.

E lo stesso per l’azione morale. Il male non sono le azioni che ho fatto, perché se le ho fatte storte non sono fatte male, sono fatte storte: le raddrizzo.

Il male sono le azioni che avrei potuto fare e che non ho fatto.

Nel Giudizio Universale: avevo fame e non mi avete dato da mangiare... lo ha sempre detto, ma la teologia tradizionale si rende conto che il Cristo nel giudizio universale non tira fuori neanche un peccato di commissione? Neanche una cosa, che Lui dica: questa cosa fatta era un male. Non esiste! L’unico male morale che Lui mette in vista sono omissioni di bene.

E quindi il male intellettuale sono i colpi persi nella testa. Il dogmatico chi è?

Il dogmatico è il pigro intellettuale che con un paio di concettini pensa di aver affittato, appaltato...

Rileggiamo tutto questo versetto 44 che è lungo, dando attenzione a tutti gli elementi.

8, 44 - Voi siete dal diavolo (o dal padre del diavolo) e volete fare i suoi desideri, volete compiere i desideri del vostro padre, colui che è uccisore d’uomo dall’inizio e non è posto, non è collocato, non è situato, nella verità poiché non c’è verità in lui. Quando ciancia la menzogna, parla dal proprio, tira fuori dal proprio, parla da ciò che è suo, poiché è mendace e menzognero ed è il padre della menzogna.

Il versetto intero è come una piccola monade; sinteticamente il versetto è una unità conclusa; se lo si guarda più da vicino, con la lente di ingrandimento, in questo versetto ci sono tanti elementi. E se io mi dedico agli elementi singoli faccio un esercizio analitico.

La meditazione è un esercizio di analisi o di sintesi?

Tutti e due... a seconda, a seconda; un po’ l’uno, un po’ l’altro.

Quando sono stufo della complessità e dico: adesso non mi raccapezzo più lo rileggo una volta tutto e vedo un pochino “cosa mi fa” nel suo insieme; vedo cosa mi fa, capito?

Mi espongo, perché mi sono stufato della complessità... dice un sacco di cose, tutti questi elementi particolari... allora se mi perdo, quando uno si perde, la salvezza del perdersi è di ritornare a bomba. Che vuol dire tornare a bomba?

Ci si perde nella complessità non nella semplicità, allora quando vivo la complessità non più come arricchente, ma come perdizione, cosa faccio? E’ il punto in cui torno indietro. Mi si dice: “riprendi un nodo che ti orienta di nuovo”.

In altre parole, quando capisco io che devo tornare indietro dalla complessità e devo tornare a rifare l’unità? Lo capisco quando vedo che mi perdo.

E’ inutile che continui a perdermi... diventa sempre peggio; sto leggendo Steiner... un putiferio, un’altra cosa, un’altra cosa... da dove è partito?

E’ così evidente che è proprio questo il dinamismo immanente del Logos, dell’attività pensante dell’essere umano: che ha proprio queste due dimensioni polari dell’analisi e della sintesi. L’analisi, preso come esempio, è il lato di percezione.

C’è qualcuno qui che ha analizzato il mondo in cui viviamo, ad un punto tale da aver percepito tutto ciò che va percepito? Ce ne vuole! Quindi fare attenzione a tutti i frammenti di percezione è godere la forza analitica del pensiero; è molto bello.

Però non voglio stare soltanto lì imbambolato a guardare, guardare, guardare... voglio farmi un’opinione, voglio godermi cosa penso... e allora creo i concetti.

Ho letto sul giornale... la lettura del giornale cos’è?

Ogni parola è una percezione, anzi, ogni lettera è una percezione... velocissima, ma lo è.

“E’ nata Eva”... voi sapete cosa vuol dire è nata? Ma sono quattro lettere messe insieme! Siete dei sintetici potenti... Nata... subito; io invece N...A...T...

Quindi già nella percezione noi siamo abituati a metterci i concetti.... perché siamo pensatori no? Però adesso attenti: leggo, leggo... percepisco le parole, i pensieri di chi ha scritto l’articolo...va bene? Cosa faccio poi? Mi faccio pensieri miei, mi faccio un’idea mia sull’articolo. Se non mi faccio abbindolare del tutto da “questo diavolo” di giornale che mi vuole propinare le sue idee, lo metto da parte e dico: l’Io ha le percezioni dei suoi pensieri, adesso mi faccio i miei concetti su queste percezioni. Se faccio soltanto l’uno è un male morale? No, è un peccato, perché non vivo la parte più bella.

Qual’è la parte più bella, percepire i suoi pensieri o di averne dei miei?

I. Averne di miei.

Archiati: E perché dici che è la parte più bella?

I. Perché sono miei

Archiati: E perché devono essere più belli per il fatto che sono tuoi?

I. Per il discorso dell’individuo.

Archiati: Per il discorso dell’individuo? Tu vuoi dire: non devono per forza essere più belli in quanto a contenuto -perché in quanto a contenuto può darsi che siano più belli i suoi- ma sono comunque più belli perché li ho fatti io! Questo li rende più belli, indipendentemente dal contenuto. Questa è la cosa più bella. Perché vivo la mia realtà dell’umano in modo attivo. Se io devo essere sempre e soltanto passivo, devo sempre essere dipendente dai pensieri altrui, che cosa sono? Un asino.

L’asino ha le orecchie lunghe perché ascolta, ascolta, ascolta...e non sa pensare.

I. L’asino a volte è meglio di noi...

Archiati: Sì, dici? No guarda che l’asino non può mai essere meglio di noi; siamo noi che possiamo diventare peggio dell’asino! E’ diversa la cosa! E’ diversa la cosa.

Ti immagini un asino che ce la fa a diventare meglio di noi? Siamo noi che ce la facciamo a diventare peggio di lui. Il che è ben diverso.

I. Lei pensa che adesso nascerà anche un bambino uguale all’altra, oppure rimarrà solo questa clonata?

Archiati: Eva ce l’abbiamo. Se avessimo almeno altri tre o quattro giorni a disposizione, potremmo creare i presupposti conoscitivi, però se vuoi, visto che l’ho detto io stesso, il fatto che la notizia sia stata sui giornali, la ritengo una soglia importantissima del divenire umano... perché sono i concetti che ci riportano ad Adamo ed Eva.

I. E il fatto simbolico che sia stato fatto a Natale?

Archiati: Nulla avviene a caso. Certo che invece di parlare per tre giorni, io posso parlare per tre minuti; però cose che si possono dire in tre giorni, dette in tre minuti sono oracoli, sono provocazioni, che ti servono soltanto se tu le vivi come provocazioni a pensare.

Supponiamo che quando l’essere umano nasce... prendiamolo non dalla nascita, perché la nascita è biologicamente secondaria rispetto al concepimento; quindi lo prendiamo al momento del concepimento. Tra l’altro, il linguaggio parla di concepimento sia quando si capisce qualcosa (concetto) sia quando si concepisce (la concezione).

Che differenza c’è tra concetto e concezione?

Il mio modo di concepire il concepimento è questo: è dall’ ovulo femminile che comincia il tutto; il maschietto ci manda milioni di spermatozoi per essere sicuro che almeno uno arrivi a destinazione; dunque vi arriva lo sperma umano e questo sperma maschile è compenetrato di forze vitali eteriche tali che dirompe tutte le forze formanti della cellula uovo. L’uovo, la sostanza proteica, non è caotica del tutto.

Vediamo il concetto greco di caos: caos significa materia prima, ancora priva di ogni forza formante. In altre parole, puri atomi non strutturati, nessuna forza strutturante.

Il concetto esoterico è polvere cosmica.

L’uovo è strutturato, o se vogliamo, è forze formanti che gli danno la forma di un uovo, la forma di proteina. Il senso della fecondazione è che lo sperma maschile caccia fuori tutte le forze formanti e resta il sostrato di materia caotica: il caos primordiale.

Proprio il caos primordiale prima della creazione, perché questa è una nuova creazione. Questo tipo di creazione riparte dall’inizio, perché se non ripartisse dall’inizio verrebbe imposto al nascituro tutto ciò che c’era prima.

Lui, il nascituro, vuol venir giù, vuole incarnarsi, vuole costruirsi un corpo per entrarci dentro, per usarlo, parlar bene italiano per esempio... però dice: io non ci vengo se mi imponete la struttura vostra; o la cacciate via... e allora l’ovulo è tutto caotico...

Lui ci entra, riordina questa materia a immagine del suo spirito, perché per tutta una vita diventi puro strumento dell’espressione del suo spirito.

Quando esce fuori dal grembo materno si dice: è simile alla madre, è simile al padre, è simile ai genitori. E’ perché la madre, il padre e il figlio stesso hanno interagito fra di loro per secoli, per millenni, per diverse incarnazioni...

Adesso però dovrei dimostrare che c’è la reincarnazione.

Parto dunque dal presupposto che in questo bambino spiritualmente, nel suo spirito, nella sua anima, e nell’anima della mamma, nell’essere del papà ci siano tanti elementi simili, perché si sono forgiati a vicenda per dei millenni; quindi, essendoci molti tratti comuni oltre ai tantissimi individuali, salteranno fuori tanti caratteri comuni nel modo in cui figlio struttura il suo corpo. Ma questa somiglianza fisica è il risultato, è l’effetto di una somiglianza che è nell’anima e nello spirito.

Questo è il modo in cui le cose sono andate per tanti millenni fino a ieri.

Cosa è successo ieri? Ammesso che sia successo poi, perché questi Antinori e colleghi, Raeliani[7], eccetera, ti dicono cose che magari non hanno fatto...capito? Ti dicono cose che forse non si possono neanche fare; forse, per nostra fortuna, non è ancora possibile fare.

Ma stando a quanto è riportato sul giornale, adesso abbiamo il figlio incarnato, un uomo incarnato, un essere umano incarnato; dal suo corpo fisico viene tirato fuori un frammento, una unità piccola... una cellula germinale, altrimenti non si può continuare a generare... e salta fuori tale e quale. Così si pensa. La notizia di ieri è che è uscita dal grembo; cosa sia uscito loro non lo dicono, comunque dovrebbe essere tale e quale...

Cosa è successo?

I. Non c’è stata la caotizzazione innanzitutto, e quindi non c’è stata la possibilità di strutturare secondo quell’essere spirituale la materia.

Archiati: Allora tu dici: attorno a questo corpo ci sono un sacco di esseri spirituali che vorrebbero incarnarsi, migliaia, migliaia e migliaia, ma tu dici che qui non ci viene nessuno...

I. Io non lo so, se ci viene o non ci viene nessuno.

Archiati: Ah, vedi che cominci a diventare un po’ più cauto.

I. Bisogna vedere chi ci viene; che tipo di spirito viene...

Archiati: Supponiamo che tutti gli spiriti umani che vogliono incarnarsi dicano: là no!

Non c’è nessun altro tipo di spirito che si piglierebbe volentieri un corpo umano, anche se questo non è perfettamente adatto ad uno spirito umano?

La Scienza dello Spirito di Steiner vi direbbe: ce n’è a iosa!

Il termine “consacrato”, diciamo, che indica uno spirito infraumano - gli spiriti al di sopra dell’uomo invece sono gli Angeli, gli Arcangeli, eccetera - uno spirito capace di afferrare un corpo è demone. La fenomenologia c’è nei vangeli; l’operare del Cristo più importante di tutti è la cacciata dei demoni. Quindi il termine consacrato per dire spiriti inferiori allo spirito umano - che però ben volentieri quando c’è una corporeità che viene lasciata libera dall’essere umano l’acchiappano - sono i demoni.

Allora supponiamo che si incarni un demone.

Alla percezione è tale e quale ad un uomo... cos’è? Cos’è?

L’abbiamo appena visto nel vangelo di Giovanni: una menzogna! L’abbiamo appena visto! Il diavolo è una menzogna. In che cosa consiste l’abbindolamento, l’inganno?

Che è una mezza verità! L’apparenza è umana... l’apparenza è umana; quando io dico: l’apparenza è umana, non sto dicendo una bugia, è vero!

Come può il vangelo di Giovanni essere più attuale? Ve l’ho attualizzato, proprio leggendo il giornale. Ma è quello che stiamo leggendo nel Vangelo di Giovanni.

Il diavolo è un menzognero, vedete? Si presenta come un uomo... ma è tutt’altro spirito!

Perché è fatto per uccidere l’uomo.

I. Ma potrebbe essere un impossessato... ci sono persone che sono impossessate...

Archiati: Ma perché, tu non sei impossessato? Quando dovresti star zitto e invece parli, parli, parli... chi ti fa parlare? Il diavoletto...

Buon appetito a tutti

29 dicembre 2002, pomeriggio
vv.8,45 – 9,3

I. Io vorrei fare una domanda. Sono due giorni che ci penso, da quando lei parlò dell’adultera: in un rapporto fra un uomo e una donna che non arriva al concepimento e quindi è interrotto da un contraccettivo, si commette un peccato? Cioè, faccio un’omissione che riduce la mia libertà?

Archiati: Bere alcool è un peccato? E’ la stessa domanda che tu poni.

Uno dei problemi è che la parola peccato si è cosificata, cioè alla parola italiana peccato si è riferito qualcosa che qualcuno ti ha detto che non devi fare e quindi è cattivo e brutto.

Invece io ho proposto - altrimenti non se ne viene fuori - di ricondurre tutto l’anti umano o il male morale a ciò che diminuisce l’umano. Il male morale, cioè qualcosa è male, soltanto se diminuisce l’umano, perché il bene morale è la pienezza dell’essere umano. Quindi, per dimostrare che è un male morale devo dimostrare che in qualche modo, facendo questo, diminuisco l’umano.

E in questo sta il male morale: che ci manca qualcosa o viene diminuito qualcosa dell’umano. Quando l’essere umano beve alcool, obnubila parzialmente o più che parzialmente le sue facoltà di pensiero. Siccome noi nella facoltà del pensiero siamo autonomi, ogni obnubilazione, ogni diminuzione della facoltà del pensiero è perlomeno una parziale diminuzione dell’autonomia dell’uomo e quindi è un male nel senso che viene omessa, viene compromessa, viene lesa, la pienezza della coscienza dell’umano, quindi la pienezza della sua autonomia.

Uno che ha la coscienza obnubilata è un po’ meno autonomo o è meno autonomo di uno che ha la coscienza pienamente presente.

I. In questo caso non compio la volontà del Padre?

Archiati: La volontà del Padre è la pienezza dell’umano.

Lui cosa ha creato? Cosa ha voluto? Quando ha creato l’uomo cosa ha voluto?

L’uomo nella sua pienezza. Non lo ha voluto a tre quarti, altrimenti l’avrebbe creato a tre quarti. Ridurlo a tre quarti vuol dire offendere la volontà del Padre perché la volontà del Padre è quattro quarti, non tre quarti... e quando funziona a tre quarti funziona molto meno bene che non a quattro quarti.

Però va compreso chiaramente che uno che è sotto l’effetto dell’alcool è molto meno responsabile delle sue azioni di un altro che non sia sotto l’effetto dell’alcool. Come può essere un bene questo?

Quindi il fenomeno primigenio del male morale umano è la diminuzione della coscienza dell’Io. Quella è la chiave di tutto.

A meno che ci sia qualche caso di eccezione -che conferma la regola- dove la diminuzione della coscienza dell’Io non sia che la premessa necessaria per un bene ancora maggiore. Allora, chi si vuole incarnare è nel mondo spirituale e non ha ancora un corpo, dice: io mi devo incarnare di nuovo, adesso devo tornare sulla terra; se io non mi avvalgo delle brame - brame che obnubilano la coscienza - di due individui che voglio avere come papà e mamma perché mi appartengono come karma, eccetera... se quelli restano pienamente coscienti di quello che fanno, non lo faranno mai, perché il piacere di un momento lo devono pagare (per nove mesi la mamma, eccetera, eccetera); glielo faccio fare soltanto se insorgono delle brame tali che obnubilano la loro coscienza, per cui lo fanno. Però in questo caso, questa passionalità, questo obnubilamento della coscienza viene compensato dal bene sommo che esiste, che è quello dell’incarnazione.

E il peccato di eredità, il peccato ereditario sta proprio in questo: che ognuno di noi, nella fase mediana dell’evoluzione, nasce dentro ad un oscuramento di coscienza di coloro che sono incarnati. Questo dato di fatto va interpretato; va capita la sua natura, ma è così.

I. Jung diceva a proposito dell’alcool: spiritus contra spiritus

Archiati: Lo spirito dell’alcool contro il mio.

I. Allora lo stato di coscienza da parte di madre e padre di un concepimento di questo essere che viene, determina la qualità di coscienza dell’essere che nasce?

Archiati: Certo, perché viene immesso in questa corrente umana, ereditaria, di oscuramento di coscienza. Proprio questa è l’essenza del peccato originale: l’oscuramento della coscienza umana per essersi immersa nelle leggi della materia; queste operano così irruentemente che in certi processi della biologia una presenza concomitante della coscienza desta, della coscienza pienamente libera, non è possibile.

C’è stato soltanto un Essere che si è incarnato come un uomo, ma che non aveva karma umano, quindi non aveva partecipato in nulla al karma umano e non aveva accumulato nessun karma.

Fu necessario portare fino a metà dell’evoluzione la possibilità di un concepimento senza la presenza della coscienza diurna (di veglia); nel corso dell’evoluzione tali casi divennero sempre più eccezionali finché alla svolta bastò che ci fosse un caso di eccezione per questa incarnazione - sto parlando del Cristo - una incarnazione di assoluta eccezione. A questo punto dell’umanità, se la coscienza diurna fosse stata presente, sarebbe stata intrisa di passionalità, di brame, di autogodimento, che è una chiusura in se stessi, che è per natura diminuente l’irradiare della persona umana la quale, invece, nella sua coscienza abbraccia tutta l’umanità, quindi crea sempre l’equilibrio tra amore di sé e amore del prossimo.

La passionalità pura è una pura chiusura in se stessi, quindi è una diminuzione assoluta dell’umano: il concepimento verginale - Io vengo dall’alto leggevamo nel vangelo - consiste nel fatto che la coscienza del papà e della mamma - di Giuseppe e di Maria - non era neanche presente. Quindi, Colui che si è incarnato ha portato giù soltanto le Sue leggi e nessuna passionalità come risultato del peccato originale gli è andata incontro. Elisabetta poi, la mamma di Maria, era anziana e quindi in lei era già smaltita la passionalità.

Questo mistero del peccato originale in tedesco si chiama peccato ereditario: erbsuende. Ma la tua domanda era?

I. C’è l’omissione o non c’è?

Archiati: Ogni tipo di istintualità che sopraffà l’elemento libero del pensare è una diminuzione dell’ umano, per definizione.

I. La Chiesa come può essere per l’alcool ma contro pillola?

Archiati: E’ in favore dell’alcool? È la prima volta che sento dire che la Chiesa è in favore dell’alcool.

I. I monaci hanno fatto la birra e...

Archiati: E’ una mancanza di consequenzialità. Manca la consapevolezza che la cosa non è conseguente.

I. Una volta, in un altro incontro, avevi detto che l’aborto può avere delle conseguenze molto gravi - immagino per quanto riguarda l’incarnazione di qualche spirito -. La stessa cosa non accade quando si interviene con una contraccezione e c’è un’entità che vuole incarnarsi?

Archiati: Ma certo. Diciamo che l’atto della procreazione che non sfocia nella procreazione è una contraddizione immanente.

Che poi la natura umana caduta - caduta non significa subito moralmente imperfetta - sia piena di contraddizioni, questo senz’altro, ma una cosa è dire: questo tipo di azione lo spiego in base ad una natura umana caduta che ha il compito di risalire; altro è dire: è in ordine, va bene così.

Perché se dico: “va bene così”, allora non c’è più niente da fare... capito?

Dicendo che fa parte di quella diminuzione dell’umano che è intrinseca alla caduta non ho bisogno di mettere patemi d’animo o condanne morali, perché faccio un discorso conoscitivo oggettivo. L’altra alternativa è di dirti che è peccato senza dirti perché, e questo è da bambini. Invece dove tu capisci la natura di un fenomeno hai la conoscenza: non hai bisogno di qualcuno che ti dica non farlo, perché lo capisci tu stesso. Allora dirai: ....ah, la direzione, il dinamismo dell’evoluzione è di sopperire sempre di più a questa carenza di umano, in modo che dove c’è questa carenza - e istintualità è carenza - venga messa sempre di più l’istanza sovrana della coscienza, quindi della libertà.

E in che modo ognuno, individualmente, fa questo cammino, con quali velocità, eccetera, quello è il karma suo. Però indichi un cammino, cioè descrivi oggettivamente una certa situazione e che cosa questa compie alla natura umana. Ciò presuppone una lettura della natura umana stessa, presuppone il concetto del bene e del male, presuppone che il bene sia la pienezza della natura umana e soprattutto la libertà, perché il coronamento della natura umana è la libertà, sapendo dov’è la libertà e dove non è. E poi lasci ad ognuno di vedere se vuole o se non vuole, e con quale velocità, andare in quella direzione.

Se hai capito i fenomeni, non ti convincerà mai che un fenomeno è moralmente buono quando tu stesso sai che si tratta di una condizione di carenza cui si può lavorare perché c’è di meglio; ecco, c’è di meglio.

Però il male lo si evidenzia soltanto mostrando che c’è di meglio, perché soltanto se vedo il meglio capisco la carenza.

Come posso cogliere la carenza se non ho il concetto della pienezza?

Questo è fondamentale. Quindi la morale negativa è la morale che ti dice: no, no, no... senza proporti qualcosa di meglio; peggio ancora: oltre ad avere il buco, per di più ti arriva il castigo! E allora tanto vale godermi il buco, senza paura del castigo. Vedi? Se ne può uscire soltanto coltivando una conoscenza della natura dell’essere umano - chiamiamola Scienza dello Spirito - la cui essenza è la libertà.

Un modo mio di dirlo, se volete, ma a forza di verificarlo di qua e di là penso che si renda comprensibile la cosa.

Prendiamo una persona che si trova ad un punto evolutivo di estrema istintualità: niente di male, se cammina! Ogni punto di partenza va bene, perché ognuno ha il proprio punto di partenza. Voglio dirlo con un altro esempio: in un continuum che va da 0 a 100, se uno è passionale, quasi del tutto passionale, ha 95% di passionalità; un altro invece ha 10% di passionalità e va verso 0 - il che sarebbe la perfezione, tanto è vero che quando siamo escarnati bisogna far sparire tutta la passionalità, perché il corpo non c’è più -.

Ora, se questo individuo che è passionale al 95% si dà da fare e fa tutto quello che può e dopo dieci anni è arrivato al 90%, mentre quest’altro poltrisce perché se avesse fatto tutto ciò che gli era possibile, dopo cinque anni sarebbe potuto arrivare al 5% e invece è diventato ancora più passionale ed è arrivato al 15%, vi chiedo: moralmente chi è migliore?

E’ moralmente migliore quello che adesso è a 90%, e quest’altro che è a 15% di passionalità è moralmente peggiore. Ecco perché Cristo dice: non giudicate.

E’ in funzione della possibilità, delle capacità di ognuno e nessuno di noi può sapere quante capacità di cammino, e quindi di vittoria su di sé, l’altro ha. Già facciamo fatica a sapere di noi stessi, se abbiamo sempre fatto tutto quello che avremmo potuto per andare verso la pienezza dell’umano....

Quindi il Cristo tira corto e dice: non giudicate. Però, ponendo che questi due casi ci siano, che l’uno in dieci anni sia diventato di cinque gradi più passionale, e quest’altro in dieci anni sia diventato di cinque gradi meno passionale, moralmente quest’ultimo è migliore perché ha fatto molta più strada del primo. Si è evoluto; l’uno è andato avanti nella sua evoluzione, l’altro è andato indietro.

I. E poi comunque non si può passare da 95 a 0 tutto d’un botto.

Archiati: L’altra riflessione è così palese che non c’è bisogno di esplicitarla. Nessuno passa da 95 a 50. Per arrivare a 50 devi passare per 94, per 93, per 92... così come uno che beve o fuma: una ciminiera che fuma cinquanta sigarette al giorno e si mette in testa di non fumarne nessuna da un giorno all’altro, probabilmente è la scusa per ricominciar da capo. Invece ciò che gli fa paura è di cominciare a fumarne quarantanove, perché teme che allora sia possibile... e poi quarantotto, e poi quarantasette...

I. Non si può dire, mia moglie ha smesso di colpo.

Archiati: Sì, si, allora il fatto del fumare tiratelo via, perché lì è possibile passare dal cento allo zero - appena ho fatto l’esempio mi sono detto: sta a vedere che è sbagliato! - però nell’insieme, la natura della persona non è che la cambi dall’oggi al domani.

Perché qui si tratta non soltanto dell’intensità della passionalità, in quanto l’intensità dell’istintualità è inversamente proporzionale al godimento dello spirito. Ora il godimento dello spirito, non lo fai passare di colpo da zero a cento. Non esiste. Va costruito centesimo per centesimo; però se uno ci lavora funziona, perché la natura umana è quella che è.

Se una persona dice: il godimento più sublime che io conosca è l’orgasmo fisico... Allora è inutile che tu gli porti via l’unica cosa che ha. Una volta, la donna che ospitava Steiner si è arrabbiò con lui, perché diede venti marchi ad uno che andava a comprare la birra; e Steiner le disse: “ma cara signora, non ha nessun’altra gioia... vuole portargli via anche quella?”

Quando invece, magari dopo dieci o venti anni, per assurdo antroposofico, se arrivasse a fare l’esperienza che l’orgasmo spirituale è mille volte più interessante di quello fisico, allora non andrebbe più a cercare quello fisico; o perlomeno, da una intensità di cento sarà arrivato ad una intensità di dieci, ma questo non avviene dall’oggi al domani. Quindi l’unica legittimità morale di lasciare qualcosa è che si ha il diritto morale di lasciare qualcosa soltanto quando si trova qualcosa di meglio.

