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Testo originale tedesco:

Mensch und Maschine

(Archiati Verlag e K., Bad Liebenzell )

Traduzione di Giusi Graziuso

Revisione di Pietro Archiati

PD

L’editore e il redattore non esercitano diritti

sui testi di Rudolf Steiner qui stampati.

Archiati Verlag e. k. - Bad Liebenzell

ISBN 3-938650-53-2

www.liberaconoscenza.it

Rudolf Steiner

L’uomo e la tecnica

Il ruolo della macchina
nell’evoluzione dell’uomo

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Indice

Prefazione di Pietro Archiati

L’uomo e la tecnica

• La scienza dello spirito orientata antroposoficamente iniza laddove le scienze naturali incontrano il proprio limite – e conduce all’esperienza del pensare che plasma indipendentemente dal corpo

• Il libero sviluppo del volere conduce all’esperienza dello spirito, che è immortale

• Con la coscienza veggente si indaga lo spirituale come realtà concreta

• L’uomo come microcosmo è il ricordo incarnato dell’evoluzione cosmica

• Solo l’esperienza concreta può fornire la certezza che qualcosa è una realtà oggettiva

• Le scienze naturali moderne hanno prodotto nell’uomo una costituzione animica più cosciente, completamente nuova

• Dal semplice osservare l’uomo è passato al più trasparente sperimentare con la natura

• La tecnica è un nuovo inizio: nella macchina è contenuto solo spirito umano, essa è una realtà in sé compiuta, completamente trasparente

• Della filosofia antica non è rimasto che il pragmatismo occidentale, il quale dice che solo quanto è realizzabile è vero e reale – a meno che non si compia un nuovo inizio nel puro spirituale

• Anche nel sociale solo la pura spiritualità umana può avvicinare gli esseri umani gli uni agli altri

• L’esperienza della realtà dello spirito nell’uomo dà fiducia per il futuro

Dibattito

Appendice

A proposito di Rudolf Steiner

Prefazione

La presente conferenza fu tenuta agli studenti della Scuola Tecnica Superiore di Stoccarda con il titolo “Scienza dello spirito, scienze naturali e tecnica”. Per Steiner si trattava di una serata particolare: anche lui proveniva da studi tecnici, come gli studenti ai quali parlava.

La tecnica ha compiuto grandi progressi nell’ultimo secolo, soprattutto per quanto riguarda la genetica e l’informatica. Ma una cosa è quel che diventa fattibile per l’uomo, un’altra ancora è cosa con ciò si fa dell’uomo, che tipo di uomo ne deriva. Nella sua conferenza Rudolf Steiner pone l’uomo in primo piano. Egli approfondisce la domanda: che ruolo ha l’epoca tecnologica nell’evoluzione dell’uomo in quanto essere dotato di anima e spirito? Egli descrive il rapporto dell’uomo con la tecnica quale via moderna verso lo spirito. La macchina è spirito umano oggettivato, in essa non vi sono residui di un qualche spirito extraumano – sia esso uno spirito operante nella natura o uno spirito puramente divino. Qui l’individuo può, attraverso l’autoriflessione, vivere al meglio l’esperienza dello spirito umano creatore.

Vista così, questa conferenza è ancora più attuale oggi di allora, il suo significato rimane unico all’interno della scienza dello spirito. Certo, da quel tempo la tecnica ha ampliato molto il fattibile. Ma per tanti uomini, molto più importante di ciò sta diventando la questione di cosa l’uomo fa o può fare di sé in quanto spirito, proprio grazie alla moderna coscienza tecnologica.

Il 6 agosto 1922 Steiner ebbe occasione di dire parole di fuoco sul significato particolare di questa conferenza.

Qualche tempo fa ... ho tenuto una conferenza sulla scienza dello spirito e le scienze tecniche presso la Scuola Tecnica Superiore di Stoccarda, per mostrare come, proprio immergendosi nella tecnica, l’uomo sviluppi quella configurazione della sua vita animica che poi lo rende libero. Grazie al fatto di sperimentare nel mondo meccanico tutta la spiritualità come annullata, egli riceve la spinta – proprio entro il mondo delle macchine –, ad attingere la spiritualità dalla sua stessa interiorità, tramite un’attività interiore. E chi oggi comprende il posto che la macchina occupa nella nostra civiltà, deve dire a se stesso: Questa macchina, con la sua impertinente trasparenza, con la sua brutale, orribile, demoniaca mancanza di spirito, costringe l’uomo, se solo comprende se stesso, a far nascere dal suo intimo quei germi di spiritualità che sono in lui. Facendo da controforza, la macchina costringe l’uomo a sviluppare vita spirituale. Come ho potuto vedere dall’esito sortito, ciò che ho voluto dire quella volta non è stato compreso da nessuno.

Nel dibattito alla fine della conferenza Steiner afferma che il pensare, cioè l’uomo in quanto spirito, non può mai essere strumentalizzato per qualcosa d’altro, ma è fine a se stesso. Il pensiero non ha lo scopo di conoscere o dominare sempre meglio la natura, il mondo extraumano. Poiché il pensare fa dell’uomo uno spirito, questi si pone come spirito pensante sempre alla meta, al culmine di ogni evoluzione. Il pensiero non può servire a qualcosa di più alto o di più bello – il pensare stesso è quanto di più sublime, di più bello e moralmente buono vi sia.

La tecnica, la convivenza dell’uomo col mondo delle macchine da lui creato come una seconda natura, porta a una separazione degli spiriti, al bivio ultimo lungo l’evoluzione della libertà. Ognuno deve d’ora in poi fare una scelta radicale senza via di ritorno: o tralascia di far continuare ad evolvere il suo spirito pensante usando il pensiero come strumento per delegare sempre più potere alle sue macchine (facendosi sempre più impotente nei loro confronti), oppure vede nella macchina puro spirito umano cristallizzato e si ravvede nel suo pensare per vivere da spirito creatore in un mondo di spiriti. L’uomo fa l’esperienza dello spirito quale realtà suprema quando vi ravvisa l’origine prima e il fine ultimo di tutta l’evoluzione – e tutto quello che c’è “tra l’inizio e la fine” come espressione dello spirito che si avvale della peripezia per il mondo per tornare a sé sempre più cosciente e creatore.

Pietro Archiati

L’uomo e la tecnica

Stoccarda, 17 giugno 1920

Carissimi uditori! Colleghi studenti!

Se oggi tenterò di illustrarvi qualcosa di quella sfera che da una serie di anni chiamo scienza dello spirito orientata antroposoficamente, ciò avviene nella consapevolezza che questa sera, in una sorta di prima conferenza, potrò dare solo alcuni stimoli, senza illudermi assolutamente che la mia esposizione susciti istantaneamente una qualsiasi convinzione.

Ma forse, nel dibattito seguente la descrizione generale che mi sarà possibile presentarvi, potranno essere soddisfatti desideri particolari, potranno sorgere domande specifiche.

Per non prolungare troppo il tempo a disposizione, vorrei subito addentrarmi in ciò che è innanzitutto importante, e cioè caratterizzare quello che in realtà vuole essere la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico.

Essa si differenzia da quanto normalmente si chiama scienza tramite il metodo della sua indagine. Ed è convinta che proprio una volontà seria e onesta, portata avanti con coerenza nella scienza moderna, debba necessariamente condurre a quel metodo.

Vorrei parlarvi in modo assolutamente scientifico – io stesso provengo, in verità, non da qualche concezione teologica, non da concezioni del mondo o filosofie nel senso in cui normalmente le si pratica: io stesso provengo da studi tecnici.

E da quegli stessi studi tecnici questa scienza dello spirito mi si è mostrata come una necessità del nostro periodo di sviluppo storico.

Perciò questa sera sono particolarmente felice di poter parlare proprio a voi.

Se ci occupiamo di scienze naturali, la prima cosa che abbiamo dinanzi, nel senso del pensiero attuale, è quel che si dispiega intorno a noi come il mondo dei fatti sensibili. Poi, osservando adeguatamente questi fatti sensibili, utilizziamo il nostro pensiero, il nostro pensiero addestrato metodicamente, per trovare delle leggi. Cerchiamo quelle che siamo abituati a chiamare leggi naturali, leggi storiche e così via.

Ora, un tale modo di porsi di fronte al mondo non è assolutamente qualcosa che la scienza dello spirito rifiuta: essa vuole, invece, collocarsi proprio sul saldo terreno di questa ricerca. Ma si pone su questo saldo terreno muovendo, oserei dire, dal punto di vista della vita umana stessa.

Proprio nell’affrontare seriamente la ricerca scientifico-naturale, la scienza dello spirito giunge a quel confine della conoscenza naturale che anche il naturalista avveduto ammette senza riserve. E, in relazione alle possibilità delle scienze naturali, essa si trova sullo stesso terreno di quanti dicono: “Nel sistematizzare i fatti esteriori con metodo scientifico ci spingiamo solo fino ad un certo grado, ma se rimaniamo sul terreno della ricerca scientifico-naturale non possiamo superare un determinato confine.”

E quando si è raggiunto ciò che si cerca nella vita ordinaria, e nella scienza ordinaria, proprio a quel punto inizia quello che vuole la scienza dello spirito qui intesa.

Nel comprendere con il pensiero i fatti che ci circondano, giungiamo a determinati concetti-limite – ve ne cito solo alcuni, non importa ora se li si intende come semplici funzioni o come realtà –, giungiamo a concetti-limite come quello di atomi, di materia. Perlomeno operiamo con essi, anche se non vi ricerchiamo entità demoniache retrostanti.

Questi concetti-limite, queste rappresentazioni-limite, che ci vengono incontro in modo del tutto particolare anche quando percorriamo i campi delle scienze naturali fondamentali per la tecnica, sono, in un certo senso, delle pietre miliari. E, se si vuole restare entro la scienza comune, ci si arresta proprio davanti a questi pilastri di confine.

Ma per lo scienziato dello spirito, così come lo intendo qui, il vero lavoro comincia proprio di fronte a questi pilastri di confine.

Il fatto è che il ricercatore dello spirito giunge, con quella che io chiamo – e vi prego di non lasciarvi urtare dalla parola, è un’espressione tecnica come tutte le altre – “meditazione”, ad una certa lotta interiore, ad una lotta interiore che nasce dal vivere con questi concetti, più o meno con tutti i concetti-limite delle scienze naturali. E questa lotta interiore non rimane infruttuosa per lui.

A questo proposito, miei cari ascoltatori, devo ricordare un uomo che insegnò in questa città, in questa Scuola Superiore, nella seconda metà del secolo scorso, e che sempre sottolineava questa lotta nella quale l’uomo si trova quando giunge al limite della scienza comune. Si tratta di Friedrich Theodor Vischer, il quale sapeva qualcosa di quel che l’uomo può sperimentare quando si avvicina ai concetti di materia, atomi, leggi naturali, forza e così via.

Ciò che intendo non consiste in un atto simile al rimuginare, ma piuttosto nel chiederci entro l’interiorità dell’anima nostra che cosa ci ha condotto a questi concetti – di modo che noi tentiamo di vivere “meditativamente” con essi.

Cosa significa questo, in realtà? Significa far sorgere in sé la disciplina interiore che sa volgere lo sguardo, così come altrimenti si fa per gli oggetti esteriori, verso ciò che si trova nell’anima quando si giunge ad un tale concetto limite – potrei nominarvene molti altri rispetto a quelli che ho appena citato.

Quando poi, astraendo da ogni altra esperienza, si cerca di concentrare rigorosamente su tali concetti l’intera gamma delle forze animiche, si fa una scoperta tutta interiore.

E questa intima scoperta ha qualcosa di sconvolgente. Essa ci mostra, infatti, che a partire da un certo punto della vita – della vita interiore – i nostri concetti diventano qualcosa che cresce di forza propria nella nostra anima, qualcosa che, a seguito di un siffatto lavoro meditativo interiore, si comporta diversamente rispetto a come si presenta se lo prendiamo solo come risultato dell’osservazione esteriore.

Come nel bambino in crescita osserviamo il differenziarsi di certi organi, apparsi dapprima più indifferenziati, come vediamo in lui crescere gli organi, così nel dedicarci meditativamente ai risultati dell’esperienza scientifica sentiamo che ha luogo una sorta di crescita interiore dell’anima.

Allora arriva la cosa sconvolgente, il dirsi: non è tramite la speculazione, tramite la filosofia speculativa che si procede oltre in quel che viene chiamato il “confine della conoscenza della natura”, bensì attraverso l’esperienza diretta – attraverso il trasformare quello che si è acquisito con il pensare nell’esperienza interiore di una visione diretta.

Questa, cari ascoltatori, è la prima parte di quel che si compie. Occorre comprendere come il metodo cambi completamente e, dal punto di vista del comune metodo scientifico – che anch’io sono in grado, più di chiunque altro, di confermare in tutta oggettività – subentri qualcosa del tutto nuovo: come il semplice pensare trapassi nel cogliere l’esperienza interiore vera e propria.

Allora, proprio da un’esperienza coerente, paziente, tenace in questa direzione, arriva quello che infine si può solo definire l’esperienza di una realtà spirituale.

Dal punto di vista della scienza dello spirito orientata antroposoficamente non si può parlare in altro modo dell’esperienza del mondo spirituale. Questa esperienza del mondo spirituale non è infatti qualcosa di innato nell’uomo. È qualcosa che deve, invece, essere da lui conquistato.

Se si giunge fino ad un certo grado di questa esperienza, si nota che questo pensare – che noi normalmente esercitiamo, che di solito usiamo come strumento per la comprensione del mondo esterno – che questo pensare sta in una relazione diversa con tutta la nostra natura fisica rispetto a quanto in realtà si è costretti a supporre muovendo dalla semplice conoscenza naturale.