E la Chiesa continua a proibire, continua a dirti no, no, no senza proporti qualcosa di meglio. No, questo non è morale, questo è immorale, e allora porti via all’essere umano quel poco che ha. Sarà poco magari, modesto, glielo porti via e che cosa gli dai? Lo getti nel vuoto?

I. Quindi il fattore della gioia è determinante?

Archiati: E per forza, il fattore della gioia. Perché se il Padre Eterno avesse creato una natura umana fatta così, che si sente contenta senza gioia...vedi? Ma come fai a sentirti contento senza gioia? E il criterio della pienezza qual’è? La felicità! La gioia, la contentezza.

I. Esiste ancora l’automacerazione in alcuni ambienti religiosi?

Archiati: Solo perché ci trovano gusto!... Piglia gli elementi che ti ho dato in mano e lo capisci subito, no? Una cosa così la può fare soltanto chi ci trova gusto. E il gusto qual’è? Che tu, macerandoti, vai in Paradiso... o il gusto di essere più santo degli altri... ma gusto deve essere!

Andiamo avanti con il vangelo?

Il versetto 8, 44 è lungo: “... voi siete dal diavolo e compite i desideri di lui, ma quello è un uccisore dell’umano...” Vedete, a proposito della domanda di prima, il concetto: lui è uccisore dell’umano, quindi il male morale è ogni diminuzione dell’umano; te lo dice!

Il male morale è ogni diminuzione dell’umano, diminuzione totale, lo ammazzi.

I. Si è detto dell’omettere...

Archiati: Sì, uccidere è una variazione dell’omettere.

“Fin dall’inizio”, cioè questo compito di ostacolare e quindi di tentare, di essere colui che ci tenta alla diminuzione, colui che ci tenta all’uccisione dell’umano, questo compito ce l’ha fin dall’inizio e “lui non è posto nella verità.” Il suo posto non è la verità ma è la diminuzione della verità, quindi la menzogna, poiché in lui non c’è verità e quando parla, quando esprime la menzogna, parla del proprio perché è mendace ed è il padre della menzogna.

Genera sempre menzogna; quando uno si lascia accalappiare da lui, quando uno si lascia abbindolare da lui, genera sempre menzogna: inganna, la menzogna inganna.

8,45 - Poiché Io invece dico la verità, non mi credete.

Dunque, dove l’Essere dell’Io esprime la verità - cioè l’essenza vera, genuina, schietta, quindi nella sua pienezza, nel suo splendore originale - dell’essere umano, perché l’essere umano fa fatica o non riesce a crederGli? E’ un’affermazione di autoconoscenza dello stato di caduta dell’essere umano. L’essere umano è a metà dell’evoluzione - non siamo in paradiso e non siamo alla fine dell’evoluzione - siamo nella lacuna: essere nello stato di caduta significa resistere alla verità sull’essere umano, perché ci fa comodo barare.

Si capisce il discorso. Però Lui, non glielo butta lì come rimbrotto, spiega loro il perché: l’essere umano decaduto, impoverito, essendo in preda dell’inganno, di fronte a chi dice la verità fa fatica a credergli, a dargli fiducia, perché ha paura di doversi cambiare, ha paura di doversi mettere per strada, ha paura di doversi vincere; ha paura di doversi ricredere, ha paura di dover cambiare, cambiare, cambiare... quindi c’è l’essenza della caduta, la resistenza di fronte alla schiettezza, alla verità, alla pienezza dell’umano.

8, 46 - Chi di voi può accusarmi di peccato, se dico la verità, perché non credete in me?

Chi di voi può accusarmi di peccato, chi di voi può mostrare che ci sia carenza in quello che Io presento?... Se voi foste in grado di accusarmi di peccato - peccato è carenza, è diminuzione dell’umano - se voi foste in grado di dimostrarmi che ciò che io propongo non è la pienezza dell’umano, allora avreste ragione a non credermi, avreste ragione a non acquisire fiducia; però non mi dite nulla, non sento nulla dove voi mi diciate: “ No, quello che tu dici è mendace. E’ una menzogna sull’umano; tu proponi qualcosa come se fosse la pienezza dell’umano e invece non lo è per questo, questo e quest’altro motivo”. Dice: allora si discute, ma non mi avete portato nulla che mi accusi di non verità. Quindi, vi tocca ammettere - dice il Cristo - che quello che vi sto dicendo è la verità sull’essere umano. E allora qual’è il motivo di resistenza?

Il motivo di resistenza non è che Io dico la menzogna, ma il motivo è in voi.

E la resistenza alla pienezza dell’umano, alla verità sull’umano, qual’è?

La pesantezza della natura. L’inerzia, ecco proprio l’inerzia.

Cioè, l’inerzia è uno dei tratti fondamentali di ciò che non è la libertà; invece la libertà è per natura movimento. Bello pulito il discorso. Proprio un discorso conoscitivo senza accuse o moralismi.

Chi di voi mi accusa vuole dimostrare che sono nel peccato -dove peccato lo interpretiamo come ogni forma di diminuzione, di carenza, di mancanza, ogni forma di buco nella natura umana-.

Se dico la verità, perché non acquisite fiducia in me?

E’ dovuto all’inerzia, alla paura.

Oppure, diciamolo in modo ancora più pulito: è dovuto al non capire!

E’ dovuto al fatto che non ho ancora fatto l’esperienza di quel bello di cui Lui parla... non ci capisco nulla! Certo, anche per quello; quindi non comprensione: paura e inerzia.

Non comprensione a livello di pensiero.

Paura a livello di sentimento.

Inerzia a livello di volontà.

Adesso ce l’abbiamo tutto il fenomeno. Allora lo capiamo, lo capiamo bene.

Quindi incomprensione o ignoranza a livello di pensiero; paura a livello di sentimento, quindi mi fa paura perché so quello che perdo, ma non so quello che trovo o se lo trovo; e terzo, a livello di volontà, abbiamo l’inerzia.

fig 19.psd

I. L’ignoranza è non sapere; si può benissimo sapere qualcosa senza capire.

Archiati: Allora dimmi come si fa a sapere senza capire.

I. Io direi incomprensione, ignoranza è non sapere. Si può sapere un sacco di antroposofia senza averla capita.

I2. Non è un vero sapere, è un ricordare.

Archiati: Le parole italiane hanno sfumature molto complesse. Ignorare qualcosa significa che non ne so nulla: non ho né saputo né imparato.

Man mano che ci entro dentro, vengo a sapere, vengo a imparare, giustamente. Quindi man mano che ci entro dentro, subentra la distinzione tra sapere e imparare, però prima c’è l’ignoranza: si ignora. La nescienza.

Noi da filosofi, avevamo la parola nescienza. Sarebbe ancora migliore.

I. Non capisco la parola.

Archiati: Allora sei nesciente...

8, 47 - Colui che viene da Dio ascolta le parole che vengono da Dio per questo voi non ascoltate, perché non siete da Dio.

Colui che viene da Dio, ode, sente le parole del Dio. Quindi l’essere umano che ha una consapevolezza, che ha una consapevolezza della sua provenienza dal divino, ha delle parole divine e quindi avendone coscienza le esprime. Colui che viene da Dio ascolta; ascolta le parole che vengono da Dio perciò per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio.

In altre parole questi Giudei siamo tutti noi: l’uomo nella condizione del peccato. Dice: voi siete nella condizione di capire, di conoscere soltanto ciò che viene dal basso, dalla natura in quanto natura minerale, vegetale, in quanto mondo della materia. Quindi, come dire, questi sono tutti movimenti di pensiero per descrivere, per venire a conoscere lo stato di natura umana miserella - adesso lascio stare la parola caduta, diciamo miserella - e da parte del Cristo sono sforzi, una frase dopo l’altra, per portare a conoscenza la natura umana non miserella... bella piena! Poi viene lasciato ad ognuno: man mano che uno capisce che c’è qualcosa di meglio, che c’è qualcosa di più bello, viene lasciato a lui il cercarlo. Il presupposto è che se l’individuo veramente si convince che c’è di meglio, lo cerca, perché una persona che cerca e vuole il peggio che conosce non esiste. Se ci fosse una persona che sinceramente, genuinamente, cercasse il peggio che conosce, dovremo dire al Padre Eterno: che hai combinato? Quindi, la natura umana l’ha fatta così Lui, non la possiamo cambiare: ogni essere umano cerca il meglio che conosce.

Solo che il Cristo dice loro: lo stato attuale dell’umanità sta proprio in questo, che gli esseri umani il meglio non lo conoscono, quindi bisogna cominciare a conoscerlo.

I. Però è un po’ forte dire “perché non siete da Dio”: non ne saranno consapevoli, ma anche loro provengono dal divino.

Archiati: Ma no, no, no, no! Tu lo dici teoricamente! Scusa, è un discorso teorico il tuo, perché questa Eva clonata lo dici tu teoricamente che viene da Dio, ma che cosa viene da Dio? Quello che c’è, tutte le funzioni biologiche, eccetera, eccetera vengono da sotto... non viene nulla da Dio.

Cosa viene da Dio?

I. Ma noi qui stiamo parlando del popolo ebraico...

Archiati: No, è l’uomo della caduta...

I. Lui si sta rivolgendo ai giudei.

Archiati: ...Ah, sono i giudei... non te?!

I. Qui c’è scritto giudei... forse c’ero anch’io.

Archiati: No. I giudei rappresentano l’umanità nello stato di caduta.

E allora Lui ti dice: in che cosa consiste lo stato di caduta?

Che l’essere umano è determinato al 99,9% da sotto e allo 0,01 da sopra.

E tu dici: sì, però non è soltanto da sotto... Sta’ attenta: che l’essere umano sia sotto l’influsso della divinità, eccetera, non è questa l’affermazione; l’affermazione è che l’essere umano non ne è consapevole.

I. Infatti...

Archiati: ...quindi voi non avete la minima idea di ciò che viene dall’alto; invece avete tutta l’idea di ciò che viene dal basso. Perché se loro avessero consapevolezza del fatto che l’essenza dell’essere umano viene dallo spirito, direbbero mai “noi siamo seme di Abramo?”

Cosa intendono dire dicendo: noi siamo seme di Abramo? Non dicono: “noi portiamo in noi il seme di Abramo”, ma siamo seme di Abramo.

Che vuol dire?

I. Certo, ti ho detto: loro non ne sono consapevoli perché c’è questa influenza maggiore della realtà corporea “siamo seme di Abramo”, però che il Cristo ti dica: “voi siete semi di Abramo” è questo che non mi piace, qui c’è scritto: “Voi non siete di Dio”!

Archiati: L’affermazione è sulla coscienza. La coscienza non è un aspetto dell’uomo, è il tutto! Ogni essere umano è ciò che porta nella sua coscienza, che altro sennò? Il resto ce l’ha, non è ciò che lui è!

I2. Si potrebbe dire: perché non avete una coscienza abbastanza divinizzata...

Archiati: ma per niente!

I2 ...per niente divinizzata, non nel senso che loro non hanno nulla a che fare col Dio...

Archiati: Tanto è vero che ci sono stati degli scribaccini che hanno avuto la tua stessa difficoltà e queste parole “poiché voi non siete da Dio” le hanno sbattute fuori, perché non hanno avuto la capacità, cioè la forza pensante, di capire che il Cristo non si riferisce alla realtà ontologica dell’uomo - che a questo punto non c’entra nulla - ma si riferisce alla coscienza!

I3. …si dice: “non è da te fare così “. Vuol dire che la tua realtà ontologica non corrisponde con le tue azioni.

Archiati: E allora questa formulazione “poiché non siete dal Dio” come la spieghi? Qualcuno prima diceva: no, questa formulazione è errata, ogni essere umano viene dal Dio.

I3. La vostra origine.

Archiati: Vedi, è un testo che presuppone il coraggio del pensiero portato fino in fondo; altrimenti uno prende paura e dice: ma come può il Cristo dire di esseri umani “poiché non siete dal Dio”...? L’uomo è ciò che porta nella sua coscienza, tutto il resto glielo dà la natura, non è lui.

8, 48 - I Giudei gli risposero e dissero a Lui: non diciamo noi rettamente che sei un samaritano e che hai un diavolo?

I Giudei gli risposero e dissero a Lui: non diciamo noi bellamente -kalwV (kalòs)- non diciamo noi rettamente, non abbiamo ragione nel dire che sei un samaritano e che hai un diavolo? Hai un demonio, sei un posseduto: se parli così sei un posseduto... ci vieni a dire che non veniamo da Dio!

Quindi vedi che… sei in buona compagnia!

I1 ...che c’ero!

Archiati: Che c’eri... brava, brava... (Ilarità in sala)

Dicono: tu farnetichi; se dici una cosa del genere allora abbiamo ragione a dire che farnetichi; che non sei compost sui, ma in te parla il diavolo.

8, 49 - Gesù rispose: Io non ho un demonio ma onoro il Padre mio e invece voi non mi onorate.

Gesù rispose: Io non ho un demonio, non sono posseduto dal diavolo, ma onoro il Padre mio e invece voi non mi onorate.

I. Nella mia traduzione c’è “disonorate me”.

Archiati: Non disonorare... ma non onorare: è l’omissione.

Il problema che ritorna sempre è che se veniamo scagliati fuori dalla prospettiva che questo Essere che parla non è un essere umano normale, ma è prima di tutto un’Entità macrocosmica che è il Cristo, il Logos... altro che posseduto; proprio un pazzo, un megalomane! Ma proprio in questo sta la difficoltà... Capito?

Quindi dobbiamo continuamente ritornare nella prospettiva che Lui è il Figlio, veramente il Figlio, del Padre divino. Quindi è l’Io dell’umanità; è lo Spirito del Sole che sta diventando lo Spirito della Terra.

Così come duemila anni fa non poteva minimamente aspettarsi che ci fosse anche soltanto un inizio di comprensione, così si aspetta, forse, che oggi ci sia un primo inizio di comprensione, ma non di più però. E questo primo inizio di comprensione viene da una scienza dello spirituale che comincia a ridare all’umanità il concetto del Cristo. Perché senza un minimo di concetto del Cristo, sopratutto il vangelo di Giovanni, è un’assurdità dall’inizio alla fine.

Questo Pinco Pallino arriva e dice: il problema è che io onoro il Padre mio e voi non lo onorate mai... E chi sei? ...noi abbiamo messo in piedi tutto il giudaismo per onorare te? E che il Cristianesimo tradizionale ci dica: quello è il Cristo, devi onorarlo!... A questo punto non ci serve più, perché vogliamo capire.

Vogliamo capire. Chi è questa Entità? Chi sta parlando qui?

Va sempre di nuovo riconquistato, perché se ricadiamo sempre di nuovo nella prospettiva che è un Pinco Pallino qualsiasi, le pie affermazioni sono assurde. Perché sono affermazioni su di sé - del Cristo - e sull’essere umano, di un’Entità che è l’ IO SONO... proprio la totalità delle forze.

Il Cristo è la somma di tutto ciò che tutti gli esseri umani possono divenire: la somma dell’umano. La totalità della positività dell’umano. L’umanità intera nella sua interezza, non soltanto quantitativa... nella sua perfezione! Nella sua perfezione! In altre parole il concetto di Cristo va riconquistato sempre di nuovo, perché è vertiginoso. Anche per noi, dopo duemila anni, è vertiginoso.

Anche per antroposofi è vertiginoso. Va riconquistato.

Non perché l’ho letto in Steiner vuol dire che l’abbia capito: magari so quello che Steiner dice, ma l’ho capito veramente? Mi faccio concetti miei?

Sono capace di dirlo con parole mie? Per quanto arrabattandomi, però sono capace di dirlo con parole mie? Bisogna ritornarci sempre dentro; riconquistarselo sempre di nuovo. Perciò il vangelo di Giovanni non è un testo da leggersi, è un testo da meditare, perché meditandolo divento, divento, divento... e allora capisco.

Capiamo sempre di più che cosa vuol dire che, giustamente, questi poveri ebrei -che ci rappresentano tutti- si trovano di fronte ad una montagna!

8, 50 - Io non cerco la mia gloria. C’è Colui che la cerca e che giudica.

8, 51 - Amen, amen, Io dico a voi se qualcuno custodirà la mia parola, non vedrà la morte eternamente.

Amen, amen dico a voi... quando il Cristo dice “Amen Amen” preannuncia una specie di enunciato, diciamo essenziale, dove riassume in un concentrato. Ogni volta che c’è amen amen c’è un concentrato. Lo dicevamo stamattina: il pensiero umano è sempre un pendolo, un movimento, tra l’analisi e la sintesi.

Le affermazioni di sintesi, quindi concentrate, vengono preannunciate da Amen Amen. In ebraico emin significa costruire sulla roccia.

In altre parole, questa affermazione che giunge adesso è così sintetica, così universalmente valida, che non è parziale; essa non vale soltanto per gli ebrei, o per un certo periodo, ma è sintetica nel senso che vale per tutta l’evoluzione della Terra. E questo carattere di assolutezza e di sintesi viene preannunciato dalle parole “amen amen”.

L’Io, l’Essere dell’Io dice all’Io umano, L’Io dell’umanità dice all’Io singolo: Io dico a voi, se qualcuno custodirà la mia parola... la parola dell’Io...

Custodire è proprio l’elemento di perseveranza, non dice né ascoltare né capire, ma custodire. Custodire significa vivere insieme; se qualcuno vivrà in comunione con la mia parola...custodire: cioè colui che dà alla mia parola la possibilità di accompagnarlo e quindi di trasformarlo... custodire significa viverci insieme...

I. C’è scritto “osserva” su questo testo...

Archiati: Come si osserva la parola? Thrhin (térein) è un custodire; nessuna traduzione vi dice custodire?

I. C’è solo nella mia.

Archiati: Quindi c’è almeno una traduzione, altrimenti voi potreste dire: ma queste traduzioni se le inventa Archiati, giusto perché noi non sappiamo il greco. Adesso vi chiedo: che differenza c’è tra l’osservare ed il custodire?

I. Custodire è far propria.

Archiati: Osservare è un moralismo che ti ingiunge un comportamento: devi osservare. Quindi è una mentalità moralistica che traduce osservare, invece l’altra traduzione ti fa capire che non c’è bisogno di questa mentalità moralistica del devi osservare: l’osservare è operare, io osservo operando; invece custodire è una qualità del cuore, io custodisco nel cuore, soltanto nel cuore posso custodire. Maria custodiva queste cose nel suo cuore -Thrhin (térein) in greco, tenere in serbo, serbare...

Serbare in sé, che significa? Conservare; ma che cosa avviene quando uno serba in sé? Cosa è venuto fuori da serbare? Il serbatoio: lo tiene lì, e gli dà la possibilità di trasformarlo, di operare in me.

Se ha delle forze intrinseche, immanenti, e io lo con-serbo, lo serbo in me, salteranno fuori. Un tesoro che si custodisce.

I. C’è un prendersi cura nel custodire; cioè custodire qualcosa è prendersi a cuore, è prendersi cura di questa cosa. Mentre l’osservare può essere anche distante da me, cioè io osservo quella cosa fuori di me, mentre il custodire lo porto con me.

Archiati: Un comandamento si osserva; un tesoro non si può osservare, lo si custodisce. Quindi qual’è la differenza fondamentale tra osservare e custodire? Che osservare si riferisce all’azione, a quello che io devo fare; custodire si riferisce al cuore, alla qualità del mio essere interiore.

I. Scusa, secondo me custodire implica una presa di responsabilità, che osservare non pretende.

Archiati: Però constatiamo che quasi tutte le traduzioni -eccetto una- hanno tradotto osservare: l’osservanza. Da osservare noi possiamo fare la parola osservanza, ma da conservare non esiste la parola conservanza; perché non si riferisce all’azione che va compiuta.

I. Parlavamo di tenere in sé, serbare; a livello teologico, esoterico, che differenza c’è - se c’è differenza - tra il sé e l’Io?

Archiati: Non dice tenere nell’Io.

Se vuoi fare una differenza fra il sé e l’ Io: il linguaggio è una questione di convenzioni; il linguaggio è una questione di ispirazioni dell’Arcangelo e poi del modo in cui un popolo che parla questa lingua, sente le cose. La lingua italiana è stata il ricettacolo più puro, proprio di partenza, dell’Arcangelo che ha congegnato, creato, la lingua italiana e il primo e sommo ricettacolo umano è stato Dante. Sta di fatto che, secondo me -perlomeno io l’ho percepito così- l’italiano che non sia toscano, se è fortunato e ci lavora, ha la lingua nella mente e nel cuore, mentre il toscano verace ce l’ha proprio nel sangue.

Quindi, quando si tratta di questioni linguistiche, il toscano ha un’affinità di natura con la lingua italiana che il lombardo neanche si sogna, proprio non si sogna perché nasce con tutt’altra lingua; mia madre, per esempio, non ha mai parlato in italiano, faceva strafalcioni e quindi si vergognava.

Allora vogliamo chiederci: quale terminologia italiana usiamo per ciò che altre lingue chiamano l’Io superiore - se ci mettiamo d’accordo che nell’Io ci sono due istanze fondamentali: l’istanza di redenzione e l’istanza di caduta - e l’Io inferiore? Dobbiamo chiederci - ed è fondamentale - la lingua italiana quali strumentari, quali espressioni ci dà? Quali espressioni ci sono e quali vogliamo creare ulteriormente per descrivere l’Io inferiore e per descrivere l’Io superiore?

Così, la lingua tedesca ha diciture, ha una terminologia specifica, e se tu riferisci all’Io inferiore una terminologia che pertiene all’Io superiore il tedesco ti dice no, no, non significa questo! Come fanno a saperlo? Sono tedeschi.

I1. Quindi il sé è l’Io inferiore.

Archiati: Cos’è il sé? Risponda un toscano.

Sta’ attento che ti risponde un toscanoe non è un discorso razzista, perché è la loro lingua. Il toscano, ce l’ha la lingua italiana…

I2. Il sé è… se stesso…

Archiati: Lui ti sta dicendo che la parola sé, se stesso, amare se stesso, eccetera, non ti consente di fissarla sopra o sotto… capito?

I1. L’ho chiesto perché ho letto di persone, che si reputano anche con conoscenza spirituali, le quali riferiscono il sé all’Io superiore, e l’Io all’egoità inferiore; allora volevo la conferma o meno di questa cosa.

I2 …non so nulla…

Archiati: No, no, proprio perché non sai nulla, ancora meglio! Dunque loro hanno detto: nella lingua italiana ci sono queste possibilità linguistiche: l’Io superiore lo chiamo il sé, e quello inferiore lo chiamo l’Io. La domanda che io ti faccio è: ti pare una bella pensata linguistica?

I2. No

Archiati: Vedi che il toscano ti dice subito di no? Perché chiunque abbia un sentimento della lingua italiana, dovendo scegliere tra “sé” e “Io” non sopporta che la parola Io sia inferiore rispetto al sé; non lo sopporta. Perché il sé è una parola molto più modesta “ amare se stesso” “ tra sé e sé “ invece l’Io è l’Io.

Lui ti ha dato una risposta proprio spontanea, te l’ha detto. Se proprio vuoi, chiama quello superiore l’Io e l’altro il sé... meglio no?

I2. Si

Archiati: Vedi? Ci sta meglio. Perché un linguaggio, una lingua, non è questione di arbitrio umano, è questione di un Arcangelo, quindi bisogna stare attenti a non fare violenze alla lingua, perché se si fanno violenze alla lingua, chi ha il senso della lingua ti dice: ma che lingua stai parlando? E perciò ci rendiamo conto che è tutt’altra cosa tradurre “Chi osserva la mia parola” e tradurre “ Chi conserva la mia parola”.

E’ una questione di lana caprina?

Ed è un fatto puramente linguistico, solo che osservare fa subito pensare alla morale, a quello che devi fare; conservare è tutt’altra cosa, perché tu conservi ciò che ti è caro. Se una cosa non ti è cara non la conservi, quindi il principio morale del conservare -per cui decidi di conservare o no- è se la cosa ti è cara o no. Invece per quanto riguarda l’osservare è di qualcuno che ti dice devi; che poi la seconda metà è uguale per tutti e due: os-serbare, con-serbare: serbare con me e ob-servio, asservisco me a quello che devo fare.

8, 51 - Amen, amen Io vi dico se qualcuno conserverà la mia parola non vedrà la morte eternamente.

Amen, amen, Io vi dico se qualcuno conserverà, colui che conserva la mia parola, non vedrà la morte eternamente -eiV twn aiwna (eis ton aiòna)- non vedrà la morte nell' eone successivo. Gli eoni sono cicli di tempo, quindi un esempio fondamentale di eoni è l'eone passato nel corpo e l'eone fuori dal corpo: di eone in eone; il greco dice eiV twn aiwna, dentro all'eone successivo, e l'eone successivo è la vita dopo la morte.

Allora, chi conserva la mia parola non vedrà la morte entrando nell’eone successivo. In altre parole non conoscerà la morte. Perché questa parola del Cristo è di natura talmente spirituale, cioè vive una tale pienezza di spirito, che quando il corpo va via, resta tutto. Invece, se un essere umano è intriso unicamente delle forze che gli vengono dal corpo, degli impulsi che gli vengono dal corpo e dalle percezioni che gli sorgono dal corpo, è intriso delle brame, delle voglie che gli sorgono dal corpo, quando va via il corpo non gli resta nulla.

All’essere umano pieno, che conserva, che è diventato un serbatoio delle parole del Cristo, quando va via il corpo cosa resta? Tutto. Ancora meglio.

8, 52 - Gli dissero i Giudei: ora abbiamo conosciuto che hai un demonio. Abramo è morto e i profeti sono morti e tu dici: se qualcuno conserverà la mia parola non gusterà la morte eternamente.

Se qualcuno conserverà la mia parola, se qualcuno conserverà le parole dell’Io, i pensieri che pensa l’Io, se qualcuno conserverà la pienezza dell’Io, tutte le dimensioni dell’Io, non morrà... E allora sei proprio matto... perché anche Abramo è morto; invece tu dici: chi conserva le tue parole vivrà. Adesso sì, adesso è chiaro che hai un demonio. Ora conosciamo - Nun egnwkamen (nun egnòkamen) - ora sappiamo con certezza, abbiamo capito, abbiamo conosciuto che hai un demonio. Abramo è morto e anche i profeti, e tu dici se qualcuno conserverà la mia parola, non gusterà... Lui aveva detto non vedrà, invece loro dicono non gusterà la morte nell’eone successivo.

8, 53 - Ma che tu forse sei più grande del nostro padre Abramo, il quale è morto?

Ma che tu, forse sei maggiore, più grande, del nostro padre Abramo, il quale è morto?

Bella questa... chiamiamola diatriba...

Ma che, sei tu maggiore, più grande, meglio -meizwn (meìzon)- più grande del nostro padre Abramo che è morto e dei profeti che sono morti? Che ti fai? - tina seauton poieiV (tìna seautòn poieìs) - che fai di te stesso?

8, 54 - Gesù rispose: “Se Io glorifico me stesso, la mia glorificazione non è nulla, c’è il Padre mio che mi glorifica del quale voi dite che è il vostro Dio”.

Se io glorificherò me stesso - è al futuro, perciò è un po’ difficile - elogerò me stesso, il mio elogio non vale nulla; se io glorifico me stesso la mia glorificazione non vale nulla; oppure: se io esalto me stesso la mia esaltazione non vale nulla. Cioè il merito di una persona, non tocca alla persona stessa dirlo, va detto da coloro che sono ricettori della sua irradiazione - doxa (doxa) -. La doxa di cui si parla qui è irradiazione di un essere. Che tipo di doxa provoca il Cristo, che tipo di irradiazione provoca il Cristo tocca a dirlo a coloro che sono i ricettori, i beneficiari di questa irradiazione. Se io glorifico me stesso, la mia gloria non è nulla; c’è però chi mi dà gloria, ed è il Padre mio, di cui voi dite che è il vostro Dio.

Quindi la gloria del Cristo, la pienezza, la bellezza del Cristo è il dono del Padre al Cristo; è il dono di Dio al Cristo. Quindi il Cristo è pura gratitudine verso il Padre; è gratitudine come figlio, e in quanto tale deve il fatto di essere figlio al Padre, ed è gratitudine come figlio incarnato, umanizzato, diventato uomo, perché ora vivendo dentro alla natura umana, vive né più né meno la natura umana come grande dono del Creatore che ha creato la natura umana.

In altre parole il Cristo dice: Io stesso sono pura gratitudine, non attribuisco nulla a me; quindi potreste accusarmi soltanto se io attribuissi qualcosa a me stesso, ma continuo a dirvi che tutto ciò che Io sono, l’ho ricevuto dal Padre.

E se Lui è la manifestazione della pienezza dell’umano, a maggior ragione ringrazia ed è piena gratitudine verso il Padre che ha creato questa natura umana.

Se io glorifico me stesso, la mia glorificazione non è nulla, c’è il Padre mio che mi glorifica del quale voi dite che è il vostro Dio.

8, 55 - E voi non lo conoscete, io lo conosco. E se dicessi che non lo conosco sarò come voi, un mendace. Ma io lo conosco e conservo la sua parola.

E voi non conoscete Lui non è un rimprovero, ma una constatazione, un aiuto all’autoconoscenza, nel senso che li aiuta a capire che Jahvè -che essi conoscono- non è il Padre di questo Cristo, di questo Logos che sta parlando. Voi non lo conoscete, Io lo conosco. Il Figlio lo conosce.

E se dicessi che non lo conosco sarei come voi, un mendace.

Prendiamo la sua schiettezza oggettiva: se questa Entità che sta parlando - questo Cristo, Essere Solare, il Logos incarnato - è veramente, come è, il Figlio del Padre, gli tocca dire con tutta sincerità - ma lo deve dire - che se dicesse di non essere Figlio del Padre, ingannerebbe gli uomini, sarebbe mendace. Sarebbe gravissimo se addirittura omettesse di dirlo, non parliamo poi se dicesse il contrario, se dicesse di non conoscere il Padre. Essendo Lui che Lo conosce, è importante che soltanto Lui ci possa portare notizia. Soltanto Lui ci può portare notizia, soltanto Lui può darci una concezione del Padre.

Quindi il Cristo dice: se io dicessi di non conoscerlo sarei come voi, mendace; perché voi dite di essere figli di Abramo, ma fate il contrario di ciò che Abramo fa. Ma io lo conosco e conservo la sua parola.

Qui c’è “conservo” adesso nella vostra traduzione?

I. No, c’è “osservo”…

Archiati: Che vorrebbe dire, che cosa fa per osservare?

I. Osserva nel senso che si attiene alle leggi della Creazione.

Archiati: Sì, ma non si attiene alle leggi della Creazione facendo qualcosa, ma essendo qualcosa. Vedi che differenza tra conservare e osservare? C’è una bella differenza tra i due, perché uno è proprio immanente all’essere (conservare) l’altro invece è estrinseco; e in questo caso osservare calza ancora di meno.

I. Si può dire che è pienamente edificato nel Logos?

Archiati: Sì, e quindi non c’è nulla da osservare, perché conserva tutto.

E’ la sua identità. Ma parla proprio della irradiazione. Il tesoro che Lui conserva irradia. Il tesoro che Lui conserva, che è Lui stesso...

Osservare non calza perché ti butta fuori.

8, 56 - Abramo vostro padre ha gioito affinché vedesse il mio giorno, e lo vide questo giorno e gioì.

Abramo vostro padre ha gioito affinché vedesse, - ina idh (ina ide) - per vedere, in vista di vedere; ha gioito per vedere il mio giorno, il giorno dell'Io, il giorno dell'incarnazione del Messia, il giorno della venuta sulla Terra della pienezza dell'umano. Quindi questa è stata la gioia di Abramo: di contribuire alla preparazione, di contribuire ai presupposti perché venisse il giorno dell'incarnazione dell'Io; dell'Io che viene nell'umanità, dell'Essere dell'Io. Letteralmente: Abramo il vostro padre ha gioito, ha sussultato, ha tripudiato...

I. Esultare?

Archiati: Il verbo greco ha proprio sussultare, tripudiare, il movimento di gioia di tutto l’essere, il movimento di esultanza. E’ un verbo greco che non si può tradurre con un verbo in italiano... ina idh thn hmeran thn emhn (ina ide ten emeran ten emen) affinché vedesse il mio giorno - il giorno dell'Io, dell'incarnazione dell'Io, e lo vide questo giorno e gioì - kai eiden kai ecarh (kai eiden kai echare) -. Tripudiò. CariV (Charis) è la gioia. Vedremo che poi ci sarà tutto un discorso sul rapporto tra la gioia e l'amore. CariV (Charis) è amore, la Grazia cariV caritoV (charis-charitos) e cara (charà) è la gioia...verrà più tardi, più in là. L'importanza della gioia, la gioia nell'Io. Ecarh ri-gioì, ecco rigioire! Bello ri-gioire; perché l’italiano sente il bisogno che gioire non basta, rigioire... rafforzativo. Io tradurrei rigioì.

8, 57 - Gli dissero i giudei: non hai neanche cinquant’anni anni e hai visto Abramo?

I. Ma questi giudei non capiscono nulla! Potrebbero fare un’altra domanda, tipo spiegaci un po’ il tuo padre... insomma…

Archiati: E Lui ci prova… e non ci capiscono nulla!

In altre parole siamo in una specie di dialogo tra le leggi di funzionamento della redenzione e le leggi di funzionamento della caduta. Il che significa che è importante che avvenga questo cozzo. Lo scopo non è di pretendere che capiscano, perché non possono capire, ma che gli esseri umani abbiano di millennio in millennio, di secolo in secolo, questo testo a disposizione per capirlo sempre meglio. In modo che coloro che allora, duemila anni fa, non ci capivano nulla -ed eravamo noi stessi- man mano che ci avviciniamo capiamo sempre di più. Quindi questa fenomenologia della caduta e della redenzione è essenziale nel cammino dell’umanità ed è una fenomenologia di contrasto. Non può essere altro, perché se capisco tutto allora non sono caduto, sono redento; ma allora non c’è nulla da fare.

Quindi è molto bello vedere come prosegue: Lui non molla, e loro non mollano, e di nuovo Lui non molla e loro non mollano...

Gli dissero i giudei: non hai neanche cinquant’anni e hai visto Abramo?

8, 58 - Disse loro Gesù: “Amen, amen, io vi dico prima che Abramo fosse, ci fu da sempre l’Io sono”.

Amen amen, io vi dico prima che Abramo fosse, ci fu da sempre l’Io sono. Questa frase qui è una delle più bistrattate dai manoscritti, perché tradotta letteralmente è: prima di Abramo, c’era l’Io sono.

Poi ci hanno messo dentro “prima che Abramo fosse”.

Prima di Abramo, c’era l’Io sono. La più letterale che si possa fare in italiano.

I. Io nel testo greco ho genesqai (ghenèsthai).

Archiati: Sì ma genesqai è sbagliato: prin Abraam genesqai (prin Abraam ghenèsthai) prima che Abramo avvenire, prima che Abramo avvenisse... perché è all’infinito? Questo ti fa capire che questo ghenèsthai è stato introdotto da chi non sapeva più che l’Io sono è un sostantivo. Non è “Io sono prima che venisse Abramo” No! L’Io Sono è sostantivo, perciò: “Prima che ci fosse Abramo ci fu da sempre l’Io Sono”.

I. Infatti io trovo aggiunto “Prima che Abramo fosse nato” nella traduzione.

Archiati: E’ il tentativo di tradurre ghenèsthai. Però ghenèsthai è stato aggiunto solo da alcuni manoscritti, e il fatto che tanti manoscritti non ce l’abbiano cosa ti fa capire? Quali erano quelli originali?

Quelli che non ce lo avevano.

Perché se il testo originale avesse avuto ghenèsthai tutti l’avrebbero lasciato, perché il problema è un testo che non ce l’ha.

Quindi il testo problematico è quello iniziale e il problema -che poi non si capirà più- è che l’Io sono è un sostantivo.

Ora, che vuol dire che l’Io Sono ci fu? Che vuol dire che l’Io Sono venne all’essere prima di Abramo?

Vuol dire che l’Io Sono è la legge evolutiva totale della Terra che va dall’inizio alla fine.

In altre parole dall’inizio alla fine Io sono. L’Io sono è l’alfa e l’omega.

Il tutto dell’evoluzione è la chiamata degli esseri umani a diventare un Io.

Lo sviluppo delle forze dell’Io, l’individualizzazione, il diventare un Io è il tutto dell’evoluzione. Se questo scopo finale, questo piano complessivo è il tutto dell’evoluzione, a quando risale? All’inizio.

E Abramo allora cos’è? E’ un impulso parziale.

Se l’Io sono è il piano complessivo, ciò che io voglio raggiungere, quali sono i passi successivi? Le fasi. L’Io sono c’era fin dall’inizio, cioè è il piano complessivo; Abramo è una delle fasi necessarie, il diventare Io.

Diventare Io, perché uno che diventa un Io dice: Io sono.

Detto ancora più comprensibilmente: io sono un Io.

Questo è lo scopo di tutta la creazione umana.

Creare tutti i presupposti, tutti gli strumenti necessari perché ogni essere umano arrivi a fare l’esperienza Io sono un Io nella pienezza.

Che vuol dire Io sono un Io? Che tipo di esperienza è?

I. L’autocoscienza.

Archiati: L’autonomia dello spirito umano nel pensare, perché pensi in proprio; l’autonomia dello spirito umano nel sentire, perché ami in proprio, per amore proprio; e l’autonomia dello spirito umano nella volontà nel senso che fai, che crei. Questo è il tutto dell’evoluzione terrestre.

E il Cristo cos’è?

L’ Io Sono. E’ la pienezza delle forze dell’Io.

Ora, la pienezza delle forze dell’Io era prima di Abramo.

Abramo va da tremila anni prima di Cristo; il contributo abramitico è un contributo parziale, una fase specifica, una fase tra altre. Abramo non è il tutto. Il contributo del popolo ebraico non è il tutto, è un contributo. Invece l’Io Sono è il tutto.

Prima che sorgesse l’impulso Abramo da sempre c’è stato l’impulso dell’Io.

L’impulso dell’Io è il tutto e le fasi sono le parti. Abramo è una di esse.

Il contributo abramitico è un contributo necessario, naturalmente, ma questo non vuol dire che venga prima dell’Io Sono.

I. La rivelazione che fa Jahvè in Esodo: “Io sono l’Io Sono” come si rapporta con questo, visto che sono due entità distinte?

Archiati: Lo abbiamo visto nel V capitolo dove dice che Colui che ha detto a Mosè : “Io sono l’Io Sono” è il Cristo. E’ l’essere dell’Io Sono.

Terminiamo il capitolo.

Adesso basta con le parole, loro hanno capito. Lui ha inteso dire quello che ho cercato di dirvi io adesso, Lui ha detto: prima ancora che sorgesse l’impulso parziale, specifico, di Abramo, c’è stato il piano totale, perché altrimenti come faccio a sapere io quando e come questo impulso sorge ed è necessario, se non ho il tutto?...

Quindi il vostro Abramo è parziale, è una parte, e l’Io sono è il Tutto.

Cosa hanno capito loro?

Hanno capito: Io sono più importante del vostro Abramo.

A questo punto, basta discutere, basta, basta! Presero delle pietre e le scagliarono verso di Lui...

8, 59 - Alzarono allora delle pietre per scagliarle contro di Lui. Gesù si occultò e si ritrasse dal tempio.

Alzarono allora delle pietre - hran oun liqouV (eràn un lìtus) - innalzano la pesantezza della non libertà per subissare l’Essere della libertà.

Che bella immagine! Perché le pietre sono verso il basso... alzarono le pietre, quindi tutto ciò che è di determinismo di natura, che invece dovrebbe fare da fondamento, lo alzano per far subissare l’Essere della libertà.

In altre parole si intridono di istintualità e diventano del tutto ciechi nei confronti dell’Essere della libertà, e gli sparisce, non lo vedono più!

Gesù si occultò e si ritrasse dal tempio del cuore. Quindi da parte loro c’è un accecamento e da parte del Cristo un occultamento: messi insieme.

Buona pausa e poi cominciamo con “Il cieco nato”.

Capitolo 9

E’ un capitolo pieno di aspetti drammatici anche perché ci dà un po’ di respiro dopo questa diatriba dell’VIII capitolo. Finalmente un racconto.

9, 1 - E passando vide un uomo cieco dalla nascita.

Passando...Questo passare del Cristo: c’è una specie di karma del Cristo, dei suoi tre anni... Uno potrebbe porre la domanda: ma avviene a caso che il Cristo, passando, incontri questa persona anziché un’altra?

Nulla avviene a caso, tanto meno naturalmente, nell’operare e nel dire del Cristo. Passando vuol dire che a questo punto del karma dei tre anni vede, non a caso, un uomo cieco dalla nascita.

Il karma di questi tre anni in cui il Cristo ha parlato e operato nell’umanità è una specie di concentrato del karma di tutta l’umanità.

Dividiamo allora tutta l’evoluzione in tre.

fig 20.psd

Se dividiamo l’evoluzione in tre possiamo capire i tre anni come:

• il primo anno, una specie di riassunto di tutto il passato;

• il secondo anno si concentra sui fenomeni di transizione;

• e il terzo anno - morte e risurrezione- anticipa particolarmente tutto il futuro.

Quindi possiamo comprendere i tre anni di incarnazione del Cristo come una specie di concentrato di tutta l'evoluzione. Il primo anno sarà maggiormente un aggancio al passato, che riassume il passato; l'anno centrale, il secondo anno, la fenomenologia della svolta; e il terzo anno un'anticipazione di tutto il divenire, di tutto l'avvenire dell'umanità.

Passando: quindi in questo cammino di tre anni il Cristo vede un uomo cieco dalla nascita. Osserviamo che nel vangelo, soprattutto nel vangelo di Giovanni, non c’è mai un tipo di incontro e un tipo di guarigione indiscriminata; non viene mai detto: il Cristo guarisce tutti, perché se il Cristo guarisse tutti, indistintamente, mancherebbe proprio l’elemento più importante, che è quello individuale.

In altre parole, l’elemento determinante per permettere al Cristo di intervenire nel karma dell’uno e di non intervenire nel karma dell’altro - e perciò avviene individualmente - è che quello che noi chiamiamo il guarire il cieco nato, presuppone che il Cristo in questo caso veda, e quindi constati, che nel karma di questo singolo lo stato di essere cieco è compiuto.

Perché se nel suo karma fosse previsto che resti cieco ancora un anno, il Cristo non potrebbe - non avrebbe il diritto e non potrebbe - sopravvenire adesso per collaborare con lui per aiutarlo; ogni guarigione dell’essere umano, ogni passo in avanti, è una collaborazione tra l’Io singolo dell’essere umano e il grande Io del Cristo. Il grande Io del Cristo interviene, passando vede, passando incontra l’essere umano per compiere qualcosa soltanto quando l’essere umano è pronto per compierlo con il Cristo. Quindi ci deve essere sempre una sintonia tra il karma dell’umanità - che si esprime nel Cristo - ed il karma singolo del singolo individuo.

In altre parole, proprio perché questo cieco nato si trova ora al punto della sua biografia, al punto del suo karma, dove è previsto che riacquisti la vista, proprio per questo gli viene incontro la Luce del mondo.

Quindi l’uno corrisponde all’altro; se dovesse aspettare ancora un anno o due anni il Cristo non potrebbe venirgli incontro adesso, perché altrimenti Lui soltanto opererebbe una guarigione, senza il concorrere della libertà dell’essere umano.

9, 2 - E i suoi discepoli Lo interrogarono dicendo: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori affinché nascesse cieco?”

E i suoi discepoli Gli chiesero, Lo interrogarono dicendo: Rabbì, maestro del mondo giudaico (rabbi è un maestro giudaico), Tu che sei un maestro del giudaismo, un rabbino, chi ha peccato - tiV hmarten (tis émarten) - lui o i suoi genitori, affinché nascesse cieco?

Gli apostoli pongono la domanda e dal modo in cui formulano la loro domanda si evince la loro convinzione di fondo. Prima di tutto si evince indirettamente che loro sono convinti che nessuno possa essere cieco o addirittura essere nato cieco, a meno che ci sia stato un peccato.

Abbiamo in questi giorni tradotto in altri modi quello che in italiano si traduce con peccato: amartia (amartia).

Cosa è andato male qui, per cui è nato cieco? Che cosa è andato male?

Se il peccato è una qualche omissione di bene, dov'è che si è perso qualche colpo? Quali sono i colpi persi? Cos'è mancato?

I. Comunque qui si vede che essi presuppongono la preesistenza...

Archiati: Piano, piano... ci arriviamo, andate troppo veloci. Sono alla parola peccato. Chi ha peccato. Cosa vuol dire peccato?

I. Mancanza... della vista

Archiati: Mancanza o colpa?

I. Loro presuppongono una colpa.

Archiati: Colpa? Cos’è una colpa? E’ un colpo? Un colpo mancato.

I. Un’infrazione.

Archiati: Vedete che continuiamo a oscillare tra il peccato come qualcosa di fatto male, e il peccato come un bene mancato. Allora io ve l’ho tradotto in un modo neutro: cosa è andato storto qui, per cui è nato cieco? Ha fatto qualcosa di storto? E’ mancato qualcosa? La causa è lui o i suoi genitori?

E’ la domanda, quindi nella domanda c’è già parecchio. Cioè, la domanda implica parecchio: implica la presenza di ciò che loro chiamano amartia, quindi peccato; poi la domanda è: questa amartia, questo peccato, è da parte sua o da parte dei suoi genitori? Quindi c’era la concezione, la convinzione, che il peccato dei genitori, le conseguenze dei peccati dei genitori, si potessero trasmettere ai figli: ecco l’ereditarietà del peccato originale.

I. C’è anche l’altra possibilità, che fosse responsabile il figlio.

Archiati: Lui o i suoi genitori! Lui! Lo dicono; perché dici: c’è anche l’altra?

Lo dicono. Quindi loro vedono due possibilità: lui o i suoi genitori. Altre non ne vedono; o lui o i suoi genitori. Però vedono anche la possibilità che siano i suoi genitori: è questo che sottolineavo. Perché se hanno peccato i suoi genitori avrebbero dovuto nascere ciechi loro, non lui. Se hanno peccato i genitori è un’ingiustizia far nascere cieco il figlio. Che c’entra il figlio?

Allora significa: se hanno peccato i genitori e nasce cieco il figlio, l’essere umano non è autonomo, ma fa parte di un’anima di gruppo. Allora non è un’ingiustizia! Si piglia tutto quello che fa parte del gruppo perché non è individuale; non ha diritti individuali, autonomi.

Se invece ha diritti individuali autonomi, allora i genitori si pigliano le conseguenze di quello che hanno fatto loro stessi e il figlio si piglia le conseguenze di quello che ha fatto lui, non le conseguenze di quello che hanno fatto i genitori. Quindi la domanda e il fatto di ammettere la possibilità o di contemplare la possibilità che abbiano peccato i genitori e il figlio si piglia le conseguenze, presuppone un essere umano quasi per nulla individualizzato, ma ancora partecipe -quasi in tutto- del karma del gruppo.

La domanda dice molto; basta sviscerarla, basta capire, prendere sul serio tutto ciò che la domanda dice.

I. Nell’ Antico Testamento i figli pagavano...

Archiati: ...perché l’essere umano non era ancora individualizzato, quindi viveva tutte le conseguenze dell’anima di gruppo.

I. Infatti lo chiamano rabbino, non lo chiamano essere divino o Figlio del Padre; lo riconoscono come maestro dei giudei.

Archiati: ...della spiritualità ebraica. E nella spiritualità ebraica c’era questo pensiero che i figli pagano i peccati... per tante generazioni: c’è nel Vecchio Testamento. Quindi pongono la domanda del mistero dell’anima di gruppo e dell’individuo autonomo e dicono: allora, come stanno le cose?

L’individuo subisce, si piglia tutto quello che c’è nell’anima di gruppo?

Oppure ognuno si piglia le conseguenze del suo agire?

I. Infatti lo vediamo più avanti questo aspetto, quando diranno: il suo sangue ricada su noi e i nostri figli.

Archiati: Certo. Quando faranno di tutto perché venga portato a morte.

I. Comunque è anche implicito in questa domanda che lui sia più avanti rispetto all’anima di gruppo, perché gli Apostoli chiedono anche se è colpa sua. Quindi lui è più avanti rispetto alla famiglia - il gruppo - e si può già meritare una malattia propria e non dei genitori.

Archiati: Un’altra implicazione, un’altra cosa implicita nella domanda, da esplicitare... nei libri l’ho espressa diverse volte, perché è stato un elemento di discussione con tanti sacerdoti cattolici, eccetera…

Nella domanda degli Apostoli è implicito che questo figlio - che è nato cieco - esistesse prima della sua nascita, esistesse prima del suo concepimento. Perché se contemplano la possibilità -chiedono al Cristo se ha peccato lui, per essere nato cieco- implicitamente dicono (o presuppongono) che lui sia esistito prima della nascita. Il dogma cattolico - e anche quello protestante, non certamente il cristianesimo - ha invalso l’affermazione che l’essere umano non esista prima del concepimento; e cioè: quando uomo e donna compiono l’atto del concepimento, il buon Dio ci crea un’anima!

E’ la convinzione normale di un cattolico o di un protestante nel cristianesimo tradizionale. Quando questa convinzione sia sorta in un modo così chiaro... di sicuro non nei primissimi secoli del cristianesimo.

Lo sapete che la convinzione normale del cristianesimo tradizionale è: la preesistenza non c’è.

Agostino oscilla: ci sono certi testi dove si direbbe che lui pensa che l’essere umano preesista, in altri testi no. Aristotele è stato il primo che non parla più della preesistenza, mentre ancora In Platone la preesistenza c’è chiarissimamente. Platone parla della metempsicosi, e dice che conoscere significa ricordarsi di ciò che si sapeva prima di nascere; quindi è chiarissimo che Platone ha il convincimento che ogni essere umano, prima di congiungersi con il corpo, esista in quanto anima. Come anima o come spirito, ma comunque esiste già e non viene creato da Dio all’atto del concepimento.

I. Per gli ebrei com’era?

Archiati: Ancora più complessa la cosa, perché se si va indietro, sopratutto nel filone esoterico, c’era la realtà della reincarnazione con le ultime tracce nel libro di Giobbe.

La realtà della reincarnazione non è mai andata persa, però ciò che doveva andar perso nell’umanità è la coscienza della reincarnazione.

E perché doveva andar persa la consapevolezza della reincarnazione?

Per dare all’individuo la possibilità di riconquistarla per cammino conoscitivo proprio. Ora, il convincimento di un cattolico normale, del cristiano normale oggi, lo si potrebbe descrivere in un certo senso come grottesco.

Se ve lo pongo così forse vi aiuta un pochino: grottesco nel senso che non è Dio a decidere quante anime Egli debba fabbricare e quando! Lo decidono gli uomini, e se due compiono l’atto di concepimento da ubriachi, il Padre Eterno deve metterci un’anima.

I. Deve?

Archiati: Eh, sennò... a meno che sia una clonazione; ecco la soglia nuova, adesso, della clonazione; lì non deve. Però io ti sto dicendo quello che la Chiesa ti dice. Può il Padre Eterno fare a meno di metterci un’anima?

No, ce la deve mettere.