Dalla semplice conoscenza naturale si osserva come anche le condizioni dell’anima cambino insieme alle modificazioni e trasformazioni corporee, a seconda dell’età giovanile, dell’età senile e così via. Con il pensiero scientifico naturale si può proseguire in termini fisiologici. Si può mostrare come effettivamente nel sistema nervoso, nel cervello, vi sia un’espressione della struttura, della configurazione del nostro pensare. E se si prosegue coerentemente da quella parte, si può allora dire: “Sì, quel che è ‘pensare’, quel che è vita in pensieri procede da qualcosa che oggi ovviamente si potrebbe constatare in maniera al massimo ipotetica.”

Colui che si è inoltrato nell’esperienza interiore fino a ciò che io ho caratterizzato come sperimentabile, parla in modo diverso. Costui dice: Se ad esempio si cammina su un selciato morbido, o se una vettura viaggia su un selciato morbido, vi rimane la traccia di impronte o di solchi. Ora, sarebbe chiaramente sbagliato se, solo per il fatto di non sapere come stanno le cose, ci si formasse la teoria che dovrebbe essere stato un essere extraterreno a formare le impronte o i solchi – oppure se si costruisse l’ipotesi che sotto la superficie terrestre vi siano forze operanti in modo da aver causato queste impronte o questi solchi.

Questo è quanto si dice – e affermo espressamente: con una certa dose di ragione – muovendo dalla semplice osservazione scientifico-naturale: “In fin dei conti è la forma fisiologica del cervello che si esprime nella funzione del pensare, nella vita del pensare.”

Colui che ha sperimentato quel che ho caratterizzato non parla così! Costui dice: “Quanto poco queste impronte e solchi sono stati aperti dall’interno da parte di forze insite nella Terra, bensì qualcosa vi ha viaggiato o vi è camminato sopra, così il cervello fisico è stato plasmato nei suoi solchi da un pensare che è indipendente dalla corporeità.” E ciò che in un certo modo modifica questi solchi anche dopo che con la nascita siamo entrati nell’esistenza fisica, è la stessa realtà che, discendendo da mondi spirituali, compie fin dall’inizio il lavoro di formarli.

In questo modo si giunge dunque a dire che l’animico è l’elemento assolutamente attivo, è ciò che forma già in partenza il corporeo.

So, carissimi ascoltatori, che ovviamente si possono rivolgere centinaia di obiezioni a quanto sto dicendo, se si muove da un punto di vista puramente intellettualistico-teorico. Ma la scienza dello spirito deve proprio richiamare all’esperienza, deve sottolineare il fatto che prima di tale esperienza si crede a ragione che dal cervello fisico sorga come una funzione la vita del pensiero – mentre, se si sperimenta personalmente questa vita di pensiero, si sa quanto essa sia in sé attiva, come essa sia in se stessa sostanziale e dinamica, e come costituisca il vero elemento attivo di fronte a quello passivo della fisicità.

Così, quello che in un certo senso si presenta come un primo risultato è qualcosa che non si acquisisce attraverso una prosecuzione lineare del comune metodo scientifico, ma solo attraverso una metamorfosi, una trasformazione del comune metodo scientifico in un metodo che può solo essere sperimentato interiormente – che non consiste in uno speculare, bensì in un’esperienza interiore. Questo è un aspetto.

L’altro aspetto di questa esperienza interiore si riferisce maggiormente all’interiore sviluppo della volontà umana.

Osservando la nostra vita noi possiamo guardare alle trasformazioni che vi abbiamo attraversato. Ripensiamo a quale fosse la nostra costituzione interiore-animica o quella esteriore-corporea uno, cinque, dieci anni fa. E diciamo a noi stessi: “Siamo passati attraverso cambiamenti e trasformazioni.” Questi cambiamenti, queste trasformazioni che noi compiamo, come li compiamo?

In un certo modo noi ci abbandoniamo passivamente al mondo esterno. Dobbiamo davvero dire: “Sinceramente, quanto siamo attivi in quel che siamo diventati innanzitutto per mezzo del mondo esterno? Il mondo esterno, con l’ereditarietà, l’educazione e così via, ci plasma, e quello che così ci plasma continua ad agire. In linea di massima noi siamo passivi. ”

Se però ciò viene trasformato in attività, se da lì si forma quel che si potrebbe chiamare nel vero senso della parola “autodisciplina della volontà”, nel modo che tra breve descriverò, allora, sulla via della ricerca spirituale, il secondo elemento si aggiunge a quello che abbiamo caratterizzato come primo.

Se infatti si riesce – e lo si può ottenere solo con l’esercizio metodico nel senso descritto in L’iniziazione. Come si acquisisce la conoscenza dei mondi superiori? e in altri libri –, se, con esercizio metodico, si arriva a dirsi: “Voglio per una volta prefiggermi io stesso di conseguire una piccola parte di quello che deve sorgere in me. Voglio lavorare su me stesso per far sì che questo o quello diventi una mia caratteristica. ”

E se riesco veramente, magari solo dopo anni, a produrre in me una tale qualità attivando energicamente la volontà, se divento liberamente quello che altrimenti lascio fare passivamente alla vita, se, potendomi esprimere un po’ paradossalmente, “prendo in mano” io stesso la mia volontà e il mio sviluppo – per certi aspetti ciò non è ovviamente possibile – si aggiunge il fatto che quel che altrimenti è solo memoria, quel che è solo ricordo, si unisce con una vera e propria realtà.

Si abbraccia per così dire con lo sguardo la propria vita come qualcosa a cui si guarda in una sequenza, per poi giungere a conoscere la volontà nella sua vera essenza.

Mentre si conosce il pensare come qualcosa che quanto più si entra nel vivente, tanto più si stacca dal corporeo, si giunge a conoscere il volere come qualcosa che afferra sempre più il corporeo, che sempre più ci compenetra, ci permea fisicamente.

Di modo che la morte, in ultima analisi, altro non è che una lotta della volontà con le funzioni corporee, così che queste raggiungono il loro limite, quando prima o poi attraversiamo la morte. E la volontà, che non può più lavorare nel nostro corpo, così da identificarsi completamente con esso, si libera – e l’elemento dell’anima entra ora effettivamente in un mondo reale, spirituale, quando noi con la morte ce ne andiamo.

Così, mio stimato pubblico, la scienza dello spirito qui intesa non segue a mo’ di speculazione quello che comunemente viene chiamato l’idea di “immortalità”. Questa scienza dello spirito rompe completamente con la modalità secondo la quale il mondo di solito si avvicina a tale idea. In realtà la scienza dello spirito, quale prosecuzione della ricerca scientifico-naturale giunge, disciplinando il pensare ed il volere, a cogliere nella sua realtà concreta quel che portiamo in noi, il pensare e il volere, in modo da afferrarlo anche quando questo elemento animico, che vive nel pensare e nel volere, vive senza corpo, in una forma non più accessibile ai sensi.

Certo, miei cari ascoltatori, è così: di questi tempi, quel che vi ho qui esposto in modo estremamente breve è visto in ampie cerchie come qualcosa di fantastico, di stravagante. Né ci si potrebbe attendere altro!

Tutto quanto fa il suo primo ingresso nel mondo e sembra contraddire quel che c’è già, all’inizio viene considerato qualcosa di fantastico e di stravagante.

Ma io non credo che sarà per sempre così, che non si riconoscerà che quanto qui descritto come il metodo della scienza dello spirito – almeno in due dei suoi elementi caratteristici – sia solo un proseguimento, ma un proseguimento pieno di vita, del punto cui giungono le scienze naturali, ma con il quale esse raggiungono anche un determinato limite.

Ora, miei stimati presenti, quando oggi si parla di spirito in termini generali, la cosa viene ancora tollerata. Non lo era ancora nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo, quando, in modo alquanto materialistico, partendo dai risultati delle scienze naturali si era formata una concezione che in verità voleva solo trarre le conseguenze ultime del pensiero scientifico-naturale stesso. Oggi invece è di nuovo concesso parlare dello spirito, almeno in modo astratto. Ma si viene aspramente biasimati quando si parla dello spirito nel modo in cui io l’ho fatto or ora. Poiché ciò ha una certa conseguenza.

Se si è conseguito quanto nel mio libro Enigmi dell’anima ho chiamato “la coscienza chiaroveggente”, se si è conseguito quel che procede da un pensare ed un volere disciplinati nel modo descritto, allora effettivamente, proprio come tramite i propri occhi ed orecchi si sa di essere in un mondo di colori e di suoni, così tramite questa coscienza chiaroveggente si sa di trovarsi entro un mondo spirituale.

In un certo senso, ciò che circonda l’uomo si riempie di spirito: come a colui che è nato cieco e viene operato, e a partire da un certo momento della sua vita vede i colori, quel mondo dei colori si dischiude, ed il mondo che prima lo circondava si riempie di qualcosa di nuovo, così accade quando subentra questa coscienza veggente: il mondo che finora si era abituati a guardare come mondo dei sensi e della razionalità combinatoria si riempie di spiritualità. E lo spirito diviene qualcosa di concreto.

Lo spirito diventa qualcosa di osservabile anche nella sua configurazione concreta. Non si parla più di spirito in generale. Quando qualcuno parla di spirito in generale, è come un uomo che cammini sopra un prato dove vi siano fiori, e se gli si chiede che fiore sia questo o quello, egli risponde semplicemente: “Queste sono tutte piante, piante e piante.” Così oggi si concede all’uomo di dire: “Dietro il mondo sensibile vi è un mondo spirituale.”

Ma proprio perché il mondo spirituale intorno a noi è come il mondo dei colori o dei suoni, questa scienza dello spirito non può fermarsi qui, deve indagare nel concreto i fatti spirituali –– poiché il mondo spirituale ci attornia come il mondo dei colori e dei suoni, come si indaga nel concreto il mondo dei colori e dei suoni con i sensi e con la ragione combinatoria.

Si acquisisce prima di tutto un modo ben preciso di porsi di fronte al mondo. Anche quando si è nati ciechi e si acquista la vista, si acquisisce all’improvviso un’altra relazione con il mondo: ci si deve dapprima orientare, non si sa nulla della prospettiva spaziale, occorre cominciare a farne conoscenza.

Altrettanto è necessario anche acquisire una determinata relazione con il mondo, un atteggiamento nei confronti del mondo, quando si passa alla coscienza chiaroveggente. Allora certe cose ci appaiono in modo singolare. Per questa ragione il ricercatore dello spirito continua ad essere frainteso dai contemporanei.

Vedete, il ricercatore dello spirito non dice mai che quanto è acquisito dal metodo delle rigorose scienze naturali – compreso ciò che discende come conseguenza dai risultati delle rigorose scienze naturali – sia stato perseguito con qualche metodo inesatto, illogico o cose simili. Ma, a partire dalla sua osservazione spirituale, egli è indotto ad aggiungere a ciò qualcosa che, tuttavia, non viene semplicemente assommato, ma che sotto molti aspetti modifica completamente i risultati delle scienze naturali.

Prendete, ad esempio, la geologia. Preferisco citare un esempio: è meglio parlare di questioni concrete anziché rimanere nella genericità.

Conosco bene questo metodo ed ho potuto io stesso seguirlo: se, a partire da ciò che oggi avviene attorno a noi nelle formazioni rocciose, nei depositi fluviali ed idrici, e così via, si analizza la sovrapposizione degli strati geologici e si fanno dei calcoli – sebbene non si tratti mai di calcoli reali, ma solo di approssimazioni –, se si calcola a quando risalga l’azione di queste cose e da quanto tempo esistano, si giunge alle cifre che conoscete tramite le quali, ad esempio, si segue lo sviluppo terrestre fino a quell’inizio in cui, secondo l’ipotesi, la Terra si formò da una qualche “nebbia primordiale”, e cose simili. Voi tutti ne siete a conoscenza, non è necessario che mi dilunghi.

Ma lo scienziato spirituale – per il semplice fatto che fa l’esperienza che vi ho descritto, nonostante la mia descrizione sia stata solo un accenno, al fine di stimolare e non di convincere –, il ricercatore dello spirito deve dire a se stesso: voglio supporre che qualcuno esamini i cambiamenti, ad esempio, di un organismo umano, i cambiamenti del cuore nel corso di cinque anni. Osservo come cambia il cuore umano, o un altro organo, nel corso di cinque o di dieci anni – e vedo che cosa accade.

Ed ora calcolo com’era trecento anni fa ciò che mi si è presentato ora, semplicemente traendo conclusioni logiche dal mio conteggio. Certo, tramite il calcolo ottengo un determinato risultato relativamente a come era questo cuore trecento anni fa. Ma qui bisogna proprio obiettare che questo cuore, a quel tempo, non c’era ancora! Dunque anche questo metodo di indagine è “esatto” quanto il normale metodo di osservazione geologico: il dedurre dalle piccole modificazioni del cuore umano com’era questo cuore trecento anni fa. Solo che allora non esisteva!

Altrettanto esatto – poiché sono del parere che quanto la geologia rivela abbia almeno una certa correttezza di calcolo speculativo –, altrettanto esatto è ciò che viene calcolato a partire dai fatti geologici riguardo allo sviluppo della Terra. Trasferiamo quello che risulta logicamente dal nostro calcolo in tempi nei quali la Terra non esisteva ancora.