I. Sarà un’anima speciale...

Archiati: No, perché speciale? Perché speciale?

Tanti sono nati, diciamo, anche con atti di violenza...

I. Il grottesco è questa obbligatorietà del dovercela mettere...?

Archiati: ...che sia l’uomo che decide! Capito? E che Dio deve!

I. Cioè dà l’assenso?

Archiati: No, non dà l’assenso, deve! Deve! Al concepimento...

Poi, esattamente come, non te lo dice nessuno, non ci sono idee concrete più di tanto, però ti si dice al concepimento. Se poi tu chiedi più concretamente: al primo giorno? alla prima settimana? Non ti danno risposte.

L’anima è spirituale, non ci sono risposte; mancano le conoscenze.

Conoscenze più precise le ricevi da una scienza dello spirituale che però ti dice: no, l’anima non viene fabbricata. Gli spiriti umani sono stati tutti creati, sono tutti intuizioni originarie, primigenie, dello spirito divino.

Facciamo un minimo di esercizio su ciò che io ho chiamato grottesco, perché soltanto nel rendersi conto di ciò che è stato detto finora si fa un passo avanti nella conoscenza; quello che è stato detto finora è un frammento di caduta della coscienza, dunque guardate l’assurdo: supponiamo che l’anima non esista prima della nascita del corpo e che Dio crei l’anima, per esempio nel 2002; poi questo individuo muore nel 2080, per esempio, e va nell’eternità e non torna. Dio che crea questo essere umano, crea la sua anima alla nascita, lo fa venire all’essere oggi, e dunque lui non ha partecipato a nulla di tutta l’evoluzione umana, di tutto il cammino umano che c’è stato prima; partecipa ad un pezzettino... se tutto va bene, fino ad ottant’anni... E se muore appena nato? E dopo basta! Basta. E’ assurdo... Un’umanità che per dei secoli ha pensato così -questa è la caduta della coscienza, del pensiero- che evoluzione fa? Quindi questo modo di pensare è un modo di pensare infantile, che non si rende conto di ciò che dice. Il senso della caduta, però, è la riascesa della coscienza. La coscienza è caduta nel senso che è diventata poverella, poverella; non si rende conto di quello che dice. Per poter riportare la mia coscienza, il mio pensiero in alto, qual’è la condizione necessaria?

E’ che i contenuti di coscienza di gruppo dell’umanità siano caduti.

E lo vediamo, lo vediamo.

I. insieme a quello infatti manca la coscienza dell’evoluzione, cioè stanno insieme un po’ le cose...

Archiati: In che senso manca la coscienza dell’evoluzione?

I. Perché chi esprime il pensiero che l’esistenza sulla Terra sia ristretta soltanto alla singola vita, tra l’altro, non lo inserisce in un concetto evolutivo.

Archiati: No, l’evoluzione c’è: all’inizio c’era il paradiso, poi la cacciata dal paradiso, si è scesi, poi c’è la redenzione...eccetera, eccetera.

Tu dici che ognuno deve partecipare al tutto; lo dici tu!

I. Infatti ho saputo che tutti gli individui nati prima del Cristo vengono posti nel limbo.

Archiati: Allora un tizio, un egiziano per esempio, è nato, vissuto e morto prima di Cristo... è senza redenzione?

Dante, nella Divina Commedia, dice: mettiamoli nel limbo.

Il limbo cos’è? L’area di parcheggio delle menti umane diventate vuote!

Il limbo è nel vuoto nel cervello! Siccome c’è un vuoto nel cervello, li metto nel vuoto. Se uno ha avuto la sfortuna di vivere prima di Cristo...

Tu adesso vorresti che il prete tradizionale ti dicesse più di quello che sa... Non ti dice più di quello che sa, quindi il limbo è nella sua testa.

Quindi la domanda degli Apostoli presuppone un ultimo rimasuglio di preesistenza e di reincarnazione. Però è un ultimo rimasuglio nel senso che non si rendono neanche conto di quello che implicitamente dicono.

Implicitamente essi dicono: lui è esistito prima della nascita, prima del concepimento, se riteniamo possibile che abbia peccato lui per essere nato cieco; però questo che è implicito, loro non lo portano a coscienza.

Il Cristo glielo porta a coscienza?

Il Cristo glielo porta a coscienza sì e no. Sì e no, perché se Lui glielo porta a coscienza del tutto, allora poltriscono. Se gli dice: guardate che c’è la reincarnazione... allora è un dogma, e di nuovo devono credere.

Dall’altra parte c’è un problema morale, nel senso che la domanda degli Apostoli presuppone, come minimo, la preesistenza dell’essere umano; non dico vite precedenti già vissute, ma perlomeno che esistesse - può darsi che avesse peccato nel mondo spirituale, ma esisteva però -.

Se la preesistenza fosse un errore - che non è vero che preesistesse - il Cristo avrebbe avuto il dovere assoluto di correggere questo errore, e non lo fa. Avrebbe dovuto dire: no, guardate cari signorini, che la vostra domanda, così come la ponete, presuppone che l’essere umano preesista, esista già prima della nascita e invece non esiste, viene creato da Dio al momento del concepimento...

Questa correzione il Cristo non la fa.

E se questa correzione fosse stata necessaria per l’erronea implicazione della preesistenza, il Cristo - che è la Verità (Io sono la Verità, dice di sé)- avrebbe avuto il dovere assoluto di dire: la vostra domanda implica che l’essere umano esista prima della nascita e questo è un errore.

Allora come imbastisce il Cristo la sua risposta?

E’ raffinata la cosa, perché supponiamo che sia una realtà che ogni essere umano partecipa a tutta l’evoluzione e quindi che c’è la reincarnazione; quindi il Cristo deve dire qualcosa che conferma il fatto della reincarnazione, però se lo dice in un modo sfacciato proibisce all’essere umano di conquistarsi questa verità in chiave di cammino conoscitivo. E sopratutto la imporrebbe, diciamo, come enunciato dogmatico ad una umanità di duemila anni fa, dove non c’erano i presupposti per conquistarsi in chiave di pensiero questa stessa verità. Allora l’unica soluzione è che il Cristo dia un tipo di risposta che contenga la realtà oggettiva della reincarnazione, però in un modo un po’ velato, in modo da dare la possibilità all’essere umano di scoprirla, di togliere il velo e scoprirla. Quindi tutte le verità più profonde - e la reincarnazione è una delle verità più profonde che esistano - sono contenute nelle affermazioni del Cristo in un modo velato.

Che vuol dire in un modo velato?

Che vengono scoperte non da un gruppo di persone tutte uguali, ma dal singolo a seconda che il singolo abbia compiuto i passi conoscitivi necessari per arrivare a trovare una risposta.

E chi riceve una risposta nel suo cammino conoscitivo?

Colui che ha cercato a sufficienza; in altre parole colui che ha lottato dentro di sé con la domanda! Quindi nessuno che non abbia lottato interiormente con la domanda capisce la risposta del Cristo.

Esiste o non esiste la reincarnazione?

Finché non si è arrovellato, finché non ha sofferto con questa domanda non è pronto per ricevere la risposta. Se gli si dà la risposta prima di questo cammino conoscitivo, è un dogma; è un dogma, lo devo credere: c’è la reincarnazione, ci credo...senza capire nulla.

Occorre il rovellio conoscitivo, la ricerca appassionata, perché se uno dà una risposta ad uno che non ha lottato per una domanda... che gli dice?

E’ come gettare le perle ai porci...

Allora guardiamo la risposta che dà Cristo.

9, 3 - Rispose Gesù: “né costui ha peccato né i suoi genitori, ma affinché si manifestassero le opere del Dio in lui”.

Rispose Gesù: né costui -oute outoV (oute outos) - ...e non dice affinché si manifestassero in lui le opere di Dio. Perché se il greco dicesse: si manifestassero in lui le opere di Dio, allora in lui verrebbe prima anche in greco: en autw ta erga tou Qeou (en autò ta erga tù Theù) - invece troviamo: ta erga tou Qeou en autw (ta erga tu Theù en autò) - quindi sono le opere del Dio in lui. Non di Dio in lui, ma del Dio in lui. L’essere divino che è in lui.

I. Chi ci può arrivare?

Archiati: ci arriva chi è arrivato fin lì. Tu quando arrivi al traguardo?

Quando hai camminato fin là. Se sei più indietro non ci arrivi.

Prima che discorso ho fatto? Il cammino di conoscenza travagliato, sofferto...

E’ sofferto perché lo fai in una cultura che ti dice il contrario, ti dice l’opposto. O perché ti sbatte fuori se soltanto fai la domanda della reincarnazione.

Io sono stato sbattuto fuori dalla Chiesa perché ho posto la domanda... mica per forza mi interessava dare la risposta, ma dicevo: signori, guardate che è ora che ci poniamo la domanda.

Quindi se tu non ci sei arrivato, non ci arrivi a tenere insieme queste quattro parole del Dio in lui; le stacchi: le opere di Dio in lui.

Affinché si manifestassero le opere di Dio in lui: Dio è da qualche parte e manifesta le Sue opere in lui. Se invece ci arrivi che c’è anche un’altra interpretazione, lo dici subito in lui! Le opere...del Dio in lui!

Quindi stavolta è nato cieco perché in questa cecità c’è il precipitato delle opere dell’Io eterno. E l’Io è uno spirito.

Una colpa? Una botta in testa perché è nato cieco?

No, ci sono altri che dovranno aspettare ancora mille o duemila anni per permettersi, per essere al punto tale da essere capaci di costruire la veggenza a partire dalla libertà dell’Io, e quindi non essendo ancora capaci di farlo a partire dalla libertà dell’Io, la veggenza, la vista, se la devono far dare dalla natura. Invece questo signorino ha fatto un cammino tale -le opere dell’essere divino il lui, del suo Io eterno- che è capace di creare lui stesso con la sua libertà, col concorrere del Cristo -lui col Cristo-, le forze della vista, e quindi, alla natura dice: “no, io stavolta voglio nascere cieco perché voglio generare Io stesso le forze della vista, il tal giorno in cui incontrerò il Cristo...”

E un altro invece, deve aspettare ancora mille o duemila anni per far una cosa del genere; perché l’evoluzione sta nel ricreare brano a brano, a partire dalle forze della libertà dello spirito umano, tutto ciò che il Creatore ha creato nella natura. Ogni malattia è la decisione dell’Io spirituale di frantumare un frammento di natura per ricostruirlo con le forze della libertà.

E ogni essere umano, nel corso della sua evoluzione, deve passare tutte le malattie... Voglio dire... voglio dire... Non prendetela dalla parte sbagliata.

No, ogni individuo umano nel corso della sua evoluzione deve costruire lui stesso tutta la salute che c’è! Però non tutta in una volta... bensì a centellini.

I. Questo presuppone che il tipo di karma, già allora, a cui Lui si riferisce è simile a quello che oggi noi viviamo.

Archiati: Sì, allora tu dici... ma qui siamo alla svolta, alla svolta non c’è ancora individuazione; alla svolta è incipiente... Ci sono naturalmente esseri umani che precorrono, e quindi un essere umano con cui il Cristo può concorrere a costruire le forze della vista da adulto è un essere umano che si è già particolarmente individualizzato. E perciò in questo caso si può, a maggior ragione, parlare dell’essere divino individualizzato, dell’Io spirituale in lui.

I. Un concetto assolutamente nuovo, deduco...

Archiati: Lo abbiamo visto!

Lo abbiamo visto che il Cristo dice loro che è talmente nuovo che non ci capiscono nulla. Però adesso sono gli Apostoli, non i giudei.

Sono gli Apostoli che fanno questa domanda, quindi alza un po’ il tiro.

Adesso qui si tratta dei misteri della reincarnazione, e loro dicono - gli Apostoli, mica Tizio, Caio o Sempronio - dicono: ha peccato, lui o i suoi genitori? E il Cristo dà una risposta che distingue tra l’Io inferiore che è quello che si limita tra nascita e morte, e l’Io superiore che viene da prima della nascita e va dopo la morte. Quindi dice: non lui, non lui ha peccato; non lui in questa vita.. non quell’Io inferiore che va dalla nascita alla morte, ma l’essere divino in lui. Quindi, non lui, perché è nato; non i suoi genitori, perché avrebbero dovuto nascere ciechi loro stessi, e per questo è un individuo individualizzato, quindi non subisce soltanto il karma del gruppo, ma va a crearlo lui stesso. Quindi la causa, l’origine, è l’Essere Divino in Lui.

I. Infatti non ribadisce che l’Essere Superiore, divino, ha peccato - perché è un controsenso, non può peccare- ma dice che è quello che ha voluto in pratica; si è manifestato dice; non dice il peccato che sarebbe dell’Io inferiore.

Archiati: Sì, ma la parola peccato è una parola italiana... non c’entra nulla con il testo. Dobbiamo sempre di nuovo recuperare il concetto neotestamentario di peccato. La parola italiana peccato, la possiamo buttar via: confonde. Supponiamo che questo cieco nato abbia scelto; il suo Io superiore, il suo Io divino abbia scelto di nascere cieco principalmente per il fatto di aver omesso qualcosa; quindi come compenso karmico... no? E’ anche possibile.

Chi di noi non omette mai nulla? Essere uomini significa perdere colpi in continuazione... niente di male! Basta rendercene conto e recuperare il più possibile.

Allora, se ha scelto di essere nato cieco in base a colpi perduti, in base a manchevolezze, in base ad omissioni del passato... perché sceglie di nascere cieco? Per recuperare, per compensare. Che c’è di male? Niente. Niente.

Un’evoluzione intelligente, anche di giorno in giorno, nella vita... lì ho perso un colpo, lì ho dormito, lì... visto che ho dormito ieri, lo faccio oggi.

E’ un peccato? No, è la condizione umana. Quindi il karma non è una punizione, un castigo; come se l’evoluzione fosse fatta di castighi!

L’evoluzione è fatta di chances evolutive, di occasioni di crescita; nell’evoluzione esistono soltanto occasioni di crescita!

Siamo noi che perdiamo i colpi perché non afferriamo queste chances; e se non le afferriamo, almeno renderci conto il più possibile di riafferrarle, quindi recuperarle. Quindi qual’è il senso di un colpo perduto? Di riacchiapparlo.

E chi non ne perde di colpi?

Solo il Padreterno... per quello non si è mai fatto vedere.

Buon appetito a tutti quanti.

29 dicembre 2002, sera
vv. 9,3 – 9,6

Abbiamo parlato di questo essere umano che è nato cieco: un karma, un destino particolare che però, diciamo, è una variazione di sofferenza che accomuna tutti: una vita umana senza sofferenza non è una vita umana.

Il senso dell’incarnazione non è solo di combinare qualche cosa ma è di farsi combinare qualcosa in modo da venire alla prese con questo qualcosa.

Una malattia è un compito evolutivo in cui uno è costretto a prendere posizione. Diciamo che la vita è una specie di lemniscata: un movimento tra dei tratti più facili, che sono momenti in cui ci si riposa un pochino per riprendere le forze, e tra momenti più difficili.

Così come dormiamo per riprendere le forze e poi di giorno combinare qualcosa, così ci sono dei tratti di vita più facili per farci corroborare, e il senso di questo farci riprendere forze è che ci sono i momenti un po’ più difficili in cui c’è da fare qualcosa. In altre parole, la pensata che la vita comoda sia quella più bella è una pensata da testa bacata perché non è vero, non è vero.

E’ un’illusione, è il mendace, è il diavolo, il menzognero che ti mette in testa questa grande menzogna che una vita comoda sia una vita che ti rende felice. Non è vero. E’ una bugia, tant’è vero che le persone più infelici e perfino la percentuale di suicidi è più alta non tra le persone che hanno da fare nella vita, ma tra le persone che vivono nell’ozio, nel vuoto.

Di fronte a questa persona nata cieca, gli Apostoli chiedono: come spieghiamo il fatto che un essere umano viene al mondo senza generare nel proprio corpo ciò che quasi tutti gli altri fanno -quindi non è che sia una cosa sbagliata, è soltanto che la percentuale di chi nasce cieco è molto più piccola rispetto alla percentuale di chi nasce vedente: due condizioni che sono soltanto diverse, non che una sia migliore dell’altra-. Allora, siccome è un caso di eccezione, chiedono: come si spiega questo caso di eccezione? E presuppongono che ciò che avviene nel presente debba trovare la sua spiegazione nel passato. In altre parole, nulla avviene a caso.

Noi traduciamo chi ha peccato, ma in effetti questo moralismo di supporre che ci sia stato un peccato fa parte del nostro modo di pensare e di usare il linguaggio.

Dobbiamo ricomporre il nostro pensiero, perché essi dicono: qual è la causa? Deve avere una causa, dov’è? Più di tanto essi non dicono.

Ha posto lui stesso la causa per cui è nato cieco, o l’hanno posta i suoi genitori?

La causa non deve essere, necessariamente, qualcosa di male che egli ha fatto.

Cercano la causa: dov’è la causa? Soltanto la causa mi spiega perché e percome, e per quale motivo ciò è successo.

La traduzione comune recepita della risposta del Cristo è una traduzione non soddisfacente per chi la capisce ad un altro livello, e non soddisfacente per chi, come dire, vuole comprendere le cose un po’ più a fondo: ho parlato di rappresentazioni grottesche ma, in effetti, la traduzione corrente è una traduzione che rasenta la bestemmia perché essa dice: è nato cieco perché Dio possa manifestare la Sua gloria tramite lui. E questo pensiero è in un certo senso aberrante perché presuppone una divinità che fa nascere cieca una persona per potere fare bella figura.. come se la divinità non avesse a sufficienza opere spettacolari -tutta la natura- o come se un bambino nato con la vista non fosse un’opera di Dio ancora più meravigliosa che non il farlo nascere cieco.

Quindi non può essere che il Cristo dica: è nato cieco affinché si manifesti la gloria di Dio tramite lui; non convince, è un’offesa alla libertà.

E’ un’offesa alla libertà, perché la divinità manifesta la Sua gloria molto meglio facendo nascere l’organismo umano, l’essere umano, con la vista, piuttosto che non facendolo nascere menomato.

Allora lo abbiamo tradotto dicendo che il Cristo enuncia in un modo velato la realtà, così da non precludere un cammino di conoscenza, da non precludere uno sforzo conoscitivo che presuppone un certo vivere e lottare con le domande.

Dunque esprime tale realtà in un modo velato; esprime la verità fondamentalissima delle ripetute vite terrene: è nato cieco affinché si manifestasse - e si manifesta - nella sua cecità l’operato dell’essere divino che è in lui.

Qual’ è la legge fondamentale del karma e della reincarnazione?

La legge fondamentale del karma e della reincarnazione è che tutto ciò che dapprima avviene nell’interiorità, nello spirito e nell’anima, col passare del tempo si precipita e si manifesta nel corpo. Quindi in questa risposta del Cristo c’è un enunciato; è proprio una frase che dice nel modo più bello, più semplice, ma senza farne un dogma -in un modo anche velato- la legge fondamentale del karma e della reincarnazione e cioè: tutto ciò che si manifesta all’esterno nel corpo fisico, nella corporeità, è l’effetto di ciò che è avvenuto nell’anima e nello spirito.

I. Se uno ha una malattia…

Archiati: L’individuo si deve creare nel corporeo, presso il suo corpo o attraverso gli eventi della sua vita, occasioni che lo provochino a recuperare; e cosa vuol dire recuperare?

Fare uno sforzo maggiore. Recuperare vuol dire sempre fare uno sforzo maggiore perché perdere i colpi vuol dire sforzarsi troppo poco.

I. …per evitare che si ometta troppo

Archiati: Se un ragazzo va a scuola e poltrisce, la maestra che fa?

I. Dà le note, i brutti voti..

Archiati: Bastano le note? A noi dicevano: “questa sera stai senza cena”.

E quelle note lì raggiungevano qualcosa. Finché si trattava di brutti voti non è che ci preoccupassimo troppo...

Nel Faust dove il Padre Eterno chiede al Mefisto di fare il tentatore, di fare l’ostacolo, Goethe dice: caro Mefisto io ho bisogno di te, gli esseri umani senza di te non combinerebbero nulla, perché se non ci fosse il tentatore si siederebbero e non concluderebbero nulla, perciò ho bisogno di te Mefisto…

E Mefisto crea un po’ di ostacoli.

Allora, la vita è una corsa ad ostacoli, basta godersela.

Questo ci fa capire il versetto che viene dopo

9, 3 - Gesù rispose: “Né costui ha peccato né i suoi genitori, ma affinché si rendano manifeste le opere dell’essere divino in lui”.

Né costui, in quanto essere che va dalla nascita alla morte, né i suoi genitori, ma affinché si rendano manifeste le opere dell’Essere Divino in lui, compiute prima della sua nascita.

9, 4 - Noi dobbiamo operare le opere di Colui che mi ha mandato durante il giorno.

Noi dobbiamo lavorare, noi dobbiamo operare - altri manoscritti hanno “Io devo operare” - le opere di Colui che mi ha mandato durante il giorno, in quanto ora e giorno. Alcuni manoscritti hanno ewV (eos), finché; altri hanno wV (os), come - che ormai ci è noto -.

Io devo operare perché l’umanità sta entrando nella fase della presa di coscienza, per cui è giorno: l’Io deve operare finché è incarnato. Quando poi viene la notte, cioè quando l’Io si toglie dal corpo, quando è escarnato, fa il bilancio di ciò che ha operato, ma non può continuare ad operare.

Quindi, l’Io opera in quanto incarnato e lo stato incarnato è lo stato di coscienza diurna - finché è giorno significa lo stato di coscienza diurna -.

L’Io è chiamato ad operare finché è giorno, finché è incarnato nel corpo fisico. Quando poi si muore - o ci si addormenta - nel mondo spirituale, nello stato di disconnessione dal corpo fisico non si può operare, si può soltanto fare il bilancio di ciò che si è compiuto. Quindi nel mondo spirituale l’essere umano non può evolversi; per evolversi deve tornare nel corpo fisico, deve riconquistare la coscienza diurna e finché è giorno deve operare.

Allora questo cieco nato è tornato nella coscienza diurna perché può operare e può continuare il suo cammino. Può continuare le opere dell’Essere Divino in lui soltanto quando è giorno, soltanto quando è incarnato, soltanto durante la giornata, non durante il sonno, non durante il periodo dopo la morte.

Allora il versetto 9, 4 dice: è la legge dell’Io, dell’Io umano cosciente e incarnato che può lavorare, che può fare passi evolutivi reali - compiere le opere di Colui che mi ha mandato -, quando è giorno, nella coscienza diurna, nello stadio incarnato; poi viene la notte -dopo il giorno viene la notte, dopo la vita nel corpo viene la vita fuori del corpo- e nella notte, cioè disconnessi dal corpo fisico (quando si dorme e quando si è morti), nessuno può lavorare.

I. Quindi “finché” non ci sta male

Archiati: Non ci sta male, vanno bene tutti e due, e perciò i manoscritti oscillano tra “finché” e “come”,

I. Dobbiamo operare finché siamo incarnati.

Archiati: Poi alcuni manoscritti hanno noi e altri hanno Io: “Io devo operare”

I. Qui c’è scritto “dobbiamo operare”…

Archiati: qualcuno ha dobbiamo e qualcuno ha devo, vedete dunque che è un testo di notevole impegno e si vede che nel corso dei secoli queste generazioni di cristiani hanno lottato per capirlo sempre meglio, quindi hanno spostato plurale, singolare, finché o come, a seconda dei pensieri che ognuno si è fatto; però il testo è di una vastità, di una profondità tale che con l’aiuto di una Scienza dello Spirito - avendo delle prospettive di fondo e non delle interpretazioni troppo sottili - si capisce di che cosa si tratta: un manoscritto dà la preferenza ad un aspetto e l’altro ad un altro, basta saperli comporre insieme, perché l’Io, questo Io del Cristo è l’Io di ogni essere umano: tutte e due le prospettive sono giuste.

9, 5 - Finchè io sono nel cosmo, sono la luce nel cosmo.

I. Nel cosmo o nel mondo?

Archiati: Nel mondo, la parola greca è kosmoV (cosmos); in greco il mondo si dice to kosmoV (to cosmos).

I. Volevo chiedere, perché di notte?

Archiati: ergazesqai (ergàzesthai) sono le opere nel mondo fisico, cioè le opere della libertà. Questo tipo di operare si riferisce all’operare tipico, specifico, del mondo fisico.

Ora l’operare del mondo fisico ha la caratteristica della libertà umana.

Perché ha la caratteristica della libertà umana?

Perché nessuno di noi sa cosa avverrà domani – e questo avviene soltanto nel mondo fisico - e nessuno di noi sa quali saranno le conseguenze del suo agire. Questo è l’operare specifico del mondo fisico e l’operare nella libertà umana. Se noi sapessimo cosa ci capita domani e se sapessimo tutto ciò che salta fuori da ciò che compiamo non saremmo più liberi.

Essere liberi significa agire arbitrariamente, potere agire arbitrariamente, perché non so cosa salterà fuori e non so cosa mi capiterà domani.

Quindi quello che noi chiamiamo la libertà è un continuo provare. Questo è il tipo di operare che viene espresso qui, è l’operare nella libertà umana.

Quando noi moriamo, ci troviamo di fronte all’oggettività della nostra vita, tiriamo le somme, facciamo un bilancio, c’è la conoscenza; c’è un processo di conoscenza e se vuoi chiamarlo operare è un operare anche quello, ma non c’è l’essere attivi, il compiere delle azioni nel mondo fisico.

In altre parole l’evoluzione reale dell’essere umano avviene soltanto sulla Terra. Se la nostra evoluzione di esseri umani potesse avvenire in toto anche nel mondo spirituale, non ci sarebbe bisogno della Terra. Sarebbe la vanificazione morale della terra. Quindi il peso morale della Terra, della condizione incarnata nella Terra, è che l’esercizio della libertà nello specifico degli esseri umani è possibile soltanto sulla Terra.