Così è anche, miei cari ascoltatori, quando calcoliamo uno stato finale, parlando di una “entropia” o di qualcosa di simile, e trasferiamo ciò che si delinea dalle nostre osservazioni, relative ad un certo tempo limitato, in un’epoca che si trova milioni di anni dopo di noi. Ma per lo scienziato spirituale questo è lo stesso che dover calcolare in quale condizione può trovarsi il cuore umano dopo trecento anni!

A questo si giunge quando si trasforma il comune metodo scientifico in qualcosa che può essere sperimentato. Poiché, vedete, l’uomo è effettivamente come un estratto dell’intero universo. Nell’uomo si ritrova, in certo qual modo modificato, “estratto”, “concentrato” o come si voglia dire, quello che nel cosmo è presente come legge.

Ora voi mi chiederete: «Già, come puoi tu, acchiappanuvole, affermare una cosa simile – cioè che la Terra allora non esisteva ancora? Ci devi pur mostrare la via per giungere a dire qualcos’altro di quello stato terrestre di cui tu affermi che a quel tempo non esisteva ancora nella sua forma attuale».

Voglio ora caratterizzare a grandi linee come si giunge alle affermazioni che ho fatto.

Sperimentando il volere ed il pensare nel modo che ho tratteggiato, si scopre che l’uomo è davvero una sorta di “microcosmo”. Non lo dico così per dire, come fanno i mistici nebulosi, ma nella consapevolezza che ciò mi si è presentato come la soluzione di una qualsiasi equazione differenziale: da una piena chiarezza logica. Si scopre che l’uomo interiormente è un compendio, una sintesi del mondo intero.

E così come, nella nostra vita ordinaria, noi non sappiamo soltanto ciò che ci circonda sensibilmente in questo momento; come, distraendoci da quanto in questo momento ci attornia, consideriamo il quadro di qualcosa che abbiamo vissuto dieci, quindici anni fa, e ciò emerge innanzi a noi come qualcosa che non è più presente – ma di cui una traccia è ancora in noi, che ci permette di ricostruire ciò che era una volta, come per mezzo di quanto avviene in noi in questo momento, e che in questo istante è un “relativo funzionale” della nostra realtà animico-corporea, possiamo porre innanzi a noi come immagine qualcosa che abbiamo vissuto dieci anni fa, che è dunque trascorso –, così accade con la coscienza ampliata, la quale si forma a partire dalla trasformazione del pensare e del volere ordinari.

Come l’uomo è realmente unito in un senso più totale, completamente diverso, più spirituale, alle esperienze di dieci, quindici anni fa, esperienze che può nuovamente far emergere dalla sua interiorità, così gli è possibile, quando la coscienza si amplia, far affiorare, come da una “memoria cosmica”, ciò che lui ha vissuto in prima persona in quanto era presente, ciò che continua a vivere in lui non per la coscienza ordinaria, ma per quella coscienza che si forma con la trasformazione interiore che ho descritto.

Non si tratta di altro che di una estensione, di un’elevazione di quella forza che normalmente è la nostra forza mnemonica, tramite la quale – semplicemente per propria natura, che è una sintesi del macrocosmo – l’uomo fa sorgere interiormente con metodo per così dire costruttivo quel che è avvenuto effettivamente in un determinato periodo della nostra Terra.

L’uomo volge allora lo sguardo ad una condizione della Terra in cui essa non era ancora materiale. E mentre con gli attuali risultati della geologia dovrebbe costruirsi qualcosa che è presumibilmente collocato nel tempo, egli giunge a vedere un tempo in cui la Terra non esisteva ancora, nel quale essa esisteva in una forma molto più spirituale. Ricostruendo in modo “costruttivo” quanto vive in lui, l’uomo vede ciò che veramente sta alla base della formazione della nostra Terra. E lo stesso accade con quanto, in un certo modo, può sorgere in noi come qualcosa di “costruttivo” circa uno stato futuro della Terra.

Mi rendo conto di come debba essere insoddisfacente una siffatta descrizione sommaria, ma da quel che ho detto vedete che quanto caratterizzo come scienza dello spirito non nasce da qualche abbaglio o dalla fantasia.

Si tratta, certo, di qualcosa di insolito. Ma una volta compiuta la citata metamorfosi della coscienza, quello che ci si rappresenta interiormente in modo “costruttivo” appare interiormente altrettanto chiaro alla coscienza quanto ciò che le appare nella matematica o nella geometria, che provengono non meno dall’interiorità dell’uomo.

Se poi qualcuno viene a dire: «Sì, ma tu devi affermare qualcosa che tutti gli uomini possano riconoscere», io rispondo: «Ed è così»! Ma il punto è che da un lato chi vuole sincerarsi di queste cose deve compiere tutti i passaggi necessari a tale scopo, similmente a chi per risolvere un’equazione differenziale deve prima fare tutti i passi che lo conducono a poterlo fare.

E se, d’altro canto, si obietta: «Sì, ma ciò che è matematico-geometrico pone costruttivamente davanti alla coscienza solo ciò che non è reale, ciò che applichiamo quando osserviamo la realtà che è quella del mondo esteriore», allora io replico: «Certo, è così. Ma sappiamo ben convincerci, quando lo poniamo davanti a noi in modo costruttivo, che è qualcosa di puramente formale».

Quando invece si ha nella coscienza quanto ho delineato, si è altrettanto convinti che sia una realtà. Qualcuno può allora dire: «Forse è un’autosuggestione». Al che io dico:

«Tutto quanto ci dà la possibilità di affermare che qualcosa è reale, è sempre solo un risultato dell’esperienza vissuta».

E se qualcuno obietta: «Ci si può però ingannare, si può, ad esempio, concepire il vivo pensiero di un succo di limone che si beve, e se si è ipersensibili si può addirittura gustare il sapore del limone», io dico: «Questo è possibile. Ma come, nella vita normale, si può distinguere il caldo semplicemente pensato da quello che agisce su una persona quando tocca veramente un ferro rovente, altrettanto, tramite l’esperienza interiore – poiché solo con essa si coglie tutto ciò che è reale – se si possiede la coscienza veggente, si può distinguere tra ciò che è solo fantasia, solo suggestione, e ciò che è realtà».

E vorrei aggiungere: È necessario che si osservino le cose fino in fondo, e che non ci si fermi in un punto qualsiasi. Chi si ferma laddove la via dovrebbe proseguire, forse soggiace alla suggestione. Perciò dico: Certo, se si è “ipersensibili”, è possibile abbandonarsi all’autosuggestione: «Ho l’idea della limonata, ne sento il sapore». Ma la limonata che immagino non mi placherà mai la sete!

Si tratta di passare dalla sensazione gustativa al togliersi la sete, e quindi di proseguire con coerenza il percorso. Si deve solo proseguire fedelmente l’esperienza, e allora anche il fatto che qualcosa inteso spiritualmente venga indicato come realtà diviene assolutamente un risultato dell’esperienza. Così come, in fondo, anche l’attribuire realtà a qualcosa di materialmente visibile non può avvenire in base a una teoria, ma è un risultato dell’esperienza.

Gentili ascoltatori! Vi ho delineato quella scienza dello spirito a cui si giunge qualora come uomini pienamente moderni si passi attraverso ciò che la vita offre oggi.

Negli ultimi trenta, cinquant’anni, questa vita si è davvero straordinariamente modificata, particolarmente tramite i rivolgimenti della tecnica. Se io stesso torno a pensare agli anni in cui fu avviata la prima cattedra di tecnica, all’inizio degli anni ottanta, e a tutto ciò che da allora è avvenuto, ho un’idea approssimativa di quanto questo uomo moderno si sia modificato per mezzo di tutto quanto è entrato nella nostra vita conoscitiva, morale, e particolarmente nella nostra vita sociale.

Colui che vi ha partecipato seriamente, che non dice pregiudizialmente: «Macché, tutta questa scienza non può darci proprio nulla!», bensì si pone proprio nella prospettiva che dice: «Le scienze naturali ci possono dare molto!», che con tutta l’anima fa suoi i trionfi della scienza moderna, costui può arrivare a capire che quanto di spirituale è alla base del mondo deve essere colto nel modo che ho cercato di illustrarvi oggi.

Allora si guarda indietro a tempi antichi dello sviluppo dell’umanità e ci si dice: in questi tempi antichi dell’evoluzione dell’umanità gli uomini hanno ben parlato dello spirito. Ed il modo in cui essi hanno parlato dello spirito si è conservato tradizionalmente in diverse confessioni religiose, le quali, a voler essere onesti e senza ambiguità, oggi non si possono davvero conciliare con i noti risultati delle scienze naturali.

Questi risultati spirituali, vien fatto di dirsi, sono sgorgati da una costituzione della coscienza umana completamente diversa. Quello che abbiamo imparato nei tre o quattro secoli nei quali si sono formati i metodi delle scienze naturali, ciò che è divenuto in noi costituzione animica tramite il pensiero copernicano, galileiano, tramite Keplero, essendo noi nei tempi recenti passati attraverso tutto quanto ha derivato le leggi tecniche dalle leggi delle scienze naturali – tutto questo non ci ha dato solo dei risultati esteriori, ma ha anche in certa misura educato tutta l’umanità civilizzata.

L’intera configurazione animica è cambiata – non perché siamo divenuti più teorici, ma perché ora siamo divenuti più coscienti, avendo dovuto abbandonare, in base all’evoluzione dell’umanità, certe condizioni che, in epoche precedenti, erano istintive.

Guardiamo indietro a ciò che le epoche precedenti hanno sentito come spiritualità, conservata poi nelle tradizioni religiose, e diciamo a noi stessi: ciò che a quel tempo esisteva come spiritualità veniva colto dall’uomo istintivamente. Non si poteva dire che per coglierlo fosse necessario sollevare la coscienza coi metodi delle scienze naturali, coi metodi dell’esperienza sociale dei tempi moderni.

Allora gli uomini si esprimevano in modo che, nel vedere i fenomeni naturali, questi ultimi quasi portavano loro in dono lo spirito del quale parlavano. Come si poneva, ad esempio, un egiziano colto nei confronti del mondo? Egli guardava verso l’alto, seguiva il corso delle stelle, la configurazione del cielo stellato. In quel cielo stellato non vedeva solamente ciò che vi hanno visto Copernico, Galileo, Keplero, ma vi vedeva qualcosa che per lui manifestava contemporaneamente una realtà spirituale. Così come, quando muovo il mio braccio, qualcosa di animicamente attivo è alla base del movimento della mano, allo stesso modo l’uomo di epoche antiche sentiva, in quello che accadeva esteriormente, ciò che di spirituale sta alla base di questi avvenimenti esteriori – ma lo percepiva istintivamente.

Poi venne l’epoca moderna, l’epoca delle scienze naturali. Un lungo periodo si concluse solo verso la metà del quindicesimo secolo, un lungo periodo dell’evoluzione umana nel quale gli uomini non potevano fare altro che vedere contemporaneamente come realtà spirituale quel che di sensibile li circondava.

Quando oggi parliamo di stati di aggregazione – del solido, del liquido, dell’aeriforme –, parliamo in modo da fissare lo sguardo sulla materialità. Quando l’uomo antico parlava di quelli che sono oggi per noi gli stati di aggregazione, per lui essi erano sì gli elementi, ma non si trattava solo di materialità. Gli si manifestava in essi lo spirituale. Quello che circondava l’uomo come mondo materiale era per lui, allo stesso tempo, l’espressione esteriore fisico-spirituale dello spirituale-animico, come per noi l’organismo fisico è un’espressione dello spirituale-animico – ma tutto veniva vissuto istintivamente.

Questa via si è dovuta abbandonare negli ultimi tre o quattro secoli, quando l’umanità è passata a qualcosa di completamente diverso, che poi è diventato determinante nella cultura – quando l’umanità è passata a quello che ha liberato la visione della natura dal semplice osservare, che è sempre alquanto legato al guardare istintivamente, spiritualmente alla natura, qualcosa che si nasconde perché si è conservato solo nel nome.

Dalla semplice osservazione della natura l’uomo è passato a quello che si potrebbe chiamare “afferrare sperimentalmente la natura”.

In seguito all’opera di Bacone e di altri, alla semplice osservazione della natura è subentrata l’indagine sperimentale della natura.

In laboratorio, nella stanza di fisica, noi eseguiamo l’esperimento invece di guardare al lavoro tecnico [?]. Vediamo nel loro insieme le condizioni che noi stessi creiamo come condizioni per un qualche evento naturale. Di fronte all’esperimento noi ci troviamo in una condizione diversa rispetto a quello che osserviamo semplicemente nella natura.

Nella natura io non posso sapere se ciò che si svela al mio intelletto o alla mia fantasia sia una qualche totalità, o se invece devo andare più a fondo – molto, molto più a fondo di quanto a tutta prima la cosa mi presenti. Insomma, nonostante l’osservazione precisa, ciò che osservo nella natura rimane ai miei occhi come qualcosa di sconosciuto.

Quando ho davanti a me l’esperimento, sono io stesso a crearne le condizioni. Osservo come una cosa si produce dall’altra, e quello che è ancora sconosciuto, è in fondo ciò che veramente interessa. Chi predispone un esperimento ed infine osserva quel che si rende osservabile, in realtà ha già in mente il risultato di quanto consegue dalle condizioni che lui stesso osserva nel loro insieme.

La trasparenza delle cose in un esperimento è completamente diversa rispetto alla trasparenza di quel che osservo nella natura. Per cui nell’esperimento cosiffatto gli uomini si sono progressivamente abituati a vedere un interprete della natura, diciamo a seguire la legge naturale là dove si possono individuare le condizioni stesse della sua manifestazione.

Questo metodo sperimentale rimane sempre collegato ad un certo anelito interiore, che un tempo era il movente di ogni conoscenza. In quei tempi antichi, quando non esisteva ancora nessuna tecnica, nessuna scienza nel senso che noi vi attribuiamo, quello che si considerava scienza derivava principalmente dall’anelito di conoscenza – dal desiderio, se mi posso così esprimere, di conoscere, di indagare “il nodo universale che intimamente tiene unito il mondo”.

Ora, con la comparsa del metodo sperimentale non si tratta solo dell’anelito alla conoscenza, ma anche del desiderio di imitare ciò che la natura forma. Ma l’antico anelito di conoscenza continua a vivere. Si imita quello che si vuol osservare nell’esperimento, con l’intento di decifrare la natura stessa tramite ciò che il nostro sguardo coglie nel suo insieme.

Ma è naturale che, nella storia moderna, proprio da questo metodo sperimentale si sia sviluppata la tecnica. E nella tecnica abbiamo una fase del tutto nuova.

Possiamo quasi dire: nella storia evolutiva dell’umanità abbiamo dapprima l’indagine che mira alla pura conoscenza, poi il metodo sperimentale, che nel riprodurre la natura contiene ancora l’anelito dell’antico desiderio di conoscenza.

Ma una volta che si è passati – e basta solo osservare quel che è realmente accaduto – da tutto ciò che si può vivere nell’esperimento a ciò che, muovendo da esso, viene creato nelle costruzioni tecniche in base alle leggi naturali – forme tecniche che tanto profondamente incidono sulla vita umana, sulla vita sociale – allora ci si può dire: abbiamo tre cose, tre grandi passi che vanno

• dalla natura (osservazione)

• a quello che contiene ancora in sé un’imitazione della natura (esperimento)

• a quello che è un elemento creatore nell’uomo stesso (tecnica).

Non credo di parlare ad animi completamente insensibili se di questo elemento creatore dico quanto segue: colui che con quel particolare modo d’essere, con quella particolare costituzione animica riceve proprio una formazione tecnica, costui vive in essa diversamente da chi, ad esempio, compie una formazione teologica – che è una copia dei più antichi metodi di conoscenza – o di chi ha una formazione scientifico-naturale sperimentale.

Chi compie quest’ultima, applica a quello che osserva l’elemento matematico, geometrico, teorico-meccanico, cinematico e via dicendo. In un certo senso, egli misura e calcola ciò che è nella natura.

Sorge invece un tipo di coscienza completamente diverso quando si ha davanti a sé ciò che è del tutto trasparente per il pensiero – l’elemento matematico, geometrico –, e non lo si applica al solo esperimento, che è un’imitazione della natura, ma lo si utilizza in un creare pienamente libero per dare forma alla macchina.

Quando si vede che quel che si è vissuto come matematica, come meccanica teorica e chimica si volge a congegnare oggetti tecnici, allora il mondo viene sperimentato in modo completamente diverso da come lo può vivere il semplice scienziato naturalista o il tecnico teorico-sperimentale.

Qual è la vera differenza? C’è una cosa che spesso non viene considerata. Provate a pensare che nella banale vita comune noi chiamiamo “reale” qualsiasi cosa possibile – anche quello che, in senso più profondo, reale non è.

Di una rosa diciamo che è reale. Ma una rosa è davvero reale in un senso superiore? Se l’ho davanti a me, strappata dallo stelo, essa non può vivere. Può essere così com’è solo se cresce sul suo stelo, solo se fiorisce dalla sua radice. Recidendola, io ho in realtà davanti a me una reale astrazione – una cosa che non può affatto sussistere stando a ciò che ho davanti a me.

Ma questo è quanto, in qualche modo, avviene per ogni formazione naturale. Se osservo una forma naturale, sia pure lo stesso cristallo – per il quale la cosa vale di meno – non posso comprenderlo semplicemente guardandolo, poiché, in sostanza, esso può sussistere da solo altrettanto poco di quanto lo possa la rosa. Devo dirmi: questo cristallo è possibile solo nel suo intero ambiente, essendosi forse originato nella cavità di una formazione montuosa.

Se invece ho davanti a me quello che io stesso ho creato come struttura tecnica, vivo la cosa in tutt’altro modo. Sono convinto che lo si può capire fino in fondo, lo si può sentire addirittura come qualcosa di radicalmente significativo nell’esperienza dell’uomo moderno, il quale da una formazione tecnica guarda a ciò che la tecnica è diventata nella vita moderna.

Quando ho di fronte a me un congegno tecnico, costruito a partire dalla matematica, dalla meccanica teorica, ho qualcosa di concluso in sé. Con esso ho di fronte qualcosa che è in sé completo. E se vivo nella realtà comune a tutto il creare tecnico, allora non mi sta di fronte solo una riproduzione delle leggi naturali, ma, in quello che dalle leggi naturali si è trasformato nelle forme tecniche, ho qualcosa di realmente nuovo davanti a me. Le leggi che stanno alla base delle creazioni tecniche sono qualcosa di diverso da quello che sta alla base della stessa natura inorganica.

Non vengono semplicemente applicate le leggi della natura inorganica, bensì è tutto il senso dell’oggetto che viene creato di fronte all’ordine cosmico nel momento in cui io, come uomo che liberamente crea, imprimo al congegno tecnico quello che imparo a partire da analisi fisiche o chimiche.

E allora si può dire: poiché l’umanità moderna è giunta ad emancipare l’elemento tecnico dall’insieme della natura, poiché nei tempi moderni abbiamo dovuto imparare a vivere nell’ambito della tecnica in modo che il rapporto della coscienza umana con la tecnica sia di tutt’altra natura che non quello con ciò che produce la natura, diciamo a noi stessi:

Per la prima volta ci troviamo di fronte ad un mondo che è per così dire trasparente nel suo contenuto animico.

Il mondo delle scienze naturali è, in un certo senso, animicamente impenetrabile: non se ne vede il fondo. Il mondo della tecnica invece è come un cristallo trasparente – inteso naturalmente in senso psicologico. Così, proprio con la tecnica moderna si è effettivamente raggiunto un nuovo gradino dello sviluppo spirituale dell’umanità. Con la tecnica è entrato qualcosa di diverso nella storia evolutiva dell’umanità.

Per questo motivo anche i filosofi moderni si sono sentiti spiazzati di fronte a quel che è sorto nella coscienza moderna proprio tramite i trionfi della tecnica. Mi è forse concesso accennare a quanto poco il pensiero puramente filosofico, speculativo, sia stato in grado di affrontare ciò che da un certo momento ha afferrato la coscienza moderna dell’umanità proprio con la tecnica. Oggi veniamo trascinati da quanto proviene dalle correnti autorevoli dell’evoluzione umana molto più di quel che crediamo. Quando non esistevano ancora l’editoria, la stampa e i giornali – quando l’unica attività culturale era sentir parlare il parroco dal pulpito la domenica in chiesa – allora non esisteva ancora quello che oggi è opinione comune.

Quello che oggi è cultura comune fluisce, attraverso certi canali, dalle correnti-guida entro le vaste masse, senza che se ne sia consapevoli. E così, quello che è sopraggiunto per mezzo della coscienza tecnica è diventato, nel corso di brevissimo tempo, forma di pensiero delle vaste masse. Vive nelle vaste masse, senza che esse lo sappiano.

Così possiamo dire: è davvero subentrato qualcosa di nuovo. E laddove una coscienza si è lasciata possedere in modo unilaterale – cosa che noi in Europa per fortuna non abbiamo ancora raggiunto! –, dove una coscienza nelle sue guide, nei suoi capi si è lasciata completamente possedere da questo elemento astratto, là è comparsa una singolare corrente filosofica, il cosiddetto pragmatismo di William James e via dicendo, che afferma:

Verità, idee che vogliono essere pura verità: è qualcosa di assolutamente irreale. ‘Verità’ è solo ciò di cui vediamo che si può realizzare. In quanto uomini ci formiamo certi obiettivi, su di essi formiamo la realtà. E quando diciamo a noi stessi: questo o quello è reale secondo una legge naturale

da ciò ci formiamo un corrispondente congegno. Se nella macchina, nella meccanica, possiamo realizzare quel che ci rappresentiamo, l’utilizzo nella vita ci dimostra che ciò è ‘verità’. Ma non vi è altra dimostrazione della verità che l’applicazione nella vita. Perciò è vero solo quello che possiamo realizzare nella vita.

Il cosiddetto pragmatismo, che nega ogni esistenza della verità nel mondo logico-interiore e che fa valere in fondo solo la dimostrazione della verità mediante ciò che si realizza esteriormente, appare oggi in vaste cerchie di persone come filosofia americana ed è ciò che già in Europa aveva conquistato da decenni alcune persone, anche prima della guerra.

Tutti coloro che sono filosofi e che vogliono continuare a pensare nel vecchio modo, non sanno far altro, con quella che è apparsa come tecnica moderna, come coscienza della tecnica moderna, se non destituire completamente il concetto di verità. Avendo lasciato dietro di sé

• la comprensione istintiva della natura,

• l’imitazione sperimentale della natura

• per approdare al libero armeggiare tecnico sulla natura,

• non è rimasto loro altro che questo creare libero esteriore.

In realtà, così si nega l’esperienza interiore della verità, il vivere coscientemente dentro se stessi ciò che è spirituale e che compenetra l’anima. E si fa valere come “verità” solo quello che può venir realizzato negli apparecchi esterni funzionalizzati, quello che si vede realizzato là fuori. Il che significa: il concetto di una verità, che si autosostiene nell’anima umana, viene in realtà spazzato via!

Ebbene, è possibile imboccare anche un’altra strada. È possibile quel tipo di cammino per cui noi sentiamo come nella realtà dei meccanismi della tecnica qualcosa si stagli dalla natura, in cui non si cela più nulla di ciò che possiamo solo intuire, ma in cui c’è solo ciò che possiamo capire fino in fondo. Solo afferrandolo con assoluta chiarezza di pensiero lo possiamo creare.

Facendo questa esperienza, nel compenetrarci a fondo con quello che questa esperienza comporta per noi, deve tanto più destarsi in noi un certo bisogno.

Questo “nuovo mondo esterno” della tecnica ci si mostra senza la conferma interiore delle idee, ci si mostra senza l’esperienza interiore delle idee. Perciò, questa nuova esperienza ci prepara alla pura esperienza di quello che è lo spirituale, di quello che l’uomo, indipendentemente da ogni osservare esteriore, deve sperimentare dentro di sé nel modo che ho cercato di descrivervi brevemente all’inizio delle mie odierne considerazioni.

E poiché, nell’evoluzione dell’umanità, siamo avanzati fino alla contemplazione di quella realtà che pur essendoci esterna noi possiamo capire fino in fondo, nella cui esteriorità non possiamo più vedere qualcosa di demoniaco, di spettrale; poiché siamo finalmente giunti a non dover più interpretare ciò che è esteriormente percepibile dicendo “Ci resta impenetrabile e possiamo credere che vi sia dietro qualcosa di spirituale” – così dobbiamo supporre di trovare in noi le forze che afferrano lo spirito, attraverso un’evoluzione individuale dell’anima.

Sono sempre stato dell’idea che un’esperienza veramente genuina proprio di quel tipo di coscienza che ci viene dalla tecnica sia d’altro lato una sfida – poiché altrimenti ciò che è intimamente connesso con la nostra natura umana dovrebbe andar perduto del tutto – a sperimentare ora nell’interiorità la realtà dello spirito, per controbilanciare il polo della meccanica e della chimica, che sono “trasparenti”, con ciò che ora si può raggiungere con la visione spirituale, con ciò che ora si può presentare agli uomini in pura forma spirituale.

Mi pare che nel nostro tempo sia necessario che si presenti la visione spirituale propria della scienza dello spirito, dell’antroposofia, per il fatto che abbiamo raggiunto un preciso grado di sviluppo nella storia dell’umanità.

E a ciò si aggiunge un’altra cosa, miei cari ascoltatori: con questa moderna tecnica è sorto contemporaneamente un nuovo tipo di vita sociale.

Non è necessario che io descriva come sia stata proprio la tecnica moderna a dar origine all’industrialismo moderno, come questa tecnica abbia prodotto il proletariato moderno nella forma in cui esso è oggi, e via dicendo.

Ma mi pare che, se si vuol restare nell’ottica del metodo scientifico precedente, che fa valere solo quel che deriva dall’osservazione, le nostre idee restino inadeguate. Non arriviamo ad afferrare ciò che realmente si manifesta nella vita sociale.

Al fine di comprendere ciò che nella vita sociale procede dall’umano –, a tal fine è necessario che noi giungiamo a verità che si manifestino anch’esse unicamente tramite la natura umana stessa.

Perciò penso che il marxismo – e pasticciate simili che oggi pongono l’uomo in tumulto – potranno venir superati solo quando determinati metodi, visti come necessari a far da contrappeso alla tecnica, verranno applicati a quella che è la vita sociale degli uomini, solo quando si saprà portare lo spirito nella vita esteriore, nelle vaste masse, avendo noi stessi trovato questa spiritualità per esperienza interiore.

Per questo non è un caso se dallo stesso terreno dal quale mi è risultata la scienza dello spirito orientata antroposoficamente sia sorto anche, senza che io lo volessi esplicitamente, ciò che ho cercato di descrivere nel mio libro I punti essenziali della questione sociale.

Ho semplicemente tentato di trarre le conseguenze per la vita sociale di quello che è la conoscenza scientifico-spirituale. E ciò che ho descritto in quel libro mi si è presentato come del tutto evidente. Non credo che senza una scienza dello spirituale si possano trovare i metodi per comprendere cos’è l’uomo per l’uomo nella vita sociale.