Quando moriamo, la metà del percorso nel mondo spirituale è per fare il bilancio, tirare le somme, quindi tutte questioni conoscitive della vita passata; l’altra metà è per pianificare la vita futura, anche questo dunque conoscitivo, ma fare non possiamo fare nulla.

Per cominciare a fare le cose che pianifichiamo dobbiamo tornare sulla Terra.

I. Di là che ci stiamo a fare? In parcheggio?

Archiati: Vuoi sottovalutare il tirare le somme e il pianificare la vita successiva?

Una delle cose interessanti del cristianesimo tradizionale è che attraverso la valle di lacrime, il desiderio di tornare nel mondo spirituale e il dogma del si vive una volta sola, hanno prodotto una specie di disdegno della Terra che è più buddistico che non cristiano. Quindi il cristianesimo è tutto da conquistare, perché uno dei cardini del cristianesimo è che l’evoluzione morale, quindi reale dell’essere umano, è possibile soltanto sulla Terra.

Allora, visto che questa è una domanda così importante, dimmi tu adesso, fammi capire che tipo di evoluzione fa l’essere umano dopo la morte.

Provaci, vedrai cosa salta fuori

I. Se dopo la morte non c’è la possibilità di mettere in atto ciò di cui uno si rende conto e di poter generare e trasformare anche senza il corpo fisico…

Archiati: La domanda te l’ho fatta io stavolta, se vuoi essere onesto devi darmi una risposta, tu sei venuto con l’ipotesi di lavoro ma non l’hai sviluppata.

I. …secondo me sì, ci sono gli stimoli a fare questo lavoro anche senza il corpo…

Archiati: Perciò ti ho chiesto: dimmi completamente come si evolve, quali passi evolutivi fa moralmente dopo la morte. Te l’ho detto che il capire lo si può anche dopo la morte.

I. Magari in termini meno intensi, cioè è un partecipare lo stesso degli eventi della Terra, ma non in maniera fisica.

Archiati: Allora a che servirebbe incarnarsi? Non ce n’è bisogno; da quello che tu dici non ce n’è bisogno; va molto bene col concetto si vive una volta sola, ne basta e ne avanza, tanto poi nel mondo spirituale posso sentire…

I. Posso dire quello che direbbe mia sorella che è cattolica? Lei dice “non è vero che non ci sono altre vite anche senza tornare sulla Terra perché nell’altro mondo si fanno…”

Archiati: …altre vite!

I. …come un’evoluzione che si fa nell’altro mondo, in altre vite che naturalmente non mi ha spiegato quali sono…

Archiati: Quello che io intendo è proprio questo: una evoluzione umana senza sentire la stanchezza del corpo fisico - soprattutto quando si ha una certa età -, senza sentire la nostalgia di una persona che ti è molto cara che è fisicamente lontana, eccetera, eccetera, non è una evoluzione umana. Se tu mi porti via queste realtà, queste esperienze che si possono fare soltanto sulla Terra, vanifichi l’uomo, non resta più nulla.

A che ti serve fare una vita su Mercurio se non hai più la possibilità di sentirti STANCO! Tu lo sai cosa vuol dire sentirsi stanchi?

Ti puoi forse sentire stanco sulla Luna? No.

È vero, noi abbiamo un cristianesimo che non ha ancora colto per niente il peso morale della Terra, perché siamo così abituati a vivere sulla Terra che non ci rendiamo conto che tutto quello che noi siamo e tutto ciò che noi diventiamo lo dobbiamo alla Terra stessa; ma non alla Terra metafisica, alla Terra fisica. In altre parole, come stadio di coscienza siamo ancora ai tempi del buddismo, no?

Cominciamo appena appena a diventare cristiani perché l’essenza del cristianesimo è l’amore per la Terra, è l’incarnazione del Verbo, è il Verbo incarnato. Incarnato significa dentro la carne! Mica genericamente la materia, la carne!

I. Quando alcuni hanno le visoni, la Madonna che dice: fra poco verrai, ti verrò a prendere…

Archiati: allora è un fuggire dalla Terra…

I. Scusami Pietro, il testo non potrebbe essere un accenno a tutto il ciclo delle reincarnazioni, poi viene la notte il momento in cui dice, basta, non avete più tempo a disposizione, è finito il tempo in cui…

Archiati: Certo, anche quello...

I. In una visione più ampia, dice: dopo non ci sarà più tempo di operare..

Archiati: Una visione più ampia non è quella che ti toglie via il quotidiano, la visione più ampia è quella che comprende l’uno e l’altro.

La visione più ampia è quella in cui hai un ciclo di veglia e un ciclo di sonno: veglia e sonno; poi c’è il succedersi delle varie giornate. Poi hai la vita intera e hai il dopo morte; poi hai tutte le vite sulla Terra e poi un altro ciclo, e poi comincia un’altra cosa…

I. Poi dice “Io non ci sarò”, cioè Io sarò con voi fino al momento in cui avete la possibilità di fare qualche cosa…

Archiati: Io sarò con voi fino alla fine dell’evoluzione della Terra, fino alla fine delle vostre reincarnazioni.

I. Certo, poi viene la notte.

Archiati: Si, ma la notte viene dopo ogni giorno. Perché vuoi portarti a quella prospettiva che è così astratta e adesso vanificare quello che viviamo ogni giorno? Questo sto dicendo. Ma l’una non esclude l’altra, una prospettiva più ampia è quella che le include tutte.

I. Io penso che lo spirito sia presente anche durante la notte...

Archiati: Sì, ma il nostro quesito era: si può progredire? L’essere umano può progredire, può evolversi quando non è incarnato? Era questa la domanda; non è incarnato di notte, non è incarnato dopo la morte, non è incarnato dopo tutte le incarnazioni, però la domanda è la stessa: si può o non si può evolvere realmente quando non si è incarnati nel corpo fisico?

E la mia risposta è no, non si può evolvere.

I. Forse qualcuno si chiede se è possibile partecipare a qualche cosa...

Archiati: Si, ma partecipare ha soltanto il senso del pianificare, non del tornare dentro.

I. Come spirito disincarnato, avendo un karma con un altro spirito, lo spirito disincarnato non potrebbe affiancarsi in modo invisibile alle vicende dello spirito ancora incarnato?

Archiati: Contribuisce all’evoluzione di chi è incarnato, ma non alla sua.

I. Certo, però fa qualche cosa...

Archiati: Ma non è che faccia qualcosa, ispira qualcosa. Non fa qualcosa, perciò dico: si, ma questo ergazomai (ergàzomai) sono le opere che si compiono unicamente col corpo fisico. Abbiamo una struttura mentale ascetica precristiana, da monaci, che non centra ancora nulla col cristianesimo.

9, 6 - Dicendo queste cose sputò per terra..

Dette queste cose, tauta eipwn (tauta eipòn) dicendo queste cose sputò eptushn (eptusen) camai (xamaì) per terra, xamai è la polvere…

I. Fango..

Archiati: No, diventa fango componendosi con la sua saliva, quindi l’elemento con cui il Cristo guarisce il cieco nato è la polvere e la saliva. Poi lo manda alla piscina Siloa (Siloa) che vuol dire mandato, l’inviato, l’ambasciatore.

La saliva è l’elemento del corpo umano intriso più di tutti dei pensieri della parola, soprattutto nel caso del Cristo; la saliva del Cristo è massimamente intrisa della spiritualità delle Sue parole. Molti di voi si ricorderanno -perché ne abbiamo fatto l’esperienza da bambini- che la saliva della mamma è quella che ha più forze terapeutiche, perché questa saliva è intrisa di amore, ma amore karmico rivolto particolarmente a suo figlio, e avrebbe meno effetto su un’altra persona con cui non è connessa così karmicamente. Poi, man mano che diventa più grandicello, proprio perché acquista una autonomia maggiore c’è un respingere più forte di queste forze terapeutiche che si trasmutano da una persona all’altra; ma finché è piccolo, se si fa una ferita, tutte le cose di questo mondo faranno più fatica a curarlo che non la saliva della mamma.

Questo perché la saliva è intrisa realmente della astralità di colui del quale è la saliva; allora la saliva del Cristo realmente è intrisa delle Sue forze di luce, perché Lui è il Logos.

Come dice le parole, come esprime le sue parole di saggezza e di amore?

Con la bocca, con la lingua, e non si può parlare senza intridere di etericità e di astralità la saliva. Quindi la saliva di una persona è uno dei precipitati più puri della sua spiritualità, della sua astralità e della sua vitalità.

La terra sta diventando sempre di più il corpo del Cristo, soprattutto con la Sua morte, dove tutto il Suo sangue è in realtà nel corpo della Terra stessa. Il camminare del Cristo sulla terra, l’incarnarsi del Cristo, l’entrare nelle tre corporeità di Gesù di Nazareth, eccetera, sono tutti processi, tappe, attraverso le quali il Cristo realmente sta facendo della Terra il Suo corpo. Così come noi ci incarniamo facendo del corpo il nostro corpo.

Cosa intendiamo dire noi quando diciamo “questo è il mio corpo”?

Che questo pezzo di materia realmente è compenetrato, è vivificato, è astralizzato, è animato dal mio essere. Animato dalla mia anima, vitalizzato dalle mie forze vitali, compenetrato, illuminato dal mio spirito in un modo realissimo. Lo stesso rapporto fisiologico, biologico, che l’essere umano, ogni essere umano, ha col suo corpo, che è un frammento della Terra, lo stesso rapporto, analogo su tutta la linea, ha il Cristo, l’Io, lo Spirito della Terra con la Terra. Quindi il Cristo unisce l’elemento più vibratile del Suo amore, della Sua saggezza, che è la sua saliva, con l’elemento morto della Terra e ne fa una poltiglia. Questa poltiglia è ciò che massimamente contiene forze risananti, addirittura forze sufficienti a ridare la vista ad un adulto nato cieco, perché è questo che avviene. Un cristianesimo incipiente non potendolo spiegare da un punto di vista biologico, o se volete batteriologico o se volete farmacologico, dice “è un miracolo”; però dire è un miracolo è come dire che non ne so ancora dare la spiegazione scientifica. Ma la spiegazione scientifica ci deve essere, perché Lui non è che dice abracadabra e quello guarisce: prende il fango e la sua saliva, e quindi una spiegazione biologica, scientifica ci deve essere.

I. Forse sarebbe stata sufficiente la saliva…

Archiati: No, no, se fosse stata sufficiente la saliva, o se fosse stata meglio la saliva perché va a prendere la terra? Te lo sto dicendo, te lo sto spiegando che la Terra è il Suo corpo e non soltanto la Terra intera!

I. Le forze, diciamo, erano nella saliva.

Archiati: Si, ma ci manca la Terra, come Suo corpo, capito? Il rapporto che noi abbiamo con un corpo singolo, Lui ce l’ha con tutta la Terra. Tu la vista non la ricevi soltanto dal tuo corpo: senza tutte le forze della Terra tu non potresti vedere, quindi una scienza naturale più avanzata, che deve ancora venire, dovrà spiegare in che modo tu sei capace di vedere. Ogni essere umano è capace di vedere soltanto grazie a tutte le forze che sono nella Terra, altrimenti non ci sarebbe bisogno della Terra.

Noi siamo agli inizi di una scienza naturale, proprio agli inizi, perché la scienza naturale conosce, finora, soltanto ciò che è visibile. Di ciò che è eterico, quindi di tutte le correnti vitali, non ha la minima idea; di ciò che è astrale, quindi di tutte le realtà animiche non ha la minima idea, e di tutto ciò che è spirituale ancora meno. Tutti cammini di scienza naturale che sono ancora da fare.

I. E quindi aveva bisogno…

Archiati: Aveva bisogno… Se l’uomo è fatto così, Lui continua a dire: Io non sono venuto a inventarmi le cose, mi attengo alla creazione del Padre.

I. E’ l’uomo che ha bisogno dell’elemento terra.

Archiati: Perché dici che ha bisogno? Vedi che cristianesimo di disprezzo della Terra? La Terra non è qualcosa di cui ho bisogno, è mia madre; tu dici di tua madre che è qualcosa di cui purtroppo hai bisogno? Vedi che è una mentalità di disprezzo proprio del mondo della materia. Se dici ne ho bisogno… purtroppo ne ho bisogno!

No, la Terra non è qualcosa di cui ho bisogno, la Terra è l’Essere del mio essere; è diversa la prospettiva, è diverso il modo di pensare.

I. Non teniamo conto della Terra…

Archiati: Appunto, e al massimo diciamo “ne ho bisogno”; non prendertela personalmente però renditi conto che in effetti è così.

I. Diciamo che è importante la Terra.

Archiati: Anche dire che è importante è una concessione.

I. Veniamo dalla terra.

Archiati: Non veniamo dalla terra, siamo fatti di terra!

A te basta se ti dicessi: sei importante anche te… c’è bisogno anche di te?

Dovresti essere contento soltanto se si dicesse: no, l’umanità senza di me non esiste!

L’uomo senza la Terra è nulla, non soltanto ha bisogno della Terra.

I. Ho sempre capito che c’è una differenza tra materia e fisico.

Archiati: Dimmi la differenza

I. Quando si leggeva Teosofia di Steiner si evidenziava il fatto che quando io architetto, progetto un edificio, nell’idea del progetto sta l’elemento del fisico, della fisicità, e la materia di quello che io vado a mettere è i mattoni per costruire l’edificio. A questo punto io sono un po’ spiazzato perché tu dici che è indispensabile la materia non la fisicità.

Archiati: È chiara la distinzione tra materia e fisicità?

I. Quando io ho un progetto non è materiale, l’idea stessa ha un livello di fisicità.

I2. Ha una forma forse…

Archiati: Ma la forma non ha niente a che fare con la fisicità: è una forma, è un puro pensiero, è una forma pensante. La distinzione che ci aiuta di più –certo che si possono fare distinzioni a livelli molto più complessi, però bisogna che ci siano i presupposti per capirli-e che è più comunemente accessibile è: c’è qualcosa che è sensibilmente percepibile, e qualcosa che non è sensibilmente percepibile. La terra, il fango, la terra che Lui prende e su cui mette la Sua saliva è sensibilmente percepibile; anche la saliva del Cristo è sensibilmente percepibile, ma comincia a non essere più sensibilmente percepibile quando io mi chiedo:

Quali forze invisibili, soprasensibili – eteriche, astrali, spirituali - ci sono nella Terra come corpo del Cristo prima che ci sia la Sua saliva?

E quali sono nella saliva stessa in quanto saliva del Cristo?

E quali forze - eteriche, astrali e spirituali - sono presenti nella Terra come corpo del Cristo che si unisce con la Sua saliva, la saliva del Cristo?

Questi sono i compiti conoscitivi che questo testo ci pone e io dicevo soltanto: siamo agli inizi di queste conoscenze, però trattandosi di elementi non metafisici, ma di elementi di scienza naturale come la terra polverosa, la saliva e la combinazione dei due, c’è oltretutto da fare un cammino di conoscenza biologica, di conoscenza fisica, di conoscenza batteriologica -chiamala come vuoi- ma di scienza naturale e siamo all’inizio.

Si può dire: ha fatto un miracolo… Ma allora perché non l’ha fatto senza saliva e senza terra?

In altre parole io sto dicendo che ci sono delle forze ben specifiche.

I. Tra l’altro sue.

Archiati: Quelle guariscono! E sto dicendo che la terra è il Suo corpo e la saliva è la Sua saliva, capito? Se io ho un altro concetto di Terra, di una Terra che non c’entra nulla col Cristo, quindi non è intrisa delle Sue forze, allora suppongo che nella terra ci siano tutt’altre forze. Altro è se il mio concetto fisico, biologico e animico della Terra è che la Terra è in senso fisico, in senso biologico, il corpo del Cristo; così come il pezzo di materia che sta nel tuo corpo non lo è soltanto in senso metafisico, lo è in senso biologico; ma cosa vuol dire in senso biologico?

I. Che ha la possibilità di reagire biologicamente, non lo so… non l’ho fatta io questa domanda! (ilarità in sala)

Archiati. È proprio quello che stavo dicendo prima: siamo agli inizi, l’ho detto!

Però un conto è rendersi conto che siamo agli inizi di tutto un cammino di conoscenza che c’è da fare, e un conto è non saperlo; se qualcuno di voi le vuole leggere o le ha già lette – cosa raccomandabilissima - nelle conferenze di Amburgo di Steiner sul vangelo di Giovanni (o.o.103), vi sono accennati proprio i risvolti occulti, quindi biologici e fisiologici, eccetera, dove Steiner dice: si può capire questa guarigione, fatta in questo modo, soltanto se si sa che tipo di aria c’è nei cimiteri e descrive due fenomeni polari, e uno dei fenomeni è quello dell’incarnazione.

C’è chi legge le conferenze di Steiner sul vangelo di Giovanni e dice: Steiner parla di antroposofia, eccetera, eccetera, ma non commenta il vangelo.

Ma il commento al vangelo c’è, per esempio: quando uno muore sparisce il corpo, nel cimitero c’è il corpo e si sprigiona lo spirito, nasce lo spirito e i fuochi fatui che sono molto più frequenti nei cimiteri che altrove fanno proprio parte di questo.

Quando uno nasce c’è il processo inverso. Nel caso del nato cieco bisogna affrontare la totalità del fenomeno nascita per capire quali forze sono state diverse, quali fattori sono stati diversi o cosa ci vuole per nascere ciechi, così come bisogna capire cosa ci vuole per nascere sani.

I. Cioè lui riporta all’origine della nascita.

Archiati. Certo, ma all’origine non soltanto animica, anche all’origine biologica! Questo è ciò su cui continuo ad insistere: non soltanto l’uno o l’altro, tutto il fenomeno! Allora dice: la morte nel fisico è uno sprigionarsi di luce spirituale, Io sono la Luce del mondo. Tutto questo, la guarigione del cieco nato, è tutto sotto la dicitura “Io sono la Luce del mondo” e il fatto che sia nato cieco ha a che fare con la Luce, naturalmente. Allora i due fenomeni fondamentali della Luce e della Terra hanno a che fare con l’interazione tra spirito e materia. Quando lo spirito si libera dal corporeo c’è uno sprigionarsi di luce e lo spirito diventa libero dal corpo; per la nascita è l’opposto: l’individualità si incarna, entra nel suo corpo e, come dire, avviene un comprimersi.

I. Avviene un concentrarsi.

Archiati: Concentrarsi e oscurarsi dentro al corpo fisico, quindi un perdere la chiaroveggenza, una coscienza vasta che c’era prima di concentrarsi nel corpo.

Allora è una morte dello spirito: sparisce. In un fenomeno si sprigiona luce e nell’altro si spegne: si spegne la luce dello spirito per far nascere la corporeità; si spegne la corporeità per far nascere la luce dello spirito.Va bene?

In altre parole sono due fenomeni polari. Cosa significa nascere?

Nascere significa un immane oscuramento di coscienza, tant’è vero che noi quando ci svegliamo nel corpo non ci ricordiamo di quello che abbiamo visto e vissuto nel mondo spirituale.

Nulla. Questa luce è sparita.

I. Ma la luce, è essa stessa lo spirito?

Archiati: E’ lo spirito! Lo spirito è luce e calore, cioè saggezza e amore, queste sono le due sostanzialità dello spirito. Lo spirito è sostanzialmente saggezza e amore. Questa saggezza e questo amore si accende e si illumina quando qualcosa di fisico muore. Abbiamo una bottiglia di acqua: ci si mette dentro del sale il quale si scioglie; lo spirito del sale dov’è? E’ distribuito in tutta l’acqua. Adesso raffreddiamo l’acqua o comunque facciamo sedimentare il sale: il sale fisicamente occupa un posto molto inferiore rispetto a prima; cosa avviene allo spirito del sale?

Se noi avessimo degli strumenti, anche fisici ma con un livello di sensibilità molto maggiore di quello che abbiamo, costateremmo un rilucere di tutta l’acqua. Perché la luce, proprio la luce, è la corporeità dello spirito: la luce è il corpo dello spirito..

I. Questo spiega l’omeopatia allora.

Archiati: L’omeopatia è fondata su questo, non spiega l’omeopatia.

I. Dicevo: questo spiega l’omeopatia.

Archiati: In una bottiglia di acqua, in un quantitativo d’acqua dove il sale è cristallizzato c’è più luce, perché la luce diventa libera, che non in un quantitativo d’acqua dove il sale sia sciolto.

I. E se un’anima allora non vuole incarnarsi?

Archiati: Se un’anima non vuole incarnarsi… quando si è nel mondo spirituale, mi passa la voglia di voler fare quello che hai voglia tu, perché capisci che c’è qualcuno un po’ più saggio di te: dire non ho voglia, ce lo lasciano dire soltanto quando siamo incarnati; perciò è importante incarnarsi, perché ci è permesso di dire non ho voglia.

I. Io non l’accetto!

Lo spirito e l’anima sono creati per andar via, noi perdiamo assolutamente l’intervento di Dio facendo questo ragionamento; così anche per la vista del cieco, se togliamo l’intervento di Cristo non vediamo affatto l’opera di Cristo in quel momento!

Archiati: Ti sto dicendo che tutto dipende dal Suo corpo che è la Terra, dalla Sua saliva.

I. Noi vediamo soltanto che viene dalla terra, quando invece lì ci deve essere proprio un intervento diretto! Della potenza della mano di Cristo, che si è servito della saliva.

Archiati: Si è servito? Ma se non è necessario, perché lo usa?

I. Soltanto per far vedere a quella gente.

Archiati: Soltanto per far vedere?

I. Non soltanto per far vedere agli altri, ma anche per far rendere conto il ragazzo stesso della sua cecità. Dice “vatti a lavare alla piscina di Siloe”, e il ragazzo si rende conto di essere cieco e di avere bisogno.

Archiati: Perché, prima non lo sapeva?

I. Si rende conto di aver bisogno dell’intervento di Dio, di Cristo; in quel caso, quella saliva l’ha fatto rendere conto che aveva bisogno dell’intervento di Dio!

Archiati: D’accordo, torniamo indietro un passo, quello di partenza…

I. Sono tutte e due, due cose separate, però manca l’intervento di Dio nell’uno e nell’altro.

Archiati: Calma, calma... tu sei partito dal presupposto che l’essere umano non preesiste affatto e che l’anima venga creata.

I. Ogni anima viene creata da Dio

Archiati: Quando?

I. Nel momento del concepimento, iniziale.

Archiati: Benissimo, tu c’eri questo pomeriggio?

I.

Archiati: gli Apostoli chiedono chi ha peccato perché lui sia nato cieco: lui o i suoi genitori?

I. Né l’uno ne l’altro.

Arrchiati: Si, ma cosa presuppone la domanda degli Apostoli che dicono lui o..? Cosa presuppone questa domanda? Se è nato cieco e viene creato alla nascita è assurdo chiedere se ha peccato lui.

I. Può darsi che i suoi progenitori abbiano avuto chissà quali difficoltà particolari, che per ereditarietà sia nato male.

Archiati: No, essi dicono: “lui o i suoi genitori”, quello dicono.

I. I suoi progenitori, i suoi bisnonni…

Archiati: Si, ma LUI, lui ha peccato; certo che capisco. Poi dicono i suoi genitori, i suoi genitori c’erano prima che lui nascesse, no? Ma LUI?

E io ho detto: SE, se fosse vero che l’essere umano non esiste prima della sua nascita, il Cristo avrebbe avuto il dovere morale di correggere il loro errore e di dire: la vostra domanda presuppone un errore, presuppone che lui sia esistito prima di nascere -se mi chiedete se ha peccato lui prima di nascere-, e io ho il dovere di correggere questo errore.

Perché non lo fa il Cristo? Questo è il punto dove la veemenza non serve più a nulla, perciò ti ho detto: calma…

Invece sai cosa è successo a me?

Io sono cresciuto in ambiente cattolico, poi ho fatto una strada mia; se il Padre Eterno me l’ha dato ‘sto bene dell’intelletto, allora lo uso!

Su questo discorso ho avuto tanti incontri, tante discussioni non meno accalorate che con te adesso, con confratelli preti e tra le altre cose – per esempio che in Matteo e in Luca neanche il nonno di Gesù è lo stesso; e non combacia nulla, perché lì ritornano a Nazareth e là invece vanno in Egitto, insomma… - ogni tanto c’era anche la questione del cieco nato e dicevo: ma dimmi un po’, tu sei convinto da sempre – prete cattolico - che l’essere umano, l’anima umana, venga creata da Dio al momento del concepimento; non ti sembra strana la domanda che fanno gli Apostoli? La domanda non la fa un Pinco Pallino qualsiasi, la fanno gli Apostoli!

In questo capitolo del cieco nato dicono: chi ha peccato? Lui?

Lui non c’era… Come fanno a chiedere una frase del genere?

La risposta è quasi sempre stata: eh bèh, non ci ho mai badato, è vero. E vero, non ci ho mai badato.

E secondo il nostro dogma cattolico la domanda degli Apostoli implicitamente presuppone che sia un errore, ma un errore fondamentale; e se è vero che è un errore fondamentale i miei interlocutori erano d’accordo con me che il Cristo avrebbe avuto il dovere di correggerlo. Però, sta di fatto che non si erano accorti; quindi non vengono dicendo lo conosciamo e abbiamo trovato una risposta soddisfacente o eccetera, dicono: non me n’ero accorto!

E io allora dicevo: è ora che tu te ne accorga perché nel testo c’è, è innegabile. C’è un punto nei manoscritti dove non è che uno lo tiri fuori questo: è lui? Dice proprio: è lui? Ha peccato lui per essere nato cieco?

Che nell’anima di gruppo, che nel peccato ereditario quello ci fosse... ma tu non ti sei pigliato nulla di ciò che è stato fatto prima di te? Nella corrente ereditaria ti pigli un sacco di cose di ciò che l’umanità ha fatto prima di te; quindi il fatto di attribuire qualcosa che si trova in lui agli esseri umani prima di lui non è aberrante; però se ho la convinzione – non soltanto ho la convinzione - ma sono convinto che sia così, che l’essere umano non esiste prima del concepimento, proprio non esiste e viene creato da Dio al momento del concepimento, la domanda se ha peccato lui per essere nato cieco, è un errore! Presuppone un errore, ma non un errore marginale! Presuppone un errore enorme, fondamentale; e il Cristo, se la domanda è in errore, ha il dovere assoluto di correggerla.

I2. Forse l’amico si scalda tanto perché sembra che ipotizzare la preesistenza sia come una diminutio di Dio, ma la preesistenza non esclude che l’essere umano è comunque una scintilla del divino..

Archiati: Una scintilla? Una creazione!

I2. Una creazione, un frammento, non esclude l’opera di Dio; ammettere questo non esclude l’altro, quindi non ci si deve mica sentire toccati o diminuiti, anzi secondo me l’aumenta ancora di più…

I3. Assolutamente sì.

Archiati: Il quesito, la domanda: se o no, ci scalda quando, invece di lavorare alla domanda, vogliamo subito una risposta che dica: la risposta è questa.

No, ti sbagli. Ci salviamo soltanto se abbiamo un minimo di capacità di lavorare prima di tutto alla domanda, perché il convincimento che si vive una volta sola non è mai stato un convincimento a ragion veduta, è stato un sentimento.

Io ho fatto tutta la teologia alla Gregoriana di Roma: se ci fosse stata una lezione che pone questa domanda per dimostrare che si vive una volta sola e perché si vive una volta sola, allora direi che questa questione è stata tematizzata; direi che c’è un pensiero dietro. Invece no, nulla! Nulla!

Quindi c’è il sentimento spontaneo che si viva una volta sola, ma non si è riflettuto; quindi un sentimento spontaneo, per tradizione, sul quale non si è riflettuto, non è conoscenza. Non è conoscenza.

Allora cosa si fa? Per prima cosa, non buttar lì il dogma opposto: c’è la reincarnazione. Questo non serve a nulla perché allora ci devi credere come devi credere che c’è una vita sola.

Lavoriamo alla domanda: quali sono le conseguenze se poniamo l’ipotesi che si vive una volta sola? La poniamo come ipotesi e ci lavoriamo onestamente; e poi lavoriamo alla domanda: quali sono le conseguenze se poniamo come ipotesi che la Grazia Divina chiama ogni essere umano ad essere corresponsabile -non il gestore unico perché la creazione non l’ha fatta lui, ma corresponsabile- di tutta l’evoluzione dell’umanità e della terra?

C’è una differenza fondamentale tra vivere qui -dal 2002 fino al 2080 supponiamo- dunque un pezzettino (questa è la matrice comune nei paesi cattolici secondo un cristianesimo tradizionali), e dire che Dio ha creato tutti gli spiriti umani fin dall’inizio, li ha creati tutti nel Cristo, e Cristo è stato creato dalla fondazione della creazione e accompagna ogni spirito umano; e quindi, così come di giorno è nel corpo e di notte è fuori del corpo per poi ritornarvi al mattino, così, diciamo, ci sono tratti più lunghi in cui passa una vita nel corpo poi va nel mondo spirituale, poi passa un’altra vita nel corpo. Ma, dove viene diminuita la Grazia Divina?

I. Anzi...

Archiati: Non viene diminuita in nulla, proprio in nulla.

Ti ringraziamo per darci l’occasione di fare questo piccolo esercizio, osservando i problemi che saltano fuori con questo modo di pensare: c’è la svolta dell’evoluzione che è l’incarnazione del Cristo, il mistero del Golgota e la redenzione dell’umanità. Come vengono redenti coloro i quali sono vissuti soltanto una volta prima di Cristo? Come? Non esistono concetti a questo proposito: vengono messi nel limbo.

I. E’ una continuazione di anime e di spiriti da un essere all’altro, sarebbero sempre gli stessi quando invece ciascuno di noi è individuo, l’abbiamo sempre detto, no?

E’ una persona unica con un’anima, con uno spirito che è creato direttamente, non che interviene dal di dietro e che si reincarna continuamente fino alla fine… E’ una continuazione questa, io non ce la vedo proprio.

Archiati: No, la mia domanda era un’altra: uno è stato creato da Dio tremila anni prima di Cristo, nel mondo degli egiziani; muore a cinquant’anni supponiamo, dunque nel 2950 a.C. Non ritorna più sulla Terra e prima non c’era.

Come viene redento dal Cristo? Questa è la domanda.

Come viene redento da Cristo?

Se tu dici che viene redento nel mondo spirituale, allora non c’è bisogno della Terra; e allora Cristo avrebbe potuto restare nel mondo spirituale e redimere tutta l’umanità nel mondo spirituale. Non ci sarebbe stato bisogno dell’incarnazione, quindi viene vanificato del tutto il peso morale dell’incarnazione.

Ma la tua ribellione a questo partecipare non è razionale. Nel mio piccolo Giuda, Giuda dice: mi hai dato sulla Terra un paio di decenni, ‘sta volta ho sbagliato tutto, addirittura il suicidio…ma perché sei così tirchio, così poco amante da non darmi neanche una seconda possibilità?

E ti chiedo: Giuda lo metti forse in Paradiso?

Non gli dai nessuna possibilità di evolversi, di camminare ulteriormente…

Il Cristo sa che Giuda si toglierà la vita, il Cristo non è nesciente, e non fa nulla per trattenerlo? Anzi gli dice: quello che devi fare fallo presto…

Secondo me questo è pensabile soltanto se il Cristo ha questa convinzione: caro Giuda, ritorni e ritorni, imparerai da questo abisso e proprio imparando perché l’hai passato, farai passi successivi. E aggiungo un’altra cosa, da non prendere come un dogma, è una provocazione al pensare: leggi in Steiner che la volta successiva questo Giuda è stato Agostino.

Non è che io creda a Steiner, le cose le voglio capire, allora la prima domanda che mi sono posto è: tu – io - cos’hai in contrario? Vuoi proibire alla Grazia Divina di dare a Giuda la possibilità di fare grandi passi in avanti con una prossima vita che è quella di Agostino? E chiedevo a me stesso: che possibilità hai tu di proibire alla Grazia divina? Vedi forse qualche contraddizione immanente con la Grazia divina, con l’amore del Cristo, eccetera? E continuavo a dirmi: no, non ne vedo nessuna.

Ed è molto più in perfetta armonia con la Grazia divina e con la bontà del Cristo che sbatterlo all’inferno per sempre, il che fa calci e pugni con l’amore divino.

Cosa dici tu di queste riflessioni che io mi sono fatto? Con questo non ti sto chiedendo di darmi ragione, ma volevo dirti che c’è una differenza tra arrabbiarsi e concedersi la pacatezza di lavorare ad un quesito per vedere un pochino cosa salta fuori se lo metto all’inferno o se contemplo altre possibilità.

Non dico che sono sicuro che Giuda sia tornato come Agostino o che credo a Steiner. No, e lavorando alla domanda mi dico: che tipo di Grazia, che tipo divinità ho? E’ una Grazia, è un amore, molto più grande, più bello, più degno della divinità quello che mi è sempre stato proposto dalla Chiesa Cattolica o piuttosto quello di una Grazia divina che dia a Giuda la possibilità di passare una vita sulla terra come Agostino? E dove ce lo vedo io il Giuda in Agostino?

Così come Giuda ha tradito il suo maestro perché si è alleato col potere della terra dei romani, così Agostino - che pure ha fatto un passo in avanti - non ha cambiato la sua natura: ha girato, è andato coi manichei, è andato coi neoplatonici, eccetera, eccetera, e poi è finito al potere della Chiesa Romana.

Ci risiamo!

Ma quando io leggo Agostino, il suo trattato sulla Trinità, le Confessioni… insomma a partir da Giuda ne ha fatta di strada! E tuttavia è Giuda: è finito col potere, con la Chiesa Romana.

I. Affinità elettiva.

Archiati: Ma neanche a questo punto dico che credo a Steiner, o che Steiner ha ragione. No, continuo a lavorarci, capito? Rileggo di nuovo tutto Agostino sotto questa prospettiva, perché se mi salta fuori che una cosa mi contraddice io non voglio barare; l’ultima cosa che io vorrei fare è barare intellettualmente perché allora mi screditerei io stesso. Voglio essere onesto, e questa onestà conoscitiva è l’impulso più grande che mi pare di dovere alla Grazia divina, perché chi me l’ha dato questo impulso se non il buon Dio?

Io però voglio usare questa mia capacità di pensiero, e per me la proposta che Giuda venga sbattuto all’inferno è un pensiero di esseri umani che dell’amore divino non hanno capito nulla!

Per fortuna che anche loro hanno tempo abbastanza per cominciare a capire qualcosa.

Ci auguriamo la buona notte e domani terminiamo il 9° capitolo…

30 dicembre 2002, mattino
vv. 9,5 – 9,7

La conferenza cui facevo cenno ieri sera è la settima di una serie di conferenze sul vangelo di Giovanni tenute ad Amburgo da Rudolf Steiner nel Maggio del 1908 (opera omnia 103). Come presupposto, si entra nel merito di questa polarità tra ciò che avviene quando c’è un processo di cristallizzazione, cioè di materia che si forma, e quando c’è un processo di…

I. …sublimazione…

Archiati: Di sublimazione, putrefazione, cremazione.

Ogni processo di cristallizzazione oscura lo spirito dentro alla materia cristallizzata; quindi, nella misura in cui il nostro spirito compenetra la materia del corpo, è uno spirito immensamente oscurato rispetto al nostro spirito senza il corpo.

Il fenomeno della morte e di sublimazione del corpo fisico è un enorme sprigionarsi di luce, di realtà di luce la cui natura è triplice: è una luce eterica (cioè di forze vitali o di forze pensanti, che è la stessa cosa), è un corpo di luce animico (che è allo stesso tempo calore), ed è un corpo di luce puramente spirituale. I pensieri sono un tipo di luce, i sentimenti sono un altro tipo di luce – pensieri, diciamo, in quanto contenuti dello spirito- e le correnti vitali sono un altro tipo di luce ancora.

Adesso li chiamo tipi di luce dei regni dell’invisibile; sono tutti tipi di luce, non sono materia.

Questo come fondamento per spiegare perché il Cristo non ha bisogno della Terra e della Sua saliva; non si tratta mai di dire ne ha bisogno. Non è che ne abbia bisogno, perché altrimenti senza la Terra e senza la saliva non sarebbe capace di evidenziare quali forze il cieco nato deve fare sue per acquistare la vista; ma piuttosto il Cristo evidenzia col suo gesto ciò che avviene sempre! Se non ci fosse la terra e se non ci fosse la saliva, se non ci fosse ciò che è prodotto dalla saliva del Cristo, nessuno di noi -ma neanche un secondo, neanche un minuto- potrebbe vedere. Questo è il concetto fondamentale; quindi il Cristo non ha bisogno della Terra.

Il Cristo col Suo corpo e con la Sua saliva, con la Sua parola intrisa della Sua saggezza, del Suo amore, conferisce sempre agli esseri umani tutte le forze -non soltanto quelle di visione, della vista, ma tutte le sue forze- di cui ha bisogno.

fig 21.psd

In altre parole, come orientamento, proponendo delle semplificazioni che sono avvii del pensiero: il corpo del Cristo è la Terra; lo spirito del Cristo è Lui, è il Cristo stesso. Il Cristo col suo corpo costruisce l’anima umana; l’anima umana è allo stesso tempo l’umanità e l’anima del Cristo; quindi oltre al Cristo, nel mondo, nel sistema solare, non c’è nulla: il Cristo non è una cosa accanto all’altra, il Cristo è il TUTTO.

Quindi c’è lo spirito del Cristo nel nostro mondo; c’è l’anima del Cristo che noi chiamiamo umanità in via di diventare sempre più quell’anima del Cristo che è destinata a diventare, e c’è il corpo del Cristo. L’essere umano è spirito del Cristo, poiché in senso reale - e non in senso mistico, metafisico, ma reale - noi siamo in grado di fare di un frammento di terra il nostro corpo: il nostro corpo è un pezzettino di terra, una specie di microcosmo dove ci sono tutte le forze del minerale, tutte le forze del vegetale, tutte le forze dell’animale, e ci aggiungiamo l’umano.

Noi possiamo fare del corpo umano il tempio dell’Io Sono, perché è un frammento del Suo corpo che è la terra. E se la terra non fosse il corpo totale dell’Io sono, come potremmo noi, da un frammento di Terra, farne il corpo di una scintilla dell’Io Sono?

In altre parole abbiamo una spiritualità, una teologia, che ha pensato lo spirito da una parte e la materia dall’altra. Questo dualismo è il grosso problema e questo dualismo è errato. Per quanto riguarda noi nel nostro mondo, non esiste spirito che non sia incarnato. Se noi pensiamo uno spirito disincarnato è un’astrazione.

Voi direte: ma Dio non è incarnato... Questo Dio è soltanto pensato; per quanto ci riguarda, reale è soltanto la divinità che nel cosiddetto Cristo si è incarnata, questa è reale, ed è reale perché siamo in grado di farla nostra, nella realtà del nostro spirito. Quel Dio che è fuori dal nostro mondo, se è fuori dal nostro mondo, che realtà ha? Nessuna! È inventato, proprio non ha nessuna realtà.

Ma ci potrebbe essere una cosa al di là dell’umano… Ma se è al di là dell’umano non sono fatti tuoi, non ti riguarda. Nel momento in cui lo pensi vieni al di qua dell’umano, sennò non potresti neanche pensarlo.

Detto in altre parole, quella che è una polarità importantissima di movimento del pensiero umano, che è da un lato l’immanenza e dall’altro la trascendenza, si è risolta nel divino, nello spirito che trascende la materia: l’aldilà.

Nell’occidente si è preferita l’unilateralità: si è sempre parlato di trascendenza a spese dell’immanenza, mentre l’immanenza stessa è eresia; se affermi che lo spirito, il Cristo, o addirittura il divino, è immanente nell’umano sei tacciato di superbia. C’è qualcuno che ha paura che lo spirito umano cominci a sentire la sua responsabilità di spirito pensante nei confronti dell’umanità, nei confronti della terra; perché se tutti diventassero responsabili in proprio, non ci sarebbe più bisogno dell’autorità che tratta gli esseri umani da bambini. Questo è il grosso travaglio, la grossa soglia del divenire in cui ci troviamo e ieri sera, grazie all’amico che ci ha dato questa occasione per farlo e a cui io sono veramente molto grato, abbiamo visto cosa comporta voler contrapporre la Grazia divina (o del Cristo) e la libertà umana: un’altra polarità.

La grazia del Cristo e la libertà dell’uomo… se noi le mettiamo in contrapposizione anziché vederle in polarità, sbagliamo tutto, perché più attribuiamo valore alla libertà dell’uomo, più ne sottraiamo alla Grazia; più attribuiamo alla Grazia divina e meno deve fare l’uomo.

In altre parole, esse vengono pensate in opposizione, in antagonismo l’una all’altra, ma pensarle in opposizione è la più brutta pensata che ci sia, perché è sbagliato: sarebbe come dire per due persone che si amano che più l’una ama, meno l’altra deve amare. E’ la stessa pensata.

Nella dinamica di un rapporto tra A e B più cresce la libertà, l’amore di A, e più cresce l’amore di B: tutte e due possono crescere nell’amore, non c’è nessuna contraddizione.

Invece noi pensiamo che più attribuiamo alla Grazia divina e meno ha da fare la libertà dell’uomo, ma questo è assurdo: la Grazia divina è una provocazione a far qualcosa noi. Se la Grazia divina fosse tale da far tutto al posto nostro sarebbe una disgrazia dall’inizio alla fine, altro che grazia. Ci tratterebbe da bambini che non sanno fare nulla.

Oppure supponiamo che l’umanità si trovi ora al livello della pubertà, mentre duemila anni fa l’umanità era molto più bambina, quindi non c’era in essa la possibilità di coscienza e anche operativa per diventare attivi più di tanto; immaginate con la tecnica, e ora addirittura con l’ingegneria genetica, quali vie, quali possibilità vengano aperte alla libertà umana, al fare libero dell’uomo: se queste capacità di intervenire nella creazione saltano fuori, non è perché la creazione o l’evoluzione sia scappata dalle mani del Creatore o del Cristo. Vuol dire che l’ha voluto Lui, però sta di fatto che col passare dei secoli, gli spazi di libertà sia conoscitiva sia operativa degli esseri umani aumentano. Supponiamo che circa mille o duemila anni fa, nel medio - evo per esempio, come umanità fossimo molto più bambini, e supponiamo che ora -in questi decenni - come umanità ci troviamo invece ai primi passi di libertà, così come un bambino che cresce a quattordici anni attraversa la fase della pubertà; quattro anni prima, quando il ragazzo aveva dieci anni, c’era molta meno libertà nel senso che non sapeva pensare, non aveva impulsi suoi, non aveva progetti suoi da far valere contro i genitori.

Cosa è successo nel corso di questi ultimi quattro anni, dove da dieci anni è passato a quattordici?

Salta fuori qualcosa di suo. E’ un dato innegabile.

Ci siamo passati tutti eh… qui non vedo nessun decenne o nessuna decenne…

Quando avevamo dieci anni, andava tutto bene ai nostri genitori, ma quante gliene abbiamo combinate quando poi ne avevamo quattordici o quindici? Cosa è successo?

L’umanità ha oggi quattordici, quindici anni. E’ vero; proprio così. Siamo agli inizi, siamo veramente agli inizi - per esempio - di un essere umano (e sono milioni) che dice: “cara mamma Chiesa, tu mi hai detto finora quello che c’è da fare, quello che è giusto, quello che è sbagliato eccetera, però adesso io comincio a fare i conti con la mia testolina…”.

La mamma che vede sorgere una testolina che pensa in proprio e non soltanto quello che ci mette dentro lei, gli dà una botta in testa e dice “No!”…?

Se questo fosse, nessuno di noi sarebbe qui; saremmo andati tutti all’altro mondo. Ogni mamma saggia dice: è la legge dell’evoluzione che l’essere umano in ogni vita, e l’umanità intera nel suo insieme, diventi sempre di più autonoma… sto parlando dell’autonomia interiore… usate le parole che volete, ma l’importante è che ci capiamo su quello che stiamo dicendo. L’affermazione che voglio fare e che va rifatta sempre di nuovo, perché va riconquistata sempre di nuovo, è questa: quando nel ragazzo di quattordici, quindici anni sorge un primo inizio di libertà propria, di autonomia propria, di gestione autonoma -cioè che ha lui i suoi pensieri, lui i suoi impulsi volitivi, lui sa cosa deve fare, eccetera- significa forse che i genitori hanno meno da fare di prima? Viene portato via loro qualcosa?

Nella fase della pubertà, normalmente, l’essere genitore ha molto di più da fare, perché è insita nella prima fase della libertà la sperimentazione, dove si sperimenta molto, anche provando a vanvera… capito?

Quindi se l’umanità si trova nella prima fase, nell’inizio della libertà, e la prima fase della libertà è egoistica, la prima fase della libertà deve essere negativa: la prima fase della libertà è un “liberarsi da”, non un “essere liberi per”. Nessuno può scavalcare la fase del “liberarsi da”, perché prima deve dire: “basta te genitore, basta te Chiesa, basta te maestro, basta te società…adesso voglio avere le idee mie”.

Come si può diventare autonomi senza prima rintuzzare?

Quindi è una legge, proprio una delle leggi fondamentali dell’evoluzione che alla seconda fase della libertà, la fase dell’amore, la fase dell’ ”essere liberi per qualcosa”, ci si arrivi soltanto se si è passati per la prima… e la prima non si può scavalcare. La prima non è una libertà per ma è una libertà da; è una libertà negativa ma non per questo brutta.

Esattamente come l’elettricità negativa non è più brutta di quella positiva: è un altro tipo di elettricità.

Ora la Chiesa, per esempio, si trova con il problema di avere un sacco di gente contro, perché fa fatica a capire che se vuole degli essere umani che siano “liberi per” deve prima concedergli di essere “liberi da”, così come la mamma che dice: “se io voglio che questo mio figlio fra dieci o vent’anni anni senta una libertà per me, di amore verso di me, gli devo concedere adesso una libertà contro di me, di andar via da me, sennò…”

Perché una mamma che non vuol mollare non si accorge che diventa sempre più nonna, perché è la legge evolutiva di ogni mamma che, se non muore prima, diventa nonna… e anche da questa legge non si scappa.

La Chiesa cattolica avrebbe molte più persone che la amano se avesse concesso… se avesse imparato dalla parabola del vangelo - che il Cristo ci ha offerto duemila anni fa- che tra i due figli, uno che è rimasto a casa del Padre e uno che se ne è andato via, quello che è andato via ha fatto le cose giuste perché è diventato autonomo: ha sperperato tutto quello che ha ricevuto dai genitori e poi, a ragion veduta (cioè liberamente) ritorna.

Però il nuovo rapporto è di tutt’altra natura rispetto all’altro. E l’altro figlio dice: “ma come? Fai una festa che non finisce più per questo scalmanato che ha sperperato tutto e io che sono qui sempre, sempre, sempre…” E il papà gli dice: “che festa devo far per te? Sei rimasto un’appendice di me, faccio una festa a me”.

Noi ci troviamo una Chiesa che legge questo tipo di messaggio così pulito, così oggettivo, ma anche così liberante, e che per duemila anni ha fatto il contrario: se vai via dalla Chiesa, che è la mamma, vai all’inferno!

La parabola dice proprio che è andato via da casa, è diventato autonomo, ha preso le sue responsabilità, e viene fatta la festa per lui… la Chiesa ti dice: “vai all’inferno!” Non andare via perché sennò la sacchetta è vuota. Questo è il motivo! Altri non ce ne sono. Allora gli dico: “mamma, guarda che io la sacchetta te la riempio lo stesso, però lasciami andar via!” Se la paura è la sacchetta vuota, te la riempio lo stesso, ma non proibire agli esseri umani la libertà perché hai paura della sacchetta vuota.

Siamo onesti, santa pace!

La libertà è responsabilità, è prendere le proprie responsabilità, non pretendere dagli altri che mi vengono a dire: signor Archiati, come la devo pensare su questo e questo e quest’altro? …E io dico: “Ma ce l’hai una mente? Usala!”.

Io qui davanti mi scalmano per buttar lì un modo mio di svolgere un pensiero, ma mica vi sto vendendo quello che dovete pensare… Mica vi sto imbambolando!

Allora state a casa, no? Se invece serve per far partire voi, Ah… adesso parto, lo prendo come punto di partenza… allora sì che serve; serve a voi però!

Allora, più aumenta la libertà dell’essere umano e più l’essere umano si rende conto della sua responsabilità, e la prima responsabilità morale è il pensiero, diventare adulti significa capire.

La prima responsabilità morale che io ho è nei confronti del mio pensiero, perché se io mi permetto di non coltivare il mio pensiero, la mia capacità di farmi idee mie ogni giorno, sono un farabutto! Perché sono in preda a tutti i poteri di questo mondo che si alleano con me, mi usano come strumento per fare tutti gli omicidi e tutte le magagne che combinano; e sono corresponsabile perché mi faccio usare come strumento. E perché mi faccio usare come strumento dal potere?

Perché poltrisco e non sento la responsabilità morale nei confronti del mio pensiero!

La prima responsabilità morale e il primo male morale è quello di non coltivare il proprio pensiero!

Il senso di leggere un articolo del giornale non è di sapere cosa c’è scritto. Io leggo un articolo di giornale per sapere cosa ne penso io di quello che c’è scritto! Allora sì che vale la pena di leggerlo. Ma se leggo un articolo di giornale per addormentarmi, questo è il male morale. Perché? Perché ometto il mio pensiero.

Concludo il discorso. Più sottolineiamo la responsabilità dell’uomo nei confronti della sua libertà, della sua autonomia che parte dal pensiero, e più sottolineiamo la Grazia.

Prendiamo noi qui, per esempio… voi fior di libertà e io libero fin ad un certo punto… sì, perché devo stare alla lingua italiana -sto parlando italiano- devo star attento a non rendermi troppo impossibile, altrimenti la prossima volta non viene nessuno… diciamo che io sono libero fino ad un certo punto, mentre voi lo siete del tutto. Va bene? Certo non siete liberi di alzarvi in piedi e suonare la tromba, però basta che vi godiate la libertà che avete e ce n’è in abbondanza.

Quindi le vostre teste in questo momento sono libere. Significa forse che la Grazia divina, per questa libertà che voi vi permettete, non ha nulla da fare?

Per questa libertà che vi state permettendo, che state usando, avete bisogno di un corpo che presuppone tutta l’evoluzione che c’è stata; non soltanto la notte che abbiamo passato, la colazione che abbiamo passato, ma tutta l’evoluzione che c’è stata. Presuppone un Sole e una Terra, il Sole che si è alzato, perché se il Sole fosse ancora sotto staremmo ancora a dormire, eccetera.

L’esercizio nostro, in questo momento della libertà, presuppone tutta la Creazione… e mi volete dire che la Grazia di Cristo non ha nulla da fare?!

L’unico problema è la povertà umana; il problema del materialismo è la povertà di spirito, ma la povertà di spirito brutta però, quella negativa, cioè il buco, l’omissione su tutta la linea…quello è il problema.

La Chiesa mi viene a dire: “guarda che se sottolinei la libertà, cioè quello che l’uomo può fare, sminuisci la Grazia divina”. Ma io dico: “Non ti rendi conto di ciò che la Grazia divina fa sempre?! Pensi che il mondo si mantenga in piedi senza la divinità? Cadrebbe nel nulla subito se non ci fosse la divinità, se non ci fosse il Cristo, se non ci fossero tutte le gerarchie celesti! Ma siamo noi bacati… ma proprio lo siamo!