Credo sia per il fatto che oggi non siamo ancora giunti a capire la vita sociale che non riusciamo neanche a gestirla. Nel momento in cui, dopo la terribile catastrofe della guerra, gli uomini sono stati posti di fronte alla necessità di avverare una ricostruzione, sono piombati nel caos, essendo necessario realizzare quel che va realizzato muovendo da leggi spirituali, non da quella legge che una malintesa conoscenza crede di dover fondare su leggi naturali, come avviene nel marxismo ed in altre forme radicali della scienza sociale.

Così, cari convenuti, mi è stato concesso di dar ragione di qualcosa che per me è anche profondamente personale. E posso dire: parlando a voi, in questo istante mi sento portato indietro nel tempo, negli anni ’80 del secolo scorso, quando noi dell’Europa centrale credevamo di vivere un periodo sentito da tutti come un tempo di grandi progressi.

Oggi le persone come me, che sono avanzate in età – oggi siamo arrivati ad un punto per cui quel che allora era affiorato come speranza di primavera sta ora davanti ai nostri occhi spirituali in una forma certamente molto tragica.

Coloro che guardano indietro di quarant’anni a ciò che allora sembrava un’ascesa inarrestabile, vedono oggi qualcosa in cui molti riconoscono sotto svariati aspetti un errore.

Nel parlarvi, io parlo a “compagni di studi” che si trovano in ben altra condizione. Vi sono molti, tra voi, dell’età in cui io vissi quella speranza primaverile, e che vivono ora qualcosa di molto dissimile dalle fantasie che a quel tempo si presentarono all’anima umana a partire da quelle speranze.

Ma colui che è intimamente convinto della possibilità e della necessità di un conoscere spirituale, come colui che vi parla, non può mai essere pessimista di fronte alla forza della natura umana. Può solo essere ottimista!

Perciò non appare affatto qualcosa di impossibile alla mia anima che, quando avrete raggiunto l’età che oggi ho io che vi parlo, voi avrete fatto il percorso inverso – quel percorso inverso che ora, con la forza dell’anima umana, soprattutto con la forza dello spirito insito nell’anima umana, conduce nuovamente verso l’alto.

E poiché io credo negli uomini proprio grazie alla conoscenza spirituale, penso anche che non si possa parlare, come fa Spengler, del tramonto, della morte della civiltà occidentale. E confidando nella forza dell’anima che vive negli uomini, credo anche che possiamo nuovamente giungere ad una riascesa.

Questa ripresa non sarà opera di un vuoto fantasma, ma della volontà umana.

Ed io credo tanto fortemente alla verità della scienza dello spirito che vi ho illustrato, da essere convinto che questa volontà possa condurre avanti l’uomo, possa operare una nuova risalita, possa far albeggiare una nuova aurora.

Per questa ragione, gentili ascoltatori, vorrei concludere con le parole che risuonarono alle mie orecchie di giovane studente quando il rettore di meccanica moderna ed ingegneria meccanica a Vienna pronunciò il suo discorso inaugurale, a quel tempo per individui che a loro volta ci credevano – nonostante tutto ci credevano a ragione, anche se in seguito si realizzò una ripresa univoca, solo tecnica: non sociale, né politica.

Ora ci troviamo invece in un tempo nel quale, se non vogliamo disperare, possiamo, dobbiamo pensare ad una risalita. Perciò dico a voi, come allora quell’uomo disse a noi giovani: “Compagni studenti! Concludo dicendo che chi prova un sentimento sincero per l’evoluzione dell’umanità, di fronte a quanto deve sorgere dall’intera scienza, dall’intera tecnica può solo dire: sempre avanti!”

Dibattito

Domanda: Cosa ci autorizza, quando superiamo i confini del pensiero, ad abbandonare l’unità del pensare e a passare dal pensare al meditare?

Rudolf Steiner: Miei cari ascoltatori! Mi pare che questa domanda tratti un punto molto importante, che solo considerazioni gnoseologiche approfondite e critiche permetterebbero di analizzare pienamente. Ma voglio tentare un breve accenno a quanto può servire per rispondere a questa domanda.

Mi sia dato di richiamare la vostra attenzione sull’ultimo capitolo che ho aggiunto alla seconda edizione del mio Enigmi della filosofia, nel quale ho descritto lo sviluppo della filosofia stessa, e nel quale ho anche cercato di mostrare come, proprio nel momento presente dello sviluppo dell’umanità, la storia della filosofia, lo sviluppo della filosofia siano giunti ad un punto per cui devono quasi esigere da se stessi di portare il pensiero oltre quella condizione che sorge proprio quando si è giunti ai confini della conoscenza naturale.

In quell’occasione ho cercato di mostrare quanto segue: se gli uomini seguono correttamente i metodi della conoscenza, come li segue, ad esempio, il grande fisiologo Du Bois-Reymond, possono giungere al convincimento che Du Bois-Reymond ha espresso negli anni settanta proprio nel suo discorso Sui limiti della conoscenza naturale, tenuto al prestigioso convegno di scienziati naturali a Lipsia, e che ha ripetuto nel discorso sui Sette enigmi del mondo.

Non occorre accennare che allora Du Bois-Reymond disse che applicando quello che è stato or ora chiamato “pensare unitario” si giunge a formare il cosiddetto spirito laplaciano, e cioè a sviluppare un pensiero sulla materia come è possibile fare quando si vuole indagare tutta la materia, così come con i metodi astronomico-matematici si penetra il corso dei pianeti di un sistema solare e così via.

Se ora con un certo sguardo interiore si dirige l’occhio a quel che si svolge in noi stessi quando cerchiamo di rendere oggetto il nostro soggetto, diviene allora chiaro che il pensare che si sviluppa non può venire semplicemente definito come qualcosa di esistente solo allo scopo di riprodurre un certo mondo esteriore o di combinare fra loro i fatti di un mondo esteriore.

In quello che viene così pensato a proposito del pensare vedo un ultimo residuo di quell’antica teleologia, di quell’antica dottrina finalistica che non sa cercare ovunque il perché, ma solo lo scopo di qualcosa – che non chiede: “Com’è che tutta l’organizzazione dell’uomo o di un qualsiasi altro organismo ha dato forma in modo ben preciso ad un organo come la mano?”, ma chiede: “Come ha dovuto, questa mano, formarsi in vista di un determinato scopo, cioè in modo finalistico?”

Anche se oggi non se ne è più consapevoli, o non lo si è ancora, questo modo di pensare viene esteso anche all’indagine del pensare. Si chiede: “A quale scopo esiste il pensare?” Non sempre ce ne si rende conto, ma lo si chiede inconsciamente. Si ritiene che il pensare, la conoscenza stessa esistano al fine di assorbire in sé per così dire un mondo esteriore, allo scopo di avere nella propria interiorità, anche se solo in immagine, quello che inizialmente si trova all’esterno.

Ma si può anche osservare in modo realistico – “realistico” inteso ovviamente in rapporto alla realtà spirituale – quel che il pensiero è veramente. Si scopre allora che il pensare è una forza assolutamente reale che ci plasma all’interno.

Vedete, questa scienza dello spirito della quale vi parlo non è una teoria astratta, non vuol essere una visione del mondo fatta di sole idee. Mi sarà permesso dirlo qui, senza che venga considerata immodestia – ma ultimamente, oltre ad un corso pedagogico nel quale ho cercato di applicare la scienza dello spirito alla pedagogia – era un corso per il corpo insegnante, prima della fondazione della Scuola Waldorf –, ho tenuto anche un corso con l’intento di cogliere proprio l’elemento terapeutico della medicina a partire dalla scienza dello spirito e di mostrare come, muovendo dall’indagine spirituale, si possa illuminare quel che mai si raggiunge veramente appieno se si fa ricerca solo con gli attuali metodi della psicologia e della biologia.

Non vorrei parlarvi ora in particolare di terapia, ma vorrei tuttavia accennare a un fatto per caratterizzare il metodo. Ed è che oggi, in realtà, nella filosofia comune non si fa altro che speculare astrattamente sulla relazione tra lo spirituale-animico ed il fisico-corporeo.

Vi si trova ogni tipo di teoria sull’interazione, sul parallelismo e così via, ogni sorta di interpretazione materialistica dei processi dell’anima. Ma ci si ritrova sempre davanti, procedendo per astrazione, da un lato una descrizione astratta dello spirituale-animico, dall’altro del fisico-corporeo, e poi si specula oltre sul modo in cui entrambi possano entrare in relazione reciproca.

La scienza dello spirito studia davvero metodicamente – ma con un uso metodico del tipo di pensiero da essa evocato –, in che modo lo spirituale e l’animico è all’opera in ciò che è di natura corporea e fisica.

E a rischio di espormi forse a qualche fraintendimento, a che quanto affermo venga inteso come paradossale, voglio sottolineare una cosa: se osserviamo il bambino che cresce fino al cambio dei denti intorno al settimo anno, notiamo che non si compie solo questo cambio dei denti, ma che anche la configurazione dell’animico-spirituale vive una sostanziale modificazione.

Pensate anche solo alla vostra vita: ad un’analisi ancora senza metodo troviamo che i pensieri dai contorni netti, i quali si consolidano nei ricordi e si trasmettono per il corso della vita, si possono formare muovendo dalla forza del pensiero solo nel periodo in cui l’organismo “butta fuori” i denti permanenti, qualcosa che proviene dall’intero organismo, non solo dalla mascella.

Se si segue con metodo la cosa, si arriva a dire: proprio come nei processi fisici un certo tipo di forza, ad esempio meccanica, si può trasformare in calore per cui si dice: “si libera calore”, “si genera calore”, allo stesso modo occorre seguire ciò che nel corso della vita lavora fisicamente nell’organismo alla formazione dei denti, e che si libera quando il cambio dei denti a poco a poco si conclude, per passare dallo stato latente a quello libero, dopo aver agito inizialmente all’interno.

I denti permanenti sono comparsi: un certo insieme di forze, un sistema di forze opera all’interno fin quando questi secondi denti compaiono. Allora questo insieme di forze si libera, e nel suo liberarsi appare come quello spirituale-animico che porta in seguito i pensieri dai contorni netti nel ricordo, nella memoria.

Posso solo dare dei cenni e chiedo venia, ma altrimenti dovrei parlare per ore – voglio soltanto mostrare come effettivamente questa scienza dello spirito si applichi ad ambiti ai quali oggi neanche si pensa. È una prosecuzione delle scienze naturali!

È esattamente la stessa forma di pensiero che si applica quando si parla della liberazione di calore. La stessa forma che si è prima sviluppata la applichiamo allo sviluppo umano. E ci diciamo: quello che si manifesta come ricordo, come forza di pensiero è ciò che spinge fuori i secondi denti – se posso esprimermi grossolanamente.

In questo modo non si ha una speculazione sulla relazione tra corpo e anima, bensì, abituati alle scienze naturali, si osserva del tutto empiricamente – ma empiricamente con metodi di pensiero ulteriormente sviluppati –, quel che c’è da osservare. Solo che tutto quanto abbiamo intorno viene osservato anche spiritualmente.

Si giunge così a parlare dell’effetto reciproco di corpo, anima e spirito non più in modo astratto, nebuloso, bensì indicando come ad una certa età una forza agisca a livello fisico, e in un’altra età si emancipi come elemento spirituale-animico. E si arriva ad entrare con lo spirito nella materialità, a comprendere spiritualmente la materialità.

Questa è la cosa singolare: che il materialismo non abbia compreso proprio la materia, che esso stia in realtà di fronte alla materia come a qualcosa che gli rimane incompreso.

Il materialismo è proprio quello che non ha capito la materia. Con il suo metodo spirituale, la scienza dello spirito qui intesa penetra proprio nella comprensione della materia.

Ed è stato davvero estremamente interessante per i medici e gli studenti di medicina che ascoltavano, quando si è potuto mostrare loro come si possa realmente giungere a descrivere lo spirituale-animico all’opera nel fisico – come, muovendo dalla scienza dello spirito, si possa spiegare che il cuore, nella sua funzione, può veramente essere inteso in modo del tutto diverso rispetto ai metodi della fisiologia o biologia attuali.

Non si tratta dunque solo di una qualche fantasticheria, bensì del fatto che il pensiero si sviluppa oltre in una reale prosecuzione, passando per una condizione-limite o uno “stato critico”.

Nell’attraversare questa condizione-limite il pensiero si modifica. Non potete dire che l’unità del pensare venga in questo modo distrutta. Ad esempio, la forza che agisce nel ghiaccio non diventa qualcosa che non ha più diritto di essere quando il ghiaccio si scioglie e diventa acqua. E la forza che agisce nell’acqua non diventa qualcos’altro quando l’acqua in ebollizione evapora.

Per cui, nel punto che ho descritto come un punto di sviluppo per il pensiero, questa forza di pensiero passa attraverso un siffatto stato-limite e poi compare in un’altra forma. Di modo che la nuova esperienza si distingue da quella precedente come il vapore dall’acqua.

Ma così si arriva a comprendere la forza stessa del pensiero, il pensare – potrei dimostrarlo anche per il volere – come qualcosa che agisce realmente nell’uomo. Nella forza di pensiero che si possiede più tardi nella vita, si vede quello che ha agito nel corpo in età infantile. Così tutto diventa in modo singolare un’unità.

Lo ammetto volentieri: la scienza dello spirito può errare in certi particolari, è agli inizi. Ma non è questo il punto. Il punto è: verso quale direzione si tende, quale orientamento si segue.