Una Chiesa che mi viene a dire se sottolinei la libertà dell’uomo, la sua responsabilità, sminuisci l’azione della Grazia è una Chiesa materialistica, che è piombata nell’abisso del materialismo, che non si rende conto dell’operare schiacciante -ma in un modo bello- della divinità e che non vede più la Creazione. Come se adesso, visto che io prendo in mano un minimo della mia libertà, fossi io quello che fa le piante, quello che fa gli animali, eccetera. O fossi io quello che costruisce questo bel corpo che è il fondamento, la conditio sine qua non di questa libertà.

Costruite voi questi bei corpi che avete lì… belli… con cui pensate?

E questa bella veemenza: ”attento te, quando sottolinei la libertà sminuisci la Grazia!” ritorna sempre, e anche con una certa violenza, perché il meccanismo è quello di impaurirti in modo che quando ti impaurisci dici “Sì, sì, è vero, è vero. E sono un povero verme…”

L’essere umano è a posto soltanto quando si sente un verme!

Anzi un vermiciattolo… ancora meglio! L’essere umano si deve sentire un verme; quello seduto sulla seggiolina di Roma è infallibile... Ma sono aberrazioni! E’ un essere umano come tutti gli altri… io mi devo sentire un verme e lui è infallibile.

Queste sono bestemmie… proprio bestemmie agli occhi di Dio. E ci perdona soltanto perché proprio vale ancora l’espressione del Cristo in croce di fronte al Padre cosmico “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”… perché se lo sapessero smetterebbero alla svelta!

Allora, abbiamo detto che facciamo tutto il nono capitolo stamattina…

Riprendiamo.

9, 5 - Finché Io sono nel mondo, essendo Io nel mondo, sono la Luce del mondo.

Finché Io sono nel cosmo, finché Io sono nel mondo, essendo Io nel mondo, sono l’Io supremo, la Luce. La Luce della coscienza è il rilucere della coscienza; anche il calore dell’amore presuppone la luce della coscienza, perché un amore istintivo - non istintuale ma istintivo -, un amore spontaneo, un amore naturale, non è un amore specificamente umano.

La componente specificamente umana dell’amore è la consapevolezza.

E’ di amare l’altro a ragion veduta; amare non significa fare all’altro quello che mi piace fare. Questo è l’amore spontaneo, questo è l’amore di natura… niente di male, ma non è un amore specificamente umano. Perché quello lo sanno fare tutti: è nella natura di fare all’altro quello che piace a me. Quindi fare all’altro quello che piace a me è una forma fondamentale di amore di sé; e l’amore di sé va bene, senza ricadere nel moralismo che, invece di dire che il problema dell’egoismo è la mancanza dell’amore per l’altro, dice che il problema dell’egoismo è l’amore di sé... giusto la parte buona che ho, giusto quella viene condannata!

Tanto è vero che l’adagio fondamentale di tutte le religioni è “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Cosa viene preso a modello dell’amore del prossimo mio?

L’amore di sé… che deve essere buono no? Se viene preso a modello per l’amore altrui deve essere buono almeno quello...

No! T’arriva il moralista e ti dice: “guarda che l’amore di te… brutto, brutto, brutto… egoismo!” Allora togliamo anche l’amore di me… cosa resta ? Nulla, nulla.

Per finire di amare me stesso, cosa devo fare? Devo sparire!

Allora che mi ha creato a fare il Creatore se lo scopo è di sparire?

Se esagero o se sbaglio ditemelo… ma se è vero quello che dico, c’è proprio da darsi una regolata sulle cose fondamentali!

Sulle cose fondamentali c’è da darsi una regolata, e nella misura in cui ci diamo questa regolata sulle cose fondamentali diamo una raddrizzata al nostro pensiero, ad un punto tale che il nostro senso di gratitudine ci porterà a dire “guarda, grazie a questa raddrizzata fondamentale, comincio a pensare dritto!”

Perché proprio non esiste il pensare dritto. Finché io mi sono messo in testa che il problema è l’egoismo, l’amore di me, allora non bastano tutti i seminari di questo mondo… devo dare una raddrizzata al pensiero, perché se Dio mi ha amato ad un punto tale da crearmi, ci sarà pure qualcosa di buono?

Quindi lo specifico dell’amore umano è la coscienza, nel senso che io non posso amare l’altro se non conoscendolo.

Finché Io sono nel mondo sono la Luce del mondo. Finché Io sono nel mondo sono la Luce del mondo. Tante persone dicono: “Perché sottolinea così la Luce? La conoscenza, il pensiero…perché non parla subito dell’amore?”

Per fortuna! Non comincia a parlare subito dell’amore, perché l’amore senza luce è l’amore dell’animale. L’amore dell’animale non è una cosa brutta, ma ci manca il più bello: ci manca la coscienza, la conoscenza. Allora l’altro - qualsiasi altro, anche me stesso a un livello superiore, ma l’altro soprattutto - lo posso amare solo nella misura in cui lo conosco e so che cosa gli fa bene o perlomeno penso che gli faccia bene. Conoscendolo lo tratto quindi in un dato modo, partendo dal presupposto che il mio modo di trattarlo lo aiuti. Se invece mi interessa soltanto che il mio modo di trattarlo me lo goda io e faccia bene a me allora è un amore di me stesso.

Il fatto di trattarlo in un modo che faccia bene a lui, non significa che non debba far bene a me: l’uno non esclude l’altro. E’ quindi importante se mi do da fare per conoscerlo nella sua oggettività, perché l’amore è la capacità di oggettività: questa è la Luce del mondo.

Se uno mi dice: “ti amo, ti amo, ti amo” e io ho l’impressione che stia amando un altro, non me… mi sento amato? Tu stai amando chi vuoi te, ma non me. Stai amando un costrutto della tua fantasia, ma non me. Mi sento amato quando ho l’impressione che l’altro si occupa, si preoccupa di conoscere me; allora sì, allora sì.

In altre parole, noi vorremmo arrivare all’amore scavalcando la conoscenza.

L’amore che scavalca la conoscenza è amore di sé. Conoscenza del suo essere: prima di sapere cosa gli fa bene, devo sapere chi è… capito?

E questa conoscenza dell’altro…che poi l’altro è il mio fidanzato, mio marito, mia moglie, è l’amico... l’altro è la pianta, è il cagnolino, è l’animale… l’altro è tutto che non è Io, altro è tutto ciò che è altro da me. Non finisce mai! Non finisce mai! Quindi questa Luce - L’Io Sono è la Luce - è un’evoluzione senza fine della coscienza… è bello…

I1. Stavo pensando all’egoismo; l’egoismo è l’amore di sé…

Archiati: No, l’egoismo è l’amore di sé non illuminato.

I1. Cioè io non mi conosco abbastanza bene; l’egoismo è una non conoscenza di me in fondo.

Archiati: Sì, perché non ho ancora capito che per amarmi bene, che ci sto bene, devo amare anche l’altro. L’egoismo è una forma poco intelligente di amore di sé. Essendo poco intelligente, l’egoista si ama di meno che non colui che, oltre ad essere egoista, è anche altruista. Quindi l’altruista ha un più profondo amore di sé.

Chi sta meglio: l’egoista o l’altruista?

I1. L’altruista.

Archiati: Quindi si ama meglio.

L’altruista è colui che si ama meglio che non l’egoista.

I2. La prima parte del versetto 5 dice “Finché sono nel mondo…”: la sento come una limitazione perché…

Archiati: Ah, perché tu sei già al dopo… ma qual’ è il dopo?

I. …no, il versetto 5…

Archiati: Tu dici che “finché“ è un limite… ma dov’è il limite?

Vedi, noi prendiamo tutte le cose dal lato negativo; proprio questo, proprio questo. Perché Lui vuole dire “Nel mondo ci sono da sempre e ci sarò sempre”; tu invece hai pensato: “ ah, ah…è appena arrivato e sta già uscendo.”

E dici: “e cosa succede poi quando esce?”

9, 6 - Ciò dicendo, sputò per terra e costruì, fece -epoihsen (epoiesen) - la Creazione, ripete la Creazione, ripete in piccolo la Creazione, ciò che avviene quando il Cristo crea. Il Cristo non può creare nel mondo umano se non sul fondamento della Terra. Guai, se il Cristo venisse a vanificarci la Terra, guai! Perché la Terra è la condizione, proprio il fondamento di tutto quello che possiamo fare; senza la Terra non avremmo le pietre, le piante, gli animali, non avremmo né il corpo fisico, né il corpo eterico, né il corpo astrale, non avremmo corpo, non avremmo vita, non avremmo anima… e che saremmo? Nulla.

- eptusen (éptusen) - sputò per terra… questo sputò è una parola brutta in italiano, ma è brutta perché il biologico è stato demonizzato, invece in greco è bello: eptusen - congiunse la sua saliva con l’elemento della terra e fece una poltiglia - pelon (pelòn) - questo pelòn è proprio l’elemento terrestre e l’elemento acqueo insieme, acqua e terra intrise delle forze, dell’anima e dello spirito del Cristo.

Quindi terra, acqua, amore e luce dello spirito. Che gli fa ?

Certo che c’è chi dice: “se è Cristo, se sa far tutto, se sa far miracoli, perché non lo rende veggente senza tutta sta poltiglia, ‘sta terra sporca… poi si deve andar a lavare”. Quindi ovviamente, va capito così, e cioè che il Cristo evidenzia, ci rende accessibile, ciò che avviene sempre. Lui è la Luce del mondo, quindi sta portando a nostra coscienza ciò che avviene sempre quando noi vediamo, quando noi pensiamo, quando noi amiamo. Tutto questo avviene sempre grazie all’interazione tra la terra, l’acqua, - l’acqueo che viene intriso dell’amore del Logos - , poi la sua anima, tutto il suo amore, tutta la sua luce: senza di tutto ciò non avverrebbe nulla, nessuno di noi sarebbe veggente. In altre parole il Cristo evidenzia, per renderlo accessibile come percezione -ce ne dà la percezione lasciando a noi di metterci i concetti- ciò che avviene sempre là dove esseri umani vedono!

I. Che vuol dire che ci sono i quattro componenti terra, acqua, aria…

Archiati: La saliva si impasta con la parola, e la parola è per eccellenza l’elemento che vibra nell’aria… riesci ad immaginare noi a parlare senza che ci sia l’aria? Io rifuggo un pochino dal ridurre il tutto a schemini capito? Già ne faccio, e gli schemini sono come scale: se tu la scala la usi, allora vai in alto; se invece ti metti ad adornarla, a metterci dei campanellini, eccetera, allora… capito?

Allora tu dicevi:

terra forme

acqua tras-formazioni

aria la parola

fuoco la luce

terra è l’elemento della forma, tutte le forme possibili immaginabili; l’acqua è l’elemento delle metamorfosi, meta-morfosi, tras-formazioni, perché il vitale è mobile, sempre mobile, passa sempre da una forma all’altra.

Quindi il mondo delle forme (la terra), il mondo delle trasformazioni (l’acqua, la saliva) poi l’aria (il verbo, la parola), e poi il fuoco… la luce; la luce del Cristo - Io sono la Luce del mondo -. Seguendo altri aspetti su questa scaletta ci posso mettere altri elementi, ma sempre di questa quadruplicità… ci sono altre cose per esempio, quando si tratta dell’evoluzione aiuta di più usare il sette; tutto ciò che è in evoluzione si svolge a cicli di sette. Quando invece prendiamo una sezione, se consideriamo la realtà presente sezionandola, allora è più utile il quattro.

Quando il quattro è troppo complesso, si riduce a tre: corpo anima e spirito.

A volte a Steiner chiedevano: “Di quante componenti è composto l’essere umano?”

E lui rispondeva: “se vuoi andar per sommi capi è uno!”. Poi aggiungeva: “se vuoi cominciare a distinguere due poli fondamentali, sono due; se vuoi diventare ancora un po’ più concreto, un po’ più complesso, quando hai due polarità, facci qualcosa di mezzo che intermedia sempre, e hai tre.

Vuoi diventare ancora un pochino più complesso? A questa trinità, uno-due-tre (vedi schema A) aggiungi anche il centro… e allora hai quattro

fig 22.psd

Come si arriva dal quattro al cinque?

Il cinque è il numero del male perché lì casca l’asino…

Il cinque salta fuori soltanto se prendiamo l’evoluzione. Con una fetta del presente non salta fuori il cinque e cioè (schema B) Hegel, il grande pensatore -mica io- dice: uno, va bè, uno si trova sempre… lui la chiama “tesi”. Poi dice: “se tu fai una tesi, pensa all’antitesi, basta che dici il contrario, no?”

Ieri sera io ho detto “c’è la reincarnazione”… oh, manco l’ho detto, manco ho fatto la tesi, che subito mi hanno ribattuto: “no, no, no non c’è!”… bene: l’antitesi.

Quando ho la tesi e l’antitesi? La sintesi. Basta eh, basta; omne trinum est perfectum dicevano gli Scolastici. Padre, Figlio e Spirito Santo… vabbè… l’umanità dai, siccome non possiamo identificarla con Padre, Figlio e Spirito Santo arrivi a quattro, ma poi lì ti fermi. Invece qui no, puoi dire: “se non posso più andare avanti, gli dò una capovolta e poi il tre lo ripeto ad un altro livello -che è il cinque- il due lo ripeto ad un altro livello -il sei- e l’uno lo ripeto ad un altro livello nel sette. Quindi al cinque casca l’asino dell’evoluzione e qui cominciano le possibilità di omissione. Perché la rivoltata da tre a cinque non ti si impone di farla, è libera: qui si apre la libertà. E una volta arrivati a cinque, naturalmente si arriva al sei e al sette. Come si va avanti? Semplicissimo.

Almeno fino a dodici si va avanti senza problemi.

fig 24.psd

Allora stamattina stiamo proprio facendo esercizi di grammatica…

A sette ci siamo arrivati.

Però tu non puoi svolgere -quindi aggiungere - conquiste evolutive senza che ci sia la controforza. All’inizio del nostro schema (C) non c’era nulla perché è soltanto uno (*); al secondo stadio ci vuole forza e controforza: due ha la prima controforza; tre ha la seconda controforza; quattro ha la controforza più forte di tutte (la terza); cinque ha la quarta (si diminuisce); sei ha la quinta e poi si ritorna all’unità. Quindi quante sono le controforze possibili?

(Il pubblico dice cinque)

E perciò il cinque è il numero del male; perché gli esseri umani non hanno ancora capito che la controforza è necessaria, e la chiamano il male. Siccome non gli va di dire: “il male è di lasciarmi abbindolare”, sennò si sveglierebbero, allora dicono “sei te il male”. Così hanno chiamato le cinque controforze il male; ma questo non prima di Cristo, è successo col sopravvenire della “bacatura” dei cervelli umani. Prima del Cristo non le chiamavano il male, le chiamavano le controforze.

fig 25.psd

I. In effetti il cinque è anche il numero della stella che rappresenta l’uomo…

Archiati: Sì, sì non sono soltanto le brigate rosse eh…

Lui dice: “il dodici non sono abituato a vederlo così…”

Chi ha fatto il VI capitolo del vangelo di Giovanni -siccome nel vangelo di Giovanni c’è tutto, il vangelo di Giovanni è la grammatica e la sintassi di tutto- conosce anche questa “disposizione”: (schema D) lo zodiaco… sono dodici elementi, ci mettiamo la Terra nel mezzo e ci mettiamo il nostro “omino”; quanti di questi dodici influssi l’uomo riceve direttamente? Sette. Le altre cinque forze sono oscure, sono controforze, perché gli arrivano intridendosi di tutti i determinismi della natura, della corporeità della Terra. Sono realtà queste. Voi ve lo immaginate un Cristo che gli dà la vista senza la Terra? Gli darebbe la metà delle forze di cui c’è bisogno, ma poi quella metà senza quell’altra metà non è nulla. Quindi un teologo che mi viene a dire: “ma non lo poteva fare senza sputare per terra?” non ha capito nulla di che cosa il Cristo qui rende percepibile, di quali realtà spirituali noi viviamo sempre.

fig 26.psd

I. A,llora gli apostoli sono sette forze contro cinque controforze?

Archiati: Prendi Giuda per esempio.

I. …e quindi ce ne stanno anche altri quattro?

Archiati: Perché no? Il problema ce l’hai soltanto se identifichi le controforze con il male,vedi?

Tra l’altro noi, ad esempio, i sette sensi superiori non li conosciamo.

La Scienza dello Spirito di Steiner ne parla minutamente… lo studio sui dodici sensi di Rudolf Steiner sarebbe uno studio di anni! Adesso è uscita anche una nuova edizione che ne parla: “Antroposofia, un frammento”. Io l’ho subito comprata e me la stavo leggendo, studiando, prima di venire qua.

I dodici sensi, una fenomenologia, e anche una fisiologia dei sensi, di una complessità tale che gli studi universitari che noi conosciamo sono rudimentali.

La scienza ordinaria conosce soltanto i cinque sensi: proprio i cinque che passano per la Terra, i cinque che sono intrisi di forze terrestri (la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto e il gusto). Sono proprio questi cinque, e la vista fa parte di essi. Immagini tu il Cristo che vuol darti le percezioni delle forze che spiritualmente costruiscono la vista, senza la Terra?

I1. Pietro, in italiano ci sono queste opere sui sensi?

I2. Sì c’è un’edizione di Marcello Carosi: “I dodici sensi dell’uomo” (Edizioni mediterranee).

Archiati: E’ approfondito?

I3. Sì, ma non è di Steiner.

Archiati: Steiner non ha un ciclo di conferenza sui sensi. Il volume… io non so se sono tradotti in italiano, io li ho in tedesco una, due, tre volte; siccome la mia prima Opera Omnia l’ho talmente scarabocchiata… poi avevo bisogno di pezzi, di conferenze singole. Per i viaggi che facevo mi dovevo portare una biblioteca, e allora tagliavo; poi mi sono comprato le nuove edizioni ecc… questo di cui sto dicendo adesso è l’O.O. 45, fondamentalissima però difficilissima, poi c’è l’O.O. 115 “L’antroposofia, la Psicosofia e la Pneumatosofia”; sono tre parti e in una di queste parti la fisiologia dei sensi è fondamentale. Poi ci sono conferenze singole -certe volte due conferenze- ma proprio belle nel contesto di un ciclo di conferenze; se metti insieme tutto saltano fuori quattro, cinque, sei volumi almeno, sui sensi.

9,6 - ...fece una poltiglia.. quindi poltiglia è proprio compenetrazione di terra e di acqua (compenetrate in modo che non si distinguono più).

... Pose sugli occhi - epecrisen (epecrisen) - epi – crizo: epi vuol dire sopra, quindi è l’elemento che celeste viene sulla Terra, e poi crizò è il Cristo!

Crizò è spalmare, massaggiare… meschiàch ve l’ho detto diverse volte… il Messia è meschiàch, è il participio di massà… massaggiare; meschiàch è il participio: l’unto.

Si unge con olio, non con aceto, perché l’olio è il distillato più puro delle forze dello spirito, quindi i sacerdoti (coloro che reggono il cammino religioso) ì profeti (coloro che si rivolgono verso il futuro) e i re (coloro che reggono le sorti sociali e politiche) venivano unti nel senso che veniva detto loro: “guarda che tu non sia mai che faccia valere pensieri, impulsi evolutivi tuoi o della Terra; sei chiamato ad essere il canale che porta giù sulla Terra le forze del Sole”.

Il Cristo è l’essere del Sole, quindi Lui non viene unto… è unto! Meschiàch.

Che bella immagine.

E chi lo unge? Chi ha fatto questo unto? Il Padre dei cieli. Tutte le forze dello Zodiaco. Il senso di questo dodici è il tredicesimo.

Il senso è l’Essere solare che li visita tutti per portare tutte queste forze sulla Terra… si muove. Quindi questo Essere Solare sempre in movimento è l’Unto. Lui è l’Unto. Perché viene unto dal Padre cosmico, espresso in dodici forze, e porta tutta la sapienza, tutto il calore -sapienza e amore- sulla Terra.

Quindi il Cristo che opera sulla Terra è l’Unto.

T’arrivano i greci e dicono: “qua dobbiamo tradurre Messia; il verbo per unto ce lo abbiamo” – crizo - spalmare, massaggiare, ungere. “Loro hanno il verbo e ce lo abbiamo anche noi; loro hanno usato il participio passato: l’Unto, Meschiàch, Cristos!… Oh mica siamo da meno degli ebrei noi, i Greci!”

La somma infinita della saggezza e dell’amore se opera sulla Terra, come opera?

- epecrisen - epecrisen - unse (epì-crizo è il verbo); unse, opera da Cristo.

In altre parole l’operare del Cristo è sempre un ungerci in qualche modo, massaggiare, a differenza di darti una botta o voler fare tutto in una volta.

Massaggio è proprio una forza che dapprima è estranea, e per farla entrare devi farlo accarezzando; non lo fai di botto, lo fai piano piano, perché chi è sotto deve ricevere… non c’è soltanto che lo infondi: lo deve ricevere.

E’ una bella immagine, una bellissima immagine: epecrisen (epecrisen) spalmare...

In questo epecrisen c’è il Cristo (crizo). Sopra… Lui viene da sopra, e porta giù sulla Terra… epi fania ( epi- fania); epi crizo (epì-crizo).

Questo spalmare avviene sempre! Sempre!

Se non ci fosse il Cristo spirituale, ma proprio reale, che spalma i nostri occhi con le Sue forze solari, potremmo mai vedere noi? Se non ci fosse il Sole, cosa vedremmo? Nulla. Quindi il Sole è la spalmatura che riceviamo continuamente… bello… bello!

Il Sole spalma i nostri occhi; cosa fa il Sole ai nostri occhi?

Credo che anche proprio fisiologicamente, o in termini di scienza naturale, non riusciremo a trovare un’immagine più bella, più calzante, scientificamente più calzante, che non l’immagine dello spalmare. Perché quali alternative ci sono?

La botta… oppure se fa a meno di spalmare non arriva. Quindi lo spalmare è il modo di reciproca compenetrazione più bello perché raggiunge l’effetto ma lascia liberi.

E’ un’interazione tra chi conferisce e chi riceve, e comprende anche il tempo, il passare del tempo; a spalmare ci vuole tempo, servono il contatto e il movimento…

Quindi ricuperare queste immagini, non a livello di sentimentalismi teologici, che le vanificano nel loro contenuto di scienza naturale, ma ricuperarle a livello di scienza spirituale e scienza naturale, è bello, è una cosa veramente molto bella… e scoprire che c’è nel vangelo! Proprio c’è nel vangelo… perché ti parla del fango e dello sputo senza problemi di sporcizia o di moralità religiosa.

Guarda che tu se vuoi vedere, vedere sempre meglio, devi prendere le forze della Terra, devi prendere le forze del Cristo - la Sua saliva, il Logos -, forze della Terra, forze del Logos (che si concentrano proprio nella saliva), devi farne una bella poltiglia in modo che siano una unità fra di loro, e poi spalmare; non uno schiaffo, non una botta: spalmare... sugli occhi. Gli spalmò il fango sugli occhi.

9,7 E gli disse: Upage (Upaghe), resta in evoluzione, continua ad evolverti. Naturalmente se traduciamo “và”, dice pochino no? La tua evoluzione consiste nel lavarti nella piscina.

Quando io guardo, mi aspetto dall’occhio che l’occhio mi renda oggettivamente ciò che guardo; per rendermi oggettivamente ciò che guardo, cosa deve far l’occhio? Deve diventare del tutto trasparente; deve rinunciare ad ogni tipo di autogoduria.

Gli animali non hanno la percezione come ce l’abbiamo noi: gli animali non sono capaci di oggettivare - ob-jectum - perché gli animali vivono l’operare delle cose che guardano dentro di loro, invece la percezione è il distacco assoluto. E il fatto che l’occhio umano consenta la percezione spassionata, oggettiva, per poi creare dal di dentro la reazione - pensiero, concetto - è perché questi nervi vitali che sono nell’occhio - anche nell’occhio ci vogliono nervi vitali, altrimenti l’occhio diventerebbe un cristallo morto - hanno un minimo di vita.

La differenza sostanziale, fisiologica, tra l’occhio dell’uomo e l’occhio dell’animale -queste sono cose che si studiano nella fisiologia dei sensi di Steiner- è che nell’occhio dell’uomo i nervi vitali e l’elemento vitale, quindi anche la parte di sangue, sono ridotti al minimo. Invece in ogni occhio di animale (soprattutto di animali superiori), vedrete che ci sono sempre componenti di sangue e di nervi vitali molto più forti; questo non permette all’animale di diventare del tutto oggettivo. La sua vita pulsa in ciò che fa.

I. Gli animali allora hanno un organo più minerale che non noi?

Archiati: No, più vitale, non minerale; il nostro è più minerale. Il nostro è del tutto, quasi del tutto… il più mineralizzato possibile.

I. Noi ci riferiamo solitamente alla vista, pensiamo anche agli altri cinque, vale anche per loro?

Archiati: Per i tre ossicini che hanno le tre angolature dello spazio nell’udito, vale lo stesso; sono molto più vitali nell’animale. Oppure prendete l’olfatto: il muso del cane è un organo di olfatto perfezionato al massimo.

Cosa è successo nell’uomo? Quale trasformazione dell’olfatto?