Per cui si può dire: si cerca di osservare quel che si manifesta nel pensare, nel formare l’uomo – di osservarlo come una forza reale, che forma e conforma l’organismo umano. Si osserva il pensare nella sua realtà operante.

Per tale ragione ci si dice in conclusione: coloro che osservano il pensare ancora dalla prospettiva gnoseologica che si interroga solo sul suo scopo: “Perché il pensare è fatto in modo da combinare percezioni sensibili esteriori?” – costoro si abbandonano ad un certo errore, all’errore che ora vorrei delinearvi.

Supponiamo che il grano o la spiga crescano dalla radice attraverso lo stelo. La forza che forma la pianta si manifesta, e dal seme può formare una nuova pianta che produce nuovo seme e così via. Vediamo l’azione della forza formatrice agire nella pianta in modo continuato, in un processo in sé compiuto, operante nella pianta stessa da una forma all’altra – come dice Goethe: di metamorfosi in metamorfosi.

Altrettanto si cerca, nella scienza dello spirito, di considerare il pensare come una forza formatrice che si manifesta nell’uomo, e si giunge a dire: poiché il pensare è una forza formatrice dentro l’uomo, produce anche un effetto collaterale. E tale effetto collaterale è nientemeno che la conoscenza ordinaria.

E se volessi afferrare l’essenza del pensare in base a questo effetto secondario, farei come chi dice: “Cosa mi importa di quello che nella pianta vegeta come forza formatrice dalle radici su per gli steli fino alla spiga. Non mi interessa questo, io parto dalla chimica nutrizionale e analizzo quel che nel chicco di grano è presente come sostanza nutritiva.”

Questo tipo di studio del chicco di grano è esso pure giustificato: lo si può osservare anche su questa base. Ma se lo faccio, prescindo da quel che nella formazione della pianta fluisce e opera come una realtà continua, unitaria. E lo stesso è con la conoscenza!

In quello che normalmente pensano gli gnoseologi, i filosofi e quanti vogliono fondare le scienze naturali con una qualche considerazione di principio, compaiono gli stessi risultati che si hanno quando il pensare, che in realtà è fatto per plasmare l’uomo, si esprime all’esterno in un effetto a latere, così come ciò che – pensato nella sua continuità – cresce nella pianta di grano, si esprime in un effetto secondario quando fa da base al nutrimento di un altro essere.

Ma è errato analizzare il grano solo in questa prospettiva, perché essa non ha nulla a che fare con la natura intrinseca del chicco di grano. In questo modo introduco un punto di vista che gli è estraneo. Così la filosofia d’oggi imbocca un vicolo cieco se indaga la conoscenza solo in relazione alla comprensione del mondo esteriore.

L’essenziale è che il conoscere è una forza plasmatrice entro l’uomo, ed il resto vi compare come effetto decisamente secondario. Finché permane quel modo di osservazione che vuole lasciare il pensare nella sola condizione di astrarre leggi naturali e sistematizzare le percezioni, si agirà alla stregua di chi direbbe: non ci si deve occupare di biologia vegetale per conoscere la natura della pianta, ma della chimica nutrizionale!

Queste sono cose sulle quali oggi non si riflette, ma che rivestono grande importanza per lo sviluppo futuro della scienza che rappresenta allo stesso tempo il futuro dell’assetto sociale che dà all’uomo di comprendere la vita sociale con lo spirito e di incidere veramente sulla vita sociale.

Poiché mi pare che sia stato proprio questo che ha portato alla catastrofe:

il fatto che non dominiamo più la vita, poiché siamo entrati in una condizione dell’evoluzione umana nella quale la vita deve essere dominata a partire dallo spirito, da quello spirito che viene riconosciuto a partire dall’interiorità umana e che solo così può riconoscere anche quel che ci muove incontro nel mondo esterno.

Certo, gentili convenuti, chi dice queste cose viene oggi preso da ampie cerchie di persone per un tipo stravagante, fanatico. Perlomeno mai ci si sogna che un tal tipo possa capire il mondo esteriore in modo veramente realistico.

Ma credo di non sbagliarmi se dico che l’applicazione della scienza dello spirito a tutto il mondo esterno si può confrontare con il caso in cui qualcuno ci metta davanti un ferro a forma di ferro di cavallo. Arriva il contadino e dice: “Con questo voglio ferrare il mio cavallo.” Un altro, che sa di cosa si tratti effettivamente, gli dice: “Questo non è un normale ferro di cavallo, è una calamita, che serve a tutt’altro, lì dentro c’è qualcos’altro.” Ma il contadino insiste: “Cosa me ne importa, con questo io voglio ferrare il mio cavallo.”

Allo stesso modo si comporta oggi quell’indagine scientifica, la quale non vuole assolutamente ammettere che in ciò che è materiale sia all’opera ovunque lo spirito. Chi nega lo spirituale nella materia è simile a colui che parla come il contadino: Cosa mi importa del magnetismo, con quel ferro io ferro il mio cavallo.

Io sono invece convinto che la conoscenza del fatto che in tutta la materia non c’è solo uno spirituale-astratto, ma lo spirito nella sua concretezza, debba trasformarsi nella nostra decisione di studiare dettagliatamente questa realtà dello spirito, così come lo facciamo per la materia, e che ciò segnerà un gran passo in avanti nella conoscenza e nel sociale.

Ma è più facile esprimere risultati speculativi ed ogni sorta di filosofia teorica riguardo a quel che è lo spirito, essere panteisti o qualcosa di simile in base a pura astrazione, anziché proseguire le ricerche naturaliste seguendo il metodo delle rigorose scienze naturali, un metodo che diventa esperienza interiore, così come l’ho descritto, per giungere a quel punto simile a quando viene reso conoscibile il calore, anche se non si manifesta, mostrando a quali condizioni si palesa qualcosa che è latente.

Se questo metodo, che normalmente viene usato per l’indagine del mondo esterno, viene esteso al mondo interiore, e in particolare alla totalità dell’essere umano, allora, a partire dall’interno, si comprenderà proprio lo spirituale all’opera nel materiale.

E soprattutto, a poco a poco si realizzerà quello che ci giunge da tempi remotissimi, e che per l’uomo è profondamente necessario realizzare, ciò che dal tempio di Apollo continua a risuonare alle nostre orecchie spirituali: “Uomo, conosci te stesso”.

E come i filosofi ed i teologi, così anche il naturalista Haeckel, più o meno incline al materialismo, ha parlato di questo “conosci te stesso”. Questo anelito è profondamente radicato nella natura umana. E l’epoca moderna è arrivata ad un punto nel quale è necessario ottemperare in modo concreto a questo “Conosci te stesso”.

Con questi accenni credo di aver mostrato che non si tratta di infrangere l’unità del pensare, ma di una prosecuzione del pensare oltre un certo punto-limite.

Come le forze che si esprimono in un dato modo nell’acqua non possono venir cambiate in qualcosa di essenzialmente diverso nel superare il punto di ebollizione, altrettanto non si potrà far torto a quel che si sperimenta nel pensare combinatorio in base alla percezione, se si porta il pensare oltre il punto-limite.

È ben ovvio che a quel punto avvenga una metamorfosi del pensare. Ma non si pecca contro la natura unitaria del pensare, così come in generale la scienza dello spirito non rinnega le scienze naturali, ma porta ad una loro più profonda comprensione.

E si giunge a quello che io ritengo particolarmente importante per l’evoluzione dell’umanità – a introdurre le conoscenze naturali entro l’intera comprensione del mondo in modo da fecondare la vita stessa, il che si può attuare solo se ci eleviamo dall’osservare spiritualmente la natura alla pura esperienza dello spirituale, che poi si riversa anche nel nostro volere e diviene in noi forza vivente.

Potendo fare questo, potendo un conoscere vivente renderci contemporaneamente non solo più saggi, ma anche più desti, io credo ad un futuro dell’umanità, ad un progresso dell’umanità, qualora in futuro si guardi di più allo spirituale entro il materiale di quanto si è fatto finora – qualora si cerchi lo spirituale nel materiale – perché in questo modo lo spirito si può infondere anche nella realtà sociale.

In futuro la soluzione della questione sociale si presenterà quale compito di compenetrare la vita sociale con la realtà dello spirito, come ampliamento della ricerca delle scienze naturali.

Prof. Th. Meyer: Concordo pienamente con il Dott. Steiner riguardo al fatto che i concetti-limite della conoscenza naturale non sono i concetti-limite dell’essere e della realtà. Con animo acceso e commosso ho ascoltato anche l’appello all’autoeducazione, e con gioia ho sentito parlare delle speranze che il popolo tedesco può nutrire per il futuro, nonostante la sua sventura. Ma mi resta il dubbio relativamente al fatto che la scienza dello spirito orientata in senso antroposofico sia capace di condurre alle nuove altezze a cui la Germania deve aspirare. Il mio scetticismo nasce da quanto segue: il Dott. Steiner ha sempre ribadito che la via verso i mondi spirituali, della quale ha parlato, viene raggiunta attraverso la veggenza, attraverso una coscienza veggente che è un’esperienza, e che questa via è assolutamente scientifica, e non una fantasia. Questa vista interiore ha, naturalmente, il carattere di ciò che nella logica è “l’evidenza”. Il che significa che non si può contestare quello che io ho visto con occhi esteriori o interiori. Io vedo un albero e non ho bisogno di dimostrare che quell’albero deve esistere là fuori. Non c’è una dimostrazione metafisica, è “evidente” che l’albero esiste. Ora, il Dott. Steiner rivendica questa evidenza per la sua vista interiore. Ciò significa che lui vede il mondo superiore e ne vede i nessi, e poiché lo vede, proprio per questo esso esiste, ed è incontestabile. Neppure io vorrei contestare che il mondo superiore sia evidente per colui che lo vede. La questione è ora se esso sia evidente per chiunque, e qui nasce la mia perplessità. Da quando conosco l’antroposofia, essa si appella al fatto che questa vista interiore, questa coscienza veggente, è antichissima, che da sempre vi sono stati uomini che si elevano all’altezza di questa coscienza veggente, per esempio in India. Per questa ragione anche l’antroposofia accoglie una quantità di espressioni indiane. Per le diverse conoscenze spirituali che trasmette si serve di termini indiani. Ora è un dato di fatto che il Dott. Steiner continui ad affermare d’altra parte di portare qualcosa di nuovo. Ma prima del Dott. Steiner vi è pur stata in Germania, ed anche in Inghilterra, una gran quantità di società teosofiche. Il Dott. Steiner ha fatto parte, inizialmente, di queste società teosofiche, poi è entrato in contrasto con esse e ne è uscito. Proprio perché è entrato in intimo conflitto con esse, egli non ha più chiamato la sua concezione del mondo con il nome di “Teosofia”, bensì, proprio in quanto la sua visione interiore è diversa da quella degli altri teosofi, egli le ha dato il nome di “Antroposofia”. Ora vorrei dire: se la precedente coscienza veggente era in errore, se solo col Dott.Steiner è stata portata la verità, chi mi garantisce che non possa venire qualcun altro che dica: questa coscienza superiore chiaroveggente che il Dott. Steiner porta non ha ancora raggiunto l’ultimo traguardo. Qualcun altro può arrivare a tutt’altro traguardo. Questo fa della visione del Dott. Steiner qualcosa di soggettivo, la visione di un singolo. Ma è dubbio che ci si possa fidare di essa. Questa è la perplessità che sento in relazione al sovrasensibile in tutto questo movimento: che vi siano visioni interiori divergenti. Non dovrebbe esserci contrasto tra i diversi veggenti. Ciononostante, non vorrei concludere senza esprimere il mio sincero e caloroso ringraziamento al Dott. Steiner per i numerosi e nobili stimoli che ha fornito nel suo discorso di questa sera.

Rudolf Steiner: Cari uditori! Non è necessario che io vi trattenga ancora troppo tempo. Devo solo far presente che l’egregio signore che ha appena preso la parola ha detto delle cose errate proprio riguardo al punto più importante che ha presentato come obiezione.

Permettetemi di partire dalla fine. Si tratta innanzitutto di rettificare alcune informazioni errate.

Non è vero che ciò che io vi ho illustrato qui sia stato preceduto da dottrine di altre società teosofiche alle quali io ho appartenuto. Le cose non stanno così. Negli anni ’80 io iniziai a scrivere le mie interpretazioni della visione goethiana del mondo. Chi le studi – allora comparvero come introduzione agli scritti scientifici di Goethe nella Letteratura Nazionale del Kürschner a Stoccarda –, troverà che in quelle introduzioni c’è il germe di tutto quanto vi ho esposto oggi.

Troverete poi che nella prima edizione della mia Filosofia della libertà nel 1894, in relazione ad una libera concezione dell’uomo io cercai di descrivere come, tramite lo sviluppo del suo pensare, l’uomo giunga progressivamente fino ad un certo punto – al quale segue quel che fa passare il pensiero discorsivo nel pensare veggente.

Intorno al 1901, a Berlino, io fui pregato di esporre in un circolo che si diceva “teosofico” quel che avevo da dire riguardo allo spirito. A quel tempo io non mi ero mai occupato di quel circolo – ho conosciuto diversi teosofi, ma quel che essi hanno espresso non mi ha fatto venire nessuna voglia di leggere con qualche attenzione la letteratura che era in uso in questa società teosofica.

Così anche quella volta io esposi i risultati della mia personale indagine. Ciò ebbe ben presto come risultato – anche per l’intervento di persone in Inghilterra che avevano letto il mio libro I mistici all’alba della vita spirituale dei tempi nuovi – che le mie conferenze furono tradotte in inglese, così che comparvero anche su giornali inglesi. Allora fui sollecitato a tenere conferenze per un certo numero di persone di quella società che si chiamava, per l’appunto, “Società teosofica”.