Darwin ha ragione per quanto riguarda le forme corporee, quindi è vero che la testa umana è una trasformazione ulteriore -passando per la scimmia- rispetto al cane. Cosa è avvenuto alla testa umana rispetto alla testa del cane? L’organo di percezione olfattiva si è trasformato in un organo di percezione a-percettiva; quindi il muso, dove tutti i nervi sono nervi olfattivi, allungati e specificati all’infinito con cui il cane annusa, e coglie con l’olfatto cose che noi non riusciremmo mai, nell’essere umano si è ridotto al minimo per far sorgere l’olfatto pensante. Quindi il rapporto tra percezione e pensiero è un livello superiore dell’olfatto. E per renderlo superiore bisogna che l’elemento olfattivo materiale venga atrofizzato enormemente e quindi ridotto al minimo rispetto al cane, e bisogna che il cervello invece, venga complessificato rispetto al cane.

Una cosa che Steiner dice è che la fisiologia tradizionale, siccome non ha elementi di conoscenza oltre a ciò che si vede materialmente, generalizza. Non conosce l’eterico, non conosce l’astrale, eccetera. Generalizza e tratta tutti i sensi come se fossero la vista. Anzi, tratta la vista come se fosse un tastare. Descrive la vista come se fosse un toccare la luce; invece è molto più complesso, è molto più complesso ciò che avviene quando noi vediamo qualcosa.

9,7 - Disse: “Vai, lavati nella piscina di Siloam”, che interpretato - ermhneutai (ermeneutai) - significa “inviato”.

Lui andò, si lavò e venne vedente.

Andò è l’andata dell’evoluzione, si lavò è l’incontro col Cristo, venne vedente è la seconda parte dell’evoluzione. All’andata siamo non vedenti, alla venuta siamo vedenti.

I. E la vasca di Siloè perché? E’ un nome proprio?

Archiati: Siloà è l’inviato. Inviato in greco è apostolos (apostolos); apo–stello significa inviare e “l’inviato” è apo-stolos. Quindi l’apostolo è l’inviato.

I dodici apostoli rappresentano tutti gli esseri umani.

Cosa vuol dire che l’essere umano è un inviato?

Il Figlio è l’inviato, e nel Figlio ogni essere umano è l’inviato. Significa che il Padreterno, il Padre che invia, ha deciso di non far tutto Lui; perché se avesse deciso di far tutto lui non avrebbe un inviato. Quindi il mistero del Padre che invia il Figlio, è il mistero della natura, il cui senso, il cui decreto primigenio è di far posto alla libertà. Quindi la piscina che ti lava è prendere a coscienza di essere l’inviato della divinità nella Terra. L’inviato è l’ambasciatore, il rappresentante.

In altre parole, a chi vuole sulla Terra avere accesso al Padre dei Cieli - al divino - si dice: “guarda che l’accesso al Padre dei Cieli è attraverso il suo inviato”; l’accesso alla natura è attraverso la libertà; chi non capisce la libertà non capisce la natura.

Il Cristo in me è l’inviato in me; l’inviato che sono Io. E se non vivo da inviato, non sono.

Quindi la piscina, le acque che ci rendono vedenti, la facoltà che ci fa vedere la realtà del mondo è la coscienza del fatto di essere “inviato”, apostolo. Rappresentanti dell’umanità.

L’inviato dipende in tutto e per tutto da chi lo invia?

Il mistero dell’inviato è che è proprio, diciamo, il modo più bello di mettere insieme tutte e due le polarità; l’inviato si deve attenere, naturalmente, a chi lo invia; però se chi lo invia non si fida di lui oppure se non capisce l’ambasciata e quindi se ci fosse da specificarla o da adattarla non lo saprebbe fare, non è l’ambasciatore; quindi si presuppone un rapporto di sintonia tale e di fiducia tale che ci sia la fedeltà totale (“Io sono venuto per fare la volontà del Padre mio; tutte le cose che dico sono le cose che ho sentito dal Padre mio; vi racconto le cose che ho visto dal Padre mio”). Quindi in questo concetto di apostolos, il Figlio che è mandato dal Padre, c’è da un lato la consonanza assoluta tra natura e libertà, e dall’altro l’autonomia della libertà: tutti e due. Perché se l’inviato non potesse dire altro che ciò che gli ha detto colui che l’ha inviato, non soltanto nel contenuto, ma anche nel modo, allora direbbe: “fallo te!”. Quindi l’inviare presuppone - lo dico in parole mie - una sintonia di contenuto ma anche un’autonomia nel “come”, e a seconda dei posti, eccetera… si capisce?

Lo svolgimento, l’attuazione, deve saperli lui - l’inviato - , a seconda dei posti, a seconda dei popoli, a seconda degli stadi evolutivi.

Quindi in queste parole “l’apostolo” o “il Padre ha mandato il Figlio” che nei duemila anni passati, quella che ho chiamato l’infanzia del Cristianesimo, sono stati presi dal lato del sentimento, se ne è fatto un po’ di confusione. Adesso vi rendete conto -di nuovo ci siamo!- che sviscerati con un minimo di pulizia scientifica sono immagini calzanti. Sono scientifiche; sono molto belle; sono giuste! Trovatemi voi una metafora più calzante, più ben inventata, che quella dell’apostolo, dell’ambasciatore. Trovatemene una, perché se c’è, vi dico: “ Ah, quella è ancora migliore!”… vedrete che non la troverete.

Allora vediamo cosa vive qui; che quesiti ci sono… chi comincia?

I. Ho sentito parlare di Io superiore, Io inferiore, Io ordinario, mi sembra anche Io dell’anima; non ho le idee chiare…

Archiati: Quando uno non ha le idee chiare, l’unico sbaglio è quello di aspettarsi che un altro gliele chiarisca…

I. In questo caso ad un Io pensante cosa conviene fare?

Archiati: …a un Io pensante cosa conviene fare?!!

Se non ti dò la risposta io, tu non la sai?

I. …non vorrei aspettare fino all’estate prossima…

Archiati: …a pensare? Allora pensa subito!!!

Ripeti la tua domanda scusa… è gustosa la domanda: cosa conviene fare ad un Io pensante…

I. …oltre che pensare, se non ci arriva da solo.

Archiati: No, pensare vuol dire arrivarci da solo!

Tu dici non è facile, perché tu vorresti arrivarci da solo a capire tutto all’improvviso.

I. Sarebbe bello.

Archiati: No, ti sbagli di grosso! Questa non è una bella pensata; perché se tu arrivassi di botto a capire tutto, per prima cosa ti renderesti di botto indigeribile a tutti gli esseri umani che non ne vorrebbero sapere niente di te -e non mi dire che sarebbe meglio- e secondo ti toccherebbe scappare via da questa Terra, che sono una massa di imbecilli, e te sapresti tutto. E mi dici che sarebbe bello? Vedi? Hai detto qualcosa senza averlo pensato. Io ti ho detto: tu pensi che pensare significa, di botto, capire tutto? E tu hai detto sarebbe bello. C’hai riflettuto prima di dire sarebbe bello?

I. …no.

Archiati: …eh, difatti.

Altre domande?

I1. …mo’ c’è penso…

I2: Io ho trovato in Steiner che non ci sono nervi motori; io ho cercato in tutte le fisiologie accademiche e non sono riuscito a comprendere ancora questa affermazione.

Archiati: E’ semplicissima. E’ semplicissima l’affermazione: questo è un bell’esempio di ignoranza della scienza tracotante. Ma è ignorante nel senso di nesciente, perché ignora tutto quello che và oltre ciò che viene percepito sensibilmente.

Questa affermazione, se uno la prende come porta d’entrata in tutta la fisiologia dei sensi, in tutta la biologia del settenario vitale, eccetera, è importantissima.

La fisiologia, la scienza naturale, normale, dice che ci sono due tipi di nervi fondamentali: i nervi sensori, che servono alla percezione del senso (sensibile); quindi il nervo olfattivo, il nervo ottico… sono nervi per percepire... sensori, e poi nervi motori.

Se uno fosse già un pochino più avanti, direbbe: cosa ci stanno a fare i muscoli se sono i nervi a muovere?

I. Trasmettono ai muscoli l’impulso a muoversi.

Archiati: Trasmettono ai muscoli l’impulso a muoversi!

Il nervo trasmette al muscolo l’impulso?

Steiner invece dice: no, la lettura è sbagliata. Tutti i nervi sono sensori; non ci sono nervi motori. Ci sono cinque tipi di nervi - o se volete sette -… il cinque e il sette. Collocare dove sono i cinque, dove sono i sette, è una cosa molto complessa… Comunque supponiamo che ci siano cinque nervi sensori per percepire il mondo esterno; i cosiddetti nervi motori sono nervi sensori del proprio movimento. Quindi sono nervi percettivi. Tutti i nervi sono per la sensazione, per il sensibile. Quindi il compito fisiologico di tutti i tipi di nervi è di darmi una sensazione; un’esperienza di senso. Se il cosiddetto nervo motorio mi serve a percepire, ad avere una sensazione dei movimenti delle mie viscere quando digerisco, dei movimenti dei miei muscoli quando cammino, del mio senso vitale, che mi dà la percezione della stanchezza o della vitalità, eccetera, allora resta la domanda: se ogni tipo di nervi è sensorio -mai motorio- chi muove il corpo?

Direttamente lo spirito! Ed è lì che la scienza naturale che non conosce lo spirito proprio fallisce! Fallisce proprio. Perché se sono i nervi a muovermi, è una falsità dire: io mi muovo. Non c’è l’Io.

La scienza arriva a dire: “l’Io è una parola di convenzione per riassumere una complessità di fattori; siccome non sarebbe scientifico doverli elencare ogni volta tutti quanti, usiamo la parola Io! Ma non è una realtà; è soltanto una parola che riassume delle realtà”.

Però questa affermazione, mostrarla fisiologicamente, questo sì che è interessante… e fa vedere come sballa la scienza naturale, sballa, quando ti interpreta il motorio come provocato dai nervi.

I. Ma lo spirito utilizza il cervello?

Archiati: Tutti i nervi fanno capo al cervello; quindi lo spirito si serve del cervello per la percezione. Ma se serve per la percezione, ogni uso del cervello è sensorio, non motorio; è conoscitivo, non volitivo. Il volitivo è la polarità opposta. Dove si tratta di conoscere devo sospendermi io e devo aver la possibilità di percepire oggettivamente il reale.

Come lo percepisco? Con i nervi di senso. La porta è il senso e poi i nervi mi portano al cervello. Ogni organo di senso è una porta: prendete l’orecchio, questi tre ossicini -soprattutto la tromba di Eustachio- è una porta… questa vibrazione dell’aria, chi la porta al cervello? Il nervo sensorio. E portandola al cervello, il cervello mi dà la possibilità di conoscerla: funzione conoscitiva.

La decisione di fare qualcosa è opposta, è la funzione biologica, fisiologica, opposta; quindi non la può svolgere il nervo. Il movimento non lo può fare la materia che fa l’opposto. La materia nervea, nervina, è per percepire; non per agire. Percepire ed agire sono l’opposto l’uno dell’altro. Percepire significa sospendere me stesso e permettere alla realtà di arrivare fino al cervello, in modo tale da creare immagini: è questa la funzione dei nervi, dei sensi, dei nervi e del cervello. Sensi… la realtà esterna - sensi è la soglia, il senso è la soglia tra il mondo esterno e il mondo interno - passa questa soglia, attraverso i nervi arriva fino al cervello, e attraverso la congiunzione col cervello sorgono le immagini, le rappresentazioni. Questo è il processo conoscitivo. Non posso attribuire ai nervi l’attività opposta che è quella di muovere!

I1. Che succede quando una persona, magari in seguito ad un caduta, si paralizza e non si può muovere ed è ancora perfettamente in grado di pensare e di volere?

Archiati: Quindi vedi che sono due cose diverse, opposte l’una all’altra, che l’una non ha nulla a che fare con l’altra? Allora, quando il movimento, ogni tipo di movimento, si sospende, è perché anche l’altro fenomeno biologico, si sospende, e cioè il fenomeno biologico di agire. Il fenomeno biologico di agire avviene attraverso l’interazione tra lo spirito e il sangue. L’Io ha un’intuizione morale di qualcosa che vuole fare: “voglio andare là”; come muove il corpo?

L’Io è un essere spirituale; come diventa il fatto biologico di muoversi?

Questa volontà di movimento intride tutto il sangue; proprio vi si rispecchia… il sangue ne è il ricettacolo diretto, ma nervo e sangue sono biologicamente polari. Nervo e sangue sono la polarità biologica fondamentale.

Al nervo devo attribuire tutto ciò che è di percezione, di conoscenza del mondo che diventa in me rappresentazione, e al sangue attribuisco tutto ciò che è di volontà. Dal sangue passa nel muscolo e col muscolo si muove. In questo movimento di volere qualcosa nel mio spirito e nel mio corpo astrale, passarlo nell’eterico attraverso il sangue e farlo eseguire dal muscolo, il nervo non c’entra nulla! Tanto è vero che tu dicevi… cosa dicevi?

I1. No, io stavo ponendo questa domanda: quando una persona ad esempio cade e succede qualcosa per cui si paralizza la parte inferiore del corpo completamente; però la testa e la sua capacità intellettiva e di volere rimango tali…

Archiati: Quindi tutti i fenomeni motori non hanno nulla a che fare con i fenomeni sensori, vedi? E’ proprio questo che stai dicendo.

I2. Non sensori, conoscitivi

Archiati: Conoscitivi e sensori è lo stesso. Lei ha detto “il fenomeno motorio è rotto e questo non comporta che il fenomeno sensorio sia rotto”; questo sta dicendo.

I2. No. Lei ha detto “il fenomeno motorio è rotto però la sua capacità pensante è intatta”.

Archiati: Cosa sto dicendo? Ti sto dicendo che anche se il fenomeno motorio è rotto, quello sensorio non lo è. Che altro sto dicendo? Il che significa: sono due realtà biologiche indipendenti.

I3. Ma allora che succede? Cos’è che impedisce ad una persona di camminare?

Archiati: Il suo corpo astrale non afferra più il sangue. Ha terminato di afferrare il sangue; ma il nervo non c’entra nulla.

I4. Quindi una possibilità di cura potrebbe essere nel reintegrare il suo corpo astrale…

Archiati: Certo, soltanto lì. La domanda è soltanto: cosa si può fare a questo Io, a questo corpo astrale in modo da ridargli la capacità di afferrare il sangue?

Ma se tu pensi che sia un problema di nervo, di fenomeni sensori, sballi completamente; tanto è vero che lui il fenomeno sensorio ce l’ha intatto… lo dici! Quindi lì non c’è nulla da fare. Allora la polarità biologica fondamentale - perché si tratta di una polarità, cioè sono forze e controforze - è tra il nervo (e la somma del fenomeno nervo è il cervello) e l’altra realtà fondamentale che è il sangue (e il fenomeno primigenio del fenomeno sangue è il cuore).

Quindi la polarità biologica dell’essere umano è cervello e cuore. Tanto è vero che parliamo sempre di pensare e amare, però pensare e amare hanno due fondamenti biologici polarmente opposti.

I5. …ecco perché nei movimenti aumenta le pulsazioni…

Archiati: Eh certo, aumenta le pulsazioni…eh, me pare. Ti cambia i nervi? No, no; mette un pochino più di sangue nei nervi e quindi offusca, almeno minimamente, l’elemento conoscitivo… però il problema è questo, perché c’è un’esuberanza di attività sanguigna.

I6. Quando c’è una paralisi di tutti gli arti in seguito ad un incidente stradale; in genere si associa all’impossibilità motoria anche una mancanza di percezione delle sensazioni del corpo…

Archiati: …vedi? Vedi che non ci sono sensi motori, ma sono tutti sensi percettori?

I6. La scienza dice che c’è una lesione sia dei centri del midollare, sia della parte sensitiva sia di quella motrice.

Archiati: Perché si pensa che siano due cose diverse, invece non ci sono nervi motori. Vedi che questo reperto che tu stai descrivendo - è il campo tuo no? - è la conferma di quello che io ho detto. Perché se ci fossero nervi di natura motoria, non potrebbe essere come dici tu.

I6. Però nella poliomielite, per esempio, in cui c’è una lesione solo delle parti anteriori del midollo, rimane intatta la sensibilità tattile, dolorifica, eccetera, mentre invece c’è impossibilità al movimento. Qui la scienza dice: allora sono lese solo le cellule motrici del midollo, perché distingue il cervello dal midollo…

Archiati: Ma ti convince che lo sbaglio di fondo è proprio quello di non cogliere la vera polarità che è quella di nervo e di sangue -cervello e cuore- per cui in questa realtà del nervo e del cervello la scienza ci mette dentro tutti e due. Fa come se la realtà del nervo e del cervello sia responsabile anche per il movimento e questo è falso; e questo è falso… Perché tutti i fenomeni che tu hai descritto si spiegano molto meglio - e in modo più pulito - mostrando l’indipendenza di questi due; perché se il motorio fosse dipendente dal nervo, tutto ciò che avviene nei nervi, dovrebbe avvenire anche in tutto l’elemento motorio: e questo non è vero.

Tanti fenomeni ti dimostrano che avvengono un sacco di cose dal lato della percezione, ma il motorio resta intatto. Oppure l’elemento motorio è compromesso e resta intatto quello sensitivo. Vedi che c’è un errore di interpretazione dei fenomeni? C’è un errore di interpretazione… ma chiarissimo. Tutti i fenomeni che voi dalla vostra prassi portate come esempi sono una conferma di questo.

I7. Nel caso del coma che succede?

Archiati: Cos’è il coma?

I6. Beh… dipende dal tipo di coma; coma profondo è un essere…

Archiati: Vedi? Ti distingue coma da coma… senti? Quindi c’è coma e coma.

I6. …nel coma profondo l’essere non reagisce a nessuno stimolo e non…

Archiati: Il che significa che non c’è un funzionare normale del cervello con i nervi, e che non c’è un funzionare normale del cuore e del sangue.

I8. Non potrebbe essere un diverso distaccamento del corpo dallo spirito…?

Archiati: …ma quando l’elettrocardiogramma del cervello è piatto - è una discussione anche nell’etica che adesso diventa sempre più importante - è morto?

(Il pubblico dice no)

Cosa ci resta?

I9. C’è il cuore.

Archiati: Ah, è un’altra cosa il cuore? Vedi? Confermi che sono due istanze polarmente opposte.

I1. Ma è la scienza che prende gli organi perché dice che il cervello é morto.

Archiati: Quindi l’umanità, diventata così cerebrale, astratta, vede l’essenza dell’uomo nel cervello, perché disattende il cuore, il vitale… proprio questo, proprio questo… e dice: quando è via la coscienza ordinaria non resta più nulla dell’uomo. Dell’Io superiore, dello spirito, dell’astralità, dell’anima eccetera, non c’è nessuna idea. Perché cosa manca quando l’elettrocardiogramma del cervello è piatto?

I1. Manca la coscienza…

Archiati: Manca l’attività dei nervi sensori… e loro ti dicono: “manca tutto l’uomo”: morto!

I6. Ma non è possibile, perché per fare il trapianto il cuore deve ancora funzionare, perché altrimenti…

Archiati: E chi è che fa funzionare il cuore?

I1. Lo spirito abbiamo detto…

Archiati: Sì, ma la scienza cosa ti dice?

I1 Il cervello.

Archiati: Ma è piatto il coso!!! L’elettrocardiogramma delle funzioni del cervello dice: piatto!

I1. E loro dicono è morto!

Archiati: Loro ti dicono è morto, però il cuore continua a funzionare, e io gli sto chiedendo: chi fa funzionare il cuore? Che risposta ti dà la scienza?

Non ce l’ha la risposta. Non ce l’ha la risposta. E siccome non c’è la risposta, perché non sa cosa è rimasto, gli conviene dire: non c’è rimasto più nulla, e quindi far come se non fosse rimasto più nulla.

I1. …e gli prendono gli organi mentre è ancora vivo!

Archiati: Eh, certo; altrimenti metti un frammento di morte nell’altro. Se gli organi valgono, vuol dire che è ancora vivo; perché lo chiamano morto?!

E’ un barare su tutta la linea! Lo definiscono morto in modo da prendergli gli organi vivi e trapiantarli in un altro.

I1. E’ morto per legge! Per decreto sanitario.

Archiati: Eh, prendete atto che stiamo risolvendo tutti i problemi del mondo… (ilarità in sala)

I10. Approfitto per fare una raffica di domande.

Archiati: Ce la godremo.

I10. Ho appreso che en arch (en archè) ha valore di stato in luogo, non tanto di temporalità, però il greco antico avrebbe detto en archè anche se voleva dire “all’inizio” perché la particella en sarebbe rimasta uguale, quindi non è tanto una traduzione grammaticale ma, diciamo così, un’impostazione, una decisione.

Secondo: abbiamo appreso ieri che ad un certo punto, il Cristo dice: “Io sono il principio”. Ma proprio nella prima riga del vangelo c’è scritto: “ Nel principio era il Logos”; ora il Logos non è il principio, ma è una parte del principio?

Alla svolta tutte le gerarchie si sono divise; allora hanno una libertà?

O solo l’uomo ce l’ha?

Quarto ed ultimo…

Archiati: …avrei una domanda io: …ma il nostro incontro finisce oggi o fra tre giorni?

(ilarità in sala)

I10. …dal passaggio di Giuda a Sant’Agostino…

Archiati: …Oh, manco questa mi lasciate passare, io l’avevo usata per chi era intervenuto ieri sera, casomai gli servisse… te non me ne lasci passare una…

I10. …dal passaggio di Giuda a Sant’Agostino possiamo percepire il disegno della bontà infinità di Dio. Ma Giuda, prima di essere Giuda, sarà stato qualcun altro; e nel passato di questo qualcun altro, vediamo ancora la bontà di Dio?

Archiati: …pensi che ci sia stato un frammento di tempo senza la bontà di Dio?

Lo vuoi far sparire ‘sto Dio?

I10. Intendevo che mentre nel passaggio da Giuda a Sant’Agostino vedo la bontà che fa riscattare una situazione precedente, nel passaggio di chi era Giuda prima a Giuda… questo passaggio lo vedo quasi punitivo.

Archiati: …perché? Perché? Prima di tutto non mi hai detto se sai o chi pensi che sia stato il Giuda prima…

I10. Non lo so..

Archiati: E allora come fai a sapere di che natura è il passaggio? Se non hai la minima idea da che cosa è passato, non hai la minima idea del passaggio.

Supponiamo che Giuda sia stato il Giuda Maccabeo dell’Antico Testamento, va bene? Io ieri sera non ho detto: “Giuda è diventato Agostino!” Non vi vendo dogmi. Dico: supponiamo, vediamo cosa salta fuori. Allora supponiamo che questo Giuda, sia stato chiamato Giuda… tra l’altro c’è un accenno nel mio libretto su Giuda che lui viene da Giuda Maccabeo… Se tu studi tutta la vicenda di Giuda Maccabeo, il modo in cui lui si è alleato con i romani e combatte contro i greci (ai tempi di Aristofane, eccetera) dici: ma guarda, da questo Giuda Maccabeo qua alla svolta abbiamo il Giuda Iscariota (Is-cariot; is vuol dire da…da cariot: il significato di questo nome è un poema!)… e prima era Giuda Maccabeo.

Gli mancava -a Giuda Maccabeo- di arrivare fino in fondo (vedi schema), perché tu la svolta la puoi fare soltanto quando sei in fondo.

Devi conoscere il più possibile -e l’Antico Testamento ti dà tanti elementi, ma dovresti studiarli in ebraico, guardandoti bene tutti i manoscritti- …supponiamo che tu abbia fatto questo studio, e conosca abbastanza bene il fenomeno Giuda Maccabeo… ti accorgerai della dovizia della bontà divina che ha dato a questo spirito la possibilità di arrivare fino in fondo, altrimenti la svolta non si può compiere.

Lui lo può mai far da solo? No, nessun uomo può far da solo. Qua è la svolta!

Più giù non si va! Te lo dice la teologia: peggio di Giuda non c’è.

Allora, se peggio non c’è… eccolo qua! Agostino! (lo segna nello schema).

fig 27.psd

Trovami qualcosa di meglio.

E’ reso comprensibile il fenomeno?

I10. Sì, sì… non avevo ipotizzato questa possibilità…

I11. Ognuno di noi deve quindi arrivare fino in fondo e risalire?

Archiati: …hai l’impressione di non esserci ancora arrivata?

(ilarità in sala)

Uno gli dice: “il senso dell’evoluzione è che ognuno di noi deve diventare il più egoista possibile, perché soltanto così può risalire”, e lei dice: “io non sono ancora egoista abbastanza… voglio diventare ancora un po’ più egoista!”

Non esistono esseri umani che sono in fondo e altri che non sono in fondo; esistono soltanto esseri umani che sanno di essere in fondo ed esseri umani che non sanno di essere in fondo.

Altre categorie non esistono.

E se tu pensi di non essere in fondo, è perché non ti sei ancora accorta di esserci… faccio per dire eh? Non prenderla personalmente… fila il discorso però? Cioè dopo la svolta, dopo l’evento del Cristo, ogni essere umano è in fondo, altrimenti il Cristo verrebbe a redimere chi ancora non ne ha bisogno; anzi chi ancora dovrebbe aspettare prima di essere redento, che è un assurdo.

Quindi l’affermazione della redenzione dell’incarnazione del Logos è: gli esseri umani peggio di così non possono essere (tutti però, sennò dovrebbe aspettare). Peggio…

Le altre tue domande…ti concediamo di pensare qualcosa anche te, eh?

O volevi che pensassi soltanto io al posto tuo?

I10.…speravo…(ilarità in sala)

No, io sono arrivato in fondo, ma sono in buona fede…

Archiati: …è fede o speranza? Hai detto che speravi? Che tipo di speranza è questa, che speravi che pensassi io al posto tuo?

I10. … Non sono arrivato così in fondo…

Archiati: …allora arrivaci!

Grazie a tutti e di nuovo buone giornate, soprattutto un buon inizio del nuovo anno, e ci vedremo l’ultima settimana di Agosto… chissà dove?

Vi verrà comunicato…

Grazie a tutti.