Non mi sono mai rifiutato di parlare di quel che ho da dire davanti a quanti mi invitavano – qualsiasi fosse il loro nome. Ma nemmeno ho mai sostenuto qualcos’altro che non fosse quello che ho da dire muovendo dalla mia ricerca individuale.

Così, anche nel tempo in cui si dice io abbia fatto parte di società teosofiche, non ho mai sostenuto altro che non fosse quel che ho da dire in base alla mia ricerca individuale.

Che io non abbia chiamato solo più tardi “antroposofia” quel che presentavo – come se fossi giunto ad una visione del mondo diversa rispetto a quella di queste società –, risulta dal fatto che nello stesso tempo in cui un circolo di persone si era radunato a Berlino, appunto per organizzare una mia conferenza in questa società teosofica entro una cerchia più ampia di persone disposte ad accoglierla, io non mi scostai di una virgola da quello che avevo da dire in base alla mia indagine.

E nello stesso istante – proprio per far sì che non sorgessero malintesi – annunciai le mie conferenze col titolo: Considerazioni antroposofiche sull’evoluzione dell’umanità. Quindi a partire da quando, per condizioni esterne, si può avere il diritto di mettermi in relazione con la teosofia, io chiamo “antroposofia” la mia visione del mondo. Nessuna rottura o qualcosa di simile è insita in questo. E ciò è quel che volevo dire al riguardo senza dilungarmi troppo.

L’altro punto, gentili ascoltatori, si rifà a qualcosa che si dice comunemente: quando si studia la storia della filosofia si trova che i filosofi – a partire da Talete fino ad Eucken o altri – hanno costruito tutte le possibili idee, e che spesso si sono contraddetti. Ma allora come si può giungere ad una certezza del conoscere?

Nel mio Enigmi della filosofia mi sono prefissato proprio di mostrare che le cose non stanno così – che quelle che apparentemente sembrano discrepanze nelle filosofie degne di questo nome derivano sempre e solo dal fatto che ognuno osserva le manifestazioni del mondo da un certo punto di vista.

Se si fotografa un albero da un lato, quel che si vede in foto ha un certo taglio. Se si fotografa l’albero da un’altra parte, si ha un’immagine completamente diversa – eppure si tratta dello stesso albero. Si scopre allora che molte filosofie veramente autentiche si differenziano non per il fatto che una contraddice l’altra, come se non si potesse affatto arrivare ad una verità, ma semplicemente per il fatto che esse guardano la stessa identica cosa da punti di vista diversi, e che un contenuto interiore passa attraverso un percorso di sviluppo – questo ho mostrato nel mio libro Gli enigmi della filosofia. Allora si scopre che è un pregiudizio dire che i filosofi si contraddicono. Ve ne sono anche alcuni che si trovano in un certo contrasto, ma sono appunto quelli che si sono sbagliati.

Se due bambini in una classe risolvono in modo diverso un compito, non si ha ragione per questo di dire che non si può sapere chi abbia trovato la risposta giusta. Lo si sa eccome cosa è giusto – una volta che si è compresa la soluzione esatta. Non per il fatto che le cose siano diverse si può concludere che siano tutte sbagliate! Questo si potrebbe dedurre solo seguendo il processo interno alla cosa stessa, si dovrebbe guardare al contenuto intrinseco della cosa stessa.

Ed è una considerazione che vede solo l’esterno il dire: “Lo Steiner è uscito dalla Società teosofica.” Innanzitutto io non sono uscito, bensì, dopo essere stato inizialmente tirato dentro a tutta forza perché esponessi la mia visione del mondo, sono stato – forse davanti a voi mi è permesso usare l’espressione talvolta indesiderata – “sbattuto fuori”, per nessun altro motivo che questo. Per il motivo, miei cari ascoltatori, che io ovviamente definii una demenza “l’altra forma della verità” – cioè quell’assurdità che ha poi portato a presentare un adolescente indiano, del quale si affermava che fosse il Cristo redivivo, che sarebbe stato portato in Europa perché in lui sarebbe apparso il Cristo reincarnato.

E poiché allora questa aberrazione trovò in tutto il mondo migliaia e migliaia di seguaci, un tale seguito fornì l’occasione per cacciarmi via. A me non è importato nulla, non ho in ogni caso creduto che quel che si è raggiunto tramite l’indagine interiore possa diventare vacillante per il fatto che una società, che pure si chiama “teosofica”, estrometta qualcuno: una società che afferma che in un fanciullo indiano sia reincarnato il Cristo.

Queste cose non vanno considerate così superficialmente, sorvolando semplicemente sui contenuti concreti e dicendo: “Ma sì, esistono tanti modi diversi di vedere.” Si deve invece analizzare un po’ più da vicino quel che si presenta. Così vorrei sottoporvi, se un giorno avrete tempo – ma ne avrete per molto, se volete occuparvi di tutte le ciarlatanerie: non lo dico per immodestia, ma da una conoscenza reale della cosa e a seguito di una lunga lotta spirituale –, di confrontare tutte le ciarlatanerie che sono comparse nelle cosiddette società teosofiche con quello che da lungo tempo io ho cercato di portare partendo da una seria scientificità.

Non dimenticate che io stesso ho detto oggi: nel particolare si può sbagliare, ma si tratta di mostrare una nuova direzione, non è necessario che tutti i particolari siano in partenza assolutamente esatti.

Può benissimo accadere che qualcuno dica che può guardare un triangolo rettangolo e ricavarvi ogni cosa possibile. Poi un bel giorno viene uno che dice: il quadrato dell’ipotenusa equivale alla somma dei quadrati dei cateti. E perciò non si può sapere con sicurezza che sia generalmente vero, perché è solo lui a dirlo.

No, se a qualcuno ciò è risultato a partire da fondamenti intrinseci alla cosa, nell’intuizione matematica, che il quadrato dell’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati dei due cateti, possa anche un milione di persone dire che non è così, io lo so che è così! – e mi metto contro un milione di persone.

La verità non si basa solo su un consenso esterno, ma ha il suo fondamento soprattutto nel suo contenuto intrinseco sostanziale.

Questo è quello che certamente ognuno può verificare. E io non ho mai affermato altro: colui che lo vuole può conoscere il metodo scientifico-spirituale esattamente come può conoscere i metodi della chimica. Una volta che questi sono stati indagati, qualunque individuo pensante li può verificare. E così anche quello che io dico, o che scrivo e ho scritto muovendo dalla scienza dello spirito può essere verificato da qualsiasi persona pensante.

Vi saranno certo contenuti degli errori, è naturale, ma è esattamente come nelle altre ricerche. Non si tratta di questi errori nel particolare, ma del carattere fondamentale dell’insieme.

Ho usato oggi, davanti a voi, una sola “espressione indiana”? E se qualcosa è stato talvolta indicato con una qualche antica espressione, si tratta appunto di un “terminus technicus”, utilizzato proprio perché nell’attuale uso linguistico non è presente una simile espressione.

Ma se anche io posso dimostrare alla lavagna il teorema di Pitagora o qualcos’altro – bisogna per questo rimproverarmi che esisteva già da secoli? Per me non si tratta di riportare cose dell’antica India o simili, ma di evidenziare quel che risulta dalla cosa stessa. Come colui che oggi afferra e comprende il teorema di Pitagora lo afferra a partire dalla cosa stessa, sebbene esso sia comparso per la prima volta in un determinato tempo – così qualcosa potrà corrispondere, ma in fondo solo in apparenza, a quel che già esisteva. Ma mi sono sempre energicamente opposto proprio contro l’idea che quel che qui si tenta partendo dalla realtà attuale della coscienza umana abbia qualcosa a che fare con qualche antica mistica indiana o simili.

Vi sono ovviamente dei richiami, poiché in tempi remoti la conoscenza istintiva ha trovato qualcosa che deve oggi riaffiorare. Ma quel che io ho da dire non è attinto da antiche tradizioni. È davvero attinto in modo da rendere vero, vero per me, quel che scrissi quella volta nella prima edizione del mio libro Teosofia, nel 1904: non voglio comunicare nient’altro che quanto da me conosciuto tramite l’indagine scientifico-spirituale, come si riconosce una qualsiasi altra verità scientifica tramite l’osservazione esteriore ed il pensare combinatorio, e per cui io posso personalmente garantire.

Ci sono senz’altro persone che agiscono in modo diverso,

ma io non dico altro che quello di cui posso personalmente rispondere. Non lo dico per immodestia, ma perché vorrei essere un uomo che intende proporre una nuova scienza dello spirito a partire da uno spirito che non sia altro che quello delle moderne scienze naturali – ed anche della moderna tecnica –, e poiché ritengo che questa nuova coscienza si comprenda solamente, proprio nella sua specificità scientifico-naturale e tecnica, se si viene spinti da entrambe alla visione interiore dello spirito.

Vi prego di non intendere le mie parole come se volessi solo cavarmi d’impiccio rispetto a quanto ha detto l’egregio signore che mi ha preceduto. No, io sono grato dell’occasione che mi è stata data di rettificare alcuni errori oggettivi, molto diffusi. In realtà varie cose, anzi molte di quelle che oggi circolano riguardo a quel che io già da decenni espongo anche a Stoccarda, poggia su degli equivoci.

E mi è parso necessario, come ha fatto in modo lodevole anche il signore che mi ha preceduto, entrare nel merito di quel che ho detto, in quanto non si tratta solamente di correggere quel che mi riguarda personalmente, ma di esporre tramite i fatti storici anche qualcosa che il signore precedente ha associato ai contenuti di quel che ho da dire.

Sono dunque molto grato per l’opportunità che ho avuto di dire ancora qualcosa riguardo alla cosiddetta “scienza dello spirito”.

Domanda: Se il Dott. Steiner mi dimostra un solo punto della scienza dello spirito così come si può dimostrare il teorema di Pitagora, allora lo seguo volentieri, allora si tratta di vera scienza.

Rudolf Steiner: Gentili ascoltatori! Chi mai può davvero “dimostrare” il teorema di Pitagora? Esso non si può certo dimostrare disegnando alla lavagna un triangolo rettangolo e poi eseguendo la dimostrazione secondo uno dei metodi con i quali esso viene “dimostrato”. Questa è solo un’illustrazione della dimostrazione!

Il fatto è che chi voglia dimostrare il teorema di Pitagora si trova nella necessità di avere davanti a sé nella visione interiore ciò che è matematicamente costruibile – anche se solo nella visione interiore dello spazio geometrico. Pensate ad una coscienza che non avesse questa visione interiore dello spazio: non avrebbe davanti a sé l’elemento sostanziale di quel teorema pitagorico, e finché fosse così non avrebbe senso la dimostrazione di esso. Possiamo dimostrare il teorema di Pitagora solo per il fatto che abbiamo interiormente innanzi a noi l’elemento sostanziale della visione spaziale e della forma spaziale.

Nel momento in cui ci eleviamo all’altra forma di coscienza, alla normale immagine dello spazio si aggiunge qualcos’altro. Si tratta allora di “dimostrare” allo stesso modo quel che è presente in immagine – come quando si sovrappongono le superfici dei quadrati e così via. Quindi, se si deve dimostrare il teorema di Pitagora, deve esservi una siffatta forza d’immaginazione alla base, così come ci vuole una visione immaginativa se voglio dimostrare che dopo il cambio dei denti agisce la forza del pensare.

A tal fine è innanzitutto necessario che si abbia una visione immaginativa del fatto che in un certo senso si entra in questa nuova configurazione della coscienza. Finché non si ha alcuna immagine della forma spaziale, non si giunge affatto all’atto del constatare che conduce alla dimostrazione del teorema di Pitagora. E si potrà credere che i risultati della scienza dello spirito non possano venir dimostrati nello stesso modo solo finché non si sarà compiuto il passaggio da me descritto dalla coscienza speculare normale alla coscienza fatta di esperienza viva.

Io sono partito dall’esistenza reale di questo nuovo tipo di coscienza. E come colui che non possiede un’immagine dello spazio nemmeno può parlare del teorema di Pitagora, altrettanto non si può parlare della dimostrazione di qualsiasi “teorema” della scienza dello spirito, se si nega l’esistenza del tipo di visione che ne è alla base. Ma tale visione interiore è qualcosa che va conquistato – non è già dato in partenza.

Il nostro tempo richiede che ci si decida a qualcosa di completamente nuovo, se si vuole passare a questo progresso della scienza. Ed io credo che molto debba ancora essere superato prima che in vaste cerchie si verifichi riguardo alla scienza dello spirito quello che dovette avvenire in gruppi più ampi quando la visione copernicana, o quello che ci si rappresenta come spazio infinito, comparve di fronte a tutte le altre precedenti rappresentazioni.

In passato ci si è immaginati lassù una sfera blu. Ora si ha l’idea che esistano limiti non superabili alla conoscenza naturale, oppure che non si possa oltrepassare il pensare ordinario. Simili cose sono ben note a chi segue la storia dello sviluppo dell’umanità.

Ed io posso solo dire: o quello che ho tentato di esporre è una via che conduce alla verità – non la verità bell’e pronta! –, e allora verrà senza dubbio percorsa. Oppure è una via verso l’errore, e allora sarà scartata – ma ciò non nuoce a nulla!

Però, quel che non deve estinguersi in noi, quel che non deve essere spazzato via da una critica affrettata è il costante anelare verso l’alto ed il tendere in avanti. E quel che oggi ho cercato di descrivervi come la via che vuole imboccare la scienza dello spirito orientata antroposoficamente è animato unicamente da questo anelito.

Domanda: Noi dobbiamo avere la ferma fiducia che il nostro sforzo sarà coronato di successo. È possibile conoscere la vita dello spirito in sé e per sé? Il Dott. Steiner dice che è possibile conoscere lo spirito del mondo, lo spirito di tutto ciò che vive e di tutta la natura, e che è possibile entrare in contatto con esso. È possibile, tutto ciò, con il nostro stesso spirito, con il nostro pensare? Sono indotto a dubitarne. Il pensare consiste in rappresentazioni, io penso in immagini.

Rudolf Steiner: Gentili ascoltatori! Se volessi addentrarmi in questa domanda, dovrei trattenervi molto a lungo. Ma non voglio farlo e non lo farò, perciò dirò solo quanto segue – mi dispiace solamente che la domanda non sia stata posta prima, poiché avrei potuto rispondere più approfonditamente. Nei miei scritti potete trovare ovunque quelle obiezioni che io stesso mi faccio in via ipotetica, e che vengono trattate dal punto di vista della scienza dello spirito, di modo che nei miei scritti potete già trovare una risposta ai vostri dubbi.

Qui vorrei dire solo questo: a certe persone accade che, per un’opinione precostituita, rendono quasi impossibile a se stesse staccarsi dal fenomeno. Indicano i fenomeni e dicono: “Non conosciamo quel che vi sta dietro. ” Tutto il kantismo si fonda, alla fine, su questo equivoco. E tutta la mia attività è iniziata proprio nel tentare di combattere questo equivoco. Vorrei chiarirvi con un paragone come si possano gradualmente rimuovere questi dubbi.

Se qualcuno guarda una singola lettera, può dire: “Questa singola lettera non mi rimanda a nient’altro che a quel che è la sua forma. Ed io non posso riferire questa forma a qualcos’altro, essa non mi dice altro.”

Se io guardo, poniamo, un fenomeno elettrico, è proprio come quando guardo una singola lettera: non mi dice nulla. Però la cosa cambia se guardo diverse lettere una dietro l’altra e ottengo una parola, così da passare dal puro guardare al leggere. Non ho davanti a me altro che quello che guardo, oppure ne capisco il senso. Vengo condotto a qualcosa di completamente diverso.

Dunque è giusto che fin quando si afferrano solo fenomeni singoli ed elementi naturali – elementi intesi nel senso di elementi matematici – si ha ragione di dire che non si penetra nell’intimo. Ma quando poi si cerca di dar vita al tutto nel suo contesto, iniziando una nuova attività, come nel passaggio dalla semplice lettera isolata alla lettura, allora sorge qualcosa del tutto nuovo.

Per questa ragione la scienza dello spirito in fondo non vuole essere altro che fenomenologia – ma una fenomenologia che non si limita ad operare un’addizione di singoli fenomeni, ma che legge attenendosi al contesto dei fenomeni.

È fenomenologia, e non si va fuori strada speculando a vuoto sopra i fenomeni, bensì si chiede loro se, riguardo ad una certa attività interiore, abbiano qualcosa da dire non solo in quanto elementi singoli, ma nel loro contesto.

Occorre comprendere che, se si guardano solo i singoli fenomeni, ci si può trovare nell’ottica in cui si trovava Haller quando disse:

Nell’intimo della natura non penetra alcuno spirito creato, fortunato colui al quale essa mostra solo l’involucro esteriore.

Ma si capisce non meno che qualcuno che intende la fenomenologia come Goethe – e la scienza dello spirito è solo un goetheanismo avanzato –, allora si capisce che a quelle parole si può ribattere:

Nell’intimo della natura... non penetra alcuno spirito creato…

Fortunato colui al quale essa mostra solo l’involucro esteriore.

Lo sento ripetere da sessant’anni.

Io lo mando al diavolo, ma in segreto; …

La natura non ha nocciolo né scorza,

Lei è tutto in una volta.

Soltanto, più di tutto esamina te stesso,

Se tu sei nocciolo o scorza.

Appendice (di Pietro Archiati)

Come accennato nella prefazione, la conferenza di Rudolf Steiner sulla tecnica è di pubblico accesso per la prima volta grazie alla pubblicazione nella Edizioni Archiati Verlag. La pubblicazione precedente nei Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe (numero 107, 1991) contiene, al confronto, alcune significative discrepanze rispetto alla trascrizione dello stenogramma.

A pagina 37 di questa edizione, Rudolf Steiner parla del pragmatismo americano utilizzando termini chiari e gravi: «E laddove una coscienza si è lasciata possedere in modo unilaterale – cosa che in Europa fortunatamente non abbiamo ancora raggiunto! – dove una coscienza nelle sue guide si è lasciata completamente possedere da questo elemento distaccato, là è comparsa una strana corrente filosofica …» Le parole qui poste in corsivo sono state omesse nel citato quaderno 107, a pagina 38. Si rimanda ad una lacuna, ma al lettore non viene data alcuna possibilità di capire cosa sia stato omesso e perché. Nel procedimento scientifico una lacuna è un punto difettoso effettivamente presente nell’edizione, non un’omissione del redattore.

Nella sua replica alle parole del professore durante lo scambio, Steiner dice subito all’inizio, in tutta chiarezza, che all’interlocutore «… è tuttavia sfuggito qualcosa di inesatto proprio nella cosa più importante …». Anche questa espressione è stata tralasciata nel quaderno citato.

Con profonda e calorosa umanità Steiner dice verso la fine della conferenza ai suoi giovani ascoltatori: «… le persone come me, che sono invecchiate …». La redazione ad opera dell’Amministrazione del Lascito di Rudolf Steiner ha omesso anche queste parole.

Le parole di Rudolf Steiner non sono state cambiate per sbaglio dai redattori dell’Amministrazione del lascito. È ovvio che ci si è consapevolmente discostati dai principi della revisione scientifica.

In Quel che avviene nella Società Antroposofica – L’antroposofia nel mondo (Nr. 1, 4 Febbraio 2005, pag. 12) Walter Kugler (del Rudolf-Steiner-Archiv) e Jonathan Stauffer (del Rudolf-Steiner-Verlag) parlano ad una voce in “un’intervista” – non si capisce chi dica che cosa! – e alla domanda: «Esistono, secondo Lei, limiti alla pubblicazione di contenuti?», rispondono significativamente dicendo: «No, poiché ogni limite imposto avrebbe come conseguenza l’esercizio di una tutela sul lettore. Senza dubbio si è sempre in lotta con alcuni scrupoli, ma bisogna superarli, ed essere consapevoli del proprio vero compito, cioè l’edizione dell’Opera omnia. Noi non ci sentiamo in prima linea un potere protezionista».

Le omissioni citate mostrano che i redattori hanno agito da “potere protezionista” non solo “in prima linea” ma anche “in profondità”. Le manipolazioni del testo possono anche essere in buona fede, ma sono tentativi inopportuni “di proteggere” Rudolf Steiner, e con ciò se stessi. Io mi chiedo: nell’edizione dell’opera omnia le omissioni costituiscono una linea di condotta dell’Amministrazione del lascito per rendere Rudolf Steiner “ammesso a corte” presso il pubblico accademico e borghese?

Nella conferenza del 23 maggio 1922, edita da Marie Steiner nel 1942 in un quaderno con il titolo Il declino dell’intelletto umano e la ribellione dell’uomo contro la spiritualità, Rudolf Steiner dice: «Questo tratto di estraneità al mondo è ciò che ci ha molto danneggiato proprio negli ultimi anni, e noi dovremmo proprio superare questo tratto di estraneità al mondo. Non si dovrebbe affatto credere che possiamo diffondere l’antroposofia per la via indiretta del sapere specialistico. Dovremmo aver chiaro che il sapere specialistico deve proprio venire indotto dall’esterno ad accogliere l’elemento antroposofico – da sé non lo farà».

Esistono abbastanza individui nell’Europa centrale, i quali non vogliono avere nulla a che fare con uno Steiner che volesse essere solo “cortese” o “politicamente corretto” nei confronti dell’America o di una qualche potenza di questo mondo; essi si sentono, invece, affini ad uno Steiner che descrive i fenomeni per come sono spiritualmente e per come agiscono oggettivamente nell’umanità – incluso il termine “posseduti”, se esso rende esattamente i fatti in senso scientifico-spirituale. Questi individui hanno il diritto di venire a conoscenza delle chiare parole che Rudolf Steiner ha pronunciato riguardo al materialismo occidentale. L’impressionante predizione: «noi in Europa … non ancora…», completamente realizzatasi nel corso del ventesimo secolo, che dovrebbe stare a chiare lettere dinanzi a ciascuno ed essere motivo di un esame di coscienza, è stata invece omessa con irresponsabile proposito.

L’Amministrazione del Lascito è tanto più biasimevole poiché tratta l’eredità di Rudolf Steiner come patrimonio privato e fa valere un diritto di monopolio sull’edizione.

Se qualcuno in Giappone, in Russia o negli Stati Uniti volesse prendere visione del documento relativo a questa conferenza, che è servito alla redazione del quaderno 107 dei Beiträge – perché, ad esempio, vuole verificare quanto le mie affermazioni siano vere – deve prendere un aereo o mettersi in viaggio per Dornach, in Svizzera, nel caso abbia sufficiente denaro e tempo per farlo. Ma non basta: egli deve esporre i motivi della sua richiesta, e l’Amministrazione del Lascito decide se siano da considerare accettabili o meno! (si veda un esempio in: www.steinerforum.de, Una corrispondenza). Quel che Rudolf Steiner stesso ha da dire al riguardo, lo si può leggere in Gli uni per gli altri (Edizioni Archiati Verlag 2004).

In questa situazione mi sono attenuto ancora più strettamente del solito alla lettera del testo trascritto. I miei rilievi nel testo sono semplicemente pensati come aiuto per i principianti. Per quanti non sono tali, questi contenuti compaiono anche in edizione da studio rilegata, senza rilievi nel testo e senza la presente appendice. Si possono seguire tutte le decisioni redazionali sotto www.steinerforum.de. Per “testo trascritto” si intende il documento che è stato alla base della redazione da parte dell’Amministrazione del lascito. Prima e dopo la morte di Rudolf Steiner erano in circolazione molte di tali trascrizioni, tra cui anche quella qui utilizzata, che reca l’annotazione “Solo per i soci”. Questi erano già allora diverse migliaia, così che in un certo senso si può parlare di edizione.

Le manipolazioni del testo vanno distinte dagli errori che possono sfuggire a chiunque durante una redazione. Ad esempio, laddove a p. 38 di questa edizione si dice: «Il cosiddetto pragmatismo, che perseguita tutto ciò che è logico-interiore, che nega la verità …», si trova nella trascrizione: «Il cosidd. pragmatismo, che osserva tutto nella sua logica interiore, che nega la verità …», e nel quaderno 107 dei Beiträge: «Il cosiddetto pragmatismo, che segue tutto con la logica, …». Gli ultimi due testi mostrano una non comprensione del pensiero di Steiner. In entrambi la sua affermazione viene capovolta. Il pensiero di Steiner è chiarissimo: il pragmatismo perseguita – non segue nel senso del pensiero, bensì, al contrario, con la volontà, nel senso di combatte![1] – tutto ciò che è logico-interiore, ciò che Steiner subito dopo spiega meglio con l’affermazione analoga che il pragmatismo nega tutto quel che è verità (a proposito, anche questa ulteriore spiegazione è stata semplicemente omessa nella redazione dell’Amministrazione del lascito!). Il filosofo americano William James ha effettivamente, quasi con fervore missionario, perseguitato e combattuto tutti coloro che concepiscono la “verità” come una realtà interiore spirituale, pienamente valida. Anche qui Rudolf Steiner mostra di conoscere bene i fenomeni e di parlare con precisione.

Errori di questo genere possono sfuggire ad ogni redattore. Colgo questa come un’occasione per ribadire la mia riconoscenza a chiunque mi farà notare errori nella redazione dei testi di Rudolf Steiner.

[1]Il verbo verfolgen può significare osservare, seguire (un processo), e anche perseguitare [NdT]

A proposito di Rudolf Steiner

Rudolf Steiner (1861-1925) ha integrato le moderne scienze naturali con una indagine scientifica del mondo spirituale. La sua antroposofia rappresenta, nella cultura odierna, una sfida unica al superamento del materialismo.

La scienza dello spirito di Steiner non è solo teoria. La sua fecondità si palesa nella capacità di rinnovare i vari ambiti della vita: l’educazione, la medicina, l’arte, la religione, l’agricoltura, fino a prospettare l’idea di una triarticolazione dell’intero organismo sociale che riserva all’ambito della cultura, a quello della politica e a quello dell’economia una reciproca indipendenza.

Fino a oggi Rudolf Steiner è stato ignorato dalla cultura dominante. Questo forse perché molti uomini indietreggiano impauriti di fronte alla scelta che ogni uomo deve fare tra potere e solidarietà, fra denaro e spirito. In questa scelta si manifesta quell’interiore esperienza della libertà che è stata resa possibile a tutti gli uomini a partire da duemila anni fa, e che porta a un crescente discernimento degli spiriti nell’umanità.

La scienza dello spirito di Rudolf Steiner non può essere né un movimento di massa né un fenomeno elitario: da un lato, infatti, solo il singolo individuo, nella sua libertà, può decidere di farla sua; dall’altro questo singolo individuo può mantenere le sue radici in tutti gli strati della società, in tutti i popoli e in tutte le religioni egli sia nato e cresciuto.

Foto di Steiner
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